Questa è la seconda parte dell’intervista a Alex Zantelli, sacerdote comboniano che ha lavorato parecchi anni in Africa
Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus Firenze, 27 ottobre 2018
Nonostante la Chiesa abbia preso una chiara posizione per l’accoglienza dei migranti, molti cristiani, cattolici, rifiutano l’immigrazione…
Penso che la Chiesa, nonostante le sue posizioni a favore dell’accoglienza, non abbia lavorato abbastanza. La Lega è nata trenta anni fa e io non ho mai visto un documento della Conferenza episcopale che riguarda le posizioni di quel partito in Triveneto o Lombardia. Se avessero scritto qualcosa che aiuta il fedeli a ragionare e a far comprendere che il vangelo di Salvini non è il Vangelo di Gesù ogni avremmo più coscienza sull’immigrazione.
Rotte dell’immigrazione africana verso l’Europa
La Chiesa è troppo spesso parte di questi schemi. Oggi se ne pagano le conseguenze. Non solo tanti cattolici ma anche tanti preti sono a favore di Salvini. Dobbiamo anche domandarci che razza di cristianesimo abbiamo avuto in Europa. Se siamo arrivati a questo livello significa che come cristiani abbiamo sbagliato.
Riguardo alle scelte politiche del governo Salvini-Di Maio sull’immigrazione, forse si stava meglio quando si stava peggio?
Per carità! Questo governo è stato preparato dai governi di Renzi, Gentiloni e da Minniti. L’accordo con la Libia l’ha fatto il centro-sinistra. Salvini non fa che acuire il problema facendo aumentare razzismo e xenofobia ma le politiche erano quelle. Non prendiamoci in giro.
In Europa abbiamo fatto un trattato criminale con Erdogan dandogli sei miliardi di euro per bloccare la rotta balcanica e i siriani che scappavano dalla guerra. L’Europa ci ha obbligato a fare un accordo con la Libia ed ecco il disastro: un milione di migranti africani che vengono torturati e violentati. Questi sono crimini che tutti noi abbiamo sulla coscienza. Dico solo una cosa: quello che noi diciamo sui nazisti, domani i nostri nipoti lo diranno di noi.
Quanto incide la paura che gli italiani hanno dell’immigrazione?
Soprattutto Salvini gioca sulla paura e gli italiani si sentono minacciati. Ma di cosa? Non possiamo continuare ad avere il 10 per cento della popolazione mondiale che consuma il 90 per cento dei beni prodotti sul pianeta. È assurdo. Gli arrivi dei migranti mettono in crisi questa situazione ingiusta.
Basta vedere quella immensa carovana di persone che dal centro America stanno andando verso gli Stati Uniti e Trump, terrorizato, vuole usare l’esercito. I poveri spaventano perché siamo in un sistema profondamente ingiusto.
Manifestazione a favore dell’accoglienza a Riace
L’esperienza di Riace può essere un modello vincente per l’accoglienza dei migranti?
Un paesino della Calabria è potuto risorgere grazie all’arrivo dei migranti. Con questo esperimento ci hanno guadagnato i cittadini calabresi e i nuovi arrivati. Questo esempio potrebbe dare la possibilità di risorgere a tanti paesini dell’Appennino e della Alpi ma abbiamo bisogno di uscire da questo razzismo che ci portiamo dietro da lungo tempo. Da cinquecento anni parliamo de “LA” civiltà, “LA” cultura, “LA” religione che sono diventate substrato per lo schiavismo, il colonialismo, il neoliberismo di oggi. È ora di finirla.
Crediti immagini:
– Mappa delle migrazioni in Africa occidentale
Di historicair 23:41, 24 February 2007 (UTC) – Frankfurter Allgemeine Zeitung, CC BY-SA 3.0, Collegamento
La prima parte dell’intervista di Sandro Pintus a Alex Zanotelli si può leggere qui:
Sahle-Work Zewde è stata eletta presidente dell’Etiopia durante una sessione congiunta delle due Camere ed è attualmente l’unica donna ad occupare questa poltrona in Africa. Sahle-Work subentra a Mulatu Theshome, che ha rassegnato inaspettatamente le dimissioni mercoledì scorso. Era in carica dal 2013.
La nuova presidente ha un backround di tutto rispetto. E’ nata sessantotto anni fa ad Addis Ababa, ha studiato in Francia. Parla perfettamente inglese, francese e, naturalmente l’amarico. E’ un diplomatico di carriera e fino a l’altro giorno ricopriva la carica di rappresentante del segretario generale delle Nazioni Unite presso l’Unione africana e, inoltre era il direttore generale degli uffici dell’ONU in Kenya. In precedenza è stata ambasciatore in Francia, Senegal e Gibuti.
Abiy Ahmed, primo ministro dell’Etiopia e Sahle-Work Zwede, neo-eletto presidente
Secondo la Costituzione etiopica, la carica del presidente è puramente onorifica; il potere esecutivo è affidato al primo ministro e al consiglio dei ministri.
La Costituzione della Repubblica Federale dell’Etiopia sancisce che il presidente è il capo dello Stato.
Le sue funzioni sono regolamentate dall’articolo 71 del massimo ordinamento giuridico dello Stato. Tra i suoi compiti è prevista l’apertura delle Camere per la loro sessione annuale; dietro consiglio del premier, nomina nuovi ambasciatori e altri funzionari all’estero, accoglie le credenziali dei rappresentanti stranieri nel Paese. Inoltre, sempre dietro indicazioni del capo del governo, consegna onorificenze militari e concede la grazia.
La presidente uscente della Liberia Ellen Johnson Sirleaf con il direttore di Africa ExPress, Massimo Alberizzi
Sahle-Work è attualmente la sola donna ai vertici di uno Stato africano, ma non è la prima. Ameenah Gurib-Fakim è stata presidente della Repubblica di Mauritius, ma ha dovuto dimettersi la primavera scorsa perchè coinvolta in uno scandalo finanziario. Mentre la liberiana Ellen Johnson Sirleaf è stata la prima donna africana in assoluto ad essere stata eletta capo di Stato. Ha guidato la Liberia dal 2006 al 2018. Joyce Banda è stata nominata presidente del Malawi nel 2012, dopo l’improvvisa morte del suo predecessore Bingu wa Mutharika. E’ rimasta in carica per due anni.
Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus Firenze, 25 ottobre 2018
Missionario comboniano, conosciuto per la sua lunga esperienza in Africa tra gli “ultimi”, padre Alex Zanotelli ha 80 anni. Come religioso cristiano e soprattutto come essere umano è contro le leggi ingiuste ed è favorevole alla disobbedienza civile.
È per l’accoglienza dei migranti e a favore di quell’esperimento sociale, premiato in tutto il mondo, del sindaco Domenico Lucano a Riace con il quale ha lavorato. Ci spiega il suo pensiero in questa intervista.
Fabio Fazio intervista Mimmo Lucano, sindaco di Riace, a “Che tempo che fa” (Courtesy Rai1)
Il sindaco di Riace, Mimmo Lucano, lo scorso 21 ottobre su Rai 1, a “Che tempo che fa”, intervistato da Fabio Fazio, ha detto che era lecito “non rispettare le leggi naziste” e non gli piacciono certe leggi ingiuste, quindi una sorta di disobbedienza civile attuabile anche oggi. Che ne pensa?
Stiamo andando verso un periodo storico difficile pieno di razzismo e xenofobia dove la tentazione del pugno forte è evidente e sotto gli occhi di tutti. Siamo davanti a tante leggi disumane. Di questo passo tra poco sarà reato aiutare una persona. Tutto ciò è assurdo. In un contesto come questo la disobbedienza civile diventa fondamentale.
Ce lo ha insegnato Martin Luther King: disobbediva, andava in carcere e pagava la pena per mettere in discussione l’apartheid. Però la disobbedienza civile non deve essere materia per un eroe solitario ma materia e parte di un movimento non violento che la usa per contrastare certe leggi ingiuste.
Il missionario comboniano Alex Zanotelli
Perché bisogna accogliere i migranti che vengono dall’Africa o che scappano da zone di guerra o disastri dovuti ad eventi climatici? Non sono troppi?
Siamo davanti a un sistema assurdo che è strutturale. Uso tre immagini: secondo dati Oxfam, nel sistema economico-finanziario odierno, otto persone hanno quanto 3,6 miliardi di persone; a livello mondiale spendiamo 4,6 miliardi di USD al giorno in armamenti che producono guerre dalle quali la gente scappa per non morire; questo sistema mette a rischio gli equilibri del pianeta.
Gli scienziati parlano di un aumento della temperatura di 7/8°C in Africa entro fine secolo che renderanno i tre quarti del continente inabitabili. Secondo l’ONU, entro il 2050, ci saranno 250 milioni di rifugiati climatici dei quali 50 milioni africani. Dove andranno?
Il pianeta Terra non riuscirà più a sopportare la presenza dell’homo sapiens. Questo sistema ammazza per fame e guerre che producono immigrazione. Mimmo Lucano ha dimostrato che i migranti sono una risorsa.
Cito Confindustria: “l’Italia ha bisogno di 250mila operai all’anno”. Noi stiamo invecchiando e questa gente ci porterà nuova vita. Io i migranti li vedo come una grazia non come una minaccia.
Dalla Nostra Corrispondente Blessing Akele
Benin City (Nigeria), 25 ottobre 2018
Era il maggio del 2014 quando l’ex Presidente Goodluck Jonathan, del PDP, il Peoples Democratic Party, riconosceva la sconfitta elettorale – contrariamente alla volontà dei maggiorenti del suo partito, che non volevano cedere il potere politico – e si congratulava con il candidato presidenziale rivale dell’All Progressives Congress (APC), Mohammadu Buhari. Consentiva così una pacifica transizione del potere nel Paese africano demograficamente più popoloso (circa160 milioni di abitanti) e che rappresenta la seconda economia del continente dopo il Sud Africa.
I nuovi eletti dell’APC, a seguito di elezioni libere e imparziali – secondo gli osservatori dell’Unione Europea (all’epoca la Gran Bretagna non aveva ancora chiesto di uscire dall’organizzazione) – hanno promesso immediatamente di voler cambiare in meglio la vita dei nigeriani.
Muhammadu Buhari, presidente della Nigeria
Le promesse di trasformazione sbandierate in campagna elettorale dall’APC nel 2014, hanno fatto presa su una parte esigua della popolazione. La stragrande maggioranza è da un lato analfabeta e dall’altro religiosamente devota e rassegnata, per cui si affida soltanto a dio, nelle sue varie accezioni, Gesù Cristo o Allah Mohammed. Ai politici questo stato di cose piace assai e nessuno pensa minimamente di cambiarlo. Anzi, per essere votati da quella piccola parte della popolazione che si mette in fila davanti ai seggi nei giorni dello scrutinio, i candidati a sud si affidano ai pastori e ai preti delle varie Chiese, e a nord agli imam e ai marabù delle varie moschee.
Non bisogna essere in Nigeria per comprendere che quella votazione del 2014 (comprese le sue promesse elettorali) è stata una farsa. L’ennesima che si consuma dal 1960, l’anno dell’indipendenza dalla dominazione britannica. Non c’è bisogno di essere in Nigeria per capire che la fiducia è stata mal riposta e ha generato effetti sociali devastanti, a cominciare dall’emigrazione massiccia e continua dei giovani, donne uomini.
SANITA’ PRIVATA
Gli effetti del malgoverno e del totale disinteresse per il benessere sociale è di evidenza cristallina e grida se non vendetta, certo aiuto disperato. Il miglioramento dello stato sociale che l’attuale classe dirigente ha promesso non si è avverato. Non ci sono investimenti rilevanti nei settori primari e strategici (agricoltura, istruzione, energia, sanità, industrie di trasformazione dei prodotti agricoli e così via), che si tradurrebbero in opportunità di lavoro per quella massa di persone costretta a lasciare il Paese ogni anno di più.
Piattaforma petrolifera in Nigeria
Il governo ha attuato provvedimenti che hanno giovato e soddisfatto la comunità internazionale. Valga per tutti l’incremento del prezzo della benzina pochi mesi dopo l’insediamento del governo di Mohammadu Buhari. Il suo governo ha abolito il sussidio petrolifero con la scusa di eliminare la corruzione incontrollabile nel settore petrolifero. Se non che, così facendo, ha provocato l’aumentato del costo della vita, acuendo lo stato di povertà già dilagante. Sono schizzati i prezzi di tutte le merci (compresi alimentari e medicinali) e i costi di tutti i servizi (luce, gas, telefono, trasporto, tasse scolastiche e universitarie, servizi ospedalieri). La Nigeria è un Paese in cui un sistema sanitario pubblico sarebbe assolutamente urgente, utile e necessario. Invece il modello è quello degli Stati Uniti. Cioè la sanità è totalmente privata.
La Nigeria è il nono produttore del petrolio al mondo eppure sul suo territorio non ha una raffineria. Vende la materia prima alle società multinazionali di tutto il mondo e poi compra il prodotto finito da chi ha raffinato il greggio. Questo, ufficialmente il motivo dell’abolizione del sussidio: le raffinerie straniere sostengono alti costi per la raffinazione e bisogna pagare di più il prodotto finito. Ma non si spiega perché i governi precedenti e, soprattutto questo governo del cambiamento non hanno mai proceduto a riabilitare le raffinerie interne. La risposta è semplice: non conviene agli interessi economici degli amici stranieri.
BOKO HARAM
Più o meno quattro anni fa circa il presidente eletto e tutta la compagine governativa giuravano che avrebbero distrutto il gruppo terroristico di Boko Haram attivo nel nord-est del Paese in poco tempo. Dopo appena un anno e qualche mese di governo il Presidente Buhari assicurava che l’esercito nigeriano stava ottenendo decisivi successi nella lotta al terrorismo. Due anni dopo il governo annunciava che i militari stavano sconfiggendo il jihadisti in tutto il Paese.
Il 27 dicembre 2017, un comunicato del governo sostanzialmente suonava così: fermi tutti, abbiamo scherzato finora, il gruppo di terrore è ancora vivo e vegeto. Abbiamo bisogno di un miliardo di dollari per combatterlo. Occorre inserire la voce di spesa nel documento economico finanziario per l’anno 2018.
E nel Excess Crude Account, ECA, il Ministero delle Finanze indicava in 2.3 miliardi di dollari quale credito disponibile a dicembre 2017. Il presidente Buhari in persona ha confermato in televisione che i terroristi sono vivi e vegeti e attivi più che mai e i combattimenti sono ancora in corso. Il presidente ha poi annunciato che occorre un miliardo per assistere le centinaia di migliaia di sfollati. Ma la realtà è un’altra: serve denaro per le elezioni 2019: è necessario e urgente perché i meccanismi elettorali vanno unti a dovere.
Per completare il copione drammatico (che presenta pure risvolti tragici: in Nigeria c’è ancora oggi chi muore di stenti e di fame), a fine luglio 2018, il primo ministero britannico, Theresa May, si è recata nell’ex colonia. Una toccata e fuga (la sua permanenza non ha raggiunto le 24 ore), per un incontro tecnico economico con il presidente Buhari e i leader del Parlamento e del Senato, rispettivamente, Dogara e Saraki.
Miliziani Boko Haram
SLOGAN
Di cosa hanno discusso? Di come aiutarli a casa loro? No, questo è solo uno slogan. Simili propositi i politici stranieri li fanno per il pubblico locale in Inghilterra come in Italia. Quando arrivano in Nigeria, e in genere in Africa, discutono di affari, cioè intese commerciali: petrolio, gas ed armi. E così è stato anche stavolta con Theresa May.
Naturalmente sono stati toccati anche altri settori come l’import-export di generi alimentari, di veicoli nuovi ed usati e la questione dei dazi doganali. Nelle intese raggiunte non poteva mancare un accordo per combattere i terroristi di Boko Haram: Londra metterà a disposizione unità speciali dell’esercito di Sua Maestà, esperti in materia di contrasto delle organizzazioni terroristiche (Daesh, ISIS, Talebani, Al Qaeda). Il programma è quello di formare i militari nigeriani per meglio combattere il terrorismo.
Inoltre un’attenzione è stata rivolta anche all’aspetto umanitario. Sono stati raggiunti accordi per programmi di assistenza ai profughi del nord-est, in maggioranza donne, vecchi e bambini.
CAMBIAMENTO? NO GRAZIE!
I nigeriani, a questo punto, hanno visto tutto e continuato a subire fin ad oggi. E non hanno dubbi sul significato del cambiamento proposto quattro anni fa da Mohammad Buhari e dal suo partito APC: i cittadini volevano il cambiamento? L’ hanno avuto: in peggio, però.
L’anno prossimo si terranno le elezioni politiche e la lotta di potere all’interno del partito del presidente Buhari, APC è già in atto. Il PDP si è indebolito e ora la Nigeria sembra una democrazia a partito unico, dove l’attuale presidente non intende fare mezzo passo indietro. Ciò vuol dire che, come al solito, non prevarrà la volontà dei nigeriani.
Chi vincerà sarà colui che si sarà recato a trattare a Chatham House (un circolo di think-thank a Londra), alla Casa Bianca e a Bruxelles. A dettare legge non sono i nigeriani ma i loro amici stranieri. A scegliere i governanti non sono i nigeriani ma gli extra-nigeriani. Ad essere invasi culturalmente ed economicamente sono i nigeriani, ma non da oggi, da sempre. I nigeriani sono mantenuti in uno stato d’incapacità di intendere e di volere (ricordiamo il combinato disposto dell’analfabetismo e della religione), non potranno mai riscattarsi né emanciparsi a casa loro.
Pur di lasciare il proprio Paese in cerca di una vita migliore, i giovani africani sono disposti a tutto e i trafficanti di uomini trovano sempre nuove rotte per i loro “clienti”. Vie di fuga sempre più lunghe e pericolose.
Lunedì scorso sono annegati sette giovani etiopici a largo della Tanzania, in prossimità del confine marittimo tra Kenya e l’ex protettorato britannico. Le autorità hanno riferito che erano in rotta verso il Sudafrica, cosa per altro confermata dai sopravvissuti. La loro barca è affondata, sette le vittime, altri sei sono stati salvati dalla guardia costiera tanzaniana. Secondo Edward Bukombe, funzionario della polizia di Dadoma, sul natante viaggiavano tredici persone, dodici di nazionalità etiopica e un’altra, il capitano/timoniere. Non si conosce né la provenienza, tanto meno l’identità, in quanto risulta ancora disperso.
Naufraghi etiopici a largo delle coste della Tanzania
I sopravvissuti hanno ammesso di aver lasciato l’Etiopia in cerca di un lavoro. Forse i giovani non sanno che anche in questo Paese dell’Africa australe il tasso di disoccupazione è al 27,2 per cento e gli scontri tra residenti e stranieri sono sempre più frequenti.
Attualmente i superstiti sono in stato di fermo, mentre si continua a cercare il capitano. Le autorità della Tanzania sono in stretto contatto con l’ambasciata etiopica di Dodoma per identificare la banda, responsabile del traffico di uomini su questa rotta che, a quanto sembra, venga utilizzata sempre più spesso dopo la quasi totale chiusura dei porti libici.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 24 ottobre 2018
Nel 2017 in Madagascar sono morti centoventisette prigionieri, tra loro cinquantadue in detenzione cautelare. E’ la denuncia di Amnesty International, pubblicata nel suo rapporto di questi giorni. La ONG accusa il sistema giudiziario malgascio, vicino al collasso.
Secondo i ricercatori dell’Organizzazione con base a Londra, il cinquantacinque per cento della popolazione carceraria – circa undicimila persone – ad ottobre era ancora in attesa di processo, benchè la maggior parte di loro sia accusata di crimini minori, tra loro anche donne e minori.
Una prigione in Madagascar
Nella sua relazione Amnesty evidenzia le terribili condizioni di vita, oltre a trattamenti crudeli, disumani, degradanti. La situazione è la stessa in tutti i nove penitenziari visitati dalla ONG.
La detenzione preventiva prolungata anche per anni è la causa del sovraffollamento delle carceri; la mancanza di cibo, di cure mediche, di igiene nelle strutture, nuoce gravemente alla salute dei detenuti, mettendo in pericolo la loro vita. Fatto che la ONG aveva già esposto in un rapporto precedente. Le ottantadue galere della Grande Isola contano oltre ventimila “ospiti”, quando la loro capacità effettiva non dovrebbe superare i diecimila. E già nella relazione dello scorso febbraio sui diritti umani dell’ex colonia francese, era stato evidenziato che l’accesso al cibo e all’aqua potabile è limitato. La razione giornaliera per ogni prigioniero non supera duecentocinquanta grammi di manioca al giorno.
Detenuti malgasci
Deprose Muchena, direttore dell’ufficio regionale per l’Africa australe di Amnesty, ha spiegato che i detenuti in attesa di giudizio non sono separati da quelli già condannati e questo malgrado le disposizioni internazionali sui diritti umani. Non di rado anche i bambini devono condividere le loro celle con veri e propri criminali. Eppure il regolamento penitenziario malgascio prevede la separazione tra reclusi minori e adulti.
A pagare il prezzo più alto sono i poveri, in particolare donne e bambini, coloro che non possono permettersi un avvocato. Eppure il codice penale prevede il gratuito patrocinio.
Non c’è spazio nelle celle, i reclusi sono costretti a dormire per terra, molti sono ammalati, tremano, tossiscono, perchè affetti di tubercolosi, la principale causa di morte nelle galere malgasce. In un rapporto del Comitato della Croce Rossa Internazionale un detenuto su due soffre di malnutrizione moderata o severa. Nel 2015, secondo il CICR, sono decedute ventisette persone per malnutrizione, ma diciamolo pure chiaramente: morte di fame.
Rivo Rakotovao, presidente ad interim del Madagascar, ritiene la situazione carceraria del suo Paese inaccettabile e triste. E ha aggiunto: “Dal tempo dell’indipendenza mai nessuno ha pensato a investire nella detenzione, ma ora bisogna migliorare lo stato delle cose, senza attendere finanziatori”.
Attualmente il 90 per cento della popolazione vive al di sotto della soglia della povertà (calcolata su una base di 1,90 dollari al giorno) e il Madagascar è il Paese che, dopo la Corea del Nord, ha accesso al minor contributo internazionale con soli 24 dollari all’anno per abitante.
Ieri mattina, gli undici membri del Consiglio Costituzionale – tutti nominati da Biya – parrucca in testa e sulle spalle l’immancabile prezioso ermellino, hanno proclamato senza possibilità di appello, la vittoria definitiva, ottenuta ufficialmente con il 71,28 per cento delle preferenze. L’ottantacinquenne Paul Biya, al potere da quasi trentasei, ha vinto le elezioni che si sono svolte lo scorso 7 ottobre in Camerun.
Clement Atangana, presidente del Consiglio Costituzionale, ha fatto sapere che la partecipazione alla tornata elettorale è stato del 53,85 per cento degli aventi diritto al voto. La scorsa settimana il Consiglio ha rigettato tutti i ricorsi per presunti brogli, presentati dall’opposizione.
Atangana ha sottolineato che le elezioni sono state libere e democratiche, malgrado i problemi di sicurezza nelle zone anglofone.
Biya ha perso solamente nella Région du Littoral, dove si è posizioanto secondo, dopo Maurice Kamto, avvocato ed ex ministro della Giustizia, che il giorno dopo la chiusura delle urne aveva rivendicato la vittoria. Ma i risultati ufficiali gli attribuiscono solamente il 14,2 per cento delle preferenze. Kamto, candidato del raggruppamento politico Mouvement pour la Renaissance du Cameroun ha conquistato il maggior numero di voti dopo Biya, diventando così il nuovo leader dell’opposizione nel Camerun.
Paul Biya, presidente del Camerun
Nelle due regioni anglofone il tasso di partecipazione è stato davvero basso, vale a dire il 5,36 per cento nella Regione del Nord-Ovest e il 15,94 in quella del Sud-Ovest. La scarsa affluenza in queste zone era dovuta a problemi di sicurezza. La gente si è rinchiusa in casa per paura di scontri e violenze e molti seggi elettorali non sono nemmeno stati aperti. Già settimane prima i separatisti avevano lanciato un appello di boicottare il voto.
Ieri, durante la proclamazione dei risultati, Yaoundé, la capitale politica, era sotto massima sorveglianza delle forze dell’ordine. Veicoli antisommossa sono stati piazzati nei punti strategici della città; una marcia pacifica, organizzata dagli oppositori del regime non è stata autorizzata. Anche a Douala, la capitale economica, che si trova nella Région du Littoral, una manifestazione pacifica dell’opposizione, volta a denunciare i brogli elettorali, è stata repressa dalle forze dell’ordine e una trentina di persone sono state arrestate. Anche una corrispondente di Reuters, Josiane Kouagheu, è stata fermata dalla polizia mentre documentava la protesta. E’ stata rilasciata solo in tarda serata.
Speciale per Africa Express Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 22 ottobre 2018
Conflitti etnici stanno sconvolgendo il centro-nord della Nigeria. A Kasuwan Magani, nel Kaduan State, sono morte cinquantacinque persone nei giorni scorsi e Muhammadu Buhari, presidente della ex colonia britannica – ormai alla fine del suo primo mandato, le prossime elezioni si svolgeranno il prossimo febbraio – in un comunicato ha condannato aspramente l’accaduto: “I continui spargimenti di sangue dovuti a incomprensioni, potrebbero benissimo essere risolti in modo pacifico. Nessuna cultura o religione può giustificare il disprezzo della sacralità della vita umana”.
Le violenze sono scoppiate al mercato di Kasuwan Magani dopo una banale discussione tra scaricatori musulmani hausa e cristiani di etnia adara. Il governatore ha subito imposto il coprifuoco notturno dopo gli ultimi spargimenti di sangue.
Scontri etnici nel Kaduna State
Lo Stato di Kaduna si trova nel centro-nord del gigante dell’Africa e la regione, specie negli ultimi periodi, è teatro di scontri tra le diverse etnie. Qualche mese si fa si è verificato un episodio simile. Allora avevano perso la vita una decina di persone e un centinaio di case erano state incendiate.
Nel nord-est del Paese, invece, gli attacchi dei sanguinari Boko Haram si susseguono senza sosta. Sabato mattina sono stati uccisi almeno dodici agricoltori mentre stavano raccogliendo arachidi nei loro campi. Secondo le milizie private, assoldate in supporto all’esercito per contrastare i terroristi, le vittime sarebbero state ammazzate a colpi di machete a Kalle, un villaggio che dista una ventina di chilometri da Maiduguri, capoluogo del Borno State, altre tre persone sono rimaste ferite. I jihadisti, pur essendo arrivati armati fino ai denti, non hanno utilizzato i fucili. Hanno preferito agire in silenzio, per non essere scoperti dai soldati.
Miliziani Boko Haram
La stessa sera i malviventi hanno assalito Dala-Melari, Fuguri e Femari, tre villaggi ad una manciata di chilometri da Maiduguri. Hanno ammazzato almeno due persone, diversi altri sono stati feriti. Dopo aver saccheggiato tutte le case e caricato il bottino sui loro camion – pare che i jihadisti fossero in cerca di viveri – hanno appiccato il fuoco, che ha raso al suolo i pochi averi di questa povera gente. In base ad alcune testimonianze raccolte, i responsabili dell’attacco farebbero parte della fazione del leader storico Abubakar Shekau.
Il governo nigeriano ha annunciato il 15 ottobre che ua seconda operatrice umanitaria è stata ammazzata. Un mese fa è stata brutalmente uccisa una levatrice, entrambe sono state rapite insieme ad una terza collega il 1°marzo di quest’anno da miliziani di Boko Haram durante un’incursione nella città di Rann, nell’estremo nord. Nell’attacco erano morti otto soldati nigeriani e tre impiegati di organizzazioni non governative. Due delle donne sequestrate lavoravano per il Comitato Internazionale della Croce Rossa ed una terza per l’UNICEF.
Il CICR ha fatto sapere di non essere stato informato dell’assassinio di Hauwa Liman. A settembre aveva invece ricevuto un video dell’esecuzione di Saifura Khorsa, una dei tre ostaggi in mano all’ISWAP (acronimo per Islamic State West Africa Province), una fazione di Boko Haram, sostenuta dallo stato islamico. Nel filmato i terroristi minacciavano di uccidere anche le altre due operatrici umanitarie e Leah Sharibu, una studentessa di soli quindici anni, rapita insieme ad un centinaio di compagne in una scuola a Dapchi, nello Yobe State, nord-est del Paese.
Poco prima dello scadere dell’ultimatum, il ICRC aveva chiesto al governo nigeriano la massima collaborazione per la liberazione degli ostaggi e contemporaneamente aveva lanciato un appello all’ISWAP di mostrare misericordia nei confronti degli ostaggi.
Dal canto suo, il ministro dell’Informazione, Lai Mohammed, ha sottolineato il governo ha sempre lasciato la porta aperta per i negoziati: “Continueremo a lavorare per liberare le donne innocenti ancora in mano ai loro aguzzini”.
Secondo le stime dell’ONU, dal 2009 ad oggi sono morte oltre ventisettemila persone, altre due milioni hanno dovuto lasciare le loro case a causa dei Boko Haram. I sequestri sono frequenti e il denaro che viene chiesto per il riscatto serve per il finanziamento delle operazioni criminali. Altre volte gli ostaggi vengono rilasciati in cambio della liberazione di miliziani catturati e arrestati dalle autorità nigeriane.
Dal Nostro Corrispondente Franco Nofori Mombasa, 21 ottobre 2018
Il Kenya ha circa un terzo dei suoi abitanti che vivono con meno di due dollari al giorno, vale a dire quasi 15 milioni di persone costrette a sopravvivere in condizioni di estremo disagio. Per contro, nello stesso Paese, emergono centinaia di uomini che godono dell’opulenza di Creso, al punto da non temere confronti con le più blasonate teste coronate del mondo. Ma chi sono questi fortunati che riescono ad arricchirsi smisuratamente in una terra afflitta dalla disperazione e da una cronica indigenza?
Una baracca fatiscente, una croce e un po’ di adepti creduloni. Così nasce una chiesa evangelica in Africa
Riferendosi alla popolazione autoctona, è fuor di dubbio che l’accesso alla ricchezza, in Kenya, è un privilegio concesso alla sua classe politica e a tutto ciò che da lei discende: pubblici funzionari, uomini d’affari conniventi e chiunque altro disposto a sbrigare faccende sporche per i potenti. Ma c’è un’altra categoria che approda alla ricchezza pur in assenza dei favori del palazzo, verso il quale, se mai, potrà mostrarsi generosa una volta raggiunto lo status agognato. Si tratta dei sedicenti “uomini di Dio”, i pastori evangelici autonominatisi tali in forza di una pretesa ispirazione divina.
Il sedicente uomo di Dio, James Maina Ng’ang’a fondatore della Nemo Evangelism Centre
Si tratta, nella gran parte dei casi, di semplici e astuti truffatori. Imbonitori di piazza che, grazie a un’efficace e cruda eloquenza, fanno leva sull’ingenuità popolare alla quale promettono salute e benessere economico. Se possibile, questa strategia, è ancora più riprovevole di quella attuata dalla classe politica perché sfrutta proprio la massa dei disperati, facendo spudorata incetta del poco di cui dispongono. Molti di questi casi, infrangono platealmente le norme di legge, ma se si dispone di denaro sufficiente e sempre facile, in Kenya, comprarsi l’impunità.
La “profetessa guaritrice” Lucy Nduta
E’ quello che ha fatto il “pastore” James Maina Ng’ang’a, della “Chiesa” Nemo Evangelism Centre da lui fondata, il quale, oltre a spacciarsi per inviato divino – e come tale raccogliere oboli – uccise un uomo in un incidente stradale e pagò la polizia per sottrarsi all’incriminazione. Nel frattempo, sua moglie, distribuiva a tutto spiano falsi (pur se ben retribuiti) miracoli. Ancora più abile fu il noto “vescovo” Gilbert Deya che riusciva a far partorire donne sterili, dando loro infanti acquistati per pochi soldi presso le madri legittime, ma in estremo stato di povertà. L’intraprendente uomo di Dio, oggi svanito nel nulla, non si curò neppure di controllare i suoi bassi istinti, visto che oltre all’addebito per truffa, fu anche accusato di vari stupri.
L’elenco continua con l’illuminata “profetessa” Lucy Nduta, che millantava il potere di guarire (ma non gratuitamente) chiunque affetto dall’HIV. Più o meno la stessa cosa fece un altro “pastore”, Michael Njoroge, della fantomatica chiesa Fire Gospel Ministry, il quale si intratteneva spesso con prostitute, pagandole profumatamente perché, nel corso dei suoi sermoni, giurassero di essere state guarite dall’HIV, ma ecco un altro “vescovo”, il fortunato Thomas Wahome che inventò una Chiesa dal nome davvero originale: “Elicottero della Chiesa di Cristo”. Fortunato perché, a suo dire, fu Dio stesso che consegnò nelle sue mani il “Libro Sacro della Vita” nel quale, al modesto costo di nove euro, poteva inserire i nomi di altri eletti, mentre agli ammalati, per soli undici euro, era consentito toccare i suoi abiti e guarire.
Il “reverendo” Thomas Wahome “Elicottero della chiesa di Cristo”. I suoi abiti hanno proprietà taumaturgiche
Questi casi, sono solo una parte di quelli venuti alla luce, ma in Kenya le chiese spurie nascono ogni giorno grazie alla fervida fantasia di chi cerca un facile arricchimento. Non c’è una stima precisa di quanti sedicenti pastori operino nel Paese, ma certamente si contano in centinaia di migliaia e a loro modo, contribuiscono a condannare l’ex colonia britannica, all’arretratezza, sfruttando l’ignoranza, la povertà e la superstizione, patologie endemiche che affliggono non solo il Kenya, ma l’intero continente africano.
Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus Firenze, 21 ottobre 2018
Due cacciatori bianchi sono ripresi da una videocamera davanti a tre branchi di elefanti. Uno di questi dice all’altro: “Colpiscilo in mezzo agli occhi” indicando il più grosso. Nel branco si vedono anche i cuccioli accanto alle madri.
I cacciatori puntano le armi da caccia grossa e uno di loro spara un colpo. Qualche secondo dopo ne spara un altro. Si vede un grosso maschio al centro di uno dei branchi che colpito si allontana dagli altri elefanti.
Forse intende attirare l’attenzione su di sé per evitare che ne vengano colpiti altri? O che vengano uccisi i piccoli? Il secondo cacciatore spara un terzo colpo e il grosso pachiderma, con tutte le sue sei tonnellate, cade pesantemente sul terreno arido innalzando una nuvola di polvere.
Si sentono feroci barriti e il branco carica in direzione degli uomini. Si sentono urla di umano terrore e si vede grande confusione. I cacciatori e l’operatore scappano disordinatamente come conigli pensando probabilmente a cosa significhi essere maciullati dalla carica equivalente a quella di una decina di TIR.
Ma sono fortunati. La carica ha solo l’intenzione di terrorizzare e fermare il più pericoloso killer del pianeta. L’unica specie che uccide per piacere. O forse è una carica utile a spaventare per proteggere i cuccioli.
Il video è stato trasmesso da News24, testata sudafricana, e inizia con un avviso: “Attenzione! La visione può disturbare i telespettatori sensibili”. Si tratta di un minuto mezzo forte come un pugno nello stomaco che mostra l’uccisione “legale” di un pachiderma. Il costo? Un trofeo di elefante, secondo il listino di Vaughan Fulton Classic Safaris, in Namibia, è di 41 mila USD.
Mappa della Namibia con il Nakabolelwa Conservancy (Courtesy Google Maps)
È successo in Namibia, nel Nakabolelwa Conservancy, estremo est del Paese nella Caprivi strip al confine con il Botswana. Il safari era organizzato da Omujeve Hunting Safaris, azienda che ha come motto “Se il sogno della tua vita è quello partecipare a un perfetto safari di caccia africano, sei nel posto giusto” e offre alloggi di lusso e cucina di classe.
Corné Kruger, cacciatore professionista e proprietario dell’Omujeve Hunting Safaris, ha dichiarato a News24 che il video è di tre o quattro anni fa e non capisce come mai stia circolando solo ora.
“Il numero di elefanti che si possono cacciare nella zona è molto bassa: solo due all’anno – ha affermato Kruger -. La caccia ha portato enormi benefici economici alla comunità intorno al Nakabolelwa Conservancy. Dodici persone della comunità lavorano da noi e alcuni sono guardie del parco. Inoltre i fondi vanno alla protezione del territorio e finanziano unità anti-bracconaggio”.
Utilizziamo i cookie per essere sicuri che tu possa avere la migliore esperienza sul nostro sito. Se continui ad utilizzare questo sito noi assumiamo che tu ne sia felice.