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Pace lontana in Centrafrica: in troppi vogliono mettere la mani sulle sue risorse minerarie

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 13 ottobre 2018

Una decina di giorni fa a Sosso Nakombo, nel sud-ovest della Repubblica Centrafricana, tre cinesi, impiegati della società mineraria Yong, sono stati uccisi dalla folla inferocita che li riteneva  responsabili della scomparsa di Ignace Dimbelet, presidente dell’associazione locale dei Giovani.

Gli espatriati asiatici erano in compagnia di Dimbelet per un sopralluogo in un sito minerario sulle rive del fiume Kadéï. Durante il tragitto, la piroga sulla quale viaggiavano si sarebbe rovesciata e tutti e cinque – quattro cittadini cinesi e il giovane centrafricano, sarebbero caduti in acqua. Gli espatriati hanno raggiunto la riva a nuoto, mentre Dimbeletnon è stato dato per disperso.

Impiegati cinesi di un società mineraria in Centrafrica
Impiegati cinesi di un società mineraria in Centrafrica

Ovviamente questa notizia ha fatto andare su tutte le furie la famiglia e gli abitanti di Soddo Nokombo. Hanno preso d’assalto la stazione di polizia, dove i cinesi erano sotto interrogatorio. La folla ha aggredito gli espatriati, uccidendo tre di loro, le cui salme sono state portate a Bangui, la capitale della ex colonia francese.

La stampa locale ha riportato che qualche giorno fa sono state arrestate tredici persone, con l’accusa di essere responsabili della brutale aggressione. La tensione è sempre alta in questa regione, ricca di giacimenti auriferi e di diamanti. Spesso i minatori vengono pagati poco, lavorano senza protezione e sovente gruppi armati sono coinvolti in estrazioni e traffici illeciti dei preziosi minerali per autofinanziarsi.

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Il ministro degli esteri francese, Jean-Yves Le Drian, parteciperà al prossimo Consiglio degli Affari Esteri dell’Unione Europea, che si terrà il 15 ottobre nel Lussemburgo. In tale occasione chiederà un maggiore coinvolgimento dell’UE per supportare l’Unione Africana e l’ONU per ristabilire lo Stato di diritto nel Paese. L’UE è presente con EUTM RCA (acronimo inglese per European Union Training Mission in the Central African Republic), ma ora più che mai, il sostegno di tutti i partner europei è indispensabile, ha ricordato il ministro francese.

Parigi ritiene inoltre che non ci sia spazio per le iniziative russe nel voler intraprendere dialoghi di pace con i gruppi armati. Lo ha affermato Le Drian durante una conferenza stampa a margine dell’Assemblea generale dell’ONU dello scorso settembre. Infatti Mosca è presente nella Repubblica Centrafricana militarmente, diplomaticamente e non per ultimo, con truppe mercenarie. E a fine agosto, sotto l’egidia della Russia, a Khartoum, la capitale del Sudan, si è svolto un incontro tra vari gruppi armati centrafricani, rappresentanti russi e sudanesi. Un’iniziativa parallela ai colloqui di pace ufficiali dell’Unione Africana.

militari russi in Centrafrica
militari russi in Centrafrica

Il ministro delle Comunicazioni centrafricano, Ange-Maxime Kazagui, ha fatto sapere di aver preso atto che il 28 agosto scorso esponenti in rappresentanza di tre dei maggiori gruppi armati della ex coalizione Séléka, per lo più musulmani (Front Populaire pour la Renaissance de la Centrafrique, FPRC, capeggiato da Noureddine Adam; l’Union pour la Paix en Centrafrique,UPC, diretto da Ali Darassa e il Mouvement Patriotique pour la Centrafrique, MPC, di Mahamat Al-Khatim) hanno siglato una dichiarazione d’intenti. Tra i firmatari risulta anche un gruppo anti-balaka (in difesa dei cristiani), rappresentato da Maxim Mokom, uno dei principali leader del movimento.

Le autorità di Bangui hanno fatto sapere di sostenere la mediazione dell’UA, che da luglio dello scorso anno tenta di far sedere ad uno stesso tavolo tutti gli attori coinvolti nel conflitto, compreso il governo centrafricano. Anche la Comunità di Sant’Egidio aveva tentato una mediazione di pace tra tredici gruppi ribelli – su quattordici attivi nella ex colonia francese – e la presidenza della Repubblica Centrafricana. Le parti si erano incontrate il 19 giugno a Roma, nella sede dell’organizzazione religiosa. Il trattato prevedeva, tra l’alto,  un cessate il fuoco immediato, oltre al riconoscimento delle autorità elette democraticamente durante le votazioni che si sono svolte tra la fine del 2015 e l’inizio del 2016.

A parte la Francia, nemmeno il governo centrafricano ha apprezzato il tentativo della Russia di mediazione con i vari gruppi armati. Eppure i rapporti tra Bangui e Mosca si sono rafforzati negli ultimi mesi, dopo la visita di Faustin Archange Touadéra, presidente del Centrafrica, a Sotchi, città nella Russia meridionale, dove aveva incontrato Sergueï Lavrov, ministro degli esteri di Vladimir Putin. Un nuovo accordo è stato siglato il 21 agosto (avvenuto poco prima dell’incontro a Khartoum tra i rappresentanti russi e i leader dei gruppi armati) dai ministri della Difesa dei due Paesi – rispettivamente Sergueï Choïgou e Marie-Noëlle Koyara – a margine dell’inugurazione del forum militare che si è tenuto a Koubinka, nella regione di Mosca.

Nella ex colonia francese sono attualmente presenti cinque ufficiali e centosettanta istruttori civili di Mosca, arrivati dopo l’invio di fucili d’assalto, pistole e lanciarazzi RPG,  grazie all’ONU, che ha concesso al Cremlino una parziale abolizione sull’embargo delle armi. Embargo che era stato imposto alla Repubblica Centrafricana dal Consiglio di Sicurezza con risoluzione numero 2399 (2018).

Ma gli “istruttori civili” russi sono dei mercenari della società militare privata Wagner, contractors al servizio di Putin, uomini pronti a tutto, addestrati alla guerra, quasi sempre ex militari delle forze armate moscovite.

E la collaborazione con il Cremlino e il Centrafrica va oltre: da qualche tempo il consigliere per la sicurezza di Touadéra è il russo Valery Zakharov, responsabile anche della protezione personale del presidente e da marzo quaranta uomini delle forze speciali di Mosca fanno parte della sua guardia personale.

Tra un accordo e l’altro, la società mineraria russa Lobaye Invest ha ottenuto le necessarie autorizzazioni dal ministero centrafricano delle Miniere per procedere con le loro attività a Pama e a Yawa.  Altre tre società fondate recentemente dai russi, tra loro un gruppo finanziario internazionale, potrebbe fare da traino per nuovi investimenti nell’ex colonia francese.

D’altronde Mosca, secondo alcune fonti vicine all’ambasciata russa a Bangui, è interessata anche ad altri settori, oltre a quello minerario.

La crisi dell’ex colonia francese comincia alla fine del 2012: il presidente François Bozizé dopo essere stato minacciato dai ribelli Séléka alle porte di Bangui, chiede aiuto all’ONU e alla Francia. Nel marzo 2013 Michel Djotodia, prende il potere, diventando così il primo presidente di fede islamica del Paese. Dall’ottobre dello stesso anno i combattimenti tra gli anti-balaka e gli ex-Séléka si intensificano e lo Stato non è più in grado di garantire l’ordine pubblico. Francia e ONU temono che la guerra civile possa trasformarsi in genocidio. Il 10 gennaio 2014 Djotodia presenta le dimissioni e il giorno seguente parte per l’esilio in Benin. Il 23 gennaio 2014 viene nominata presidente del governo di transizione Catherine Samba-Panza, ex-sindaco di Bangui.

Dall’era François Bozizé, il Paese ha visto alternarsi ben quattro presidenti: Michel Djotodia, Alexandre-Ferdinand N’Guende, Catherine Samba-Panza e infine Faustin-Archange Touadéra, eletto nel marzo 2016.

Il 15 settembre 2014 arrivano anche i caschi blu dell’ONU della MINUSCA. Le forze dell’Unione Africana del contingente MINUSCA, presenti con 5250 uomini (850 soldati del Ciad hanno dovuto lasciare il Paese qualche mese prima, perché accusati di aver usato i civii come scudi umani) affiancano le truppe francesi dell’operazione Sangaris. Il 31 ottobre 2016 la Francia ritira ufficialmente le sue truppe dell’operazione Sangaris, che si è protratta per ben tre anni.

La Repubblica Centrafricana occupa una superficie di 622 984 chilometri quadrati per una popolazione di 5,1 milioni di abitanti, secondo INED 2017 (acronimo per Istituto Nazionale di ricerca demografico) e la densità è di 8,65 abitanti per chilometro quadrato. L’aspettativa di vita è piuttosto bassa e non supera i cinquantratre anni e solamente il 56,6 della popolazione adulta è alfabetizzata e l’indice di sviluppo umano è in coda alle statistiche.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

 

Dal Nostro Archivio:

Mercenari russi in Centrafrica, per garantire a Mosca lo sfruttamento delle miniere

E’ giallo su tre giornalisti russi ammazzati nella Repubblica Centrafricana

 

 

La mannaia del regime di Bujumbura sulle ONG straniere: arrestati tre impiegati

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 12 ottobre 2018

Un cittadino congolese e due burundesi, collaboratori della ONG International Rescue Comittee, sono stati arrestati mercoledì scorso a Muyinga, nell’est del Burundi, per aver violato le nuove norme entrate in vigore il 1°ottobbre 2018, concernenti le Organizzazioni non Governative straniere.

Gli arresti sono stati confermati da fonti diplomatiche e amministrative. IRC, una delle più importanti ONG attive nel Burundi,  non ha voluto rilasciare commenti.

A fine settembre il Consiglio Nazionale per la Sicurezza del Burundi ha decretato la sospensione di tutte le attività delle ONG straniere operative nel Paese per la durata di tre mesi, per permettere alle istituzioni incaricate di verificare se le ONG stanno operando in conformità con la legge e le norme vigenti.

Arresto di tre impiegati di una ONG straniera in Burundi
Arresto di tre impiegati di una ONG straniera in Burundi

La nuova legge, promulgata nel gennaio del 2017, è volta a controllare le finanze, i costi di gestione e le quote etniche degli impiegati locali (ossia sessanta per cento huti, 40 per cento tutsi come nella pubblica amministrazione) delle ONG straniere. Fonti diplomatiche occidentali hanno espresso preoccupazione perchè le organizzazioni internazionali potrebbero decidere di andarsene a causa delle nuove norme. Sarebbe gravissimo, visto che la maggior parte degli aiuti dell’Unione Europea confluiscono nel Paese grazie al loro operato.

Pascal Barandagiye, ministro degli Interni burundese, ha fatto sapere che le ONG straniere potranno riprendere servizio non appena firmeranno e depositeranno quattro documenti redatti dalle autorità di Bujumbura: con questi atti dichiareranno di depositare presso la Banca Centrale, su un conto aperto, un terzo del loro budget. Il ministro ha minacciato la radiazione definitiva delle organizzazioni straniere che non si metteranno in regola entro i tre mesi previsti. Finora solamente quattro associazioni su centotrenta sarebbero in regola, ha precisato Barandagiye.

Pierre Nkurunziza, presidente del Burundi
Pierre Nkurunziza, presidente del Burundi

In poche parole il regime di Bujumbura vuole avere un diretto controllo su tutte le attività delle ONG, che sono ovviamente reticenti nel voler firmare i documenti richiesti, in particolare quelli riguardanti le loro finanze e le quote etniche degli impiegati locali. Il regime intende proseguire sulla linea dura, vuole far rispettare le proprie decisioni, lo dimostrano gli arresti effettuati due giorni fa.

La crisi in Burundi inizia nella primavera del 2015, quando il presidente, forzando la Costituzione ha voluto farsi eleggere per la terza volta alla massima carica dello Stato. In quel periodo sono morte almeno milleduecento persone, altre quattrocentomila sono scappate dalle loro case.

In un rapporto pubblicato a settembre dalla commissione d’inchiesta dell’ONU, gli esperti hanno segnalato gravi violazioni dei diritti umani, alcuni dei quali costituiscono addirittura crimini contro l’umanità, perpetrati anche nel 2017 e 2018. Il Palazzo di vetro punta il dito direttamente su Nkurunziza, accusandolo di “frequenti incitamenti all’odio e alla violenza”. Nella sua relazione la commissione ha evidenziato un clima di palesi minacce ai diritti umani e un’impunità diffusa e questo grazie alle autorità, tra loro appunto anche il presidente, esponenti di Il Consiglio Nazionale per la Difesa della Democrazia – Forze per la Difesa della Democrazia (CNDD-FDD), il partito al potere.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Dal Nostro Archivio

Violenze, omicidi, sparizioni: il Burundi sul banco degli accusati dall’ONU

Nuovo mega scandalo di Kamlesh Pattni, il pastore battista e faccendiere del Kenya

franco nofori francobolloDal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 12 ottobre 2018

Benchè siano ormai trascorsi ventisei anni dai fatti, nessuno in Kenya ha dimenticato lo scandalo “Goldenberg”, nome che, grazie a una curiosa commistione tra la lingua inglese e quella tedesca, sta per “montagna d’oro” ed erano appunto l’oro e i diamanti all’origine della gigantesca truffa che costò ai contribuenti del Kenya la strepitosa somma di oltre 450 milioni di euro. Perché lo scandalo? Perché quell’oro e quei diamanti, almeno nella quantità dichiarata da Kamlesh Pattni, allora titolare della società Goldneberg, non esistevano e neppure erano stati esportati a società estere come l’astuto faccendiere pretendeva di aver fatto.

Un contrariato Paul Kamlesh Pattni, il milionario pastore protestante ascolta la sentenza che lo condanna
la tetra espressione di Kamlesh Pattni, il milionario pastore protestante, mentre ascolta la sentenza che lo condanna

Gli scandali, volti a saccheggiare il denaro pubblico, in Kenya sono all’ordine del giorno, ma nel caso della Goldenberg International, l’effetto sulla pubblica opinione fu clamoroso perché, durante il regno dell’allora presidente Daniel Arap Moi, era la prima volta che ben venti preminenti personalità politiche del Paese vi erano coinvolte, tra queste, anche l’allora ministro del tesoro, George Saitoti (oggi scomparso) e due figli dello stesso presidente in carica. A tutte queste persone, in un futile sfoggio di muscolatura istituzionale, furono sequestrati i passaporti e imposto il divieto di lasciare il Paese, fino al completamento delle investigazioni che consentissero di pervenire alle rispettive imputazioni.

La vignetta di Gado che recita: "Kamlesh Pattni l'agente con diritto di rubare"
La vignetta di Gado che recita: “Kamlesh Pattni l’agente con licenza di furto”

Naturalmente, nessun uomo politico o alto funzionario pubblico, fu mai condannato. Neppure quando Moi fu sostituito al potere dal nuovo presidente, democraticamente eletto, Mwai Kibaki, ma per placare l’ira della pubblica opinione, la funzione di capro espiatorio fu “stoicamente” assunta dal titolare della Gondelberg International, Kamlesh Pattni che per sedici mesi fu rinchiuso alla Kamiti prison, il carcere di massima sicurezza della capitale, ma ormai lo stratosferico frutto del saccheggio perpetrato era al sicuro e tutti gli attori, compreso lo stesso Pattni, ne avevano beneficiato, così l’abile trafficone di origine indiana, fu prosciolto da ogni accusa e rimesso in libertà con tante scuse e la sentita riconoscenza di tutti i potenti complici che l’avevano aiutato nell’esecuzione della truffa (guarda il video).

https://www.youtube.com/watch?v=5tnk_tU2vmg

Durante la carcerazione, Pattni fu “toccato” – come lui stesso ebbe a dichiarare – dal richiamo del “vero Dio” e abbandonato il credo induista, si convertì al cristianesimo. Fu battezzato, assunse il nome Cristiano di Paul e appena libero, divenne un Pastore battista. Fondò subito la propria chiesa che, grazie alla notorietà conquistata nei suoi recenti trascorsi, si riempì presto di fedeli. Un altro lucroso colpo messo abilmente a segno dall’eclettico intrallazzatore. Un’amara constatazione si rende però inevitabile, nei confronti dell’ingenuità popolare che, da vittima, decide di trasformarsi in sostenitrice proprio della sinistra figura che l’aveva così pesantemente derubata.

Scorcio del duty free dell'aeroporto di Nairobi quando era affidato alla società di Kamlesh Pattni
Scorcio del duty free dell’aeroporto di Nairobi quando era affidato alla società di Kamlesh Pattni

Nel 1989, ancor prima che esplodesse lo scandalo Gondelberg, il super attivo Kamlesh Pattni, aveva già concluso un redditizio accordo con la KAA (Kenya Airport Autority) che gli affidava la totale gestione dei duty free shop presenti presso i due aeroporti internazionali di Nairobi e Mombasa, gestione che veniva condotta dalla sua società World Duty Free Company Limited (WDF) appositamente costituita. La KAA, tuttavia, non riconobbe mai questo esclusivo diritto di Pattni sulla gestione dei duty free e nel tempo fornì altre concessioni a terzi, cosa che diede origine a una lunga battaglia giudiziaria tra le WDF e la KAA, battaglia che, nel 2012 si concluse con una sentenza a favore di Pattni la quale condannava l’autorità aeroportuale a risarcire la WDF di ben 73 milioni di euro per il pregiudizio arrecato.

Così l'autorità aeroportuale ha sloggiato Kamlesh Pattni dal duty free di Nairobi, subito dopo la msentenza
Così l’autorità aeroportuale ha sloggiato Kamlesh Pattni dai propri duty free subito dopo la sentenza

Contro questa sentenza la KAA fece ricorso, fino a che, martedì scorso, presso l’Alta Corte di Nairobi, la precedente sentenza è stata definitivamente annullata con la motivazione che la concessione del 1989, a favore della WDF, era stata ottenuta attraverso la corruzione di pubblici funzionari ed era quindi illegittima. La KAA non è pertanto tenuta a pagare la somma reclamata da Pattni e si riserva, anzi, di procedere nei suoi confronti per ogni danno prodotto dalla sua pretesa risarcitoria. Insomma la genialità dell’acclamato pastore-faccendiere, questa volta è stata sconfitta, ma lo sarà per molto? E quando il Kenya si deciderà a svelare l’arcano di questi fantomatici funzionari corrotti che vengono sempre genericamente accusati, ma non risultano mai individuati e meno che mai puniti?

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
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Bus si ribalta in Kenya nella contea di Kericho: morti 55 passeggeri

franco nofori francobolloDal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 12 ottobre 2018

L’ennesimo e terrificante incidente stradale che coinvolge i mezzi del trasporto pubblico, si è verificato nelle prime ore del mattino di mercoledì scorso nella contea di Kericho. Un autobus della società “Home”, carico di passeggeri, aveva lasciato Nairobi nella tarda serata di martedì con destinazione Kakamega, nella zona occidentale del Paese. Nell’imboccare una ripida discesa, presumibilmente ad alta velocità, il conducente ha perso il controllo del mezzo che è uscito di strada precipitando in un dislivello di oltre quattro metri e capottando più volte, finche l’intera parte superiore dell’autobus è stata strappata via.

Il bus della società "Home" dopo il disastroso ribaltamento
Il bus della società “Home” dopo il disastroso ribaltamento

Il tragico evento si è verificato tra le tre e le quattro del mattino ed è costato la vita a cinquantacinque passeggeri, tra cui nove bambini. Altri quindici sono stati ricoverati nell’ospedale di Kericho per ricevere assistenza medica. Le autorità di polizia, coordinate dal comandante distrettuale, James Mugera, stanno cercando di accertare le cause del disastro, forse imputabile a un’imprudenza del conducente, a un colpo di sonno o a qualche guasto tecnico del mezzo. Ciò che è già stato appurato e che la società “Home” non aveva il permesso di effettuare viaggi notturni e pertanto dovrà risponderne in giudizio.

Il bilancio di vittime, per incidenti stradali in Kenya, è altamente drammatico ed è imputabile ad una serie di fattori: guida negligente e spericolata, cattive condizioni dei mezzi e pessimo stato delle strade che spesso non riportano neppure la più elementare segnaletica. Benché le autorità preposte al controllo del traffico, minimizzino questo bilancio denunciando “solo” tremila morti all’anno, i dati forniti dall’Organizzazione Mondiale della Sanita (WHO) ne stimano oltre dodicimila, vale a dire: più di trentadue morti ogni giorno.

Le orrende condizioni di un tratto della strada Nairobi-Nakuru
Le orrende condizioni di un tratto della strada Nairobi-Nakuru

L’Italia, che non è certo un fulgido esempio per quanto riguarda la sicurezza stradale, conta a sua volta il triste bilancio annuo di 3.500 morti e quasi 250 mila feriti. Occorre però relativizzare questi dati, tenendo conto del fatto che in Italia vi sono oltre 51 milioni di veicoli circolanti, mentre il Kenya ne conta meno di 2 milioni. Fatto questo rapporto, si deve concludere che i disastri stradali in Kenya, rappresentano una vera e propria ecatombe in quanto a vite umane falcidiate e malgrado le continue assicurazioni del governo che annuncia robusti interventi, la situazione non migliora, anzi: si aggrava anno dopo anno.

Il recente e mostruoso indebitamento di oltre 60 miliardi di euro, contratto dal governo del Kenya con la Cina, è servito e servirà a creare infrastrutture faraoniche, ma ha svuotato le casse dello Stato compromettendo così la realizzazione di una vasta serie di opere minori, proprio quelle che servono ai cittadini nell’esercizio del loro vivere quotidiano: sanità, istruzione e sicurezza sulle strade.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
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Cinque presunte spie tra cui un britannico fucilate in Somalia dagli shebab

Loghino africa express 2Africa ExPress
Mogadiscio, 10 ottobre 2018

I terroristi al Shebab non perdonano. Ieri hanno fucilato cinque uomini in una piazza pubblica. Si suppone che uno di loro sia Awale Ahmed Mohamed, con doppia cittadinanza somala-britannica. Fino al 2013 viveva a Londra sotto sorveglianza speciale per terrorismo; è sparito, dopo aver messo fuori uso il microchip di localizzazione e sembra fosse uscito da una moschea di Acton, quartiere multietnico ad ovest di Londra, travestito da donna, indossando il burka.

Mohamed Abu Abdalla, governatore degli al Shebab nei territori controllati dai terroristi ha fatto sapere che tutti e cinque sono stati condannati per spionaggio dalla corte poco prima dell’esecuzione. Ha precisato che avrebbero ammesso la loro colpevolezza.

Awale Ahmed Mohamed, presunta spia britannica
Awale Ahmed Mohamed, presunta spia britannica

Tre dei condannati a morte avrebbero collaborato con l’intelligence degli Stati Uniti d’America: avrebbero indirizzato i droni verso gli obbiettivi da colpire. Un quarto uomo, invece, avrebbe passato informazioni al governo somalo, mentre Awale Ahmed Mohamed, sarebbe stato al soldo dell’M16, i servizi segreti britannici. Finora Londra non ha rilasciato alcun commento.

La storia di Mohamed è comunque molto più complessa di quanto possa sembrare. Nel 2011 è stato arrestato, picchiato e sottoposto a finte esecuzioni nell’auto-proclamato Somaliland, ma infine è riuscito a fuggire in Gran Bretagna. Nel 2014 Mohamed ha vinto in appello contro gli ordini restrittivi che gli erano stati imposti, ma nel 2015 è stato spiccato un mandato d’arresto nei suoi confronti.

Fonti di sicurezza somale ritengono che Mohamed abbia davvero raggiunto lo stato islamico, attivo nella ex colonia italiana, ma che non sia riuscito a reclutare nuovi simpatizzanti.  E’ anche possibile che sia stato solo un infiltrato nell’organizzazione shebab e che lavorasse per un gruppo estremista rivale. Una volta smascherato, è stato fucilato, ma per una questione di comodo gli hanno attribuito il ruolo di spia britannica.

parata shebab

Mohamed Abdullahi Mohamed Farmajo presidente della Somalia, recentemente, in collaborazione con gli Stati Uniti, ha lanciato una nuova campagna contro il gruppo fondamentalista. Droni americani hanno ucciso un numero significativo di militanti. Per questo motivo il gruppo terrorista, essendo sotto pressione, vede spie ovunque al loro interno.

Già lo scorso dicembre sono stati uccisi cinque uomini, tra loro anche un minore, tutti accusati di lavorare per l’intelligence americana e keniota.

Da anni gli shebab cercano di rovesciare il governo centrale della Somalia e di impadronirsi del potere. Nel 2011 i terroristi, legati ad al Qaeda, sono stati cacciati da Mogadiscio e grazie alle offensive condotte delle truppe somale e dei caschi verdi dell’AMISOM (African Union Mission in Somalia), hanno perso quasi tutti i territori che controllavano in precedenza. Tuttavia il gruppo terrorista resta molto attivo e pericoloso. Organizza frequenti attacchi a siti militari e civili, non solo all’interno della Somalia ma anche nel vicino Kenya. L’ex colonia britannica è presente in Somalia con le sue truppe che combattono nelle fila dell’AMISOM.

E proprio in Kenya, nella contea di Mandera, al confine con la Somalia, sono stati uccisi ieri due insegnanti. Si punta il dito sui terrorosti somali, che secondo una prima ricostruzione dei fatti avrebbero gettato un ordigno esplosivo sulle case degli insegnanti del collegio Arabia Boys Secondary School, nell’area di Lafey.

Africa ExPress
@africexp

Dal Nostro Archivio:

Gli shebab somali al loro ex vice Mukhtar Robow: “Sei un rinnegato e ti ammazzeremo”

Somalia, shebab terrorizzano la popolazione ma nelle loro zone la sicurezza è maggiore

Al Shebab attacca convoglio militare dell’UE a Mogadiscio, 3 morti, illesi i soldati italiani

 

Gli allucinanti racconti di spose bambine vendute a vecchi uomini nigeriani

franco nofori francobolloDal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 10 ottobre 2018

La cessione di bimbe a vecchi ultrasessantenni può avvenire anche a partire dai cinque anni di età. Generalmente sono i genitori che trattano “l’affare” e in loro assenza, i fratelli, gli zii o altri parenti. Le causali di queste transazioni sono le più svariate: saldare debiti contratti in precedenza; risarcire uno stregone per riti propiziatori a favore della famiglia; ottenere un pagamento in capre, mucche, galline. Di norma i proventi che derivano da questa cessione, superano raramente i venti euro.

A transazione ultimata, la bambina perde ogni diritto e diventa assoluta proprietà dell’uomo che l’ha comprata; deve soddisfare i suoi bisogni sessuali, svolgere ogni lavoro cui sia comandata e deve soprattutto dargli dei figli. Qualora non riesca a soddisfare queste condizioni, potrà essere ripudiata e la famiglia sarà costretta a restituire al vecchio marito, la somma pattuita per la cessione della piccola vittima. Si tratta di accordi soggetti a rigorose regole tribali, nessuna delle quali si occupa di preservare anche i più elementari diritti della bambina: la sua salute fisica e mentale e la sua istruzione.

La piccola Dorothy con l'anziano marito che l'ha comprata
La piccola Dorothy con l’anziano marito che l’ha comprata

Richard Akonam è un missionario cristiano che da anni s’impegna a combattere questa disgustosa pratica, ma confessa di trovare un’aperta ostilità, proprio da parte dei familiari delle bimbe che lui vorrebbe proteggere. Ed è sempre lui a rivelare alcune storie allucinanti che le riguardano. Una di queste riguarda Dorothy, una bambina nigeriana che è stata venduta a un vecchio agricoltore della comunità tribale dei becheve quando aveva solo undici anni. I becheve popolano l’altipiano di Obudu, nello stato nigeriano del Cross River. “Lo stesso giorno in cui sono stata venduta – racconta la ragazza, oggi diciottenne – mio marito ha voluto subito fare sesso con me. Io non volevo, mi sono ribellata e sono riuscita a scappare, ma alcune donne del villaggio mi hanno inseguita e mi hanno riportata nella casa del mio sposo. Poi lui ha cominciato a spogliarsi e mentre le donne mi tenevano bloccata a terra con le gambe divaricate, sono stata stuprata”.

Oggi Dorothy è madre di cinque figli, ai quali deve accudire senza alcun aiuto, oltre al disbrigo delle faccende domestiche. Il marito è vecchio e malconcio, quindi deve anche badare a lui. Alcune bambine, soggette a questo disumano trattamento, muoiono in conseguenza dello stupro o del parto e in questo caso, l’aberrante legge tribale, impone alla famiglia di rimpiazzare la sposa deceduta, con la figlia secondogenita e qualora questa non sia disponibile, dovrà trovare il modo di risarcire il vecchio depravato dell’importo che era stato a suo tempo pagato. Questo dritto di proprietà degli anziani mariti sulle piccole spose è assoluto, tant’è che, alla sua morte, le stesse possono essere ereditate dagli aventi diritto.

L'altopiano di Obodo nello stato nigeriano del Cross River
L’altopiano di Obodo nello stato nigeriano del Cross River

Philomena, un’altra bambina della stessa etnia di Dorothy, è stata venduta quando aveva solo quattro anni. Oggi, pur non avendo ancora raggiunto la maggiore età, ha già due figli e il vecchio marito la percuote ogni giorno, ma lei ha rinunciato a fuggire. “Sono stata venduta – dice – non posso andare contro la nostra cultura”. Happyness – il cui nome suona quasi come uno scherno perché signfica “felicità” – aveva quattordici anni, quando è stata acquistata da un vecchio possidente che ha trattato l’affare con la nonna. Anche lei subisce continui maltrattamenti e percosse. “Puoi lamentarti quanto vuoi – le dice il marito – tanto, anche se muori, non importa a nessuno, perché io ti ho comprata”.

La legge nigeriana prevede che nessuna donna possa essere costretta a sposarsi contro il proprio consenso e comunque, per farlo, dev’essere almeno diciottenne, ma benché il ministero dello sviluppo e delle pari opportunità abbia promesso di ridurre del 40 per cento i matrimoni con bambine entro il 2020, l’indegna pratica continua nell’indifferenza delle stesse istituzioni. Alcune bambine vengono addirittura comprate prima di nascere e se il compratore viene a mancare prima del parto, il diritto passerà alla sua famiglia, mentre se nasce un maschio, la somma pagata dovrà essere restituita.

Installazioni petrolifere nel delta del fiume Niger in Nigeria
Installazioni petrolifere nel delta del fiume Niger in Nigeria

Il possesso di bambine tra i becheve, è uno status simbol e tante più uno ne possiede, tanto più è ammirato dalla comunità cui appartiene. L’uomo che l’ha acquistata può disporne a piacere, anche rivenderla o barattarla con un’altra, tante volte quante gli aggrada. La povertà, l’ignoranza, la superstizione e l’osservanza di regole medievali, sono alla base della radicata convinzione che, se ci si oppone ai costumi tribali, si è colpiti da terribili maledizioni. Purtroppo queste convinzioni non sono un esclusivo retaggio nigeriano, ma si riscontrano, pur se con diverse sfaccettature, in quasi tutti i paesi africani e in non poche nazioni arabe e asiatiche.

Gli abitanti della Nigeria sfiorano i 200 milioni rendendola la più popolosa Nazione Africana. Ha immense risorse minerarie ed è il primo fornitore di petrolio del continente. Sembra impossibile che il governo non sia ancora riuscito a promuovere l’istruzione e la sensibilità verso regole di civile convivenza che ispirino rispetto verso i più basilari diritti umani. Qui non si tratta del terrorismo di Boko Haram o dell’eterno e sanguinoso conflitto islamico-cristiano; si tratta di pure barbarie verso bimbe e adolescenti indifese. Comportamenti che nel ventunesimo secolo sono del tutto inaccettabili.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

Angola: retata della polizia a caccia dei migranti congolesi cercatori di diamanti

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 9 ottobre 2018

Durante un’operazione di polizia, voluta dal governo di Luanda, organizzata per  arrestare alcuni stranieri coinvolti in traffici illeciti di diamanti, sono state uccisi dieci congolesi e un poliziotto angolano nella provincia di Lunda Norte, al confine con la Repubblica Democratica del Congo.

In base alle testimonianze raccolte, mercoledì scorso un gruppo di minatori congolesi avrebbe attaccato alcuni migranti, loro connazionali, e la polizia. Ma un comitato di cittadini della ex colonia francese, residenti da tempo in Angola, parla di ben quattordici congolesi ammazzati.

Forze dell'ordine dell'Angola a caccia degli stranieri
Forze dell’ordine dell’Angola a caccia degli stranieri

Secondo la televisione di Stato TPA (Televisão Pública de Angola) ora nella città sarebbe ritornata la calma. Seimila migranti sarebbero ritornati a casa volontariamente in questi giorni. Versione confermata anche da Jean Kambamba, responsabile del programma di salute e igiene al posto di frontiera di Kamako (Kasaï, Congo-K). Kambama ha precisato che non tutti hanno scelto il ritorno volontario. Alcuni congolesi hanno raccontato di essere stati acchiappati dalle forze dell’ordine direttamente nelle miniere di diamanti, altri di essere stati acciuffati nelle strade, poi, stipati in diversi camion, che li hanno trasportati direttamente fino al confine.

Antonio Bernardo, portavoce della polizia del Lunda Norte, ha fatto sapere che ben ottocento persone sono state arrestate, tra loro non solo congolesi, ma anche nigeriani, maliani e libanesi. Inoltre sono stati sequestrati tremila diamanti, centocinquanta autoveicoli e oltre ottantamila dollari in contanti.

Nabih Berry, presidente del parlamento del Libano, ha chiesto a Joao Lourenço, presidente dell’Angola, un suo intervento per la liberazione immediata dei libanesi arrestati, proprietari di regolari attività commerciali.

E’ caccia ai faccendieri, ai delinquenti stranieri, ma chi ne paga davvero le spese sono i migranti, i profughi, che hanno dovuto lasciare le loro terre per le violenze che si consumano nel loro Paese.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Dal Nostro Archivio:
Migliaia di rifugiati dal Congo-K scappano in Angola. E gli angolani fuggono in Namibia

Angola la mannaia del regime sui migranti. Caccia all’uomo: arrestati centinaia di stranieri

Camerun al voto: disordini, paura e astensionismo nelle regioni anglofone

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 8 ottobre 2018

Oltre sei milioni di camerunensi sono stati chiamati ieri alle urne per le elezioni presidenziali. I seggi previsti sono venticinquemila, tra cui sessantasei all’estero. Otto i candidati in lizza per la poltrona più ambita del Paese, tra loro il presidente uscente, l’ottantacinquenne Paul Biya, di Rassemblement démocratique du Peuple Camerounais (RDPC),al potere dal 1982, che si presenta per il suo settimo mandato consecutivo.

Il quarantanovenne Joshua Osih è candidato del maggiore partito all’opposizione, Social Democratic Front (SDF), ma è un raggruppamento politico diviso e debole. Il trentottente, Cabral Libii, avvocato, molto amato tra i giovani, è l’aspirante alla presidenza per la formazione Univers (acronimo per Union nationale pour l’Intégration vers la Solidarité), fonadato nel 2011 da Prosper Nkou Mvondo, politico e professore all’università di Ngaoundéré (regione di Adamaoua).

Zone anglofone del Camerun presidiate da militari
Zone anglofone del Camerun presidiate da militari

Gli altri candidati sono Franklin Ndifor, pastore protestante (Mouvement citoyen national du Cameroun), Serge Espoir Matomba (Peuple uni pour la rénovation sociale), Garga Haman Adji (Alliance pour la démocratie et le développement), Ndam Njoya (Union démocratique du Cameroun) e Maurice Kamto, avvocato ed ex ministro della Giustizia, mentre Akere Muna, presidente del movimento NOW ha ritirato all’ultimo momento la sua candidatura per sostenere Kamto del Mouvement pour la Renaissance du Cameroun. Malgrado la rinuncia di Muna, oggi nei seggi elettorali erano esposte anche le sue schede e solo sabato ELCAM, organizzazione incaricata del coordinamento delle elezioni, che non è stato possibile prelevare all’ultimo momento le sue cedole elettorali.

Nelle otto regioni francofone, le elezioni si sono svolte senza incidenti, mentre domenica mattina le forze dell’ordine hanno ucciso tre uomini armati a Bamenda, nella regione anglofona del Nord-Ovest. Secondo alcuni testimoni oculari, i tre, presunti separatisti, in sella alle loro moto, avrebbero sparato in direzione dei passanti che stavano per recarsi ai seggi elettorali. Già a settembre gli indipendisti avevano postato sui diversi social network lunghi messaggi nei quali invitano la popolazione a non usare i trasporti pubblici dal 16 settembre al 10 ottobre, perchè in quel periodo minacciavano attentati per impedire il regolare svolgimento delle elezioni. Per questo motivo il governatore della regione, il governatore, Adolphe Lele Lafrique, aveva decretato un nuovo coprifuoco dalle 18.00 fino alle 06.00.

A Buea, nel Sud-Ovest, l’altra regione anglofona, si sono sentiti spari verso l’ora di pranzo. Il materiale per le elezioni è stato portate nei seggi sotto massima protezione delle forze dell’ordine e alle otto del mattino sulle strade della città circolavano praticamente soltanto poliziotti e militari. La gente si è rinchiusa in casa per paura di scontri e violenze. Nella stessa regione, nella notte tra venedì e sabato è stato incendiato il tribunale di Kumba, nel dipartimento di Membe.

Paul Biya, presidente del Camerun
Paul Biya, presidente del Camerun

Molti abitanti delle regioni anglofone hanno lasciato le loro case e sono fuggiti. Chi è rimasto, ha avuto paura di recarsi alle urne. Nel Nord-Ovest ELECAM aveva previsto ben duemilatrecento seggi elettorali, ma per motivi di sicurezza ne sono stati aperti solamente settantaquattro, e molti di questi non hanno visto nemmeno un elettore, eppure gli aventi diritto al voto registrati erano oltre cinquecentomila.

ELECAM aveva fatto sapere che i residenti dei villaggi inaccessibili o ritenuti pericolosi, avrebbero potuto votare nei capoluoghi delle due regioni anglofone. Peccato che la stessa opportunità non sia stata data agli sfollati, che si sono rifugiati nelle regioni francofone.

Il Camerun ha dieci Regioni autonome, otto delle quali sono francofone. Solamente in due si parla l’inglese. All’inizio del ‘900 il Paese era una colonia tedesca. Dopo la prima guerra mondiale nel 1919, è stata divisa tra i francesi e gli inglesi, secondo il mandato della Lega delle Nazioni. La parte francese era molto più ampia e aveva come capitale Yaoundé, mentre quella inglese comprendeva la Nigeria e si estendeva fino al Lago Ciad, con capitale Lagos. Gli inglesi erano poco presenti in questa regione, perché la loro attenzione era concentrata sui territori dell’attuale Nigeria.

Con l’indipendenza, ottenuta nel 1961, le due sezioni inglesi e quelle francesi sono state riunite per formare un unico Stato, l’attuale Camerun, ma finora le parti hanno sempre mantenuto un alto grado di autonomia. Le proteste nelle regioni anglofone sono iniziate poco meno di due anni fa, quando gli insegnanti sono insorti contro l’introduzione della lingua francese nelle scuole.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Rapito dai servizi della Guinea Equatoriale ingegnere pisano sparito in Togo

sandro_pintus_francobollo
Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 8 ottobre 2018

Si chiama Fulgencio Obiang Esono, 48 anni, l’ingegnere di Pisa sparito in Africa dal 18 settembre scorso. Oppositore del feroce regime dittatoriale della Guinea Equatoriale di Teodoro Obiang Nguema Mbasogo, secondo la sorella è stato rapito dei servizi segreti del piccolo stato africano.

Partito da Pisa, dove risiede da trenta anni e da sei ha il passaporto italiano, era andato a Lomé, capitale del Togo, per una proposta di lavoro. Alla sorella che vive nella stessa città aveva detto che si sarebbe fermato quattro giorni e sarebbe tornato a casa.

Fulgencio Obiang Esono, nella lista "Con Danti per pIsa"
Fulgencio Obiang Esono, ingegnere italo-guineano nella lista di centro-sinistra “Con Danti per Pisa”

La conferma del suo arrivo all’aeroporto di Lomé, è stato un messaggio vocale alla sorella:“Il viaggio è andato bene, ci sentiamo in questi giorni”. Poi, da quel martedì 18, più nulla. L’ingegnere è sparito senza lasciare traccia.

Dopo due settimane di tombale silenzio e di angosciante attesa la famiglia ha deciso di denunciare la sua scomparsa alle autorità italiane. Il sospetto della famiglia è che, visto che da qualche tempo in Italia, era senza lavoro, l’offerta arrivata all’ingegnere attraverso i social network fosse una trappola per rapirlo.

Secondo le fonti consultate dall’emittente di opposizione Radio Macuto, Fulgencio è stato trasferito nella terribile prigione di Playa Negra, conosciuta come Black Beach, famosa in tutta l’Africa per le torture più terribili e per lo scarsità di cibo dato ai detenuti.

Costruita negli anni Quaranta sul litorale di Malabo, la capitale del Paese, nell’isola di Bioko, a 45 minuti di volo dalla terraferma, ha avuto come direttore colui che dal 1979 è il presidente-dittatore della piccola ex colonia spagnola.

La prigione famigerata di Black Beach, a Malabo, in Guinea Equatoriale
La prigione famigerata di Black Beach, a Malabo, in Guinea Equatoriale

La causa del rapimento dell’ingegnere, secondo Radio Macuto, sarebbe la parentela diretta con il capitano dell’esercito Jose Abeso Nsue Nchama, arrestato e torturato per estorcere una confessione e, dopo un processo sommario senza garanzie procedurali, fucilato insieme a tre colleghi nel 2010.

Fulgencio Obiang Esono, è conosciuto a Pisa per essere stato, nel giugno scorso, nella lista elettorale di centro-sinistra “Con Danti per Pisa” per l’elezione di Andrea Serfogli a sindaco della città, elezioni vinte poi al ballottagglio dalla lista di centro-destra di Michele Conti.

Ma perché rapire un oppositore a duemila chilometri dalla Guinea Equatoriale? Di sicuro la distanza geografica non spaventa il dittatore Teodoro Obiang. Secondo una fonte di Africa ExPress, due giorni fa, a Londra, Salomon Abeso Ndong, presidente della Coalicion CORED, aggregazione di 20 partiti in esilio che si oppongono alla dittatura di Obiang, è stato aggredito davanti a casa sua insieme al figlio da due uomini armati su una moto.

Mappa con la posizione di Lomè, capitale del Togo e Malabo, capitale della Guinea Equatoriale (Courtesy Google Maps)
Mappa con la posizione di Lomé, capitale del Togo e Malabo, capitale della Guinea Equatoriale (Courtesy Google Maps)

La CORED ha affermato che si tratta di un tentato omicidio. Un’azione voluta da Obiang perché Abeso aveva accusato il dittatore di aver violato la costituzione eleggendo suo figlio Teodorino come secondo vicepresidente della Guinea Equatoriale e aver violato le regole per le elezioni.

Ormai è noto che la famiglia presidenziale del piccolo e ricco Stato africano ha almeno due specializzazioni: non badare a spese sui servizi segreti, efficientissimi nel far sparire gli oppositori che vengono come divorati da un buco nero e utilizzare le ricche risorse petrolifere del Paese come se fossero di loro proprietà.

Intanto la Farnesina, anche su pressione della Regione Toscana, si sta muovendo per sapere cosa è successo a Obiang Esono. Prima che sia troppo tardi.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter: @sand_pin

Il Nobel per la Pace non è a Denis Muwkege ma alle donne congolesi vittime di stupri

andrea-spinelli-barrile82Speciale per Africa ExPress
Andrea Spinelli Barrile
Roma, 7 ottobre 2018

Il medico congolese Denis Mukwege e l’attivista per i diritti umani iracheno yazida Nadia Murad si divideranno l’onere, e l’onore, di essere insigniti del Premio Nobel per la Pace 2018. Con questo riconoscimento per la prima volta nella storia l’Accademia di Svezia riconosce l’importanza drammatica dello stupro come arma di guerra, a qualsiasi latitudine avvenga questo crimine.

La storia di Nadia Murad è incredibile, terribile, un incubo che sembra non concludersi mai. La storia di Denis Mukwege invece è diversa, è una storia perfettamente afro-borghese: terzo figlio di 9 fratelli, studente di medicina in Burundi, educazione internazionale, Mukwege nel 2004 è stato insignito del Premio Sakarov per la Libertà di Pensiero, riconoscimento che per alcuni – dal 5 ottobre Mukwege compreso – come Mandela e Suu Kyi ha significato l’anticamera per il Nobel, e da un ventennio gira il mondo in lungo e in largo per raccontare il dramma femminile della guerra in sud-Kivu, uno dei luoghi più dimenticati non solo del Congo ma dell’intero pianeta.

Nonostante l’agenda fittissima incontrare il dottor Denis Mukwege non è una missione particolarmente difficile: volendo addentrarsi nel cuore del Congo lo si può trovare al Panzi Hospital di Bukavu, regione del nord-Kivu nella Repubblica Democratica, oppure basta chiedere alla diaspora congolese, in qualunque altro paese del mondo, quando sarà possibile ascoltare ancora una volta il dott. Mukwege parlare.

Dennis Mukwege

“Il Dottore”, come lo chiamano i congolesi, è disponibile sempre e con chiunque a raccontare il suo lavoro, la sua missione, i drammi che quotidianamente ha imparato a fare propri, affrontandoli e superandoli. Un anno fa, per la precisione 11 mesi fa, Denis Mukwege si trovava a Roma per parlare di elezioni nella RDC di fronte alla diaspora congolese in Italia, una voce libera e critica verso il regime di Kabila; non si tratta semplicemente di un uomo che da anni professa una incrollabile fede nella democrazia e nel cambiamento popolare, quello che in Europa definiremmo “dal basso”. Il Dottore unisce con un filo rosso, sempre più ispessito dall’esperienza delle 1800 donne che ogni anno vengono accolte e curate al Panzi Hospital, il potere politico allo sfruttamento delle miniere e ai conflitti nelle zone remote dell’ex-Congo Belga.

Lo stupro come arma di guerra è solo la conseguenza di un potere irrispettoso della vita umana e oggi, ci disse Il Dottore un anno fa, è l’arma da guerra per eccellenza: dal Medio Oriente all’Africa passando dalla Bosnia, dal Kosovo e dall’America Latina, lo stupro è stato ampiamente utilizzato per diminuire il numero della comunità avversa. Paradossalmente l’atto di discendenza per antonomasia è stato utilizzato per uccidere uomini e donne nella loro dignità di esseri umani, per fare nascere individui che non verranno mai reputati tali, per contorcere le società fino a distruggerle lentamente dall’interno. Dopo le prime tre generazioni di vittime di stupro curate al Panzi in nord-Kivu Muwkege si rese conto che il lavoro di medico non poteva limitarsi all’aspetto clinico ma era necessario sublimasse in qualcosa di più grande, in un lavoro di conoscenza e di educazione che fosse il più ampio e il più dettagliato possibile. Se il mondo non conosce il mondo non può cambiare.

Per queste ragioni, e per molte altre, unire con un filo gli stupri alle logiche del mercato globale è un passaggio fondamentale: la guerra in Repubblica Democratica del Congo non è una guerra tribale o post-coloniale, non è una guerra tra regioni o legata al fanatismo religioso. Si tratta di un conflitto terribile che ha il fine ultimo del controllo delle risorse minerarie, in particolare delle miniere di Coltan e ognuno di noi, che legge questo articolo dal proprio computer o dal proprio smartphone, ne è co-responsabile: «Penso che ognuno di noi, ogni volta che riceve una telefonata, dovrebbe pensare alle migliaia di donne che vengono mutilate e uccise affinché il traffico di questo minerale possa continuare […] penso che un movimento di consumatori europei, americani, asiatici e africani possa interrogare le multinazionali sull’uso del Coltan: non bisogna pensare che ciò non è possibile» disse a Roma Denis Mukwege.

Pensieri che si legano al potere costituito nella Repubblica Democratica del Congo, con Mobutu Sese Seko prima e con la dinastia Kabila poi, un potere che non ha alcuna voglia e alcun bisogno di elezioni, di legittimazione popolare. Mukwege lo ha denunciato nel 2012 all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e lo ribadisce in ogni occasione possibile, inimicandosi la piramide di potere congolese e costringendo la sua vita quotidiana agli ordini della scorta di Caschi Blu che l’ONU gli ha messo a disposizione per continuare a lavorare al Panzi Hospital.

Il Premio Nobel per la Pace a Denis Mukwege, per queste e per centinaia di altre ragioni, è il riconoscimento più importante a chi, con la propria azione quotidiana, fa di tutto per riuscire a cambiare l’ordine delle cose. L’azione del Dottore non è solo solidale e professionale ma è anche attivismo puro, è la consapevolezza e la forza che gli viene infusa ogni giorno dalle sue pazienti, distrutte nel corpo ma ancora piene di umanità, di dignità. Il Premio Nobel per la Pace a Mukwege non è un riconoscimento al Dottore ma a tutte le sue pazienti: «Trovo che le donne di cui mi prendo cura abbiano un coraggio eccezionale […] mi sento fortunato di poter fare quello che faccio per loro».

Andrea Spinelli Barrile
aspinellibarrile@gmail.com
@spinellibarrile