Speciale per Africa ExPress Pier Mario Puliti
18 settembre 2018
Ci sono eventi che cambiano la Storia delle nazioni e la vita di intere popolazioni. Il 18 Settembre del 2001 è stata un giorno che ha segnato il futuro dell’Eritrea e quello di centinaia di migliaia di giovani costretti a fuggire dal sanguinario regime di Isaias Afeworki. Molti sono morti nei deserti infuocati di Sudan, Egitto, Niger e Libia o tra le acque del Mar Mediterraneo, e centinaia di migliaia hanno varcato il confine con l’Etiopia, nemico da sempre, ed ancora oggi, affollano i campi profughi del Tigray, assistiti dalla comunità internazionale.
Mentre il mondo era concentrato su ciò che era accaduto alle Torri Gemelle di New York appena una settimana prima, ad Asmara venivano arrestati tutti i membri del Governo eritreo, coloro che, con fermezza, per settimane, sui media locali, avevano chiesto l’applicazione della Costituzione scritta nel 1996 ma mai applicata dal dittatore.
Nessun capo d’accusa, nessun processo, nessuna possibilità per le famiglie di poterli incontrare. Isaias ha così assunto il potere assoluto del Paese circondato dagli scagnozzi di regime, mezze figure che gli garantivano fedeltà assoluta.
Sono seguiti anni bui per l’Eritrea, tempi in cui il Paese, isolato e penalizzato dalle sanzioni ONU, ha iniziato un inesorabile declino economico-sociale mentre l’Etiopia, sotto la guida del Primo Ministro Meles Zenawy conosceva una crescita economica senza precedenti per un paese africano. Anche l’Etiopia, tuttavia, ha dovuto affrontare crescenti tensioni, provocate dalle secolari rivalità tra i diversi gruppi etnici che si opponevano allo strapotere del gruppo dirigente tigrino mentre i sempre più stretti rapporti commerciali con la Cina portavano, in pochi anni, allo sviluppo di un sistema di infrastrutture di vitale importanza per una nazione con una superficie di oltre un milione di chilometri quadrati. La metropolitana di Addis Abeba, il sistema autostradale, la nuova ferrovia per Gibuti hanno permesso un crescente numero di insediamenti industriali non solo nelle vicinanze della capitale ma anche in zone ritenute, fino a pochi anni prima, marginali e sottosviluppate.
Le contestate dighe sul Nilo e sul fiume Omo hanno rappresentato altri simboli di un’inattesa modernizzazione del Paese. Nuovi insediamenti civili intorno ad Addis Abeba hanno creato la possibilità di una nuova vita per decine di migliaia di famiglie, ma spesso il governo ha dovuto affrontare nuovi focolai di rivolta, soprattutto nelle regioni Oromo ed Hamara che contestavano alla classe dirigente il monopolio delle immense risorse del Paese.
Con la morte di Meles Zenawy non si è assistito a cambiamenti sostanziali della realtà politico-sociale del Paese e la pacificazione del Paese è rimasta solo un lontano miraggio, ancor più remoto dopo la dichiarazione dello stato di emergenza a seguito dei violenti scontri del 2016 nelle città hamara di Gondar e Bar Dar e di quelle oromo di Nazaret e Sciasciamene.
All’improvviso, senza che nessuno lo avesse potuto neppure immaginare, per porre fine alle crescenti tensioni etniche, nel marzo del 2018, il parlamento etiopico nominava un nuovo primo ministro di etnia oromo e di religione mussulmana: il 42enne Abiy Ahmed Alì, giovane rampante che non tardava a mostrare le proprie capacità di uomo nuovo della politica etiopica.
In poco tempo il primo ministro ha rinnovato la classe dirigente del Paese evitando però qualsiasi ricorso a forme di giustizialismo sommario, tipiche dei cambiamenti di regime africani. E, dal momento in cui Hailemariam Desalegn, ex Primo Ministro, gli consegnava la bandiera dello Stato come segno del cambio del potere, il nuovo leader prendeva una serie di iniziative volte a stravolgere i vecchi equilibri.
La più significativa di queste è stata sicuramente la richiesta di pacificazione con l’Eritrea che si è concretizzata in Arabia Saudita, con la firma di un trattato di pace tra i due Paesi. Tuttavia l’Etiopia, come quasi tutti i paesi africani di grandi dimensioni, è una nazione piena di contraddizioni e di difficile gestione. Gli uomini forti del vecchio Governo e gli uomini d’affari tigrini si sono raccolti a Maccalè in attesa dei futuri eventi.
Intanto, nuovi scontri sono in corso in tutto il Paese: proprio due giorni fa alla periferia di Addis Abeba ci sono state rivolte di enorme violenza che hanno costretto alla fuga migliaia di persone; scontri sanguinosi sono in corso tra gli oromo e i sidamo nei pressi della città di Awasa; mentre, da mesi, si combatte lungo tutto il confine fra gli oromo e la regione Somala d’Etiopia, scontri che hanno provocato centinaia di morti e migliaia di rifugiati. Lo Stato di Gibuti, da sempre fedele alleato e partner commerciale dell’Etiopia, sembra non vedere di buon occhio il processo di pace con l’Eritrea e alla promessa della cessione della città di Badme, simbolo della sanguinosa guerra etiopico-eritrea al regime di Isaias Afeworki, si oppongono fermamente i tigrini.
Il fatto che Isaias abbia accolto senza indugi la proposta di pace con l’Etiopia non deve stupire più di tanto perché la dittatura eritrea ha da sempre parlato di scontro con il Tigray (TPLF regime) e la proposta di pace del nuovo primo ministro è proprio in funzione anti tigrina. Insomma, una lunga, tortuosa strada in salita attende il nuovo Abiy e soltanto nei prossimi mesi potremo sapere quali saranno le reali conseguenze di questo storico cambiamento.
Noi, intanto, in questo giorno particolare, vogliamo ricordare gli eroici oppositori al regime eritreo, quegli uomini di governo che hanno pagato con la loro vita e con la sofferenza dei loro cari la speranza di un Eritrea libera e democratica.
Africa ExPress Special Report Noel Joseph
London, September 18th 2018
Tuesday 18 September 2018 marks the 17th anniversary since my uncle, Petros Solomon, was taken away along with his colleagues by the Eritrean security apparatus and made to disappear. No one has ever been officially told their whereabouts, their situation, health or any other news for that matter. Sadly, we have heard that some of them passed away through guards or other officials who left the regime. What makes it painful is that these people spent most of their adult life fighting to bring about the existence of the very country that made them disappear. Soon after their disappearance, the journalists of the independent media followed, then hundreds of other officials who were thought to be sympathetic to their ideals also disappeared. Then others….. in fact we don’t really know how many people have disappeared or are in detention. Estimates indicate it is in the tens of thousands. Those of you reading about it for the first time might wonder why did that happen?
In a nutshell, it comes down to assertion of absolute power by the head of state. It was because they asked for accountability, the rule of law and constitutional governance. The head of state wanted to rule as he pleased and they wanted accountability. This was especially important as Eritrea lost tens of thousands of its young in the 1998 – 2000 so called “border war” with Ethiopia. There were numerous questions that needed answering and they wanted answers as did the Eritrean people. They deserved to know why and how their children died in the senseless war.
A big demonstration against the Eritrean Government was organized in Geneva Aug 31st
In their closed meetings, they agreed to accept the peace proposal presented by the US and Rwanda but the President unilaterally rejected it in the media. This culminated in the needless continuation of the war and loss of countless lives. Their call was simple, they asked the President to convene the long overdue meetings of the Central Committee of the ruling party and the National Assembly. Anticipating increasing criticism of the conduct of the war, the President used the tragedy of 9/11 to make his move against all of them. Then it convened a meeting of the National Assembly in February 2002 to accuse them of numerous falsehoods (in their absence) and that was that. The National Assembly never met after that time. The government has never officially stated their whereabouts.
Petros Solomon
All the countries that were supportive of the Eritrean people were outraged by what had happened and the EU delegation led by the then Italian Ambassador, withdrew from the country in protest. The situation kept deteriorating in the following years. All the young that did not go to college were kept in the army indefinitely under the pretext of the situation which was described as no-war-no-peace.
The hopelessness that was imposed then made Eritrea the highest refugee producing country per capita and keeps haemorrhaging its youth in the thousands every month. We have all witnessed and are still witnessing on our TV screens the terrible tragedies in the Mediterranean where countless lives are being lost almost daily. Sadly, many Eritreans are among them.
And the Economy of the country is non-existent. Many of those working at different levels of responsibility in the government have also left. For a new country that came to being through huge sacrifices under 30 years ago, this is a tragedy of biblical proportions.
Now peace with Ethiopia seems to have arrived suddenly. This is indeed a welcome news as people of the two countries have not benefitted from the no-war-no-peace impasse that became the norm for the last 20 years. The new leadership in Ethiopia opened a new political chapter for the country and the region. Thousands of political prisoners were released, charges against opposition leaders were dropped and all were invited to return back to their country. There is clearly a peace dividend in Ethiopia. Sadly, no such thing in Eritrea.
Speciale per Africa ExPress Dania Avallone
18 settembre 2018
Ho incontrato per la prima volta Petros Solomon nell’agosto del 1991 a Massawa a casa di Saleh Meky, Ministro delle Risorse Marine. Ero appena arrivata in Eritrea e lavoravo nella sezione ambiente e ricerca del ministero. Quel giorno con lui c’era anche Sabat Efrem che allora era il sindaco di Asmara.
Fui colpita dalla sua incredibile semplicità. Eppure era una delle persone più importanti nel governo provvisorio eritreo. Era stato il capo dell’intelligence e al momento era Ministro della Difesa.
Lo rividi dopo diversi anni ad Asmara all’uscita della scuola dove andava a prendere i suoi bambini. Nel frattempo era stato Ministro dell’Interno e poi degli Esteri, ma era lì come un affettuoso padre di famiglia, sorridente e cordiale con tutti. Nel 1997 fu nominato Ministro della Pesca. Tutti a Massawa si chiedevano come mai ad un personaggio politico dal profilo così importante fosse stato assegnato un piccolo ministero tecnico. La sera nei bar della città portuale qualcuno rideva e diceva: “Assurdo! Hanno messo Petros Solomon a badare ai pesci. E la prossima volta? Cosa gli faranno fare, Il ministro dei dromedari? Bene! L’Eritrea si riempirà di dromedari.
Dania Avallone e i ragazzi eritrei dell’Istituto oceanografico di Massawa durante un’escursione in mare
Questo succedeva perché tutti conoscevano Petros Solomon e lo stimavano. Tutti sapevano che era un uomo di grande intelligenza, capacità e senso pratico e che la sua personalità eclettica avrebbe portato beneficio al Paese qualsiasi fosse stato il suo ruolo.
Purtroppo era già evidente che la scelta del governo era mirata, una sorta di punizione, che le cose in Eritrea stavano cambiando rapidamente e che Petros e altri membri del governo erano diventati critici verso le scelte politiche di Isaias Afeworki e dei suoi sostenitori.
Petros, pur non essendo un esperto come il precedente ministro che era oceanografo, riuscì in poco tempo a realizzare grandi progetti mirati soprattutto a migliorare le condizioni di vita dei pescatori attraverso lo sviluppo dell’acquacoltura. Petros era lungimirante, amava l’innovazione, odiava la burocrazia, guardava al futuro. Non si stancava mai di lavorare e il suo entusiasmo travolgeva tutti.
Dania Avallone e i ragazzi dell’istituto oceanografico di Massawa. Accucciato con il cappellino, Petros Solomon
Ricordo che non gridava mai. Non ne aveva bisogno perché aveva un’autorevolezza sana e sincera cui tutti rispondevano con rispetto. Riusciva a creare armonia tra le persone e il ministero era diventato una seconda famiglia per quasi tutti i dipendenti.
Voleva portare acqua e vitamine alle isole dell’ arcipelago delle Dahlak e sconfiggere il glaucoma dei suoi anziani abitanti migliorando le loro condizioni di vita. I militari della Naval Base lo chiamavano “papà”, lo consideravano un padre e lui sapeva parlare con loro come solo un padre può fare. Tutti sanno che ha quattro figli, ma ne ha molti di più. Sono i figli dei compagni persi in guerra che lui ha sempre seguito e aiutato come fossero suoi.
L’ultima volta che l’ho visto era molto magro e sofferente. Tornava dal fronte di quella guerra stupida e inutile che nel 1998/2000) ha visto decine di migliaia di morti. Petros non voleva quella guerra. Ha combattuto per il suo popolo fin da ragazzo, ma era un uomo di pace. E’ stato tradito dai suoi compagni di lotta, dai suoi amici, da un intero popolo che non ha saputo ribellarsi, che ha creduto alle menzogne di un tiranno o che ha vigliaccamente girato la faccia dall’altra parte.
E’ facile accusare un politico di alto tradimento soprattutto quando non esistono leggi e avvocati. Chi è rimasto al suo fianco e lo ha sostenuto è stato imprigionato come lui senza prove e senza processo. Sua moglie Aster è in carcere da 15 anni per la sola colpa di aver voluto riabbracciare i suoi figli.
I suoi collaboratori che vedevano in lui la speranza di un futuro migliore sono come lui spariti nel nulla. Sopravvivere per tanti anni all’ isolamento in condizioni di estremo disagio, sottoposti a umiliazioni, maltrattamenti e torture… E’ possibile?
Ho smesso di pensare a quante sono in Eritrea le persone imprigionate ingiustamente. Ho smesso di chiedermi se i prigionieri sono vivi o morti. Quanti altri come Petros hanno sognato la pace tra le mura delle loro celle. Oggi in Eritrea si parla di pace, ma mi chiedo se può esistere pace senza giustizia.
Spero di poterli riabbracciare tutti e ringraziarli di quanto mi hanno insegnato.
Speciale per Africa ExPress Noel Joseph
Londra, 18 settembre 2018
Penso che sia importante considerare il contesto generale prima di tracciare un profilo di mio zio Petros come persona. Io ero ancora bambino quando lui si è unito al movimento per l’indipendenza, ma in seguito ho avuto modo di conoscere la sua storia e quella degli altri miei parenti che hanno combattuto per la liberazione dell’Eritrea.
Per la prima volta ho incontrato Petros a Londra alla fine degli anni Ottanta, quando è venuto per svolgere il suo lavoro. Petros era molto rispettato da tutti coloro che lavoravano negli uffici dell’EPLF e da chi incontrava. Quando parlava con i suoi colleghi mostrava sempre riguardo per loro. Tra noi c’è stata grande empatia fin dal primo incontro. Ha una personalità meravigliosa, molta comunicativa, è divertente e affascinante, possiede una memoria incredibile ed ha il dono di saper raccontare. Sono rimasto sorpreso dal fatto che ricorda anche il più piccolo dettaglio di ciò che è accaduto molti anni prima.
Una delle ultime fotografie di Petros Solomon. E’ stata scattata a Massawa nel 1992 quando era stato nominato ministro della Pesca e Risorse marittime
Ha così tanto da raccontare che con lui il tempo vola. A quel tempo era il capo dell’Intelligence militare e quindi non era facile incontrarlo, ma lui riusciva sempre a ritagliarsi degli spazi di tempo e a non deludere nessuno. Una delle caratteristiche della sua personalità era la sete di conoscenza, la curiosità per tutto ciò che è nuovo, l’entusiasmo verso la vita e il futuro. Ricordo che era molto legato a sua sorella maggiore Elsa, parlavano e ridevano per ore.
Quando l’ho rivisto dopo l’ indipendenza la sua personalità non era cambiata. Ha ricoperto importanti incarichi ministeriali, ma è rimasto il Petros di sempre. Trattava trattava tutti con rispetto , aveva il senso dell’umorismo e le storie che raccontava erano sempre più affascinanti. Era molto legato alla famiglia. Amava sua madre e cercava di vederla ogni giorno. Adorava sua moglie e i suoi figli, gli piaceva parlare di loro e stare insieme a loro.
Professionalmente ha suscitato grande rispetto. Si impegnava a fondo in qualsiasi ruolo gli venisse assegnato. Ricordo che quando andai a trovarlo a Massawa e andammo a vedere la “Sea Water Farm”fui sorpreso di come avesse acquisito la conoscenza scientifica legata all’acquacoltura e all’ecosistema con le sue mangrovie, uccelli, pesci e gamberi. Era un lavoratore instancabile, appassionato ed entusiasta.
Come ho già detto, era difficile trovare qualcuno che parlasse male di lui.
L’ho incontrato per l’ultima volta nel giugno 2001 in piena crisi politica. Petros e i suoi colleghi non gradivano la strategia politica in atto, ma erano fermamente convinti che le cose potessero cambiare attraverso il dialogo e non con la forza. Purtroppo la loro visione non è stata condivisa da Isaias e dal suo gruppo.
Ogni volta che ci penso, sto male e mi chiedo come sia possibile che veterani della lotta armata come Petros e gli altri possano essere scomparsi senza che ci sia stato alcun tumulto. Sono state inventate molte bugie sul loro conto e nessuno le ha smentite.
Petros Solomon con la moglie Aster Yohannnes
Qualcuno che è riuscito a fuggire dalla prigionia ha parlato di torture, detenzione in condizioni orribili, isolamento… E poi pensi a chi vive in attesa della loro scarcerazione, mia nonna, mia zia e innumerevoli altri. E poi c’è sua moglie Aster, in carcere dal 2003, la difficile situazione dei loro figli in fuga dal Paese e in cerca di un rifugio a migliaia di chilometri di distanza!
Pensi a tutto questo e poi diventa tutto troppo, troppo doloroso da elaborare.
Spero e prego che la ventata di pace che si sta sviluppando avrà anche dei risvolti positivi in Eritrea e che vedremo presto la liberazione dei prigionieri e l’istituzione dello stato di diritto.
Special for Africa Express Saba Makeda Somewhere inside Eritrea, 18th September 2018
The Ethiopia/Eritrea peace process that started on 05 June 2018 when the: “Ethiopian Governing Coalition announced that it will fully accept and implement the peace deal[1]that ended its border war with Eritrea.”[2]– coincides with a shift of international power dynamics in the Middle East as well as the Red Sea regions. This is a process whereby China, Russia, Turkey, USA, Saudi Arabia and the Emirates are all prepositioning themselves to influence key countries and to control strategic resources and trade routes.
Isaias Afewerki, presidente dell’Eritrea
The interplay of international power dynamics is demonstrated by the proliferation of military bases and the imposition in East Africa of a “Pax Romana” that has mediated and facilitated the peace process between Ethiopia and Eritrea as well as reconciliation between Eritrea and Somalia; Somaliland; and Djibouti.[3]This normalisation of diplomatic relationship may result in the lifting of UN Sanctions (i.e. arms embargo) that had been imposed on Eritrea in 2009.The lifting of the UN sanctions on Eritrea will facilitate the Saudi/ Emirate military presence in Assab and surrounding areas. Assab is a key location from which the Saudi alliance is pursuing its war on Yemen.
The power interplay is also highlighted by the heightened activity to develop port facilities and extractive industries. Danakali Pty Ltd, an Australian company extracting potash from the Colluli mine in Eritrea has recently signed a lucrative distribution agreement with EuroChem [4]a Russian multinational.[5]An arrangement that is further enhanced by a recent agreement between the Eritrean and the Russian Governments for the development of logistic support infrastructure along the coast[6].Though the location of such development has not been disclosed it is likely that the infrastructure that will be developed will be the port of Tio ( Tiyo) [7]as such infrastructure will support the development and export of the potash from the Colluli mine in Eritrea as well as similar mines within Ethiopia.
In addition, in September 2018 the Zijin Mining Group Co, purchased Nevsun Resources Ltd[8]in this way acquiring the Eritrean mining asset, Bisha Mining Corporation[9].Nevsun, and by extension Bisha Mining Corporation, and other mining operations in Eritrea have been dogged by allegations of Human Right Abuses. [10]. In the case of Nevsun, in 2014 three Eritreans filed a law suit against the company with the Supreme Court of British Columbia, Canada, alleging that the company relied on the use of forced labour for its mining operations.(A/HRC/29/CRP.1, 2015; pg58). In addition, Chinas Sichuan Road and Bridge Mining Investment Company announced that it will start copper, zinc, gold and silver production in 2019.[11]
Delegazione della Sichuan Road and Bridge Mining Investment Company con Hagos Gebrehiwet, direttore di ENAMCO
Finally, there is also a strategic political convergence between President Isaias Afewerki and Premier Abiy specifically focused, for different reasons, on weakening the influence of the Tigray People’s Liberation Front (TPLF).
For President Isaias, it is a continuation of his policy of asserting his political dominance and deflecting responsibility for the Eritrea/ Ethiopia border conflict totally onto the Tigray People’s Liberation Front (TPLF). [12] This process is facilitated by the fact that Abiy is Oromo and not directly linked to the TPLF [13]therefore President Isaias is able to assert that Tigray People’s Liberation Front (TPLF) has been defeated and is now a marginal player in Ethiopian politics– “Game over TPLF”.
For Prime Minister Abiy, it is a strategy of rebalancing the political dominance of the TPLF within the Ethiopian People’s Revolutionary Democratic Coalition (EPRDF) [14]and hence within Ethiopia. In pursuit of his strategy, Prime Minister Abiy as part of his reforms, has implemented a partial liberalisation of state owned firms such as Ethiopian Airlines, and is also reorganising the Government. As part of the Government restructure, key senior TPLF members are being replaced. The Chief of the Armed Forces Samor Yunis has been replaced by Seare Mekonnen; the head of National Intelligence and Security Service Getachew Assefa has been replaced by the Air Force Head Adem Mohammed.[15]
The Prime Minister has also started a process of internal reconciliation that has resulted in the release of thousands of political prisoners. [16]. He has also reconciled with and welcomed back the Ethiopian opposition groups based in Eritrea. A process that was facilitated by the Eritrean Government.[17]
Isaias Afewerki, presidente dell’Eritrea, a destra con il presidente somalo Mohamed Abdullahi Mohamed Farmaajo, a sinistra
As for Eritrea, while there is an improvement in the diplomatic relationships with Somalia, Somaliland and Djibouti, so far there is no indication that the Eritrean Government is engaging in any internal reforms to reflect the changed circumstances.
In Eritrea there are no indications that any of the Eritrean political or religious prisoners will be pardoned and freed. There is also no sign that the Eritrean Government will rescind its ban of the Eritrean Opposition. Eritrea remains a one party unconstitutional state.
As has been highlighted by former Minister of Finance, Berhane Abrehe, President Isaias has not recalled the National Assembly (i.e. Parliament) to deliberate and manage the peace process. The National Assembly is the legitimate Eritrean institution to manage such process. It is a body that has not met since 2002. Therefore, the recall of the National Assembly is urgent and the former Minister of Finance has: [18]
“…called on Mr Afewerki to convene urgently the National Assembly[ parliament] ‘for there are many important issues that we need to address’’ without delay…….Even if several members of the legislature have died, and many others are behind bars or forced to flee the country, he told the President. It is incumbent on you to do the only sensible thing and call the remaining member to meet immediately.”
“He further called on Isaias to stop, until proper National Assembly authorisation is obtained, the ongoing non transparent and haphazard diplomatic contacts, sanctioned by no authority but Isaiashimself, and about which the Eritrean public has been kept in the dark, as well as signing hasty agreements that could potentially compromise Eritrea’s national strategic interests.”
Given the strategic priorities of President Isaias and Prime Minister Abiy and the institutional weakness of Eritrea, the peace process is primarily based on the relationship between the two leaders and their common strategy to contain the TPLF. In the long term this is not a sustainable arrangement as Tigray is Eritrea’s immediate neighbour and the TPLF is a member of the EPRDF.
Based on this relationship, President Isaias and Prime Minister Abiy on 09 July, 2018 signed a Joint Declaration of Peace and Friendship[19]. Following the joint statement of intent, diplomatic relations have been established between Ethiopia and Eritrea, telecommunication links have been opened, air transportation restarted and Ethiopian ships have started to operate from Eritrean ports (i.e. Massawa), and, as stated earlier in this article, Eritrea has normalised diplomatic relations with Somalia/ Somaliland and Djibouti.
As for the border, by September 11, 2018, both the Zalambessa and Burre border post were re-opened providing Ethiopia with commercial access to the ports of Massawa and Assab. So far, however, officially there is no free movement of people across the border. To date, the Bademe border post has not been re-opened nor is there a process of engagement of border communities, beyond being spectators and extras in Government managed productions, in the demarcation of the border, as well as peace and reconciliation efforts. [20]
To redress the inclusion gap, the border communities have started their own People to People Peace process. Community leaders are crossing the border to reach out to their neighbours, to engage in dialogue and to organise peace and reconciliation.
This is a process that is not welcomed by the Eritrean Government, who likes to exercise tight control on all things. Reports from Eritrea are that the Eritrean Government is not keen to involve the border communities in the demarcations because they consider that such communities have been infiltrated by their neighbours (i.e. Tigray). A difficult stance to maintain given the common ethnicities along the border. To maintain control, the Eritrean Government prefers to limit border movement to commercial transport. Accordingly, on 1 September 2018, the movement from Senafe to Zalembessa of at least 200 Eritreans who were planning to join a community gathering, was prevented by the Eritrean authorities.[21]
This personality focused peace process is not new. We have been here before. It is history repeating. In the case of Eritrea, without the participation of the people living on the border areas, without the National Assembly, and without free media, at best this peace process has taken us back to the status ante 1991/1998.
Immediately post liberation (1991) and post the independence referendum (1993), we were so full of joy and hope for peace that we allowed the Eritrean People Liberation Front (EPFL), now in Government as the Peoples Front Democracy and Justice (PFD), to ban the Eritrean Opposition and to take actions that were contrary to our democratic aspirations. We were silent and our silence has become a cancer.
At the time, peace between Eritrea and Ethiopia depended exclusively on the relationship between President Isaias and Prime Minister Melles. A fragile arrangement , with no checks and balances, based on personalities that failed resulting in the Eritrea Ethiopia border war and 18 year of ‘no war, no peace’ and associated regional instability as each party attempted to attack the other through intermediaries.
The Eritrean Liberation Front (ELF) and its factions were banned from “Free Eritrea”. Therefore, many Eritreans were exile
The National Assembly has not met since at least 2002 and many of its members have been detained or disappeared for over a decade, and are now possibly dead;
Our youth has been ganged pressed into indefinite forced labour not for the benefit of the Nation but for the benefit of a few entitled citizens in Eritrea. This has been achieved through a complex web of policies that have integrated Education, National Service and the Warsay Yikaalo National Development Programme;
Eritreans have been deliberately impoverished not by UN sanctions as the Government would like us to believe, but by the policies implemented by the Government to control us and remain in power. [23]
We were wrong to be silent.
Our silence did not ensure peace, nor did it affirm our liberty. Our silence transformed us into prisoners and slaves in our own country and exiles, and has ensured that we have no say as to our future. Our silence is a cancer.
Because of our silence, the Eritrean Government is able to dismiss the victims of its torture and abuse as liars, criminals and traitors. Because of our silence the Eritrean Government who is responsible for the abuse, torture, arbitrary arrests, extrajudicial killings, and disappearances of Eritreans is not held to account for such crimes.
An Ethiopia /Eritrea peace process where Eritrea remains a one party state under a dictator is not an acceptable compromise. It is unjust peace. At this time, it is essential that the Eritrean people, wherever we are, speak up. It is important that we support the efforts of the Former Minister of Finance, Berhane Abrehe; Eritrean Human Rights Activists. It is important that we speak up in support of the Eritrean Political Opposition, not only because we believe in what they offer, but because all the Eritrean voices must be heard.
We must speak out for:
The People to People initiative currently taking place along the border
– an inclusive process for the demarcation of the border. Such demarcation not only to be based on the EEBC decision, but also on the real life needs of the people who live on the border. Ensuring, in this way, that as two neighbourly African Nations we repair at least some of the damage of colonial borders.
Ø
The Release of all political and religious prisoners.
The Repatriation and reconciliation of all Eritrean political opposition
The recall of the National Assembly
Ø A National Congress of Reconciliation to discuss what kind of state Eritrea should be
Ø The setting up of a multi-party commission for the review of the Constitution
Ø Stopping the practice of Grade 12 at Sawa The freezing and review of National Service
[5]EuroChem is 90% owned by Andrey Melnichenko, who ranks 139th in the Forbes world billionaires list 11th wealthiest in Russia) with his personal wealth of US$ 10.3bn as of July 2016.[6]With the remaining 10% owned by EuroChem Group AG CEO, Dmitri Strezhnev. Melnichenko also has a large stake in Russian coal producer SUEK.[7]–
[12]Eritrea triggered the 1998 border dispute with Ethiopia and violated international law during the ensuing two-year war, the Eritrea Ethiopia Claims Commission (EECC) in The Hague has ruled.
Eritrea triggered the 1998 border dispute with Ethiopia and violated international law during the ensuing two-year war, the Eritrea Ethiopia Claims Commission (EECC) ruled in The Hague on 19 December. Given that no armed attack against Eritrea took place, its May 1998 attack against Ethiopia constituted an unlawful use of force which could not be justified as self-defence under the United Nations Charter. Even though Eritrea has been blamed for starting the conflict both countries are likely to receive compensation for breaches of international law during the fighting, which claimed the lives of at least 70,000. “The Commission holds that Eritrea violated the Charter of the UN by resorting to armed force to attack and occupy Badme, then under peaceful Ethiopian administration … and is liable to compensate Ethiopia for damages caused by that violation of international law,” the Commission said in its ruling published on 22 December. http://www.haguejusticeportal.net/index.php?id=2220
[13]Though he is a member of the ruling coalition EPRDF
[14]The EPRDF is a coalition made up of four region based parties: Oromo Peoples ‘Democratic Organisation (OPDO); Amhara National Democratic Movement (ANDM); Southern Ethiopia Peoples’ Democratic Movement (SEPDM); Tigray Peoples’ Liberation Front (TPLF)
[19]Eritrea Ministry of Information; 09 July, 2018; Joint Declaration of Peace and Friendship between Eritrea and Ethiopia; http://www.shabait.com/news/local-news/26639-joint-declaration-of-%20peace-and-friendship-between-eritrea-and-ethiopia; (1) The state of war between Ethiopia and Eritrea has come to an end. A new era of peace and friendship has been opened; (2) The two governments will endeavour to forge intimate political, economic, social, cultural and security cooperation that serves and advances the vital interest of their peoples; (3) Transport trade and communication links between the two countries will resume; diplomatic ties and activities will restart; (4) The decision on the boundary between the two countries will be implemented; (5) Both countries will jointly endeavour to ensure regional peace and development and cooperation.
[22](A Submission on the Intiaila Report of the Government of Eritrea (1999-2016) to the African Commission for Human and Peoples Rights (ACHPR); 25 April -09 May, 208; HRCE, 2018)
[23](Human Trafficking and Trauma in the Digital Era : The Ongoing Tragegy of the Trade in Refugees from Eritrea; Van Reisen, Munyaradzi Mawere; 2017)
Speciale Eritrea
Editoriale Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 18 settembre 2018
Diciassette anni fa, 18 settembre 2001. Saranno più o meno passate le 10 del mattino. Squilla il telefono. È un amico da Asmara. In Eritrea non esisteva ancora il network dei cellulari. Con voce concitata mi informa: “Li hanno presi, li hanno presi. Li hanno arrestati tutti”. “Chi, chi? – domando al mio interlocutore che riconosco dalla voce. Ma ho già capito di cosa sta parlando – Petros, Duro, Sharifo e gli altri. Qui è un casino furibondo. ciao”. E butta giù la cornetta.
Petros Solomon, ministro della pesca, l’eroe della guerra di liberazione contro l’Etiopia che 10 anni prima era entrato, da capo dei servizi di informazione del Fronte Popolare di Liberazione dell’Eritrea, trionfalmente ad Asmara, temeva da tempo di essere arrestato. La sua colpa? Aver firmato, assieme agli altri 15 leader, un appello per la democratizzazione dell’ex colonia italiana.
Prevedeva quello che stava per accadere. Infatti nell’ultimo mio viaggio in Eritrea, qualche mese prima, Petros aveva preferito non incontrarmi. “Ho paura che arrestino anche te”, mi aveva confidato. Ci parlavamo per interposta persona. Un amico comune faceva la spola tra l’albergo dove alloggiavo e la sua casa. Le sue risposte alle mie domande erano precise, ma il nostro messaggero aggiungeva sempre: “Teme di essere imprigionato da un momento all’altro”. Io sarei stato arrestato ad Asmara due anni dopo, nel 2003.
Da quel 18 settembre il regime ha gettato la maschera e ha dimostrato al mondo quello che è: una sanguinaria dittatura che non rispetta né regole, né promesse e viola in continuazione i diritti umani. Il pugno di ferro per schiacciare ogni voce dissidente ogni anelito di democrazia è diventato ossessivo. Una piccola élite, con a capo il presidente Isaias Afeworki, si serve di scherani e di agenti in ogni dove. Anche chi sta leggendo queste righe, al soldo del tiranno, sono certo che più tardi scriverà qualche insulto personale a me e al nostro quotidiano, Africa ExPress. Ormai è prassi acquisita.
All’interno del Paese, militarizzato all’impossibile, l’oppressione si respira ossessiva. Gli occhi attenti e inquisitori del regime raggiungono la gente in ogni dove. Perfino all’interno delle famiglie: moglie e marito non parlano tra loro di argomenti pericolosi. Temono che il partner possa essere stato comprato dal regime e abbia accettato di fare la spia. “Anche in casa dobbiamo sussurrare per paura di essere ascoltati da qualche microfono piazzato dalla polizia politica”, ha confessato una signora eritrea incontrata a Nairobi.
Durante gli anni della lunga guerra di secessione, il FPLE era riuscito a creare la nazione eritrea, un sentimento nazionalista ben radicato nel profondo del cuore e nell’animo della popolazione. L’orgoglio eritreo – concepito durante il colonialismo italiano e consolidato e rinforzato in quasi quarant’anni di guerra civile – ora si è quasi dissolto, grazie alla repressione del regime. Perfino tra la gente della diaspora non è difficile trovare chi sussurra: “Si stava meglio quando a comandare c’era il dittatore etiopico Mungistu Hailè Mariam”.
Un rimpianto difficile da comprendere per chi non conosce le condizioni attuali. Quando l’Eritrea era parte dell’Etiopia, la repressione era esercitata da un nemico dichiarato. Ora invece la polizia politica – e la sua oppressione – obbedisce agli ordini di chi si era presentato come un amico.
La volontà dispotica, prepotente e nazionalista del regime, era apparsa chiara fin dall’inizio. Quando il Fronte caccia gli etiopi, il 24 maggio 1991, le frontiere vengono sigillate, i telefoni bloccati, gli aeroporti chiusi. Pietro Veronese, a metà giugno, pubblica un azzeccato articolo su Repubbica. Scrive tra l’altro: “Nessuno sa che cosa sta succedendo ad Asmara. Perché da tre settimane esatte, da quel venerdì 24 maggio in cui le avanguardie del Fronte popolare di liberazione entrarono in città, il capoluogo dell’ Eritrea è rimasto chiuso al resto del mondo. Perché l’aeroporto non è stato ancora riaperto. Perché nessun giornalista è stato ammesso nella regione, e quei pochi (un paio) che erano riusciti ad arrivare da Addis Abeba sono stati rispediti indietro. Perché sono stati rifiutati per il momento almeno gli aiuti umanitari italiani e francesi già in zona e pronti ad essere recapitati. Cresce, tra gli amici dell’ Eritrea e del Fronte, una sensazione di disagio. Quasi di diffidenza: che sta accadendo? C’ è forse qualcosa da nascondere? Qualcosa che sta andando storto nella liberazione?”
Diventa tutto chiaro nel novembre 1991, quando riesco ad arrivare ad Asmara. Durante un’intervista alla mia domanda perché non fossero state riprese le comunicazioni telefoniche, che avrebbero dato alla ricca e scalpitante diaspora eritrea di mettersi a disposizione del Paese e aiutarlo nelle ricostruzione, il presidente Isaias Afeworki mi dà una risposta sconcertante: ”Non riapriremo telefoni e telescriventi finché non avremo un nostro prefisso internazionale”.
Rincara la dose il sindaco di Asmara, ex rappresentante del Fronte in Italia ed ex pilota militare etiopico, scappato per unirsi ai ribelli, Andemichael Khasai, che intervisto all’hotel Ambassoira. Alla domanda, “Perché vi siete chiusi dentro?” risponde sibillinamente: “Volevamo gustarci la torta della vittoria da soli”. Qualche anno dopo Andemichael manifesta qualche vago piccolo dissenso sulla politica del governo, cade dalle scale e muore. Strana fatalità.
Quei due incontri mi fecero rendere conto della deriva che stava prendendo il Paese. L’orgoglio nazionalista aveva vinto sulla necessità di aiutare una popolazione schiacciata dalla fame e prostrata da quarant’anni di guerra. Tempi bui si affacciavano sul futuro dell’ex colonia italiana.
Il 18 settembre 2001 con l’arresto di 15 dirigenti del Fronte di liberazione, cominciava la dura repressione in Eritrea. Anche oggi che si è raggiunta una pace precaria con l’arcinemico Etiopia, l’ex colonia italiana continua a essere governata con il pugno di ferro da una dittatura guidata da Isaias Afeworki, al potere dal 1991.
Il dittatore, che era stato acclamato come combattente per la libertà, appena salito al potere si è trasformato in feroce dittatore, ingannando quanti, anche all’estero, avevano creduto in lui. Soprattutto i suoi amici, finiti in carcere quel 18 settembre 2001 e da allora scomparsi senza lasciare traccia.
Ecco i nomi dei 15 leader del Peaople’s for Democracy and Justice (il nuovo nome del Fronte Popolare di Liberazione dell’Eritrea) arrestati quel giorno e d’allora scomparsi:
Petros Solomon (ministro della Pesca e prima degli Esteri e capo dell’intelligence
Mohammed Ahmed Sherifo (ministro degli Interni
Haile Woldetensae “Duro” (ministro egli Esteri)
Mesfin Hagos (ha ritirato la firma dal documento e si è salvato)
Ogbe Abraha (capo di Stato maggiore dell’esercito)
Hamid Himid (capo del dipartimento politico del ministero degli Esteri)
Alla vigilia del 18 settembre, una data che nessun eritreo non dimenticherà mai, è stato arrestato in Asmara, la capitale della ex colonia italiana, l’ex ministro dell’Economia Berhane Abrehe.
Secondo testimonianze oculari, Berhane è stato fermato da quattro agenti alle nove del mattino di ieri, mentre passeggiava per le vie della citttà.
Due settimane fa l’ex ministro aveva pubblicato un libro in due volumi, nel quale critica aspramente il governo eritreo e naturalmente ha anche indirizzato accuse mirate al ruolo del presidente Isaias Afewerki. Nella sua opera ha sollecitato un ordinamento democratico e ha chiesto in modo esplicito al dittatore di convocare l’Assemblea nazionale, sfidando infine Isaias di presentarsi ad un dibattito pubblico.
Berhane Abrehe, ex ministro dell’Economia dell’Eritrea
Gli scritti di Berhane sono stati molto apprezzati anche all’estero non appena sono stati pubblicati, perchè ha osato opporsi al regime mentre viveva ancora nel Paese. E almeno cinque ex alti funzionari, che da tempo hanno lasciato la propria patria, hanno preso le difese di Berhane, chiedendo le immediate dimissioni di Isaias.
Almaz Habtemariam, moglie dell’ex ministro si trova in galera dall’inizio dell’anno. Ovviamente anche lei, come decine di migliaia di persone in questo Paese, è stata arrestata senza conoscere i capi d’accusa, in attesa di un processo che non arriverà mai.
Ecco l’Eritrea che raccoglie consensi nel mondo intero per aver firmato accordi di pace con l’Etiopia, fino a poco fa il suo peggiore nemico, ma è semplicemente un Paese che con i fatti di ieri ha dimostrato nuovamente di non essere pronto per riconciliarsi il proprio popolo.
Dal Nostro Inviato Speciale Franco Nofori Torino, 17 settembre 2018
Valicare clandestinamente il confine francese, partendo da Ventimiglia, come ha dimostrato la giornalista di origine marocchina Karima Moual, non è impossibile, anzi il costo per questo ingresso è tutto sommato abbordabile, soprattutto se paragonato a quello richiesto per raggiungere la costa libica attraverso il deserto. Per andare dall’Italia alla Francia si può anche scegliere il mezzo di trasporto preferito: treno e camion a settanta euro, oppure auto a 150 euro. I trafficanti che gestiscono il trasporto dei migranti sono in prevalenza nord-africani e si procacciano i clienti offrendo i propri servizi nelle zone adiacenti alla stazione ferroviaria della cittadina ligure.
La giornalista di origine marocchina Karima Moual
Karima è intenzionata a fingersi migrante per indagare sullo svolgimento di questo traffico. E’ vestita in modo dimesso, con una telecamera mascherata in un bottone della giubba e a prudente distanza, è seguita da un operatore, anche lui provvisto di una telecamera nascosta. La trattativa con il trafficante tunisino è breve ed essenziale. Karima sceglie l’auto e ha così inizio la sua avventura che, come scoprirà, si svolge ininterrottamente ogni giorno con decine di collegamenti tra Ventimiglia e Nizza. Il video da lei realizzato, andato in onda sulla quarta rete di Mediaset, nel programma “W l’Italia” del 13 scorso, è riportato qui sotto e non potrebbe essere più esauriente.
In barba all’intransigenza dimostrata dalla Francia nell’accoglienza dei migranti, si contano in parecchie decine quelli che ogni giorno riescono a eludere i controlli della gendarmeria, e a introdursi clandestinamente nel Paese d’oltralpe. Alcuni di loro saranno individuati e riportati in Italia, ma i più ce la faranno, facendo perdere le proprie tracce e raggiungendo le destinazioni che si erano prefissate, ma anche chi al primo tentativo ha fallito, ci riproverà finché, prima o poi, i suoi tentativi saranno coronati dal successo. Del resto quali alternative avrebbero?
Il perentorio e inequivocabile invito della gendarmeria francese rivolto ai migranti
La Francia ha letteralmente barricato le frontiere con l’Italia respingendo rigorosamente tutti i tentativi d’ingresso in modo assolutamente indiscriminato. Stando agli accordi conclusi con il passato governo di Matteo Renzi, ha il sacrosanto diritto di farlo e quindi, sul piano formale, non le si può imputare nulla, ciò che però disturba è l’accorato appello del suo presidente Macron che richiama l’Italia a un comportamento più umano verso i migranti, mentre i suoi gendarmi compiono vere e proprie brutalità, proprio contro di loro.
Il fitto schieramento della polizia francese che impedisce l’accesso ai migranti
Qualche tempo fa, a una migrante nigeriana incinta e con un’avanzata forma di linfoma, è stato negato l’ingresso senza neppure fornirle l’assistenza medica d’emergenza che le sue condizioni richiedevano. La poveretta morirà un mese dopo presso l’ospedale Sant’Anna di Torino, dove era stata ricoverata con troppo ritardo. Nell’aprile scorso, come mostra un video, un’altra migrante incinta è stata gettata fuori dal treno da impietosi agenti della polizia francese, mentre tentava l’ingresso alla frontiera. Una guida alpina francese che aveva prestato soccorso a un’altra donna incinta che cercava di attraversare il confine, rischia ora cinque anni di carcere, per favoreggiamento all’immigrazione clandestine
Tuttavia, come dimostra il reportage della coraggiosa giornalista marocchina, l’intransigenza francese non riesce a impedire che frotte di migranti, spinti dalla disperazione, riescano comunque a superare i confini dell’antica Gallia Transalpina. Karima Mouai è una giornalista esperta nelle problematiche legate all’immigrazione. Il suo documentario “Haram” (peccato) realizzato nel 2011, le è valso il premio “Euromediterraneo” promosso dall’AssociazioneItaliana della Comunicazione Pubblica e Istituzionale.
Dal Nostro Corrispondente Sportivo Costantino Muscau Milano, 17 settembre 2018
La ridiscesa in campo a cinquantuno anni contro la Nigeria con la maglia della sua nazionale e con una rotonda pancetta da onorevole, anzi da capo dello Stato qual è, ha suscitato interrogativi non solo metaforici su uno dei calciatori più famosi dell’Africa e del Milan.
Intendiamoci: il ritorno, l’11 settembre, sul terreno di gioco con la fascia di capitano e con quelle scarpette ai piedi che aveva appeso al chiodo quindici anni fa, è stato un successone. Mister George è stato trattato da re. “Grazie King George”, hanno scritto sulle magliette i compagni di squadra. La notizia del suo rientro nel più capiente stadio liberiano, il “Samuel Kanyon Doe Sports Complex” di Monrovia, (trentacinque mila posti), ha fatto il giro del mondo. Weah ha giocato per settantotto minuti e la sua esibizione, anche se la vittoria è andata agli ospiti (1-2) è stata commentata con toni trionfalisticamente esagerati: meraviglioso, classe immarcescibile, standing ovation, pubblico in delirio ogni volta che toccava palla…La scelta della Nigeria come sparring partner, d’altra parte, non è stata casuale: Weah ha sempre dichiarato che il calcio nigeriano è un modello da seguire e cui lui si è ispirato.
Geroge Weah, il nuovo presidente della Liberia
Il match amichevole fra i “Lone stars” e i “Super eagles” nigeriani era stato organizzato dalla federazione liberiana per consentire al primo e unico Pallone d’Oro assegnato a un africano (nel 1995) di ritirare la maglietta numero 14, da sempre indossata con la nazionale liberiana e che lo reso famoso al punto di essere considerato uno dei quarantatré giocatori più bravi della storia del calcio.
Sicuramente lo è stato con i suoi duecentotrentotto gol messi a segno nei vari club e sedici con la nazionale biancorossa.
Nel Milan, poi, George Tawlon Manneh Oppong OusmanWeah (è il suo nome completo) è rimasto leggendario per quanto fece l’8 settembre di 22 anni fa. Una data fatidica per l’Italietta della seconda guerra mondiale, ma non per i milanisti. Quel giorno venne coniata l’espressione “ goal coast to coast”, intendendo con ciò una rete che ha oscurato tutte le altre cinquantasette realizzate da Weah con la maglia rossonera.
Era il minuto ottantotto della prima giornata, il Milan affrontava l’Hellas Verona ed era in vantaggio per 2-1. Weah, allora giocava col numero 9 non col 14, parti, palla al piede, dalla sua area di rigore, percorse novanta metri, superò tre avversari, entrò nell’ area veronese e con un diagonale infilzò il portiere. (Una galoppata e un gol memorabili che ovviamente si possono ammirare su You Tube).
Dopo cinque stagioni a Milano, all’età di trentaquattro anni, il bomber lasciò l’Italia per provare l’esperienza (poco fortunata) in Premier League con la maglia del Chelsea prima e Manchester City poi. Tornato in Francia nel 2001 all’Olimpique Marsiglia per poi chiudere la carriera all’Al-Jazira nel 2003. La sua sfolgorante carriera europea era iniziata a Monaco: qui Weah segnò quarantasette reti in centotre presenze tra il 1988 e il 1992. Dopo quattro stagioni passò a Parigi, dove con il Psg si impose definitivamente in Europa.
George Weah è nato in uno dei quartieri più poveri di Monrovia e non si è mai dimenticato del suo Paese. Per questo, ritiratosi dai campi di gioco, l’ex centravanti si è buttato in politica, dove, però, ha capito subito che vincere in questo campo è molto più complicato che dilagare in quello da gioco.
Si è candidato alle elezioni presidenziali del 2005 e del 2011 e ha rimediato due sonore batoste. Solo alla terza partita elettorale, nel dicembre 2017, ha vinto con oltre il sessanta per cento dei voti.
La sua presidenza però non è immune da critiche. La battuta, facile, è che il fantastico goleador sia andato presto nel pallone.
Che gli è successo da quando, il 22 gennaio scorso, ha giurato come 24° presidente della Liberia? E’ entrato in uno stato confusionale? Si è montato la testa?
Ha perso i contatti con la realtà del suo povero Pese, che si era impegnato a risollevare dopo le devastazioni delle due guerre civili e dell’Ebola?
E’ difficile giudicare a soli 9 mesi dall’incarico presidenziale, sono stati mesi tormentati..
Proprio in questi giorni (il 13 settembre) il capo dei tre partiti dell’opposizione, Alexander Cummings, ha lanciato una pesante insinuazione: Weah starebbe svendendo ai cinesi i beni naturali della Liberia in cambio di pochi miliardi di dollari.
Nell’aprile scorso Weah è stato accusato di voler imbavagliare la stampa. Il presidente-calciatore aveva, infatti, denunciato per diffamazione il quotidiano Front Page Africa, reclamando un indennizzo-record di quasi due milioni di dollari, cifra stratosferica “in una terra in cui il reddito medio mensile – ha ricordato all’epoca Giovanni Masotti – ammonta a non più di 45-50 dollari, che è centosettantasettesima (su centottantaquattro Paesi) nella classifica mondiale dello sviluppo, dove l’ottantacinque per cento della popolazione arranca mestamente sotto la soglia minima di povertà. Un’esosa intimazione che, evidentemente, vuole arrivare a costringere il giornale scomodo a chiudere i battenti”.
Sempre nei primi mesi di quest’anno il corrispondente della BBC da Monrovia sarebbe stato sottoposto a pesanti intimidazioni per aver rinfacciato al fresco capo dello Stato la mancata istituzione del Tribunale speciale per i crimini di guerra.
Neppure un mese fa Weah è stato poi criticato per aver deciso di assegnare a Claude Le Roy e ad Arsène Wenger, la più alta onorificenza del suo Paese. Questo perché Claude Leroy, settantanni anni, ex calciatore e allenatore francese (ora è selezionatore del Togo) , nel 1988 scoprì il talento di Weah mentre giocava nel Camerun. Le Roy segnalò il giovane liberiano ad Arsène Wenger, francese, sessantanove anni, ex giocatore di calcio e allenatore dell’Arsenal per ventidue anni, che lo lanciò nel firmamento calcistico internazionale quando allenava il Monaco.
Darius Dillon, un politico dell’opposizione, ha accusato Mister George di servirsi della massima onorificenza per premiare persone che avevano avuto un ruolo nella sua vita privata. “Non si possono dare certi riconoscimenti a individui che non hanno fatto niente per il Paese”, ha tuonato.
Un altro oppositore, Emmanuel Gonquoi, dell’ “Economic Freedom Fighters of Liberia” ha definito l’iniziativa “una complete perdita di tempo”.
Il ministro dello Sport, Dester Zeogar Wilson, ha, però, replicato: “Durante la ferocia della guerra civile, le uniche cose buone venute dalla Liberia sono state George Weah e le sue prodezze calcistiche. Perciò come non potevamo rendere omaggio a questi uomini che gli hanno consentito di conquistare ciò che conquistato?”
Sul piano strettamente personale non sembrerebbe che Weah abbia perso l’umiltà delle origini. Sul sito del governo liberiano (“The executive mansion”), campeggia la biografia della first lady: la signora Clar Marie Weah, madre di Martha, George Jr. and Timothy. Mrs. Weah è infermiera professionale, donna d’affari di successo, filantropa, nata in Giamaica, ultima di sette figli, emigrata negli Usa quando aveva tredici anni. Ambasciatrice dal marzo 2018 per il calcio femminile in Africa.
Vuota, invece, la biografia presidenziale. Compare solo una distinta foto, giacca blu, cravatta rossa. Pancetta ben nascosta. Un segnale di sobrietà? Forse, ma potrebbe non bastare. Intervistato dal quotidiano cattolico Avvenire, nel febbraio scorso, il “Re Leone George” aveva dichiarato: “Il mio sogno è donare opportunità ai liberiani. Da sempre prego cinque volte al giorno, come musulmano. Da presidente prego molto di più. Ne ho bisogno. Alla guida della Liberia mi gioco la partita più difficile”.
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