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Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus 23 aprile 2026 Guilty!...

Maratona di Boston: miniera di dollari per gli atleti kenyani

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Grande exploit dell’Africa che si è (ri)presa New York. Di corsa

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
Milano, 6 novembre 2018

Un morso per uno alla Grande Mela non fa male a nessuno, anzi fa bene a tutti e due. Centomila dollari a testa: all’etiope Lelisa Desisa, ventotto anni, e alla keniota Mary Jepkosgei Keitany, trentasei.

Il primo, domenica scorsa 4 novembre, ha vinto per la prima volta nella sua carriera podistica la 48° edizione della Maratona di New York:

La seconda ha dominato la stessa gara (al femminile) per la quarta volta!

Lelisa Desisa era giunto secondo nel 2014, terzo nel 2015 e nel 2017. Era conosciuto per essere stato il primo etiope a conquistare la maratona di Boston nel 2015 e soprattutto nel 2013, quando un attentato dopo corsa uccise tre spettatori e ne ferì duecentosessantaquattro.

L’etiope Desisa vince la maratona di New York

Mary Keitany, dopo il terzo posto nel 2010, aveva dominato la Tcs New York City Marathon (questa la denominazione ufficiale), nel 2014, 2015 e 2016 e nel 2017 si era piazzata alle spalle della vincitrice americana Shalane Flanagan.

Lelisa Desisa domenica ha ottenuto il secondo miglior tempo della corsa fermando i cronometri su 2 ore 05:59

Mary Keitany, sempre domenica, è stata la seconda donna più veloce di sempre con 2 ore, 22 minuti e 48 secondi.

Lelisa e Mary, un uomo e una donna dell’Africa povera e dei sacrifici, due vite parallele e un incrocio di destini avvenuto sia in Kenya sia in una delle manifestazioni più seguite del globo: alla maratona di New York hanno preso parte oltre cinquantamila atleti, fra professionisti e amatori, compresi tremilacentocinquantasette italiani, i più numerosi davanti a Francia (2520), Gran Bretagna (2030) e Germania (1513) mentre la marea statunitense era ovviamente esorbitante (37684).

Lelisa Desisa è nato in un villaggio dello stato regionale Oromia (Etiopia Centrale) e ha cominciato a correre – come molti grandi maratoneti africani –  per frequentare la scuola rurale, un’ora di distanza da casa. Dopo un po’, però, ha mollato i libri ai compagni e ha allungato il percorso per andare e tornare a casa. Poi sporadicamente ha iniziato a partecipare a competizioni podistiche e ogni volta vinceva; quindi è entrato nel giro delle corse regionali e vinceva pure lì: In conclusione: si trasferì ad Addis Abeba dove la preparazione fu adeguata e nel 2009 prese il volo a livello internazionale con la vittoria sui 10 mila metri nella categoria junior con un tempo di tutto rispetto (28:46.74).

Desisa è di casa in Kenya, perchè si allena  seguendo la pista e i consigli del recordman maratoneta Eliud Kipchoge ( di cui abbiamo parlato su questo sito). Con Eliud e con l’eritreo Zersenay Tadese è stato coinvolto nell’esperimento sportivo scientifico denominato Nike’s Breaking2 effettuato nel 2017 a Monza e mirante a correre la maratona sotto le 2 ore. Non  un caso, ma dalla zona di nascita di Desisa provengono altri celeberrimi maratoneti, quali i fratelli Tarika e Kenenisa Bekele, le tre sorelle Dibaba e gli olimpionici Fatuma Roba  e Tiki Gelana. Quella zona è divenuta così famosa da meritare l’onore di un documentario inglese che narra la vicenda di due sorelle disposte a ogni sacrificio per diventare campioni di atletica e guadagnare in un anno quello che forse potrebbero ottenere in una vita (forse).

Lelisa Desisa è molto amato dagli americani (e non solo) perché dopo la vittoria del 2013 a Boston donò al Comune della capitale del Massachusetts la medaglia d’oro conquistata, in segno di rispetto verso le vittime. Un gesto toccante che non è stato dimenticato.

Mary Jepkosgey Keitany, ultima di 4 figli, ha visto la luce in un misero e sperduto villaggio su una collina, chiamato Makilani, nell’area di Kiplombe della Contea di Baringo, celebre per due ragioni: ha dato i natali a Daniel Arap Moi, secondo presidente del Kenya dal 1978 al 2002 e ospita due grande ricchezze  naturalistiche, il lago di Baringo e il Parco Nazionale di Nakuru. Mary da piccola curava le capre e ogni giorno faceva due chilometri a piedi per prendere l’acqua:  “Eravamo talmente poveri che non ci potevamo permette un asino”, ha ricordato ridendo poco tempo fa. Poi per andare a scuola di chilometri prese a percorrerne 10 al giorno Un allenamento non voluto che confermò già da adolescente come fosse nata per correre. “Correva come il vento, batteva tutti, non si arrendeva mai e non… sudava”, hanno raccontato al Daily Nation il maestro Rono e l’uomo che la ha scoperta, Samwel e che le ha comprato il primo paio di scarpe. Il suo primo alloro internazionale lo colse a Udine e da allora Mary ha un legame particolare con l’Italia: il suo successo è legato senza dubbio alla guida del manager trentino Gianni Demadonna e ai tecnici Renato Canova e Gabriele Nicola. Mary, infatti, fa parte della Demadonna Athletic Promotions (DAP srl) che conta molti dei migliori atleti del fondo e mezzofondo mondiale.

Maratona di New York 2018

Mary è amata e rispettata da tutti sia perché aiuta i giovani poveri come è stata lei sia perché non ha anteposto la carriera alla vita: sposata con un altro corridore, Charles Koech, nel 2008 e nel 2013 si è ritirata dalle competizioni per mettere su famiglia. Ha messo mondo due meravigliose creatura, Jared (giugno 2008) e Samantha (aprile 2013).

La “presa” di New York da parte dell’Africa, però, non sarebbe completa se non ricordassimo che il secondo e il terzo posto nella maratona maschile sono stati occupati da un altro etiope, Shura Kitata Tola, venidue anni, e da un altro keniota, Geoffrey Kamworor, venticinque, il grande sconfitto in quanto era indicato come probabile vincitore per aver… divorato la Grande Mela lo scorso anno. Una citazione la merita, infine, il  keniota naturalizzato americano, Bernard Lagat: a 43 anni ha voluto esordire nella maratone, si è classificato diciottesimo con un tempo non male (2 ore, 17 minuti e 20 secondi)
Quanto alle donne, dietro mamma Mary, lo scricciolo divenuto leggenda, si è piazzata una sua rivale e conterranea, sia pure a 4 minuti di distanza, Vivian Jepkemoi Cheruiyot, trentacinque anni.

E’ stato scritto che “in Atletica il mondo del fondo si divide in due categorie: keniani ed etiopi”. Forse non è più così, dato che sono emersi anche altri Paesi del Continente nero. Ma la maratona di New York sembra confermare il vecchio detto

Costantino Muscau
muskost@gmail.com

Dal Nostro Archivio:

Eliud Kipchoge (Kenya): con oltre oltre 20 km all’ora diventa il fuoriclasse della maratona

Portavano i migranti in Gabon: smantellata banda di trafficanti nigeriani

Loghino africa express 2Africa ExPress
Libreville, 3 novembre 2018

Nel Gabon è stata smantellata una banda di trafficanti di uomini e cinquantacinque migranti irregolari sono stati arrestati a Cap Estérias, non distante dalla capitale Libreville.

Secondo un comunicato del ministero degli Interni gabonese, gran parte dei migranti fermati sarebbero nigeriani, altri, invece, provenienti dal Ciad, Camerun, Togo, Benin e Ghana.

Migranti arrestati in Gabon
Migranti arrestati in Gabon

Hanno confessato di essere arrivati tutti insieme sullo stesso natante, il Chimba Express, battente bandiera camerunense, partito dal porto di Calabar, in Nigeria.

Qualche giorno più tardi la polizia ha anche ritrovato la nave al largo di Libreville, con a bordo tutto l’equipaggio, che dovrà comparire davanti alla procura della capitale per complicità in immigrazione clandestina. La polizia è ancora alla ricerca dei cervelli dell’organizzazione, si tratterebbe di due nigeriani residenti da tempo nella capitale della ex colonia francese. I migranti già arrestati saranno espulsi nei Paesi d’origine.

Nella ex colonia francese vivono moltissimi stranieri, i più sono irregolari, sfruttati come mano d’opera a buon mercato, come d’altronde avviene nel mondo intero.

La migrazione all’interno del continente africano si sta intensificando dopo la chiusura delle frontiere e dei porti libici. Fame, conflitti, violenze e i cambiamenti climatici spingono le persone a trovare luoghi sicuri e lavoro in Paesi terzi.

Africa ExPress
@africexpress

Dal Nostro Archivio:

Migranti interni in Africa: andavano in Sudafrica ma sono morti annegati in Tanzania

World Bank: “Nell’Africa sub-sahariana 500 milioni di abitanti fantasma”

Dal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 4 novembre 2018

Un recente rapporto della Banca Mondiale, stima che nell’Africa sub-sahariana – quella comunemente definita “Africa nera” – vi siano circa 500 milioni di persone che non risultano censite e neppure possiedono un atto di nascita. Si tratterebbe quindi di abitanti fantasma che, per le competenti autorità governative, è come se non esistessero.

Questo dato appare alquanto stupefacente, poiché i rilievi effettuati dall’ONU, per l’anno 2006, stimavano che l’Africa sub-sahariana contasse 800 milioni di abitanti, i quali, in forza dell’incremento demografico medio del 2,3 per cento, avrebbero raggiunto nel 2050 il numero di 1,5 miliardi. Non è chiaro se questi dati comprendono i 500 milioni che la Banca Mondiale denuncia come “fantasma”, o se questi 500 milioni vadano aggiunti a quelli stimati dall’ONU, ma si tratta in ogni caso di cifre sbalorditive che mostrano quanto poco controllo i governi africani, riescano a esercitare sulla consistenza anagrafica dei propri popoli.

Mappa dei Paesi che compongono l’Africa subsahariana altrimenti detta “Africa nera”
Mappa dei Paesi che compongono l’Africa subsahariana altrimenti detta “Africa nera”

In quasi tutti i paesi dell’area in questione, non esiste un sistema atto ad appurare il numero di abitanti per area geografica, attraverso una regolare registrazione alla nascita. Molto spesso, questa nascita, non è neppure denunciata, soprattutto, quando la paternità appare incerta. Questo fa sì che, specialmente nelle aree rurali, centinaia di migliaia di persone vivano in incognito, del tutto prive d’istruzione e di documenti che certifichino la loro esistenza: atti di nascita, carte d’identità, tessere sanitarie e quant’altro necessario per essere considerati membri della società cui appartengono. Ne consegue che tutte queste persone, si arrabatteranno al meglio per sopravvivere, agendo più spesso nell’illegalità e ritenendosi protetti dal fatto che – almeno ufficialmente – non esistono.

Il quartier generale della World Bank (Banca Mondiale) a Washington
Il quartier generale della World Bank (Banca Mondiale) a Washington

Ma anche laddove la dichiarazione di nascita sia regolarmente effettuata, questa non consentirà comunque di conoscere il luogo di residenza dove, in caso di necessità, il cittadino potrà essere rintracciato. Di lui, si saprà solo che è nato in un certo giorno, in un certo villaggio, ma se commettesse un crimine e volesse sottrarsi alla giustizia, gli basterà trasferirsi in una zona lontana da quella d’origine per far completamente perdere le proprie tracce. Questa situazione, se facilita la possibilità per i malintenzionati di rifugiarsi nell’anonimato, è spesso risultata utile anche a influenti uomini politici nell’attuare strategie per giungere al potere.

Uno dei più eclatanti utilizzi di questa strategia, fu quello che nel 1992 parve consentire al presidente del Kenya, Daniel Arap Moi, di conservare il potere. In quell’anno il Paese era finalmente riuscito – dopo quasi trent’anni d’indiscusso dominio di Moi – ad approdare a un sistema multipartitico e Moi si trovava quindi costretto a confrontarsi con nuovi avversari, per riuscire a essere riconfermato nella carica. Proprio causa l’assenza di uffici anagrafici locali, i cittadini, per essere ammessi al diritto di voto, dovevano registrarsi, entro una certa data, presso le circoscrizioni elettorali delle zone in cui si trovavano, senza alcun riferimento al loro luogo d’origine.

Africani in coda davanti a un seggio elettorale
Africani in coda davanti a un seggio elettorale

Avvenne così che molte persone originarie delle zone dell’interno (kikuyu, luo, kamba, ecc.) che erano emigrate in gran numero nelle località costiere, si registrarono presso le circoscrizioni lì presenti per poter votare, ma appena scaduto il termine fissato per registrarsi, come un fulmine a ciel sereno, esplose nei loro confronti l’inattesa violenza delle popolazioni autoctone, in prevalenza rappresentate dall’etnia mijikenda. Le abitazioni degli “stranieri” furono incendiate e distrutte; molti di loro furono picchiati e uccisi. Fu quindi fatale che, per proteggere la propria incolumità molti di questi “stranieri” fuggissero dalla costa per rifugiarsi nella loro terra d’origine, così alla data prevista per il voto, si trovarono in zone in cui non si erano registrati e non poterono quindi votare.

Il risultato fu che il presidente Moi ottenne un altro mandato e benché non emergessero mai prove certe che lui avesse avuto a che fare con i disordini scoppiati sulla costa, la coincidenza delle violenze per l’occasione elettorale, aggiunta al fatto che l’etnia mijikenda è da sempre ritenuta un’etnia pacifica e scarsamente guerriera, ha avvalorato l’opinione di molti osservatori (tra cui quella dell’allora ambasciatore americano in Kenya, Smith Hempstone) che si fosse trattato di una strategia scientemente attuata per assicurare a Moi il mantenimento del potere.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

Ogni anno diecimila nigeriane arrivano in Italia per prostituirsi, molte sono minorenni

Dal Nostro Inviato Speciale
Franco Nofori
Torino, 29 ottobre 2018

Stando a una stima dell’Istituto Nigeriano per il Controllo del Traffico di Esseri Umani (NAPTIP), ogni anno arriverebbero in Italia circa diecimila ragazze da avviare alla prostituzione. Molte di loro non avrebbero ancora raggiunto la maggiore età. A questo dato si unisce quello emerso dall’inchiesta del quotidiano britannico Guardian, secondo il quale, il 30 per cento di queste sventurate opererebbe nella città di Torino e dintorni.

Giovani prostitute nigeriane attendono clienti ai bordi di una strada dell’hinterland torinese
Giovani prostitute nigeriane attendono clienti ai bordi di una strada dell’hinterland torinese

July Okah-donly, direttrice del NAPTIP, afferma che quasi tutte le ragazze in questione entrano in Italia illegalmente, con l’uso di documenti falsi o attraverso la terribile rotta della migrazione clandestina; Nigeria-Libia-Italia. Questi riscontri risulterebbero confermati dall’Organizzazione Mondiale per le Migrazioni (IOM). Il reclutamento, sempre secondo le fonti citate, avverrebbe ad opera di gruppi criminali con basi in Nigeria e in Italia. Alle ragazze è fatto credere che, appena arrivate a destinazione, saranno avviate a un impiego più vicino alle loro attitudini e alle loro qualificazioni.

Quelli che le reclutano in Nigeria e quelli che poi le sfrutteranno in Italia, sono i loro stessi connazionali. Per convincerle a partire, alle più graziose, è assicurato che faranno le indossatrici o saranno impiegate per girare spot pubblicitari, ma a nessuna di loro viene mai rivelata la vera ragione per cui c’è chi è disposto a farsi carico delle spese per il loro trasferimento. Solo una volta giunte a destinazione potranno gradualmente apprendere quali obblighi hanno contratto con i loro “benefattori”. Il primo di questi obblighi è che, dovranno cedere tutto ciò che guadagneranno, fino ad aver interamente rimborsato l’organizzazione criminale delle spese sostenute per il trasferimento in Italia. Si tratta, in genere, di una somma compresa tra i 40 e i 50 mila euro.

Lo squallido talamo sul cui vengono fornite le prestazioni sessuali a clienti frettolosi

Private del passaporto, controllate a vista, picchiate, stuprate e brutalizzate dai loro stessi aguzzini, finiranno in strada, dove la regola impone loro di incassare una tariffa standard di venti euro per ogni incontro, ma se la giornata è fiacca, possono anche scendere a quindici o addirittura a dieci. Alcune di loro sono appena sedicenni, non conoscono il luogo in cui si trovano, non sanno come e a chi chiedere aiuto. L’unico spiraglio alla disperazione è quello di poter incontrare un cliente che mostri qualche tratto di umanità e le aiuti a rivolgersi alla polizia, ma non tutte hanno questo coraggio perché si tratta di mettere a rischio la propria vita.

Le “sedi” del loro “lavoro” sono quanto di più squallido si possa immaginare: boscaglie incolte ai margini dei capannoni industriali, strade percorse da mezzi per il trasporto pesante, norme igieniche del tutto inesistenti, materassi sporchi e malandati gettati a terra tra l’intrico degli arbusti quali talami su cui consumare una fugace intimità tra sconosciuti. Come non chiedersi chi sono i fruitori di tali servizi e quale rispetto possano avere di se stessi dopo averli ricevuti? Non poche di quelle sventurate ragazze, saranno ritrovate morte e carbonizzate, proprio in quegli stessi siti dove avevano venduto se stesse. Questa è l’atroce punizione per chi osa ribellarsi all’organizzazione e vale come macabro monito ad altre che meditassero di fare altrettanto.

A Torino, il Gruppo Abele, in collaborazione con le autorità di polizia, ha realizzato un centro, di cui per motivi di sicurezza non possiamo fornire l’indirizzo, destinato a raccogliere quelle ragazze che riescono a sottrarsi all’iniquo sfruttamento e sono disposte a denunciare i propri aguzzini. Si tratta di un fabbricato sottoposto a perenne sorveglianza e nel quale si può accedere solo grazie a uno speciale permesso. Una delle funzionarie addette alla gestione – che ha chiesto di non rivelare il suo nome – ha riferito ad Africa ExPress che, pur se sotto protezione, la vita delle ragazze, all’interno del centro, non è facile perché sebbene sottratte all’inferno in cui vivevano, “Si trovano ora in una prigione dorata. Non possono uscire, se non in rarissime occasioni e sotto stretta sorveglianza a garanzia della loro incolumità. Queste condizioni si protrarranno fino alla data del processo, quando dovranno testimoniare contro i responsabili”.

Una pattuglia di carabinieri controlla i documenti di una prostituta nigeriana che potrebbe cogliere l’occasione per chiedere aiuto e sottrarsi allo sfruttamento
Una pattuglia di carabinieri controlla i documenti di una prostituta nigeriana che potrebbe cogliere l’occasione per chiedere aiuto e sottrarsi allo sfruttamento

E dopo? “Una volta assolto questo compito, le giovani donne saranno poi avviate verso destinazioni sicure che rimarranno segrete”. Con una certa amarezza, la funzionaria, comunque deve ammettere che alcune ragazze riescono a eludere la sorveglianza e si dileguano, mentre altre si sono così assuefatte alla vita di strada che, anziché sottrarsi alla stessa, “aspirano ora a diventare maman, cioè maîtresse, per gestire l’attività di altre sventurate giovani”.

Comunque sia, “le poverette sono costrette a offrire il proprio corpo di giorno e di notte, anche per dodici ore consecutive, sfamandosi con un semplice panino fornito dal proprio sfruttatore. Ne escono così devastate nel corpo e nello spirito, che difficilmente – anche una volta affrancate dall’indicibile tormento – riusciranno a riprendere i ritmi di una vita normale”.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

In Tanzania è di nuovo caccia al gay: il governo vuole arrestarli subito tutti

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Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 1°novembre 2018

Da lunedì scorso è in atto un’efferata campagna contro gli omosessuali in Tanzania. Paul Makonda, governatore di Dar Es Salaam, la capitale economica del Paese, ha chiesto ai cittadini di denunciare tutti gli omosessuali e ha promesso che a partire della prossima settimana saranno effettuati i primi arresti.

Makonda, membro del partito al potere, il Chama Cha Mapinduzi (CCM) e molto vicino al presidente John Magufuli – anche lui ben noto per la sua ostilità nei confronti di gay e lesbiche – ha dato per certo che in tutta la provincia vivono molti omosessuali e ha precisato: “Si vantano persino della loro omosessualità sui social network”.

Persecuzione degli omosessuali in Tanzania
Persecuzione degli omosessuali in Tanzania

Il governatore ha già formato un team ad hoc per dare la caccia a chi ha abitudini sessuali condannate dalle leggi. La squadra è composto da diciasette membri tra funzionari di Tanzania Communications Authority, poliziotti e esperti di comunicazione; dovranno spulciare gli account dei social network per identificare tutti coloro impegnati in una relazione con persone delle stesso sesso. Secondo Makonda, l’omosessualità calpesterebbe i valori morali dei tanzaniani, dei cristiani e musulmani, le due religioni maggiormente praticate nell’ex protettorato britannico. L’amico di Magufuli mette in conto eventuali critiche da parte di alcuni Stati stranieri per l’applicazione di queste leggi draconiane, ma preferisce essere giudicato dagli uomini piuttosto che offendere Dio.

Saranno censiti non solo gli omosessuali, ma anche coloro che hanno foto osé nei propri cellulari, perchè anche la pornografia è punita severamente. Makonda ha avvisato tutti cittadini di rimuovere quanto prima istantanee “indecenti” dai propri smartphone.

L’omosessualità in Tanzania è considerata un grave reato ed è punibile da trent’anni di galera fino all’ergastolo. La società non accetta gay e lesbiche, che quindi sono costretti a vivere in clandestinità. Fino a qualche anno fa le autorità tanzaniane erano più tolleranti rispetto ad altri Paesi africani e ignoravano praticamente le comunità gay. La politica è cambiata nel 2015, dopo l’elezione dell’attuale presidente, che nel giugno 2017 aveva persino affermato: “Persino le vacche deplorano l’omosessualità”. Il giorno dopo il governo aveva minacciato di espulsione tutti gli stranieri che promuovono campagne in favore di gay e lesbiche. In ottobre le minacce si sono tradotte in fatti con il rimpatrio forzato di tre sudafricani, accusati di aver incoraggiato matrimoni tra persone dello stesso sesso.

Già nel febbraio dello stesso anno le autorità competenti avevano chiuso quaranta centri di salute privati che garantivano servizi nel settore dell’infezione HIV – AIDS, con l’accusa di aiutare gli omosessuali.

Il presidente della Tanzania, John Magufuli
Il presidente della Tanzania, John Magufuli

A settembre 2017 il viceministro della Salute aveva chiesto in Parlamento di combattere l’omosessualità e i gruppi che la sostengono con tutte le forze. Inoltre, da luglio 2016 è vietata l’importazione e la vendita di lubrificanti sessuali, che, sempre secondo il ministro della Sanità, incoraggerebbero l’omosessualità, che a sua volta sarebbe fonte di infezione da HIV/AIDS.

E a Zanzibar, l’isola della Tanzania con una status di semi autonomia, abitata per lo più da cittadini di fede islamica, sono state persino arrestate venti persone, sospettate di essere omosessuali. Nell’autunno dello scorso anno le forze dell’ordine avevano fatto irruzione nell’albergo dove questo gruppo di persone seguiva un corso di prevenzione contro l’infezione da HIV / AIDS, tenuto da un’organizzazione non governativa.

Molti Paesi africani, in particolare le ex colonie britanniche, che puniscono gli omosessuali, sono ancora condizionati da una morale di derivazione vittoriana, ovvero inglese.

In trentotto Paesi africani l’omosessualità è considerata un crimine. In alcuni di essi come Mauritania, Sudan e Somalia è punibile con la pena di morte, grazie all’applicazione della sharia.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Scontro tra esercito e miliziani: pallottola vagante uccide missionario USA in Camerun

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Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 31 ottobre 2018

Il pastore americano Charles Wesco, missionario nel Nord-Ovest del Camerun, è stato ucciso ieri a Bambui, a poco più di dieci chilometri da Bamenda, capoluogo della provincia. E’ stato colpito alla tempia da una pallottola mentre si stava recando al mercato della città in macchina con il suo autista, la moglie, un altro missionario e uno dei figli, tutti cittadini statunitensi.

La vettura di Wesco si è trovata a passare in mezzo a un violento scambio a fuoco tra separatisti e militari camerunensi. Il missionario è stato subito portato nel più vicino ospedale, ma è morto poco dopo. Nessun altro degli occupanti del veicolo è stato ferito. Il quarantaquattrenne si era trasferito solo due settimane fa nella missione a Bambili con la moglie e i suoi otto figli. Il Dipartimento di Stato USA ha confermato la sua morte.

Paul Biya, presidente del Camerun al suo settimo mandato
Paul Biya, presidente del Camerun al suo settimo mandato

Stéphanie Wesco, moglie del missionario, ha scritto sul suo profilo facebook: “Il mio adorato marito è ormai con il Salvatore, che adorava e che ha servito fedelmente per molti anni”. Wesco era fratello di un politico dell’Indiana.

Secondo il ministro della Difesa di Yaoundé, Joseph Beti Assomo, il pastore è stato colpito dai separatisti “terroristi” mentre tentavano un attacco alla vicina università e il commissariato di Tubah. Nel suo comunicato il ministro ha precisato che le forze dell’ordine e di sicurezza avrebbero risposto all’aggressione, neutralizzando quattro insorti. Ferito anche un soldato. Sono stati sequestrati quattro fucili di calibro dodici. I separatisti attribuiscono la responsabilità della morte de Wesco ai militari, accusa postata sugli account dei social network.

Qualche giorno fa è stato ucciso a Bambui un professore dell’università di Bamenda e uno studente è stato ferito. I colleghi dell’insegnante sono convinti che il suo assassinio porti la firma degli insorti.

Secondo alcune fonti, ora ai secessionisti armati si sarebbero aggiunte bande di criminali che ricattano la popolazione e le imprese.

Il pastore americano Charles Wesco
Il pastore americano Charles Wesco

Yaoundé continua a rifiutare il dialogo con i ribelli, definiti “terroristi” e ha dispiegato un gran numero di truppe nelle province anglofone per ristabilire l’ordine e la sicurezza. Dall’inizio del conflitto hanno perso la vita almeno centosettantacinque militari, e, secondo le Organizzazioni non Governative, almeno quattrocento civili. Per fuggire alle violenze, oltre trecentomila persone hanno lasciato le loro case, cercando rifugio nelle foreste, nelle grandi città delle regioni vicine, o nella confinante Nigeria.

Durante le scorse elezioni presidenziali nelle zone angolfone l’affluenza è stata molto bassa: del cinque per cento nel Nord-Ovest e del quindici per cento nel Nord-Est. Malgrado ciò l’appena rieletto presidente Paul Biya, al potere dal 1982, ha ottentuto in entrambe le regioni oltre i due terzi delle preferenze. L’ottantacinquenne Biya è al suo settimo mandato, vincendo la tornata elettorale con il 71,28 per cento.

Il Camerun ha dieci regioni autonome, otto delle quali sono francofone. Solamente in due si parla l’inglese. All’inizio del ‘900 il Paese era una colonia tedesca. Dopo la prima guerra mondiale nel 1919, è stata divisa tra i francesi e gli inglesi, secondo il mandato della Lega delle Nazioni. La parte francese era molto più ampia e aveva come capitale Yaoundé, mentre quella inglese comprendeva la Nigeria e si estendeva fino al Lago Ciad, con capitale Lagos. Gli inglesi erano poco presenti in questa regione, perché la loro attenzione era concentrata sui territori dell’attuale Nigeria.

Con l’indipendenza, ottenuta nel 1961, le due sezioni inglesi e quelle francesi sono state riunite per formare un unico Stato, l’attuale Camerun, ma finora le parti hanno sempre mantenuto un alto grado di autonomia. Le proteste nelle regioni anglofone sono iniziate poco meno di due anni fa, quando gli insegnanti sono insorti contro l’introduzione della lingua francese nelle scuole.

 

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Dal Nostro Archivio:

Camerun al voto: disordini, paura e astensionismo nelle regioni anglofone

Senza fatica e con i brogli Biya conquista il settimo mandato presidenziale in Camerun

Ebola non si placa in Congo-K: centosettanta morti e tra loro molti bambini

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 30 ottobre 2018

Recentemente sono morti ventisette bambini di ebola, tutti al di sotto dei dieci anni. L’epidemia della febbre emorragica, che ha colpito le province Nord-Kivu e Ituri, continua mietere vittime; domenica scorsa il ministero della Sanità di Kinshasa ha segnalato sei nuovi decessi in soli due giorni. Dal 1° agosto ad oggi la situazione nel Congo-K è la seguente:

Persone contagiate: Duecentosettantaquattro (239 casi confermati, 35 sospetti)
Decessi:  centosettanta

In particolare a Beni, nella provincia del Nord-Kivu, molti bambini avrebbero contratto l’ebola nelle “cliniche” tradizionali dei guaritori, mentre erano in cura per la malaria. Purtroppo questi centri non rispettano le norme di igiene imposte dalle autorità. Secondo quanto riportato, utilizzerebbero gli stessi dispositivi e strumenti sanitari per tutti malati, così che i piccoli pazienti, subito dopo la terapia antimalarica, si sono ammalati di febbre emorragica e sono morti pochi giorni dopo. Queste pratiche ovviamente aggravano la situazione in quest’area, considerata ormai l’epicentro della malattia.

Decima epidemia di ebola in Congo-K
Decima epidemia di ebola in Congo-K

Il virus si espande ed è difficile arrestare la sua corsa. Ciò è dovuto a diversi fattori: la presenza nella zona di gruppi armati che causano lo spostamento continuo della popolazione, l’ostruzionismo di alcune comunità, le aggressioni che subiscono gli operatori sanitari da parte dei familiari dei morti.

Ieri sono state uccise nuovamente sei persone, altre due sono state sequestrate a Mangboko, villaggio poco lontano da Beni. Secondo quanto riportato da alcuni testimoni oculari, miliziani del gruppo armato Alliance of Democratic Forces (organizzazione islamista terrorista ugandese, operativa anche nel Congo-K dal 1995) avrebbero ucciso tre donne e tre uomini, dopo aver incendiato e saccheggiato parecchie case e un deposito di olio.

Ribelli ADF nel Nord-Kivu
Ribelli ADF nel Nord-Kivu

Secondo Mike Ryan, un assistente del direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, è la prima volta che si affronta un’epidemia di ebola in una zona di conflitto. E ha aggiunto: “Il Nord- Kivu è uno delle zone più pericolose del Congo, le forze di sicurezza devono affrontare quasi quotidianamente attacchi da diversi gruppi armati attivi nella provincia”.

La settimana scorsa il team di Ryan ha dovuto interrompere temporaneamente l’attività a Beni, dopo l’uccisione di quindici persone. Un fatto simile si era già verificato il mese scorso e ogni volta che viene sospeso il monitoraggio, aumentano i malati.

Per combattere l’ebola bisogna circoscrivere il contagio e per questo è necessario abbattere barriere culturali che fanno ostruzionismo contro, per esempio, la sepoltura corretta dei cadaveri, la registrazione degli ammalati, l’autorizzazione a seguire attentamente chi è venuto in contatto con la malattia.

Il filovirus che provoca la febbre emorragica ebola
Il filovirus che provoca la febbre emorragica ebola

Ebola è un microrganismo dalla famiglia dei filovirus. A sua volta il virus è suddiviso in quattro sottotipi che prendono in nome dalla zona dove sono stati identificati la prima volta: Zaire, Sudan, Costa d’Avorio e Reston. L’incubazione della malattia è di 7-10 giorni, poi esplode con febbre acuta, cefalea, mialgia, stato di progressiva spossatezza, associata ad esantema, shock e manifestazioni emorragiche cutanee e mucose.

Più il virus si moltiplica, più attacca gli organi interni che vengono distrutti e praticamente disintegrati. Intervengono vomito inarrestabile, rosso e nero, diarrea rossa e delirio totale. Il viso e il corpo si coprono di macchie scarlatte purulente (anche Edgard Allan Poe, ma con la fantasia, nel suo racconto “La maschera della morte rossa”, aveva descritto una malattia simile). Alla fine tutti gli organi esplodono e l’ammalato muore tra indicibili sofferenze.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Donna kamikaze si fa esplodere in pieno centro a Tunisi: nove feriti

Africa ExPress
Tunisi, 29 ottobre 2018

Un attacco kamikaze al centro di Tunisi ha provocato il ferimento di almeno nove persone e la morte della donna che si è fatta saltare per aria con la sua cintura imbottita di esplosivo. E’ successo nel primo pomeriggio nella centralissima via Habib Bourguiba, la principale arteria stradale della capitale.

Tutta la zona è stata immediatamente transennata e la maggior parte dei negozi ha abbassato le serrande. Un passante e otto agenti di polizia, in servizio di pattugliamento di fronte al hotel Al Hana, in prossimità del teatro municipale di Tunisi, sono stati feriti.  Al momento attuale nessuno investito dall’esplosione sembra essere in pericolo di vita.

Attentato Kamikaze al centro di Tunisi
Attentato Kamikaze al centro di Tunisi

Non è stato reso noto il nome della donna kamikaze, ma secondo le notizie trapelate finora avrebbe trent’anni, originaria di Sidi Alouan, nel Sahel tunisino e dai primi accertamenti investigativi sembra che abbia contatti con l’ISIS. La giovane si sarebbe diplomata quattro anni fa in inglese commerciale. Una fonte delle forze di sicurezza di Mahdia ha reso noto che la famiglia della kamikaze è stata già convocata dall’unità di lotta contro il terrorismo.

Il segretario generale dell’Unione dei Sindacati delle forze di sicurezza, Imed Hadj Khelifa, ha precisato che l’attacco non li ha colti di sorpresa e ha aggiunto: “Il terrorismo esiste ancora e può colpire ovunque e in ogni momento”.

L’unità di crisi tunisina è attualmente riunita al ministero dell’Interno della capitale.

“Un soffio di umanità”, Ragogna racconta un Kenya sublime e sofferto

Loghino africa express 2Africa ExPress
Nairobi, 28 ottobre 2018

Un Kenya splendido e suggestivo, ma insieme anche sofferto e inquietante è quello che emerge dall’accurata esplorazione di Giuseppe Ragogna, giornalista di Pordenone, già direttore del Messaggero Veneto che oggi, ormai in pensione, ha deciso di farsi portavoce delle esperienze di volontariato nel mondo. Di questa terra tanto amata, almeno quanto temuta e biasimata, Ragogna descrive, in un reportage di crudo realismo, gli atti di estrema e coraggiosa solidarietà, cui si oppongono il degrado, la sperequazione, la fame.

 

Dalle remote missioni sperdute nell’interno, all’inferno delle baraccopoli dei grossi centri abitati, Ragogna in dettagliati appunti di viaggio, offre l’immagine di un Paese che “è”, insieme a quella di un Kenya che potrebbe essere, solo se la coscienza collettiva del mondo prendesse atto dei suoi cronici problemi e disponesse il necessario per affrontarli e risolverli. Il libro, edito da L’Omino Rosso, è acquistabile presso quasi tutte le librerie online.

Africa ExPress

Il presidente del Sud Sudan: “Non temo il Tribunale Penale Internazionale”

franco nofori francobolloDal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 27 ottobre 2018

Alla notizia che la Corte Penale Internazionale dell’Aja potrebbe incriminarlo per crimini contro l’umanità, il presidente del Sud Sudan Salva Kiir Mayardit ha risposto con un: “Non ho paura”.

Tracotanza, ingenuità o sincera convinzione d’innocenza? Certo è che a fronte di quasi 400 mila morti, provocati dalle lotte intestine in Sud Sudan, la proclamazione d’innocenza del suo presidente, Salva Kiir, appare quantomeno grottesca. E’ lui, infatti, che regge le sorti del Paese fin dall’ottenuta indipendenza dalla dominazione araba sancita nel 2011 in forza di un referendum popolare che lo ha installato al potere ed è tristemente comune, in Africa, che tale potere si configuri spesso in un delirio di onnipotenza, nell’ambito del quale tutto è consentito in ossequio al più assoluto principio machiavellico.

Il presidente del Sud Sudan Salva Kiir
Il presidente del Sud Sudan Salva Kiir

Ma chi è Salva Kiir e qual è stato il percorso che, con un così vasto consenso, l’ha portato alla leadership del giovane e sventurato Paese africano? Della sua infanzia non si sa molto, salvo che nacque nel 1951 a Bahr al-Ghazal, un corposo villaggio dell’allora Sudan meridionale che prende il nome dall’omonimo fiume che l’attraversa. Myardit Salva Kiir appartiene alla maggioritaria etnia dinka e già alla fine degli anni ’60, prima ancora che compisse il suo ventesimo anno, aderì al movimento indipendentista Anya-Nya che compiva azioni di guerriglia contro il potere di Khartoum. Militando in queste formazioni, Salva Kiir, appena ventunenne, ottenne il grado di ufficiale nell’Esercito di Liberazione del Sudan meridionale.

Le celebrazioni del 2011 all'ottenimento dell'indipendenza che portava poi solo morte e distruzioni
Le celebrazioni del 2011 all’ottenimento dell’indipendenza che portava poi solo morte e distruzioni

Autodefinitosi un cattolico devoto, con l’immancabile cappello da cowboy e una dialettica appena elementare, Salva Kiir non ci mise molto a far capire al mondo che le sue doti militari non si riflettevano per nulla in quelle richieste dalla posizione politica che andava ad assumere quando la volontà popolare lo pose alla presidenza del più giovane Paese del continente africano. Al suo fianco, come vice presidente, Kiir scelse il quasi coetaneo Riek Machar Teny che, giacché appartenente all’etnia nuer (seconda nel Paese dopo quella dinka) sembrava poter garantire una pacifica gestione del potere, unendo due tribù tradizionalmente rivali.

L'ex vice presidente Erik Macahr, oggi feroce antagonista di Salva Kiir
L’ex vice presidente Riek Machar, oggi feroce antagonista di Salva Kiir

Non sono ben chiare le ragioni per cui quest’alleanza cessò bruscamente solo due anni dopo essersi formata. Secondo alcuni osservatori – Salva Kiir, il cui livello d’istruzione è meno che modesto – soffriva la supremazia culturale di Machar, laureato in ingegneria all’università di Khartoum e titolare di un dottorato in filosofia conseguito all’università di Bradford in Gran Bretagna. Qualunque fosse la ragione del dissidio, sta di fatto che Kiir accusò Machar di tradimento nei suoi confronti, accusa che costrinse il suo vice a fuggire per rifugiarsi all’interno della propria etnia, la quale, rispolverata l’antica ostilità verso i dominatori dinka, brandì le armi dando vita al cruento confronto che si protrae ormai da cinque anni.

Le indicibili crudeltà commesse da entrambi gli schieramenti nei confronti dell’inerme popolazione civile, solo a causa delle rispettive appartenenze etniche, hanno creato profondo raccapriccio nel mondo civile e occorre dire che, pur se nessuno dei contendenti merita assoluzioni per questi massacri, le truppe governative, fedeli a Kiir, per numero di soldati e di mezzi bellici, sono certamente quelle che più riescono a distinguersi nella spietata macellazione dei loro simili. Situazione, questa, che ha spinto molte organizzazioni umanitarie a sollecitare il Tribunale Criminale Internazionale (ICC) dell’Aja, a procedere sia contro Salva Kiir, sia contro il suo rivale Riek Macahr per il reato di genocidio etnico.

La raccapricciante immagine di vittime mentre vengono caricate su una ruspa
La raccapricciante immagine di vittime sud sudanesi mentre vengono caricate su una ruspa

Come abbiamo però visto, il leader sud sudanese, si mostra in proposito più che tranquillo. Rilasciando un’intervista a Jeff Koinange della TV keniana Citizen, Kiir ha affermato: “L’ICC può procedere nei miei confronti quando vuole. Io non ho nulla da temere poiché lavoro esclusivamente per la pace e sono del tutto innocente rispetto a queste accuse”. Pressato dal giornalista a proposito di alcune operazioni di riciclaggio di denaro sporco, di cui sarebbero accusati alcuni alti funzionari del suo governo, Kiir ha risposto: “Sì, devo ammettere che ci siano state, ma in questo momento non posso occuparmene perché tutti i miei sforzi sono diretti ad assicurare una stabile pace per il mio Paese e posso assicurare che arriveremo prestissimo a questo traguardo”. Ma intanto i massacri non si arrestano e la gente continua a fuggire dalle proprie case, perché l’alternativa è la morte.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

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