Lo scorso 9 ottobre il parlamento tunisino ha promulgato una legge che punisce la discriminazione razziale. La Tunisia è il primo Paese nel mondo arabo ad aver adottato una legge contro il razzismo, e conferma così anche la sua posizione di precursore in fatto di diritti umani.
A larga maggioranza – centoventicinque in favore, cinque astenuti su duecentodiciasette – l’Assemblea dei rappresentanti del popolo ha ascoltato finalmente l’allarme lanciato da anni dalla società civile tunisina. La legge, volta all’eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale, prevede da un mese ad un anno di detenzione e pene pecuniarie fino a mille dinari (trecento euro).
Per incitamento all’odio, minacce razziste, diffusione e apologia al razzismo, la fondazione o la partecipazione ad un’organizzazione che sostiene in forma chiara e ripetitiva le discriminazione, le condanne prevedono da uno a tre anni di prigione e sanzioni fino a tremila dinari (mille euro). Prima dell’adozione di questa legge, nessun testo giuridico tunisino condannava formalmente atti razzisti.
“E’ un momento storico, una svolta per il mio Paese”, sono le parole di Jamila Ksiksi, deputata del partito islamista Ennahda e principale promotrice del progetto di legge adottato dall’Assemblea. La Ksiksi fa parte della minoranza nera, che rappresenta il quindici per cento della popolazione, per lo più discendenti degli schiavi. Dunque la deputata sa bene di cosa parla, per che cosa lotta, anche se preferisce non parlare delle offese che subisce giornalmente.
Durante la sua arringa in Parlamento è riuscita a convincere la maggior parte dei suoi colleghi dell’importanza di riconoscere il razzismo come reato, un argomento rimasto a lungo un tabù nei dibattiti pubblici. “Molti deputati, malgrado l’evidenza dei fatti, negano ancora l‘esistenza del problema, altri, invece, temono rischi di divisioni interne, mentre una terza categoria punta il dito contro “ingerenze straniere”, cioè ritengono che dietro questa legge ci sia l’Unione Europea”, ha sottolineato la Ksiksi.
Ora si attende l’applicazione della norma, sia per proteggere i neri tunisini che i molti africani sub-sahariani presenti sul territorio.
Dal Nostro Corrispondente Franco Nofori Mombasa, 20 ottobre 2018
Fin dal 1992, quando l’allora presidente Daniel arap Moi fece stampare valuta in eccesso per sconfiggere gli avversari nella campagna elettorale, mai il Kenya aveva dovuto confrontarsi con una crisi finanziaria di tali proporzioni. A dare questo allarme non sono stati gli organismi finanziari internazionali, ma, insieme alla banca centrale del Paese, lo stesso capo dello staff presidenziale, Joseph Kinyua, secondo cui l’incombente e drammatico default economico è da attribuire ai miliardi di euro persi nelle attività gestite dai ministeri del territorio, della salute e delle opere pubbliche, dicasteri in cui la corruzione è dilagata fuori da ogni controllo.
La State House, il palazzo presidenziale di Nairobi
Come prima misura per fronteggiare l’emergenza, il governo ha disposto il blocco di tutti i progetti di sviluppo, sia approvati, sia già in fase di esecuzione ma questa iniziativa sembra non bastare per evitare di cadere nel baratro. Le banche interne, con cui il governo è fortemente indebitato, hanno dato fondo alle proprie risorse, riaprendo, per alcune di loro, il rischio di bancarotta. Quest’asfissia finanziaria impedisce di fornire i tradizionali prodotti di supporto alle imprese e i mutui fondiari che potevano stimolare il mercato immobiliare, da diversi anni condannato all’immobilismo. Per giunta gli interessi bancari richiesti per la concessione del credito, quand’anche ottenuto, hanno raggiunto livelli insopportabili, generando una catena di aumenti che colpiscono soprattutto la classe medio-bassa.
Il palazzo della Banca Centrale del Kenya a Nairobi
I media locali, pur se intimiditi dalla poco velata tracotanza del governo che non gradisce le loro critiche, nel profilarsi di questa drammatica débâcle economica, trovano il coraggio di far sentire la propria voce. “La responsabilità di questa situazione – scrive il quotidiano online Kenya Today – è interamente a carico del presidente Uhuru Kenyatta, che ha dato vita al peggior governo che il Kenya abbia mai avuto fin dall’ottenimento dell’indipendenza. Uhuru ha il totale controllo di entrambe le camere del parlamento e ciò nonostante non riesce a esercitare un efficace monitoraggio sulle malefatte dei suoi dicasteri”. Sempre Secondo il Kenya Today, “Uhuru aveva ereditato dal suo predecessore Mwai Kibaki, un paese in ottimo stato di salute economica che lui è riuscito a trasformare in una totale disfatta”.
Dimostrazione di giovani cittadini del Kenya contro la corruzione
Causa questa situazione, molti investitori europei hanno già lasciato il Paese o sono in procinto di farlo, lasciando così campo aperto all’inserimento commerciale cinese che si fa sempre più ardito in tutto il continente africano, ma intanto la scuola, la sanità e molte delle pubbliche istituzioni, sono in ginocchio e prive dei necessari fondi per operare. I dipendenti della SGR, la nuova ferrovia a gestione cinese Nairobi-Mombasa, sono in sciopero perché non hanno ancora ricevuto i salari di settembre. Lo stesso vale per il corpo degli insegnanti della suola pubblica e le amministrazioni di contea che da qualche tempo non stanno ricevendo i fondi governativi, nella misura necessaria per operare.
La classe dirigente del Kenya, non era certo immune alla corruzione ancor prima dell’arrivo del partner cinese, ma l’imponente valore dei progetti realizzati con Pechino, ha dato un indiscutibile impulso a questa tendenza. A differenza di quanto si possa pensare, i progetti cinesi, sottoscritti dal governo del Kenya, non sono certo a buon prezzo, anzi, espongono costi largamente superiori a quelli standard, perché devono comprendere le illecite e sontuose prebende che i funzionari dei dicasteri interessati, richiedono per dare il loro assenso alla realizzazione dei vari progetti.
Il presidente Uhuru Kenyatta (a sinistra) con il suo vice William Ruto, dopo la vittoria alle elezioni del 2017
Secondo molti osservatori, l’anima nera di questo governo, sarebbe rappresentata dal vice presidente William Ruto, da molti ritenuto l’uomo politico più corrotto del Kenya. Dotato di molta intraprendenza e di un’eccezionale dialettica, influenzerebbe Uhuru verso scelte dissennate, tutto teso a compiacere quegli alti funzionari pubblici e politici che potrebbero costituire il coacervo di consensi necessari al suo insediamento nella più alta carica del palazzo alla scadenza dell’attuale mandato nel 2022
Il Fondo Monetario Internazionale (IMF) ha già minacciato la sospensione di ogni ulteriore aiuto al Kenya, finché l’insaziabile ingordigia della sua classe politica non sarà del tutto debellata per approdare finalmente a un’efficiente e onesta gestione della cosa pubblica, il cui unico obiettivo sia l’effettivo miglioramento delle condizioni di vita delle sue genti. Un sogno, certo, ma qualche volta anche i sogni possono avverarsi.
Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus Firenze, 19 ottobre 2018
“Hai i giorni contati”. “Sparirai senza lasciare traccia”. “Stai attento”. Sono questi i contenuti di alcuni messaggi spediti via whatsapp ed SMS o pronunciati via telefono ad oppositori del governo centrale in Mozambico. È successo nelle città di Nacala e Nampula, capitale dell’omonima provincia centro-nord a duemila chilometri a nord della capitale Maputo.
Minacce fatte a giornalisti, leader della società civile e persino a preti accusati di essere responsabili della disfatta del Fronte di Liberazione del Mozambico (FRELIMO) alle elezioni amminiatrative (autarquicas) che si sono tenute lo scorso 10 ottobre.
Amnesty International conferma di conoscere almeno otto persone che sono state prese di mira con minacce e ha denunciato che la pessima situazione dei diritti umani nell’ex colonia portoghese sta ancor di più peggiorando.
“Questa è una caccia alle streghe post-elettorale rivolta a chiunque esprima opinioni critiche sul governo ed è sospettato di associarsi con l’opposizione principale, Resistenza Nazionale Mozambicana (RENAMO) a Nampula” ha dichiarato Muleya Mwananyanda, responsabile regionale di Amnesty per l’Africa australe.
Mappa della provincia di Nampula, Mozambico, con le città di Nampula e Nacala (Courtesy Google Maps)
Secondo l’organizzazione di difesa dei diritti umani le vittime delle minacce sono state accusate di monitorare i seggi elettorali e di pubblicare i risultati elettorali in diretta da quei siti, cosa che probabilmente ha causando la sconfitta del FRELIMO nella zona.
“Le autorità del Mozambico devono avviare un’indagine tempestiva, completa ed efficace sulle accuse di minacce di morte e intimidazioni e assicurare alla giustizia i presunti responsabili – ha sottolineato Mwananyanda -. Oltre a ciò, le autorità devono garantire che i diritti alla vita e alla libertà di associazione e di espressione siano pienamente rispettati e protetti prima delle elezioni generali del Paese nel 2019 e oltre”.
A causa delle intimidazioni, temendo per la propria vita, una delle persone minacciate si è nascosta. Il giro di vite alla libertà di stampa e di espressione è arrivato quando il FRELIMO, partito al potere da 43 anni senza interruzione, ha varato una legge contro i giornalisti e i mezzi di comunicazione privati.
In vigore dallo scorso 22 agosto impone esorbitanti tasse di licenza e di rinnovo delle testate giornalistiche nell’ordine di decine di migliaia di euro. La legge colpisce anche i giornalisti mozambicani che collaborano con media stranieri e i freelance e corrispondenti stranieri costretti a pagare migliaia di euro per lavorare.
Nel frattempo, in Mozambico, il confine tra democrazia e dittatura diventa sempre più sottile e ciò che, tra il serio e il faceto, l’intellettuale sudafricano Prince Machele ha espresso sui governi africani, si sta avverando anche nell’ex colonia portoghese. Vediamo cosa succederà per le elezioni generali del 2019.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 18 ottobre 2018
Dimostrazioni e proteste degli ultimi giorni nell’arcipelago delle Comore sono sfociati in violenti scontri tra manifestanti e forze dell’ordine. A Mutsamudu, capoluogo dell’isola di Anjouan, tre persone sono morte durante i tafferugli di martedì scorso tra le forze dell’ordine e militanti armati di vari partiti e movimenti politici, oppositori del regime di Azali Assoumani, presidente del Paese.
Il gabinetto del ministero della Difesa, in un comunicato del 17 ottobre ha fatto sapere che la situazione di Anjouan è ora sotto controllo e ringrazia la popolazione per la collaborazione. Secondo il documento “i criminali” che hanno partecipato ai tumulti sono stati identificati e saranno rinviati a giudizio.
Ma soloalcuni militanti hanno consegnato i loro fucili alle forze dell’ordine, molti civili armati che si oppongono al regime, sono tutt’ora trincerati nel quartiere Medina di Mutsamudu. La loro resa sembra però questione di tempo: il borgo è senza corrente elettrica, acqua e viveri e i mercati sono rimasti chiusi anche oggi.
Già durante la notte tra domenica e lunedì gruppi di manifestanti hanno eretto barricate al centro di Mutsamudu, considerato il feudo dell’opposizione. Secondo Ibrahima Mhouamadi Sidi, ministro degli Interni, uomini armati sarebbero giunti a Anjouan su alcune imbarcazioni dall’isola francese Mayotte, per dar man forte agli insorti. Dopo una prima giornata di tensioni e contestazioni, le autorità hanno imposto il coprifuoco sull’isola.
Martedì mattina presto si sono sentiti nuovamente spari nel centro cittadino. Il governo accusa il partito JUWA – il cui segretario generale ed ex presidente delle Comore (2006-2011), Ahmed Abdallah Sambi, è attualmente agli arresti domiciliari – e lo ritiene responsabile delle sommosse.
Disordini e scontri a Anjouan, Comore
Il clima politico nello Stato insulare è visibilmente peggiorato dopo il referendum costituzionale, grazie al quale l’attuale presidente e ex golpista può ripresentarsi per un secondo mandato consecutivo. La consultazione popolare è stato approvata con il 92,74 per cento e il “sì” è destinato a dare ampi poteri al presidente. Infatti ora Assoumani ha fatto sapere di voler anticipare le presidenziali al 2019, azzerando in questo modo i contatori elettorali e, in caso di vittoria, potrebbe restare sulla poltrona fino al 2029. L’opposizione aveva chiesto ai cittadini di boicottare il referendum, da allora molti membri e simpatizzanti dei partiti non al governo, sono stati arrestati, con l’accusa di cospirazione contro il regime.
Anche l’Unione Africana ha espresso grande preoccupazione per i fatti accaduti ad Anjouan e il presidente della Commissione, Moussa Faki Mahamat, ha chiesto alle parti di riprendere i colloqui di pace – iniziati il 14 settembre grazie alla mediazione dell’UA – ma interrotti il 2 ottobre. “Prima di tutto l’interesse del Paese, è necessario mettere in disparte tutte le incomprensioni”, ha ricordato il presidente della Commissione ai politici comoriani.
Il leader dell’opposizione, Mohamed Ali Soilihi, in un comunicato, ha chiesto aiuto alla comunità internazionale per risolvere l’attuale crisi in atto.
Azali Assoumani, presidente delle Comore
L’Unione delle Comore è formata da tre isole – Grande Comore, Moheli e Anjouan – ex colonie francesi che hanno ottenuto l’indipendenza nel 1975, mentre la popolazione di Mayotte, che dista solo sessanta chilometri da Anjouan, in due referendum ha votato contro l’indipendenza. I giovani comoriani sono attratti come da una calamita da Mayotte, da quel fazzoletto di terra francese in mezzo all’Oceano Indiano, diventato il 101º dipartimento francese nel 2011. Facendo parte dell’Unione Europea, la valuta ufficiale dell’isola è l’euro.
Da tempo i rapporti tra Parigi e lo Stato insulare sono tesi: il governo delle Comore dal 21 marzo non riamette più i suoi cittadini scappati a Mayotte. Migranti che la Francia vorrebbe, invece, deportare subito. Da alcuni anni la legislazione d’Oltralpe sull’immigrazione permette il rimpatrio immediato, senza dover ricorrere alla sentenza di un giudice.
Inoltre, la gente che fugge verso Mayotte è in continuo aumento. Quasi giornalmente giovani comoriani cercano di attraversare il breve tratto di mare che li separa dalla Francia con i kwassa kwassa, tradizionali imbarcazioni da pesca, il cui nome probabilmente è stato mediato da quello di una danza congolese (kwassa, appunto) a sua volta proveniente dal francese quoi ça? (Che cos’è questo?). Come il ballo, le barche “oscillano” pericolosamente. Dal 1995 ad oggi hanno perso la vita nel tentativo di raggiungere Mayotte oltre cinquantamila comoriani. Un tragico bilancio di vite umane del quale si parla poco o nulla in Occidente.
A Parigi il Quai d’Orsay ha disposto il 4 maggio, e fino a nuovo ordine, la sospensione dei visti d’ingresso per la Francia a tutti i comoriani. L’annuncio di tale drastica misura è stato fatto da Jean-Yves Le Drian, il capo della diplomazia francese, davanti all’Assemblea nazionale. Le Drian ha precisato laconicamente: “In considerazione del blocco delle riammissioni e il continuo flusso di migranti verso Mayotte, siamo stati costretti a congelare temporaneamente i visti per i comoriani”.
Dal Nostro Corrispondente Franco Nofori Mombasa, 18 ottobre 2018
Il dato emerge da rapporto del Pew Research Centre – un organismo indipendente con sede a Washington (USA) – che ha svolto un sondaggio in quattordici paesi, ritenuti particolarmente espressivi della realtà internazionale. Da questo sondaggio risulterebbe che la maggiore preoccupazione dei keniani si concentra, con un secco 81 per cento, sulle gravi carenze del sistema sanitario nazionale. Stando a quanto dichiarato dai cittadini, questo dato, è il peggiore riscontrato tra i quattordici paesi oggetto del sondaggio. Al secondo posto, in ambito nazionale, si assesta l’insoddisfazione per la cattiva qualità del sistema scolare (76%), che pone il Kenya al terzo posto (in quanto a inefficienza) dopo Tunisia e Sudafrica.
Uno dei meglio attrezzati ospedali privati di Nairobi, l’Aga Khan Hospital
I keniani, si sentono inoltre vessati – nell’ordine – dalla mancata libertà d’espressione (73%) e dalla brutalità della polizia (68%), attestandosi, rispettivamente, al primo e al terzo posto della classifica tra i paesi oggetto del sondaggio. Per quanto concerne il comportamento dei tutori dell’ordine, il Kenya è preceduto, in quanto a insoddisfazione, da Filippine e Sudafrica. Rilevanti appaiono anche le lamentele espresse nei confronti della povertà (73%) e della corruzione dell’apparato pubblico (68%). Appare tuttavia evidente che i cittadini intervistati hanno dato voce a quanto da loro percepito, senza poterlo rapportare alle situazioni presenti in altri paesi.
A sorpresa, nel sondaggio dell’istituto statunitense, compare anche l’Italia, dove il 46 per cento dei cittadini pone al primo posto della propria insoddisfazione, il sistema sanitario nazionale, seguito da un 41 per cento di chi ritiene che nel Paese di Dante, non vi sia sufficiente libertà d’espressione. Occorre però rilevare che, tra i quattordici Paesi in esame, sia per quanto attiene il sistema sanitario, sia per la libertà d’espressione, l’Italia si piazza comunque nella migliore posizione, preceduta solo all’Ungheria. E’ del resto noto che, in quanto a prestazioni sanitarie, l’Italia soffre di gravi sperequazioni geografiche, presentando vere e proprie eccellenze nelle regioni settentrionali e aree di profonde inefficienze in quelle centro meridionali.
Le misere condizioni di un ospedale pubblico in Kenya
Tornando al Kenya, un’apprezzabile prestazione sanitaria (ma a costi proibitivi per la gran parte della popolazione) si può trovare nelle strutture ospedaliere private di Nairobi e Mombasa, mentre negli ospedali pubblici, regna l’incompetenza e la corruzione; i pazienti sono spesso costretti a pagare sottobanco per ricevere i più elementari servizi: letti, materassi, farmaci. In alcune cliniche per la maternità dei centri minori, non raramente le gestanti sono costrette a partorire sul nudo pavimento nell’assoluta mancanza delle più elementari norme igieniche.
Infine, nei casi d’emergenza, quand’anche il paziente sia in immediato pericolo di vita, le strutture private rifiutano di ammetterlo se non contro il contestuale versamento di un congruo deposito. Se quindi il fatto avviene in un giorno festivo, anche chi ha sufficiente disponibilità economica, ma non può accedervi per la chiusura delle banche, rischia di morire nell’indifferenza dei discepoli di Ippocrate e non solo; se all’atto della dimissione, il paziente non ha l’immediata possibilità di saldare l’eventuale residuo, sarà letteralmente sequestrato dalla struttura sanitaria che lo renderà libero solo quando tale pagamento sarà effettuato. Inutile rivolgersi alla polizia che giudicherà la scelta dell’ospedale assolutamente legittima. Naturalmente i giorni di permanenza forzata saranno aggiunti al conto complessivo.
Durante una manifestazione a Nairobi il 16 maggio 2016 la polizia fu sorpresa dal fotografo Carl De Souza a picchiare con dei bastoni un dimostrante inerme caduto sul selciato (Photo AFP/Getty Images)
L’unica soluzione, per evitare sgradevoli sorprese, è quella di stipulare una buona polizza assicurativa, la quale, però, escluderà dalla copertura ogni eventuale patologia in atto o già sofferta dall’interessato (forme tumorali, insufficienza cardiaca e altre malattie ad andamento cronico).
Dal Nostro Corrispondente Sportivo Costantino Muscau Milano, 17 ottobre 2018
Già , ma poi quali italiane? Matteo Salvini intende quelle puro sangue, o anche quelle che hanno ottenuto la cittadinanza in questa generazione?
Ad esempio, una come Paola Ogechi Egonu, 19 anni, schiacciatrice e opposto, stella della pallavolo italiana, figlia di papà Ambi e mamma Sunday, entrambi nigeriani, ragioniera e aspirante avvocato, divenuta cittadina italiana a 14 anni. Ma forse Matteo Salvini si riferiva a italiane bianche nate da Roma in giù anche con i capelli neri e ricci.
Oppure una come Miriam Sylla, 23 anni, altra stella del nostro Volley, nata a Palermo come Mario Balotelli con papà e mamma della Costa d’Avorio, sbarcati in Sicilia e poi trasferitisi nel Lecchese, in Lombardia.
Nazionale italiana femminile di pallavolo ai mondiali in Giappone 2018
Oppure l’attuale ministro degli Interni, con un sapiente sottinteso, voleva alludere a Sylvia Chinelo Nwakalor, schiacciatrice ventenne dalle origini nigeriane, dal sorriso smagliante e – lei sì – dalle lunghe treccine nere. Non come la più congeniale e più vicina alla razza celtica, Sarah Fahr, diciottenne di origine tedesca, pure lei in Giappone con la maglia azzurra (ma con i capelli biondi)? E lasciamo da parte Ofelia Malinov, 22 anni, figlia dell’allenatore bulgaro Atanas Malinov e della ex pallavolista Kamelia Arsenova…
Nell’estate 1995, Candidò Cannavo, storico direttore della Gazzetta dello Sport e gran signore, scriveva parlando della saltatrice Fiona May: “Il nero della sua pelle, poi, ci ha sollevato da una mortificazione: era tempo che un Paese moderno come il nostro si allineasse alle nazioni più evolute, anche sportivamente, della società multirazziale”. Per la verità 23 anni dopo siamo ancora qui a respingere intolleranze e paure immotivate e gonfiate ad arte, addirittura sdoganate, legittimate. Mentre la società multirazziale nello sport (e non solo) sono un dato oggettivo, nella società il razzismo non è più represso.
Paola Ogechi Egonu
L’ultimo esempio di un Italia sportiva “multicolore” è la nazionale di Volley brillantissima in Giappone, ai mondiali in corso, al di là della sconfitta irrilevante con la Serbia dopo 10 vittorie consecutive: oggi l’Italia sportiva torna a sognare con le azzurre che hanno iniziato la Final Six a caccia di quel titolo iridato sfuggito ai maschietti. “Se arriverà – è stato scritto in questi giorni – sarà la vittoria della nazionale dell’integrazione, trascinata in regìa da Ofelia Malinov e dalle bordate di Paola Egonu e Miriam Sylla.
Perché le «risorse», brutto nomignolo inventato dai cyberidioti, non sono solo quelle che violentano e spacciano droga, ma anche quelle che portano onore e gloria alla nostra nazione”. L’aspetto paradossale è che tutte queste esponenti della nazione e nazionale multientica sono e si sentono italianissime, quasi tutte cresciute proprio al Nord, anche se hanno dovuto provare sulla loro pelle fin da piccole l’italica scorticante lana d’acciaio del razzismo. Sylvia Nwakalor è nata e cresciuta a Garlate (Lecco) ma si è trasferita a Roma per la carriera. Qui l’hanno raggiunta la sorella Linda, pallavolista pure lei, la mamma Juliana e suo fratello Francis.
Miriam Sylla
Miriam Sylla si trasferì a quattro anni con la famiglia a Villa San Carlo, frazione di Valgreghentino. Qualche anno dopo si avvicinò alla pallavolo: tre anni alla Polisportiva Olginate, poi ha spiccato il volo. Gioca, oltre che per grandissima passione, per tener fede a una promessa fatta anni ai genitori (“prima o poi con la pallavolo darò un senso a tutti i nostri sacrifici”). Su Instagram ha postato una foto di tutta la squadra e sotto ha commentato: “Alors on vit chaque jour comme le dernier. Parce qu’on vient de loin…” (Allora viviamo ogni giorno come l’ultimo. Perché veniamo da lontano). Può ben dirlo.
Così la Gazzetta dello Sport, tre anni fa, raccontò le vicissitudini che hanno portato Miriam a essere quello che è: “ C’era una volta Abdoulaye, un giovane ragazzo ivoriano, che decise di partire per l’Italia in cerca di fortuna. Con lui, quello che un giorno diverrà suo cognato. Volano dalla capitale Abdijan per arrivare a Bergamo. Nella città lombarda non trovano lavoro, dormono fuori dalla Caritas e soffrono il freddo. Ma nonostante le difficoltà non gettano la spugna. Semplicemente vanno a cercare fortuna al caldo, in Sicilia, a Palermo.
E lì la vita di Abdoulaye ha la svolta tanto attesa. Inizia a lavorare facendo le pulizie a casa di una coppia di signori palermitani, Maria e Paolo, che lui considera i suoi nonni. Nel frattempo arriva anche la sua futura moglie, Salimata. E l’8 gennaio 1995 nasce Miriam Sylla, poi i fratelli, Coumba e Mali”. Miriam ha dovuto subire due umiliazioni nel recente passato: squalificata perché risultata positiva al Clenbuterolo; era stata poi completamente scagionata. Nel frattempo, però, erano stati vomitati su di lui i peggiori insulti razzisti.
Come è capitato a Paola Egonu, veneta, di Cittadella, in provincia di Padova. Ama il rap, è sanguigna, ogni due anni va in Nigeria a trovare la famiglia dei suoi genitori. I quali erano arrivati oltre vent’anni anni fa: la mamma lavorava come infermiera, il padre faceva il camionista. Paola è considerata la trascinatrice del gruppo che venerdì comincia a giocarsi le semifinali ai mondiali alla Yokhoama Arena. E’ convinta afro-italiana perché: “Un’appartenenza non esclude l’altra”; in Italia per scelta, per amore del volley. Casa è dovunque siano i suoi genitori, sia Lagos, Abuja, Milano, o Manchester, dove il papà voleva portarla una volta trasferitosi ma lei rifiutò. “Ho deciso di restare a Milano, voglio sfruttare le opportunità che mi dà la pallavolo”.
In compenso va spesso in Africa a trovare il nonno, che è un capotribù e che non è proprio entusiasta di vedere la nipote mostrare gambe e braccia nude mentre gioca. Sul suo corpo, però Paola ha rifiutato anche il benchè minimo tatuaggio: non ne farà mai: preferisce rimanere “pura”, un tatuaggio, per lei, “è come rovinare il regalo che ti ha fatto il Signore”.
Nonno a parte, Paola ha tredici zii di cui una suora in Vaticano e innumerevoli cugini. A 12 anni si era iscritta alla piccola società del paese, finché due anni dopo la scoprì il Club Italia, la società fondata da Julio Velasco. All’epoca, nonostante fosse nata in Italia e ci vivesse da ben oltre un decennio, Paola, però, non era ancora “italiana”. A causa dell’arretratezza della legge, la cittadinanza arrivò solo ai quattordici anni, quando finalmente suo papà ottenne il passaporto tricolore. “Io mi sentivo azzurra da tempo – commentò la ragazza – ma senza quel documento non avrei potuto partecipare ai Mondiali in Perù…”.
La sua carriera non è stata tutta rose e fiori: “Ci sono stati degli episodi di razzismo nei miei confronti: più d’uno e spesso legati all’origine africana. A Treviso, durante una partita, i genitori delle avversarie facevano il verso della scimmia e mi insultavano urlando di tornare al mio paese e che potevo solo pulire per terra. Mi fece molto male. Specialmente se sei un’adolescente, insulti del genere ti feriscono. A me ha molto aiutato la vicinanza della squadra e dello lo staff”.
Con il tempo ha imparato a ignorarli e a lasciar correre. “Soprattutto capisci che nella pallavolo e nello sport il razzismo c’è, ma la realtà è un’altra: quella di coetanee e amiche che fanno gruppo con normalità, indipendentemente se sei figlia di immigrati o no. Proprio come noi della nazionale”.
Una nazionale che entro il 21 ottobre, data della conclusione dei mondiali giapponesi, dovrà tentare di abbattere il muro dell’ignoranza, dell’intolleranza, del razzismo molto più resistente delle muraglie pallavolesche dei cinesi, o delle dighe olandesi (possibili prossimi avversari): “Soffro molto le ingiustizie che ci sono oggi tra le persone comuni – ha dichiarata Paola Egonu a Vanity Fair -. Lottare per chi sta in situazioni di svantaggio mi fa sentire meglio. Attraverso le mie interviste ho parlato apertamente di razzismo e penso di aver aiutato molte ragazze che vivono il mio stesso disagio ma non hanno il coraggio di esternarlo. Ecco, nel mio futuro vorrei sempre ricordarmi da dove sono partita e quali sono le mie battaglie”.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 16 ottobre 2018
Desta grande preoccupazione la decima epidemia di ebola che ha colpito le province del Nord Kivu e Ituri nella Repubblica Democratica del Congo.
Il direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha convocato una riunione del comitato d’emergenza per domani, a Ginevra, per fare il punto della situazione, visto l’aumento dei contagi che si sono verificati nell’ultima settimana. Dall’8 al 14 ottobre si sono ammalate ben trentatré persone di febbre emorragica, e, secondo i dati a disposizione, ventiquattro di essi sarebbero già morte.
Dal 1° agosto ad oggi la situazione nel Congo-K è la seguente:
Persone contagiate: duecentoundici (179 casi confermati, 35 probabili, 25 sospetti) Decessi: centotrentanove Sopravvissuti: cinquantacinque
Tedros Adhanom Ghebreyesu, direttore generale dell’OMS
Secondo le autorità congolesi, l’epicentro del virus è Beni, centro abitato nel Nord-Kivu, teatro di attacchi mortali da parte del gruppo armato Alliance of Democratic Forces (organizzazione islamista terrorista ugandese, operativo anche nel Congo-K dal 1995). Oly Ilunga, ministro della Sanità congolese, ha fatto sapere che lo stato attuale è principalmente causato dall’insicurezza, la scarsa collaborazione dei guaritori tradizionali e la limitata risposta delle comunità locali nel voler affrontare la crisi. Il ministro ha sottolineato che è stato persino contagiato un membro dello staff della missione ONU, la MINUSCA.
Finora sono state vaccinate oltre sedicimila residenti, ma le attività per contrastare il mortale virus proseguono a rilento proprio per lo stato di insicurezza nella zona di Beni. Gli operatori sanitari sono limitati nei loro spostamenti perchè ormai il territorio è considerato come “zona di guerra”.
Tarik Jasarevic, portavoce dell’OMS di Ginevra, ha precisato che le violenze hanno una grave conseguenza sui civili e gli operatori sanitari. Recentemente ben diciannove di loro sono stati contagiati non negli ospedali, bensì sul territorio e ciò significa che il virus avviene all’interno delle comunità.
Per far fronte alle violenze, Kinshasa ha promesso lo spiegamento di truppe dell’esercito per proteggere il personale sanitario e per far rispettare le misure di prevenzione: molte persone scappano nelle foreste per evitare l’immunizzazione, i controlli sanitari o le cure contro la febbre emorragica. La popolazione è terrorizzata e ciò rende estremamente complesso e difficile l’attività delle Organizzazioni umanitarie sul campo.
Malgrado l’emergenza in atto, l’ottanta per cento dei bambini hanno fatto ritorno a scuola nelle zone a rischio (Beni e Mabalako). Gianfranco Rotigliano, rappresentante dell’UNICEF nella ex colonia belga, ha sottolineato che tutti i bimbi hanno diritto all’istruzione e ha precisato: “Cerchiamo di dare una risposta all’ebola mettendo in sicurezza le scuole e insegnando ai piccoli a proteggersi contro questa temibile malattia”.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 15 ottobre 2018
Sotto forte pressione dell’Unione Europea, il Marocco è a caccia di migranti: dall’inizio dell’estate. Il regno è teatro di un feroce accanimento nei confronti degli africani sub-sahariani, costretti a nascondersi per evitare di essere arrestati o addirittura deportati, in particolare nel nord del Paese.
Itel, originario del Camerun, ha raccontato che una mattina alle cinque la polizia e le forze ausiliarie (paramilitari dipendenti del ministero degli Interni) hanno costretto gli abitanti del quartiere Boukhalef di Tangeri, città sullo Stretto di Gibilterra, ad uscire in strada, dove attendevano cinque furgoni. “Una cinquantina di noi sono stati spinti in uno di essi, ci hanno portato al commissariato dove abbiamo atteso fino alle sette di sera, senza cibo e acqua”, ha raccontato il giovane camerunense. Che poi ha aggiunto: “Poi ci hanno fatto salire su un pullman – sul nostro eravamo in trentasei – ma ce n’erano almeno altri quindici bus strapieni e solo dopo diverse ore di viaggio ci hanno consegnato un po’ di pane, qualche sardina e dell’acqua. Alle quattro del mattino ci hanno fatti scendere a una decina di chilometri da Tiznit, città che dista più o meno novecento chilometri da Tangeri”.
Tangeri, Marocco, arresti di migranti sub-sahariani
In base a testimonianze raccolte, il gruppo Antiraciste d’accompagnement et de défense des étrangers et des migrants (Gadem), associazione con base in Marocco, ha denunciato l’arresto e la deportazione di oltre settemilasettecento stranieri sub-sahariani nella regione di Tangeri, nel nord della ex colonia francese, senza nemmeno tener conto della loro posizione amministrativa.
Nel suo rapporto dello scorso 11 ottobre, Gadem ha segnalato l’espulsione di ottantanove persone in totale assenza di presupposti normativi prescritti dall’ordinamento. Altri migranti, in attesa del rimpatrio, sono attualmente detenuti nello scantinato di un commissariato di polizia di Tangeri.
Camille Denis, coordinatrice generale di Gadem, ha descritto le condizioni dei detenuti come “disumane”. Nel rapporto del gruppo, pubblicato in questi giorni, le foto mostrano i migranti sdraiati su materassi, stipati l’uno accanto l’altro; hanno a disposizione un solo bagno, aperto solamente durante le ore diurne. La situazione sanitaria è più che precaria. La coordinatrice ha inoltre sottolineato che i detenuti non hanno accesso a cure mediche, malgrado quattro di loro si trovino in gravi condizioni di salute. Inoltre, chi, al momento dell’imbarco sull’aereo, si oppone alla deportazione, rischia di essere picchiato dalle forze dell’ordine.
Da tempo la rotta del Marocco è diventata quella maggiormente frequentata: quest’anno oltre quarantaduemila migranti hanno raggiunto la Spagna, tra loro più di trentottomila via mare, praticamente il doppio di coloro che sono arrivati in Italia con i barconi dalla Libia, per la quasi totale assenza delle navi dell’ONG nella zona SAR del Mediterraneo centrale. La via del Mediterraneo occidentale è in continua crescita, le operazioni di intercettazione e salvataggio in quel tratto di mare sono quasi quotidiane. Non solo migranti sub-sahariani con imbarcazioni di fortuna tentano la fuga, tra loro anche molti giovani marocchini, con la speranza di migliorare le proprie condizioni di vita in Europa.
Dal Nostro Corrispondente Franco Nofori Mombasa, 15 ottobre 2018
Al presidente dello Zambia, Edgar Lungu, non basta il mostruoso indebitamento di 11 miliardi di euro contratto con la Cina, che mette a rischio la proprietà delle più importanti imprese statali, ora ha in fase conclusiva un’altra spesa di 350 milioni di euro per varie spese militari che includono anche un lussuoso e superaccessoriato Jet a suo uso personale ed esclusivo. Così, mentre il colera divampa a Lusaka, nella disperata inadeguatezza delle strutture sanitarie che dovrebbero contrastarlo, l’ineffabile presidente Lungu, potrà amenamente volteggiare nei cieli africani con il suo ultimo giocattolo e ammirare dall’alto uno sventurato popolo il cui 70 per cento vive sotto la soglia di povertà.
Il presidente dello Zambia Edgar Lungu
La prima reazione a questa dissennata e frenetica corsa verso il dissesto, viene dalla piccola Norvegia che indignata dagli irresponsabili colpi di testa del leader zambiano, ha deciso l’immediato blocco degli aiuti concessi al suo governo. Questa iniziativa si accoda alle perplessità già espresse dal Fondo Monetario Internazionale (IMF) sulla precaria situazione economica dello Zambia e alle investigazioni promosse dal governo britannico su gravi episodi di corruzione che coinvolgerebbero alcuni ministri zambiani.
Un jet Gulftstream G550 in volo. La sua ultima versione, G650, esternamente simile alla precedente, sarà presto acquisita dal presidente dello Zambia
Questa volta i beneficiari dell’ennesimo debito contratto dallo Zambia, non sono i cinesi, ma i russi e gli israeliani che Lungu ritiene, probabilmente, più affidabili in quanto a forniture militari. Si tratterebbe, dell’acquisto (a credito) di un imprecisato numero Jet supersonici F-5, di diciotto mini-droni Skylark, di elicotteri da trasporto russi Mi-17 e di vari mezzi militari di superfice. Nel pacchetto è anche compresa l’ultima e sofisticata versione del Jet Gulfstream G650, in una super accessoriata versione extralusso a esclusivo uso del presidente Lungu. Il prestigioso giocattolo sarà fornito dalla società israeliana Elbit che lo equipaggerà anche di un sistema laser antimissilistico.
Il lussuoso interno del prossimo Jet presidenziale
La patologica tendenza allo spreco di molti Paesi africani, fa sorgere dubbi sull’opzione dell’ “aiutiamoli a casa loro” espressa da diversi Paesi europei per contrastare il fenomeno della migrazione. In quali mani dovrebbero essere indirizzati tali aiuti? Fatalmente non potrà che trattarsi di transazioni inter-governative, quindi i beneficiari di tali aiuti sarebbero proprio coloro che ne fanno incetta per il proprio tornaconto. In altre parole, sarebbe come affidare la prevenzione degli omicidi a Jack lo squartatore.
Il panorama africano, in quanto a crescente indebitamento, si fa sempre più preoccupante ed è favorito sia dai progetti di sfruttamento messi in atto dalle varie potenze economiche mondiali che, dietro alle quinte, ingaggiano tra loro una feroce competizione, sia dall’inesauribile ingordigia della classe dirigente africana che continua a depredare le risorse dei propri paesi, restando del tutto indifferente alle sofferenze dei popoli che governano. Popoli che, di fronte ai faraonici progetti che ingrassano i leader e i loro entourage, vedono, per contro, crescere l’indigenza e la disperazione che li condannano sempre di più al ruolo d’impotenti e vessati sudditi feudali.
Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus Firenze, 15 ottobre 2018
“Cari principe William e principe Harry, mi chiamo Charles, vi scrivo dal Camerun, un paese in cui la protezione dell’ambiente è andata peggiorando. Voglio che sappiate, e che i media sappiano, che pigmei innocenti stanno morendo a causa della conservazione dell’ambiente e che loro hanno bisogno del vostro aiuto”.
Da sin. Il principe Harry, il principe William e il padre Carlo, principe di Galles (Courtesy Survival International)
Ma cosa c’entrano i principi William e Harry con i pigmei? Anche se appare una forzatura hanno chiesto il loro sostegno contro i soprusi, le violenze quotidiane e gli omicidi della loro gente da parte dei ranger, secondo Survival pagati dal WWF, che “difendono la conservazione” della foresta africana nella quale i pigmei vivono da secoli.
L’occasione è stato il convegno internazionale “Illegal Wildlife Trade” sul commercio illegale della fauna selvatica che si è tenuto a Londra l’11 e il 12 ottobre. Un importante meeting, sponsorizzato dalla Foreign office britannico, che ha visto la presenza di oltre ottanta Paesi per tentare di fermare la mattanza di elefanti e altri animali e il traffico di avorio e merci illecite di origine animale.
William, duca di Cambridge, è presidente di United for Wildlife, oltre che patron di Tusk Trust. E prima della conferenza si è recato in Kenya, Tanzania e Namibia per conoscere meglio la situazione.
Sia lui che il fratello Harry e il loro padre Charles, principe di Galles, sono particolarmente sensibili alla protezione dell’ambiente e degli animali. Proprio per questa ragione un piccolo grande uomo, Charles Nsonkali, ha deciso di rivolgersi alla Corona britannica affinché intervenga sulla loro causa e la terrificante situazione che il suo popolo sta vivendo da tre decenni.
Charles Nnsonkali, rappresentante del popolo pigmeo Baka (Courtesy Survival International)
“Le foreste che un tempo erano la casa del popolo Baka sono state trasformate in parchi nazionali, con concessioni di taglio del legname e aree di caccia per safari senza il loro consenso – si legge nella lettera – le eco-guardie, torturano i Baka e rendono la loro vita un inferno. Li fanno spogliare e quando sono nudi li picchiano, li umiliano, costringendoli a gattonare a quattro zampe e distruggono i loro villaggi e le loro proprietà”.
Charles scrive che i Baka vengono considerati bracconieri ma non sono colpevoli di nulla se non di tentare di vivere e nutrire le loro famiglie e vengono puniti perché gli estranei non capiscono il loro modo di vivere, non perché hanno fatto qualcosa di sbagliato.
E accusa la conservazione gestita da estranei che pensano di essere le uniche persone che vogliono prendersi cura della foresta ma non conoscono gli usi e costumi del popolo Baka e le sue leggi.
“La conferenza sul commercio illegale di animali selvatici parla molto di come impedire ai bracconieri di uccidere elefanti e altri animali ma chi può prendersi cura della natura più delle persone che la chiamano a casa e dipendono da essa per la loro sopravvivenza? – sottolinea il rappresentante della Okani – Se solo gli ambientalisti li ascoltassero capirebbero che i Baka sono alleati naturali della protezione delle foreste. Non si possono escludere i Baka dalla conservazione e non si possono punire per il loro modo di vivere tradizionale”.
“I guardiaparco sono saltati sopra mia moglie incinta e l’hanno picchiata” Testimonianza di un pigmeo Baka (Courtesy Survival International)
Charles chiede di ricordare che nessun progetto di conservazione dovrebbe esistere sulle terre indigene senza l’accordo con la gente vi abita. Se ciò non accade, gli sforzi per la protezione della natura non potranno mai avere successo.
Il rappresentante dei pigmei Baka ha parlato chiaramente e ha denunciato una situazione infernale e invivibile per un intero popolo. Arriverà una risposta dal duca di Cambridge e dal duca di Sussex?
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