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Angola: cade un’altra testa della dinastia Dos Santos, arrestato José Filomeno

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 29 settembre 2018

José Filomeno dos Santos, figlio dell’ex presidente dell’Angola, indagato per appropriazione indebita dallo scorso marzo, è stato arrestato all’inizio di questa settimana. Insieme al rampollo di casa dos Santos è finito dietro le sbarre anche lo svizzero-angolano, Jean-Claude Bastos de Morais, suo amico e socio in affari.

Nel 2013 il padre, Edoardo dos Santos aveva affidato al suo secondogenito la presidenza del fondo statale petrolifero, incarico che il nuovo presidente ed ex delfino del leader uscente, João Lourenço, gli ha tolto all’inizio dell’anno, dopo aver rimosso la primogenita Isabel già nel novembre 2017 da presidente della Sonangol, la compagnia petrolifera di Stato.

José Filomeno dos Santos, secondogenito dell'ex presidente dell'Angola
José Filomeno dos Santos, secondogenito dell’ex presidente dell’Angola

Il secondogenito di dos Santos è stato posto in detenzione preventiva per la gravità delle accuse che gli sono state contestate: frode, appropriazione indebita di fondi, traffico di influenze illecite, riciclaggio di denaro, associazione criminale, corruzione e più chi ne ha, più ne metta. La procura di Luanda sta inoltre indagando sulla legittimità di un trasferimento di cinquecentomila dollari su un conto svizzero, mentre José Filomeno era ancora presidente del fondo statale petrolifero. La somma in questione era depositata presso la banca centrale di Luanda ed è stata versata su un conto di una delle succursali londinesi del Credito Svizzero nel settembre 2017, poco dopo l’insediamento del nuovo presidente Lorenço. Già a marzo il procuratore generale aggiunto, Luis Benza Zanga, aveva ritirato il passaporto al giovane dos Santos e aveva promesso: “Nessuna indulgenza nemmeno per “Zénu”, come viene chiamato dalla popolazione José Filomeno. Per il momento il suo legale, Benja Satula, non ha rilasciato alcun commento.

Solo tre anni fa era praticamente certo che il secondogenito avrebbe seguito le orme del padre, ma Lourenço, l’ex ministro della Difesa, è riuscito ad imporsi in seno all’MPLA, il partito al potere, che infine lo ha indicato come loro candidato alle presidenziali dello scorso anno.

Lourenço, presidente della ex colonia portoghese dal 26 settembre 2017, durante la sua campagna elettorale aveva promesso di combattere la galoppante corruzione e sembra che davvero faccia sul serio. Infatti solo poche settimane fa ha costretto Edoardo dos Santos ad uscire completamente dalla vita politica del Paese, che lo ha visto protagonista dal 1979 al 2017.
L’anziano e malato Edoardo si è dimesso ora anche come presidente del partito al potere, il Movimento Popolare per la Liberazione dell’Angola (MPLA), consegnando lo scettro al nuovo capo di Stato.

João Lourenço, presidente dell'Angola
João Lourenço, presidente dell’Angola

L’arresto di Josè Filomeno ha colto di sorpresa la popolazione tutta: è il primo membro della dinastia dos Santos ad essere incarcerato, che per decenni ha dominato la scena politica e finanziaria dell’ex colonia portoghese ricca di petrolio. Alcides Sakala, deputato e portavoce di Unita, il maggiore partito all’opposizione, ha elogiato il nuovo presidente con queste parole: “Sta mantenendo le sue promesse. L’Angola deve diventare uno Paese normale, uno Stato di diritto e democratico”. Mentre Joao Pinto, parlamentare dell’MPLA ha sottolineato: “Rispettiamo assolutamente la divisione dei poteri e se sono stati commessi degli errori in passato, il giudizio spetta ai tribunali”.

Durante il primo anno della sua presidenza, Lourenço ha già fatto cadere diverse teste della precedente amministrazione, inoltre ha revocato contratti, stipulati a nome dello Stato dal clan dos Santos. E la scorsa settimana è stato arrestato anche l’ex ministro dei Trasporti, Augusto da Silva Tomas, per malversazione e appropriazione indebita di fondi.

Segnali forti e importanti del nuovo governo angolano, un’inversione di marcia, dopo anni di impunità, nepotismo, protezionismo, favoritismo e corruzione.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

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In Zimbabwe turista tedesca uccisa da un elefante per una fotografia

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Africa ExPress
Zimbabwe 28 settembre 2018

Le è stato fatale tentare di portarsi a casa una bella fotografia di un elefante. È successo mercoledì scorso in Zimbabwe – nel Mana Pools National Park, nel nord del Paese, verso la frontiera con lo Zambia – a una turista tedesca che si era allontanata dal suo gruppo in visita al parco.

Elefante in un parco fotografato dall'auto
Elefante in un parco fotografato dall’auto

La donna, 49 anni, è scesa dal pulmino per scattare una foto a un branco di elefanti che stavano entrando nel parco ma si avvicinata troppo. Uno dei pachidermi ha caricato investendola con la sua forza da quattro tonnellate. L’impatto è stato devastante per la donna che è morta poche ore dopo a causa delle ferite riportate.

Dopo l’incidente, Tinashe Farawo, portavoce dell’Autorità per la gestione della fauna selvatica e dei parchi dello Zimbabwe ha dichiarato: “Non sappiamo cosa abbia irritato gli animali che hanno provocato l’aggressione della donna ma ai turisti diciamo che devono tenersi sempre a distanza di sicurezza dagli animali selvaggi”.

Mappa del Mana Pool National Park in Zimbabwe (Courtesy Google Maps)
Mappa del Mana Pool National Park in Zimbabwe (Courtesy Google Maps)

Lo scorso anno, a Victoria Falls, in una località turistica a ovest dello Zimbabwe, un elefante ha caricato una guida turistica, uccidendola. Lo Zimbabwe, con 84 mila elefanti, è il secondo paese per numero dei pachidermi dopo il Botswana.

Non sono rari gli incidenti con gli elefanti, specialmente con la popolazione locale che toglie territorio a questi giganti delle savane per utilizzarli in l’agricoltura. Il pericolo viene soprattutto dalle femmine con i cuccioli che, se sentono il pericolo per i propri piccoli, diventano estremamente aggressive e pericolose.

Africa ExPress
@africexp

Il premio per l’ambiente a un contadino burkinabè che lotta contro la desertificazione

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Africa ExPress
Stoccolma – Ouagadougou, 27 settembre 2018

Il premio Right Livelihood, un Premio Nobel alternativo, è stato conferito quest’anno all’ottantenne agricoltore burkinabè Yacouba Sawadogo per il suo instancabile impegno contro la desertificazione del Sahel.

Sawagodo, originario di Grouga nella provincia di Yatenga, una zona particolarmente arida nel nord del Burkina Faso, in oltre quarant’anni ha sviluppato un metodo per fermare l’avvanzata del deserto, salvando così migliaia dei suoi concittadini dalla fame.

“L’umanità ha bisogno di nutrirsi. Se c’è cibo a sufficienza e se l’approvvigionamento di viveri è garantito, allora ci sarà anche sviluppo. Dunque innanzitutto dobbiamo assicurare e salvaguardare la sicurezza alimentare”,ha sottolineato l’anziano agricoltore ai giornalisti.

Yacouba Sawadogo, vincitore del Premio Right Livelihood Award
Yacouba Sawadogo, vincitore del Premio Right Livelihood Award

Lo avevano chiamato l’idiota del Paese quando quarant’anni fa Sawagodo ha sperimentato per la prima volta nel suo villaggio natale Grouga, colpito da grave una carestia, il metodo Zaï. Questo consiste nello scavare una griglia di piccole buche dal diametro di venti-venticinque centimetri e profonde quindici-venti centimetri durante il periodo secco, riempirle di sterco e altro materiale organico dopo aver inserito la pianta. Le sostanze organiche attirano insetti e altri invertebrati, come per esempio le termiti, che scavano piccole gallerie, in grado di raccogliere e di trattenere la poca acqua a disposizione, permettendo in questo modo all’arbusto di nutrirsi, evitando lo stress della mancanza di umidità.

Il Right Livelihood Award (premio al corretto sostentamento) è un riconoscimento annuale istituito nel 1980 da Jakob von Uexkull, ex europarlamentare dei Verdi, cittadino svedese e tedesco, dopo il rifiuto della Fondazione Nobel di creare un premio per Ambiente e Sviluppo.

Africa ExPress
@africexp

 

Congo-K: nuovi attacchi di gruppi armati rendono difficile la lotta contro l’ebola

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 26 settembre 2018

La campagna di vaccinazione contro l’ebola, per bloccare la decima epidemia che ha colpito la Repubblica Democratica del Congo dall’inizio di agosto, continua. Finora sono state immunizzate oltre 11.400 persone, mentre quaranta malati sono guariti. Sembrano ottimi risultati, ma Peter Salama, direttore esecutivo del programma per la gestione delle situazioni d’emergenza dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, ha sottolineato le forti preoccupazioni, dovute in particolare alla presenza di gruppi armati nella zona, l’ostruzionismo di alcune comunità e lo spostamento continuo della popolazione causata dei conflitti in atto. Tutti fattori che rendono particolarmente complessa la gestione dell’epidemia.

Finora il virus maledetto ha causato la morte di almeno cento persone, altre centoquarantanove (centodiciotto casi confermati, altri trentuno probabili) sono state colpite dalla febbre emorragica nelle province nord orientali del Nord Kivu e Ituri.

Operatori sanitari a Beni, RDC
Operatori sanitari a Beni, RDC

Durante lo scorso fine settimane un sanguinoso attacco, attribuito dal governatore della provincia del Nord Kivu, Julien Paluku, a miliziani di Alliance of Democratic Forces (un gruppo islamista terrorista ugandese, operativo anche nel Congo-K dal 1995), sono morte ben ventun persone – diciasette civili e quattro militari nel circondario di Beni, un grande centro abitato della zona.

Un gruppo di uomini armati ha assalito anche la città di Oïcha. I miliziani hanno bruciate case, ucciso un uomo e sequestrato una donna e quattordici bambini. La procura militare ha aperto un’inchiesta. Laggiù nei giorni precedenti alla tragedia erano stato segnalati alcuni casi di ebola.

Nei giorni seguenti all’attacco, le ONG attive nella lotta contro l’ebola a Beni e d’intorni, hanno sospeso momentaneamente le loro attività; mentre scuole e negozi sono rimasti chiusi in segno protesta. I centri specializzati di Mangina e Butembo, distanti tra trenta e quaranta chilometri da Beni e gestiti da Medici senza Frontiere, sono rimasti regolarmente aperti.

Secondo l’UNICEF, centocinquantacinque bambini sono rimasti orfani o sono stati separati dai proprio genitori in seguito all’epidemia. Christophe Boulierac, portavoce di UNICEF, ha sottolineato durante una conferenza stampa a Ginevra, che i piccoli rischiano di rimanere stigmatizzati e dunque isolati in seguito alla perdita di uno o entrambi i genitori o perchè i loro cari si trovano attualmente in quarantena in uno dei centri specializzati.

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E nel frattempo ebola ha già raggiunto aree al confine con l’Uganda. Una donna è morta la scorsa settimana a Tchomia (Ituri), sul Lago Alberto: aveva partecipato ad un funerale a Beni e rifiutato la vaccinazione. Un nuovo caso è stato segnalato alle autorità in questi giorni.

OMS ha fatto sapere che molte persone scappano nelle foreste per evitare l’immunizzazione, controlli sanitari o cure contro la febbre emorragica. La popolazione è terrorizzata e ciò rende estremamente complesso e difficile l’attività delle Organizzazioni umanitarie sul campo.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

 

Dal Nostro Archivio:

Non si ferma l’epidemia di ebola in Congo-K: si tentano nuove terapie sperimentali

Si espande l’epidemia di ebola in Congo-K, vaccinazioni impedite da gruppi armati

Una fitta rete di aiuti umanitari all’Africa non riesce a strapparla dalla miseria

francoDal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 26 settembre 2018

Nei cinquantaquattro Paesi africani ci sono diverse ambasciate da tutto il mondo. E spesso sono tutte collegate a istituti per la cooperazione internazionale. A queste vanno aggiunte le varie agenzie dell’ONU, le missioni cristiane che sono 552 mila (fonte Pew Fundation, Philadelfia, USA, www.pewtrusts.org/en) e le NGO il cui numero totale è difficilmente quantificabile, ma stando ai dati forniti dal monitoraggio dell’Associazione Giornalistica Britannica, pubblicata sulla rivista americana”The Conversation”  (www.dec.ny.gov/pubs/conservationist.html), solo in Sudafrica ne esistono 400 mila, mentre 100 mila risultano registrate in Kenya. Oltre a queste presenze, vanno anche considerate le attività umanitarie islamiche, la Croce Rossa Internazionale e una miriade d’iniziative a carattere privato che realizzano scuole, ospedali e opere di assistenza in genere.

Anche riferendosi esclusivamente alle NGO, si deve concludere che, per quanto riguarda il Kenya, ogni NGO dovrebbe occuparsi di circa 450 persone, ma relativizzando questo numero all’indice di povertà presente nel Paese (stimato in un terzo degli abitanti), ogni NGO avrebbe a suo carico, solo 150 persone. Infine, inserendo in questa analisi anche le altre istituzioni cui abbiamo accennato, il numero si ridurrebbe ulteriormente a poche decine di persone. E’ vero che non tutti questi organismi si dedicano ad alleviare la povertà, ma agiscono anche in altri settori della vita sociale, tuttavia il numero di queste presenze resta comunque molto alto. Perché allora i poveri in Kenya aumentano invece di diminuire?

Così si può morire per fame nel deserto del Sahel
Così si può morire per fame nel deserto del Sahel

Abbiamo scelto il Kenya per queste riflessioni, non solo perché offre più attendibili elementi di valutazione, ma soprattutto perché tra le nazioni africane non è certo quella più colpita dalla povertà e dal degrado. Ciò nonostante il suo tasso di crescita demografica è molto alto e malgrado l’apprezzabile incremento del PIL (soprattutto determinato dagli investimenti cinesi), cresce anche l’indebitamento pubblico e il numero delle persone condannate alla miseria. Di conseguenza, crescono del pari, criminalità e corruzione.

Se, come sosteneva Bertrand Russell, i numeri sono immuni da qualsiasi, se pur dotta, speculazione dialettica, questo non può che portarci a concludere che nella gestione di questa imponente presenza di associazioni caritatevoli e salvo alcune lodevoli eccezioni, c’è qualcosa di profondamente sbagliato. Si tratta di organizzazioni non orientate al profitto, che si finanziano con il contributo dei governi dei Paesi di appartenenza, dei vari dipartimenti delle Nazioni Unite e delle spontanee offerte di privati cittadini, sollecitate attraverso campagne di sensibilizzazione sui media e sui social network.

Uno dei poster utilizzati per raccogliere fondi in favore dell'Africa
Uno dei poster utilizzati per raccogliere fondi in favore dell’Africa

Queste considerazioni non sono ovviamente volte a mortificare la commendevole e infaticabile opera che migliaia d’individui svolgono in luoghi inospitali, assoggettandosi a sacrifici e a rischi, pur di obbedire al genuino intento di accorrere in aiuto di chi soffre, ma se lo stesso gigante FAO utilizza l’80 per cento delle proprie risorse all’unico scopo di mantenere se stesso, è facile comprendere quanto dispersivo, se non addirittura fraudolento, possa rivelarsi il funzionamento dell’enorme apparato istituzionalmente dedito al miglioramento delle condizioni di vita dei diseredati del pianeta.

Del resto, chiunque in Africa (ma non solo) sia entrato in contatto un po’ approfondito, con alcune di queste organizzazioni, avrà senz’altro riscontrato, quanto possa risultare disinvolta la loro gestione finanziaria; stipendi generosi, auto e residenze di lusso, sedi prestigiose, stuoli di segretarie graziose e profumatamente pagate. In queste condizioni è fatale che non molto resti poi disponibile per adempiere alle funzioni per cui l’organismo era stato costituito. Naturalmente – è bene ripeterlo – qui non si intende generalizzare e quindi è bene sottolineare che ci sono le dovute eccezioni.

Il quartier generale delle missioni della Consolata a Nairobi
Il quartier generale delle missioni della Consolata a Nairobi

L’ONU, il macrocosmo internazionale, cui è affidato il compito di risolvere i problemi del pianeta, ha un bilancio annuo che supera i 13 miliardi di euro, circa tredici volte superiore a quello che aveva 25 anni fa. Questo dovrebbe significare che la sua efficienza è migliorata di almeno tredici volte, ma sappiamo tutti che non è così, anzi, più passano gli anni e più l’ONU appare come un decrepito vecchio che avanza con esasperante lentezza inciampandosi nelle proprie vesti. Questo organismo è allora del tutto inutile come già sosteneva Luciano Tirinnanzi cinque anni fa su Panorama? Forse no. Forse potrebbe ancora rivelarsi utile, ma solo attraverso una radicale riforma di se stesso.

Tra l’altro, l’Italia, pur non essendo un membro permanente del Consiglio di Sicurezza e non godere quindi del diritto di veto, è il sesto finanziatore mondiale di questo mostruoso bilancio di cui si fa carico del 5 per cento. Vale a dire, 650 milioni di euro che ogni anno escono dalle tasche dei contribuenti italiani per alimentare il prestigioso palazzo di vetro sulle rive dell’East River. Più di Cina e di Russia, che del Consiglio sono però membri permanenti e possono agevolmente controllarlo con il diritto di veto. Oltretutto questo nostro contributo non tiene conto dei costi per le varie missioni di pace keeping italiane sparse in varie parti del mondo.

Un suggestivo angolo dell'imponente sede ONU di Nairobi
Un suggestivo angolo dell’imponente sede ONU di Nairobi

Visto che parliamo del Kenya, è bene sapere che la più grossa sede delle Nazioni Unite, con tutte le agenzie sussidiarie che lo compongono (ci lavorano più o meno 5 mila persone), si trova proprio a Nairobi, dirimpetto all’ambasciata degli Stati Uniti, ma al di là del compiacimento che questa scelta può provocare all’orgoglio nazionale dell’ex colonia britannica, coloro che nel Paese vivono sotto la soglia di povertà, ne stanno beneficiando ben poco per non dire nulla.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

Ormai in Libia è tutti contro tutti: sopravvivere ai massacri o fuggire da Tripoli

barbara-ciolli-francobolloSpeciale per Africa ExPress
Barbara Ciolli
24 settembre 2018

A Tripoli si teme una guerra prolungata come nel 2014 o ancora peggiore, visto che da allora le condizioni di vita in Libia sono continuamente peggiorate, fino alla nuova grave crisi che dalla fine dello scorso agosto ha fatto oltre 110 morti e oltre 400 feriti, solo nella capitale. L’economia e la sicurezza si sono sempre più deteriorate da quando Tripoli è finita in mano al blocco delle milizie islamiste (un’etichetta, in realtà un cartello mafioso di potenti bande criminali) legate all’esecutivo – legittimato dall’ONU – del premier Fayyez al Serraj. Gli ultimi 15 morti a Tripoli del 21 settembre sono la riprova che la quiete, raggiunta attraverso giorni di mediazione delle Nazioni Unite e di varie cancellerie straniere, era solo di facciata.

I problemi restano, Tripoli può tornare a incendiarsi in qualsiasi momento per questioni diverse di zona in zona, come il “controllo di una banca, dell’aeroporto o anche l’uccisione per errore di una persona”, racconta ad Africa ExPress la giovane scrittrice di Tripoli Nadia Ramadan, molto attiva sui social network, che conferma gli scontri diffusi in diverse zone, non solo nei quartieri meridionali. “Da lì sono partiti con l’arrivo della Settima brigata dalla città a sud di Tripoli, Tarhouna”. Attraverso la strada del vecchio aeroporto hanno poi raggiunto “l’area di Abu Saleem”, la Tripoli bene di “al Andalus”, fino all’altro scalo a nord-est, l’unico funzionante, del Mitiga, bersagliato da razzi. Per giorni gli scontri si sono avvertiti chiaramente anche a Tajoura, dove abita Ramadan, una dozzina di chilometri a est di Tripoli.

libia scontri
Gli ultimi scontri a Tripoli.

Al Serraj è come accerchiato nella base protetta di Abu Sitta, sulla costa. Frange di milizie di altre città sono accorse in diversi quartieri della capitale, per combattere insieme alla Settima brigata il cartello politico-criminale che controlla tutti gli affari e la politica di Tripoli. Anche nel 2017 parte delle milizie islamiste era entrata in collisione con il governo di al Serraj e aveva lanciato l’assalto dei ministeri, ma gli scontri non erano mai durati più di una settimana. La gente ha sempre più paura e inizia a riparare in altre zone o all’estero. Come durante le rivolte del 2011 contro Gheddafi, e quattro anni fa,  quando il fronte islamista di Alba libica rovesciò il governo laico (un’altra etichetta) partorito delle elezioni democratiche – a bassissima affluenza – conquistando la Tripolitania, parte dei residenti è stata evacuata dalle zone degli scontri.

Per chi resta i guai sono anche economici, per alcuni di sopravvivenza: da un paio di anni le banche non hanno liquidità, l’elettricità salta per diverse ore al giorno (fino a nove ultimamente) e di conseguenza parecchie attività sono bloccate. Questa estate, con la colonnina di mercurio che superava i 40 gradi, diverse famiglie hanno raggiunto le spiagge e si sono gettate in mare per refrigerarsi, i più fragili soffrono senza condizionatori. “C’è chi cerca ogni giorno di trarre il meglio dal peggio, adattandosi, e chi invece riesce a lasciare il Paese”, spiega Ramadan. Tutti sono a ragion veduta arrabbiati con il governo, in teoria di unità nazionale, di al Serraj, nato dopo mesi di negoziati dell’Onu tra diverse parti, ma incapace in due anni e mezzo di realizzare la benché minima parte del programma.

governo libia
L’intesa per il governo al Serraj nel 2016.

Anzi la criminalità e le divisioni tra libici sono ulteriormente aumentate. Verso l’offensiva della Settima brigata e delle altre milizie salite sul carro i sentimenti sono “misti”: una parte dei tripolini si aggrappa alla speranza degli slogan di liberare Tripoli dal cartello dei gruppi armati corrotti di al Serraj e del suo vice Ahmed Maitig; altri disillusi sono consapevoli che si tratta pur sempre di altre milizie che entrano a Tripoli “solo per farsi gli affari loro”, chiosa Ramadan. Spartirsi la torta o quel che ne rimane: nel saccheggio della Libia che va avanti dal 2011, la gente ha perso il conto delle milizie presenti sul territorio, si limita a pagare il pizzo a quelle che lo impongono e a dare il meno possibile nell’occhio, specie se si possiedono beni e proprietà attraenti.

Nell’ex colonia italiana in ogni città-Stato (contano i sindaci e le rispettive milizie di riferimento, non il governo di Tripoli) non si sa quel che accade in altre città-Stato, anche per i quartieri della capitale è lo stesso. Gli analisti hanno ricostruito che al momento i gruppi armati e criminali di Tripoli fanno capo a un cartello di tre grosse brigate e relativi signori della guerra (Haitham al Tajouri, comandante delle Brigate rivoluzionarie di Tripoli, la brigata di Ghnewa al Kikli e le forze di Abdel Rauf Kara). Quattro considerate anche le unità speciali Rada di matrice salafita: la principale forza antiterrorismo di al Serraj, peccato che sui costumi da rispettare la pensino più o meno come l’ISIS e arrestino “per indecenza” chi li trasgredisce. Circa un anno fa, le Rada che scattano in azione contro l’ISIS hanno portato via anche dei bambini in un blitz all’evento “blasfemo” Comic on.

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Miliziani libici.

Centinaia di persone, anche libiche, spariscono in prigioni durissime, private dei basilari diritti. L’impressione di Ramadan, come di tante persone comuni, è che “le milizie che comandano a Tripoli siano molte di più di quattro”. La gran parte delle informazioni che arriva ai cittadini è “politicamente pilotata, in particolar modo le notizie sull’ISIS”. È impossibile ricostruire quanto accade, anche a causa delle numerose forze interne ed esterne che tentano di accaparrarsi la Libia o parte di essa. Sull’ISIS c’è buio fitto, come sul Movimento dei giovani libici sbucato dal nulla che ha iniziato a manifestare contro le lobby di Tripoli e la crisi stagnante. Di certo c’è solo che l’attentato del 10 settembre scorso rivendicato dall’ISIS alla sede della Compagnia nazionale del petrolio (NOC) non può essere opera di alcuna delle milizie in guerra tra loro: tutti i gruppi armati traggono profitto, sotto varie forme, dagli introiti del NOC. Non a caso il suo quartier generale nella capitale non era mai stato colpito prima.


Anche il clan dei Gheddafi, attraverso il delfino del rais Saif al Islam sopravvissuto alle rappresaglie, è tra gli attori che hanno interesse a destabilizzare la Libia. Tuttavia sempre più libici, incluso chi nel 2011 parteggiava per le rivolte, rimpiangono il regime. “Siamo ostaggio delle milizie”, commenta Ramadan, “per i libici è uno dei periodi più difficili mai vissuti, soprattutto nel sud”. Nel deserto che sconfina nel Sahel il controllo del territorio è sempre stato molto scarso e i traffici di mercenari, armi, terroristi dell’ISIS e di altri gruppi jihadisti in fuga anche dalla Siria e dall’Iraq si sono intensificati dalla caduta di Gheddafi. Ognuno fa entrare i mezzi e gli uomini che vuole. Ma l’anarchia riguarda ormai tutta la Libia, “perduta dal 2014” per Ramadan. Prima di allora i “gruppi armati non erano così frammentati, le elezioni avrebbero forse potuto essere salvate. La situazione in qualche modo poteva esser risolta”. Oggi quasi nessuno lo crede più a Tripoli.

Barbara Ciolli
barbara.ciolli@tin.it
@BarbaraCiolli

 

Ancora un attacco jihadista in Mozambico: dodici morti, due bambini bruciati vivi

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 24 settembre 2018

Ancora sotto attacco la provincia di Cabo Delgado dove una cellula jihadista ha assaltato un villaggio uccidendo dodici abitanti. Dopo aver ammazzato dieci persone disarmate a colpi d’arma da fuoco i terroristi hanno dato fuoco a 55 case dove due bambini sono bruciati vivi. Non contenti i miliziani hanno hanno decapitato con un machete una delle persone ammazzate. I feriti, quattordici secondo fonti locali, sono stati trasportati all’ospedale di Pemba, capitale di Cabo Delgado.

Mappa di Cabo Delgado dell'area dell'attacco jihadista
Mappa di Cabo Delgado dell’area dell’attacco jihadista

Il brutale attacco a ferro e fuoco è avvenuto il 20 settembre scorso alle 22.00 nel villaggio di Paqueue, nel distretto di Mocomia a nord-est del Paese. La zona dell’ultimo attacco, come i precenenti, è nelle vicinanze di un’area dove operano le multinazionali petrolifere ENI, ExxonMobil e la statunitense Anadarko  che stanno lavorando a due terminali per lo sfruttamento di uno dei maggiori giacimenti di gas off-shore del continente africano, di fronte alla città di Palma.

Quello dello scorso 20 settembre è solo l’ultimo degli attacchi dei miliziani chiamati dalla popolazione al Shebab. Le azioni dei terroristi sono iniziate nel mese di ottobre 2017 e le Forze di sicurezza mandate dal presidente mozambicano Filipe Nyusi in aiuto alla polizia locale, fino ad ora non sono riuscite a fermare i circa trenta gruppi di estremisti islamici che operano nel nord di Cabo Delgado.

Uno studio commissionato dal presidente Nyusy all’Università Eduardo Mondlane di Maputo portato avanti da João Pereira e Salvador Forquilha con il leader religioso islamico Saide Habibe, lo scorso maggio ha svelato una realtà allarmante nell’ex colonia portoghese.

I gruppi jihadisti si ispirano al religioso musulmano Aboud Rogo Mohammed, accusato di sostenere al Shebab in Somalia, e ucciso in Kenya nel 2012. Nella provincia di Cabo Delgado, molti dei giovani delle cellule eversive sono stati addestrati nella Regione dei Grandi Laghi grazie a donazioni che arrivano sia dall’interno del Mozambico sia dall’estero.

Fotogramma del video dei jihadisti che terrorizzano Cabo Delgado
Fotogramma del video della cellula jihadista che terrorizza Cabo Delgado

Ma il grosso del denaro proviene anche dal commercio illegale di avorio e di legno pregiato del Niassa e di rubini provenienti dalle miniere di Montepuez . Nel giugno scorso è circolato un video trasmesso dall’emittente di stato TV Moçambique prodotto da una delle cellule jihadiste di Cabo Delgado che, in modo molto confuso, rivendica l’attacco di Mocímboa da Praia e afferma di volere uno stato islamico in Mozambico.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter: @sand_pin

Elezioni farsa nello Swaziland, dove il re è l’ultimo monarca assoluto dell’Africa

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 24 settembre 2018

Il 21 settembre scorso, gli abitanti di Eswatini, il nuovo nome dello Swaziland, sono andati alle urne per il rinnovo del parlamento. Una consultazione assai informale perché il Paese è l’ultimo al mondo governato da una monarchia assoluta. Comunque gli aventi diritto al voto sono circa cinquecentomila su una popolazione di poco meno di un milione e mezzo di abitanti.

I sudditi di Mswaiti III hanno scelto cinquantacinque dei sessantacinque deputati alla Camera dell’Assemblea, mentre altri dieci vengono nominati dal monarca stesso. I parlamentari eletti avranno poi il compito di nominare dieci senatori della Camera Alta, mentre il re ne sceglierà altri venti.

Seggio elettorale nello Swaziland
Seggio elettorale nello Swaziland

I candidati parlamentari non sono altro che rappresentanti delle loro zone e per potersi presentare alla tornata elettorale, devono essere designati dai capi dei villaggi, a loro volta scelti direttamente dal monarca. Secondo l’opposizione si tratta di una vera e propria farsa, gli aspiranti parlamentari vengono ben selezionati, i leader locali devono garantire la loro fedeltà al re.

Mappa dello Swaziland 2I poteri del re sono praticamente illimitati: Mswaiti III ha l’autorità di convocare le Camere, di scioglierle e di dichiarare lo stato di emergenza, il primo ministro è un membro della famiglia reale e il monarca, che non tollera essere contestato, nomina i ministri, i giudici e gli altri funzionari. E per finire, dal 1973 i partiti politici non possono più partecipare alle votazioni.

Molti critici hanno parlato di “elezioni fantasma”, visto che i candidati non possono essere iscritti a nessun raggruppamento politico e il loro potere in seno al Parlamento è assai limitato. Uno dei votanti, che ha preferito mantenere l’anonimato ha descritto in modo più che egregio il ruolo dei deputati in seno alle Camere: “Possono discutere quanto vogliono, ma a fine giornata decide il “boss”.

Kenneth Kunene, attivista politico e segretario generale del partito comunista del suo Paese, vive in esilio dal 2005. “Non c’è libertà di espressione in questo Stato. Le persone che si oppongono vengono uccise, picchiate, arrestate, condannate al silenzio o costrette all’esilio”.

Pochi giorni prima delle votazioni molte persone sono scese nelle piazze di Manzini – la principale città dello Swaziland dopo la capitale Mbabane – per manifestare e per denunciare il congelamento dei salari nel settore pubblico. La polizia ha represso la protesta con l’utilizzo di granate stordenti, gas lacrimogeni e idranti e molti manifestanti sono stati picchiati selvaggiamente dalle forze dell’ordine.

Mappa dello SwazilandIl team di osservatori dell’Unione Africana, che ha partecipato a questa tornata elettorale, in un comunicato di sabato scorso ha chiesto che venga revocato quanto prima il divieto ai partiti di partecipare al voto. James Michel, capo della missione dell’UA ed ex presidente delle Seychelles ha specificato: “Chiediamo alle autorità di rivedere il decreto del 1973 che ha escluso tutti partiti politici, affinchè questi possano partecipare liberamente alle elezioni”.

La campagna elettorale è iniziata a fine agosto, ma in tutto il Paese sono stati esposti pochi manifesti dei candidati, ovviamente per lo più fedelissimi del re; tutto il materiale di propaganda poteva essere utilizzato solo previa approvazione della Commissione elettorale nazionale.

Mswati III, che ha frequentato l’International College a Sherborne in Gran Bretagna e dopo la morte del padre, Sobhuza II, è stato nominato ufficialmente principe ereditario nel settembre 1983 e incoronato sovrano dello Swaziland il 25 aprile del 1986, all’età di 18 anni. Fino alla sua maggiore età le funzioni regali sono state assunte dalla regina madre. In quanto monarca assoluto, governa solamente con decreti legge e non di rado viene criticato per il suo stile di vita sfarzoso, pur sapendo che gran parte della popolazione vive in miseria.

 Mswati III, re dello Swaziland
Mswati III, re dello Swaziland

Nell’ex protettorato britannico il reddito annuo pro capite supera di poco i tremila dollari. Un Paese povero, che vanta il triste primato di avere la più alta incidenza di infezione HIV al mondo. L’aspettativa di vita è inferiore ai quarantanove anni.

In occasione del cinquantesimo anniversario di indipendenza dalla Gran Bretagna, il monarca aveva deciso autonomamente di cambiare il nome del regno. Secondo Mswaiti III, Swaziland sarebbe troppo simile a Switzerland e all’estero le due nazioni potrebbero essere confuse. (Eswatini, tradotto dalla lingua swati significa, “luogo degli swazi” n.d.r.).

 

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Dal Nostro Archivio:

Swaziland vuol cambiare nome, una spesa eccessiva per un Paese così povero

 

Mercantile svizzero attaccato da pirati in Nigeria

Loghino africa express 2Africa ExPress
Abuja, 23 settembre 2018

I pirati sono entrati nuovamente in azione sulle coste nigeriane. Ieri i malviventi hanno sequestrato il mercantile “Glarus”, battente bandiera svizzera e hanno rapito dodici dei diciannove membri dell’equipaggio. Tra loro non ci sarebbe nessun cittadino svizzero, ha fatto sapere l’armatore, la Massoel Shipping (compagnia con sede a Ginevra).

Il natante, che trasportava grano, era in navigazione tra Lagos e Port Harcourt, snodo petrolifero nel Delta del Niger, a quarantacinque miglia nautiche a sud-ovest di “Bonny Island”. Secondo una prima ricostruzione dei fatti, i bucanieri avrebbero abbordato la nave salendo sulla Glarus con lunghe scale e reciso il filo spinato, guadagnando così l’accesso fino al ponte.

La Glarus, battente bandiera svizzera
La Glarus, battente bandiera svizzera

Il dipartimento federale per gli Affari Esteri (DFAE) ha confermato di essere stato informato dei fatti e  l’Ufficio svizzero della navigazione marittima (USNM) con sede a Basilea è in costante contatto l’armatore. La polizia nigeriana ha fatto sapere di non essere al corrente della cattura della nave, ma indagini in tal senso sarebbero già state avviate.

Sequestri a scopo di estorsione sono diventati una piaga nel Golfo di Guinea. I pirati, molto attivi davanti alle coste del Togo, Benin e Nigeria, sono estremamente ben equipaggiati, armati fino ai denti e rinomati per la loro aggressività e brutalità.

Secondo la International Chamber of Commerce’s International Maritime Bureau (IMB), gli attacchi di pirati sono in forte aumento nelle acque antistanti la Nigeria. Nel Golfo di Guinea, dove è stata appunto abbordata la Glarus, si sono verificati ben ventinove assalti da parte di pirati nel primo quadrimestre del 2018.

Africa ExPress
@africexp

Africa: Cina in azione, ora gestisce anche la prostituzione e aggredisce pubblici funzionari

franco nofori francobolloDal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 23 settembre 2018

I cinesi in Africa, non si accontentano di acquisire sontuosi contratti per la realizzazione d’infrastrutture che ingigantiscono il debito pubblico dello sventurato continente, ma dilagano anche nella micro-imprenditoria locale, verso la quale attuano una spietata concorrenza. L’ultima di queste iniziative, però, è davvero strabiliante: funzionari del dipartimento immigrazione di Nairobi, hanno scoperto, giorni fa, una vera e propria casa di tolleranza clandestina a conduzione cinese, situata in un bungalow nel quartiere South C della capitale keniana.

Quartiere South C, Nairobi. E' in uno di questi bungalow che si prostituivano le ragazze cinesi
Quartiere South C, Nairobi. E’ in uno di questi bungalow che si prostituivano le ragazze cinesi

La prostituzione, in Kenya, è formalmente giudicata illegale, ma ampiamente tollerata, se non spesso addirittura favorita da alcuni membri delle forze dell’ordine che ne traggono vantaggio pecuniario grazie al sodalizio con le “lucciole” che lo praticano. Le giovani africane che si dedicano all’antico mestiere sono un vero esercito, al punto da far ritenere la prostituzione – sia femminile, sia maschile – come l’attività che determina uno dei più alti input finanziari nel settore “servizi” dell’intera nazione. Nessuno poteva quindi aspettarsi che, in presenza di una così capillare offerta, potessero scendere in campo anche i cinesi a contenderne l’esercizio.

Alcune delle persone arrestate per prostituzione
Alcuni dei cinesi arrestati per esercizio della prostituzione

Sono dodici i cinesi arrestati a seguito della scoperta, otto donne e quattro uomini, che sono stati incriminati e quindi espulsi dal paese. Singolarmente, la reazione del pubblico, non si è tanto espressa nei confronti di un’attività proibita dalla legge, ma si è invece riferita alla recente decisione del ministro degli Interni, Fred Matiang’i, che stabiliva non fosse consentito rilasciare permessi di lavoro a stranieri, per “funzioni che potevano essere svolte da cittadini keniani”. In questo caso, appunto, le venditrici di sesso locali.

Prostitute africane lottano per contendersi un cliente
Prostitute africane lottano per contendersi un cliente

Il quartiere South C, in cui si svolgeva l’attività in questione, non è certo un quartiere lussuoso, a confronto di Muthaiga, Westland, Karen e Lavington. Ciò significa che l’offerta sessuale delle giovani cinesi, intendeva rivolgersi proprio alla clientela locale, puntando probabilmente sulla qualità esotica dell’offerta. La prostituzione in Kenya, si svolge attraverso una competizione feroce, recentemente aggravata dal drastico calo delle presenze turistiche, presenze che fornivano un inesauribile serbatoio di utenza. E’ quindi comprensibile come la nuova competizione cinese sia risultata oltremodo sgradita alle operatrici locali.

Ma il senso di totale possesso del continente africano da parte cinese, non si esprime solo attraverso gli appalti e la competizione con le attività locali, giunge anche a comportamenti di vera e tracotante arroganza, come dimostra l’episodio che mostra il video qui sotto, girato in Uganda, dove un gruppo di cinesi che stava eseguendo illegalmente ricerche minerarie, si è lanciato contro i funzionari di contea che gli contestavano l’arbitrio, aggredendoli fisicamente. Gli assalitori venivano con fatica ridotti all’impotenza e quindi arrestati.

L’episodio si è svolto nella contea ugandese di Wakiso dove il gruppo investigativo, guidato dallo stesso governatore, Matia Lwanga Bwanika, si trovava a dover fronteggiare la violenta reazione dei cinesi che cercavano anche – dopo il confronto fisico da loro stessi provocato – di opporsi tenacemente alle manette. Stupefacente resta il fatto che, poco dopo l’arresto, i rabbiosi figli del dragone asiatico, siano stati rilasciati senza alcun addebito, confermando così, l’imbelle atteggiamento di acquiescenza che l’Africa istituzionale mostra nei confronti della tracotanza dei nuovi dominatori asiatici.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1