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La popolazione va di corpo in pubblico, così la Nigeria attenta al primato mondiale dell’India

Dal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 12 novembre 2018

L’Organizzazione Mondiale della Sanita (WHO) stima in 47 milioni, i nigeriani che liberano disinvoltamente le proprie viscere in pubblico, nel momento in cui tale bisogno si manifesta. Vale a dire che un quarto dell’intera popolazione del Paese sparge le proprie feci ovunque: nei cortili degli edifici residenziali, nelle stazioni di servizio, nei parcheggi auto, nei terminali degli aeroporti, lungo i percorsi pedonali, ai margini delle strade di grande comunicazione, nei parchi pubblici, nei corsi d’acqua, all’interno dei luoghi di culto, negli stadi, nelle vie cittadine e in ogni altro luogo in cui si trovino.

Un giovane nigeriano, circondato da rifiuti, scarica il proprio intestino in un corso d’acqua. Questa immagine è tutt’altro che rara nel grande Paese africano

Oltre ad aver polverizzato il precedente primato del Ghana e aver quindi conquistato la leadership africana, in quanto a distribuzione di cacca nel suolo pubblico, la Nigeria mette anche a rischio il titolo della capolista mondiale, al momento detenuto dall’India, con l’aggravante che mentre il grande Paese asiatico registra un progressivo calo in questa riprovevole abitudine, la Nigeria conferma, invece, un costante incremento. Va inoltre precisato che, pur se con i suoi 892 milioni di persone che praticano l’ODF (Open Defecation Free) l’India supera in valori assoluti la Nigeria, quest’ultima mostra un’incidenza del 25 per cento sul totale degli abitanti, contro il solo 12 per cento dell’India.

Calcutta: In India la defecazione in compagnia è un’occasione per socializzare

Queste pratiche, che potrebbero solo suscitare battutine ironiche venate di un po’ di disgusto, sono invece una vera e propria calamità per i Paesi che ne sono afflitti. La Nigeria spende l’incredibile somma di oltre un miliardo di euro ogni anno per affrontare i problemi sanitari derivanti dalle infezioni contratte a seguito dell’inquinamento che l’abbondanza di feci umane causa nell’ambiente e malgrado questo costo spropositato, che grava sul bilancio nazionale, l’Unicef denuncia che oltre 122 mila persone, di cui 87 mila bambini, muoiono ogni anno proprio a causa delle carenze igienico-sanitarie che il paese non riesce a sconfiggere.

Le drammatiche condizioni igieniche di una strada sommersa dai rifiuti in Nigeria

Una delle cause di queste morti, è da attribuire all’inefficiente gestione del problema da parte delle autorità competenti. E’ infatti comune assistere, per le strade di Lagos, a persone che vendono alimenti, dormono, mangiano e bevono accanto a maleodoranti feci umane. Manca un progetto educativo che agisca, non tanto su principi di decenza, verso i quali (come si vedrà più avanti) i cultori di questa pratica mostrano scarsa sensibilità, quanto sui pericoli di infettarsi, ammalarsi e anche morire. Le cause principali, però, di questa perturbante abitudine, risiedono nelle abitudini e nella filosofia di vita dei cittadini, secondo i quali, i naturali bisogni corporei, meritano di essere soddisfatti senza condizionamenti di carattere etico o di bon ton convenzionale.

Un corso d’acqua inquinato dai rifiuti (anche umani) in Nigeria

E’ quindi un fatto di “cultura”, di credenze e anche di superstizione. E’ pur vero che povertà e scarsa educazione scolare, giocano su questo fenomeno un ruolo non secondario, così com’è vero che il governo l’ha lungamente sottovalutato non provvedendo un adeguato numero di toilette pubbliche, ma come ha rilevato un’indagine del quotidiano nigeriano Vanguard News, anche là dove si disponga di servizi igienici residenziali, l’attitudine a defecare all’aperto pare mantenersi irresistibile. Lo provano le dichiarazioni rilasciate da Emeka Agwueny, un cittadino di elevata cultura e condizione sociale, il quale ha candidamente confessato al Vanguard, che lui non se la sente di fare i suoi bisogni in una piccola stanza chiusa, così, ogni volta che ne ha l’occasione, li fa in uno spazio aperto. “E’ un senso di appagamento – ha detto Emeka – una conquista di libertà e di gioia”.

Una giovane madre nigeriana raccoglie acqua infetta per destinarla agli usi domestici

C’è poi anche, il dovere di rispettare le regole tradizionali, secondo cui “porta male, per un uomo, usare gli stessi servizi igienici che sono anche utilizzati da una donna ancora in età da poter procreare”. Difficile trovare un senso in questa proibizione, ma tutto ciò aiuta a capire come e perché in Nigeria si defechi ovunque si voglia, senza imbarazzo e senza vergogna. Del resto gli abitanti d’Europa, nelle loro rispettive città, stanno già facendo vasta esperienza dell’attitudine africana a liberare le proprie viscere all’aperto e pur trattandosi di un’abitudine che va certamente avversata, fa anche comprendere come non vi sia, nella sua esecuzione, alcun volontario intento oltraggioso verso il paese ospitante, ma solo la semplice continuazione di un’atavica pratica appresa in patria. Se quindi noi ci sorprendiamo di vederli nell’adempimento di queste funzioni, loro si sorprendono per la nostra sorpresa.

Un cartello Unicef in Nigeria “Questo è il luogo in cui viviamo, non un letamaio”

Il problema sanitario comunque rimane e vista la tendenza nigeriana a incrementare questa abitudine, tutti gli organismi internazionali; World Bank, Unicef e WHO, lanciano un pressante e continuo allarme che, fino ad ora, pare non aver riscosso l’attenzione che merita. Le feci umane, inquinano i corsi d’acqua, i quali, soprattutto nelle zone rurali, provvedono l’acqua da bere, mentre gli elementi patogeni, sviluppatesi nelle feci e diffuse da insetti o favorite da scarso rispetto di basilari norme igieniche, finiscono per infettare la popolazione, soprattutto i bambini, trasmettendo gravi patologie, quali: dissenteria, colera, tifo e tracoma.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

Il centenario della Grande Guerra: l’Europa dimentica il sacrificio degli africani

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 11 novembre 2018

Oggi Parigi ha ospitato poco meno di settanta Capi di Stato, provenienti da tutti i continenti, per ricordare il centenario dell’armistizio che mise fine alla Prima Guerra mondiale. Il trattato venne firmato tra Francia e Germania in un vagone ristorante poco dopo le cinque del mattino nella foresta di Compiegne.

Durante il conflitto molti africani furono costretti ad arruolarsi, per combattere una guerra non loro. Soldati coloniali in mezzo all’orrore. Centinaia di migliaia di africani dovettero partecipare alla guerra dei loro colonizzatori: basti pensare ai fucilieri senegalesi, provenienti non solamente dall’attuale Senegal, ma da tutta l’Africa occidentale francese. Il corpo, composto da centocinquantamila africani di quell’area e da quarantamila malgasci, vennero reclutati nei ranghi francesi.

Il corpo dei fucilieri era stato creato nel 1857 da Louis Faidherbe, governatore del Senegal, per supportare i francesi nelle loro conquiste in Africa. Ma con l’inizio della Grande Guerra tutto cambiò. I tiratori “neri” non più volontari, vennero reclutati ovunque, anche con la forza. Una caccia all’uomo che ricorda la tratta degli schiavi.

Fucilieri senegalesi, accanto ai francesi durante la prima guerre mondiale

Ma il contingente coloniale più importante di Parigi era composto da magrebini (tunisini, marocchini e algerini), dette le truppe degli spahis.

La Francia schierò quasi mezzo milione di uomini nelle suo colonie: centottantamila nell’Africa subsahariana, duecentosettantamila nel Magreb, quarantamila in Madagascar. I britannici, invece,  “solamente” duecentomila.

Molti di loro vennero inviati a combattere in Europa. Soldati poco addestrati, mal equipaggiati, confrontati anche con l’orrore delle trincee di Verdun, in mezzo al fango, ai ratti, al gelo: il quarantacinque per cento di loro venne ferito e il ventidue per cento morì per la gloria della Francia.

Emmanuel Macron, presidente francese

Gli interessi per il continente africano a quel tempo erano sia politici che economici, e, a volte anche strategici. I tedeschi avevano installato i loro potenti telegrafi senza fili a Lomé (Togo), Windhoek (Namibia), Dar es-Salaam e Duala (Camerun). Nel film La Regina d’Africa, con Hamphry Bogart  e Catherine Hepburn, viene ricordato (anche se romanzato), un episodio bellico che avvenne nel Lago Tanganika. La Regina d’Africa era una potente corazzata che i tedeschi avevano costruito nelle sue acque.

Ma all’epoca la vera ricchezza era l’uomo “nero”. Tutti gli Stati belligeranti reclutavano soldati, ausiliari, portatori “indigeni” in proporzioni tali che nel continente il conflitto era fatto da africani contro gli africani stessi.

Secondo le stime di alcuni storici durante il conflitto morirono tra 1,5 e due milioni di africani, anche a causa delle cattive condizioni sanitarie, per fame, saccheggi. Popolazioni civili vennero decimate per la devastante carestia a Rumanura, in Ruanda. Nell’Africa dell’est la spagnola, una terribile epidemia scoppiata alla fine delle ostilità, causò tra le cinquantamila e le ottantamila vittime. Jürgen Zimmerer, docente di storia all’università di Amburgo ha sottolineato: “Alcune aree si sono totalmente trasformate durante la guerra, laddove è stato possibile, ci sono voluti decenni per riprendersi”.

Durante il periodo bellico la Francia aveva trasportato in Europa centomila algerini e quarantamila marocchini come mano d’opera a buon mercato per i suoi arsenali, le fonderie, le fabbriche di munizioni, l’industria metallurgiche e chimica oppure semplicemente per coltivare i campi. Alla fine delle guerra la maggior parte di loro vennero rispediti a casa, perché rappresentavano un surplus economico inutile e una “minaccia sociale”.

La storia è un’ottima maestra, ma, come sempre, ha pochi alunni. Oggi respingiamo con forza i pronipoti, i discendenti di questi uomini e donne dell’Africa, che oltre cento anni fa combatterono per noi, per la nostra pace, certamente non per la loro.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail
@cotoelgyes

Tanzania, pesante attacco ai gay e l’Unione Europea richiama il suo ambasciatore

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 11 novembre 2018

L’Unione Europea ha richiamato il proprio ambasciatore dalla Tanzania e rappresentante UE presso l’Unione dei Paesi dell’Est Africa, Roeland van de Geer, per la preoccupante situazione dei diritti umani nell’ex protettorato britannico, soprattutto nei confronti dei gay.

Il ministro degli Esteri di Dodoma, Augustine Mahiga, ha affermato durante un incontro con i responsabili di organizzazioni internazionali presenti nel Paese, che la partenza di van de Geer sarebbe stata discussa e concordata con l’UE e che l’ambasciatore non sarebbe stato assolutamente espulso, bensì richiamato in sede.

LGBT Africa

Bruxelles ha sottolineato che a questo punto sarà costretta a riesaminare le proprie relazioni con la Tanzania, Paese dove la persecuzione degli gay è in costante aumento. Infatti anche nel 2017, proprio a Zanzibar, erano state arrestate venti persone mentre seguivano un corso di prevenzione contro l’infezione da HIV/AIDS, tenuto da un’organizzazione non governativa.

Le “divergenze diplomatiche” si sono verificate immediatamente dopo l’efferata campagna messa in atto da Paul Makonda, governatore di Dar Es Salaam, la capitale economica del Paese, contro gay e lesbiche. Makonda aveva lanciato un appello alla popolazione perchè fossero denunciati tutti gli omosessuali. Dalle parole si è passato ai fatti: sabato scorso sono stati arrestati dieci uomini a Zanzibar, mentre era in corso una festa in un grande albergo sulla costa. Tutti e dieci sono accusati di aver contratto matrimonio con persone dello stesso sesso, mentre altri sei, presenti ai festeggiamenti, sono riusciti a scappare prima dell’arrivo delle forze dell’ordine.

Immediata la reazione di Amnesty International, secondo cui le persone arrestate sono state portate alla stazione di polizia di Chakwa a Unguja, la più importante, più grande e più popolata isola di Zanzibar, territorio della Tanzania con una status di semi autonomia.

John Magufuli, presidente della Tanzania

Suleiman Hassan, comandante di polizia regionale per il sud dell’isola, ha affermato che gli accusati sono stati rilasciati giovedì scorso, perché non sono emerse prove evidenti a loro carico. Hassan ha aggiunto: “Continueremo ad investigare, potrebbero essere arrestati nuovamente e accusati degli eventuali reati commessi”. L’avvocato dei dieci incriminati  ha confermato il loro rilascio, ma ha puntualizzato che il caso non è ancora stato archiviato.

Il ministro ha sottolineato che le posizioni di Makonda sarebbero distanti dalle politiche del governo, ma i rappresentanti della comunità LGBT hanno criticato aspramente l’amministrazione del presidente John Magufuli. Il presidente non ha mai fatto un segreto della sua ostilità nei confronti di gay e lesbiche. Infatti la situazione si è inasprita dopo l’insediamento di Magufuli nel 2015.

L’omosessualità è considerata un grave reato in Tanzania, e quindi anche nell’arcipelago di Zanzibar nell’Oceano indiano, ed è punibile da trent’anni di galera fino all’ergastolo. La società non accetta gay e lesbiche, che quindi sono costretti a vivere in clandestinità.

Muthoki Mumo, a sinistra, e Angela Quintal, membri di CPJ

Non vengono perseguitati solo gay e lesbiche. Ora il governo punta il dito anche contro i giornalisti. Mercoledì scorso la polizia di Dar es Salaam ha tenuto in stato di fermo per alcune ore due attiviste dell’organizzazione statunitense Comitato per la Protezione dei Giornalisti (CPJ)

La sudafricana e coordinatrice per l’Africa di CPJ, Angela Quintal, e la sua collega kenyana Muthoki Mumo sono state prelevate dal loro albergo mercoledì sera da alcuni agenti di polizia dell’immigrazione.

Giovedì mattina, il portavoce del ministero degli Esteri sudafricano, Ndivhuwo Mabaya, ha confermato il rilascio delle due donne, specificando che prima di rilasciare commenti, il suo governo attende di essere informato dei fatti. Dal canto suo il CPJ ha precisato che le due donne si trovavano in Tanzania per una missione di lavoro.

Il governo tanzaniano non ha voluto rilasciare dichiarazioni dettagliate. Il loro portavoce ha solamente precisato che non è ben chiaro il perchè del loro fermo, visto che sono state autorizzate ad entrare nel Paese. Un poliziotto del dipartimento immigrazione ha fatto sapere che i due membri del CPJ avrebbero partecipato a riunioni con associazioni di giornalisti locali, mentre avevano dichiarato di essere venuti per una semplice visita.

Da quando l’attuale presidente è al potere, diversi giornali che hanno espresso critiche nei confronti del governo, sono stati chiusi. In questi anni sono state adottate diverse leggi in contrasto con la libertà di espressione, molto criticate dalle organizzazioni per la difesa dei diritti umani. Nel 2018 la Tanzania si posiziona al novantatreesimo posto su centottanta nella classifica della libertà di stampa di Reporter sans Frontières, vale a dire è retrocessa di dieci punti rispetto allo scorso anno.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Dal Nostro Archivio:

In Tanzania è di nuovo caccia al gay: il governo vuole arrestarli subito tutti

Caccia al gay in Tanzania: arrestati venti omosessuali, dodici donne e otto uomini

Omicidi in Africa: maglia nera a Lesotho e Sudafrica, i più probi Burkina e Marocco

Dal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 10 novembre 2018

Secondo il rapporto diffuso dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO), insieme ad altri istituti di monitoraggio internazionale, il Paese africano in cui si commettono più omicidi è il Lesotho dove, nel 2015 (mancano dati più recenti) sono state uccise 897 persone. Una cifra che potrebbe apparire non eccessiva, ma se si considera che gli abitanti del Lesotho superano di poco i due milioni, si ottiene il rapporto di 41,25 persone uccise ogni centomila abitanti. Occorre anche precisare che parliamo di omicidi, quindi di uccisioni volontarie e non derivanti da cause accidentali.

Veduta di Maseru, capitale del Lesotho. La serenità che ispira questa immagine è in forte contrasto con la realtà che la vede capolista africana negli omicidi

Questa realtà del Lesotho non manca di sorprendere poiché si tratta di una piccola nazione che, con una superfice di 30.300 chilometri quadri, è poco più grande del nostro Piemonte. E’ un Paese povero, ma non il più povero del continente e ha due importanti peculiarità: non ha accesso al mare, è interamente contenuto all’interno del Sudafrica ed è situato a 1.800 metri di altitudine per la sua intera superfice, cosa che gli fa meritare il titolo di Paese più alto del mondo. Una popolazione di due milioni di persone, prevalentemente di etnia bantu, dovrebbe essere piuttosto facile da controllare e invece, questa minuscola nazione, raggiunge il poco invidiabile primato africano per il più alto numero di delitti.

La bella, ma molto pericolosa, città di Cape Town (Città del Capo) in Sudafrica

Nel rapporto di omicidi commessi ogni 100 mila abitanti, il Lesotho è seguito dal Sudafrica che conquista l’indice di 33,97 riferito però a una popolazione di 53 milioni di abitanti. L’apice territoriale di questi crimini si raggiunge nella città di Cape Town che, solo nella sua area urbana, conta un totale di 2.500 omicidi l’anno, vale a dire quasi sette uccisioni il giorno, facendo salire la splendida città costiera alla vetta della triste classifica continentale e piazzandola anche al terzo posto, tra le città più pericolose del mondo, dopo Caracas (Venezuela) e Fortaleza (Brasile), ma il dato che più preoccupa è che in quanto a incremento di omicidi, il Sudafrica esprime la più alta tendenza mondiale, prefigurando un futuro ben poco rassicurante per un Paese che un tempo richiamava investimenti da ogni parte del mondo.

Bianchi sudafricani costretti a vivere nelle baraccopoli

A ventotto anni dalla fine dell’apartheid, l’auto-gestione messa in atto dal Sudafrica è stata del tutto deludente. La popolazione all’interno degli slum è rimasta povera come lo era prima e per giunta, è oggi afflitta da un livello di corruzione che non ha precedenti nella sua storia. Si è riaccesa la feroce rivalità tra l’etnia zulù e quella xhosa. Il popolo, tradito nelle sue attese, sta ora rivolgendo la propria rabbia anche verso i bianchi presenti nel Paese, attuando una discriminazione a rovescio che costringe i più facoltosi di loro a ritirare i propri investimenti e ad andarsene, mente molti di quelli che restano, si trovano a vivere in condizioni di estrema povertà. Pur se il Prodotto Interno Lordo (PIL) del Paese ha continuato a crescere, cresce anche la disoccupazione, offrendo cosi un chiaro allineamento alla deprecabile patologia delle leadership africane, di fare incetta delle risorse nazionali.

La città di Ouagadougou, capitale del Burkina Faso (Foto by M.Torres)

Un segnale confortante in questo deludente panorama africano, lo forniscono invece Burkina Faso e Marocco che si attestano rispettivamente sui valori di 0,37 e 1,24 omicidi ogni centomila abitanti, mentre, riferendosi alla sola Africa sub-sahariana, è anche apprezzabile l’indice dell’1,24 fornito dal Ghana. Il risultato del Burkina Faso è certamente inaspettato, viste le continue incursioni dei gruppi jihadisti che si alternano alla brutalità delle forze di sicurezza governative, mentre nel Marocco, l’efficienza della polizia e la pacifica attitudine degli abitanti, fanno solo registrare azioni di microcriminalità, presenti in quasi tutti i Paesi del mondo. Infine, per quanto riguarda il Ghana, il lodevole intento messo in atto dal governo di garantire legalità e sviluppo, è già stato largamente commendato da quasi tutti gli organismi internazionali che l’hanno più volte additato all’Africa come il modello da seguire per la propria emancipazione sociale ed economica.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

Centrafrica: la Francia stanzia nuovi aiuti, ma la popolazione è allo stremo

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 9 novembre 2018

“Se tutti avessimo parlato di più di questo orribile, sanguinario conflitto, forse quasi la metà della popolazione della Repubblica Centrafricana, non si troverebbe ora in piena crisi alimentare”. Con queste parole pochi giorni fa le Nazioni Unite, in un rapporto basato su uno studio dello scorso settembre, hanno  denunciato che 1,9 dei 4,5 milioni di abitanti della ex colonia francese necessitano di aiuti alimentari con la massima urgenza. E sottolinea: “E’ la peggiore crisi dal 2014”.

Hervé Verhoosel, portavoce del Programma Alimentare Mondiale, ha fatto sapere che le condizioni nutrizionali continuano a peggiorare a causa della persistente insicurezza nel Paese. Dall’inizio del mese una nuova ondata di violenze ha investito diverse zone: Batangafo, nel nord, Bambari, al centro e Zémio nel sud-est, costringendo migliaia di persone a lasciare le loro case.

Nuove tensioni nella Repubblica Centrafricana

Il sessanta per cento dei seicentoquarantamila sfollati interni vive attualmente presso parenti e familiari e la situazione, già grave, continua a deteriorasi con implicazioni dirette sull’insicurezza alimentare.

“Il dramma umanitario è inaccettabile”, ha sostenuto il rappresentante speciale aggiunto del Segretario generale dell’ONU nella Repubblica Centrafricana, coordinatore residente e coordinatore umanitario, Najat Rochdi.

A Batangafo, nelle prefettura di Ouham, trentamila persone hanno perso tutti i loro poveri averi dopo saccheggi e violenze, scoppiate il 31 ottobre tra miliziani anti balaka (gruppi armati che comprendono per lo più cristiani) e ex Séléka (vi aderiscono principalmente musulmani) appartenenti al Front Populaire pour la Renaissance de la Centrafrique (FPRC) e Union pour la Paix en Centrafrique (UPC). All’inizio di ottobre FPRC, UPC e MPC (acronimo per Mouvement Patriotique pour la Centrafrique) hanno deciso di ritirarsi dal trattato di pace, firmato dai maggiori gruppi armati, su iniziativa della Russia,  il 28 agosto 2018 a Khartoum, la capitale del Sudan.

Gli scontri a Batangafo hanno distrutto oltre cinquemila abitazioni. La gente ha cercato rifugio all’ospedale, all’orfanatrofio, nelle zone periferiche e nei boschi. MINUSCA, la Missione dell’ONU nel Paese, ha inviato subito rinforzi per proteggere la popolazione civile e per supportare le Organizzazione non governative nella distribuzione di cibo e medicinali.

Anche a Zemio la situazione resta a tutt’oggi molto instabile dopo i diversi attacchi del 2 novembre, durante i quali hanno perso la vita diversi civili, molti altri sono stati feriti e come spesso accade, gran parte delle abitazioni dei residenti sono stati incendiati.

A Bambari il contesto generale è teso e preoccupante dopo i recenti combattimenti tra diversi gruppi armati. Il PAM ha dovuto interrompere le sue attività e una sospensione prolungata potrebbe causare gravi danni alla popolazione e ai settantamila rifugiati che attualmente si trovano a Bria, che necessitano urgenti aiuti alimentari.

Popolazione in fuga nella Repubblica Centrafricana

Durante la sua recente visita a Bangui, la capitale del Centrafrica, Jean-Yves Le Drian, ministro degli Esteri francese, ha promesso nuovi aiuti al governo: ben ventiquattro milioni di euro e armi. Come potranno importare armamenti visto che il 30 gennaio scorso, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha rinnovato all’unanimità fino al 31 gennaio 2019 l’embargo sulle armi, è un mistero? Dunque tutti gli Stati membri dovranno impedire tutte le vendite di armi. La risoluzione è estesa anche all’assistenza tecnica e all’addestramenti oltre naturalmente agli aiuti finanziari in relazione ad attività militari. La Francia chiederà certamente un’autorizzazione speciale all’ONU, permesso già accordato alla Russia qualche mese fa, grazie ad una parziale abolizione dell’embargo.

Il gruppo di sorveglianza dell’ONU aveva criticato fortemente la mancanza di trasparenza dell’operazione russa, che, oltre alle armi, ha inviato anche cinque ufficiali e centosettanta istruttori civili di Mosca. Peccato solo che questi siano mercenari della società militare privata Wagner, contractors al servizio di Putin, uomini pronti a tutto, addestrati alla guerra, quasi sempre ex militari delle forze armate moscovite.

Parigi vuole rimettere le mani sulla sua ex colonia, ormai in balia ai russi, sbarcati nel Paese dall’inizio dell’anno. E’ chiaro che la Francia non gradisce l’intrusione a tutto campo di Putin e dei suoi uomini, molto apprezzati, invece, dalle autorità di Bangui, nonchè da buona parte della popolazione.

Armi russe per il Centrafrica

Le Drian ha sottolineato che l’operazione francese sarà trasparente, nel rispetto delle disposizioni dell’ONU. Oltre al sostegno militare, gli aiuti finanziari ammonteranno a ventiquattro milioni di euro che, oltre al pagamento dei salari arretrati dei funzionari governativi, permetterà investimenti in infrastrutture e aiuti agli sfollati e rifugiati centrafricani Camerun.

La crisi dell’ex colonia francese comincia alla fine del 2012: il presidente François Bozizé dopo essere stato minacciato dai ribelli Séléka alle porte di Bangui, chiede aiuto all’ONU e alla Francia. Nel marzo 2013 Michel Djotodia, prende il potere, diventando così il primo presidente di fede islamica del Paese. Dall’ottobre dello stesso anno i combattimenti tra gli anti-balaka e gli ex-Séléka si intensificano e lo Stato non è più in grado di garantire l’ordine pubblico. Francia e ONU temono che la guerra civile possa trasformarsi in genocidio. Il 10 gennaio 2014 Djotodia presenta le dimissioni e il giorno seguente parte per l’esilio in Benin. Il 23 gennaio 2014 viene nominata presidente del governo di transizione Catherine Samba-Panza, ex-sindaco di Bangui.

Dall’era François Bozizé il Paese ha visto alternarsi ben quattro presidenti: Michel Djotodia, Alexandre-Ferdinand N’Guende, Catherine Samba-Panza e infine Faustin-Archange Touadéra, eletto nel marzo 2016.

Il 15 settembre 2014 arrivano anche i caschi blu dell’ONU della MINUSCA. Le forze dell’Unione Africana del contingente MINUSCA è presente attualmente con 13.625 uomini in divisa, oltre allo staff civile forte di 1.162 uomini (tra volontari ONU, personale internazionali e locale).

Il 31 ottobre 2016 la Francia ritira ufficialmente le sue truppe dell’operazione Sangaris, che si è protratta per ben tre anni.

Rifugiate nel Camerun producono carbone ecologico

Ma c’è chi ha trasformato le sofferenze e le violenze subite in fatti positivi come un centinaio di donne, che attualmente si trovano nel campo per rifugiati a Gado-Badzéré in Camerun, ad appena ventotto chilometri dalla frontiera con il Centrafrica. Le profughe si sono inventate un lavoro e producono carbone ecologico da rifiuti vegetali dei campi, come resti di mais, manioca e bokassa essiccati. A Gado-Badzéré vivono attualmente oltre venticinquemila centrafricani e per cucinare e riscaldarsi molti di loro si vedevano costretti a cercare la legna nelle vicine foreste.

Oggi bisogna percorrere oltre tre chilometri per procurarsi il legname, perchè gli alberi dei boschi nelle vicinanze del campo sono già stati abbattuti, senza rispettare la regolamentazione sul disboscamento. Tutto ciò ha avuto un impatto negativo sull’ambiente e non solo: il lungo tragitto potrebbe mettere in pericolo la vita delle donne, che rischiano di essere violentate e rapite.

Oggi le profughe producono oltre trecento chilogrammi di carbone ogni settimana, che viene rivenduto direttamente agli altri ospiti del campo. Questo progetto è partito nel 2015 dietro iniziativa dell’UNHCR in collaborazione con la ONG Lutheran World Federation.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Dal Nostro Archivio:

Mercenari russi in Centrafrica, per garantire a Mosca lo sfruttamento delle miniere

In cambio di licenze minerarie Putin invia armi all’esercito centrafricano: l’ONU acconsente

 

 

È vivo ma in carcere l’ingegnere pisano rapito dai servizi della Guinea Equatoriale

sandro_pintus_francobollo
Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 9 novembre 2018

Si temeva che Fulgencio Obiang Esono, ingegnere pisano fosse morto visto che, dal 18 settembre scorso, si erano perse le tracce. C’erano però sospetti, poi confermati, che fosse stato rapito dai terribili servizi segreti del dittatore-presidente Teodoro Obiang.

Fulgencio Obiang Esono, nella lista "Con Danti per pIsa"
Fulgencio Obiang Esono, nella lista “Con Danti per Pisa”

Una “fonte attendibile” ha confermato al quotidiano fiorentino La Nazione che l’uomo, originario della Guinea Equatoriale e cittadino italiano, è in carcere ed è vivo. Pare confermato anche che, come avevamo scritto, si trovi nel carcere di Black Beach, a Malabo, capitale del piccolo Stato africano.

Una prigione dalla quale è impossibile scappare perché situata nell’isola di Bioko, a 45 minuti di volo dalla terraferma. Black Beach gode di pessima fama ed è considerato una delle peggiori carceri del mondo e sicuramente la più terribile prigione africana. Un carcere duro dove è comune la pratica della tortura e la scarsità di cibo ai detenuti ai quali è negata l’assistenza medica e legale.

Mappa della Guinea Equatoriale e dell'isola di Bioko con la posizione del carcere Black Beach (Courtesy Google Maps)
Mappa della Guinea Equatoriale e dell’isola di Bioko con la posizione del carcere Black Beach (Courtesy Google Maps)

Fulgencio Obiang Esono, 48 anni, è in Italia da trent’anni, vive a Pisa e sei anni fa ha avuto il passaporto italiano. Le ultime tracce dell’ingegnere italo-guineano sono del suo arrivo, quel martedì 18, a Lomè, capitale del Togo, dove era andato per un’offerta di lavoro.

Dall’aeroporto, aveva mandato un messaggio vocale alla sorella Maria Clara dicendole che si sarebbe fatto sentire nei giorni seguenti. Dopo due settimane di silenzio la famiglia ha deciso di denunciare la sua scomparsa alle autorità italiane.

Una fonte di Africa ExPress ha confermato che il governo di Malabo ha esplicitamente chiesto alle autorità togolesi di arrestare Fulgencio Obiang Esono insieme ad un altro cittadino guineano-spagnolo e di estradare i due in Guinea Equatoriale. Cosa che il governo del Togo ha fatto. Se le cose sono veramente andate in questo modo si ha la conferma della trappola preparata per Esono offrendogli un impiego in Togo.

Attraverso l’avvocata Corrada Giammarinaro, i familiari hanno anche contattato Amnesty International. “Abbiamo segnalato il caso al nostro segretariato internazionale – spiega il portavoce dell’ong Riccardo Noury – la nostra preoccupazione sono le condizioni detentive di Fulgencio. Speriamo che questo caso non abbia tempi lunghi. Amnesty non è presente in loco a causa del clima di forte repressione ai danni dei difensori dei diritti umani e degli oppositori politici. C’è però forte preoccupazione per il trattamento c he viene fatto ai detenuti”.

Il ministro degli Esteri equatoguineano Simeon Oyono Esono Angue con la vice ministra degli Esteri Emanuele Del Re
Il ministro degli Esteri equatoguineano Simeon Oyono Esono Angue con la vice ministra degli Esteri, Emanuela Del Re

Alla liberazione di Obiang Esono, fin dall’inizio della vicenda, si sono interessate la Farnesina e la Regione Toscana. Sono stati coinvolti anche il governo spagnolo, che ha un’ambasciata nella sua ex colonia, e il nunzio apostolico.

Il vice ministro agli Affari esteri e alla cooperazione internazionale, Emanuela Del Re, a margine della seconda Conferenza Italia-Africa, lo scorso 24 ottobre, al ministro equatoguineano Simeon Oyono Esono Angue ha chiesto “la collaborazione delle autorità di Malabo”.

(ultimo aggiornamento 9 novembre 2018 ore 10.59)

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter: @sand_pin

“Basta con il francese, insegnate il Corano”, chiuse per paura alcune scuole in Mali

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 8 novembre 2018

Nella zona di Banamba, che dista solamente centoquaranta chilometri da Bamako, la capitale del Mali, sono state chiuse venti scuole in cinque villaggi. Oltre duemila alunni, almeno per ora, restano a casa.

Secondo quanto riportato da testimoni oculari, alcuni giorni fa un gruppo di jihadisti, in sella alle loro moto e armati fino ai denti, si sarebbero presentati nel villaggio di Toubakoro, spaventando a morte gli abitanti, obbligandoli a radunarsi nella moschea. Lì, senza mezzi termini, hanno imposto la chiusura di tutte le scuole nelle quale vengono impartite le lezioni in francese, e hanno chieste che, d’ora in poi, venisse insegnato solamente il corano, minacciando punizioni severe a chiunque avesse disobbedito ai loro ordini. Altri villaggi, come Dandougou, Balala e Ngounado, sono stati teatro della stessa scena.

Scuole chiuse in alcune zone del Mali

Tra la popolazione è scoppiato il panico. Questa zona rurale è poco distante dalla capitale, e i terroristi hanno raggiunto i centri senza problemi. Alcune fonti hanno rivelato che si tratta di miliziani appartenenti al gruppo Front de libération du Macina (FLM), fondato nel 2015 da Amadou Koufa (nome di battaglia Amadou Diallo), un predicatore estremista fulani. Nella primavera dello scorso anno l’FLM, insieme ad altri quattro formazioni terroriste, hanno dato il via alla fondazione del raggruppamento “Gruppo di sostegno dell’Islam e dei musulmani”, guidato da Iyad Ag-Ghali, vecchia figura indipendentista touareg, diventato capo jihadista e fondatore di Ansar Dine – in italiano: ausiliari della religione (islamica) – operativo per lo più nel nord del Mali.

Una fonte della sicurezza maliana ha fatto sapere di aver inviato alcune truppe per proteggere la popolazione. Un politico locale ha confermato la presenza di una cinquantina di soldati dell’esercito, ma ha sottolineato: “E’ vero, abbiamo visto una cinquantina di soldati nella zona, chissà per quanto tempo resteranno. Lo Stato deve assolutamente rafforzare la sua presenza in quest’area”.

Anche nella zona di Mopti, al centro della ex colonia francese, quattrocentosessantaquattro scuole sono rimaste chiuse per diverso tempo alla fine dell’anno scolastico per i continui attacchi di jihadisti e ciò mette in evidenza come nei conflitti siano sempre i più piccoli a pagare il prezzo più caro.

Attentato alla base di MINUSMA a Timbuctu, Mali

Il primo ministro del Paese, Soumeylou Boubeye Maïga, poco più di un mese fa aveva precisato: “Rinforzeremo la sicurezza per permettere ai piccoli maliani di andare a scuola”, ma a quanto pare i terroristi non si sono lasciati intimorire da queste dichiarazioni.

Il Consiglio di sicurezza dell’ONU ha rinnovato il 28 giugno 2018 (risoluzione 2423) il mandato della Missione multidimensionale integrata delle Nazioni Unite per la stabilizzazione nel Mali (MINUSMA) per un altro anno, con la presenza di 13 289 militari sul campo e 1920 forze di polizia. I membri del Consiglio hanno tuttavia chiesto al Segretario generale dell’ONU il massimo impegno affinchè venga applicato in toto e quanto prima il trattato di Pace e di Riconciliazione, firmato dalle parti nel 2015.

Malgrado tutte le forze in campo – oltre a MINUSMA, sono presenti anche le truppe francesi con la Missione Barkhane che comprende quattromila uomini in tutto il Sahel, millesettecento dei quali sono stanziati nel solo Mali) e il nuovo contingente tutto africano Force G5 Sahel, con sede a Bamako, gli attacchi dei jihadisti non si placano. Alla fine di ottobre sono stati uccisi due caschi blu burkinabè, altri cinque sono rimasti feriti durante un’aggressione contro MINUSMA nella regione di Timbuktu (nel nord del Paese).

In questi giorni è iniziata a Gao, nella parte settentrionale del Mali, la campagna di disarmo, smobilitazione e il reinserimento (DDR) di vecchi combattenti, facenti parte di battaglioni misti, firmatari del trattato di Pace e Riconciliazione del 2015. Ilad ag Mohammed, portavoce del gruppo armato Coordination des mouvements de l’Azawad (CMA), ha ammesso che malgrado il forte ritardo di ben tre anni, ci sono ancora parecchi problemi da risolvere.

L’obbiettivo di questo piano è di integrare milleseicento vecchi combattenti nelle Forze di difesa e sicurezza maliane, ma a tutt’oggi sono presenti solo la metà degli effettivi di quel battaglione. “Molti temono che il loro grado non venga accettato, è spesso difficile comunicare con loro e molti potrebbero restare così esclusi dal DDR” – ha precisato il portavoce di CMA.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Madagascar: foresta di roccia patrimonio dell’UNESCO distrutta dal fuoco

Dal Nostro Corrispondente
Giorgio Maggioni
Antananarivo, 7 novembre 2018

Mentre si vota per il primo turno delle presidenziali in Madagascar, stanno bruciando tutti gli alberghi di Bekopaka, ai piedi del  Parco nazionale degli Tsingy di Bemaraha, con le sue tipiche formazioni calcaree a forma di guglia (una foresta di roccia), dichiarato patrimonio dell’UNESCO dal 1990.

Il ponte tibetano nel parco nazionale degli Tsingy di Bemaraha
Il ponte tibetano nel parco nazionale degli Tsingy di Bemaraha

Fortunatamente la stagione turistica in questa zona del Madagascar soggetta ad alluvioni nella stagione delle piogge è ormai finita e riprenderà solo a metà aprile. Intervistato da Afex, il proprietario del più grande hotel del parco, l’Olympe di Bemaraha, ha dichiarato che i danni sono ingenti ma che saranno riparati entro l’inizio della nuova stagione turistica.

A quanto viene riferito dallo stringer di Africa Express, al momento attuale non sono stati registrati morti e feriti. Sembra che nell’infausta giornata odierna siano presenti cinque clienti italiani, tutti dello stesso nucleo familiare.

Piroghe tradizionali sul fiume Manambolo
Piroghe tradizionali sul fiume Manambolo

L’immenso incendio sembra ora essere sotto controllo, ma i danni materiali sono ingenti e gli ospiti sono stati trasferiti in altre strutture nelle vicinanze. Tutta quest’area è soggetta a grandi incendi, perché i residenti usano gli alberi bruciati per trasformarli in carbone di legna. La riserva ricopre una superficie di ottocentocinquantatre chilometri quadrati e si distingue per la presenza degli tsingy, formazioni rocciose calcaree di origine carsica, dell’aspetto a guglia, tra le quali scorre il fiume Manambolo.

Chiatta di accesso al villaggio di Bekopaka
Chiatta di accesso al villaggio di Bekopaka

In questo luogo incantevole sono state censite quattrocentotrenta specie botaniche diverse, per lo più endemiche del territorio, come il baobab Adansonia digitata, specie tra le più belle al mondo. Anche la fauna è molto ricca, sono presenti ben undici specie di lemuri, tra loro il lemure dalla fronte rossa.

Un spedizione scientifica del 2006 ha registrato diciannove specie di anfibi e sessanta specie di rettili.

Giorgio Maggioni
giorgio@mymadagascar.it

Scienziato italiano scopre come eliminare la zanzara che trasmette la malaria

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 7 ottobre 2018

La zanzara anofele, l’essere vivente che causa più morti sul pianeta, potrebbe avere i giorni contati, grazie al lavoro di un’equipe di ricercatori dell’Imperial College di Londra, guidata dallo scienziato italiano Andrea Crisanti.

Il Plasmodium falciparum, il parassita che causa la malaria, visto al microscopio
Il Plasmodium falciparum, il parassita che causa la malaria, visto al microscopio

La sperimentazione, pubblicata da Nature Biotechnology, si basa su una mutazione genetica che porta il micidiale e fastidioso insetto, vettore utilizzato dal Plasmodium falciparum per la trasmissione della malaria, alla sua definitiva estinzione e quindi alla decisa scomparsa della malattia.

È stato un lungo lavoro durato dieci anni composto da test eseguiti con successo in laboratorio sulla specie Anopheles Meigen. I ricercatori hanno utilizzato la tecnica Crispr, modificando un singolo gene del Dna degli esemplari maschi. Attraverso il metodo “gene drive” è stato possibile rendere sterili le femmine della specie, mantenendo però la fertilità maschile.

Questa mutazione del codice genetico ha azzerato la capacità riproduttiva delle femmine che, dopo 7-11 generazioni, non sono state più in grado di riprodursi. È una tecnica innovativa molto precisa che permette di correggere uno o più geni in qualsiasi cellula.

Zanzara Anofele, insetto che veicola il plasmodio della malaria (Courtesy Centers for Disease Control and Prevention)
Zanzara Anofele, insetto che veicola il plasmodio della malaria (Courtesy Centers for Disease Control and Prevention)

“Abbiamo identificato il gene che ci permette di bloccare la capacità riproduttiva delle femmine – ha dichiarato Crisanti all’Agenzia Ansa – i maschi fertili lo trasmettono alla progenie e la popolazione collassa, come in una sorta di reazione a catena genetica”.

Dopo la prima lunga sperimentazione, il prossimo passo sarà testare il sistema su larga scala. Avverrà nel laboratorio del progetto “Target malaria” finanziato dalla Fondazione Bill & Melinda Gates, nel Polo di innovazione Genomica Genetica e Biotecnologia (GGB) di Terni di cui Crisanti è coordinatore per Italia e Regno Unito.

Secondo dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) nel “World malaria report 2017” la malattia è presente ancora in 91 Paesi. Nonostante, dal 2010, l’incidenza della malaria sia calata del 18 per cento, nel 2016 sono stati stimati 216 milioni i casi di e 445 mila decessi a livello globale.

Mappa della malaria in Africa sub-sahariana. In rosso le aree maggiormente colpite (Courtesy Malaria Atlas Project)
Mappa della malaria in Africa sub-sahariana. In rosso le aree maggiormente colpite (Courtesy Malaria Atlas Project)

Il continente maggiormente colpito è l’Africa sub-sahariana con 407 mila morti. La nazione africana con il numero più alto di decessi è la Nigeria (24 per cento dei casi) seguito dalla Repubblica Democratica del Congo (20 per cento) e dal Burkina Faso (11 per cento). Il 70 per cento dei morti, secondo la Fondazione Bill & Melinda Gates, sono bambini sotto i cinque anni.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter: @sand_pin

Crediti immagini:
– Plasmodium falciparum
Di Photo Credit:Content Providers(s): CDC/Dr. Mae MelvinTranswiki approved by: w:en:User:Dmcdevit – This media comes from the Centers for Disease Control and Prevention‘s Public Health Image Library (PHIL), with identification number #2704.Note: Not all PHIL images are public domain; be sure to check copyright status and credit authors and content providers., Pubblico dominio, Collegamento

– Zanzara Anofele
Centers for Disease Control and Prevention
Licenza

– Mappa della malaria
Malaria Atlas Project

Africa, i migliori Mauritius e Seychelles, i peggiori, Somalia e Sud Sudan

Dal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 6 novembre 2018

La “Ibrahim Index” è nata a Londra nel 2006 fondata da Mo Ibrahim, un facoltoso uomo d’affari sudanese, che ogni annuo diffonde un rapporto sullo stato di salute dei cinquantaquattro Paesi africani in termini di sviluppo, buon governo, trasparenza, legalità e rispetto dei diritti umani. Le rilevazioni promosse dalla fondazione, considerano i progressi e gli arretramenti che hanno interessato i Paesi in esame a partire dall’anno 2008. Alla chiusura del 2017 il Paese che ha realizzato il miglior risultato, con 79,5 punti su cento, è quello delle isole Mauritius, seguito a ruota dalle Seychelles con 73,2 punti.

Il milionario uomo d’affari sudanese, Mo Ibrahim, fondatore dell’omonima fondazione londinese

Ultimo Paese in questa classifica, si conferma la Somalia che raggiunge solo 13,6 punti su cento, posizione che la sventurata Nazione africana detiene ormai da oltre trent’anni. Secondo, tra i peggiori, con 19,3 punti, si piazza il Sud Sudan, devastato dalle lotte intestine tra i seguaci del presidente Salva Kiir e quelli del suo rivale ed ex vice presidente, Riek Machar. La fondazione Ibrahim, assegna anche un incoraggiante punteggio alla Costa d’Avorio (71,1) premiando la sua capacità di balzare dal quarantunesimo posto della classifica al ventiduesimo, superando così le sanguinose faide politiche del 2011 che avevano lasciato sul campo tremila vittime.

Una deprimente immagine della Somalia che ormai da decenni si conferma come il peggior Paese del continente africano

Un giudizio positivo lo conquista (un po’ a sorpresa) anche il Kenya che dal diciannovesimo posto, sale all’undicesimo, ma occorre tener presente che l’attribuzione di punti si riferisce alle diverse situazioni in esame, per cui, nel caso del Kenya, sul preoccupante indebitamento e sulla crescente corruzione, hanno avuto la meglio gli imponenti investimenti nelle infrastrutture che hanno assorbito e mitigato gli altri riscontri negativi. Tra i migliori si piazzano bene anche Namibia e Botswana che occupano rispettivamente il quarto e quinto posto con indici di 68,6 e 68,5.

Una sessione della fondazione Ibrahim cui partecipa anche il presidente ruandese Paul Kagame

Tornando ai peggiori, Somalia e Sud Sudan, sono seguiti a ruota dalla Libia con un punteggio di 28,3 su cento, causa il progressivo deterioramento della situazione interna che ha avuto inizio dalla caduta di Mu’hammar Gheddafi nel 2011. Con la perdita di 15,6 punti in soli sette anni, il Paese nord-africano esprime anche il più rilevante declino tra tutte le Nazioni in esame. Nonostante le eccellenze di alcuni Paesi, la media continentale registra comunque una situazione pressoché stabile passando da un indice di 48,9 del 2008 a quello di 49,9 del 2017.

La spietata esecuzione di Mu’hammar Gheddafi nell’ottobre 2011

Malgrado il lodevole sforzo della fondazione Ibrahim, volta a promuovere legalità, buon governo e sviluppo del continente africano, è sempre piuttosto difficile presentare un quadro attendibile quando si debba mediare riscontri di natura molto diversa, attraverso un unico punteggio. Questo comporta il rischio che alcune drammatiche e croniche carenze risultino annacquate da elementi positivi, ma di carattere temporaneo e casuale. Neppure aiuta il riconoscimento di un premio di 4,4 milioni di euro a quei capi di stato che hanno lasciato il potere, dopo averlo gestito (sempre con riferimento a tali indici) nel rispetto dei principi del buon governo.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1