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Ciad: ricomincia la guerra civile, attacchi dei ribelli e contrattacchi dell’esercito

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 16 settembre 2018

Secondo alcune fonti locali, giovedì scorso due elicotteri dell’aviazione ciadiana hanno bombardato un accampamento a Kouri Bougoudi, città al confine con la Libia. Durante il raid sarebbero stati feriti parecchi civili.

L’intervento dell’aeronautica di N’Djamena è la risposta all’incursione di un gruppo di ribelli, avvenuto lo scorso 11 settembre a Kouri Bougri nella regione di Tibesti, poco distante dal confine libico. Si è trattato di uno dei peggiori attacchi subiti dal Ciad dal 2009. Le forze armate hanno diramato un comunicato nel quale sostengono di aver completamente sotto controllo la situazione. Non è chiaro se ci sono state perdite di vite umane e/o feriti.

In un documento video, un ribelle in abiti civili del gruppo armato Conseil de commandement militaire pour le salut de la République (CCMSR) ha raccontato: “Alle 2.23 del mattino dell’11 agosto scorso le nostre milizie hannao attaccato la città di Kouri Bougri e respinto le forze armate ciadiane”. Dal canto suo Kingabé Ogouzeïmi de Tapol, ex ministro del governo ciadiano, in esilio all’estero dal 1990 e ora segretario generale del gruppo ribelle, creato nel 2016 con base in Libia, ha sottolineato: “Questa città martire è la prima ad essere stata liberata. Tre colonne di combattenti sono partiti dalla Libia. Il nostro scopo è quello di mettere fine alla crisi economica e alla dittatura”.

Ribelli ciadiani nel Tibesti
Ribelli ciadiani nel Tibesti

Una settimana fa, lo Stato maggiore delle forze armate dell’ex colonia francese aveva diffuso un comunicato ufficiale nel quale sosteneva di aver respinto il nemico. Altre fonti della sicurezza hanno invece minimizzato l’attacco dei ribelli, declassandoli a briganti o trafficanti di droga. Mentre membri del gruppo armato CCMSR hanno confermato l’incursione, precisando di aver persino catturato alcuni soldati ciadiani.

Già i primi di settembre il Movimento Yina (parola araba che significa “siamo stanchi”) aveva denunciato bombardamenti che l’aeronautica militare ciadiana avrebbe effettuato nel Tibesti, tra Miski e Yebibo, ferendo una decina di civili. In effetti, fonti della difesa hanno ammesso di aver confuso una processione di nozze con un convoglio di ribelli del CCMSR. Da metà agosto il governo di N’Djamena ha messo in atto operazioni militari per la messa in sicurezza dell’area al confine con la Libia.

Proprio perchè preoccupati delle loro frontiere a nord, a fine maggio Ciad, Niger e Sudan hanno firmato un accordo di cooperazione con la Libia per la lotta contro i trafficanti e il terrorismo. I quattro Paesi si sono impegnati di collaborare strettamente non solo scambiandosi informazioni; l’intesa prevede anche l’autorizzazione per le truppe di ciascun Stato a penetrare limitatamente nel territorio dell’altro. In pratica sono stati creati due coordinamenti distinti, uno militare, l’altro politico. Un terzo, quello giudiziario per facilitare le estradizioni è ancora in elaborazione. Ognuno dei governi assumerà il comando a rotazione per la durata di sei mesi.

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Da tempo i confini di questi quattro Paesi sono molto controllati e sorvegliati, anche a causa della politica di esternalizzazione delle frontiere, messa in atto dall’Europa, per arginare il flusso migratorio.

Un recente rapporto dell’Istituto olandese per le relazioni internazionali Clingaendel ha spiegato perchè molti stranieri si trovano nelle miniere aurifere ciadiane al confine con la Libia: i minatori sono liberi di circolare e dunque, per arginare i controlli, i migranti si qualificano come cercatori d’oro, altri invece, per necessità restano qualche mese ad estrarre il prezioso minerale per poter pagare la continuazione del viaggio. Altri ancora sono partiti dalle loro terre senza un soldo, così chiedono ai trafficanti di portarli a lavorare nelle miniere per poter finanziare il viaggio.

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Il Tibesti è una regione nel nord del Ciad ai confini con la Libia

Per questo motivo questi ultimi vengono portati a Kilinje, nel sud della Libia, dove le condizioni di vita sono estremamente difficili e spesso il sogno dell’Europa termina qui. Ridotti in stato di quasi totale schiavitù, condannati ai lavori forzati per pagare i loro debiti, i più non riescono a racimolare sufficientemente denaro per il proseguimento del loro tragitto.

Il rafforzamento dei controlli alle frontiere arricchisce non solo le tribù che gestiscono le miniere, ma sopratutto i mercanti di uomini, sempre a spese dei poveracci, in fuga da guerre, conflitti interni, fame.

Cornelia I. Toelgyes
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Congo-B: chiesta una nuova indagine sulla misteriosa morte di 13 ragazzini

Loghino africa express 2Africa ExPress
Brazzaville, 15 settembre 2018

Le organizzazioni della società civile del Congo Brazzaville chiedono giustizia per la morte di tredici ragazzi deceduti in modo misterioso nel mese di luglio. La richiesta è stata avanzata al commissariato di Chacona, dove i giovani erano stati portati dopo il loro arresto.

Le ONG, capeggiate dall’Osservatorio congolese per i diritti umani (OCDH), in un rapporto dettagliato hanno criticato aspramente l’inchiesta che è stata aperta dopo la morte dei giovani. Trésor Nzila Kendet, direttore esecutivo dell’OCDH, ritiene che le indagini siano state condotte in modo farraginoso e sbrigativo e concluse in tempo record. La giustizia è stata “compiacente” nella valutazione giuridica dei fatti. Infine Kendet ha ricordato che il dramma che si è consumato nella stazione di polizia non è un semplice omicidio involontario, bensì  un crimine. Finora sono finiti sotto inchiesta sei poliziotti, tra loro anche un maresciallo.

Parenti e amici davanti al commissariato di polizia
Parenti e amici davanti al commissariato di polizia

L’OCDH ha chiesto l’annullamento del processo fissato per il 24 ottobre prossimo e l’apertura di un’inchiesta seria ed indipendente che coinvolga anche i genitori dei ragazzi e le varie associazioni

Le ONG si sono costituite parte civile e hanno dato incarico a tre avvocati del foro di Brazzaville per seguire il caso. Kendet, durante la presentazione del rapporto ai media ha ricordato che le autorità non hanno effettuato le autopsie sui corpi dei ragazzi.

Alla fine di luglio la polizia aveva fermato ventisei giovani e giovanissimi dell’età compresa tra i quattordici e ventidue anni a Djiri, un quartiere popolare di Brazzaville,  per disordini scoppiati tra gang di ragazzi, chiamati “bébés noirs” (bimbi neri), adolescenti, spesso disoccupati, che rendono insicure le città congolesi con  le loro scorribande.

Le forze dell’ordine avevano affermato che molti di loro si trovavano in cattive condizioni di salute e trasportati al pronto soccorso. Testimoni oculari avevano invece dichiarato che i giovani sarebbero morti per asfissia, causata dalle pessime condizioni igieniche della prigione e solamente dodici sarebbero stati trasferiti all’ospedale militare di Brazzaville.

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Dal nostro archivio:

scontri tra giovani
Scontri tra giovani a Brazzaville, capitale della Repubblica del Congo

Giallo a Brazzaville: tredici ragazzi trovati morti in un commissariato di polizia

Violenze, omicidi, sparizioni: il Burundi sul banco degli accusati dall’ONU

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 14 settembre 2018

Mercoledì scorso il Consiglio dei Diritti Umani ha atteso invano il rapporto finale sul Burundi, redatto da esperti dell’ONU. Kate Gilmore, vice commissaria dell’OHCHR (Office of the United Nations High Commissioner for Human Rights, l’ufficio delle Nazioni Unite incaricato di promuovere e proteggere i diritti umani) non ha potuto presentare il fascicolo alla trentanovesima sessione come previsto dalla risoluzione adottata il 28 settembre 2017, per la mancanza di collaborazione del governo di Bujumbura.

La commissione di esperti, inviata nell’ ex protettorato belga a marzo, aveva l’incarico di raccogliere informazioni sulle violazioni dei diritti umani e di trasmettere una copia anche alle autorità giudiziaria del Paese. Il governo burundese non solo si è rifiutato di cooperare con il team dell’ONU, ma ad aprile ha anche bloccato i loro visiti dopo solo tre settimane di lavoro.

Assemblea del Consiglio dei Diritti Umani, ONU
Assemblea del Consiglio dei Diritti Umani, ONU

Fatto ritenuto anomalo, visto che Bujumbura aveva accettato di buon grado la risoluzione 36/2 ed aveva il dovere di assistere e collaborare con gli inviati dell’ONU. La Gilmore ha sottolineato che, finora il governo del presidente Pierre Nkurunziza non avrebbe mai risposto alle ripetute sollecitazioni dell’OHCHR.

Secondo Rénovat Tabu, l’ambasciatore del Burundi alle Nazioni Unite, ha sostenuto che Zeid Ra’ad al Hussein, l’ex alto commissario dell’OHCHR avrebbe cambiato il mandato del team di esperti ed è per questo motivo che i visti sono stati revocati. E infine ha aggiunto: “Il mio governo è preoccupato per come sono stati raccontati i fatti, è un accanimento nei nostri confronti. Chiediamo al nuovo commissario di adottare una diversa dinamica di collaborazione”.

Il presidente del Burundi
Il presidente del Burundi

Il Consiglio dei Diritti Umani esaminerà il prossimo 17 settembre il rapporto della commissione d’inchiesta, reso pubblico qualche giorno fa. Nella loro relazione gli esperti dell’ONU hanno segnalato gravi violazioni dei diritti umani, alcuni dei quali costituiscono addirittura crimini contro l’umanità, perpetrati anche nel 2017 e 2018.

Per la prima volta il Palazzo di vetro punta il dito direttamente su Nkurunziza, accusandolo di “frequenti incitamenti all’odio e alla violenza”. Nel loro rapporto la commissione ha evidenziato un clima di palesi minacce ai diritti umani e un’impunità diffusa e questo grazie alle autorità, tra loro appunto anche il presidente, esponenti di Il Consiglio Nazionale per la Difesa della Democrazia – Forze per la Difesa della Democrazia (CNDD-FDD), il partito al potere.

Da oltre un anno l’ONU ritiene che buona parte dei crimini siano stati commessi da agenti dei servizi, dalle forze dell’ordine, dai militari, nonchè da membri di Imbonerakure (lega di giovani del partito al potere, ma qualificata dalle Nazioni Unite come milizia). “Molte pratiche come la sparizione di persone avvengono al buio, durante la notte, per dare meno all’occhio. I corpi di chi sparisce, ora più di prima, vengono nascosti. Abbiamo ragione di credere che nella maggior parte dei casi queste persone alla fine muoiano”, hanno fatto sapere componenti del team d’inchiesta.

La crisi in Burundi inizia nella primavera del 2015, quando il presidente, forzando la Costituzione ha voluto farsi eleggere per la terza volta alla massima carica dello Stato. In quel periodo sono morte almeno milleduecento persone, altre quattrocentomila sono scappate dalle loro case.

Il presidente ha assicurato che non si ricandiderà alle prossime elezioni, nel 2020. Ma il referendum costituzionale dello scorso maggio (la modifica della Costituzione autorizza Nkurunziza di governare fino al 2034) e la campagna per le prossime elezioni sono motivo di persecuzioni, minacce, intimidazioni nei confronti di persone ritenute oppositori del regime.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Epidemia di colera in Zimbabwe: venti morti, dichiarato lo stato di emergenza ad Harare

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sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 13 settembre 2018

Il colera miete vittime in Zimbabwe. Finora sono stati confermati duemila contagi e venti morti. “Il numero dei casi sta aumentando giorno dopo giorno. Abbiamo dichiarato lo stato d’emergenza ad Harare per contenere il colera, il tifo e qualunque altra malattia si diffonda perché non vogliamo altri morti”. Sono le dichiarazioni, fatte nella capitale dal ministro della Salute, Obadiah Moyo, dopo aver visitato un ospedale.

Obadiah Moyo, ministro della Salute dello Zimbabwe, annuncia lo stato di emergenza per l'epidemia di colera
Obadiah Moyo, ministro della Salute dello Zimbabwe, annuncia lo stato di emergenza per l’epidemia di colera

Nelle periferie colpite della capitale sono state chiuse le scuole ed è stata vietata la vendita di pesce e carne. Il ministero della Salute, attraverso i media ma anche via SMS, avvisa i cittadini sul comportamento da tenere per evitare il contagio e in quali casi andare all’ospedale. Ha raccomandato la popolazione ad evitare di acquistare cibo da chi non ha la licenza e di non urinare o defecare all’aperto.

Il governo ha chiesto aiuto alle Nazioni Unite e all’ Organizazione Mondiale della Sanità (OMS) che provvederanno alla distribizione di acqua potabile e per il controllo della malattia e di eventuali vaccinazioni.

Il contagio si è sviluppato in due suburbi molto popolati a sud ovest della capitale. Glen View – che comprende le storiche township di Mbare, Highfield e Waterfalls – e Budiriro, che conta circa 150 mila abitanti. Durante l’epidemia di colera del 2008 in Zimbabwe ci sono stati quasi 12 mila casi con 284 morti, il 50 per cento a Budiriro.

Vibrio cholerae visto al microscopio elettronico
Il Vibrio cholerae (vibrione del colera) visto al microscopio elettronico

La diffusione della malattia nell’ex colonia britannica è dovuta a fatiscenti impianti fognari e molto spesso a fogne improvvisate a cielo aperto nelle periferie densamente popolate. Secondo i media, dopo Buriro e Glen View, l’epidemia si è estesa in altre quattro province.

Il colera è un’infezione contagiosa dell’intestino tenue, causata dal Vibrio cholerae che si può presentare senza sintomi, in forma lieve o grave. Il sintomo classico è una forte diarrea con vomito che disidrata il corpo fino a causarne la morte.

Nel 2017, in 17 Paesi africani sono stati segnalati oltre 150 mila casi di colera con più di tremila morti. Nel 2018, oltre allo Zimbabwe, altri sette Stati del continente nero sono stati colpiti da epidemie della malattia.

Secondo stime dell’OMS il colera è uno dei maggiori problemi che affliggono il pianeta: quattro milioni di casi all’anno e oltre 140 mila morti.

Sandro Pintus
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Crediti foto:
-Vibrio cholerae
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La Cina all’arrembaggio delle ricchezze africane, ma la Russia non ci sta

francoDal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 13 settembre 2018

“Avanti c’è posto”, sembra essere lo slogan rivolto alle potenze straniere che vogliano cimentarsi nello sfruttamento delle immense risorse africane. Dopo oltre un secolo di supremazia occidentale, che oggi segna una significativa battuta d’arresto, è ora la volta della Cina. Pechino si è accaparrata l’80 per cento dei pubblici appalti africani, grazie a un imponente flusso di aiuti finanziari al continente nero. La strategia del dragone orientale è semplice e del tutto trasparente: corteggiare le scarsamente democratiche leadership africane con robuste tangenti e ingigantire così il debito pubblico dei loro Paesi, debito che, nella maggior parte dei casi, non potrà essere restituito e che la Cina compenserà appropriandosi delle ricche risorse naturali del continente.

Vladimir Putin e il presidente della Guinea Alpha Conde
Vladimir Putin e il presidente della Guinea Alpha Conde

Il più recente goal realizzato dalla Cina in Africa (per dirne uno) è quello che riguarda il Sud Sudan che, pur se martoriato da sanguinose lotte intestine, possiede vaste risorse petrolifere, il cui sfruttamento è ormai quasi interamente nelle mani di Pechino, attraverso la sua impresa nazionale CNPC, China National Petroleum Corporation. Ma oggi, a contendersi il tesoro custodito nel sottosuolo africano, c’è un altro potente scommettitore: la Russia di Putin, che reagisce alle sanzioni imposte dall’Occidente, volgendo lo sguardo al già depredato continente africano, dove la Russia, peraltro, ha già conquistato un eccellente primato: quello di principale fornitore di armi.

Una raffineria di greggio a gestione cinese in Sud Sudan
Una raffineria di greggio a gestione cinese in Sud Sudan

Il motto di Mosca, nel mettere in atto questo progetto di conquista commerciale dell’Africa è quello di un preteso intento “anti-colonialista”, che sarebbe provato dall’accettazione di studenti africani presso i corsi universitari russi; dall’invio di forze militari “private” per garantire la sicurezza dei suoi nuovi partner africani e per “assisterli” nello sfruttamento delle loro risorse. Insomma, uno sfoggio di ammirevole e generosa solidarietà, verso un continente afflitto dall’indigenza e dal malgoverno. Se non siamo all’interno di una favola dei fratelli Grimm, ci siamo davvero molto vicini, ma il lieto fine, che è immancabile in tutte le favole, qui è tutt’altro che assicurato.

Finora il graduale inserimento russo in Africa, è stato largamente ignorato dall’Occidente che era portato a considerarlo come una benefica iniziativa volta a contrastare la crescente diffusione del terrorismo islamico, ma ai commentatori più attenti non sfugge l’intento di Mosca di ripristinare in Africa le posizioni geopolitiche dell’era sovietica, che oggi sarebbero volte a far sloggiare e a soppiantare le imprese occidentali e cinesi che vi operano. Le recenti visite del ministro degli esteri russo, Sergei Lavrov’s, in Etiopia, Angola, Zimbabwe, Mozambico e Namibia, Paesi in cui sono stati conclusi accordi di cooperazione militare e politica, non possono che avvalorare questa ipotesi.

Istruttori militari russi nella Repubblica Centrafricana
Istruttori militari russi nella Repubblica Centrafricana

Il commentatore politico russo, Ruslan Gorevoy afferma che “l’assistenza militare russa predomina oggi in Sudan e nella Repubblica Centrafricana, ma presto sarà anche estesa alla Repubblica Democratica del Congo che, su richiesta di Kinshasa’s, si accinge a ripristinare un accordo di cooperazione militare con Mosca concluso due decenni fa”. Sempre secondo le stime di Gorevoy, il controllo militare di questi Paesi, uniti a quello sull’Angola “Costituirà una diagonale che dal Mar Rosso raggiungerà l’oceano Atlantico e in cui, in un futuro molto prossimo, confluiranno oltre diecimila specialisti militari russi”.

Tuttavia, malgrado questi propositi, i finanziamenti russi all’Africa sono ancora ben lontani da quelli di Stati Uniti e Cina. I primi, hanno raggiunto un totale di circa settanta miliardi di euro negli ultimi diciotto anni, mentre Pechino, solo nell’anno scorso, ha sfiorato gli ottanta miliardi, contro il misero miliardo e mezzo prodotto da Mosca, la quale, però, fonda il proprio ottimismo su altri fattori: non esasperare i leader africani con l’ossessione occidentale per i diritti umani e non esercitare l’assillante controllo che la Cina fa sui propri investimenti. Tutto questo, sempre secondo la un po’ cinica opinione di Ruslan Gorevoy.

Batterie per missili terra aria forniti dalla Cina allo Zimbabwe
Batterie di missili terra-aria forniti dalla Cina allo Zimbabwe

Comunque, nel vasto panorama africano, ciò che più sembra preoccupare le potenze occidentali, è la massiccia presenza militare che Russia e Cina stanno ponendo in atto, posto che questi due paesi sono già i primi fornitori di armi per foraggiare le interminabili e costose guerre intestine che affliggono il continente. E’ notizia di ieri che la Cina ha appena dispiegato in Zimbabwe l’ultima generazione di missili terra aria HQ-9, gli stessi con cui Pechino protegge i propri confini sud-orientali, ma chi si sentirà protetto da questo formidabile sistema difensivo? Il Paese ricevente o quello fornitore?

E’ innegabile che il primo impatto di questi investimenti in Africa non mancherà di creare un beneficio al continente in termini di occupazione e in un conseguente miglioramento delle condizioni di vita, ma è altrettanto innegabile che, che all’infuori della sua corrotta leadership, sarà molto improbabile che l’Africa benefici degli immensi profitti creati da tali investimenti. Questo senza voler tener conto delle forti tensioni sociali che le presenze straniere in terra d’Africa stanno già creando, soprattutto ad opera cinese, per gli atteggiamenti discriminatori attuati dai nuovi dominatori nei confronti degli autoctoni.

https://www.youtube.com/watch?v=vcq1ie24ydc

 

Il video qui sopra, girato in Gabon, mostra con quali sentimenti di solidarietà alcuni imprenditori cinesi trattatino i propri dipendenti di colore, al fine di esprimere al meglio il loro nobile intento di fornire all’Africa, la dichiarata assistenza economica, umanitaria e sociale.

Franco Nofori
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Tanzania: il presidente vuole limitare l’uso dei contraccettivi per far crescere la popolazione

Loghino africa express 2Africa ExPress
Dodoma, 12 settembre 2018

E’ finita in Tanzania l’era dei contraccettivi. Un appello che potrebbe portare al loro divieto di vendita nel Paese, è stato lanciato del presidente John Magufuli a tutte le donne in età fertile: “Basta con il controllo delle nascite, la popolazione deve crescere”.

John Magufuli, presidente della Tanzania
John Magufuli, presidente della Tanzania

E’ vero che la popolazione di questo ex protettorato britannico è cresciuta solo di dieci milioni dall’indipendenza ottenuta nel 1961 e oggi conta cinquantatré milioni di abitanti, ma non si deve dimenticare il costante allarme delle Nazioni Unite, che prevede un incremento delle nascite nell’intero continente che potrebbe raggiungere 2,5 miliardi di persone entro il 2050. Una bomba democrafica, difficile da sostenere se l’economia non riuscirà a sollevarsi per creare nuovi posti di lavoro per i giovani.

contraccettivi

Magafuli ha criticato l’Europa, dove, grazie al controllo delle nascite, la popolazione non cresce e dove ora manca la forza lavoro. “Dunque, bisogna riprodursi e smettete di utilizzare i contraccettivi”. Infine ha aggiunto: “Le famiglie non vogliono più sacrificarsi per sfamare una famiglia numerosa, per questo si limitano a uno o due figli”.

Forse il presidente ha dimenticato che nel suo Paese le studentesse incinte vengono espulse dalle scuole e spesso mai più riamesse, proprio per poter esercitare un maggiore controllo demografico. Un quarto delle ragazze tra quindici e diciannove anni sono rimaste incinte o hanno già partorito un bimbo. La risposta del governo è dura e senza appello: espulsione dalle scuole pubbliche. Dunque dovrà essere rivista anche questa legge, almeno si spera.

Cecil Mwambe, parlamentare all’opposizione, ha fortemente criticato il presidente, sottolineando che il suo appello è contrario alle leggi sanitarie vigenti. Il giorno dopo l’invito fatto alle donne dal leader del Paese, il presidente del Parlamento, Job Ndugai, ha tassativamente vietato l’uso di unghie e ciglia finte durante le sedute dell’Assemblea legislativa, giustificando la normativa come “precauzione per la salute”. Con il nuovo regolamento le deputate non potranno più indossare minigonne e jeans.

Africa ExPress
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In Tanzania decine di studentesse incinte. E sono costrette a lasciare gli studi

Strage di elefanti in Botswana? E’ una bufala denunciano il governo e Survival

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sandro_pintus_francobollo
Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 12 settembre 2018

La settimana scorsa la notizia del massacro di 87 elefanti in Botswana nel Delta dell’Okavango ha fatto, giustamente, il giro del mondo. Ma secondo Survival International, ong che si batte per i diritti dei popoli nativi potrebbe essere una bufala, una fake news.

Elefante vittima di bracconaggio per le zanne
Elefante vittima di bracconaggio per le zanne

Mai era accaduta una strage di queste dimensioni dei grandi pachidermi sterminati per il traffico di avorio in così poco tempo, circa due mesi. La notizia è stata pubblicata il 3 settembre scorso dalla BBC che ha citato come fonte l’associazione ambientalista Elephants Without Borders (EWB).

In Italia la notizia è stata battuta dall’Ansa e dall’Agi e ripresa da media grandi e piccoli tra i quali i tre maggiori quotidiani: Repubblica, Corriere della Sera e La Stampa, destando rabbia, indignazione e disgusto.

Il fondatore e presidente di EWB, Mike Chase, aveva dichiarato che da una ricognizione aerea sono state contate 48 carcasse di elefante di varie età e cinque di questi pachidermi erano stati ammazzati nei giorni precedenti. “Si presume che siano stati vittime di bracconaggio – aveva specificato Chase – visto che è stato loro mutilato il muso per asportarne le zanne”.

Secondo il fondatore di EWB è uno sbaglio la proposta di disarmare le squadre anti-bracconanaggio del Botswana. I ranger dei parchi nazionali sono ormai impotenti davanti all’attacco del bracconieri che si sono spostati dai Paesi vicini per predare gli elefanti a causa delle zanne.

Il Delta dell'Okawango
Il Delta dell’Okawango, 15 mila kmq di zone umide (Courtesy Google Maps)

La prima smentita sul massacro di elefanti è arrivata dal governo del Botswana che ha contestato i dati di EWB definendoli “falsi e fuorvianti”. Dopo un altro rilevamento aereo è stato stabilito che i pachidermi non sono frutto di bracconaggio ma le cause della morte sono naturali o ritorsioni tra gruppi umani oppure frutto di predazione naturale. Resta però difficile da credere che non c’entri la caccia di frodo davanti agli animali morti e il muso mutilato.

L’attacco pesante a Elephants Without Borders lo fa Survival, ong contraria al riarmo dei ranger che con troppa facilità sparano contro esseri umani sospettati di essere bracconieri. Tra questi anche immigrati illegali che entrano dallo Zimbabwe e gruppi tribali come i boscimani – minoranze difese dall’associazione – morti a causa del fuoco incrociato tra eco-guardie e bracconieri.

Mappa del Delta dell'Okawango (Courtesy Google Maps)
Mappa del Delta dell’Okawango (Courtesy Google Maps)

In una nota l’associazione per i diritti dei popoli indigeni scrive che una notizia come la strage di elefanti in Botswana “é una massiccia fonte pubblicitaria per EWB che come risultato, presumibilmente, riceverà donazioni”.

E fa una grave accusa: Elephants Without Borders è stata finanziata da Wilderness Safaris, azienda turistica presente in sei Paesi africani che gestisce campi di lusso. In Botswana è presente nella terra dei boscimani senza che sia stato loro chiesto il permesso. Nel Delta dell’Okavango possiede una quindicina di campi di lusso con tariffe che vanno da 450 a 2.000 USD a persona per notte.

“La militarizzazione dei rangers per la protezione ambientale – afferma Survival – è fortemente promossa dalle ong che si occupano di ambiente le cui politiche sono di non far partecipare le popolazioni locali nelle decisioni”.

Survival, che ha lanciato una campagna per boicottare il turismo in Botswana, continua: “In realtà non vogliono rinunciare al controllo di vaste aree dell’Africa e stanno ancora costruendo zone protette che vietano alle popolazioni locali, molte delle quali tribali, di accedere al loro territorio tradizionale”.

Sandro Pintus
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Camerun: attentati nelle province anglofone seminano il caos prima delle elezioni

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 10 settembre 2018

Sabato notte la città di Bamenda, capoluogo della provincia anglofona nel nord-ovest del Camerun, è rimasta isolata dal resto del Paese per un attacco ai mezzi pubblici da parte di un folto gruppo di uomini armati. Accusati dell’attacco i separatisti, che questa volta si sono impossessati di un convoglio di pullman. Alcuni mezzi stati  distrutti, un autista è stato ucciso, e un certo numero di viaggiatori è stato preso in ostaggio.

L’assalto è accaduto ad Akum, che dista una ventina di chilometri da Bamenda. Secondo un testimone che per motivi di sicurezza ha chiesto di restare anonimo, sabato sera verso le 21.00 (ora locale) un gruppo di uomini armati, ha preso il controllo di una cinquantina di bus, che collegano la provincia del nord-ovest con il resto del Camerun. Ai quasi duemila passeggeri sono stati sequestrati i cellulari e i loro documenti di identità. Poi tutti sono stati costretti a sdraiarsi sulla strada, sotto una pioggia scrosciante. La circolazione lungo la tratta Bamenda-Yaoundé-Douala-Bafoussam è rimasta interrotta per quasi dodici ore.

Attacca ad una stazione di pullman a Bamenda, Camerun
Attacca ad una stazione di pullman a Bamenda, Camerun

In seguito alla nuova ondata di violenze, il governatore, Adolphe Lele Lafrique, ha decretato ancora una volta il coprifuoco. Dalle 18.00 fino alle 06.00 è tassativamente vietata la circolazione di persone e beni, compresa la chiusura notturna di tutte le attività commerciali. Una tale misura era già stata presa nel 2017.

Durante l’ultima settimana nella provincia anglofona si sono verificati ben quindici incidenti e il governatore attribuisce la reponsabilità ai separatisti, che vorrebbero impedire il regolare svolgimento delle elezioni presidenziali del 7 ottobre. Gli indipendisti hanno postato sui diversi social network lunghi messaggi nei quali invitano la popolazione a non usare dal 16 settembre al 10 ottobre nelle due province anglofone i trasporti pubblici. In quel periodo minacciano attentati.

Paul Biya, presidente del Camerun
Paul Biya, presidente del Camerun

Sono nove i candidati in lizza per la poltrona più ambita del Paese; ovviamente l’anziano presidente, Paul Biya, al potere dal 1982, si è proposto per una sua rielezione.

Il Camerun ha dieci Regioni autonome, otto delle quali sono francofone. Solamente in due si parla l’inglese. All’inizio del ‘900 il Paese era una colonia tedesca. Dopo la prima guerra mondiale nel 1919, è stata divisa tra i francesi e gli inglesi, secondo il mandato della Lega delle Nazioni. La parte francese era molto più ampia e aveva come capitale Yaoundé, mentre quella inglese comprendeva la Nigeria e si estendeva fino al Lago Ciad, con capitale Lagos. Gli inglesi erano poco presenti in questa regione, perché la loro attenzione era concentrata sui territori dell’attuale Nigeria.

Con l’indipendenza, ottenuta nel 1961, le due sezioni inglesi e quelle francesi sono state riunite per formare un unico Stato, l’attuale Camerun, ma finora le parti hanno sempre mantenuto un alto grado di autonomia. Le proteste nelle regioni anglofone sono iniziate poco meno di due anni fa, quando gli insegnanti sono insorti contro l’introduzione della lingua francese nelle scuole.

Cornelia.I. Toelgyes
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Dal Nostro Archivio:

Camerun: assalito il convoglio del ministro della Difesa, almeno sei morti

Violenze e repressione: il Camerun scivola lentamente verso la guerra civile

 

 

 

L’ex presidente dell’Angola dos Santos lascia definitivamente la politica

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 10 settembre 2018

Davanti ad una platea di oltre trecento delegati del partito al potere, Movimento Popolare per la Liberazione dell’Angola (MPLA), l’ex presidente dell’Angola, José Eduardo dos Santos, ha dato il suo addio alla vita politica, che lo ha visto protagonista sullo scenario della ex colonia portoghese per quasi quarant’anni.

L’anziano leader ha ceduto ora anche le redini dell’MPLA a José Lourenço, suo delfino e successore alla guida  del Paese. Dos Santos, durante il congresso straordinario, che si è tenuto sabato nella capitale Luanda, ha pronunciato il suo ultimo discorso, salutando i presenti con le seguenti parole: “Oggi, a testa alta, mi alzo in piedi per cedere il testimone al compagno Joao Lourenço”.

“Solo sbagliando si impara”,  ha detto tra l’altro l’ex dittatore, ammettendo così pubblicamente di aver commesso “errori” durante i quasi quarant’anni alla guida del suo Paese.

Eduardo Dos Santos, ex presidente dell'Angola
Eduardo Dos Santos, ex presidente dell’Angola

I delegati hanno eletto nel pomeriggio di sabato Lourenço – l’unico candidato – come nuovo presidente del raggruppamento politico.

Josè Edoardo dos Santos nasce nel 1942 in un quartiere povero di Luanda (Angola). Sa cosa significa la repressione: si iscrive ancora giovanissimo all’ MPLA (Movimento popolare di liberazione dell’Angola) e nel 1956 il governo coloniale lo costringe all’esilio. Dapprima in Francia, poi in Congo e per ultimo si trasferisce in Russia, dove termina gli studi come ingegnere. Torna nel suo paese nel 1970 e, dopo l’indipendenza dal Portogallo, nel 1975 diventa ministro degli esteri. Nel 1979, dopo la morte di Agostinho Neto, viene scelto come presidente, carica che ha ricoperto fino allo scorso anno.

Dos Santos aveva fatto tante promesse al suo popolo. E il suo popolo gli aveva creduto. Certo, lui era uno di loro, aveva sofferto insieme a loro durante il periodo coloniale, aveva combattuto per la libertà, ma come molti governanti africani, anche lui nei lunghi anni di potere, si era trasformato in feroce dittatore.

Isabel dos Santos
Isabel dos Santos

Poco prima di uscire dalla scena politica come leader del Paese, dos Santos aveva preparato il futuro dei suoi figli, dei suoi protetti, delle persone di sua fiducia, che occupavano tutti i posti chiave della ex colonia portoghese. Una delle ultime leggi che aveva fatto approvare a grande maggioranza dal Parlamento prevedeva che le scelte che riguardavano i manager economici e i leader politici, effettuate dal presidente uscente non possono essere cancellate dal nuovo capo di Stato. Ma Lourenço, a novembre 2017, ha silurato ugualmente Isabel dos Santos, figlia del suo mentore, da presidente della Sonangol, la compagnia petrolifera nazionale. All’inizio dell’anno ha rimosso anche il figlio dell’ex presidente, José Filomeno dos Santos, dalla presidenza del fondo statale petrolifero. Da marzo José Filomeno è anche indagato per appropriazione indebita.

Per questi motivi i rapporti tra dos Santos e il nuovo capo dello Stato erano molto tesi da mesi e già a maggio l’Agenzia di stampa portoghese LUSA, aveva riportato che presto l’anziano leader si sarebbe dimesso come presidente del raggruppamento politico al potere nella ex colonia lusitana, posizione che in teoria avrebbe potuto conservare fino al 2022.

L’Angola è uno dei maggiori produttori di petrolio dell’Africa, secondo solo alla Nigeria, eppure il trenta per cento della popolazione vive in povertà estrema, vale a dire con meno di 1,9 dollari al giorno.

L’aspettativa di vita è relativamente bassa, non supera i cinquantuno anni, mentre la malnutrizione infantile è tra il trenta e il quaranta per cento.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Libia, l’inaffidabilità delle milizie in lite tra loro sarà la scure su Macron

EDITORIALE barbara-ciolli-francobollo
Barbara Ciolli
10 settembre 2018

Ricapitolando sulla Libia: tolto Gheddafi, gli islamisti a capo degli insorti hanno preso a litigare con i laici del pupillo fedifrago di Gheddafi, il generale Haftar; pur di farlo fuori, le milizie di Misurata sono arrivate ad allearsi con l’ISIS e al Qaeda, salvo poi liberare – pagate dagli Occidentali, dettaglio fondamentale – Sirte dall’ISIS e unirsi agli islamisti di Tripoli nel governo – sempre pagato dagli Occidentali – di al Serraj, rivale di Haftar; ma ora che a Tripoli le milizie sono diventate una lobby, i misuratini della guerra al rais sono pronti a tradire al Serraj, marciando con Haftar verso la capitale, acclamati da una maggioranza di libici che ormai rimpiange, e parecchio, il regime di Gheddafi.

È lunga, da raccontare, anche senza tener conto delle alleanze incrociate dalle varie parti con le minoranze dei tuareg e dei neri tebu, nel sud della Libia ancora più fuori controllo. Ma sopra tutto c’è la verità fissata nel tweet di una giovane tripolina: “’Credo che la rivoluzione sia stata un successo’ – cioè il titolo di un vecchio editoriale di al Jazeera – non lo dice più nessuno tra chi adesso vive in Libia”. Come la Siria che esce da sette anni di atrocità con quasi mezzo milione di morti, più della metà della popolazione fuggita e Assad saldo in sella al regime, l’ex jamahiriya, la “repubblica” popolare di Gheddafi, insegue un suo qualche futuro aggrappandosi al passato.

Macron con Haftar, uomo forte della Libia
Macron con Haftar

Haftar si rivoltò contro il rais alla fine degli anni ’80 e ha ribadito di non voler imbarcare il delfino superstite di Gheddafi, Saif al Islam. Ma il generale 75enne resta un coetaneo di Gheddafi, comanda con autoritarismo l’est della Cirenaica e buona parte del sud e vuol accentrare su di sé i poteri anche a Tripoli. Non a caso è spinto dal presidente e generale al Sisi, che ha riportato la dittatura militare in Egitto con un golpe pagato dai monarchi assoluti sauditi e dagli Emirati arabi. La restaurazione prende forma in tutto il Nord Africa (anche nella Tunisia delle elezioni democratiche chi comanda – e reprime scioperi – è il capo di Stato 91enne Essebsi del fronte laico dell’ex regime), perché dall’altra parte delle Primavere arabe c’è il caos della frammentazione e dell’estremismo islamico.

Può darsi che a portare l’ISIS tra gli islamisti siano stati servizi delle dittature. Ma c’è fame di ordine e a Misurata dicono di voler trattare persino con Saif Gheddafi. Tutto assurdamente come prima del 2011? No, molto peggio perché la Libia è la Siria del Nord Africa e potrebbe diventare presto il suo Afghanistan, un’altra Somalia. Il livello di barbarie che vivono sulla loro pelle i migranti non si era mai visto neanche sotto Gheddafi: lo scatolone di sabbia e di petrolio è depredato, da anni e sempre di più, da una miriade di milizie dedite ad attività mafioso-criminali a ogni livello della società e delle istituzioni, sotto alleanze mobili quanto il nomadismo delle tribù arabe, lo stesso Gheddafi fu d’altronde individuato e ucciso per il tradimento di una tribù “amica” e delle relative milizie.

Sirte liberata dall'ISIS
Sirte liberata dall’ISIS

I gruppi armati taglieggiano ministri e deputati, controllano impianti e società petrolifere, banche e infrastrutture, trafficano armi e migranti, sequestrano, impongono il racket e litigano tra di loro per arricchirsi, secondo la logica del nemico del mio nemico è mio amico, per ora. In Libia mancano elettricità, soldi nelle banche, sicurezza nelle strade, il sud è un rifugio per terroristi dell’ISIS e di al Qaeda e non è affatto detto che a Haftar e ai nuovi alleati riesca la conquista di Tripoli. Non a torto Obama prese atto “dell’inscalfibile rivalità tra tribù libiche”: dal 2011 sono corsi litri di sangue, anche per le potenze straniere mai paghe di aizzare i fratelli-coltelli dell’ex colonia italiana.

Pure gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e la Francia, con la Turchia e il Qatar agitatori delle Primavere arabe, visto il loro fallimento stanno virando su Haftar, nell’obiettivo ultimo di sfilare la Libia all’Italia. La Cia non può aver scaricato l’anziano generale, per 20 anni a suo libro paga negli Usa, e Haftar che è corteggiato anche dalla Russia è ormai la longa manus della Francia in Libia. Macron è diventato il suo sponsor più grande, ma dove pensa mai di avviarsi con le milizie? 

Barbara Ciolli
barbara.ciolli@tin.it