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Oro, argento, bronzo e …doping: l’atletica del Kenya ne offre in quantità industriale

Costantino MuscauDal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
Milano, 6 ottobre 2018

Pochi giorni fa (il 27- 28 settembre) l’Athletics Integrity Unit (AIU), che, come dice la parola stessa, si occupa della integrità degli sportivi, ha dichiarato ufficialmente a Nairobi: “Il Kenya è uno dei tre Paesi al mondo in cui gli atleti sono i più drogati”.

Alcuni esempi, giusto per gradire.

Asbel Kipruto Kiprop, 29 anni, campione mondiale e olimpico dei 1500 metri, è stato squalificato perché trovato positivo all’Epo (eritropoietina) il 27 novembre scorso. La medaglia d’oro olimpica gli venne assegnata un anno dopo le olimpiadi di Pechino (2008) perché  il vincitore, il marocchino Rashid Ramzi,  era stato eliminato per…doping!

Kipyegon Bett, 20 anni, medaglia di bronzo sugli 800 metri ai mondiali del 2017 di Londra, è stato temporaneamente sospeso, nell’agosto scorso, da tutte le competizioni perché si è rifiutato, o ha mancato, di sottoporsi al controllo antidoping. Non aveva superato l’esame dell’Epo.

Ruth Jebet,  che corre per il Bahrain, definita ragazza prodigio perché a 21 anni è già campionessa olimpica e detentrice del record mondiale sui 3 mila siepi, è stata sospesa nel febbraio scorso per sospetto  uso di sostanze proibite.

Rita Jeptoo, 37 anni,  grande protagonista della maratona mondiale (vittoriosa a Stoccolma, Milano, 3 volte a Boston, due a Chicago) nel 2016 è stata eliminata dalle competizioni nel 2016 per 4 anni e privata di tutti i risultati dal 17 aprile 2014 perché trovata positiva all’Epo.

Jemima Selagat Sumgong, 34 anni, altra illustre maratoneta – è stata la prima donna del suo Paese a diventare campionessa olimpica a Rio nel 2016 –  è un’altra illustre vittima dell’Epo: anche a lei, nel 2017,  sono stati inflitti 4 anni di penalizzazione.

In sintesi: tra il 2004 e il I agosto scorso gli organismi mondiale e nazionale antidoping hanno colto in fallo ben 138 atleti kenyani , <positivi> ai test antidroga, 113 di essi dopo gare ufficiali.

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Ma…  niente paura (si fa per dire): negli stessi giorni di fine settembre l’Agenzia Mondiale Antidroga (Ama, o Wada), ci ha rassicurati: “Il fenomeno doping in Kenya, pur vasto e preoccupante, non è istituzionalizzato. Esso è nettamente diverso da quello scoperto nel resto del mondo: non è legato allo Stato nè a reti criminali, bensì a scelte individuali”. Il riferimento è a quanto è successo in Russia: qui, contrariamente al Kenya, era stato verificato un sistema istituzionale di dopaggio tra il 2011 e  il 2015. Per questo l’Agenzia Mondiale aveva inflitto alla Russia delle sanzioni, levate – tra forti polemiche –  appena il 20 settembre scorso.

Athletes run as an anti doping banner is seen during the heat of the men's 100m at the Kenya National Trials at Kasarani Stadium in Nairobi on June 21, 2018, ahead of the 21st African Senior Championships in Nigeria to be held on August 1-5, 2018. / AFP PHOTO / Yasuyoshi CHIBA
Athletes run as an anti doping banner is seen during the heat of the men’s 100m at the Kenya National Trials at Kasarani Stadium in Nairobi on June 21, 2018, ahead of the 21st African Senior Championships in Nigeria to be held on August 1-5, 2018. / AFP PHOTO / Yasuyoshi CHIBA

Sia Aiu sia Wada (o Ama) in quei giorni di fine settembre si sono ritrovate a Nairobi, assieme a un altro organismo fratello (l’Agenzia antidoping del Kenia – Adak) per rendere noti i risultati di una lunga e approfondita ricerca sulla diffusione del doping nel Kenya denominata Kenya Project. Uno studio avviato nel dicembre 2016 che si proponeva di “investigare i più grandi corridori sulle lunghe e medie distanze, gli allenatori, medici e assistenti, personale di supporto, dirigenti di società”. Alla fine di questo lavoro, è stato sollevato un velo sulla disciplina sportiva, che, da decenni,  rende il Kenya ammirato e invidiato in tutto il mondo. E in parte ha risposto alle domande che esperti, scienziati, medici, curiosi si ponevano dopo le mirabolanti performance di tanti campioni provenienti dalla Rift Valley: “Che cosa li rende così forti nel fondo, nel mezzofondo, nella maratona? L’allenamento in altura, la loro struttura fisica, la cultura della corsa, un fatto innato?”.

Dall’inchiesta realizzata e resa pubblica da parte dei tre organismi antidroga, emerge, infatti, che a supportare tanti atleti con prestazioni spesso al limite dell’umano (si veda il recordman della maratona Eliud Kipchoge , di cui abbiamo parlato recentemente su Africa Express) c’è anche un sistema otto , o bacato, o poco brillante, come minimo; sicuramente unico al mondo almeno per le sue caratteristiche. Un sistema dove si ricorre  a piene mani a due “aiutini” poco naturali: “il Nandrolone e l’Epo sono le sostanze più comunemente usate  dagli atleti”, hanno dichiarato i responsabili di Wada, Aiu e Adak. L’Epo ( eritropoietina) è un ormone che regola la produzione dei globuli rossi e quindi aumenta l’apporto di ossigeno ai muscoli con conseguenti vantaggi per chi pratica sport come atletica e ciclismo. Chi se ne serve deve essere esperto, o ben assistito. Il Nandrolone, invece, è uno steroide che si trova con facilità, costa poco e si prende per bocca. “Il fenomeno è molto serio – ha commentato Brett Clothier, responsabile de l’AIU – siamo tutti preoccupati”.

Tuttavia,  “dal sondaggio è emerso che non c’è prova dell’esistenza di un dopaggio istituzionalizzato , sofisticato, organizzato – ha dichiarato Gunter Younger dell’Agenzia mondiale antidroga – molti atleti addirittura non sanno neppure che si dopano e non hanno idea delle conseguenze, oltre a non conoscere le regole antidoping. I campioni kenyani hanno una facilità estrema a trovare i prodotti proibiti, recandosi direttamente in farmacia, oppure utilizzando farmaci che contengono sostanze considerate dopanti. Occorre una campagna di educazione dei corridori e dare risposte forti in caso di positività accertate”.  Queste parole rimandano a quello che , due anni fa, dichiarò ”al Corriere della Sera”, il professore medico bresciano Gabriele Rosa, che da 30 anni lavora in Kenya e che ha creato maratoneti come la Sumgong, di cui è manager: “Gli atleti sono ignoranti, nella migliore delle ipotesi. E stupidi. Vengono avvicinati da gente che propone loro scorciatoie, dicono di sì con leggerezza. E’ gravissimo”.  Ecco perchè  Humphrey Kayange, presidente del Comitato Nazionale Olimpico del Kenya (CNP), ha ribadito : “Dobbiamo insistere sull’educazione degli atleti e del loro entourage al fine di ridurre l’ignoranza e la negligenza voluta di certi responsabili”. Tanto per cominciare Japhter Rugut, direttore dell’Adak, si augura che si pongano in  atto restrizioni al facile accesso all’acquisto di sostanze illegali. E’ stata l’unica proposta concreta , assieme a quella ambiziosa di educare il mondo dell’atletica a una maggior consapevolezza,  di quella due giorni che ha fatto il punto sullo stato della droga sportiva in Kenya.

Per il resto non è emerso null’altro di concreto. Si sta studiando che fare. Per ora è ci si affida al Pathologist Lancet, il primo laboratorio kenyano accreditato internazionalmente per passare al setaccio gli atleti non solo del Kenya, ma anche di Etiopia, Eritrea, Tanzania e Uganda. E’ un grande passo, la creazione di questo laboratorio in grado di esaminare 4000 mila specimen al giorno. Fino alla fine di agosto, infatti, i campioni di sangue dovevano essere spediti in Europa entro 36 ore. Ora saranno analizzati in loco. “L’esistenza di un controllo locale – ha dichiarato l’altro giorno a Le Monde  il biologo Ahmed Kalebi, fondatore nel 2009 di Pathologist Lancet – sarà un deterrente per quegli atleti che possono procurarsi l’Epo a poche centinaia di euro anche in aree isolate dove si allenano. Certi giovani, di umili e povere origini, non esitano a spendere queste cifre per conquistare un podio, sinonimo di gloria e di successo”.

Il primo test della nuova struttura sarà fra un anno: nell’autunno 2019 si disputeranno a Doha i campionati del mondo di Atletica. Ma sarà una guerra di lunga durata e non necessariamente vittoriosa quella contro il doping in Kenya. Proprio nelle giornate in cui negli stati maggiori dei tre organismi deputati a contrastare l’assunzione di sostanze illecite erano in bella mostra a Nairobi, la Federazione internazionale di Atletica (Iaaf) ha pubblicato l’elenco aggiornato degli atleti sanzionati per violazione delle regole antidoping. Esso comprende russi, indiani e una batteria di – indovinate un po’?-  di kenyani: Micah Kiplagat Samoei, positivo alla marcialonga  di Cavalese nel 2016: 2 anni di squalifica; stessa sanzione per Nicholas Kiplagat positivo nel 2017; Peter Kiptoo Kiplagat, positivo al Clenbuterolo ( aumenta i muscoli e diminuisce il grasso) alla maratona di Casablanca ( bandito per 4 anni dal 9 marzo scorso); Ferdinand Omanyala, velocista, positivo al glucocorticoide betametasone (si dà anche ai cavalli!), “espulso” per 14 mesi a partire dal 14 settembre scorso; il suo allenatore Duncan Ayiemba, cacciato per 2 anni. Infine Michael Koskei Rotich,  l’ex team manager della squadra olimpica a Rio, condannato , “per complicità”, a stare lontano dalle piste sino al 2020.

Una lista del disonore, desolante, che conferma quanto accertato dall’inchiesta e che offusca la reputazione del Kenya. Eppure incompleta. Prima che la Iaaf aggiornasse la sfilza degli “appestati”, il 7 agosto scorso, era stato sospeso dall’Athletics Integrity Unit, anche Samuel Kalalei, vincitore a novembre 2017 della maratona di Atene: “bocciato” al test dell’Epo avvenuto il 4 giugno. Poco prima erano stati incastrati (per uso di morfina) Lucy Kabuu Wangui, campionessa dei 10 mila metri ai Commonwealth Games e il velocista Boniface Mweresa. Tutti e tre scoperti e denunciati in 10 giorni. Un record di cui il Kenya sportivo dovrebbe fare volentieri a meno.

Certo fa uno strano effetto che il  maggior esportatore  al mondo di piretro, una pianta utilizzata per insetticidi e prodotti antiparassitari, non riesca a debellare un parassita dannoso come  il doping….

Costantino Muscau
muskost@gmail.com

Dal Nostro Archivio:
Eliud Kipchoge (Kenya): con oltre oltre 20 km all’ora diventa il fuoriclasse della maratona

Mozambico, cominciato in un’enorme tenda il processo a quasi 200 sospetti jihadisti

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 6 ottobre 2018

Fino ad ora sono 189 i detenuti sospettati di essere militanti islamici accusati di terrorismo nella provincia di Cabo Delgado, nell’estremo nordest del Mozambico, a 2.500km dalla capitale Maputo.

Mercoledì scorso è iniziata la prima fase del processo contro i presunti jihadisti e, visto il grande numero di imputati, l’aula improvvisata del tribunale è una grande tenda montata nel cortile del carcere di Pemba, capoluogo della provincia mozambicana.

Addestramento di al Shebad
Addestramento di al Shebab

Centocinquantadue degli accusati sono cittadini mozambicani. Gli altri sono stranieri: 29 tanzaniani e tre cittadini somali. Tra gli imputati ci sono anche 42 donne. Le accuse, lette dal procuratore Rodrigo Munguambe, a carico dei presunti terroristi islamici sono gravissime: omicidio di primo grado, uso di armi bandite, appartenenza ad associazione criminale e istigazione alla disobbedienza collettiva contro l’ordine pubblico.

I detenuti mozambicani per la maggior parte sono dell’area di Cabo Delgado ma provengono anche dalle province centrali del Paese: Zambezia e Nampula, e da Beira, seconda città mozambicana e capoluogo della provincia di Sofala.

Secondo quanto detto dal procuratore Munguambe i seguaci del gruppo jihadista sono stati reclutati nelle moschee locali da cittadini stranieri provenienti dalla confinante Tanzania. Il reclutamento è stato possibile attraverso la promessa di una grande quantità di denaro se gli affiliati avessero incitato i cittadini di Cabo Delgado a disobbedire e a mancare di rispetto alle autorità dello Stato mozambicano.

I detenuti tanzaniani provengono invece dall’isola di Zanzibar e delle aree di Songea, Mtwara e Masasi, vicino al confine mozambicano. I tre somali sono della zona di Chisimaio, nel sud della Somalia. Lunedì prossimo la fase processuale avrà inizio con gli interrogatori dei singoli accusati.

Mappa della provenienza dei jihadisti mozambicani e dell'area degli attacchi (Courtesy Google Maps)
Mappa della provenienza dei jihadisti mozambicani e dell’area degli attacchi (Courtesy Google Maps)

Viene così confermato lo studio sull’estremismo islamico in Mozambico voluto dal presidente mozambicano Filipe Nyusi e realizzato da João Pereira e Salvador Forquilha dell’Università di Maputo con il leader religioso islamico Saide Habibe.

Esattamente un anno fa, il 5 ottobre, il primo attacco jihadista a una stazione di polizia di Mocimboa da Praia, cittadina di Cabo Delgado dove sono stati uccisi tre poliziotti e 17 estremisti islamici.

Dalla popolazione vengono chiamati al Shebab ma secondo l’indagine di Pereira e Forquilha il loro nome è “Ahlu Sunnah Wa-Jammá” (in arabo ‘seguaci della tradizione del profeta’) e nelle settimane e mesi seguenti sono continuati altri assalti alla popolazione civile nelle città e nei villaggi isolati depredati e messi a ferro e fuoco.

Con il passare dei mesi gli attacchi sono diventati più brutali e soprattutto l’obiettivo è diventato la popolazione inerme ammazzata a colpi di AK-47 e all’arma bianca. Fino ad ora si contano – secondo Bernardino Rafael, comandante della polizia mozambicana (PRM) – novanta morti, anche decapitati o bruciati vivi. Tra questo anche bambini. I feriti sono stati sessantasette e oltre 1.600 le case distrutte con migliaia di sfollati.

Il presidente Nyusi, in aiuto della polizia locale, ha mandato le Forze armate che hanno chiuso o raso al suolo varie moschee. È infatti necessario fermare una deriva estremista che sarebbe potuta diventare ingestibile in un territorio dove ENI ed ExxonMobil stanno lavorando all’estrazione di gas naturale da uno dei maggiori giacimenti africani che sarà operativo nel 2021.

Bisogna ricordare che a qualche centinaio di chilometri, a sudovest dalla zona degli attacchi jihadisti, opera la Montepuez Ruby Mining nel più grande giacimento di rubini del mondo. Qui i capi delle cellule che ammazzano e distruggono in Mozambico si finanziano con il contrabbando di pietre preziose ma anche con l’avorio illegale e il legno pregiato. La posta in gioco per il Mozambico è troppo alta.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter: @sand_pin

Guerra continua in Mali e Burkina: jihadisti in agguato colpiscono a sorpresa

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 5 ottobre 2018

Non si arrestano gli attacchi dei terroristi nel Sahel, in particolare nel Mali, dove lo scorso fine settimana presunti jihadisti hanno teso un’imboscata ad un pullman scortato da militari maliani. Secondo fonti della sicurezza, almeno una ventina di uomini armati, in sella alle loro moto, hanno assalito l’autobus, diretto da Gossi (regione di Tumbuktu) verso Hombori (regione di Mopti), e la scorta, uccidendo un militare e ferendo diversi civili. Secondo alcuni testimoni oculari, gli assalitori portavono un turbante.

Ad Amalaoulaou, nel nord-est, al confine con il Niger, sono stati ammazzati brutalmente ben venticinque civili touareg. Altri cinque sono rimasti feriti da un gruppo di uomini armati.

Operazione Barkhane nel Sahel
Operazione Barkhane nel Sahel

Nei giorni precedenti, invece un gruppo di uomini di etnia fulani, hanno fatto irruzione in villaggio tuareg nei pressi di Menaka, sempre nel nord-est della ex colonia francese e, secondo fonti del ministero per la Sicurezza, hanno ucciso ventisette civili. Gli scontri inter-etnici tra tuareg e fulani sono all’ordine del giorno, soprattutto nel Nord del Mali.

La situazione si fa sempre più incandescente, malgrado le promesse di Ibrahim Boubacar Keita, rieletto presidente del Mali, secondo cui la questione “sicurezza” è la sua assoluta priorità. Vista l’attuale situazione, la Francia ha inviato centoventi paracadutisti in rinforzo all’Operazione francese Barkhane.

Barkhane è operativa dal 1° agosto 2014. Con base a N’Djamena, la capitale del Ciad, conta attualmente circa quattromilacinquecento militari. In Mali sono stanziati millesettecento uomini, per lo più a Gao. Altri si trovano a Kidal e a Tessalit, nel nord-est del Paese.

Lo scorso giugno anche i primi soldati britannici, con tre elicotteri da trasporto pesanti Chinooks, hanno raggiunto il contingente francese. In base ad accordi presi dal presidente Emmanuel Macron e dal premier Theresa May, all’inizio di quest’anno, il personale militare del Regno Unito non sarà coinvolto in operazioni di combattimento.

Anche in Burkina Faso, in particolare al confine con Niger e Mali, le attività dei terroristi si susseguono. Mercoledì sera è stata attaccata la stazione di polizia a Inata, nella provincia di Soum; i presunti miliziani, giunti sul posto con due automobili e alcune moto, hanno ucciso un poliziotto e ferito un altro. Anche i danni materiali procurati dai terroristi sono stati piuttosto importanti: hanno bruciato parecchie macchine della miniera d’oro di Inata e saccheggiato i dormitori dei minatori. Le autorità hanno chiesto immediatamente aiuto ai militari di Barkhane. Dopo un volo di ricognizione con un drone, che aveva individuato una colonna di una quindicina di moto diretta a nord, due caccia bombardieri Mirage, decollati dalla base francese di Niamey, hanno effettuato un raid aereo nella zona. Non è ancora dato sapere il risultato di questa operazione.

Attentato jihadista in Burkina Faso
Attentato jihadista in Burkina Faso

Ieri mattina altri sette soldati burkinabè sono morti mentre si recavano Foutouri, nel nord del Paese, al confine con il Niger, dove truppe delle forze armate della ex colonia francese sono impegnate da diversi mesi in azioni antiterroriste. Durante il tragitto il veicolo dei militari è esploso a causa di una mina artigianale.

Dal 2015 ad oggi hanno perso la vita oltre centoventi persone tra civili e militari. Sabato scorso l’opposizione aveva organizzato una manifestazione nella capitale Ouagadougou per protestare contro l’incapacità del governo di intervenire in modo mirato contro la crescente ondata di terrorismo.

Nel 2012 oltre la metà del nord del Mali era sotto il controllo dei gruppi jihadisti. Solo con l’arrivo nel 2013 del contingente internazionale della missione MINUSMA, in gran parte dell’aerea è stata ristabilita l’autorità del governo. Diverse zone sfuggono ancora al controllo delle truppe maliane e internazionali, malgrado sia stato firmato nel giugno 2015 il “Trattato per la pace e la riconciliazione nel Mali”.

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Per contrastare e combattere i terroristi nel Sahel, recentemente è stato creato un nuovo contingente tutto africano dal raggruppamento di Stati G5 Sahel, che comprende Mali, Niger, Burkina Faso, Mauritania e Ciad. Il nuovo corpo di sicurezza, Force conjointe du G5 Sahel (FC-G5S), è stato approvato all’unanimità con risoluzione (la numero 2359) dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU il 21 giugno 2017. Il quartiere generale dell’ FC-G5S a Sévaré, nel centro del Mali, è stato parzialmente distrutto il 29 giugno 2018 in un attentato jihadista, durante il quale hanno perso la vita cinque persone, tra loro due soldati maliani e i due kamikaze. Il raggruppamento terrorista “Gruppo di sostegno dell’Islam e dei musulmani” capeggiato da Iyad Ag-Ghali, vecchia figura indipendentista touareg, diventato capo jihadista e fondatore di Ansar Dine – in italiano: ausiliari della religione (islamica) – aveva rivendicato l’atto terroristico.

Per meglio coordinare le operazioni, il comandante del FC-G5S, Hanane Ould Sidi, burkinabè, ha dato ordine che il nuovo quartiere generale sarà a Bamako, la capitale del Mali. Il contingente africano, che, una volta completamente attivo, dovrebbe comprendere cinquemila uomini, stenta a decollare. Mancano ancora fondi per arrivare alla cifra prevista di 423 milioni di dollari. Finora l’UE ha stanziato cento milioni di euro, cinquanta milioni di dollari sono stati messi a disposizione dagli Stati che costituiscono il G5 Sahel, ossia un contributo di dieci milioni di euro per ciascun Paese. Dal canto suo la Francia partecipa con settanta vetture tattiche, materiale per le trasmissioni e protettivo, per un valore di otto milioni di euro. L’Arabia Saudita ha promesso cento milioni di dollari, mentre gli USA sosteranno il contingente con sessanta milioni di dollari.

Ma durante una conferenza stampa congiunta di Florence Parly, ministro della Difesa francese e il suo omologo statunitense, Jim Mattis, in visita a Parigi il 2 ottobre, è stato reso noto che l’iniziale contributo statunitense promesso di sessanta milioni di dollari sarà aumentato in modo significativo.

Una vera e propria svolta, perchè inizialmente gli USA non avevano accolto con grande entusiasmo questa nuova formazione militare tutta africana. E’ possibile che il nuovo corso sia dettato dal fatto che Washington sta considerando di ritirare la maggior parte delle truppe americane dal Niger dove, un anno fa, hanno perso la vita quattro soldati americani insieme ad altri quattro militari nigerini, nel corso di un’imboscata rivendicata dallo Stato Islamico.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Assassinati 4 funzionari in Etiopia: scoppiano scontri etnici 44 morti e 70 mila sfollati

Loghino africa express 2Africa ExPress
Addis Ababa, 3 ottobre 2018

Quarantaquattro persone sono morte durante nuovi scontri etnici scoppiati lo scorso fine settimana nell’ovest dell’Etiopia, al confine tra le regioni Oromia e Benishangul-Gumuz.

Walta Media and Communication Corporate (WMCC), quotidiano online etiopico, ha riportato che le violenze sono cominciate venerdì scorso, dopo l’uccisione di quattro funzionari locali del Benishangul-Gumuz che si trovavano nella vicina Oromia, per partecipare ad una riunione sulla sicurezza. I dirigenti sarebbero stati assaliti da un gruppo di uomini armati non identificati.

Abiy Ahmed, premier etiopico
Abiy Ahmed, premier etiopico

Conflitti tra gruppi di giovani, per lo più oromo e gumuz, armati di pietre e coltelli avrebbero costretto alla fuga gli abitanti della zona. Secondo l’Ufficio per gli affari umanitari dell’ONU (OCHA), ben settantamila persone avrebbero lasciato le loro case.

A causa degli scontri etnici che si sono verificati nell’Etiopia meridionale da aprile ad oggi, gli sfollati sono un milione o forse più. Una minaccia interna pesante contro il nuovo premier Abiy Ahmed, di etnia oromo, che finora ha ricevuto applausi dalla comunità internazionale per le sue riforme nel Corno d’Africa.

E proprio oggi si apre il congresso della coalizione al potere, l’Ethiopian People’s Revolutionary Democratic Front (EPRDF), al quale parteciperanno oltre mille delegati, che alla fine delle tre giornate di lavori dovrebbero rieleggere Abyi come loro presidente, voto che esprimerebbe fiducia nel suo operato e nella sua leadership. Alla fine di marzo, pochi giorni prima che venisse investito del ruolo di primo ministro, Abyi era già stato nominato capo della coalizione al potere.

Africa ExPress
@africexp

Fornivano istruzione militare illegale, arrestati due cinesi in Zambia

franco nofori francobolloDal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 3 ottobre 2018

Due istruttori militari cinesi e i loro nove allievi zambiani, sono stati arrestati nello scorso weekend in Zambia per aver illegalmente addestrato all’uso delle armi alcuni dipendenti dell’agenzia di sicurezza Alert Safety Security con base a Livingston, cittadina turistica nel sud del Paese, nei pressi delle cascate Vittoria. Nel corso dell’irruzione la polizia ha recuperato sette fucili a pompa, una pistola e uno scatolone pieno di munizioni. L’ordinamento dello Zambia non prevede che agenzie di sicurezza privata possano dotarsi di armi da fuoco.

Le undici persone arrestate per il training militare illegale
Alcune delle undici persone arrestate per il training militare illegale

Un’aggravante dell’imputazione è che il personale dell’agenzia era dotato di uniformi quasi identiche a quelle in uso presso il corpo delle guardie addette al controllo dei parchi nazionali. La cosa ha fatto nascere il sospetto che si volesse far circolare uomini armati spacciandoli per agenti governativi. Tra gli arrestati c’è anche il direttore dell’agenzia di Livingston della Alert Safety Security che ha il proprio quartier generale nella capitale Lusaka. Inoltre la scelta della sede secondaria della compagnia  e non di quella centrale per l’addestramento illegale ha rafforzato tra gli inquirenti la convinzione che il progetto intendeva sottrarsi a un più efficace controllo sulla propria attività.

Complesso turistico a Lavington (Zambia) di fronte alle cascate Vittoria
Complesso turistico a Livingston (Zambia) di fronte alle cascate Vittoria

Il capo della polizia provinciale di Livingston, Bonnie Kapeso, che ha ordinato l’arresto degli undici accusati, ha dichiarato che le armi sequestrate apparterrebbero all’agenzia di sicurezza di Lusaka e che la stessa le avrebbe recentemente importate dalla Cina, ma si è riservato di fornire più precisi dettagli nei prossimi giorni, in base ai risultati che emergeranno dalle investigazioni in corso. E’ ovvio che, se questa importazione fosse avvenuta illegalmente, il caso assumerebbe ben più gravi connotazioni, coinvolgendo anche funzionari e autorità locali.

Forse di polizia dello Zambia nella cittadina di Lavington
Forse di polizia dello Zambia nella cittadina di Livingston

Comunque vada è un fatto che la presenza cinese in Africa, non lascia passare giorno, senza far parlare di sé a causa di discutibili episodi. Solo una settimana fa, alcuni attenti osservatori della realtà zambiana, hanno denunciaato il piano cinese d’impossessarsi dell’aeroporto internazionale di Lusaka e della società elettrica nazionale, accusando anche il presidente in carica, Edgar Lungu, di aperta e imbelle connivenza con la strategia di Pechino. Il modo in cui quest’ultimo caso si concluderà, potrà rivelare il grado di sudditanza che lo Zambia mostra nei confronti del suo un po’ troppo intraprendente partner asiatico. Sudditanza peraltro avvalorata dalla singolare iniziativa del Times of Zambia, il quotidiano di Stato, che nella sua edizione di ieri presentava il suo fondo di maggior rilievo in puro mandarino.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

Premio Nansen 2018 ad un infaticabile chirurgo sud sudanese

Loghino africa express 2Africa ExPress
Ginevra – Juba, 2 ottobre 2018

E’ un medico sud-sudanese il vincitore del prestigioso premio Nansen dell’Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite, edizione 2018.

Evan Atar Adaha, il solo chirurgo nell’ospedale di Bunj, nell’Upper Nile State, che dista oltre seicento chilometri dalla capitale Juba, è il solo noscomio ancora aperto in tutto lo Stato dell’estremo nord del Paese, investito dalla sanguinosa guerra civile che si consuma dal 2013. Vedremo se l’ennesimo trattato di pace, firmato recentemente a Khartoum tra il presidente Salva Kiir e Riek Machar, possa riportare stabilità nel Sud Sudan.

Evan Atar Adaha, il medico sud sudanese, vincitore del Premio Nansen 2018
Evan Atar Adaha, il medico sud sudanese, vincitore del Premio Nansen 2018

Bunj è una piccola città al confine con il Sudan, e l’ospedale è l’unico punto di riferimento per un’utenza di quasi duecentomila persone, tra loro anche molti rifugiati sudanesi. “Spesso i nostri pazienti devono camminare ore e ore per raggiungerci. Noi accogliamo chiunque e capita che un solo letto debba essere condiviso da più malati. E’ una sfida incredibile, ma per questa gente non c’è un altro ospedale a disposizione e negare le cure è come dire: Andate a morire a casa vostra”,  ha spiegato il medico.

Adaha opera fino a dieci pazienti al giorno, toglie cisti, interviene su tiroidi, pratica tagli cesari e quant’altro. Apparentemente sembra la vita di un chirurgo qualunque, ma non è così. La sua sala operatoria è spesso poco illuminata, quando manca la corrente elettrica dipende dai capricci di un generatore ormai vecchio e malandato. Non esiste una banca del sangue per eventuali trasfusioni e non di rado non funzionano nemmeno i macchinari per l’anestesia e, in mancanza d’altro, per poter procedere con gli interventi, il medico è costretto a ricorrere a semplici iniezioni di ketamina (anestetico dissociativo che non inibisce la respirazione autonoma, dunque è più sicuro quando non si hanno a disposizione tutti i presidi necessari per il monitoraggio del paziente).

Il chirurgo sud sudanese è un uomo umile, eppure è sempre elegante con la sua camicia a righine bianche e blu. Vive in una tenda accanto all’ospedale, quando potrebbe condurre una vita di lusso. Non è fuggito altrove all’inizio della guerra civile, come hanno fatto la maggior parte dei suoi colleghi. E’ rimasto qui, per prendersi cura dei malati, della povera gente, vittima di questa assurda guerra.

Il Premio Nansen per i Rifugiati prende il nome da Fridtjof Nansen, esploratore polare e umanitario norvegese che negli anni venti ha ricoperto il ruolo di primo Alto Commissario per i Rifugiati per la Società delle Nazioni. Nel 1922 Nansen ha vinto il premio Nobel per la pace per il suo coraggioso e infaticabile lavoro in favore dei rifugiati della prima guerra mondiale. Il Premio Nansen per i Rifugiati, attraverso i suoi vincitori, si propone di ricordare i valori di perseveranza e tenacia di fronte alle avversità.

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L’ importante riconoscimento è stato consegnato, insieme ad un assegno di centocinquantamila dollari il 1°ottobre, durante una breve cerimonia a Ginevra, in presenza di alcuni funzionari dell’UNHCR e dell’attrice australiana Cate Blanchett.

Questo straordinario medico, oggi cinquantaduenne, è rimasto orfano di padre, un allevatore, all’età di soli sette anni e secondo la tradizione, avrebbe dovuto prendersi cura della famiglia. Ma la madre ha deciso diversamente per lui, mandandolo a studiare a Juba. Diverse borse di studio gli hanno permesso di proseguire la sua istruzione a Khartoum e in seguito al Cairo, dove ha anche iniziato a lavorare come medico. Nel 1997 si è trasferito a Kurmuk in Sudan, dove in quegli anni si stava consumando una sanguinosa guerra civile. E’ da allora che è diventato un “maestro dell’improvvisazione”: isolato dal mondo, senza medicinali, è stato costretto ad applicare impacchi di erbe per fermare le emorragie, cucire con filo da pesca le ferite profonde, praticare una tracheotomia (intervento che consiste nell’incisione della trachea, per aprire una via respiratoria alternativa a quella naturale) con un qualunque gambo o stelo vegetale appuntito.

Ospedale di Bunj, Sud Sudan
Ospedale di Bunj, Sud Sudan

Nel 2011 i combattimenti si stringono attorno alla città di Kurmuk, non c’era più nulla da mangiare. Il dottore prepara i bagagli e insieme ad altri, decide di partire verso il Sud Sudan, che allora aveva appena conquistato l’indipendenza dal Sudan. Il piccolo convoglio, composto da quattro automobili e un trattore impiega oltre un mese per percorrere cento chilometri. Lui e i suoi compagni d’avventura si fermano a Bunj, una delle prime città appena oltre la frontiera, dove si trovava un piccolo ospedale abbandonato. “Siamo arrivati il 22 novembre e abbiamo iniziato ad operare il giorno successivo”, ricorda Atar. E da allora non si è mai fermato. Si concede pochi giorni di vacanza tre volte l’anno, per raggiungere moglie e figli che vivono a Nairobi.

Ora nel piccolo nosocomio lavorano una cinquantina di persone e quattro medici, grazie a fondi messi a disposizione dall’ONG Samaritan’s Purse, un’ organizzazione umanitaria cristiana evangelica, e dall’UNHCR. Le sale operatorie ora sono diventate due; recentemente è stato possibile costruire anche un reparto per gli ammalati di tubercolosi e il personale riceve regolarmente uno stipendio.

Con i soldi del premio, il chirurgo vorrebbe acquistare materiale per l’ospedale, come diverse grandi lampade alogene per evitare le ombre nella sala operatoria,  apparecchi per l’anestesia e dotare il nosocomio di un reparto di maternità.

Africa ExPress
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Dal Nostro Archivio:

Sud Sudan: Machar oggi firma il trattato di pace per mettere fine alla guerra civile

Amnesty: “Omicidi, torture, sparizioni nell’inferno delle carceri del Sud Sudan”

Sud Sudan: popolazione allo stremo ma ogni parlamentare riceve in regalo 40 mila euro

Al Shebab attacca convoglio militare dell’UE a Mogadiscio, 3 morti, illesi i soldati italiani

Loghino africa express 2Africa Exress
Mogadiscio, 1°ottobre 2018

Gli Shebab hanno rivendicato l’attentato a Mogadiscio, la capitale della Somalia, verso le 12.10 ora locale ad un convoglio militare dell’Unione Europea.

Autobomba a Mogadiscio, Somalia
Autobomba a Mogadiscio, Somalia

Mohamed Hussein, un ufficiale delle forze armate somale, ha fatto sapere che un’autovettura carica di esplosivo è saltata in aria vicino ad un convoglio militare composto da cinque vetture, nelle vicinanze del ministero della Difesa di Mogadiscio. La polizia e le squadre di emergenza hanno confermato che la potente esplosione ha causato la morte di tre persone, tra loro il kamikaze, mentre altre quattro sono state ferite.

Uno dei veicoli del convoglio trasportava quattro militari italiani della missione europea, impegnati nell’addestramento delle forze di sicurezza somale. I nostri soldati  sono rimasti illesi e il loro veicolo è stato solo leggermente danneggiato.

Africa ExPress
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Amnesty: in Congo quarantamila baby minatori estraggono cobalto a mani nude

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Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 1 ottobre 2018

Sono quarantamila i bambini e le bambine, ragazze e ragazzi minorenni che scavano a mani nude nelle miniere di cobalto della Repubblica Democratica del Congo (RDC).

Lo denuncia Amnesty International che chiede al governo del Paese africano di “fermare ora questa barbarie e di mettere in atto tutte le misure per affrontare la salute dei bambini, i loro bisogni fisici, educativi, economici e psicologici”.

Secondo l’ong per i diritti umani i piccoli minatori lavorano in condizioni estreme fino a dodici ore al giorno, senza alcuna protezione e con salari da fame. A causa di carichi troppo pesanti – secondo Amnesty anche di 20-40kg – rischiano quotidianamente di avere incidenti anche gravi e si ammalano più facilmente dei loro coetanei.

Bambini minatori nella Repubblica Democratica del Congo (Courtesy Amnesty International)
Bambini minatori nella Repubblica Democratica del Congo (Courtesy Amnesty International)

I baby schiavi non solo rischiano la vita a causa dei frequenti crolli nelle grotte artigianali ma, se oltrepassano i confini della miniera, sono picchiati e maltrattati delle guardie di sicurezza. Molti bambini abbandonano la scuola per lavorare nei giacimenti e altri vanno a scavare dopo l’orario scolastico.

I bambini hanno raccontato che, dai commercianti del minerale, vengono pagati a seconda dei sacchi estratti e dopo aver raccolto, trasportato, lavato e frantumato il materiale, ricevono tra mille e duemila franchi congolesi al giorno, l’equivalente di uno/due euro. Questo senza conoscere il peso dei sacchi o il tipo di materiale raccolto e lavorando anche i fine settimana e nei giorni festivi.

Il lavoro, oltre che in gallerie improbabili e pericolose, si svolge anche a cielo aperto indipendentente dalle situazioni metereologiche, con la pioggia o con le elevate temperature tropicali. A causa del lavoro estremamente faticoso i baby minatori sono soggetti a lesioni muscolo-scheletriche e alla colonna vertebrale che possono avere effetti a lungo termine.

Questo scandalo dei giovanissimi minatori accade nonostante, dal 2009, in RDC esista un codice di protezione dei minori che prevede la gratuità e l’obbligo di educazione primaria per tutti i bambini. Un codice mai applicato per mancanza di fondi da parte dello stato mentre tutte le spese – arrivano a trentamila mila franchi al mese a famiglia (trenta euro) – compresi gli stipendi per gli insegnanti, sono a carico delle famiglie. Una cifra che non si possono permettere.

Mappa dellla provincia del Katanga nella RDC (Courtesy Google Maps)
Mappa della provincia del Katanga nella RDC (Courtesy Google Maps)

Molte delle miniere di cobalto sono nel Katanga, la grande provincia nel sud dell’ex colonia belga, e il prezioso minerale è tra i più richiesti dalle multinazionali dell’elettronica. Viene utilizzato per le batterie ricaricabili di smartphone, tablet, computer portatili e altri dispositivi elettronici.

Nelle miniere di cobalto lavorano tra 110mila e 150mila minatori artigianali dei quali, secondo stime Unicef del 2014, i minori sono quaranta mila. Oltre il 50 per cento della produzione mondiale di cobalto viene estratta dalla Repubblica Democratica del Congo e il 20 per cento del minerale proviene dai minatori artigianali del Katanga.

Amnesty, contro lo sfruttamento dei bambini nelle miniere di cobalto della RDC, chiede di firmare un appello indirizzato al presidente Joseph Kabila. Fino ad oggi ha raggiunto quasi 18.300 adesioni.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter: @sand_pin

Kenya spendaccione, debito con la Cina di 60 miliardi di euro. Che non potrà onorare

franco nofori francobolloDal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 30 settembre 2018

Non è una malevole previsione dei detrattori del governo Kenyatta, ma si tratta di una proiezione ufficiale del suo ministero del Tesoro che, nella bozza del Budget Review and Outlook Paper, segnala una pericolosa tendenza della spesa pubblica il cui trend, valutato in ragione dei debiti già contratti e di quelli di prossima acquisizione, indica che al termine del mandato presidenziale del 2022 (a termini costituzionali non più rinnovabile) lascerà al Paese un debito complessivo di oltre 60 miliardi di euro, cioè, più o meno lo stesso ammontare del PIL, il Prodotto Interno Lordo dell’ex colonia britannica.

moneymoneyQuesta colossale spesa risulta prodotta da una massiccia realizzazione di infrastrutture: strade, ferrovie, ponti, centrali elettriche, porti e varie altre installazioni, attuate attraverso la sottoscrizione di ingenti debiti, soprattutto (ma non solo) con l’ormai onnipresente partner cinese. Tutte opere che hanno notevolmente contribuito a una modernizzazione del paese, ma che hanno anche drammaticamente svuotato la cassa di Stato, impedendo altri necessari interventi in aree sensibili, come quelle del sistema scolastico, della sanità, delle case popolari, delle strade per l’accesso alle zone più remote e di altre opere pubbliche essenziali per consentire alla popolazione meno abbiente, decorose condizioni di vita.

Coda di autoveicoli a una stazione di servizio nell'imminenza dell'aumento del costo carburante
Coda di autoveicoli a una stazione di servizio nell’imminenza dell’aumento del costo carburanti

Una delle molte critiche rivolte al governo, per l’ingente indebitamento, proviene dal responsabile regionale della Stanbic Bank, Jibran Quereishi, che definisce irresponsabile “l’ambiziosa frenesia alla spesa” da cui la classe politica al potere sembra essere soggiogata. Del resto i primi effetti di questo dissennato indebitamento, hanno già prodotto dolorose conseguenze sull’economia interna: l’otto per cento di IVA è stato imposto sui prodotti petroliferi, cosa che presso le stazioni di servizio, causa l’aumento di altre tasse, si è trasformata in un secco incremento del 16 per cento sui carburanti facendo così esplodere una catena di rincari in tutto il settore della distribuzione, prodotti alimentari inclusi.

Vignetta di Gado sul Nation: come la corruzione cinese ingrassa la politica
Vignetta di Gado sul Nation: come la corruzione cinese ingrassa la leadership del Kenya

Per far fronte a questo crescente e inarrestabile indebitamento, la ricerca del governo di altri prestiti si sta facendo frenetica, ma trova sempre più porte chiuse perché la fiducia nella capacità di recupero del Paese appare poco credibile e si teme che il Kenya possa fare presto la fine dello Zambia, costretto a cedere i propri tesori all’astuto e falsamente  “generoso” alleato commerciale cinese. Su questa linea anche l’IMF (Fondo Monetario Internazionale) ha rifiutato di rinnovare al Kenya la concessione del credito di circa 900 milioni di euro, benché il locale rappresentante della potente organizzazione finanziaria, Jan Mikkelsen, assicura che l’IMF continuerà ad assistere il Kenya nel realizzare le necessarie riforme fornendo “i più opportuni consigli”, ma i consigli non sono titoli negoziabili di cui il Kenya ha disperatamente bisogno.

Protesta contro la miniera di carbone cinese a Lamu
Protesta contro la miniera di carbone cinese a Lamu

Peraltro, non tutto l’ammodernamento realizzato grazie al debito con Pechino, risulta gradito ai keniani, come la miniera di carbone in fase di realizzazione a Lamu che riceve la ferma ostilità degli abitanti, ma intanto, mentre davanti ai distributori di carburante del Paese si accodano chilometri di auto che tentano di fare il pieno prima dell’annunciato aumento, ecco la curiosa definizione di un cittadino (certo Mike) apparsa su un social network: “L’ambizione dei nostri politici è simile a quella di una cortigiana fallita che sotto il ricco mantello di broccato, indossa mutande sporche e stracciate”.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

Liberia: spariti nel nulla 83 milioni di euro mentre Weah vara la riforma terriera

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 29 settembre 2018

Si allarga a macchia d’olio l’inchiesta nell’ambito di un’ indagine sulla scomparsa di quindici miliardi di dollari liberiani (l’equivalente di ottantatremila euro).  Alle quindici persone indagate già una settimana fa, si sono aggiunte altre ventitré. Il denaro introvabile al momento attuale, era stato stampato all’estero e destinato alla Banca centrale di Monrovia, la capitale della Liberia.

Le banconote sarebbero arrivate nel Paese tra novembre 2017 – allora il presidente in carica era ancora Ellen Johnson Sirleaf –  e agosto 2018, ma nella banca non sono state trovate tracce del malloppo.

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All’inizio di agosto il nuovo governo ha aperto un’inchiesta e Musa F. Dean, ministro della Giustizia, ha fatto sapere che l’amministrazione di George Weah non era stata informata dell’arrivo dei contanti.

I media locali, invece, hanno riportato che banconote fresche di zecca sarebbero giunte via nave nel mese di marzo e prese in consegna al porto Monrovia da personale della Banca centrale, dove però non sarebbero mai arrivate.

Attualmente sono indagate ben trentotto persone, per lo più impiegati della Banca centrale, tra loro anche il figlio della ex presidente, Charles Sirleaf,  vice governatore, e Milton Weeks, ex governatore dell’istituto finanziario pubblico, e George Abi Jaoudi, uomo d’affari libanese, molto vicino alla  Sirleaf.  A tutti è stato vietato di lasciare il Paese ed è stata richiesta loro la massima collaborazione nell’inchiesta sull’importazione del denaro. In un comunicato il ministero dell’Informazione ha sottolineato che si tratta di questioni riguardanti la sicurezza nazionale.

Mentre il ministero di Giustizia ha fatto sapere di aver richiesto anche la collaborazione del ministero del Tesoro degli Stati Uniti d’America, dell’ FBI e del Fondo Monetario Internazionale. Dunque un’inchiesta a trecentosessanta gradi per capire quanto denaro sia stato stampato effettivamente e quanti biglietti siano stati importati nel Paese.

Da oltre un anno la svalutazione della moneta locale rende quasi impossibile per la maggior parte della popolazione l’acquisto di merce importata. Per questo motivo George Weah, presidente eletto nel dicembre dello scorso anno, per ridurre la galoppante inflazione, ha ridotto le tasse sull’importazione per oltre duemila prodotti di prima necessità.

Geroge Weah, il nuovo presidente della Liberia
Geroge Weah, il nuovo presidente della Liberia

Weah, che ha dominato la scena calcistica mondiale per anni e che nel 1999 è stato scelto dalla International Federation of Football History & Statistics , come calciatore africano del secolo, pochi giorni fa ha  promulgato una legge sulla riforma riguardante la proprietà terriera, definita “storica” e il cui testo prevede maggiori diritti alle comunità locali sulle terre non private e inoltre, per la prima volta nella storia della Liberia, offre anche agli stranieri la possibilità di diventare proprietari terrieri.

Una riforma importante per questo Paese, che conta poco più di 4,6 milioni di abitanti, dei quali oltre il cinquanta per cento è costituito da minorenni. La Liberia è uno degli Stati più poveri del Continente con un’entrata pro capite annua di soli 455,37 dollari.

La riforma, volta a trasformare il diritto consuetudinario in diritto di proprietà a tutti gli effetti, prevede anche la possibilità a società e organizzazioni straniere di possedere terre in Liberia. In base al testo di legge, le comunità locali potranno far valere i loro diritti anche grazie a testimonianze, mappe, accordi con comunità confinanti  e altri documenti. Entro due anni sarà preparato un catasto nazionale dei terreni comunitari e solo il dieci per cento del suolo di una comunità sarà considerato di domino pubblico e potrà essere dato in concessione a società private. La nuova legge dà ampio potere alle popolazioni locali per definire l’utilizzo del suolo a fini agro-pastorali o per la conservazione della natura. Inoltre, i contadini che dimostreranno di avere lavorato per almeno quindici anni appezzamenti di terra ne diventeranno proprietari.

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E per la prima volta anche gli stranieri, organizzazioni non governative, missionari potranno possedere prorietà terriere purchè vengano utilizzate per lo scopo per le quali sono state concesse. In caso contrario ritorneranno al vecchio proprietario.

In passato, secondo la Costituzione, solamente i neri – “people of colour” –  potevano acquisire la cittadinanza liberiana e solo chi era in possesso di questo requisito poteva possedere proprietà. Lo scorso gennaio Weah ha annunciato la cancellazione delle clausole sulla proprietà, perché antiquate e inappropriate nel ventunesimo secolo. Ha promesso anche l’abolizione della clausola razzista secondo cui solo chi ha la pelle nera può diventare cittadino liberiano.

La questione delle terre ha creato molti contrasti in passato tra l’elite dei discendenti degli schiavi affrancati americani-liberiani, che detenevano i titoli di proprietà della terra, e i contadini. La popolazione è scossa ancora oggi, non si è ancora ripresa dalla sanguinosa guerra civile durata ben quattordici anni e dalla terribile epidemia di ebola del 2014-2015.

Nel dicembre del 1989 il National Patriotic Front of Liberia (NPFL), capeggiato da Charles Taylor, comincia una rivolta nel nord del Paese  e ben presto prende il controllo di quasi tutto il territorio, eccetto della capitale Monrovia. Alla guerra civile partecipano sette fazioni rivali; termina con gli accordi pace nel 1997. Nelle elezioni che seguono, Taylor viene eletto presidente. Nel 1999 ricominciano i disordini, ma Taylor prede il controllo della situazione. Nel 2003 altra guerra civile che termina con la fuga del presidente in Nigeria. Si stima che in questi quattordici anni siano morte almeno duecentocinquantamila persone, mentre centinaia di migliaia hanno dovuto lasciare le proprie case e fuggire.

Nel 2012 Charles Taylor viene condannato dalla Corte penale internazionale per ben undici capi di accusa relativi ai crimini di guerra. Attualmente sta scontando una pena di cinquant’anni in una prigione della Gran Bretagna.

La storia della Liberia rappresenta un caso unico nel panorama africano. Lo Stato nacque infatti per iniziativa di un gruppo di schiavi affrancati che tornarono in Africa dagli Stati Uniti d’America, finanziati nel loro avventuroso viaggio da un gruppo di aziende private. La capitale del Paese si chiama per questo motivo Monrovia, in onore del presidente James Monroe, che liberò moltissimi schiavi, ed anche la bandiera rievoca quella americana nelle forme e nei colori.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes