Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus Firenze, 20 novembre 2018
Affrontare un lungo, pericoloso e dispendioso viaggio verso l’Europa è diverso se il migrante è musulmano, cristiano o animista. Eppoi il luogo comune “rimandiamoli a casa loro” non può funzionare.
Lo spiegano Angelo Turco e Laye Camara, guineano, in questa intervista per Africa ExPress sul libro “Immaginari migratori” pubblicato da Franco Angeli editore. Ambedue geografi e docenti all’Università IULM, sono grandi conoscitori del continente africano e delle sue innumerevoli culture e tradizioni.
Perché un libro chiamato “Immaginari migratori” e per quale motivo gli africani vogliono venire in Europa?
Turco: In Europa dell’Africa si sa poco. “Immaginari migratori” è un lavoro per coloro che sono interessati all’Africa, non si accontentano di standard preconfezionati e sono aperti ad altra conoscenza. Prendiamo come esempio la comunità mandinga, un’etnia che vive in un territorio spalmato tra nove Nazioni africane vasto tra otto e dieci milioni di kmq (dieci volte l’Italia ndr).
Una comunità che ha ottocento anni di storia, di tradizioni culturali, di azione politica, di costruzione istituzionale. Quando ci troviamo davanti al concetto di comunità statuale, in Africa siamo davanti ad altri livelli comunitari ugualmente importanti come la comunità familiare e quella religiosa.
Quali sono le differenze tra i migranti africani delle comunità musulmane, cristiane e animiste?
Turco: L’appartenenza religiosa è importante. In alcune aree, come in Senegal, vige una forma di islam sufi basato sulla pratica della santità dove il contatto diretto non è Allah ma esiste un’intermediazione da parte di un santo, il “marabout” che appartiene a una congregazione.
Se ci troviamo davanti a un senegalese bisogna sapere qual è la sua congregazione. Il migrante non farà mai un viaggio senza l’autorizzazione del suo “marabout”. Viceversa farà ogni viaggio e sfiderà ogni pericolo, il deserto, il mare se il suo “marabout” gli darà la benedizione di Dio che gli viene attraverso il santo.
Come fanno i migranti africani a superare sfide e peripezie, i pericoli e le violenze che incontrano durante il viaggio verso l’Europa?
Turco: Davanti a domande tipo: come fanno a sfidare la morte? C’è qualcosa di più alto. La morte non è la fine ma l’ingresso diretto in paradiso perché stai seguendo la via indicata dal “marabout”. Ha la sua benedizione hai i suoi amuleti e tutto andrà al meglio. Se muore ha le porte del paradiso aperte. Tutto ciò è collegato alla vicenda che viene direttamente da Maometto (descritta molto bene dal collega Camara).
Rotte dell’emigrazione dall’Africa occidentale verso l’Europa
L’atto di nascita dell’islam è una migrazione. Maometto è costretto a fuggire dalla sua città e recarsi in un altro posto per poter praticare la sua fede e quindi dare nascita all’Islam, religione piena di simbolismo. Per coloro che partono la migrazione non è un fatto traumatico. È una missione che si può vedere sotto una prospettiva religiosa ma anche da un punto di vista molto importante quello familiare.
Per il migrante cristiano non c’è vincolo, né nel bene né nel male. Il prete e il missionario sono dei punti di riferimento, di aiuto e di consiglio per il viaggio. Queste figure non hanno una parte attiva.
Invece per il migrante animista le cose sono molto più complicate. In questo caso la comunità familiare funziona anche come istanza religiosa dove il mediatore fondamentale è l’antenato e in modo particolare l’antenato deceduto. Il vecchio, oltre che essere la figura riconosciuta come saggio, è la personalità familiare che più si avvicina temporalmente al mondo dei morti.
Quando il migrante ha la benedizione del vecchio ha ottenuto anche l’appoggio della famiglia. Senza questo sostegno il migrante non vale niente e alla famiglia deve rispondere. Se non gli diamo un’alternativa credibile, il luogo comune “rimandiamoli a casa loro” non funziona.
Quel ragazzo partito dall’Africa, dopo anni, fatica e sofferenze, a casa non ci torna nemmeno crocifisso. Ha alle spalle un’istanza comunitaria ed economico-finanziaria alla quale deve rispondere.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 19 novembre 2018
Ursula von der Leyen, ministro della Difesa tedesco, si è recata per la quarta volta a Niamey domenica scorsa per inaugurare la nuova base militare della Bundeswehr nella capitale del Niger. La ex colonia francese e tutto il Sahel sono al centro della politica di Bonn da diversi anni, in particolare dopo la visita della cancelliera Angela Merkel nell’autunno 2016. Mahamadou Issoufou, il presidente del Paese aveva salutato già allora positivamente l’intenzione della Germania che, per facilitare l’intervento delle proprie truppe in Mali, intendeva costruire una propria base all’aeroporto di Niamey .
Il ministro tedesco ha elogiato il governo di Niameye ha sottolineato: “Il Niger è un partner affidabile e prezioso nella lotta contro il terrorismo, la criminalità organizzata e l’immigrazione illegale”. Secondo i tedeschi, le autorità nigerine sono meno corrotte di altre e mantengono generalmente la parola data. Inoltre il governo permette senza problemi che centinaia di soldati americani, tedeschi e francesi utilizzino l’aeroporto come appoggio per il trasporto aereo.
Berlin ha investito parecchio, non solo nel Niger, ma in gran parte del Sahel. Oltre all’ampliamento dell’aeroporto militare di Niamey, la costruzione del “Camps Allemands”, sta realizzando una scuola per sottufficiali dell’esercito nigerino ad Agadez nel nord del Paese e ha donato cinquantatré camion fuoristrada made in Germany. La Bundeswehr non può fare a meno della collaborazione dei militari del Paese e per questo supporto la Germania è pronta ad aprire il portafogli. Recentemente i tedeschi hanno stanziato oltre quattro milioni di dollari per equipaggiare il 2° battaglione del genio civile di Agadez con materiale per lavori pubblici e 1,5 milioni di dollari per incrementare l’autonomia degli spostamenti dei militari dello stesso battaglione.
Dal canto suo il ministro della Difesa maliano, Kalla Moutari, ha apprezzato molto gli aiuti dei tedeschi e ha sottolineato: “La più grande frustrazione dei nostri soldati è stata proprio la limitata possibilità di muoversi, di spostarsi per intervenire tempestivamente in caso di necessità”.
Il Niger è uno tra i Paesi più poveri al mondo. La mortalità infantile è elevatissima. Duecentoquarantotto piccoli su mille non raggiungo i quattro anni d’età; la principale causa sono le precarie condizioni di salute e l’alimentazione tutt’altro che ricca e variabile. Anche la scolarizzazione è molto bassa, raggiunge appena il ventinove per cento ed è riservata per lo più ai maschi, sessanta per cento, mentre solo il quaranta per cento delle bambine frequenta la scuola.
In tutti i Paesi del Sahel la situazione attuale è drammatica, in particolare la malnutrizione infantile desta grande preoccupazione. Secondo l’UNICEF sarebbero 1,3 milioni i bambini al di sotto dei cinque anni a soffrire di malnutrizione acuta-grave. E’ il numero più elevato da almeno dieci anni ed è il doppio rispetto allo scorso anno. Le cause sono molteplici: i cambiamenti climatici, il degrado delle terre e delle culture, siccità e le piogge torrenziali, la povertà estrema, limitato accesso agli alimenti di base e ai servizi essenziali e naturalmente la crescita demografica.
D’altronde dall’aeroporto di Niamey è facile raggiungere anche altre zone strategiche della regione, Mali, Ciad, Mauritania e Burkina Faso. Per contrastare e combattere i terroristi attivi in quest’area, recentemente è stato creato un nuovo contingente tutto africano dal raggruppamento di questi cinque Paesi. la costituzione del nuovo corpo di sicurezza, Force conjointe G5 Sahel (FC-G5S), è stata decisa all’unanimità con risoluzione (la numero 2359) dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU il 21 giugno 2017. Il quartiere generale dell’ FC-G5S a Sévaré, nel centro del Mali, è stato parzialmente distrutto il 29 giugno 2018 in un attentato jihadista.
Gruppo di jihadisti nel Sahel
Per meglio coordinare le operazioni, il comandante del FC-G5S, Hanane Ould Sidi, mauritano, ha dato ordine che il nuovo quartiere generale sia a Bamako, la capitale del Mali. Il contingente africano, che, una volta completamente attivo, dovrebbe comprendere cinquemila uomini, stenta a decollare: mancano ancora fondi ed inoltre le truppe sono ancora in fase di addestramento. L’Unione Europea punta molto sulla nuova forza per combattere il terrorismo, contrastare il flusso migratorio e il traffico di uomini e di armi.
Il Niger è uno dei Paesi più militarizzati dell’Africa. Gli statunitensi nell’ambito della missione AFRICOM, sono presenti nel Niger per l’addestramento e assistenza sulla sicurezza, incluso supporto di intelligence, sorveglianza e ricognizione alla controparte nigerina per poter contrastare i violenti gruppi di terroristi, ma intendono ridurre la loro permanenza in molte parti dell’Africa. I militari canadesi, nell’ambito della Missione Naberius, sono impegnati nell’addestramento delle forze di sicurezza locali; i francesi con la ben nota Operazione Barkhane, mentre i tedeschi, sono responsabili dell’aeroporto militare di Niamey. Gli italiani sono in Niger con MISIN, acronimo per Missione bilaterale di supporto nella Repubblica del Niger, che stenta a decollare.
Kalle Moutari, ministro della Difesa del Niger e Elisabetta Trenta, ministro della Difesa dell’Italia
Il 20 settembre Elisabetta Trenta, ministro della Difesa, ha aveva annunciato che finalmente era stata sbloccata MISIN, operazione italiana volta principalmente ad arginare il flusso migratorio. Il giorno successivo la Missione italiana è diventata finalmente operativa e a metà ottobre un Mobile Training Team (MTT) di otto carabinieri, ha portato a termine il primo corso di addestramento alle forze nigerine.
Il ministro della Difesa ha ricevuto il suo omologo nigerino a Roma lo scorso 9 ottobre e durante l’incontro è stata ribadita la disponibilità del nostro Paese ad assistere le Forze di sicurezza nigerine nella formazione e nell’addestramento. “Tutto questo, seguendo ovviamente le esigenze, le richieste e le necessità di Niamey”, ha specificato la signora Trenta.
Africa ExPress ha chiesto informazioni al ministero della Difesa sugli sviluppi della missione italiana, ma finora non c’è stata alcuna risposta. La stampa nigerina ha confermato la partecipazione del presidente Issoufou Mahamadou alla conferenza di Palermo sulla Libia, ma nulla è trapelato su eventuali colloqui a margine dell’evento palermitano sul ruolo di MISIN, che inizialmente prevedeva il dispiegamento di oltre quattrocento militari italiani..
Von der Leyen si è recata anche in Mali per la cerimonia del passaggio delle consegne di European Union Training Mission (EUTM), missione della quale è a capo la Germania dal 12 novembre, subentrata alla Spagna. EUTM è stata avviata nel 2013 in Mali per l’addestramento dell’esercito locale. Alla manifestazione erano presenti anche il ministro francese della Difesa, Florence Parly e il suo omologo maliano, Tiemoko Sangaré, e il primo ministro, Soumeylou Boubèye Maïga.
Berlin è presente nell’ambito di MINUSMA, acronimo per Mission Multidimensionelle Intégrée des Nations Unies pour la Stabilisation au Mali, con millecento uomini.
E per approfondire la questione della nuova multiforza africana e dell’applicazione dell’accordo di pace, il ministro tedesco si è intrattenuto con il suo omologo francese, Florence Parly. Parigi è presente in tutto il Sahel con oltre quattromila uomini con la Missione Barkhane, impegnata in prima linea nella lotta contro i jihadisti. I ministri hanno incontrato anche Hanena Ould Sidi, comandante della forza congiunta G5 Sahel, che, almeno si spera, possa operare a pieno regime quanto prima per contrastare i terroristi, sempre più attivi in quest’area desertica dell’Africa.
Jean-Pierre Lacroix, capo delle missioni di pace dell’ONU, ha spiegato davanti al Consiglio di Sicurezza giovedì scorso che, malgrado i progressi raggiunti, la Force G5 Sahel non è ancora completamente operativa e ha chiesto ai finanziatori di mantenere gli impegni promessi. Secondo il sottosegretario aggiunto alle operazioni di pace, finora è stato versato solamente il cinquanta per cento delle somme garantite in precedenza: è dunque stato impossibile acquistare tutto l’equipaggiamento per le truppe e anche le infrastrutture non sarebbero sufficienti. Di conseguenza il contingente non è ancora efficiente al cento per cento. Eppure, vista la situazione attuale del Sahel, nuovamente scenario di continui attacchi da parte dei terroristi, la sua completa operatività sarebbe auspicabile.
Le Croix ha sottolineato che il clima di insicurezza e di paura si respira in ogni dove e, come sempre, a pagarne le conseguenze è la popolazione civile: molte scuole sono chiuse, mancano i servizi essenziali, potenziali investimenti sono stati abbandonati. I giovani sono privi di speranze, non ci sono prospettive o opportunità concrete per il loro futuro.
Disperazione, povertà estrema e lacune di governance in queste zone sono terreno fertile per il terrorismo.
Speciale per Africa ExPress Anna Maria Di Luca
Napoli, 18 novembre 2018
Ndileka ha trascorso in Campania quattro giorni incontrando gli studenti delle scuole superiori, i rifugiati nel Centro Fernandez di Castel Volturno ed ha voluto rendere omaggio a Miriam Makeba portando un mazzo di rose al mausoleo che ricorda l’artista sudafricana sulla strada che porta a Castel Volturno dove dieci anni fa Makeba morì.
Ndileka Mandela arriva alla stazione centrale di Napoli, la sua prima volta in Campania per ritirare il Premio Ethnos assegnatole da Gigi Di Luca direttore artistico del Festival Ethnos. E’ la prima nipote di Madiba, figlia di Thembekile Mandela che morì nel 1969 in un incidente stradale a soli 24 anni. Sono lì a attenderla e mi aspetto una persona completamente diversa da quella che mi ritrovo davanti. Combattiva ed umile al contempo, ma soprattutto è il ritratto spiccicato di suo nonno.
Cosa resta in Sudafrica Della lezione di Nelson Mandela?
Ndileka Mandela a Napoli
“La speranza, la tolleranza ed rispetto per l’umanità”.
Lui faceva dell’onestà uno dei suoi punti di orgoglio e di forza. Non le sembra che questa sua politica sia stata tradita, soprattutto da Jacob Zuma che – dopo Thabo Mbeki – ha conquistato la presidenza?
“I fondatori dell’ ANC hanno basato il partito su principi di etica, rispetto e integrità. Non hanno imposto sui propri leader come governare. Ogni leader ha la libera scelta di fare come vuole, ricordandosi però che deve rendere conto al suo popolo. Poi sarà la storia a giudicarlo”.
Ancora c’è molta differenza tra ricchi e poveri. Difficile la ridistribuzione della ricchezza. Cosa si potrebbe fare?
Io credo che Cyril Ramaphosa (presidente del Sudafrica,ndr) stia facendo il possibile, condivido il suo sforzo nell’affrontare lo squilibrio che nel passato si è venuto a creare”.
Il Sudafrica è il Paese più ricco del continente. È preso di mira dai migranti che arrivano dai paesi più poveri: Congo, Mozambico, Angola e soprattutto Zimbabwe. Voi attuate una politica di accoglienza o respingimento?
“La nostra è soprattutto una politica di accoglienza. Quando arrivano i migranti li assistiamo ed è previsto un iter da seguire per legalizzarli. Certamente esistono dei criteri per accoglierli e dei requisiti richiesti”.
Rende omaggio al mausoleo di Miriam Makeba
Robert Mugabe – capo dello Zimbabwe cacciato a 92 anni dal potere nell’aprile scorso, era compagno di lotta di Mandela. Arrivato al potere si è trasformato da combattente per la libertà in feroce dittatore. Ha litigato anche con suo nonno per le sue scelte che hanno distrutto un Paese ricco come lo Zimbabwe. Perché Mugabe non ha seguito le orme di Madiba?
“A questa domanda l’unica persona che può rispondere è proprio il presidente Mugabe”.
Problema AIDS. Il governo fa molto. Ma potrebbe fare di più. Cosa?
“La lotta all’AIDS è stato un punto fondamentale nella politica governativa del Congresso Nazionale Africano ( ANC). Credo davvero che ciò che abbiamo fatto debba essere apprezzato. Comunque è necessario continuare ad educare la popolazione ad avere uno stile di vita salutare e ad attuare la prevenzione sessuale”.
IRIN
James Jeffrey Mekelle (Ethiopia), 15 November 2018
A group of Eritreans lines up outside a small, green army tent surrounded by yellow scrubland at the top of a ridge marking the Ethiopia-Eritrea border.
After having their details jotted down by bored-looking Eritrean soldiers they get back into the white minibus taking them from the city of Mekelle in Ethiopia’s Tigray region to the Eritrean capital, Asmara. As they set off, another minibus passes them going the other way. A short time ago, such scenes were unthinkable.
After being sealed for 20 years – following growing tensions at the end of the 1990s and then a two-year war – the border between Ethiopia and Eritrea finally re-opened in September. To escape the realities of life under President Isaias Afwerki – enforced military conscription, indefinite national service, lack of freedom of speech and movement, and the potential for imprisonment for opposing the regime – Eritreans used to have to risk everything, including a border patrolled by guards with a shoot-to-kill policy.
With the historic peace agreement signed in July, they can now cross without a passport or permit, and they don’t even have to confirm if or when they will return. This lack of restrictions is being embraced by people on both sides, but the sudden freedom of movement has also seen a surge in asylum seekers crossing in search of new lives, placing an additional burden on Ethiopia’s Tigray region and beyond.
For some Eritreans, crossing into Ethiopia is the start of a journey that will take them to the Mediterranean and towards the dream of Europe.
For some Eritreans, crossing into Ethiopia is the start of a journey that will take them to the Mediterranean and towards the dream of Europe.
While arrivals have since stabilised, the unrestricted opening of the border initially led to a fourfold daily increase in Eritreans crossing and applying for refugee status. There are now around 175,000 Eritrean refugees in Ethiopia.
Despite this, the Ethiopian government appears to be sticking with its open-door policy for refugees – although there are fears it could change its mind and close the border again if it struggles to cope with the influx. “Ethiopia is a signatory to the Geneva Convention on refugees, so for now there is no change in their refugee status,” said Tekie Gebreyesas, regional coordinator in Tigray for the Ethiopian government’s Administration for Refugee and Returnee Affairs, known as ARRA. “The relationship between the two countries has improved, but the internal situation in Eritrea is still the same,” Tekie explained.
Growing burden
More than 15,000 Eritreans have crossed since the September border opening, according to local Ethiopian authorities. Most have claimed refugee status: around 10,000 by the middle of October, according to UNHCR, the UN’s refugee agency.
Ethiopia was already hosting just over 900,000 refugees from various countries, of whom Eritreans are the third largest group.
The Ethiopian government also has just under three million internally displaced persons to contend with – a number that has swollen this year due to unrest in its eastern Somali region as well as in the Guji and West Gedeo zones.
Previous rises in numbers of Eritrean refugees coming into Ethiopia occurred between 2004 and 2014 as the Isaias regime hardened and became more oppressive, while UN sanctions against Eritrea – lifted on Wednesday – came into effect in 2009 and made life harder for ordinary Eritreans, spurring even more to try and leave. The drop-off from 2014 may be partly down to the EU launching the Khartoum Process, which essentially gave money to Eritrea’s government to help stem migration into Europe.
“There’s no way I’m going back”
Since the border opening, buses have reportedly been sweeping in to the small Ethiopian border town of Zalambessa, just beyond the Eritrean checkpoint, to collect hundreds of Eritrean asylum seekers who muster there over the course of a few days. In Mekelle, first stop for many en route to the Ethiopian capital, Addis Ababa, or other urban centres, IRIN found Yohannes* relaxing with some Eritrean friends.
An Eritrean of mixed parentage, Yohannes was conscripted at age 16 and served for 18 years, including fighting in the 1998–2000 border war, which pitted Eritrean soldiers with an Ethiopian parent (like Yohannes) against Ethiopian soldiers with an Eritrean parent. “There’s no way I am going back to Eritrea,” he said. “I didn’t want to fight. We are the same people. But I had no choice than to fight for my country. If you refused to fight, the government could arrest your family.”
Yohannes and his friends said they planned to make a living in Ethiopia, and if that didn’t work out they would move to another country. For some Eritreans, crossing the border is the start of a journey that will take them to the Mediterranean via Sudan and then onto Libya, and the dream of Europe.
Destination Europe
IRIN explores would-be migrants’ choices and challenges in this multi-part special report. But many, like Yohannes and his friends, first try to settle in Ethiopia. After being registered close to the point of arrival, they are supposed to reside in camps unless they have an exemption. But the majority of Eritrean refugees soon move outside the camps and head to the cities in search of work – they make up 79 percent of the urban refugee population in Addis Ababa, where whole residential areas in the city have a notably Eritrean feel.
“A key challengeto providing protection and assistance to Eritrean refugees is the high number of persons leaving the camps to pursue onward movements,” notes UNHCR’s most recent Ethiopia response plan.
“In 2016, approximately 80 percent of the Eritrean refugees left the camps in Tigray within the first 12 months after arriving in Ethiopia,” it said. “Motivated by the desire to access better educational services, reunite with relatives abroad, and earn an income to support their families in Eritrea, many children and young adults consider that their sole option is to reach Europe.”
Ethiopia has committed itself to the Comprehensive Refugee Response Framework, or CRRF, which came from the 2016 New York Declaration for Refugees and Migrants and involves affording refugees more opportunities to leave camps and better access to jobs and education. How strong that commitment will remain in light of recent events remains an open question.
“The CRRF was a natural fit in Tigray,” said the head of programmes with a foreign refugee organisation based in Addis Ababa, who wished to remain anonymous due to the sensitive nature of the issue. “But now that the situation has changed significantly no one knows if and how the government might rethink its policy to Eritrean refugees. Will they be awarded the same privileges accorded to refugees through the CRRF?”
Reunited after decades
Eritreans used to sneak across the border in search of asylum or a better life. Now, they travel for a variety of reasons. Some are even going the other way too. “I went from Addis Ababa to Asmara after the border opened to see my father for the first time in 26 years – he died 10 days after I arrived,” said Senait*, one of the Eritreans lined up outside the army tent on the border.
Senait moved to the Ethiopian capital after marrying an Ethiopian but wasn’t able to visit her family after war broke out in 1998, and the borders closed. She’s now taking her uncle back to Asmara to live with relatives, but plans to return to her family in Addis Ababa after the visit.
Many Eritreans are also crossing the border to reunite with family members not seen for decades. Others simply go to shop, or to enjoy the more vibrant social life before returning to Eritrea of their own accord. “We’ve been here two weeks seeing our families and will head back to Asmara in three days,” said 24-year-old Qemer, speaking in Mekelle alongside her sister and another friend who was visiting long-separated family members. “We were small children when we last saw them properly, though we stayed in touch via Facebook.”
Hotels in Mekelle that used to struggle for business are now fully booked. Tired-looking cars with the distinctive Eritrean registration plate beginning ER1 are parked all over the city and can be seen with the minibuses shooting along the road between Asmara and Mekelle. Mekelle, the capital of the Tigray region, is enjoying something of a boom.
Mekelle, the capital of the Tigray region, is enjoying something of a boom.
Once known for hosting convoys of camels carrying salt from the Danakil desert, Mekelle’s bustling market is seeing a booming trade in cereals, construction materials, and petrol. “In Eritrea they are limited to how much they can take out of the bank each month, but here they can get money sent by relatives abroad,” explained Teberhe, a Mekelle businesswoman who runs clothing and cosmetic shops and a khat house. “They are taking back construction materials in case building restrictions are reduced at home.”
Doubts remain over the peace deal and over Ethiopia’s capacity to take in so many new refugees, but for now there is genuine joy among ordinary Eritreans and Ethiopians, especially Tigrayans, about reuniting and having a chance to finally reconcile.
“I am really looking forward to visiting Asmara. We belong together. I have family there too,” Teberhe said. “I don’t think there is any way back now for the Eritrean government; Eritreans are experiencing freedom, socialising, and business – the genie is out of the bottle.”
(*Note: Names changed for security reasons)
James Jeffrey Freelance journalist based in Addis Ababa and regular contributor to IRIN
Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus
Firenze, 16 novembre 2018
Un volume che tratta del “Pianeta migrante” – e ad esso è dedicato – perché tutti siamo, o siamo stati migranti. Migrazioni interne dal Sud al Nord del nostro Paese, magari con la valigia di cartone, e dall’Italia al Nord Europa, alle Americhe o nella lontana Australia.
Eppure, nonostante le innumerevoli migrazioni dei nostri nonni, genitori o dei nostri figli laureati, i “cervelli in fuga”, negli ultimi anni la grande e democratica vecchia Europa è andata crisi a causa dei movimenti migratori africani.
“Immaginari migratori” (Franco Angeli editore) è un volume a cura di due geografi, Angelo Turco e Laye Camara, scritto a più mani in uscita il 28 novembre. Ci aiuta a capire perché il popolo africano si sposta, quali sono le sue motivazioni, quale linguaggio utilizza la “Fortezza Europa” per difendere i propri confini e tanto altro.
Angelo Turco è professore ordinario di Geografia umana all’Università IULM e presidente della Fondazione IULM. Invece Laye Camara, guineano, dottorato preso in Italia, insegna discipline geografiche all’Università IULM e collabora con UE, FAO e Banca Mondiale.
Grazie al contributo di altri cinque autori tra i quali antropologi e sociologi, “Immaginari migratori” ci offre un utile strumento per capire e vedere più chiaramente vari punti di vista sul fenomeno della migrazione e della cultura africana.
La copertina del libro Immaginari migratori a cura di Angelo Turco e Laye Camara, editore Franco Angeli
L’ignoranza sul grande continente africano, il linguaggio utilizzato sui migranti e le migrazioni negli ultimi anni sta spaventando l’Europa e fa crescere razzismo e xenofobia. L’esempio chiaro dell’ignoranza che alimenta le paure sono le posizioni dei Paesi del Gruppo di Visegrad che stanno contagiando molte nazioni dell’Unione Europea.
Il libro, 340 pagine, apre con il “ritratto di famiglia” di Turco, migranti come milioni di famiglie italiane e europee. Ai primi del ‘900 la raccolta dei soldi del nonno Angelo (ciò che fanno i migranti africani per arrivare in Europa) per il bastimento che lo ha portato in America e dove l’autore ha trovato le sue tracce a Ellis Island.
L’emigrazione dei parenti a Napoli, Roma, Firenze, Milano e dello zio Francesco negli anni Trenta in USA, forse in New Jersey. Poi i giovani nella guerra d’Africa contro Menelik e, alla morte del padre, il viaggio della sua famiglia dallo zio a Milano. Termina il “ritratto” con sua moglie, francese nata a Tunisi da genitori spagnoli e le sue due figlie che hanno doppia nazionalità.
Un “frammento del Pianeta migrante”, naturale in tutti gli esseri umani che sempre, per le ragioni più diverse, si sono mossi senza distinzione di età, etnia, sesso e censo. E continueranno a farlo.
Il volume si articola in quattro parti e dodici capitoli – alcuni dei quali in francese. Trattano argomenti che vanno dalla cultura e costruzione degli immaginari alle pratiche della mobilità in Senegal e Guinea; dalle pratiche religiose della migrazione in Africa sub-sahariana alla metafora militare sulle migrazioni usata in Europa; dalla rappresentazione mediatica alla comunicazione politica.
Il saggio, ricco di dati, conclude con un’analisi del “caso Toni Iwobi”, l’immigrato nigeriano eletto senatore nel marzo scorso tra le fila della Lega; gli appunti sulle politiche che riguardano la migrazione; l’integrazione come transizione sociale e la cooperazione migratoria dove i Paesi del Nord si interfacciano con quelli del Sud.
Secondo gli autori questo tipo di cooperazione, che deve essere necessariamente a lungo termine, dovrebbe coinvolgere l’Europa nella sua interezza, visti costi che singolarmente nessuno Stato può permettersi. Una spesa calcolata in circa 200 miliardi di euro in dieci anni ma un grande investimento per il futuro di Europa e Africa.
Un libro utile a geografi, etnologi, sociologi, economisti e ong ma soprattutto a politici di professione.
Il Nord-Kivu è ancora teatro di terribili violenze. I sanguinari miliziani di Alliance of Democratic Forces (organizzazione islamista terrorista ugandese, operativa anche nel Congo-K dal 1995) hanno brutalmente ammazzato sette caschi blu della Missione ONU nella Repubblica Democratica del Congo (MINUSCO).
L’ONU ha annunciato la morte di sei soldati malawiani e uno tanzaniano sul proprio account Twitter e il segtretario generale, António Guterres, ha condannato con veemenza l’assassinio dei militari di MONUSCO e ha chiesto a tutti gruppi armati di cessare le loro attività destabilizzanti, che aggiungono altro dolore alla popolazione già colpita da una grave epidemia di ebola.
Caschi blu di MINUSCO
Secondo una prima ricostruzione dei fatti, altri dieci caschi blu sono stati feriti, mentre uno risulta disperso. Anche diversi soldati delle forze armate congolesi sono stati uccisi. Il portavoce del segretario generale, Stéphane Dujarric, ha fatto sapere che Guteress chiesto alle autorità congolesi di catturare e di consegnare alla giustizia gli autori di questi vili attacchi contro i civili, le forze di sicurezza nazionali e i caschi blu dell’ONU.
Finora ADF non ha rivendicato l’attacco e suoi miliziani si sono nuovamente ritirati e nascosti nella fitta giungla, da dove spuntano all’improvviso per compiere nuovi attentati, ad uccidere sopratutto civili e saccheggiare e incendiare le loro povere case. Le incessanti e sanguinose incursioni potrebbero mettere a rischio le elezioni presidenziali del 23 dicembre prossimo.
Signora colpita dal virus ebola
Nelle province di Ituri e del Nord-Kivu, in particolare l’area di Beni, dove sono accaduti gli scontri, il mortale virus ebola continua a mietere vittime. La decima epidemia risulta essere la peggiore nella storia del Paese. La situazione attuale è drammatica.
Le persone contagiate sono trecentotrè, casi certi confermati, e 37 probabili. Le morti accertate duecentoquindici.
Finora nelle zone colpite dalla febbre emorragica sono state vaccinate oltre trentamila persone e anche l’Uganda ha iniziato ad immunizzare il personale sanitario nelle aree al confine con il Congo-K. Lo ha reso noto il ministero della Salute di Kampala qualche giorno fa.
Gli scontri, le incursioni dei miliziani rendono difficile e pericoloso il lavoro degli operatori sanitari nei territori interessati. Il virus continua ad espandersi ed è assai complesso riuscire ad arrestare la sua corsa; ciò è dovuto da svariati fattori: la presenza nella zona di gruppi armati causano lo spostamento continuo della popolazione; l’ostruzionismo di alcune comunità; le aggressioni che subiscono gli addetti ai lavori da parte dei familiari dei morti.
Dal Nostro Corrispondente Franco Nofori Mombasa, 15 novembre 2018
Così afferma l’ultimo rapporto dell’ICPC (International Centre for Police and Conflict), un organismo indipendente creato a Nairobi nel 2005, che si occupa di monitorare le attività delle forze di sicurezza in quanto a trasparenza e legalità. Secondo quanto rilevato dall’ICPC, i poliziotti del Kenya agirebbero sistematicamente al di fuori della legalità arrogandosi la libertà di uccidere chiunque, a proprio giudizio, grazie alla tacita concessione dell’impunità che, nei fatti, viene loro garantita.
Nairobi: l’uomo a terra sta per morire con la testa fracassata dallo stivale del poliziotto
Nel suo rapporto l’ICPC, non lesina pesanti accuse alle autorità di polizia e agli organi governativi che dovrebbero controllarne l’operato. “Gli agenti di polizia – si legge nel testo – si sostituiscono all’autorità giudiziaria e uccidono a proprio giudizio, senza un procedimento che attesti la responsabilità delle loro vittime. Possono farlo perché sono certi dell’impunità ed è solo in rari casi che si apre un procedimento contro di loro, quando le loro azioni vengono filmate da altri cittadini, ma anche in quelle circostanze, le condanne inflitte, hanno raramente seguito nella realtà”.
L’accusa si estende ai vertici del corpo, fino a coinvolgere lo stesso ispettore generale Joseph Boinnet, che – sempre secondo l’ICPC – avrebbe ripristinato “la stessa insindacabile brutalità concessa agli agenti del vecchio organico della Special Branch”. Ciò significa che le forze di polizia non si curano neppure di redigere rapporti, quando i loro interventi si concludono con l’uccisione di qualcuno e solo quando i media ne chiedono conto, la risposta è invariabilmente la stessa: “I nostri agenti sono stati attaccati e hanno risposto al fuoco”.
Il capo della polizia del Kenya Joseph Boinett
Il rapporto dell’ICPC è lungo e a tratti anche un po’ retorico perché indugia oltre il necessario su aspetti etici e moraleggianti che la chiara illegittimità degli eventi denunciati, rendeva già di per sé sufficientemente superflui. Tuttavia, a sostegno delle gravi accuse avanzate, l’ICPC non si cura di fornire nessun esempio fattuale, né riferisce specifici eventi su cui abbia raccolto prove necessarie ad avvalorarli. Del resto che la polizia del Kenya abbia, a livello internazionale, una fama piuttosto discutibile, è confermato anche da WISPI (World Internal Security and Police Index) che la qualifica come “la terza polizia peggiore del mondo”.
Benché manchi di specificità, non si può comunque sostenere che le accuse dell’ICPC siano infondate, se non altro perché anch’io, che ne scrivo, posso darne una diretta testimonianza. Era una soleggiata e tarda mattinata del 2018 e il fatto che sto per riferire è avvenuto proprio nell’area di parcheggio davanti a quella che era allora la mia sede di lavoro. All’interno, oltre a me, c’era un’altra decina di persone. Ciò che tutti vedemmo attraverso le ampie vetrate della reception, prospicente al parcheggio, ci lasciò inorriditi ed esterrefatti. L’edificio in questione si affacciava sulla superstrada Mombasa-Malindi ed era situato a un paio di chilometri oltre il ponte di Nyali.
Cittadini di Nairobi protestano contro le uccisioni illegali della polizia
All’improvviso, due auto senza alcun contrassegno, entrarono ad alta velocità nel parcheggio e si fermarono stridendo. Ne scesero alcuni uomini in abiti borghesi (non ricordo esattamente quanti) uno dei quali spinse la porta a vetri ed entrò nella reception dove si qualificò come un agente di polizia. Disse che era in corso una loro operazione e che dovevamo tenere la porta chiusa restando all’interno senza interferire a protezione della nostra incolumità. In quel momento, mi trovavo nel mio ufficio al piano superiore e fui invitato a scendere dalla ragazza addetta alla reception.
Appena sceso vidi che gli uomini estraevanoalcune armi automatiche dai bauli delle loro auto, mentre uno di loro parlava concitatamente a una radio portatile. Dopo qualche minuto, i poliziotti si portarono sul bordo strada con le armi in pugno e presero a osservare con attenzione le numerose auto in transito, finché ne fermarono una da cui fecero scendere quattro uomini che, sotto la minaccia delle armi, furono fatti stendere a terra nel parcheggio, l’uno accanto all’altro a faccia in giù. Intanto alcuni altri agenti perquisirono l’auto su cui i quattro erano arrivati, all’interno della quale furono trovate due pistole.
Terminato l’addestramento, giovani allievi prestano giuramento per l’ammissione nel corpo di polizia del Kenya
Da quel momento tutto parve svolgersi in un’atmosfera surreale. Senza alcuna domanda agli arrestati e dopo un breve parlottio con i colleghi, uno degli agenti imbracciò il mitra, si portò alle spalle degli uomini a terra e senza esitazioni li falciò con ripetute sventagliate uccidendoli sul colpo. Nell’assistere a quella scena, una mia anziana collaboratrice, una gentile e simpatica signora svizzera, perse i sensi e si riuscì a sostenerla in tempo prima che cadesse a terra. Tutto il personale, sia bianco, sia africano, aveva assistito al massacro, così come vi avevano assistito altre decine di persone all’esterno, insieme agli automobilisti di passaggio.
Dopo una ventina di minuti, arrivò un pick-up della polizia. I cadaveri dei quattro vi furono caricati e tutti se ne andarono, lasciando noi sgomenti e increduli di aver davvero assistito a quanto descritto. Quasi certamente i quattro uccisi erano malviventi, ma non avevano opposto alcuna resistenza all’arresto, obbedendo docilmente all’ordine di sdraiarsi a terra. Perché ucciderli così barbaramente, anziché seguire l’iter giudiziario previsto? Ma l’aspetto più inquietante di quel raccapricciante episodio, fu la sfrontata arroganza della polizia che, in pieno giorno, pur davanti dozzine di testimoni, si sentì così onnipotente e intoccabile da poter compiere una strage davanti a tutti, certa di non doverne pagare le conseguenze.
Un altro esempio di brutalità da parte della polizia del Kenya
L’accaduto fu ripotato il giorno successivo dai quotidiani locali che, pur se con espressioni leggermente diverse, lo titolarono così: “Quattro criminali uccisi a Khadija (Contea di Mombasa ndr) in uno scontro a fuoco con la polizia”.
Con una nota del 9 novembre 2018 un gruppo di esperti delle Nazioni Unite ha denunciato la detenzione arbitraria Jean-Marie Michel Mokoko, condannato a vent’anni di prigione lo scorso maggio. Ora l’ONU chiede alle autorità di Brazzaville il suo rilascio immediato.
Mokoko, candidato alle elezioni del 2016, prima di presentarsi alla tornata elettorale ha ricoperto l’incarico di capo di Stato maggiore ed è stato anche consigliere dello stesso presidente Denis Sassou Nguesso, al potere da oltre un trentennio. Il dissidente si era rifiutato di riconoscere il risultato elettorale, con la schiacciante vittoria del leader uscente, motivo per il quale è stato dapprima messo agli arresti domiciliari per un paio di mesi, poi trasferito in carcere, in stato di custodia cautelare, due mesi più tardi. Processato è stato condannato per complicità in delitti contro la personalità dello Stato e detenzione illegale di armi e munizioni da guerra.
Jean-Pierre Michel Mokoko, condannato a 20 anni di galera
Gli avvocati di Mokoko hanno impugnato la sentenza e deposto il ricorso. In attesa della data della nuova udienza, hanno chiesto l’intervento degli esperti dell’ONU, che, dopo le inchieste del caso, hanno esposto le loro perplessità sulla detenzione dell’ex candidato e hanno raccomandato la sua liberazione immediata. Il gruppo di lavoro dell’ONU, che fa capo all’Alto Commissio per i Diritti Umani, può esprimere solamente un parere consultivo, dunque non vincolante per lo Stato.
Gli esperti hanno potuto prendere visione solamente della documentazione degli avvocati, perché le autorità di Brazzaville non avevano rispettato i termini per la consegna degli atti in loro possesso. Il gruppo ha ritenuto credibili le asserzioni e le testimonianze contenuti nei documenti dei legali. Nella sua relazione ha precisato che gli arresti domiciliari e la lunga detenzione cautelare sarebbero privi di fondamento legale e anche il dibattito in aula sarebbe stato viziato dalle forti ingerenze delle autorità congolesi, negando così il diritto a un equo processo.
In conclusione, il gruppo dell’ONU ritiene che Mokoko debba essere rimesso subito in libertà. Inoltre gli deve essere riconosciuto un risarcimento pecuniario per i danni subiti. Raccomanda inoltre l’apertura di un’inchiesta completa ed indipendente sulle circostanze che hanno portato alla detenzione arbitraria.
Ora si attendono – se ci saranno – le risposte del governo di Brazzaville. Certamente i finanziatori internazionali – Fondo Monetario Internazionale, l’Unione Europea e Parigi – terranno conto delle valutazioni degli esperti che potrebbero influenzare i rapporti futuri con la ex colonia francese.
Ambasciata del Congo-B a Parigi, Rue Leonardo da Vinci 1, Parigi
Intanto questa notte gli attivisti anti governativi hanno attaccato l’ambasciata del Congo Brazzaville a Parigi. Come si evince dalle scritte sul muro, chiedono la liberazione di Mokoko e contestano l’attuale presenza del presidente Denis Sassou Nguesso nella capitale francese.
Dal Nostro Corrispondente Sportivo Costantino Muscau
Milano, 13 novembre 2018
Giocatori di razza vuole il Paris Saint- Germain (Psg).
Già, ma di quale razza? Una qualsiasi: basta che sia francese bianca. Basta che non sia quella che alligna nel Maghreb, o nelle Antille, o nell’Africa nera.
La settimana scorsa, la società del presidente qatariota Nasser Al-Khelaifi ha scritto nel suo glorioso libro di successi una pagina nera: è stata accusata di razzismo nel reclutare i giovani calciatori.
I titoli più ricorrenti nei giornali e nei siti web di mezzo mondo erano del tenore che segue: “Il Psg valutava i giovani talenti con criteri etnici”. “Il Psg ha schedato le nuove leve calcistiche in base al colore della pelle”. E la società ha ammesso, ma ha scaricato le colpe su una persona. “Noi non sapevamo niente. Il sistema è stato opera di scelte individuali, nascoste ai piani alti”. E ha puntato il dito sul responsabile della cosiddetta “cellula reclutamento”.
Così nella prima decade di novembre una delle squadre di calcio più note e ricche del mondo si è trovata di nuovo al centro di una bufera non solo mediatica. Prima era stata accusata di aver violato, assieme al Manchester United e al Monaco, il cosiddetto Fair play finanziario. Non avrebbe, cioè, rispettato la regola di spendere solo in misura congrua a quel che produce. Poi si è saputo che il club parigino, dove quest’anno gioca anche il portiere ex Juventus e nazionale azzurra, Gianluigi Buffon, verserebbe un bonus finanziario ai suoi giocatori solo per salutare e ringraziare il pubblico a fine partita!
A seguire questo terzo scandalo. Un’accusa di razzismo, che brucia ancor di più perché va a toccare un club che va fiero del suo impegno umanitario volto ad aiutare i giovani in difficoltà, a insegnare loro i valori dello sport e a inserirli nella società.
Il social profiling legato alla provenienza etnica, oltre che ignobile, in Francia è illegale. Per la legge francese, infatti, “raccogliere o utilizzare dati personali che direttamente, o indirettamente rivelino le origine etniche, o razziali, di una persona è un reato punibile con 5 anni di carcere e una sanzione pecuniaria di 300 mila euro”.
A far esplodere questi tre scandali sono state le rivelazioni di Football Leaks il sito web che svela il “lato oscuro” del mondo pallonaro. Esaminando attentamente gli ultimi documenti di Football Leaks, il sito giornalistico Mediapart e il programma televisivo “Inviato Speciale” di France 2, che fanno parte del consorzio di 15 testate internazionali impegnate nel giornalismo investigativo (noto con la sigla EIC), hanno scoperchiato un vaso di Pandora calcistico.
Così i due giornalisti Michael Hajdenberg e Martin Boudot hanno riassunto, in un lungo articolo pubblicato l’8 novembre, l’ultimo clamoroso caso: “Dal 2013 al 2018 il Psg ha schedato degli adolescenti secondo il loro colore della pelle. Il non reclutamento, a causa della sua “origine”, di un giovane giocatore nero nel 2014, ha suscitato uno scandalo all’interno del club. La direzione però è riuscita a nascondere l’affaire e tale politica è proseguita fino alla scorsa primavera. Yann Gboho è un brillante giocatore della nazionale giovanile francese. Sfortunatamente per lui, il suo nome è finito con l’essere associato a un vasto scandalo di discriminazione prima ancora che si facesse conoscere al grande pubblico per le sue qualità. Quando aveva 13 anni, e nonostante il suo talento, il Psg non gli ha offerto di entrare nella squadra. Perché era nero. E solamente perché era nero”.
Il ragazzo era stato segnalato due volte per le sue qualità da Serge Fournier, 73 anni, talent scout del Psg per la Normandia (il ragazzino giocava nel Rouen). “Nel 2013 gli avevo dato il voto 2+ e non il massimo, che è 1, perché proviene dalla Antille”, ha detto Fournier. Il quale sorvola sul fatto che Yann, in realtà, è nato in Costa d’Avorio, ma soprattutto sembra che operava una schedatura etnica. Due anni dopo Serge Fournier prepara una nuova scheda, si corregge e scrive “Africano”. “Ne ho compilato circa 700 di queste schede”, ha dichiarato ai due giornalisti “Il Psg non vuole che reclutiamo giocatori nati in Africa, perché non si è mai sicuri della loro data di nascita”. Il bubbone scoppia all’interno della società il 14 marzo 2014. Durante una riunione di sette dirigenti, al responsabile dell’area scouting, Marc Westerloppe, 58 anni, ex calciatore, viene chiesto come mai tardi a prendere una decisione su Gboho, pur di fronte alle qualità eccellenti del campioncino. Westerloppe risponde: “Lasciamo perdere questo argomento. C’è un problema sull’orientamento del club, occorre trovare un equilibrio sulla diversità, sulla mescolanza. A Parigi ci sono troppi delle Antille e Africani. E’ un peccato ritrovare gli stessi profili che abbiamo già. E’ una richiesta della Direzione”.
Apriti o cielo! Almeno tre dei presenti reagiscono duramente. Sono un allenatore della giovanile, Saad Ichalalene; il responsabile del centro di formazione, Bertand Reuzeau; il responsabile del reclutamento giovanile nell’Ile de France, Pierre Reineaud. Chiedono delucidazioni su che cosa intenda per la mescolanza, se non si debba pensare a premiare il talento invece che la razza….La frittata è fatta. Viene informata la società nella persona della responsabile delle risorse umane, Celine Peltier e del direttore generale, Jean-Claude Blanc. Nessun provvedimento, però, viene preso. Westerloppe convocato da Blanc assicura che si tratta di accuse “false, malevole e stupide”. A influire sul nulla di fatto, secondo gli autori dell’inchiesta, c’è anche una ragione di politica interna: il licenziamento di Marc Westerloppe avrebbe indebolito la poltrona del suo diretto superiore, il direttore sportivo della squadra, Olivier Letang, 46 anni, un passato da calciatore a Reims. Di fronte alle pressioni dei due giornalisti, il Psg alla fine decide di delegare a rispondere Malek Boutik , ex deputato socialista, ex presidente di SOS razzismo, da 15 anni incaricato di occuparsi proprio di razzismo nella fondazione del Psg,: “Per la direzione è stato come se il cielo fosse caduto loro addosso. Una pugnalata alla schiena. Si tratta di iniziative segrete di cui la direzione sapeva nulla”. E’ grosso modo, la risposta ufficiale della società calcistica rilasciata l’altro giorno con un lungo comunicato: “Il Paris Saint-Germain conferma quanto emerso, ribadendo di aver scoperto il sistema solo lo scorso ottobre. Non neghiamo l’esistenza di formulari con contenuti illegali, utilizzati fra il 2013 e il 2018 dalla cellula di reclutamento del centro di formazione dedicata ai territori fuori dall’Ile-de-France. Ribadiamo però la ferma condanna di ogni forma di discriminazione, razzismo o schedatura etnica. Appena informati all’inizio di ottobre, abbiamo lanciato un’inchiesta interna per comprendere come tali pratiche siano potute esistere e per decidere le misure da adottare”.
Un’inchiesta è stata aperta anche dalla Federazione calcistica transalpina; la Lega francese dei diritti umani ha denunciato il club super ricco per discriminazione razziale; la ministra dello Sport, Roxana Maracineanu, (è nata a Bucarest nel 1975) si è detta “costernata”. E Lilian Thuram, 46 anni, indimenticato difensore del Parma e della Juve, campione del mondo nel 1998 con quella squadra nazionale francese in maggioranza a pelle nera e ora impegnato contro il razzismo nello sport, ha commentato: “E’ surreale, pazzesco sapere che fino a quest’anno era in atto una politica discriminatoria”.
Fine della puntata? Eh no: fra i titoli di coda ce ne sono alcuni importanti. Al limite dell’assurdo.
Yann Gboho, giovanissimo giocatore originario dalla Costa d’Avorio
Yann Gboho nel 2015 è entrato nel centro di formazione calcistico dello “Stade Rennais Football Club” di Rennes, in Bretagna. Nel 2016, a soli 17 anni, ha affrontato il PSG nella semifinale della Coppa di Francia, ha segnato e ha vinto. In finale si è ripetuto e l’ambito trofeo è andato al Rennes.
Nel 2017 altro colpo di scena: Olivier Letang a novembre diventa presidente del Rennes e sapete chi si prende, nel gennaio scorso, come braccio destro, responsabile del monitoraggio e dello sviluppo individuale dei giocatori? Il fidato luogotenente Marc Westerloppe!
Conclusione amara di una vicenda inqualificabile: “Yann Gboho si ritrova con l’uomo che non lo ha voluto per il colore della sua pelle e come grand patron quello che era alla direzione sportiva del PSG e che soprintendeva a questa politica di reclutamento”.
Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus
Firenze, 13 novembre 2018
La partnership tra la nigeriana Boomplay, l’iTunes africano, e la californiana Universal Music Group (UMG), ex Decca, leader nello streaming e download di musica, colonizza musicalmente l’Africa. L’unione tra i due diventa oggi il punto di riferimento della distribuzione musicale nel continente nero.
Schermata della piattaforma Boomplay (Courtesy Boomplay.com)
Con la firma dell’accordo, siglato lo scorso 5 novembre, l’UMG mette a disposizione i contenuti della sua piattaforma di streaming e download in Nigeria, Ghana, Kenya, Tanzania, Ruanda, Uganda e Zambia.
Il popolo della musica africano, da subito, ha un ampio catalogo di artisti di fama internazionale: da Eminem a Bob Marley, da Diana Ross alla sudafricana Brenda Fassie, conosciuta come “Madonna delle township”, dalla cantautrice ganese Cina Soul al nigeriano Miles Kelechi noto come Tekno.
Tra i tanti artisti famosi amati dal pubblico del continente africano, dalla nuova piattaforma si possono scaricare anche brani musicali di Post Malone, Nicki Minaj, Lady Zamar, Lil Wayne, Wurld, J.Cole, Dr. Tumi, Nasty C, 6lack, Hugh Masekela, Jon Bellion, Larry Gaaga, Tamia, Maroon 5, Aka & Anatii, TJAN, Jah Prayzah, Nonso Bassey, Mafikizolo, Cina Soul, Ella Mai e Mr. Eazi.
Statua di Brenda Fassie (2006) scultura in bronzo dell’artista Angus Taylor. La cantante è deceduta nel 2004, a 39 anni. Foto: Axel Bührmann, CC BY-SA 2.0.
Boomplay è entrata nella partnership con oltre 36 milioni di utenti, dei quali più di 10 milioni provengono dal Google Play Store. I nigeriani offrono come dote oltre due milioni di canzoni e migliaia di video musicali e i fruitori del portale musicale aumentano con una media di circa due milioni al mese.
L’accordo con UMG sicuramente porterà a un aumento esponenziale della sua utenza mentre l’azienda californiana è riuscita a penetrare nel mercato africano, area dove la musica è da sempre estremamente creativa e oggi in grande crescita grazie alle nuove tecnologie digitali.
La firma dell’accordo Boomplay/UMG ha fatto nascere Universal Music Nigeria. Ezegozie Eze Jr., general manager: “Questa partnership estende la nostra portata e rende la musica dei nostri artisti accessibile a milioni di amanti della musica africana. Siamo lieti di essere la prima compagnia musicale globale a collaborare con Boomplay e non vediamo l’ora di portare la straordinaria creatività dei nostri artisti a quanti più utenti africani possibile”.
Quartier generale della Universal Music Group a Santa Monica, California
Non stupisce però che Universal Music Group abbia fatto il suo ingresso per prima in Africa. È un’azienda di Vivendi, multinazionale di proprietà del tycoon francese Vincent Bolloré, presente in tutto il continente africano da almeno tre decenni, soprattutto nel settore della logistica. UMG è un colosso della distribuzione musicale globale e uno dei “Big Three” della musica, insieme a Warner Music Group e la Sony Music.
La partnership con Boomplay è comunque una grande opportunità per gli artisti emergenti africani. Da oggi avranno maggiori possibilità di entrare sia nel mercato locale che in quello globale attraverso una piattaforma che può aprire loro la strada verso il successo.
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