17.2 C
Nairobi
sabato, Aprile 25, 2026

Il papa in Guinea Equatoriale dove un italiano si consuma in galera

Africa ExPress Malabo, 24 aprile 2026 Il Santo Padre...

Sudafrica, leader dell’opposizione spara a un comizio: 5 anni di galera

Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus 23 aprile 2026 Guilty!...

Maratona di Boston: miniera di dollari per gli atleti kenyani

Dal Nostro Corrispondente Sportivo Costantino Muscau 22 aprile 2026 C’è...
Home Blog Page 324

Africa: Cina in azione, ora gestisce anche la prostituzione e aggredisce pubblici funzionari

franco nofori francobolloDal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 23 settembre 2018

I cinesi in Africa, non si accontentano di acquisire sontuosi contratti per la realizzazione d’infrastrutture che ingigantiscono il debito pubblico dello sventurato continente, ma dilagano anche nella micro-imprenditoria locale, verso la quale attuano una spietata concorrenza. L’ultima di queste iniziative, però, è davvero strabiliante: funzionari del dipartimento immigrazione di Nairobi, hanno scoperto, giorni fa, una vera e propria casa di tolleranza clandestina a conduzione cinese, situata in un bungalow nel quartiere South C della capitale keniana.

Quartiere South C, Nairobi. E' in uno di questi bungalow che si prostituivano le ragazze cinesi
Quartiere South C, Nairobi. E’ in uno di questi bungalow che si prostituivano le ragazze cinesi

La prostituzione, in Kenya, è formalmente giudicata illegale, ma ampiamente tollerata, se non spesso addirittura favorita da alcuni membri delle forze dell’ordine che ne traggono vantaggio pecuniario grazie al sodalizio con le “lucciole” che lo praticano. Le giovani africane che si dedicano all’antico mestiere sono un vero esercito, al punto da far ritenere la prostituzione – sia femminile, sia maschile – come l’attività che determina uno dei più alti input finanziari nel settore “servizi” dell’intera nazione. Nessuno poteva quindi aspettarsi che, in presenza di una così capillare offerta, potessero scendere in campo anche i cinesi a contenderne l’esercizio.

Alcune delle persone arrestate per prostituzione
Alcuni dei cinesi arrestati per esercizio della prostituzione

Sono dodici i cinesi arrestati a seguito della scoperta, otto donne e quattro uomini, che sono stati incriminati e quindi espulsi dal paese. Singolarmente, la reazione del pubblico, non si è tanto espressa nei confronti di un’attività proibita dalla legge, ma si è invece riferita alla recente decisione del ministro degli Interni, Fred Matiang’i, che stabiliva non fosse consentito rilasciare permessi di lavoro a stranieri, per “funzioni che potevano essere svolte da cittadini keniani”. In questo caso, appunto, le venditrici di sesso locali.

Prostitute africane lottano per contendersi un cliente
Prostitute africane lottano per contendersi un cliente

Il quartiere South C, in cui si svolgeva l’attività in questione, non è certo un quartiere lussuoso, a confronto di Muthaiga, Westland, Karen e Lavington. Ciò significa che l’offerta sessuale delle giovani cinesi, intendeva rivolgersi proprio alla clientela locale, puntando probabilmente sulla qualità esotica dell’offerta. La prostituzione in Kenya, si svolge attraverso una competizione feroce, recentemente aggravata dal drastico calo delle presenze turistiche, presenze che fornivano un inesauribile serbatoio di utenza. E’ quindi comprensibile come la nuova competizione cinese sia risultata oltremodo sgradita alle operatrici locali.

Ma il senso di totale possesso del continente africano da parte cinese, non si esprime solo attraverso gli appalti e la competizione con le attività locali, giunge anche a comportamenti di vera e tracotante arroganza, come dimostra l’episodio che mostra il video qui sotto, girato in Uganda, dove un gruppo di cinesi che stava eseguendo illegalmente ricerche minerarie, si è lanciato contro i funzionari di contea che gli contestavano l’arbitrio, aggredendoli fisicamente. Gli assalitori venivano con fatica ridotti all’impotenza e quindi arrestati.

L’episodio si è svolto nella contea ugandese di Wakiso dove il gruppo investigativo, guidato dallo stesso governatore, Matia Lwanga Bwanika, si trovava a dover fronteggiare la violenta reazione dei cinesi che cercavano anche – dopo il confronto fisico da loro stessi provocato – di opporsi tenacemente alle manette. Stupefacente resta il fatto che, poco dopo l’arresto, i rabbiosi figli del dragone asiatico, siano stati rilasciati senza alcun addebito, confermando così, l’imbelle atteggiamento di acquiescenza che l’Africa istituzionale mostra nei confronti della tracotanza dei nuovi dominatori asiatici.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

Etiopia: scoppia la protesta contro il premier. Morti e sfollati dopo scontri interetnici

0

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I.Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 21 settembre 2018

Alcune aree intorno alla capitale etiopica e la stessa Addis Ababa sono state nuovamente teatro di terribili violenze: una trentina di persone hanno perso la vita tra sabato notte e lunedì. La tragedia si consumava mentre il primo ministro, Abiy Ahmed raccoglieva applausi dal mondo intero durante la visita a Jeddah (Arabia Saudita). Lì, durante una solenne cerimonia, presieduta da Salmān bin ʿAbd al-ʿAzīz Āl Saʿūd, monarca del regno wahabita, firmava un secondo trattato di pace con il presidente eritreo Isaias Afeworki.

Tramite il suo capo di gabinetto, Fitsum Arega, il leader etiopico ha fatto sapere di condannare le uccisioni e le violenze contro cittadini innocenti. Ciò nonostante e per la prima volta da quando è al potere, Abiy ha dovuto incassare una valanga di critiche da più parti. Sette partiti dell’opposizione, tra loro anche Patriotic-Ginbot 7 e il Fronte di Liberazione Oromo  (entrambi hanno abbandonato la lotta armata con l’arrivo al potere di Abiy), hanno chiesto al governo di prevenire conflitti di questo genere e di consegnare i responsabili alla giustizia.

Manifestazione ad Addis Ababa, capitale dell'Etiopia
Manifestazione ad Addis Ababa, capitale dell’Etiopia

Alemayehu Ejigu, capo della polizia dell’Oromia, ha confermato che un gruppo ben organizzato avrebbe saccheggiato case e brutalmente ammazzato ben ventitré persone a Burayu, a ovest di Addis Ababa. Quasi novecento residenti, per lo più di etnia dorze e gamo, sono scappati dalle loro case. Le forze dell’ordine hanno fermato una settantina di sospettati, altri sono stati arrestati in seguito. Secondo alcuni testimoni oculari, le violenze sarebbero esplose dopo l’uccisone di una bimba di sei anni mentre erano in atto scaramucce tra giovani oromo e altre persone, appartenenti al gruppo etnico dorze. Zeynu Jemal, commissario della polizia federale, non esclude che dietro questi fatti possano nascondere possibili collegamenti di forze interne, intenzionate a screditare l’amminstrazione di Abiy. Resta il forte dubbio che siano state create deliberatamente tensioni tra gli oromo e altri gruppi residenti nell’area.

Lunedì migliaia di persone si sono riversate sulle strade di Addis Ababa, bloccando tutte le attività commerciali e il traffico per e dalla città. I manifestanti hanno protestato contro le violenze che si sono consumate durante il fine settimana, accusando giovani oromo, che avrebbero perpetrato attacchi sopratutto nei confronti di minoranze etniche dell’area, distruggendo le loro case e i loro negozi, urlando: “Andate via dalla nostra terra”.

La polizia ha risposto alla protesta nella capitale con brutalità e repressione; cinque persone sono state uccise dalle forze dell’ordine e nel pomeriggio le autorità hanno oscurato anche internet dai cellulari. Un triste ritorno al passato, che tutti avevano sperato di non dover rivivere mai più, perchè dall’insediamento del nuovo premier sembrava che si respirasse un’aria diversa, di riconciliazione. Proprio pochi giorni fa, dietro invito di Abiy, hanno fatto ritorno in patria anche i leader di Oromo Liberation Front (OLF) – gruppo ribelle  che da anni aveva la sua base in Eritrea – e nella capitale erano stati accolti con gioia dai loro supporter.

Gli oromo sono il gruppo etnico più consistente del Paese e rappresentano un terzo della popolazione, eppure, si sono sempre sentiti emarginati, perché in precedenza non hanno mai avuto accesso a posti chiave nel governo.

Abiy Ahmed, primo ministro etiopico
Abiy Ahmed, primo ministro etiopico

L’ondata di proteste è iniziata nel novembre 2015 nella città di Ginchi nell’Oromia perché il governo centrale aveva predisposto l’esproprio di molti terreni agricoli per destinarli all’espansione della capitale Addis Ababa. Numerosi agricoltori si sarebbero così trovati in difficoltà senza la loro terra e senza lavoro. C’era il pericolo che si potessero trasformare in sfollati. Tale progetto fortunatamente non è stato messo in atto, ma le proteste si sono protratte, perché molti manifestanti non sono stati rimessi in libertà.

Tra la fine del 2015 e il 2016 sono morte oltre mille persone, molti oppositori del partito al potere, Ethiopian People’s Revolutionary Democratic Front “(EPRDF), sono stati arrestati e a causa degli scontri e oltre un milione di uomini, donne, bambini hanno dovuto lasciare le proprie case.

Attualmente l’Etiopia ospita oltre novecentocinquantamila rifugiati, numero che tende ad aumentare di giorno in giorno dopo l’apertura ufficiale di alcuni posti di frontiera con l’Eritrea. Dalla terribile dittatura al potere ad Asmara fuggono quotidianamente centinaia di persone e, una volta entrati in Etiopia legalmente, chiedono ora asilo politico. Gli sfollati sono circa 2,6 milioni, tra loro 1,4 milioni hanno abbandonato la loro terra tra gennaio e giugno di quest’anno a causa di ostilità e violenze.

All’inizio dell’anno, l’allora primo ministro, Hailemariam Desalegn, aveva annunciato che avrebbe rilasciato tutti i prigionieri politici e chiuso la famigerata prigione Maekelawi, famosa per gli abusi contro i detenuti, comprese – come spesso avevano denunciato le organizzazioni per la difesa dei diritti umani – torture e umiliazioni corporali. Ma un mese più tardi, proprio a causa delle molteplici proteste anti-governative, che hanno lasciato segni di frattura nella coalizione al potere, il premier si è dimesso. Allora aveva precisato: “Spero che con le mie dimissioni si possano effettuare le riforme, necessarie per una pace sostenibile e una reale democrazia”.

L’EPRDF ha allora designato come successore di Desalegn, Abiy Ahmed, di etnia oromo. Il nuovo leader, seguendo la strategia di riconciliazione, ha aperto il dialogo con gli oppositori interni e con il nemico giurato di sempre, l’Eritrea.

Molti analisti sono sorpresi e preoccupati per questa nuova ondata di violenze. Awol Allo, lettore alla facoltà di diritto dell’università di Keele si è espresso in questi termini: “Queste violenze non hanno alcun senso, specie ora che il Paese ha intrapreso notevoli sforzi per la democratizzazione”. E ha puntualizzato: “Le stesse persone hanno vissuto in pace in momenti difficili, sotto governi molto autoritari ed ora, che hanno maggiore libertà, si rivoltano gli uni contro gli altri. Spero che i responsabili vengano individuati e consegnati alla giustizia”.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Dal Nostro Archivio:

Dissensi in seno al governo in Etiopia: si dimette il primo ministro Desalegn

Il premier dell’Etiopia visita le zone teatro delle violenze degli scorsi mesi

Etiopia, il governo scatena la repressione contro gli oromo e gli amhara

Nuovo trattato di pace tra Etiopia ed Eritrea firmato in Arabia Saudita

Eliud Kipchoge (Kenya): con oltre oltre 20 km all’ora diventa il fuoriclasse della maratona

Costantino MuscauDal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
Milano, 22 settembre 2018

La Rift Valley, dopo Lucy, ci ha dato anche un alieno. Un extraterrestre per l’Atletica esiste. E’ quello che, domenica 16 settembre, con ventimila passi nella quarantacinquesima maratona di Berlino, ha sfiorato il limite dell’umano: ha vinto la gara dei 42 chilometri e 195 metri in 2h 1′ 39″.

Ben 1 minuto e 18 secondi in meno rispetto al precedente record. Si è trattato del più grande miglioramento nella maratona mondiale dal 1967. Un tempo che si avvicina a quello che sembra (sembrava) un confine quasi invalicabile di questa distanza disumana: scendere sotto i 2 minuti.

Questo atleta, (super-atleta?), uomo, (superuomo?) si chiama Eliud Kipchoge. Ha scarpinato a una media di 20.83 km/h quando ha varcato trionfalmente  la porta di Brandeburgo e si è avvicinato con falcate sicure, elastiche, eleganti, alle Colonne d’Ercole della sua specialità. “Equivale  – ha scritto la Gazzetta dello Sport – a correre centocinque volte i 400 metri in 1’09” 2 senza pause”. Per la verità, nel maggio 2017, correndo nella pista di Monza per un progetto noto come “Nike Breaking2” fece registrare un sensazionale 2h 00′ 25′, ma non venne omologato.  Nel 2015 sempre a Berlino aveva trionfato, ma aveva mancato il record a causa di un incidente senza precedenti (ne abbiamo parlato in un recente articolo): corse la maratona con le solette delle scarpe penzolanti. I sottopiedi erano stati quasi completamente espulsi. Eppure segnò i cronometri su un tempo stratosferico; 2 h,04’,01”..…

Eliud Kipchoge, il vincitore della maratone di Berlino 2018
Eliud Kipchoge, il vincitore della maratona di Berlino 2018

Stavolta, invece, ha calzato un paio di scarpette rosse in fibre di carbonio create per l’occasione (si possono acquistare per la modica cifra di cinquecento euro!) e anche grazie a esse ha segnato un giorno storico per l’Atletica. Aiutato lungo il percorso da una serie di pacemaker (o lepri, in gergo sportivo)  “polverizzando il vecchio record del mondo della maratona, Kipchoge  ha confermato di essere uno dei più grandi di sempre. Una leggenda”, è stato detto e scritto. E dopo una tale impresa  – ha fatto notare Seat Ingle sul Guardian – buona parte dei comuni mortali sarebbe  stramazzata sulla linea del traguardo.. Invece Kipchoge ha avuto ancora l’energia di saltare sulle braccia del suo allenatore e mentore”.

UN CAMPIONE ANNUNCIATO

Già nel 2003, a diciotto anni, a Parigi si laureò campione del mondo dei 5000 metri; è olimpionico in carica dei 42 km e negli ultimi cinque anni su undici maratone ne ha dominate dieci. Come segno del destino e per farsi beffe dei razzisti vecchi e nuovi, questo fenomeno viene dalla terra dove sono apparsi gli antenati della moderna specie umana. Eliud è, infatti, un africano che più vero non si può, un kenyota puro di 33 anni: è  nato il 5 novembre 1984 a Kapsisiywa, un villaggio della contea Nandi, nella Rift Valley dove tiene casa, moglie e tre figli. Con i quali vive, però, solo il sabato e la domenica. Dal lunedì al venerdì si allena nel celebre centro di allenamento “Global Sport” di Kaptagat, a quaranta chilometri di distanza da Eldoret, assieme a un gruppo di atleti riuniti nell’associazione più forte di campioni mai vista al mondo, la “NN Running Team”. Pur essendo ormai ricco, molto ricco, non disdegna, quotidianamente, di prelevare l’acqua dal pozzo del centro di allenamento, di servire i compagni, che pure lo chiamano il boss, o il “marathon maestro”, e di pulire i cessi, quando è il suo turno. Conduce una vita monacale, diremmo noi in Europa. Rinuncia ai comfort della casa e alle gioie della famiglia, per dormire in un sito spartano, basico e per allenarsi fra i duemilacinquecento e i tremilamila metri di altezza lungo sentieri sterrati, polverosi, o fangosi.

A Kaptagat, Eliud è considerato il “padre” dai compagni di allenamento, che non sono certo delle scartine. Ne citiamo solo due: Geoffrey Kamworor, ventisei anni, campione mondiale di cross e della mezza maratona, al quale Eliud ha regalato un paio delle sue scarpe; Abel Kirui, trentasei anni, due volte campione mondiale della maratona (2009 e 2011) e vincitore  della specialità a Chicago nel 2016 . “E’ fondamentale avere a fianco persone come loro, sono una grande motivazione; non puoi raggiungere grandi obiettivi  se ti prepari da solo. Sono contento che seguano le mie orme e se posso insegnare loro qualche cosa”, è il commento di Kipchoge, che, paziente, modesto, umile, voce bassa, non ha mai dato l’idea di essere un superman. L’apparenza, però, non deve ingannare: ha una volontà di ferro, una determinazione inscalfibile.

Basta dare un’occhiata ai titoli dei libri che legge senza sosta: da Aristotele, alle biografie degli sportivi, a manuali con tematiche manageriali e di crescita personale. Uno è “Who Moved My Cheese” (in italiano tradotto  “Chi ha spostato il mio formaggio?”  Cambiare se stessi in un mondo che cambia, in azienda, a casa, e la vita di tutti i giorni”,  di Spencer Johnson. Il suo preferito è , però, “The seven habits of higly effective people” (tradotto in italiano “Le sette regole per avere successo” , di Stephen R. Covey. “Di ogni libro che legge prende appunti”, ha scritto sul New York Time , Scott Cacciola, che ha intervistato Eliud proprio alla vigilia della performance di Berlino, “perché quando scrivi, ricordi” è stata la spiegazione del corridore.

Global Sport Training Center, Eldoret, Kenya
Global Sport Training Center, Eldoret, Kenya

Ultimo di 4 figli, orfano di padre, mamma insegnante, Eliud ha cominciato a correre scalzo fin da bambino per andare a scuola. E, finite le scuole, ha aiutato la famiglia andando a prendere il latte dai vicini per venderlo al mercato. Alto 1 metro e 67,  peso di cinquantadue chili, sembra nato per correre con – dice l’esperto Giorgio Rondelli –  un rapporto peso potenza ottimale per un maratoneta. La sua fortuna, tuttavia, è stata incontrare un vicino di casa, Patrick Sang, l’uomo che ha abbracciato dopo il traguardo di Berlino. “Per me è molto di più di un allenatore.  – dice di lui Kipchoge – E’ un mentore, un padre spirituale. Mi ha sempre detto di pensare di essere il migliore e mi ha insegnato la filosofia dell’allenamento e della programmazione, ma soprattutto la morale della vita. Come vivere sereno e non andare fuori…pista. La costanza nell’allenamento e nella disciplina sono alla base di tutto. Senza di lui la mia esistenza avrebbe preso una piega ben diversa”.

Patrick Sang ha cinquantaquattro anni, è stato specialista di livello olimpico e mondiale nei  tremilamila siepi, prima di specializzarsi come trainer (anche con un corso nell’Università del Texas) e di dedicarsi a organizzare eventi sportivi proprio nel villaggio natale di Kapsisiywa. Qui nel 2001 incontrò il sedicenne Eilud, che continuava a chiedergli un adeguato programma di allenamenti. “Ogni due settimane, per mesi – ha ricordato Sang in diverse interviste – gli ho indicato il programma da seguire, alla fine partecipò a una gara regionale, vinse e chiesi il suo nome. Con mia grande sorpresa scoprii che era figlio di quella che era stata la mia maestra!” Sang regalò a Eliud il suo orologio, dato che il ragazzo non ne possedeva uno, e da allora i due sono stati inseparabili. Apprendista e maestro, aspirante campione e allenatore, figlio e padre. Quel padre che Kipchoge aveva conosciuto solo in fotografia.

Patrick Sang in una recente lunga intervista con Cathal Dennehy dell’Iaaf (l’associazione internazionale delle federazioni di atletica) ha parlato dei suoi metodi di allenamento e del ruolo dell’allenatore. Vi risparmiamo le sue considerazioni, a parte queste: “Il coach deve essere a tutto campo, deve essere un medico, una genitore, soprattutto con tutti  questi atleti che hanno origini umili, molti vengono dalla povertà e che dopo una grande vittoria sono sempre sull’orlo di deragliare. Il denaro può sviare, è un pericolo. Anche chi è dotato atleticamente, se non è preparato e protetto nell’affrontare la società e non ha un forte carattere può essere rovinato dal successo e dal benessere. Il mio compito è dare una mano a questi giovani che hanno passione e vederli crescere”.

Eliud Kipchoge sembra aver imparato a tenere i piedi ben saldi sulla terra. Solido fisicamente e mentalmente, è pronto a varcare le Colonne d’Ercole della sua specialità. Il pericolo può essere un altro, come sottilmente ha scritto il Guardian: “Di fronte al record di Berlino ci saranno degli scettici, considerato i problemi di doping riscontrati in Kenya. Tuttavia sospetti di doping  non hanno mai neppure sfiorato né Kipchoge nè il suo allenatore. Sono considerati limpidi e onesti nel mondo dell’Atletica”..

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero +39 345 211 73 43 e ti richiameremo. Specifica se vuoi essere iscritto alla Mailing List di Africa Express per ricevere gratuitamente via whatsapp le news del nostro quotidiano online.

 

Lo Zambia non paga i debiti e la Cina è pronta a prendersi il suo aeroporto internazionale

franco nofori francobolloDal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 21 settembre 2018

Il Tesoro dello Zambia ben difficilmente riuscirà a saldare il debito contratto con la Cina entro la data prevista e sembra che Pechino, per soddisfare il suo diritto, intenda appropriarsi dell’aeroporto internazionale di Lusaka. Per la verità, sia il governo cinese, sia quello zambiano, hanno immediatamente smentito la notizia liquidandola come una fake-news, tuttavia sono molti i media che contestano questa affermazione, tra questi lo stesso quotidiano “Lusaka Times” che accusa inoltre il partner orientale di avere in corso trattative segrete per acquisire anche la società ZESCO, fornitrice statale di energia elettrica.

L'aeroporto internazionale di Lusaka (Zambia) che rischia di finire in mani cinesi
L’aeroporto internazionale di Lusaka (Zambia) che rischia di finire in mani cinesi

Questi sospetti stanno allarmando il Fondo Monetario Internazionale (IMF) che, insieme agli USA, ha denunciato la strategia cinese, come scientemente volta a incoraggiare l’indebitamento dei Paesi africani, in modo da potersi appropriare – al verificarsi delle sempre più probabili insolvenze – delle loro risorse e delle loro grandi imprese. Nello specifico caso dello Zambia, questi sospetti risulterebbero avvalorati dal fatto che l’emittente radio-televisiva di stato ZNBC, è già sotto il totale controllo cinese. Se questo gruppo di appropriazioni si concludesse com’è paventato, lo Zambia perderebbe una larga parte dello propria sovranità nazionale e il monopolio del maggior canale d’informazione del Paese consentirebbe di edulcorare ogni notizia ostile a Pechino.

Il presidente dello Zambia Edgar Lung con il suo collega cinese Xi Jinping
Il presidente dello Zambia Edgar Lung con il suo collega cinese Xi Jinping

Agli inizi di agosto, l’inarrestabile fagocitazione dell’Africa da parte cinese, ha indotto alcuni senatori americani di entrambi gli schieramenti politici a presentare un’istanza scritta al segretario del Tesoro, Steve Mnuchin, per spingerlo a esortare l’IMF a non concedere finanziamenti a quegli stati africani già sovra-indebitati con la Cina per la realizzazione di infrastrutture dai costi esagerati. Il documenti, tra l’altro,  definisce Pechino anche come “il moderno predatore dell’Africa”. Del resto, la stessa direttrice del fondo, Christine Lagarde, ha convenuto che, questa definizione “calza come un guanto alla situazione dello Zambia”.

L'emittente radio televisiva nazionale dello Zambia ZNBC di proprietà
L’emittente radio televisiva nazionale dello Zambia ZNBC di proprietà cinese

Se non altro, la ministra delle finanze zambiane, Margaret Mwanakatwe, mostrando di aver prestato saggiamente orecchio alle osservazione di valenti economisti internazionali, aveva annunciato che tutti i progetti cinesi in corso, realizzati al di sotto dell’80 per cento, sarebbero stati bloccati, ma è subito stata smentita dal suo presidente, Edgar Lungu, il quale si è affrettato a rassicurare i partner orientali che ogni progetto già approvato sarebbe stato regolarmente portato a compimento. Del resto è noto che “l’orecchio”, non è esattamente quella parte femminile che i leader africani trovano più interessante.

SAMSUNG
La sede della ZESCO, la società elettrica nazionale dello Zambia, che rischia di passare alla Cina

Da quando Edgar Lungu è salito al potere, ha conferito alle imprese cinesi, appalti per oltre undici miliardi di euro e sono in corso altri impegni finanziari, sempre in favore di Pechino, per un ammontare ancora superiore. Al locale rappresentare dell’IMF, Alfredo Baldini, che aveva espresso preoccupazione per questo inarrestabile indebitamento, è stato imposto di lasciare il Paese con l’accusa di “diffondere notizie allarmistiche e infondate”, ma lo stesso Dipartimento Britannico per lo Sviluppo Internazionale, ha riferito di avere in corso investigazioni a carico di tre ministri zambiani per corruzione e frode in relazione agli accordi sottoscritti con imprese cinesi.

Com’è stato detto, la Cina e il governo dello Zambia, negano che per il Paese esista la possibilità di perdere presto il controllo del proprio aeroporto e della società elettrica, ma la metodologia dell’espansione cinese in Africa e la massa di appropriazioni già realizzate, rendono quantomeno plausibili questi sospetti, anche perché, mentre il suo indebitamento dilaga, il governo zambiano non è neppure riuscito a pagare per intero i salari del mese di agosto ai suoi dipendenti pubblici.

Veduta aerea di Lusaka, capitale dello Zambia
Veduta aerea di Lusaka, capitale dello Zambia

Sembra incredibile che Ie leadership africane, cieche e sorde a ogni monito del buon senso, corrano consapevolmente verso la rovina. A questo proposito troviamo significativa la metafora della “rana bollita” del giornalista ghanese Richard Kwame Krah, che il collega Marzio Ammendola propone nel suo giornale online Against-China: “Se metti una rana in acqua bollente, questa salterà fuori. Ma se la metti in una pentola d’acqua fredda, rimarrà tranquilla a nuotare. Accendendo poi il fuoco, l’acqua si riscalderà gradualmente, la rana la troverà gradevole e continuerà a nuotare, ma la temperatura salirà ancora fino a diventare troppo calda e la rana, smetterà di nuotare cercando di adattarsi e quando infine il calore si farà insopportabile, la rana, troppo indebolita non riuscirà più a saltar fuori e morirà”. LAfrica in mani cinesi, farà la fine della rana?

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

Macellai in azione in Sud Sudan: stupri, massacri e bambini accecati e bruciati vivi

franco nofori francobolloDal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 20 settembre 2018

Il precedente rapporto di Amnesty International sul Sud Sudan risale a poco più di quindici giorni fa e già riportava dettagli sulle atrocità commesse nei confronti di civili inermi, da parte delle forze armate fedeli al presidente Salva Kiir, ma l’orrore di questa interminabile mattanza sembra tutt’altro che destinato a estinguersi, anzi, divampa con sempre maggiore recrudescenza, sia ad opera delle truppe regolari, sia da parte delle milizie fedeli a Riek Machar, ex vice-presidente di Salva Kiir e oggi suo acerrimo oppositore.

L'espressione spietata e arrogante di uno sterminatore di innocenti
L’espressione spietata e arrogante di uno sterminatore. Chi gli fornisce il mitra che impugna?

Oggi un nuovo rapporto di Amnesty International porta ulteriori notizie sulla disumana ferocia che gli sgherri dei due contendenti mettono in atto contro la popolazione civile, benché le quasi quotidiane proclamazioni del governo in carica, parlano ipocritamente di incontri e di tentativi per portare la pace in questa terra martoriata dall’indigenza e dalla persecuzione.

Gli stupri, attuati con brutale disinvoltura, anche nei confronti di bambine che non hanno ancora raggiunto l’età puberale, sembrano ormai rappresentare il crimine di minor rilevanza, nell’orripilante scenario di crudeltà dei bravacci armati che invadono i villaggi come un castigo biblico. Uomini, donne e bambini, sono rinchiusi nei propri tradizionali tukul di paglia e fango, che vengono quindi incendiati. Gli occupanti bruciano vivi come torce umane. I bimbi anche di tre quattro anni, vengono impiccati agli alberi e lasciati oscillare di fronte ai propri familiari finché non vengono graziati dalla morte.

Il presidente del Sud Sudan Salva Kiir
Il presidente del Sud Sudan Salva Kiir che doveva portare il Paese al progresso e alla pace

Sembra incredibile che in mondo lanciato verso una sempre più sofisticata tecnologia, vi siano ancora angoli di mondo, in cui la spietatezza umana ricalca le deprecabili gesta e la ferocia della più oscura epoca medievale. Eppure quello stesso mondo aveva gioito quando il Sudan meridionale era stato sottratto alle persecuzioni dell’etnia araba del nord guidata dal dittatore Al Bashir, poi ricercato dal tribunale Internazionale per crimini contro l’umanità. Eppure il Sud Sudan era giunto all’indipendenza nel 2011 grazie a un referendum popolare che esprimeva ben il 98 per cento dei consensi a favore dell’attuale presidenza di Salva Kiir, il quale, solo due anni dopo, riportava il proprio paese in un’atmosfera di terrore, uguale, se non peggiore, di quella subita dalla vecchia dominazione araba.

Bambini e adolescenti sud sudanesi implorano per aver salva la vita
Bambini e adolescenti sud sudanesi implorano i loro aggressori per aver salva la vita

L’ultimo rapporto di Amnesty, contiene riscontri del tutto agghiaccianti. Una madre, che cercava di mettersi in salvo con il figlioletto di pochi mesi di vita, veniva uccisa con una sventagliata di mitra e il piccolo, rimasto miracolosamente illeso, veniva più volte sbattuto contro un albero fino a che il suo piccolo cranio si frantumava. “Per impedire che i bambini crescano e si uniscano ai ribelli”, sono le macabre giustificazioni per queste atrocità. Le persecuzioni maggiori si concentrano nelle contee di Mayendit e Leer, ritenute da parte delle forze regolari, quelle più fedeli all’opposizione. Ma anche questa giustificazione non regge alla prova dei fatti visto che la ferocia degli assalitori si compie sgozzando pubblicamente anche ultra novantenni i quali non possono certo rappresentare un pericolo bellico nei loro confronti.

Il leader dei ribelli sud sudanesi Riek Machar
Il leader dei ribelli Riek Machar. In quanto a crudeltà non teme il confronto con il rivale Salva Kiir

Nel villaggio di Thonyoor, i soldati hanno rastrellato un folto numero di bambini, alcuni di soli due o tre anni, li hanno rinchiusi in un tukul che quindi hanno dato alle fiamme. Quei pochi che sono riesciti a fuggire, sono stati inseguiti con vicoli che li hanno travolti e uccisi. Una bambina di soli tredici anni è stata violentata dai componenti di un plotone di soldati che l’hanno tenuta a loro disposizione per un’intera settimana. Per sperimentare ogni sorta di perfidia, gli assalitori si compiacciono, a volte, di lasciare in vita le loro vittime, dopo averle evirate, mutilate in altre parti del corpo o accecate.

Spesso adolescenti di entrambi i sessi sono lasciati temporaneamente in vita per essere stuprati
Spesso adolescenti di entrambi i sessi sono lasciati temporaneamente in vita per essere stuprati

Può il mondo restare indifferente di fronte a questo raccapricciante scenario? Ahimè, a parte le solite accorate e sterili riprovazioni, pare proprio di sì, anzi, in quel mondo ci sono potenti Paesi che armano e si arricchiscono proprio grazie alle azioni di questi innominabili macellai. Sfruttano le loro ingenti risorse petrolifere e lasciano che tutto proceda as usual. “Non c’è belva tanto feroce che non abbia qualche senso di pietà – scrive Shakespeare nel suo Riccardo III – ma io non ne ho alcuno, giacché non sono una belva”.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

Dal nostro archivio:

Amnesty: “Omicidi, torture, sparizioni nell’inferno delle carceri del Sud Sudan”

Mozambico, figlio del primo presidente Samora Machel escluso da elezioni 2018

sandro_pintus_francobollo
Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 20 settembre 2018

Samora Machel Jr., figlio del primo presidente del Mozambico, e il suo partito AJUDEM, non potranno partecipare alle elezioni amminiatrative (Autarquicas) che si tengono il prossimo 10 ottobre. In ballo c’è il municipio della capitale Maputo.

Samora Machel Jr. (Samito) (Courtesy Samora Machel Jr. Facebook)
Samora Machel Jr. (Samito)
(Courtesy Samora Machel Jr. profilo Facebook)

Sono le decisioni della Corte Costituzionale dell’ex colonia portoghese che interrompono le aspirazione del più famoso figlio del Mozambico di entrare in politica. Il rifiuto della candidatura è arrivato dalla Commissione Nazionale delle Elezioni (CNE) perché la lista AJUDEM non ha il numero sufficiente di supplenti, almeno tre.

Una strana coincidenza visto che la causa dell’invalidazione della lista del quale Samito (così viene chiamato) era capo, sono le dimissioni di quattro membri della lista. Come è strano l’attentato alla sede di AJUDEM nel mese di agosto. Il partito ha reagito immediatamente all’esclusione affermando che si tratta di un atto politico.

L’esclusione di Samora Machel Jr. dalla gara elettorale per il municipio della capitale Maputo segue quella di Venâncio Mondlane del partito RENAMO i due candidati che avrebbero dato filo da torcere a Enea Comiche del FRELIMO.

Le lotte intestine all’interno del FRELIMO, la corruzione e l’arricchimento di alcuni dei maggiori membri del partito non piacciono alle generazioni più giovani della classe dirigente ancora al potere.

È forse la ragione per cui Samito, a 48 anni, ha creato AJUDEM (Associação Juvenil para o Desenvolvimento de Moçambique), abbandonando il partito del padre. Un partito che dopo quarantaquattro anni di potere ininterrotto ha perso quel messaggio originale di uguaglianza, solidarietà e sviluppo per il popolo mozambicano.

Ma nonostante l’impossibilità di partecipare all’appuntamento elettorale del prossimo ottobre Machel Jr. sembra voler accettare la sfida per le prossime elezioni generali. “Una porta è stata chiusa, ma un’altra può essere aperta nel 2019”, ha dichiarato in una conferenza stampa.

A destra, Samora Moises Machel, durante la lotta di liberazione
A destra, Samora Moises Machel, durante la lotta di liberazione

Samito è figlio di Josina, eroina della lotta di liberazione morta di cancro troppo giovane a soli 25 anni e prima moglie del primo presidente del Mozambico indipendente. È stato allevato da Graça Simbine, vedova di Samora Machel e dell’ex presidente del Sudafrica Nelson Mandela. Graça, pur iscritta al FRELIMO, ha appoggiato Samito nella sua decisione di entrare in politica con AJUDEM.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter_bird_logo@sand_pin

Orrore in Kenya: dodici bambini trovati morti nascosti in scatole di cartone

franco nofori francobolloDal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 19 settembre 2018

Una visita a sorpresa del governatore di Nairobi Mike Sonko presso il Pumwani Maternity Hospital della capitale kenyana, ha portato a una macabra scoperta: i corpi di dodici infanti, avvolti in sacchetti di plastica, sono stati trovati nascosti in scatole di cartone. I decessi sarebbero stati provocati dall’inispiegabile decisione della direzione ospedaliera di fermare i macchinari nel reparto maternità. L’intera direzione è stata immediatamente sospesa dal servizio, ma il raccapricciante evento resta per ora avvolto nel mistero.

L'ingresso dell'ospedale incriminato
L’ingresso dell’ospedale incriminato

Sonko avrebbe deciso l’incursione nella struttura sanitaria martedì scorso, allertato da un video apparso su facebook che mostrava alcuni membri del personale ospedaliero transitare nei corridori del reparto maternità trasportando corpi di bimbi deceduti. La visita del governatore ha anche accertato altre gravi disfunzioni nell’attività medica, come l’irresponsabile assenza del ginecologo di servizio che, senza nessun preavviso o giustificazione, non si era semplicemente presentato in ospedale per attendere alle proprie funzioni.

IL governatore Sonko (sinistra) e il suo staff nell'atto del macabro ritrovamento
IL governatore Sonko (sinistra) e il suo staff nell’atto del macabro ritrovamento

La scoperta ha creato enorme sconcerto e indignata riprovazione nel pubblico e la notizia, dalle pagine dei media locali, è immediatamente rimbalzata sui giornali internazionali, inclusi quelli italiani. L’intento di nascondere la tragedia è risultato di tutta evidenza quando il personale responsabile, interrogato dal governatore, ha ammesso la morte di un solo bambino avvenuta per cause naturali, ma la perlustrazione eseguita dallo staff di contea ha poco dopo svelato il tentativo di depistaggio.

Si attendono ora le iniziative che saranno prese dalla procura generale in relazione al terrificante accaduto. Ciò che è certo è che la già scarsa fiducia nell’efficienza ospedaliera nel Paese, ha subito un ennesimo e non indifferente discredito.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

Brasile, sequestrati 15 milioni a Teodorin Obiang Contanti e orologi tempestati di diamanti

andrea-spinelli-barrile82Speciale per Africa ExPress
Andrea Spinelli Barrile
Roma, 17 settembre 2018

Venerdì 14 settembre 2018 gli agenti della Polizia Federale e dell’Internal Revenue Service brasiliano hanno sequestrato all’aeroporto privato Viracopos di Campinas, vicino a Sao Paolo in Brasile, oltre 1,4 milioni di dollari in contanti e beni di lusso per un valore totale di altri 15 milioni di dollari a una delegazione della Guinea Equatoriale in visita nel paese.

A capo della delegazione, composta da 11 persone, non c’era un politico qualunque ma un membro della famiglia presidenziale, il numero tre del cosiddetto “clan Obiang”: il vice-presidente della Repubblica Teodorin Nguema Obiang Mangue, erede al trono presidenziale del padre e noto in tutto il mondo per i suoi trascorsi con la giustizia americana, francese, svizzera e spagnola. Il denaro e i gioielli, perlopiù orologi tempestati di diamanti e bracciali in oro e platino, erano all’interno di due valigie scure di Louis Vuitton: secondo il quotidiano brasiliano O Globo, che cita un anonimo poliziotto che ha partecipato all’operazione di sequestro, la delegazione trasportava un totale di 19 bagagli contenenti perlopiù abiti firmati. I dettagli del caso sono ancora riservati, la Repubblica della Guinea Equatoriale si è appellata al segreto diplomatico, ma quello che è già noto con certezza è che il denaro contante era sia in valuta americana che brasiliana.

Foto della valigia di Nguema pubblicata da O Globo.
Foto della valigia di Nguema pubblicata da O Globo.

Teodorin Obiang si è appellato all’immunità diplomatica ma lo stesso non è stato possibile per gli altri membri della delegazione, in quanto non si trattava di una visita ufficiale. Proprio in ragione della non-ufficialità del viaggio è stata possibile l’ispezione dei bagagli da parte della polizia, avvenuta mentre Nguema era comodamente seduto in un’auto di servizio inviata dall’ambasciata all’aeroporto. Quando gli agenti hanno iniziato ad ispezionare le valigie il personale di bordo avrebbe timidamente tentato di protestare cercando di impedire che mettessero mano proprio sulle due valigie di Vuitton nelle quali sono stati trovati i contanti e i gioielli.

Secondo la legge del Brasile, rivista di recente in senso restrittivo dopo gli scandali di corruzione connessi al caso Petrobras, è illegale introdurre nel paese valuta contante superiore ai 10.000 reais (2.400 dollari americani) e secondo quanto dichiarato alla polizia da un segretario dell’ambasciata equatoguineana in Brasile il denaro sarebbe dovuto essere trasferito a Singapore nel corso di una missione ufficiale successiva al viaggio sudamericano della delegazione. Secondo lo stesso segretario inoltre gli orologi sono proprietà personale proprio di Teodorin Nguema, che è noto per la vita dissoluta e l’amore per il lusso sfrenato.

Uno degli orologi sequestrati a Nguema, foto O Globo.
Uno degli orologi sequestrati a Nguema, foto O Globo.

Alcuni dettagli dell’operazione, di cui sono state rese note alcune fotografie scattate clandestinamente, rendono il caso sicuramente interessante dal punto di vista giornalistico (e non solo): il Boeing-777 su cui viaggiava il vice-presidente infatti è in realtà un’aereo della Ceiba, la compagnia di bandiera della nazione africana, cui è stata tolta la livrea ufficiale. Di fatto il vice-presidente si è appropriato per uso personale (il motivo ufficiale dello scalo in Brasile era un controllo medico, previsto nel fine settimana a Sao Paolo, cui doveva sottoporsi Nguema) di un aereo da circa 250 milioni di dollari acquistato con fondi pubblici su cui ha apposto le proprie iniziali e che in passato era già stato posto sotto sequestro dalla magistratura svizzera.

41799489_1871904636224807_1105808517983371264_n

Un modo di agire, quello della cleptocrazia e dell’appropriazione indebita di beni e fondi pubblici, che non è nuovo al personaggio Nguema: in Francia è stato condannato nel processo parigino denominato “Bien Mal Acquis” e negli Stati Uniti, prima ancora, ha patteggiato una pena pecuniaria per riciclaggio di denaro, pena mai pagata al Tesoro americano.

Nonostante questo Teodorin resta l’erede al prezioso trono del padre Teodoro Obiang, al potere da 38 anni e attualmente leader africano più anziano e più longevo.

Andrea Spinelli Barrile
aspinellibarrile@gmail.com
@spinellibarrile 

This is the letter that triggered the revenge and repression of the Eritrean dictator

0

Loghino africa express 2Africa ExPress
Asmara, September 18th 2018

Nel link qui sotto trovate la lettera aperta che ha scatenato la vendetta e la repressione del dittatore eritreo Isaias Afeworki. L’originale e in lingua tigrigna ed è stata tradotta in inglese.

This is the letter that triggered the revenge and repression of the Eritrean dictator Isaias Afeworki. The original is in tigrigna language and has been translated into English.

Open Letter to all P

 

Open Letter to all pag 1

 

Nuovo trattato di pace tra Etiopia ed Eritrea firmato in Arabia Saudita

0

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 18 settembre 2018

Il primo ministro etiopico, Abiy Ahmed e Isaias Afeworki, presidente dell’Eritrea, si sono incontrati nuovamente domenica scorsa a Jeddah, in Arabia Saudita, dove, in presenza di Salman bin Abdulaziz Al Saud, monarca del regno wahabita, del principe ereditario, Mohammed bin Salman e del segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, hanno siglato un secondo trattato di pace. Finora non sono stati resi noti i dettagli del nuovo accordo. Non è dato sapere se siano state apportate delle modifiche rispetto al primo, firmato all’inizio di luglio di quest’anno.

L’abbraccio tra Isaias Afeworki e Abiy Ahmed dell’8 luglio scorso aveva fatto il giro del mondo, aveva commosso tutti, dopo una guerra che sembrava infinita, cominciata nel maggio 1998 per questioni di confini a Badme, un villaggio in mezzo a una grande pietraia, senza alcuna importanza strategica, ma con un grande significato simbolico.

Nonostante la propaganda per anni abbia sostenuto il contrario, sono stati gli eritrei ad aver attaccato l’Etiopia a suo tempo. Il conflitto termina ufficialmente con il trattato di Algeri nel 2000 che, prevedeva tra l’altro la creazione di due commissioni neutrali all’Aja: la Commissione Reclami Etiopia-Eritrea e quella per la delimitazione dei confini. Entrambi gli Stati avevano promesso che avrebbero accettato senza indugio le decisioni del collegio. La sentenza finale sostiene che Badme debba  essere ceduta ad Asmara, mentre gli eritrei, dal canto loro, devono rinunciare ad altri territori in favore di Addis Ababa.

Il presidente eritreo, Isaias Aferwerki, a sinistra, con il primo ministro etiopico, Abiy Ahmed, a destra e il re saudita Salman al centro
Il presidente eritreo, Isaias Aferwerki, a sinistra, con il primo ministro etiopico, Abiy Ahmed, a destra e il re saudita Salman al centro

Il governo etiopico, malgrado le assicurazioni date in precedenza, non ha mai accettato le condizioni poste dalle Commissioni e dunque le scaramucce di confine – che in ogni momento avrebbero potuto riaccendere una vera e propria guerra – si sono protratte fino a poco più di due mesi fa.

L’accordo di pace siglato a luglio prevede:

  1. Fine della belliggeranza
  2. Cooperazione socio-economica, politica e di sicurezza
  3. Ristabilire i trasporti e il commercio
  4. Accettazione dei confini come stabilito dalle Commissioni del trattato di Algeri

Per quanto concerne il risarcimento che l’Eritrea avrebbe dovuto versare all’Etiopia, Addis Ababa ha inviato una richiesta ufficiale all’ONU affinchè tale sanzione venga revocata.

  1. Cooperazione per lo sviluppo regionale (Corno d’Africa)

La cerimenonia di Jeddah ha lasciato tutti un pochino perplessi e molti si sono chiesti della necessità di siglare un altro accordo nel giro di poco tempo. E perchè proprio in Arabia Saudita. In base ai fatti che si sono susseguiti in poco più di due mesi, cioè dalla firma del primo accordo, possiamo azzardare solamente  supposizioni su eventuali integrazioni, in quanto non sono stati resi pubblici i dettagli di questo secondo trattato di pace. Potrebbe riguardare una cooperazione con porti di Massawa e Assab, visto che l’Etiopia non ha sbocchi sul  mare. Anche se in passato le autorità di Addis Abbaba hanno siglato accordi con Gibuti e con il Somaliland  (porto di Berbera nel golfo di Aden) gli scali marini eritrei sono molto più vicini al nord dell’Etiopia.

Il nuovo contratto di pace potrebbe includere la costruzione dell’oledotto che collegherà il porto di Assab con la capitale etiopica. Un’intesa per la costruzione della condotta di petrolio è stato firmata poche settimane fa tra il ministro emiratino per la Cooperazione internazionale, Reem Al Hashimy e il premier Abiy ad Addis Ababa.

Riapertura del valico di Bure in presenza del leader eritreo e del primo ministro etiopico
Riapertura del valico di Bure in presenza del leader eritreo e del primo ministro etiopico

Totale apertura dei confini tra Eritrea ed Etiopia. Lo scorso 11 settempre, in occasione del capodanno etiopico è stato riaperto il valico di Bure al confine tra i due Paesi alla presenza di entrambi i  leader. Questo valico garantirà all’Etiopia accesso al porto di Assab. Alla cerimonia, oltre ad Abyi ed Isais, ha partecipato la popolazione locale e rappresentanti militari di entrambi i Paesi.

Durante questi ultimi due mesi Isais ha incontrato più volte i massimi esponenti dell’Arabia Saudita, per rafforzare i rapporti bilaterali, compreso l’invio di altre truppe eritree nello Yemen, per combattere accanto alla coalizione capeggiata, appunto da Riad. Già da tempo gli Emirati Arabi Uniti, grazie alla loro base ad Assab, fanno partire offensive anche dall’ex colonia italiana.

E’ risaputo che l’economia del regime di Isaias è in ginocchio. Una società militarizzata come quella eritrea, non produce nulla, solo schiavi. Non esistono dati ufficiali relativi alla popolazione e al PIL del Paese. Sin dall’indipendenza il governo non ha mai pubblicato il proprio budget e quando questo veniva richiesto da altri Stati o enti internazionali, veniva improvvisato. E, diciamoci la verità, come si può fare una programmazione concreta, senza conoscere il numero dei propri abitanti?

Tutto il sistema finanziario è sotto stretto controllo dello Stato. L’attività con l’estero delle tre banche commerciali del Paese è limitata, i loro standard non sempre risultanop in linea con quelli richiesti a livello internaionale. Il settore privato è quasi inesistente, salvo sporadici permessi occasionali. Le licenze di import-export vengono gestite dalla Red Sea Corporation, di proprietà dell’unica formazione politica autorizzata, il Fronte Popolare per la Democrazia e la Giustizia. L’ultima assemblea generale del partito risale al 1994, mentre il Parlamento si è riunito l’ultima volta nel 2002.

La pace con il nemico di sempre è fatta, ma all’interno, finora, non è cambiato proprio nulla. I giovani, che tanto speravano in un futuro diverso, sono ancora costretti al servizio militare / civile.

I partiti dell’opposizione non sono ancora stati riconosciuti, la legge elettorale – preparata da Mahmoud Ahmed Sharifo, poi sbattuto in galera – è chiusa in un cassetto da ormai decenni, per non parlare dei diritti umani che in questo Paese bisogna cercare con una lente di ingrandimento.

Oggi ricorre l’annviversario della grande repressione. All’alba  del 18 settembre 2001 il dittatore fa arrestare le prime sedici persone. Non erano persone qualunque, ma ministri, ex ministri, giornalisti, veterani della rivoluzione, colpevoli solo di aver inviato una lettera/manifesto al presidente chiedendo maggiore democrazia e di implementare la Costituzione. Da quel giorno di molti di loro non si hanno più avuto notizie. Esteri Haile Woldensaie, detto Duro, ex ministro degli Esteri, negoziatore eritreo per il trattato di Algeri, è morto all’inizio di quest’anno, cieco e gravemente malato giaceva in carcere appunto dal 2001 e gli altri?

Un giorno o l’altro nella ex colonia italiana qualosa dovrà cambiare, ma intanto i giovani continuano a scappare, perchè repressi da questo regime: oltre al setvizio militare/civile, un’imposizione a vita, non esiste la libertà di culto e nemmeno la libertà di movimento all’interno del Paese. Arresti e sparizioni extra giudiziali non tendono a placarsi. La polizia segreta è ancora libera di agire, di presentarsi nelle case a qualsiasi ora del giorno e della notte per arrestare le persone senza alcun mandato, come è successo ieri mattina all’ex ministro dell’Economia, Berhane Abrehe, che recentemente ha pubblicato un libro con aspre critiche al dittatore.

Isaias, come è già successo nel 2014, ha promesso l’applicazione della Costituzione. Ma intanto il dittatore è ancora al potere e ultimamente durante le apparizioni ufficiali è spesso accompagnato dal figlio maggiore, Abraham Isaias.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes