Dal Nostro Corrispondente Franco Nofori Mombasa, 2 dicembre 2018
Li Gen, Li Xiaowu e Sun Xin, rispettivamente; responsabile del trasporto, dirigente per la sicurezza e membro dello staff ferroviario, sono comparsi lo scorso lunedì davanti all’alta corte di Mombasa, insieme a quattro colleghi africani, per rispondere dell’accusa di corruzione. La giovane linea ferroviaria, inaugurata poco più di un anno fa, che doveva esprimere l’orgoglio nazionale del Kenya, è invece franata nel vasto pantano della corruzione che sembra inghiottire ogni tentativo di sviluppo sostenibile dell’ex colonia britannica.
I tre cinesi arrestati per corruzione sul banco degli accusati del tribunale di Mombasa
I sette accusati, tutti alle dipendenze della SGR (Standard Gauge Railway) la nuova ferrovia ad alta velocità che collega la capitale Nairobi a Mombasa ed è gestita dalla CRBC (China Road and Bridge Corporation), avrebbero tentato di corrompere, con l’offerta di circa quattromila euro, alcuni funzionari governativi che indagavano su una pesante serie di ripetute malversazioni che avrebbero defraudato la compagnia ferroviaria di oltre ottomila euro al giorno.
L’Alta Corte di Mombasa
Il soprannome “Madaraka Express” attribuito alla nuova linea ferroviaria (madaraka in swahili, significa “potere” ndr.) voleva simboleggiare il comune intento nazionale di procedere con forza e determinazione verso il progresso, ma a quanto pare, anche questa volta, si è scoperto il doloroso abisso che separa gli intenti dichiarati dalle loro reali attuazioni. I fatti che i sette arrestati avrebbero tentato di coprire, sono avvenuti – stando alle accuse del procuratore Noordin Haji – nella stazione terminale di Miritini, nei pressi di Mombasa, dove attraverso una vasta collusione criminale, i cui accertamenti sono tuttora in corso, gli incassi derivanti dalla vendita dei biglietti, erano dirottati nelle tasche di funzionari infedeli.
L’ambasciata cinese a Nairobi
I tre cinesi, si sono dichiarati “non colpevoli” e tramite il proprio legale, Nelson Sitonki, hanno chiesto al presidente della corte, Julius Nang’eya, di ottenere la libertà su cauzione. A questa richiesta si è tenacemente opposta l’accusa esprimendo alla corte il rischio che gli imputati, una volta a piede libero, avrebbero potuto lasciare il Paese sottraendosi alla giustizia, visto che tra Kenya e Cina, non esiste (allo stato) un trattato di estradizione. Inoltre, sempre secondo l’accusa, c’è il rischio che, riottenuta la libertà, i tre possano interferire nelle investigazioni e inquinare le prove a loro carico.
Il terminale ferroviario di Miritini nei pressi di Mombasa dove avrebbero avuto luogo gli episodi di corruzione
Benché il difensore degli accusati, abbia proposto alla corte che i tre, ottenuta la libertà su cauzione, rimettano i loro passaporti nelle mani della giustizia e facciano quotidiano rapporto alla stazione di polizia del terminale ferroviario, dove loro stessi risiedono, venerdì scorso il giudice Nang’eya, ha respinto tale richiesta, accogliendo le tesi dell’accusa. I cinesi rimarranno quindi in custodia almeno fino alla prossima udienza fissata per il 10 dicembre. L’ambasciata cinese di Nairobi, da parte sua, ha mantenuto la necessaria equidistanza dall’evento, limitandosi a esprimere l’augurio che i propri connazionali siano trattati nel rispetto del diritto internazionale.
Speciale per Africa ExPress Angelo Turco
Milano, 1 dicembre 2018
I media annunciano in contemporanea che “due terzi degli utili delle multinazionali web sono tassati in Paesi a fiscalità agevolata” (si tratta di decine di miliardi), e che “l’Italia introduce un’imposta dell’1,5% sulle transazioni finanziarie superiori a 10€ effettuate verso Paesi extracomunitari attraverso i money transfer” (qualcosa come 60 milioni).
Una dissimmetria stridente. Se si vogliono raccogliere risorse attraverso la tassazione, si sa dove e come agire. Ma soffermiamoci sulla seconda segnalazione. Sconcerto? Indignazione? Compiacimento? Tutte reazioni possibili, a seconda del punto di vista. Eppure, ricondotta nell’alveo degli “immaginari migratori”, la notizia si rivela per quello che è: un puro gioco comunicativo.
Salvataggio di migranti africani nel Mediterraneo (Courtesy SOS Mediterranée)
L’emendamento della Lega al decreto fiscale parla urbi et orbi: dice ai migranti che “la pacchia è finita” e se ne devono fare una definitiva ragione; dice ad amici e avversari politici interni che la Lega tira dritto; dice all’Europa che l’inventiva italiana è viva e vitale e può arricchire a dismisura e i rozzi posizionamenti di Viségrad.
Di più, porta l’attacco al cuore di quella cultura dell’accoglienza, vasta e profonda, che nel nostro Paese ha radici antiche, sia religiose sia civili. Infine, tocco creativo da non sottovalutare, sfida il buon senso leghista. Le rimesse, infatti, sono il migliore “aiuto a casa loro” ed è certo che ogni euro sottratto spinge a favore della decisione migratoria nei Paesi d’origine.
Tutto questo, da un lato: una comunicazione muscolare, securitaria, dissuasiva. Dall’altro lato, sta il sacco vuoto. Vale a dire la sostanziale inefficacia del provvedimento, che avrà l’effetto di alimentare le reti carsiche della geografia finanziaria della migrazione.
I trasferimenti opachi, che in Italia ammonterebbero a circa un terzo del totale secondo stime ISTAT, sono già oggi, con buona probabilità, alquanto più cospicui. Aumenteranno. Con buona pace per coloro che indicano nell’emersione lavorativa e nella trasparenza economica dei fattori fondamentali per la comprensione e la gestione di un fenomeno così complesso come la mobilità internazionale.
Angelo Turco
angelo.turco@iulm.it
Angelo Turco è docente di Geografia Umana all’Università IULM
e curatore (con Laye Camara) del libro “Immaginari migratori”
Dal Nostro Corrispondente Sportivo Costantino Muscau
Milano, 30 novembre 2018
Hanno fatto il deserto intorno a sè. Nel deserto vero, in quello dell’Oman, i due fratelli berberi Rachid El Morabity, 36 anni, e Mohammed El Morabity, 26, hanno ribadito la loro superiorità nelle maratone desertiche. In una delle specialità sportive tra le più dure sulla faccia della terra, la Oman Desert Marathon, 165 chilometri in sei tappe, sono arrivati primo e secondo. Alle loro spalle si piazzata una star locale, Sami El Saidi. Tutti e tre hanno percorso la distanza nel tempo complessivo sotto le 15 ore.
Per la precisione Rachid ha impiegato 14 ore, 23 minuti e 42 secondi, il fratello Mohammed 3 minuti e 12 secondi in più , El Saidi 5 minuti. Tempi di percorrenza al limite dell’umano. Se ne intende meglio la portata se si entra nel dettaglio di questa maratona, che definire massacrante è un dolce eufemismo. La corsa , iniziatasi il 17 novembre e conclusasi giovedì 22, si fa in autosufficienza.
Il che vuol dire che ciascuno deve viaggiare con 8 – 10 chili di peso costituiti da cibo per almeno 2000 chilocalorie al giorno, sacco a pelo, bussola, pompa antiveleno, coltello, antisettico, specchietto per le segnalazioni, elettroliti in tavolette, fischietto, telo di emergenza, torcia con batterie e lampadine di ricambio, kit di pronto soccorso medico. L’acqua, meno male, è fornita da una efficientissima organizzazione ad ogni checkpoint, ad intervalli di circa 10 chilometri.
ll percorso è segnato circa ogni 500 metri e sono presenti molti punti di riferimento naturali che aiutano il concorrente a mantenere la direzione giusta.
Maratona nel Deserto dell’Oman
Il che, comunque, ha volute dire compiere 25 chilometri il primo giorno dal villaggio-oasi di Al Wasel vicino alla città di Bidiyah, dove inizia la spettacolare, meravigliosa distesa di dune che finisce sulla coste del Mar Arabico. Il secondo giorno i 120 partecipanti di 23 nazioni (fra essi una decina di italiani) hanno sudato per 20 km, il terzo per 28. Al quarto giorno (27 chilometri) gli atleti erano ridotti a 66. Il quinto giorno è arrivata la sfida più impegnativa: 42 chilometri in notturna, illuminati dalla stelle e dalle torce. L’ultima frazione quasi un riposo, 23 chilometri, con vista mare tanto sospirato da far pensare al grido di sollievo dei mercenari dell’Anabasi di Senofonte.
Rachid el Morabity
Sei tappe in altrettanti scenari in uno dei più affascinanti deserti del mondo fra sabbie rosse, dorate, bianche, qualche raro villaggio di beduini, qualche oasi, sulle orme delle antiche carovane. Ma faticosissime: “Sei giorni di sabbia, sabbia, e ancora sabbia, temperature fra i 20 e i 30 gradi, vesciche ai piedi….ma questa è la Oman Marathon Desert”, hanno commentato all’unisono i primi tre classificati. Entusiasta, ovviamente anche Said Al Hajiri, del National Program for the Promotion of Economic Diversification (Tanfeedh), l’ente organizzatore supportato dal Ministero del Turismo, che in questo modo intende promuovere lo sport in questo Sultanato a gestione paternalistico-familiare, ma bello, sicuro e senza fanatismi.
I più felici, comunque, restano i fratelli marocchini, che la maratona desertica ce l’hanno nel sangue. Sono nati a Zagora, sperduta e splendida cittadina di frontiera nella valle del fiume Draa, (zona sudorientale del Marocco), a ridosso del Sahara e sono delle leggende “ambulanti” nel cosiddetto mondo dell’Ultra-Trail (gare estreme, sia detto per i profani). Rachid ha vinto ben sei Marathons des Sables, gare di 240- 250 km in sei giorni. Il fratello seguendo le sue orme promette bene. Un anno fa circa ha dominato, per fare un esempio, l’Ultra Trail Mirage El Djerid, una corsa di 100 chilometri disputata a Tozeurì, in Tunisia, in meno di 9 ore! Mohammed ha vinto altre gare simili sempre in tandem col fratello maggiore.
Anche nella gara femminile in Oman il Marocco ha creato il deserto piazzando al primo posto Aziza Raji, vera stella dell’Ultra Trail, che ha bissato il successo del 2016
Nata 29 anni fa nella Valle delle Rose, tra Marrakesh e Ouarzazate, nel Marocco Orientale, a 14 anni decise di imitare cinque fratelli nella corsa. Era l’ottava di 10 figli, ma i grandi non la volevano fra i piedi, soprattutto perché era donna e i vicini storcevano la bocca nel vederla competere e allenarsi con i maschi. Lei, pur musulmana praticante, se ne fregò, e con l’appoggio dei genitori, si buttò sulla maratona. Ora è una stella internazionale nelle corse “sovrumane” e un modello nel suo polveroso villaggio di 600 anime, dove tutti vogliono imitarla per il coraggio dimostrato nello sport e nella vita.
Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus Firenze, 30 novembre 2018
La colpa di Germain Rukuki è stata di essere un difensore dei diritti umani e per questa ragione ha avuto una condanna pesantissima: 32 anni di prigione. Questo dopo aver passato oltre cinquecento giorni in detenzione arbitraria.
Rukuki, arrestato nel luglio 2017 a Bujumbura, è stato accusato di assassinio, distruzione di edifici pubblici e privati, ribellione, minaccia alla sicurezza dello stato e attacco all’autorità dello stato.
Germain Rukuki, attivista burundese per i diritti umani, condannato a 32 anni di prigione (Courtesy Amnesty International)
Cadute le accuse di assassinio e distruzione di edifici pubblici, davanti all’Alta Corte di Ntahangwa, è stato riconosciuto colpevole delle altre imputazioni. La sua unica colpa pare invece quella di aver fatto parte di ACAT-Burundi Associazione Cattolica per i Diritti Umani e contro Tortura e dell’Associazione dei Giuristi Cattolici (AJCB).
Dura presa di posizione di Amnesty International attraverso Joan Nyanyuki, responsabile per l’Africa orientale, Corno d’Africa e Grandi Laghi: “Il tribunale dovrebbe annullare la sua condanna e liberarlo immediatamente e incondizionatamente. Germain è stato processato e imprigionato semplicemente perché lavorava per un’organizzazione per i diritti umani”.
Rukuki, lo scorso giugno, dopo un intervento chirurgico aveva richiesto il rilascio provvisorio per poter ricevere cure mediche e riabilitazione. Ma fino ad oggi dalle autorità non è stata comunicata nessuna decisione.
Amnesty ha ricordato alle autorità burundesi che “hanno l’obbligo di prestare assistenza a Germain Rukuki mentre è sotto la loro custodia e devono assicurarsi di ottenere un trattamento completo per le sue ferite, comprese le necessarie cure post-operatorie”.
Appelli per annullare la condanna e per la sua immediata liberazione sono giunte anche dall’ong Frontline Defenders e perfino gli esperti ONU Clement Nyaletsossi Voulé e David Kane – senza successo – hanno esortato il governo del Burundi a lasciar lavorare i difensori dei diritti civili.
Pierre Nkurunziza, presidente del Burundi e la mappa dell’ex colonia belga
Ma Rukuki non è l’unico difensore dei diritti umani a subire il carcere nel piccolo STato africano. Aimé Constant Gatore, Marius Nizigama ed Emmanuel Nshimirimana, dell’associazione Parole e Azioni per il Risveglio delle Coscienze e l’Evoluzione delle Mentalità (PARCEM), l’8 marzo scorso, sono stati condannati a dieci anni di carcere.
Il 13 agosto Nestor Nibitanga, dell’Associazione per la Protezione di Diritti Umani e Persone Detenute (APRODH) è stato condannato a cinque anni di carcere. Sono tutti ritenuti colpevoli di “minacciare la sicurezza dello Stato”.
Nel 2015, nell’ex colonia belga, Pierre Nkurunziza, al potere dal 2005, presentandosi per la terza volta alle elezioni presidenziali è stato accusato di violare la Costituzione che prevede solo due mandati.
Ha ridotto lo spazio civico e stroncato l’opposizione ed è stato eletto il 21 luglio 2015 con elezioni giudicate dall’ONU non credibili per l’assenza di osservatori internazionali ai seggi.
Dopo l’elezione di Nkurunziza, la Corte Penale Internazionale aveva aperto un procedimento nei confronti del Burundi per crimini contro l’umanita sulle violenze del 2015. Nel 2016 il parlamento del Burundi ha votato a maggioranza l’uscita dalla CPI.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes Quartu Sant’Elena, 29 novembre 2018
Sono passati quasi due anni dalle ultime elezioni presidenziali che hanno portato alla sconfitta di Yahya Jammeh, il dittatore che ha dominato la scena politica del Gambia per ventidue anni. Il suo avversario, Adama Barrow, aveva raccolto 43,3 per cento delle preferenze, pochi punti in più della vecchia volpe, ma sufficienti per mandare a casa il despota.
Non è facile rimettere in piedi un Paese dopo anni di terrore. Jammeh ha lasciato una pesante eredità: una gestione dei fondi pubblici, finalizzata soltanto all’arricchimento di se stesso, della sua famiglia e di quella dei suoi più stretti collaboratori. Prima di partire per l’esilio in Guinea Equatoriale il despota ha svuotato quasi completamente le casse della ex colonia britannica.
Yahya Jammeh a destra, e Adama Barrow
Per cercare di saldare parzialmente l’enorme debito pubblico, l’esecutivo di Barrow, una volta insediato, ha messo subito in vendita aerei e automobili di lusso acquistati da Jammeh durante la sua lunga tirannia.
La comunità internazionale è venuta in aiuto di Banjul. La scorsa primavera l’Unione Europea ha stanziato altre cifre consistenti in aggiunta a quelle già erogate all’inizio del 2017, subito dopo l’insediamento del muovo presidente. Parigi, durante la visita del ministro degli Esteri Jean-Yves Le Drian, all’inizio di questo mese, ha messo a disposizione trenta milioni di euro per finanziare progetti agricoli e di accesso all’acqua potabile .
Ora, dopo due anni, buona parte della popolazione vive ancora in miseria. E’ il motivo per cui molti giovani scappano in Libia per raggiungere attraversare il Mediterraneo. Un sogno che termina quasi sempre nelle miserabili e disumane galere libiche, dove di umano è rimasta solo la sofferenza dei migranti. Per alcuni di loro si prospetta il ritorno “volontario”. E chi riesce ancora ad imbarcarsi non sa se giungerà mai a destinazione o se sarà riconsegnato ai suoi aguzzini.
Lager libico
L’economia del Gambia stenta a risollevarsi, la forte disoccupazione, i cambiamenti climatici spingono i giovani a lasciare la propria terra. Scappano, ma spesso sono costretti a tornare, dopo mesi, a volte anni, trascorsi in Libia. Rientrano a mani vuote e per ricominciare i sogni non bastano.
E chi ce l’ha fatta, una volta arrivato in Italia trova molte difficoltà. Ora, che l’ex colonia britannica è sulla strada verso la democrazia, ai più viene negato il permesso di soggiorno. Tragedia nella tragedia, come il ventiduenne gambiano che si è suicidato poco più di un mese fa in provincia di Taranto. Da un lato voleva ritornare a casa, dall’altra temeva di essere additato come fallito una volta rientrato.
Barrow durante l’ultima assemblea generale al Palazzo di Vetro a New York ha sottolineato che il suo Paese è riuscito a ristabilire la democrazia e lo Stato di diritto. In quell’occasione il leader gambiano ha presentato anche il piano di sviluppo nazionale 2108-2021, volto a incrementare la produzione agricola, la costruzione di infrastrutture e naturalmente la creazione di posti di lavoro.
Certamente sono stati fatti molti passi in avanti, ma molte lacune sono ancora da colmare. Lo ha sottolineato anche il Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite nel suo rapporto del 30 agosto 2018.
Nella loro relazione gli esperti hanno evidenziato che le donne sono ancora poco presenti nella vita pubblica. Molto dipende dal sorprendente basso tasso di alfabetizzazione delle ragazze e ciò nuoce gravemente alla consapevolezza dei loro diritti. Il Gambia è ancora una società patriarcale, ICCPR chiede che lo Stato intervenga in modo incisivo sui ruoli che la società attribuisce agli uomini e alle donne. Inoltre viene richiesta l’applicazione della legge che vieta i matrimoni alle minorenni. Anche le mutilazioni genitali femminili sono ancora molto diffuse. La commissione consiglia di sensibilizzare la popolazione, in particolare i capi tradizionali e i leader religiosi, sulle gravi conseguenze di queste pratiche. Inoltre sono ancora troppo diffuse le violenze sulle donne, specie in abito domestico.
Ousman Sanko, ex ministro degli Interni del Gambia
Secondo il Comitato lo Stato deve assolutamente abrogare tutte le disposizioni che permettono l’impunità generale e controllare che tutti, nessuno escluso, rispondano delle proprie azioni, compreso il presidente.
Nel fascicolo si precisa della necessità di aprire quanto prima le inchieste sui crimini commessi durante il passato regime, come le sparizioni e le esecuzioni extragiudiziali.
Tra gli accusati c’è anche Ousman Sonko, ex ministro degli Interni di Jammeh. Destituito nell’autunno 2016, qualche mese prima delle elezioni, è stato una figura chiave durante il regime ed è ritenuto responsabile di torture, sparizioni, omicidi arbitrari, nonché di esecuzioni capitali. Scappato dal suo Paese (lui sì in aereo e non su un barcone), nel gennaio 2017, ha chiesto asilo politico in Svizzera.
La Confederazione elvetica ha aperto un’inchiesta nei suoi confronti e così Sonko da richiedente asilo è diventato imputato. Attualmente si trova in detenzione provvisoria almeno fino a gennaio 2019. Sul “vice tiranno” pende un’accusa di crimini contro l’umanità, ma come se niente fosse, ha osato chiedere l’assistenza legale gratuita e la traduzione di tutti gli atti in inglese, a spese dello Stato.
Jammeh è stato al potere per ventidue anni. Prima l’ha “conquistato” con un colpo di Stato nel 1994, poi è stato rieletto una prima volta nel 1996 grazie a “libere e democratiche elezioni”, chiaramente truccate. Si dice che battezzato dai genitori si sia anche convertito all’islam, ma solo per ottenere più consensi, visto che la maggior parte della popolazione è musulmana. Il suo regime è stato accusato di tutte le ignominie possibili: arresti illegali, morti sospette, accanimento contro i media, violazione dei diritti fondamentali dell’uomo e repressione verso i difensori di quei diritti per non parlare del suo odio atavico verso gay e lesbiche.
Il Gambia è una lingua di terra, un’enclave all’interno del Senegal e conta solamente 1,849.000 abitanti. E’ anche un Paese di transito per migranti. Nel luglio del 2005 sono sparite nel nulla oltre cinquanta persone provenienti dall’estero e dirette verso l’Europa. Tra loro c’erano nigeriani, senegalesi, ivoriani e quarantaquattro ghanesi. Tutti quanti ammazzati in Gambia in circostanze poco chiare. L’ex dittatore dovrà rispondere anche di questi morti.
Speciale per Africa Express Franco Nofori Torino, 28 novembre 2018
I fatti di cui i due giganti del settore petrolifero sono accusati, risalgono al 2011, ma solo lunedì scorso un dettagliato rapporto dell’organizzazione internazionale Global Witness, ha rivelato che, causa la corruttela che ha caratterizzato gli accordi tra le compagnie petrolifere e l’omonimo dicastero del Paese africano, il Tesoro di quest’ultimo è stato defraudato di ben sei miliardi di dollari, in pratica, più ancora della quota di profitto cui la Nigeria avrebbe avuto diritto, per aver concesso la licenza di estrazione del greggio nel proprio territorio.
La sede centrale dell’ENI nel quartiere EUR di Roma
Le indagini sul malaffare si erano concluse lo scorso anno, evidenziando che l’italiana Eni e l’anglo olandese Shell, avevano versato al governo nigeriano la somma complessiva di 1,3 miliardi di dollari per avere accesso alle esplorazioni nei suoi fondali marini, ma benché tale somma risultasse registrata a credito del governo nigeriano, la stessa era stata versata alla società Malabu Oil and Gas il cui proprietario era l’ex ministro petrolifero della Nigeria, Dan Etete e non un solo centesimo era finito nelle casse del Tesoro nazionale.
L’ex ministro nigeriano per il petrolio (a destra) Dan Etete
L’Eni e la Shell sono ora inquisite presso il tribunale di Milano per corruzione ai danni di un Paese emergente, con l’accusa di essere state a conoscenza del fatto che le somme da loro pagate, non avrebbero beneficiato la Nigeria, ma esclusivamente il suo corrotto ministro. Alla sbarra sono chiamate le più alte cariche delle due compagnie petrolifere, insieme ai loro funzionari che avevano condotto le trattative con l’infedele capo del dicastero nigeriano. Sia l’Eni, sia la Shell hanno però negato ogni addebito, rigettando le accuse e presentando tesi difensive che li vedrebbero del tutto estranee alle stesse.
In un’intervista rilasciata alla statunitense CNBC, un portavoce della Shell ha laconicamente riferito: “Poiché la questione è davanti al tribunale di Milano, non riteniamo al momento appropriato, rilasciare dichiarazioni, ma riconfermiamo che gli accordi tra noi, l’Eni e il governo federale nigeriano, sono state condotte in modo assolutamente corretto”. A questa voce si è aggiunta quella del vice-presidente della Shell, Frans Everts, che riferendosi al rapporto della Global Witness, ha detto: “Contestiamo le vostre conclusioni e i conseguenti addebiti a nostro carico. Il vostro rapporto si basa su metodologie superficiali che non tengono conto degli elementi oggettivi che hanno caratterizzato gli accordi con le autorità nigeriane”. Insomma, molte pompose parole per dire nulla.
Operai al lavoro presso una raffineria della Shell in Nigeria
Sulle stesse posizioni si è schierata l’Eni. “La Global Witness– ha detto un suo portavoce – non ha tenuto in alcun conto il ritorno del 50 per cento dello sfruttamento petrolifero in favore del governo nigeriano e basterebbe questo fatto per far definire del tutto infondata la loro analisi”. La replica della Global Witness non si è fatta attendere: “Abbiamo tenuto conto di tutto – afferma una loro nota –. Il fatto è che le dichiarazioni dell’Eni e della Shell appaiono futili. Che senso ha sostenere che hanno trattato con il governo nigeriano quando i soldi versati a fronte di tali accordi sono finiti sul conto di altri?”
I livelli di estrema povertà e degrado in cui vive gran parte della popolazione nigeriana
Fino al momento in cui scriviamo, il governo nigeriano, non ha voluto rilasciare alcun commento circa le imputazioni promosse dalla giustizia italiana e questo atteggiamento rende ancora più inquietante lo scenario del tutto visto che il Paese, benché sia il maggior produttore di petrolio del continente africano, ha una popolazione che versa in condizioni di estrema povertà. Forse il ministro Etete non era – a livello governativo – il solo beneficiario del denaro sottratto alla cassa di stato? L’augurio è che il procedimento in atto riesca presto a dipanare la matassa, individuando ogni responsabilità in merito.
L’amministratore delegato ENI, Claudio Descalzi. Uno degli inquisiti dal tribunale milanese
L’apertura del procedimento in corso presso il tribunale di Milano, si basa su indagini condotte da agenti dell’M16 britannico e dell’FBI americano. L’ex ministro nigeriano Dan Etete era già stato, inoltre, dichiarato colpevole da un tribunale francese per non aver saputo spiegare la provenienza del denaro da lui usato per l’acquisto, nel Paese transalpino, di un intero castello e di un lussuoso yacht, oltre ad essere stato trovato in possesso di una cassa contenente denaro contante in banconote da 100 dollari, il cui peso superava le cinque tonnellate.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I.Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 27 novembre 2018
Venerdì scorso, Emmanuel Macron, presidente francese ha annunciato: “La Francia restituirà ventisei opere a Cotonou” (la capitale della ex colonia francese è Porto Novo, ma la sede del governo è a Cotonou).
Era nell’aria da tempo, ma in Benin si attendeva con impazienza l’annuncio ufficiale. Già l’anno scorso Macron si era espresso con queste parole: “L’eridità culturale africana non deve rimanere prigioniera nei musei europei”. Un chiaro messaggio che qualcosa si stava muovendo.
Il presidente aveva formato un gruppo di esperti costituito dalla francese Bénédicte Savoy, specializzata in storia dell’arte e dallo scrittore senegalese Felwine Sarr, affidando loro il compito di esaminare le opere africane presenti nei musei del Paese. I due esperti hanno presentato le loro conclusioni venerdì scorso all’Eliseo.
Alcune preziose opere antiche del Benin
Durante il periodo coloniale, il Benin è stato derubato di molti dei suoi tesori culturali. Nel 2016 il governo beninese aveva fatto una richiesta ufficiale per la restituzione delle preziose opere. Prima di allora nessuna ex-colonia dell’area sub sahariana aveva avanzato una tale rivendicazione.
Si tratta di oltre cinquemila pezzi, i più preziosi sono esposti nel museo Quai Branly, altri si trovano in diverse collezioni private. Sono per lo più di statue antropomorfe degli ultimi re di Abomey, dinastia che regnava nel Benin fino alla fine del XIX secolo, chiamato allora il regno di Dahomey. Anche altri pezzi, di immenso valore, come scettri, troni e porte sacre del palazzo reale sono stati saccheggiati dal generale Dodds, a capo delle truppe che hanno conquistato il Paese tra il 1892 e 1894.
Secondo alcuni esperti del settore, attualmente l’ottanta per cento del patrimonio artistico africano è fuori dal continente. Le collezioni pubbliche francesi raggruppano oltre novantamila oggetti dell’area sub-sahariana.
Un primo passo è stato fatto. Ora torneranno finalmente a casa almeno i primi ventisei pezzi delle preziose opere. Ma la restituzione del patrimonio artistico africano ha diviso gli ambienti artistici e intellettuali parigini: per alcuni si tratta di un avvenimento storico, per altri un’aberrazione. Il più critico è l’ex ministro della Cultura, Jean-Jacques Aillagon, che non apprezza la restituzione delle collezioni africane e difende con veemenza il carattere universale dei musei francesi.
Le amazzoni di Dahomey
Altri, invece, si interrogano sullo stato di conservazione delle opere una volta ritornati nei Paesi d’origine. Ma le autorità del Benin hanno assicurato che alcuni nuovi musei sono in corso d’opera e stanno per essere completati, altri musei già esistenti sono in fase di restauro. Attualmente la ex colonia francese dispone di sei musei nazionali, il più emblematico tra questi è il museo storico di Abomey, che dal 1985 è iscritto nella lista dei patrimoni dell’UNESCO. Il sito si estende su quarantottomila ettari e comprende diversi palazzi reali, ma necessita di urgenti restauri.
Nel 1685 Abomey, fondata dalla popolazione fon, è diventata la capitale del Dahomey, uno dei regni più importanti dell’Africa occidentale. Dal diciasettesimo fino al diciannovesimo secolo i dodici re che si sono susseguiti fino al 1900, hanno fatto costruire palazzi, realizzati in materiale tradizionale. Anticamente la città era circondata anche da un muro costruito di fango.
Non bisogna dimenticare che i fon sono stati anche grande commercianti di uomini; la ricchezza e il potere di Abomey era dovuta sopratutto alla tratta degli schiavi che praticavano in cambio di armi. Infatti Dahomey sorge proprio sul luogo tristemente chiamato “Costa degli Schiavi”.
Nel 1892 la città è stata parzialmente distrutta da un terribile incendio, appiccato da Behanzin, l’ultimo sovrano del regno, prima di cedere la città ai francesi. Behanzin era stato incoronato nel 1800 anno che coincide con l’espansione coloniale francese nel Dahomey. Per contrastare l’invasore, il re aveva formato un esercito di venticinquemila uomini e truppe speciali, composte da cinquemila donne, le Amazzoni. Erano intoccabili e vergini giurate. Si identificavano con il nome di “N’Nonmiton”, tradotto in italiano “nostre madri”. Erano armate di moschetto olandese e di machete e decapitavano velocemente le loro vittime. Venivano reclutate ancora bambine, tra gli otto-nove anni. Se un francese tentava di avvicinare una delle amazzoni, il giorno dopo lo si trovava morto nel suo letto.
Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus Firenze, 27 novembre 2018
Il terrorismo jihadista nel nord del Mozambico continua a uccidere nei villaggi isolati. Giovedì scorso, 22 novembre, un ennesimo attacco del gruppo, che i mozambicani chiamano al Shebab, ha seminato morte e distruzione in un villaggio di Cabo Delgado, nell’estremo nord dell’ex colonia portoghese.
Uomini armati di machete, durante la notte, sono entrati a Chicuaia Velha, nel distretto di Nangade, a pochi km dal confine con la Tanzania, e hanno massacrato almeno dodici persone a colpi di machete e coltelli.
Villaggio distrutto nella provincia di Cabo Delgado, nord del Mozambico
A coloro che non aprivano la porta i terroristi hanno incendiato la casa distruggendo una quarantina di abitazioni dentro le quali ci sono stati morti e feriti. Alcuni testimoni hanno raccontato ai media locali che, tra le vittime, la maggior parte sono donne e bambini.
Al momento dell’attacco il villaggio non aveva alcuna protezione delle forze di sicurezza mozambicane. Fonti locali raccontano anche di un altro attacco jihadista, sempre con il machete, il giorno precedente: erano state uccise due persone che lavoravano nei campi.
Gli attacchi jihadisti a Cabo Delgado sono iniziati nell’ottobre 2017 con l’assalto a due posti di polizia. Sono continuati poi a villaggi indifesi causando oltre un centinaio morti, molti dei quali decapitati.
Nell’ultimo mese, secondo il giornale online Club of Mozambique, ci sono stati tre attacchi attribuiti ad al Shebab, con venti morti e una cinquantina di case distrutte.
La zona degli ultimi brutali attacchi jihadisti è al centro di un’area strategica per il Mozambico. A un centinaio di chilometri a est c’è il complesso industriale offshore di Palma, dove si trova il più grande giacimento di gas naturale del Paese e vi operano ENI/ExxonMobil e la texana Anadarko.
Mappa del Nord Mozambico con il distretto di Nangade e le aree strategiche (Courtesy Google Maps)
Dalla parte opposta, 150km a ovest, c’è la una delle Niassa Hunting area mentre a circa trecento km a sud del distretto di Nangade è situato il più grande giacimento di rubini del mondo.
Nel maggio scorso, nella capitale Maputo, è stata presentata un’indagine sull’estremismo islamico in Mozambico di João Pereira e Salvador Forquilha dell’Università di Maputo con il leader religioso islamico Saide Habibe.
Lo studio ha rivelato che parte dei fondi delle cellule eversive jihadiste che operano a Cabo Delgado provengono da contrabbando di avorio, rubini e legno pregiato.
Questo business, soprattutto dell’avorio, è sotto il controllo di élite tanzaniane, somale e keniote in collegamento con imprenditori cinesi e vietnamiti dei quali le autorità mozambicane non riescono a individuare le tracce.
Robert Mugabe, novantaquattro anni, che come presidente ha dominato la scena politica dello Zimbabwe per oltre trent’anni, è gravemente ammalato. E’ ricoverato da due mesi in un ospedale a Singapore. e non è nemmeno in grado di camminare. Malgrado la sua malattia, farà ritorno ad Harare la prossima settimana. Lo ha fatto sapere Emmerson Mnangagwa, il presidente attuale, che ricopre l’incarico dal novembre dello scorso anno, dopo l’uscita di scena dell’anziano ex leader costretto alle dimissioni dopo un colpo di Stato dell’esercito. Mnangagwa ha vinto le elezioni che si sono tenute il 30 luglio di quest’anno, con il 50,4 delle preferenze.
Robert Mugabe, ex presidente dello Zimbabwe, sofferente
Durante un comizio del partito al potere, The Zimbabwe African National Union – Patriotic Front (ZANU–PF) a Murombedzi, villaggio natale di Mugabe e che dista un centinaio di chilometri dalla capitale, il presidente ha riferito un paio di giorni fa che il suo predecessore tornerà a casa per la fine del mese. E ha aggiunto che sarebbe dovuto far ritorno nel Paese già a metà ottobre, ma le sue precarie condizioni di salute lo avrebbero costretto a prolungare il soggiorno a Singapore, città Stato nel sud-est asiatico. Non è dato sapere di quale patologia sia affetto l’anziano ex leader.
Negli ultimi anni Mugabe si era recato diverse volte a Singapore per controlli medici.
Noi giorni sorsi in Zimbabwe, a Masvingo, città nella parte sudorientale del Paese, nei pressi del sito archeologico “Great Zimbabwe”, c’è stato un incidente aereo in cui sono morte cinque persone, quattro dei quali erano finlandesi. E’ probabile che stessero andando ad una battuta di caccia grossa.
Incidente aereo nello Zimbabwe
Sulla lista dei passeggeri dell’aereo privato figuravano i nomi di due manager di alto profilo di due grandi società di Helsinki, mentre gli altri due erano un avvocato e un esperto in tecnologie. La quinta vittima è il pilota dell’aereo. Il portavoce della polizia, Paul Nyathi, ha comunicato che vicino al luogo dell’incidente sono state trovate i passaporti e le carte di identità dei quattro finlandesi.
Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus Firenze, 25 novembre 2018
Seconda parte dell’intervista ad Angelo Turco e Laye Camara, curatori del volume “Immaginari migratori” pubblicato da Franco Angeli editore.
Qual è il costo di un viaggio per l’Europa e quanto tempo impiega un migrante ad arrivare?
Turco: Abbiamo stimato che ad ogni migrante partire costa da 1.500 a 5.000 euro ma facciamo una media di 3.000 euro. Se per esempio parte da Conakry (capitale della Guinea ndr) ci vogliono tra due e tre anni. Se finisce i suoi primi 1.500 euro deve poi trovare da lavorare. E viene sfruttato, sottopagato oppure derubato o violentato.
Quel capitale che il migrante si è portato dietro e che arriva fino a tremila euro ha lo stesso valore che in Europa?
Camara: Questo concetto è molto importante. Il valore di quel denaro, di quel capitale africano è molto più elevato della stessa cifra in Europa.
Turco: Facciamo una media di 3.000 euro a migrante e moltiplichiamo per i 100 mila senegalesi partiti dal loro Paese. Diventano 300 milioni di euro: è un investimento finanziario di “over accumulation”.
L’Africa perde i suoi figli migliori – Fotogramma del booktrailler “Immaginari migratori”
Camara: In Guinea abbiamo fatto un’indagine sullo stanziamento di 43 miliardi di euro di questo “Piano Marshall”. Per la Guinea ci sono 60 milioni di euro per mettere in piedi dei progetti di aiuto ma il problema è il contenuto che viene dato a questi progetti.
Sono chiamati la “main d’oeuvre a haute intensité” (mano d’opera ad alta intensità). Viene dato del lavoro alle persone per un periodo che va da una settimana a un mese e viene dato loro del denaro per nutrire la famiglia. Tutto questo non porta a niente.
L’UE in Africa ha interesse a investire nelle infrastrutture e nelle vie di comunicazione: internet veloce, linee elettriche, ferrovie, autostrade…
Camara: Agli africani interessa la formazione. Abbiamo preso contatto con vari governi europei e con l’ambasciata d’Italia e abbiamo chiesto di cercare di adeguare la formazione alla situazione esistente in Africa per permettere a questi ragazzi di lavorare nel loro Paese.
Con la Fondazione IULM, in collaborazione con alcune università africane, abbiamo creato dei master sul tema dell’imprenditorialità innovativa. In questo modo possiamo creare imprenditori che possono creare lavoro in Africa.
“Fermare l’immigrazione dall’Africa”, “sono troppi”, “non possiamo accogliere tutti” sono slogan che si sentono sempre più spesso in Europa e in Italia. Cosa si può fare?
Michelangelo Merisi da Caravaggio, Le sette opere di misericordia corporale, 1606-1607, Napoli, Pio Monte della Misericordia
Turco: La migrazione va regolamentata ma sappiamo che fare una legge non significa aver risolto il problema. È necessario invece fare una serie di leggi sostenibili per le spinte che vengono da quei Paesi ma anche per la capacità che abbiamo noi di farle rispettare. Leggi che devono fare i conti con la cultura italiana che è profondamente aperta all’accoglienza dell’ “altro”.
Sto parlando della tradizione cattolica con le Opere di misericordia: dar da bere agli assetati; dar da mangiare agli affamati; vestire gli ignudi; alloggiare i pellegrini.
C’è anche una tradizione di solidarismo laico molto importante nel nostro Paese: è stato chiamato Solidarismo socialista, Società di mutuo soccorso. C’è un’attenzione solidaristica che lavora nella nostra cultura e che non può essere calpestata.
Come è possibile, nella pratica, fare arrivare i migranti in modo “gestibile”?
Turco: La migrazione è un problema per il continente africano. Ogni migrante che sbarca in Sicilia è una perdita di capitale umano per l’Africa. Stanno arrivando da noi i suoi figli migliori.
Da una parte dobbiamo pensare a un Piano Marshall che sia adeguato all’Africa con un investimento per il lungo periodo sulla sicurezza, sulla politica, sulla democrazia, tutti valori nostri.
Abbiamo fatto qualche calcolo sull’investimento necessario: 20 miliardi di euro all’anno per un periodo di 10 anni. Duecento miliardi di euro sono una cifra che non non può essere spesa singolarmente dalla Spagna o dalla Francia oppure dall’Italia. Deve essere un intervento europeo.
Questo denaro deve essere investito in Africa per creare opportunità di vita e di lavoro per gli africani ed è necessario intercettare il denaro africano che attualmente viene investito sulle migrazioni, quei famosi tremila euro a migrante. Queste cifre sono un problema primario per gli africani che perdono i loro capitali.
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