18.4 C
Nairobi
venerdì, Aprile 24, 2026

Sudafrica, leader dell’opposizione spara a un comizio: 5 anni di galera

Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus 23 aprile 2026 Guilty!...

Maratona di Boston: miniera di dollari per gli atleti kenyani

Dal Nostro Corrispondente Sportivo Costantino Muscau 22 aprile 2026 C’è...
Home Blog Page 315

Il viaggio dei soli migranti senegalesi verso l’Europa vale 300mln di euro

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 25 novembre 2018

Seconda parte dell’intervista ad Angelo Turco e Laye Camara, curatori del volume “Immaginari migratori” pubblicato da Franco Angeli editore.

Qual è il costo di un viaggio per l’Europa e quanto tempo impiega un migrante ad arrivare?

Turco: Abbiamo stimato che ad ogni migrante partire costa da 1.500 a 5.000 euro ma facciamo una media di 3.000 euro. Se per esempio parte da Conakry (capitale della Guinea ndr) ci vogliono tra due e tre anni. Se finisce i suoi primi 1.500 euro deve poi trovare da lavorare. E viene sfruttato, sottopagato oppure derubato o violentato.

Quel capitale che il migrante si è portato dietro e che arriva fino a tremila euro ha lo stesso valore che in Europa?

Camara: Questo concetto è molto importante. Il valore di quel denaro, di quel capitale africano è molto più elevato della stessa cifra in Europa.

Turco: Facciamo una media di 3.000 euro a migrante e moltiplichiamo per i 100 mila senegalesi partiti dal loro Paese. Diventano 300 milioni di euro: è un investimento finanziario di “over accumulation”.

L'Africa perde i suoi figli migliori - Fotogramma del booktrailler "Immaginari migratori"
L’Africa perde i suoi figli migliori – Fotogramma del booktrailler “Immaginari migratori”

Cosa ne pensate della proposta del programma europeo definito il “Piano Marshall per l’Africa” ?

Camara: In Guinea abbiamo fatto un’indagine sullo stanziamento di 43 miliardi di euro di questo “Piano Marshall”. Per la Guinea ci sono 60 milioni di euro per mettere in piedi dei progetti di aiuto ma il problema è il contenuto che viene dato a questi progetti.

Sono chiamati la “main d’oeuvre a haute intensité” (mano d’opera ad alta intensità). Viene dato del lavoro alle persone per un periodo che va da una settimana a un mese e viene dato loro del denaro per nutrire la famiglia. Tutto questo non porta a niente.

L’UE in Africa ha interesse a investire nelle infrastrutture e nelle vie di comunicazione: internet veloce, linee elettriche, ferrovie, autostrade…

Camara: Agli africani interessa la formazione. Abbiamo preso contatto con vari governi europei e con l’ambasciata d’Italia e abbiamo chiesto di cercare di adeguare la formazione alla situazione esistente in Africa per permettere a questi ragazzi di lavorare nel loro Paese.

Con la Fondazione IULM, in collaborazione con alcune università africane, abbiamo creato dei master sul tema dell’imprenditorialità innovativa. In questo modo possiamo creare imprenditori che possono creare lavoro in Africa.

“Fermare l’immigrazione dall’Africa”, “sono troppi”, “non possiamo accogliere tutti” sono slogan che si sentono sempre più spesso in Europa e in Italia. Cosa si può fare?

Michelangelo Merisi da Caravaggio, Le sette opere di misericordia corporale, 1606-1607, Napoli, Pio Monte della Misericordia
Michelangelo Merisi da Caravaggio, Le sette opere di misericordia corporale, 1606-1607, Napoli, Pio Monte della Misericordia

Turco: La migrazione va regolamentata ma sappiamo che fare una legge non significa aver risolto il problema. È necessario invece fare una serie di leggi sostenibili per le spinte che vengono da quei Paesi ma anche per la capacità che abbiamo noi di farle rispettare. Leggi che devono fare i conti con la cultura italiana che è profondamente aperta all’accoglienza dell’ “altro”.

Sto parlando della tradizione cattolica
con le Opere di misericordia: dar da bere agli assetati; dar da mangiare agli affamati; vestire gli ignudi; alloggiare i pellegrini.

C’è anche una tradizione di solidarismo laico molto importante nel nostro Paese: è stato chiamato Solidarismo socialista, Società di mutuo soccorso. C’è un’attenzione solidaristica che lavora nella nostra cultura e che non può essere calpestata.

Come è possibile, nella pratica, fare arrivare i migranti in modo “gestibile”?

Turco: La migrazione è un problema per il continente africano. Ogni migrante che sbarca in Sicilia è una perdita di capitale umano per l’Africa. Stanno arrivando da noi i suoi figli migliori.

Da una parte dobbiamo pensare a un Piano Marshall che sia adeguato all’Africa con un investimento per il lungo periodo sulla sicurezza, sulla politica, sulla democrazia, tutti valori nostri.

Abbiamo fatto qualche calcolo sull’investimento necessario: 20 miliardi di euro all’anno per un periodo di 10 anni. Duecento miliardi di euro sono una cifra che non non può essere spesa singolarmente dalla Spagna o dalla Francia oppure dall’Italia. Deve essere un intervento europeo.

Questo denaro deve essere investito in Africa per creare opportunità di vita e di lavoro per gli africani ed è necessario intercettare il denaro africano che attualmente viene investito sulle migrazioni, quei famosi tremila euro a migrante. Queste cifre sono un problema primario per gli africani che perdono i loro capitali.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter: @sand_pin
(continua – 2/3)

Crediti immagini:
– Caravaggio, Le sette opere di misericordia corporale
Di Caravaggiosconosciuta, Pubblico dominio, Collegamento

La prima parte dell’intervista è qui:

Migranti: perché “rimandiamoli a casa loro” non può funzionare

La terza parte dell’intervista è qui:

Immaginari migratori: la formazione è strategica, in Africa mancano le competenze

Spese pazze: si dimette il capo dell’UNEP, l’agenzia dell’ONU per l’ambiente

0

Africa Express
Nairobi, 22 novembre 2018

Il direttore del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP), Erik Solheim, ha rassegnato le dimissioni, prontamente accettate da António Guterres, segretario generale dell’ONU.

Solheim, in carica dal 2016, ha presentato una nota spese da capogiro: solo per viaggi (per lo più in aereo) e alberghi quasi mezzo milione di dollari in soli ventidue mesi. Ha stravolto le regole interne, era assente per l’ottanta per cento del tempo: “Davvero un rischio d’immagine per un’organizzazione che combatte i cambiamenti climatici”, ha specificato uno dei revisori dell’Ufficio dei servizi di controllo interno dell’ONU (OIOS). Uno scienziato di fama mondiale ha chiamato questo sconvolgente comportamento come “oscena ipocrisia CO2”.

Erik Solheim ex capo dell’UNEP

Insomma le critiche non sono davvero mancate. Solheim, ex ministro dell’Ambiente della Norvegia, non avrebbe avuto rispetto dei regolamenti e delle regole, non avrebbe saputo dare spiegazioni valide per alcuni suoi viaggi, inoltre avrebbe concesso ad alcuni collaboratori di lavorare dall’Europa, quando questi avrebbero dovuto trasferirsi nella sede centrale dell’UNEP, a Nairobi, la capitale del Kenya.

Solheim ha comunicato al  britannico “The Guardian” , di aver effettuato alcuni cambiamenti laddove sono state infrante le regole e di aver anche restituito denaro per alcuni punti contestati dall’OIOS.

Gueterres, tramite il suo portavoce, ha fatto sapere di aver accettato le dimissioni del direttore dell’UNEP e ringrazia per il lavoro svolto, in particolare perchè ha saputo attirare l’attenzione del mondo sui cambiamenti climatici. Joyce Msuya, direttore esecutivo di UNEP è stato nominato capo ad interim dell’organizzazione.

Ma Solheim ha combinato anche altri pasticci. Una ditta norvegese avrebbe assunto la moglie dell’ex capo dell’organizzazione, dopo aver firmato un’importante contratto con UNEP. Naturalmente l’ormai ex capo ha preso le distanze da questa faccenda.

Olanda, Svezia e Danimarca sono tra i tre Paesi che hanno fatto sapere pubblicamente che non avrebbero più versato un centesimo all’Organizzazione finchè non sarà chiarita la questione Solheim. Secondo alcune fonti, i contributi dei tre Paesi ammonterebbero ad un totale di cinquanta milioni di dollari.

Africa ExPress
@africexp

Taglia di un milione di scellini sulla testa dei rapitori di Silvia

0

Africa ExPress
24 novembre 2018

Il governo keniota ha messo una taglia di un milione di scellini (l’equivalente di 8500 euro o poco più) sulla testa dei rapitori di Silvia Romano. L’ha comunicato l’ispettore generale della polizia Joseph Kipchirchir Boinnetallo stringer di Africa ExPress, Robert Nyagah, che si trova a Chakama, il villaggio dove la ventitreenne è stata rapita.

La cifra non è alta. Si può paragonare a cinque anni (o forse un pochino di più) di salario per un bracciante agricolo. Quella zona del Kenya è particolarmente depressa, la disoccupazione è forte. Certo se anche il governo italiano decidesse di incrementare quegli 8500 euro forse le probabilità di ottenere dei risultati potrebbero aumentare.

 

 

 

 

L’ufficiale ha anche comunicato a Robert Nyagah i nomi di tre sospetti autori del sequestro: Yusuf Kuno Adan,  Said  Adan Abdi and Ibrahim Adan Omar. I ricercati sempre secondo il capo Boinnet si sarebbero rifugiati a Lamu o nei suoi dintorni, specie nella valle del fiume Tana dove la boscaglia offre ottime possibilità di rifugio. Inoltre i fuggitivi appartengono alla tribù orma – di origine somala – pronta, scommettono gli inquirenti, a proteggere i loro.

A disposizione delle forze dell’Ordine ci sono anche un paio di elicotteri che voltaggiano in continuazione nella zona.

Africa ExPress
twitter  @africexp

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dal Nostro Archivio:

Abdi, un capo della polizia in Kenya: “Silvia deve tornare a casa in 24 ore”

Giovane volontaria italiana rapita in Kenya, si sospetta la responsabilità di Al Shebab

Silvia Romano assieme ai ragazzi di cui si prende cura

Boko Haram in azione in Nigeria e in Niger: 5 attacchi, morti e feriti nel nord-est

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 24 novembre 2018

L’ ISWAP (Islamic State West Africa Province), una fazione di Boko Haram, ha rivendicato ben cinque attacchi in un’area che chiamano “State of West Africa” (la Nigeria), che avrebbero causato centodiciotto vittime.

I terroristi hanno dato l’annuncio con un video sul loro account Telegram, specificando che tra il 16 e il 22 novembre avrebbero messo a segno cinque offensive.

Terroristi jihadisti in azione in Nigeria e Niger

Fonti della sicurezza della Nigeria hanno fatto sapere, che cento soldati sono stati brutalmente ammazzati in una base militare a Metele, nel Borno State, nel nord-est della ex colonia britannica, zona che da anni è teatro di sanguinari incursioni e attacchi mortali da parte di gruppi jihadisti.

La stessa fonte ha rivelato che molti militari mancano ancora all’appello. Dopo una prima aggressione, durante la quale l’intera base è stata bruciata e uccisi diversi soldati, ai commilitoni, in cerca dei corpi dei loro compagni, è stata tesa un’imboscata, che ha causato altre vittime.

Un testimone oculare ha riferito: “Siamo tutti scappati, abbiamo lasciato armi, camion, autovetture all’interno del campo.  Tutto il villaggio è ancora sotto il loro controllo”.

Il Senato, controllato dal partito all’opposizione, People’s Democratic Party (PDP), ha interrotto la seduta dopo aver appreso della morte di quarantaquattro soldati – inizialmente si pensava che le vittime fossero di meno – e Atiku Abubakar, candidato del PDP alle prossime presidenziali, previste per l’inizio del prossimo anno, ha chiesto al governo aiuti per le famiglie dei militari uccisi.

Un portavoce della presidenza ha sottolineato che il ministero della Difesa rilascerà un comunicato ufficiale. Abuja e gli alti ranghi dell’esercito tendono a sminuire le perdite subite e non vogliono ammettere la grave realtà che vige ancora nel nord-est del Paese, dove centinaia di soldati hanno perso la vita negli ultimi mesi.

Mentre ISWAP sparge terrore in Nigeria, Abubakar Shekau e i suoi fedelissimi del tradizionale gruppo Boko Haram, ha attaccato i dipendenti, addetti a trivellazioni, della società mineraria francese Foraco, a Toumur, a est di Diffa in Niger, al confine con la Nigeria. Il bilancio è pesante: sette tecnici e un funzionario del ministero dell’Idraulica sono stati ammazzati, altri cinque sono stati feriti, tra loro due in modo grave, da un gruppo di una ventina di uomini armati, arrivati a cavallo. I terroristi sono poi scappati nella vicina Nigeria, portando con sé anche due automezzi. L’attacco è avvenuto a notte fonda, mentre tutti dormivano. Le vittime sono tutte di nazionalità nigerina. Un miliziano è rimasto ucciso durante la controffensiva delle forze dell’ordine.

Muhammadu Buhari, presidente della Nigeria

Con la fine della stagione delle piogge, le incursioni dei jihadisti si sono fatti più frequenti. Nella zona di Diffa, al confine con la Nigeria, vivono quasi centoventimila rifugiati nigeriani, scappati dalle loro case proprio a causa di Boko Haram. Queste persone vivono in stato di grave necessità alimentare e i terroristi tentano di impedire che i convogli umanitari, impegnati a rifornire di cibo e di beni di prima necessità i profughi, giungano a destinazione.

Le elezioni si avvicinano, e Boko Haram, guidati da Abubakar Shekau e ISWAP, il cui leader è Abu Musab al-Barnawi, sono più attivi che mai. Le ultime presidenziali, che si sono svolte nel 2015 e che ha portato al potere Muhammadu Buhari, ex golpista del 1983, sono state rinviate più volte, proprio a causa delle continue offensive dei jihadisti.

Quest’ultimo attacco è stato un duro colpo per Buhari, che aveva fatto della lotta contro i terroristi il suo cavallo di battaglia durante la campagna elettorale. E appena insediato come presidente, aveva acclamato a gran voce: “entro il 31 gennaio i Boko Haram saranno sconfitti”.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Dal Nostro Archivio:

Nigeria, entro il 31 dicembre sconfiggerò i Boko Haram aveva promesso Buhari: non c’è riuscito

Nigeria investita dalla violenza: scontri etnici e Boko Haram tra le maggiori piaghe

Kenya: 300 milioni di dollari bruciati in un mese per rallentare la caduta dello scellino

Dal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 23 novembre 2018

Da sempre il Kenya ha come moneta di riferimento il dollaro americano per verificare la salute della propria valuta, ma oggi questa verifica presenta risultati allarmanti. Lo scellino, che pareva essersi consolidato al cambio di un dollaro per 100,9 scellini, il 15 novembre scorso è salito a 103,5 presentando un trend che, a detta degli analisti finanziari, fa ritenere che entro la fine dell’anno in corso potrebbe superare la soglia dei 105. Ad aggravare questo andamento, c’è anche il giudizio del Fondo Monetario Internazionale (IMF), secondo cui lo scellino sarebbe sopravvalutato di un buon 17,5 per cento rispetto al valore reale.

Oltre a dissanguarsi in questi continui interventi per sostenere la propria moneta, il Kenya assiste anche a una progressiva erosione delle riserve in valuta estera che in poco più di un mese sono passate da 8,45 miliardi di dollari a 8,15 miliardi e si presume che alla prossima chiusura finanziaria di venerdì 23 novembre, la situazione sarà ancora peggiore. Uno dei problemi, oltre all’insostenibile indebitamento con l’estero, è che il Paese non riesce a dare un significativo impulso alle proprie esportazioni che presentano oggi un saldo negativo di oltre otto miliardi di dollari: Infatti nei primi nove mesi dell’anno in corso, il valore delle merci importate ammontava a 13 miliardi di dollari, mentre quelle esportate non superavano i 4,7 miliardi.

Un consesso dell’IMF, il Fondo Monetario Internazionale

Nei confronti dello scellino e benché mantenga una certa debolezza verso il dollaro, cresce anche l’euro che il 20 novembre scorso, si attestava sul cambio di 117,17 scellini per un euro. E’ di tutta evidenza che questa situazione non può risolversi con i continui interventi della Banca Centrale che, tra l’altro, hanno il peso di un granello di sabbia nel deserto, ma necessitano di radicali interventi sulla strutture produttiva e finanziaria. Le procedure export, causa la corruzione e le complessità bizantine, sono tali da scoraggiare qualsiasi imprenditore che provi ad avventurarvisi, mentre la supervalutazione dello scellino – non determinata da un reale riscontro economico, ma da fittizie determinazioni effettuate nel palazzo – mortifica fortemente l’export soprattutto verso i Paesi confinanti.

La vignetta satirica di Gado sull’eredità che il Kenya lascia alle nuove generazioni: incertezza politica, divisioni, morti sulle strade, difficoltà economiche, debiti, corruzione

Fatte queste considerazioni, verrebbe da domandarsi, perché il Kenya non decide di svalutare lo scellino, dando così un robusto impulso alle proprie esportazioni. La risposta è semplice: dato l’alto indebitamento contratto dal governo verso l’estero, una svalutazione dello scellino farebbe spendere molto di più per acquistare la valuta estera necessaria a pagare le rate, visto che nessuno dei creditori accetterebbe mai lo scellino quale moneta per il pagamento del dovuto. Quindi, si mantiene alto il valore dello scellino per non far aumentare il valore del debito, benché questo sistema affligga la competitività dei prodotti da esportare. Insomma; è come svuotare una tasca dai soldi che contiene per metterli nell’altra.

Il giusto intervento per sanare questa perversa patologia, sarebbe stato quello di limitare il debito verso l’estero, come tutti gli organismi finanziari internazionali avevano caldamente esortato a fare. Lo si poteva fare, semplicemente rinunciando – o quantomeno posticipando – la realizzazione dei progetti infrastrutturali più costosi e non di immediata necessità, ma il governo si è pervicacemente mostrato sordo a questi appelli, cosa che legittima il sospetto che tali appalti siano serviti a portare acqua al mulino dei pochi privilegiati che hanno la fortuna di sedere nel palazzo e poco si curano di chi vi è rimasto fuori.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

Fermato ghanese sbarcato a Cagliari con oltre quattromila pillole illegali per il sesso

Speciale Per Africa Express
Franco Nofori
Mombasa, 22 novembre 2018

Dev’essere proprio caduta in disgrazia l’immagine del latin lover italico se all’estero sono ora messe in dubbio la virilità e le qualità delle sue prestazioni amatorie, al punto da decidere di rifornirlo dei necessari supporti chimici per non creargli imbarazzi. Così ha fatto un cittadino ghanese trentanovenne che, sbarcato all’aeroporto di Cagliari Elmas il 19 scorso, si è presentato al controllo doganale dove sono state rinvenute nel suo bagaglio, varie scatole di farmaci per migliorare le prestazioni sessuali e dieci bombolette spray per mantenere la prestanza virile.

Alcuni farmaci di supporto all’attività sessuale

L’uomo, privo di prescrizioni mediche e di autorizzazioni, è stato denunciato a piede libero per tentata importazione illegale di farmaci. Il tutto, che oltre alle bombolette conteneva anche 4871 pillole blue e rosse, è stato sequestrato. Singolare il fatto che si trattava di farmaci non certamente prodotti in Ghana, giacché la maggior parte di prodotti di supporto alle attività sessuali, sono originati in Occidente, oltre che in India, Cina e Giappone.

“Gli italiani lo fanno meglio” è la scritta che compare sulla maglietta indossata da Madonna. Si tratta di un mito frantumato?

L’episodio lascia quindi intravvedere l’ennesimo traffico illecito che, come avviene per le armi e la droga, si sviluppa attraverso tortuosi itinerari che fanno capo all’Africa come centro di smistamento internazionale.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

Abdi, un capo della polizia in Kenya: “Silvia deve tornare a casa in 24 ore”

0

Speciale per Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi
21 novembre 2018

Silvia Romano, la ragazza catturata in Kenya ieri sera, tornerà a casa “in 24 ore”. L’ha promesso il capo della polizia di Chakama il villaggio, nella contea di Kilifi, a circa novanta chilometri a ovest di Malindi, dove è avvenuto il sequestro. “Abbiamo individuato i responsabili”, ha aggiunto Abdi Omar.

I rapitori della ventitreenne erano sicuramente somali, perché parlavano la lingua dell’ex colonia italiana. Ma potrebbero essere somali non di Somalia, ma di Kenya. Cioè potrebbero non essere shebab, i terroristi islamici che da anni insanguinano il Corno d’Africa, come era apparso in un primo tempo ma delinquenti comuni. Infatti nella zona di Chakama, dove la ventitreenne di Milano è stata sequestrata, oltre un secolo fa si è insediata la tribù somala degli Orma, pastori seminomadi che si muovono in cerca di corsi d’acqua. Vicino alla casa dove è stata rapita Silvia c’è il fiume Galana.

La casa dove è stata rapita Silvia Romano. Dietro due porte laterali ci sono dei negozi. la porta centrale si affaccia su un cortile dove c’è l’appartamento dove vive la ragazza

“Il rapimento è avvenuto intorno alle 8 di sera vicino a un gruppo di negozi dove Silvia abita in un piccolo appartamento – racconta ad Africa ExPress un testimone oculare – . Il commando è arrivato a piedi. Erano otto e vestivano come i somali e come gli shebab. Uno solo di loro parlava inglese. Sono entrati a colpo sicuro nella casa della ragazza. Lei si è messa a urlare chiedendo aiuto, l’hanno schiaffeggiata e portata via sparando all’impazzata per evitare che qualcuno potesse aiutarla. Sono rimaste ferite almeno cinque persone”.

Sono tutte ricoverate all’ospedale di Malindi. Una di esse, un ragazzino, è gravissimo e ha una pallottola conficcata nella testa.

Catturata Silvia, il gruppo si è allontanato verso il fiume Galana, ma, a debita distanza, sono stati seguiti. L’uomo che parlava inglese continuava a ripetere: “Dacci i soldi e noi ti lasciamo andare”. E lei rispondeva: “Non ho contanti il mio denaro è nel telefonino”. In Kenya, a differenza dell’Italia, sul cellulare si può avere un conto bancario che serve par pagare via internet ogni cosa, dalla merce nei negozi, alle bollette dei servizi, alle rate per pagare un’automobile o il mutuo.

Silvia Romano assieme ai ragazzi di cui si prende cura

“Purtroppo – continua il nostro testimone – il cellulare di Silvia era rimasto in casa. Il gruppo dei rapitori si è fermato qualche secondo a confabulare per decidere se tornare indietro a cercare l’apparecchio, ma poi ha deciso di continuare verso il fiume dove ad attenderli c’erano due piroghe. Si sono quindi allontanati coperti dall’oscurità della notte”.

La polizia è intervenuta immediatamente e il suo capo, l’ufficiale Abdi Omar, anche lui un orma, ha impartito un ordine severissimo: “Entro 24 ore Silvia deve tornare a casa”. Ha quindi sguinzagliato tutti i suoi agenti, bloccato le strade che portano in Somalia e chiesto a Nairobi due elicotteri (arrivati questa mattina) che stanno perlustrando dal cielo tutta la zona. Abdi ha confermato di aver individuato il commando.

Silvia Romano accanto ai uno dei tucul tipici delle comunità orma. Indossa un vestito masai

E’ bene notare che da Mogadiscio il comando degli shebab, interpellato da Africa ExPress, non ha voluto confermare né smentire il rapimento.

Chakama è sulla strada che da Malindi porta al parco Tsavo Est, frequentato dai turisti italiani che spesso, dopo aver passato qualche giorno al mare vanno a scoprire le bellezze naturalistiche e la fauna selvaggia, appunto nella riserva dello Tsavo. La camionabile 103, che unisce la città balneare al parco è in gran parte asfaltata e in buone condizioni, ma appena si esce dal manto stradale diventa una pista che è meglio percorrere con una 4×4. La zona è abitata soprattutto dalla tribù ghiriama. Ma negli ultimi decenni, molti kenioti dell’entroterra si sono trasferiti laggiù nel tentativo di colonizzare quelle terre.

L’entroterra di Malindi è particolarmente povero e depresso. La disoccupazione giovanile e non solo raggiunge livelli preoccupanti e i giovani hanno poche prospettive per il futuro. Da qui l’alto tasso di criminalità. In questo contesto i bianchi vengono visti come appetibili “dollari che camminano” e suscitano spesso sentimenti di invidia.

Per altro la criminalità spesso maschera le proprie azioni verniciandole di politica o di religione. Shebab e banditi si mescolano senza troppi scrupoli perché esercitare la violenza nel nome di Dio è più nobile dell’esercitarla per impadronirsi di un bottino.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

Immagini in esclusiva

Dal Nostro Archivio

Giovane volontaria italiana rapita in Kenya, si sospetta la responsabilità di Al Shabaab

Giovane volontaria italiana rapita in Kenya, si sospetta la responsabilità di Al Shebab

Dal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 21 novembre 2018

Non è ancora stato confermato, ma il sospetto è che si tratti dell’ennesima incursione delle formazioni terroristiche somale di Al Shebab e questa volta a farne le spese è stata una giovane volontaria italiana appena ventitreenne, Silvia Romano, che è stata rapita, creando profonda apprensione per la sua sorte. Dalle prime e frammentarie notizie, sembra che la ragazza fosse una studentessa che collaborava in forma temporanea con l’NGO italiana “Africa Milele”, con sede a Fano in provincia di Pesaro-Urbino, che opera prevalentemente nei territori a Nord-Ovest di Malindi.

I guerriglieri islamici di Al-Shabaab

Non è stato al momento possibile contattare l’NGO in questione, ma sembra che l’attacco sia avvenuto nella prima serata di ieri a Chakama, nella contea di Kilifi, a circa novanta chilometri di distanza a ovest della città di Malindi. Nel corso dell’azione, un numero imprecisato di assalitori, ha fatto irruzione nel villaggio di Galana Kulalu, sparando all’impazzata con armi automatiche e ferendo gravemente cinque persone, subito trasportate all’ospedale distrettuale di Malindi.

La casa dove è stata rapita Silvia Romano

Secondo quanto dichiarato da un abitante locale, l’italiana è stata rapita nella casa dove viveva in affitto nel villaggio di Chakama e mentre gli assalitori la trascinavano via, continuava a urlare per chiedere aiuto, ma è scomparsa poi con loro nella boscaglia oltre il fiume Galana. Uno dei ragazzi feriti è in condizioni critiche: ha un proiettile conficcato nella testa.

La zona commerciale di Chakama dove è avvenuta l’incursione terroristica

La zona in questione è già stata oggetto in passato di frequenti attacchi da parte sia dei guerriglieri di Al Shebab – la cui spietatezza è stata più volte dimostrata in molte e feroci esecuzioni – sia da semplici bande criminali, situazione, questa, che fa un po’ riflettere sul fatto vi sia una certa dose d’irresponsabilità da parte di quelle organizzazioni che mandano giovani volontari ad operare in aree ad alta pericolosità e il cui entusiasmo, unito ad una scarsa conoscenza della realtà africana, può mettere seriamente a rischio la loro incolumità.

Faremo seguito con altri approfondimenti appena possibile.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@FancoKronos1

Dallo schermo alla realtà: George Clooney smaschera un generale sud sudanese per riciclaggio

Dal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 21 novembre 2018

Il popolare attore americano George Clooney, idolo di molte giovani (ma anche meno giovani) signore, ha egregiamente interpretato, in molti dei suoi film, la parte dell’investigatore, ma questa volta ha deciso di uscire dalla finzione per cimentarsi nella realtà, dove il cattivo, di turno, da lui smascherato, è il generale James Hoth Mai, oggi in pensione, che per cinque anni, dal 2009 al 2014, è stato il comandante in capo del People’s liberation Army, le forze armate della più giovane e sventurata nazione africana: il Sud Sudan.

L’attore George Clooney mentre presiede una riunione della sua fondazione

Stando alle investigazioni svolte dall’organizzazione The Sentry, di cui l’attore e uno dei fondatori, l’ingordo generale nei cinque anni in cui ricopriva l’alto incarico, avrebbe fatto man bassa dei fondi pubblici sud sudanesi per assicurare una vita da cresi alla consorte e ai suoi due pargoli, a Melbourne, nella civilissima Australia, ben lontani dagli orrori del loro paese d’origine dove fame e massacri costituiscono la quotidiana odissea di gran parte della popolazione.

Veduta della città di Melbourne in Australia, dove il generale Mai ha riciclato il denaro sporco

I fatti in questione risalgono al 2016 quando la celebrità hollywoodiana, segnalò alle autorità di polizia australiane la sospetta appropriazione di fondi pubblici da parte del generale sud sudanese e il suo tentativo di riciclarli a Melbourne. Se ne parla oggi perché proprio in questi giorni l’AUSTRAC (Australia’s financial criminal intelligence agency) ha ottenuto dall’autorità giudiziaria il sequestro conservativo dei beni appartenenti alla famiglia di Hoth Mai che consistono in una lussuosa dimora a Melbourne, nel prestigioso quartiere di Narre Warren, pagata 1,5 milioni di dollari e due auto, un’Audi e una BMW, acquistate in contanti dal figlio ventiduenne e a lui intestate.

La lussuosa residenza della famiglia sud sudanese Mai a Melbourne

Ciò che più indigna la popolazione australiana è che la moglie e i due figli del generale, dopo aver ottenuto la residenza a Melbourne, si dichiaravano privi di occupazione – e quindi di reddito – vedendosi così riconoscere dal governo di Canberra, fin dall’anno 2006, un sussidio che ammonta in totale a ben 470 mila dollari, mentre, a spese del Paese ospitante vivevano in sfrenata agiatezza e in aperto spregio alle sofferenze dei concittadini nel loro Paese d’origine. Una manifestazione d’ingordigia davvero stupefacente.

La giovane figlia del generale James Hoth May si gode la BMW di famiglia in Australia

The Sentry è una NGO nata per iniziativa di George Clooney e dell’attivista per i diritti umani John Prendergast, che si propone di denunciare gli episodi di corruzione e di massacri etnici che avvelenano il continente africano. Nel farlo, si avvale di un efficiente staff investigativo ed esperto in questioni finanziarie che, come metodologia di lavoro, segue la direzione che prende il denaro, una volta abbandonato il Paese d’origine. Il Sud Sudan, di cui l’oggi cinquantasettenne attore originario del Kentucky, aveva fortemente sostenuto il processo d’indipendenza, resta uno dei Paesi africani su cui si concentra maggiormente il monitoraggio della sua organizzazione, piuttosto delusa di come questa così auspicata indipendenza, sia tristemente sfociata in un regime che favorisce il malgoverno e i massacri.

La strepitosa differenza delle condizioni di vita del popolo sud sudanese, rispetto a quelle della famiglia Mai

L’ineffabile generale Mai era andato a Melbourne nel 2014 e vi aveva costituito una società intestata al figlio, sui cui conti bancari, erano cominciate a confluire corpose rimesse di denaro provenienti da varie compagnie africane. Fondi che com’è stato accertato dalla polizia federale australiana, non sono mai stati utilizzati per svolgere alcuna attività. Per prevenire l’azione di sequestro la famiglia Mai aveva messo in vendita la proprietà a Narre Warren per la somma di 1,9 milioni di dollari, ma la recente decisione dell’autorità giudiziaria, ha congelato ogni operazione in merito.

L’ex generale sud sudanese James Hoth May

Al momento, il caso è ancora pendente, perché tramite il loro avvocato, la famiglia Mai si oppone al sequestro e assicura di poter dimostrare la legittima origine dei fondi utilizzati per le loro spese in Australia. Dimostrazione, questa, che appare alquanto improbabile, visto che mentre moglie e figli, per loro stessa ammissione, sono disoccupati e in quanto tali hanno addirittura ottenuto un pubblico sussidio, il Generale Hoth Mai, nei cinque anni di servizio percepiva uno stipendio annuo di 45 mila dollari. Somma strabiliante se messa a confronto con le condizioni di vita dei suoi concittadini, ma certamente inadeguata per costituire il patrimonio australiano che è stato accertato.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

Sudan, paramilitari ex janjaweed radono a zero i giovani “troppo moderni”

0

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 20 novembre 2018

Da diversi mesi i paramilitari di Rapid Support Force, gli ex janjaweed a servizio del governo del Sudan, noti per la loro ferocia, terrorizzano giovani e giovanissimi. Chi ha un taglio di capelli “poco ortodosso” viene fermato in strada e con la forza viene rasato a zero in pochi istanti. Generalmente gli RSF prendono di mira ragazzi che imitano la capigliatura di calciatori africani famosi nel mondo.

Questi fatti sono accaduti in diverse parti del Paese, anche in alcuni quartieri della stessa capitale Khartoum.

Taglio non gradito dagli RSF

Gli attivisti in difesa dei diritti umani hanno criticato energicamente “la rasatura forzata” su social media; alcuni hanno persino parlato di “atto di un terrorismo”, altri di “violazione della dignità umana”. E persino il capo della polizia della capitale, Ibrahim Osman, ha respinto ogni coinvolgimento dei suoi uomini in questa “campagna di rasatura dei capelli”, anzi, ha invitato i cittadini, vittime di questi atti, a denunciare subito tutto alla più vicina stazione di polizia.

Ma questi fatti erano già successi in precedenza. In agosto uomini delle forze paramilitari hanno rasato i capelli agli studenti delle scuole secondarie di Mellit, nel Nord Darfur. I residenti, terrorizzati, allora avevano chiamato questo scempio “campagna di rasatura”.

Nell’ottobre 2017 la stessa sorte è toccata ad una ragazzina del clan Mahameed, il cui leader è l’ex janjaweed Musa Hilal, arrestato un anno fa, perché critico con il governo di Khartoum.

A dicembre dello scorso anno decine di giovani e studenti sono stati rasati a zero nel Northern State del Paese, accusati di avere un taglio di cappelli non appropriato.

Molti dei membri di RSF facevano parte dei famigerati janjaweed, diventati famosi per le atrocità commesse in Darfur: i “diavoli a cavallo” (come li chiamava la popolazione civile) bruciavano i villaggi, stupravano le donne, uccidevano gli uomini e rapivano i bambini per renderli schiavi. Un ex leader dei janjaweed, Mohamed Hamdan Dagl, (detto Hametti), è ora comandante delle RSF, incaricati del controllo dei confini, a caccia di migranti, ma i paramilitari sono anche attivi nella guerra in Yemen. Il Sudan, infatti, fa parte della coalizione capeggiata dai sauditi.

Ragazzini sudanesi rasati a zero dai paramilitari RSF

Inoltre sono ancora molto attivi nel Darfur, dove proprio in questi giorni truppe dell’esercito e paramilitari degli RSF hanno attaccato il mercato che si svolge settimanalmente a Deribat (East Jebel Marra, Sud Darfur). Durante la loro incursione sono state uccise cinque persone, molti altri sono stati feriti. Testimoni oculari hanno raccontato che gli ex janjaweed avrebbero picchiato violentemente sia clienti che venditori, di cui hanno razziato le loro merci.

Si mormora che si sia trattato di una rappresaglia nei confronti dei civili dopo un’imboscata di miliziani di Sudan Liberation Movement (SLM-AW), tesa qualche giorno prima a truppe dell’esercito e gli RSF, durante la quale sarebbero morti diciassette soldati. Una vettura dei paramilitari sarebbe stata distrutta.

Nella prima parte degli anni Duemila la guerra del Darfur, scoppiata nel 2003, è stata sulle pagine di tutti i giornali e l’ONU ha inviato anche gruppi di investigatori che hanno confermato il carattere omicida delle milizie accusate di genocidio. Lo stesso presidente sudanese, Omar Al Bashir, salito al potere con un colpo di Stato il 30 giugno 1989, è stato incriminato dalla Corte Penale Internazionale per genocidio e crimini contro l’umanità. Contro di lui è stato spiccato un mandato di cattura.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Dal Nostro Archivio:

Darfur, continuano gli stupri e le violenze, ma l’occhio del mondo è lontano

Musa Hilal: Sudan’s renegade sheikh