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Immaginari migratori: la formazione è strategica, in Africa mancano le competenze

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 10 dicembre 2018

Terza e ultima parte dell’intervista ad Angelo Turco e Laye Camara, curatori del volume “Immaginari migratori” pubblicato da Franco Angeli editore.

Parlano di formazione e di competenze, di democrazia in Africa e di globalizzazione, di problemi etnici, di corruzione e di potere politico.

Come si fa ad essere sicuri che l’immenso flusso di denaro dell’EU non vada a finire nelle tasche dei governi corrotti africani?

Turco: È necessario creare delle partnership e bisogna avere dei partner formati. Ecco perché la formazione è strategica. In ogni Paese africano si possono formare cinquanta persone che possono diventare nostri partner nell’attivazione e gestione di questo meccanismo. Dobbiamo fare in modo che quelle risorse umane servono all’Africa. Oggi in in quel grande continente non ci sono le competenze.

Emiciclo del Parlamento europeo (foto © Sandro Pintus)
Emiciclo del Parlamento europeo. Nel 2017 ha proposto un “Piano Marshall” per l’Africa (foto © Sandro Pintus)

La tentazione che un politico faccia gli interessi del suo gruppo etnico anziché dell’intera nazione è forte. Come si può cambiare questa forma di gestione del potere?

Turco: Si cambia con un accordo chiaro su un punto specifico: il criterio di misura rimane la competenza, non l’appartenenza etnica, religiosa o lo status di genere. Dobbiamo mettere gli africani in condizioni di competere sui mercati globali. Come fanno gli informatici e i matematici indiani che vanno sul mercato di Londra. Questo è il lato positivo delle globalizzazione.

È quindi necessario fare degli accordi, su una griglia, con persone competenti che hanno esperienza di Africa perché spesso vengono fatti programmi a tavolino, senza avere conoscenza del continente africano.

Dagli entusiasmi delle indipendenze dal colonialismo, in Africa la democrazia è andata via via sostituendosi con dittature o governi molto corrotti e poco democratici. L’intellettuale sudafricano Prince Mashele scrive che ai governi africani la democrazia non interessa e preferiscono un popolo ignorante perché è più governabile. Laye Camara, come africano che conosce anche l’Europa, come vede questa situazione africana?

Camara: In Africa il dibattito sulla democrazia è aperto. È un vero problema perché il mio continente ogni giorno sta facendo passi indietro. Anche nel mio Paese il presidente (Alpha Condé, ndr) ex docente di Scienze politiche all’Università della Sorbona a Parigi, sta cercando di modificare la costituzione eliminando il limite dei due mandati presidenziali.

Turco: Questo fatto è particolarmente rilevante perché questo presidente è di formazione europea. Sa bene ciò che dovrebbe fare e non fare riguardo ai diritti democratici in un Paese.

Mappa della Guinea e il presidente guineano Alpha Condé
Mappa della Guinea e il presidente guineano Alpha Condé

Camara: È importante non dimenticare la realtà africana che è composta di varie etnie. Alpha Condé prima di arrivare al potere pensava di superare questi problemi ma si è trovato all’interno della realtà etnica della Guinea, più forte di ciò che aveva immaginato.

È possibile evitare che un capo di stato pensi solo agli interessi della sua etnia anziché agli interessi di tutto il Paese?

Turco: La Nazione mandinga con i suoi 11 milioni di abitanti è estesa tra vari Paesi dell’Africa occidentale. Se abbiamo bisogno di un contenitore, può essere utilizzato uno Stato pluri-nazionale e all’interno di questo è possibile mantenere accordi. Un esempio di successo è stato quello dell’impero di Sundjata formato da stati pluri-nazionali (Guinea settentrionale, Costa d’Avorio e Mali nel XIII sec., ndr).

Oltre al Diritto internazionale pubblico esiste anche un Diritto internazionale privatistico costituito dall’insieme delle norme che regolano i rapporti tra soggetti non-statuali, per esempio tra imprese.

Sottrarre il potere a una logica troppo localistica significa mantenere l’apertura internazionale e rafforzare le economie locali per fare in modo che questa apertura sia la seconda garante della tenuta delle istituzioni democratiche.

Stava accennando alla Nigeria…

Mappa delle etnie della Nigeria
Mappa delle etnie della Nigeria

Turco: In Nigeria, da una ventina di anni esiste un accordo per avere una rappresentanza multietnica al potere. Se il presidente è un uomo del Nord, musulmano, il vice-presidente deve essere un uomo del Sud, cristiano, di etnia ibo o yoruba e viceversa. Ma la rivoluzione vera è che, non potendo fare una democrazia parlamentare, vanno riviste le istanze della rappresantività.

Si è parlato tanto dei vantaggi della globalizzazione. È andata solo a favore dei Paesi ricchi a discapito di quelli poveri e l’Africa ci ha rimesso…

La globalizzazione è un patto che deve essere trasformato da elemento di sfruttamento dei più deboli a elemento di forza. Dobbiamo fare in modo che quelle risorse umane africane rimangano in Africa e che servano gli interessi dell’Africa. Per fare tutto questo abbiamo bisogno di africani competenti.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter: @sand_pin
(Fine – 3/3)

Crediti immagini:
– Mappa della Guinea
Di CIA – University of Texas Libraries, Perry-Castañeda Library Map Collection: CIA World Factbook 2002 – Country MapsThis image is a copy or a derivative work of guinea_sm02.gif, from the map collection of the Perry-Castañeda Library (PCL) of the University of Texas at Austin.This tag does not indicate the copyright status of the attached work. A normal copyright tag is still required. See Commons:Licensing for more information., Pubblico dominio, Collegamento
– Alpha Condé
Di U.S. Department of State – https://www.flickr.com/photos/statephotos/15490916962/, Pubblico dominio, Collegamento

Le prime due puntate dell’intervista di Sandro Pintus le potete trovare qui:

Migranti: perché “rimandiamoli a casa loro” non può funzionare

Il viaggio dei soli migranti senegalesi verso l’Europa vale 300mln di euro

 

Uganda: bustarella cinese di 500 mila dollari per il presidente Museveni

Speciale per Africa Express
Franco Nofori
Torino, 10 dicembre 2018

L’irresistibile propensione dei leader africani a lasciarsi corrompere, questa volta pare abbia colpito anche il dittatore Yoweri Museveni che domina l’Uganda, quale incontrastato leader, fin dal 1986. Questo, almeno, è quanto risulta al Dipartimento di Giustizia americano che sta procedendo nei confronti di un rappresentante della potente impresa petrolifera cinese China Energy Fund Committee (CEFC) la quale, stando alle dichiarazioni, rilasciate lunedì scorso, dal procuratore statunitense Paul Hayden, avrebbe corrotto il presidente ugandese con una bustarella di 500 mila dollari, al fine di assicurarsi lucrosi appalti da svolgere nell’ex colonia britannica.

Il presidente ugandese, Yoweri Museveni (destra) e il suo ministro degli esteri Sam Kutesa

Il mediatore dell’affare, sarebbe stato identificato in Chi Ping Patrick Ho, un cittadino di Hong Kong che per conto dell’impresa cinese, avrebbe fisicamente consegnato due anni fa a Museveni una busta che conteneva la somma in questione. Sempre Chi Ping – evidentemente specializzato in questo genere di operazioni – avrebbe fatto lo stesso in favore del presidente del Chad, Idriss Deby, ma con una busta ben più pesante di due milioni di dollari.

Il presunto corruttore cinese Chi Ping Patrik Ho che agiva per conto della CEFC di Shangai

Corrompendo il leader ugandese, l’impresa cinese non si assicurava solo lo sfruttamento petrolifero, ma otteneva anche importanti concessioni nelle opere infrastrutturali, nel sistema bancario e nell’industria del turismo. Le trattative del malaffare sarebbero state condotte, sempre secondo il procuratore americano, tra il mandatario della CEFC, Chi Ping e due interlocutori ugandesi: il presidente Museveni e il suo ministro degli esteri Sam Kutesa, pervenendo a un accordo che assegnava all’impresa cinese la proprietà dell’Uganda Crane Bank e l’assegnazione, a scopo turistico, di un parco nazionale nei pressi del lago Vittoria. I proventi ultra milionari del tutto, sarebbero andati a favore di una joint venture creata tra la CEFC e i familiari di Museveni e di Kutesa.

La corrucciata espressione del premier ugandese Yoweri Museveni accusato di corruzione

Grazie ad accurate investigazioni dell’FBI, la procura americana avrebbe in mano prove incontestabili a sostegno delle proprie accuse: messaggi email, lettere e registrazioni vocali, oltre a testimonianze oculari di agenti FBI e di ex dipendenti del presunto corruttore Chi Ping. Pare che i fatti siano divenuti noti grazie alla reazione del presidente ciadiano che ricevuto un pacco regalo da Chi Ping, lo trovava pieno di banconote. L’aperto tentativo di corromperlo lo faceva infuriare, ma l’astuto mediatore gli inviava subito una lettera di scuse, sostenendo che – per una mera dimenticanza – il suo ufficio aveva omesso di inserire nel pacco una nota nella quale si precisava che la somma inviatagli era destinata a opere di carità di sua scelta.

La banca ugandese Crane Bank che doveva diventare di proprietà cinese

Gli accertamenti svolti dall’FBI, hanno anche appurato che Chi Ping Patrick Ho, è il fondatore di una NGO affiliata alle Nazioni Unite, con dichiarati scopi umanitari. Affiliazione che riusciva ad ottenere nel 2014, quando il suo sodale ugandese, Sam Kutesa, aveva ricoperto per un anno, la carica di presidente pro-tempore dell’Assemblea Generale ONU. Grazie a quest’accordo criminale, risultò facile all’eclettico cinese, fare “donazioni” che altro non erano se non opere di corruzione. Evidentemente sia Kutesa, sia Museveni, nel ricevere il denaro, non si erano sentiti oltraggiati come il loro collega ciadiano.

Il giudice Loretta Preska che presiede la corte federale di Manhattan nel caso di corruzione in Uganda

Il procedimento, che si tiene presso la corte federale di Manhattan, presieduta dal giudice distrettuale Loretta Preska a carico dei tre imputati; Chi Ping, Museveni e Kutesa, si presume si concluderà entro tre settimane. Ovviamente il faccendiere cinese si dichiara innocente e tramite il suo avvocato americano Ben Rosemberg, afferma che “non si è trattato di corruzione, perché a fronte delle donazioni non vi è stata alcuna contropartita”, affermazione contestata dall’accusa che, forte di quanto emerso dalle investigazioni, si dice certa di poter provare che ogni centesimo erogato da Chi Ping, era finalizzato a ottenere appalti e assegnazioni a favore della sua rappresentata di Shangai; la China Energy Fund Committee.

La reception del quartier generale della China Energy Fund Committee a Shangai

Comunque finisca il procedimento giudiziario in essere, l’amara conclusione su questa ennesima malversazione africana, è che il costante tentativo di combattere la corruzione nel continente più povero del pianeta equivale al futile sforzo di far scorrere l’acqua di un fiume al contrario, verso la propria sorgente.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

Nelle province orientali del Congo-K ebola non si ferma. E neppure i ribelli

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 9 dicembre 2018

I morti causati da ebola nell’Ituri e nel Nord Kivu, province orientali della Repubblica Democratica del Congo, sono in continuo aumento, come lo rivelano i dati ufficiali dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. L’epidemia, la decima, provocata dalla grave forma di febbre emorragica è scoppiata il 1° agosto 2018..

Da allora al 6 dicembre la situazione è la seguente:
Morti 275, tra questi 227 confermati e 48 probabili
Mentre le persone che hanno contratto la malattia sono 477, i casi probabili sono anche qui 48.

Finora sono state vaccinate oltre quarantamila persone e, secondo gli esperti, senza l’immunizzazione i morti sarebbero ben di più. Il vaccino, prodotto dalla casa farmaceutica Merck è ancora in fase sperimentale. Esiste uno stock di trecentomila dosi, che però non sono sufficienti. Per prepararlo di nuovo ci vogliono mesi e la Merck sta lavorando a pieno ritmo. Peter Salama, direttore dell’OMS per le emergenze ha fatto sapere che con le dosi a disposizione non è possibile provvedere a un immunizzazione a tappeto. Finora quindi si procede alla vaccinazioni ad anello. Vale a dire le persone venute a contatto con qualcuno che ha contratto la patologia, sono le prime ad essere immunizzate. Poi si procede con quelle che hanno avuto rapporti con le prime e così via.

Congo-K vittime dei ribelli ADF

La lotta contro questa micidiale patologia, estremamente contagiosa, questa volta è esplosa in una zona particolarmente pericolosa e violenta del Congo, perchè flagellata da continui attacchi da parte di miliziani dell’Alliance of Democratic Forces (organizzazione islamista terrorista ugandese, operativa anche nel Congo-K dal 1995).

Durante due attacchi di ADF, sono state uccise diciotto persone. Il primo è avvenuto giovedì mattina a Mangolikene, nella valle di Gaben, che dista solo quindici chilometri da Beni, attuale epicentro dell’epidemia. Secondo testimoni oculari, i ribelli hanno attaccato agricoltori intenti a lavorare nei propri campi. Tredici di loro sono stati brutalmente assassinati. Il fatto è stato confermato da fonti dell’esercito congolese, secondo cui tutta l’area di Mangolikene è vietata all’accesso dei civili, proprio per le operazioni in corso per contrastare i miliziani.

I miliziani di ADF non conoscono riposo. In tarda serata dello stesso giorno hanno condotto una seconda offensiva a Paida, un quartiere periferico di Beni, uccidendo cinque civili, tra loro anche una donna e un bimbo, altre due persone sono state ferite.

La popolazione è furente e disperata. Oltre a dover lottare contro l’ebola, devono temere i continui attacchi dei ribelli. Molti fuggono nelle foreste e ciò rende particolarmente difficile controllare l’espandersi della malattia.

Operatore sanitario assiste un malato di ebola

Questa volta l’epidemia è diversa. Gli incessanti attacchi dei ribelli costringono gli operatori ad interrompere il lavoro per giorni e giorni per questioni di sicurezza. Inoltre alcune frange della popolazione, in particolare familiari di malati o deceduti per ebola, distruggono l’equipaggiamento degli operatori e attaccano persino gli addetti ai lavori. Lo ha denunciato il ministro della Sanità di Kinshasa, Oly Ilunga Kalenga.

Qualche giorno fa Kalenga si è incontrato nuovamente con il suo omologo ugandese Jane Ruth Aceng per intensificare la collaborazione per la lotta contro ebola: maggiori scambi di informazioni, incrementare la sorveglianza transfrontaliera e quant’altro. Già tempo fa l’Uganda ha iniziato a vaccinare gli operatori sanitari attivi nelle aree di confine con il Congo-Kinshasa. Il personale sanitario addetto all’immunizzazione è stato formato dai congolesi in collaborazione con gli esperti dell’OMS. Kinshasa è disponibile ad inviare i suoi medici in Uganda per la formazione dei loro colleghi, ma ha anche invitato gli operatori di recarsi nelle zone dell’epidemia e constatare dal vivo la lotta per arginare e debellare la febbre emorragica in atto.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Dal Nostro Archivio:

Pronto il vaccino contro il virus ebola. L’Oms lo porta in Congo-K

Ebola non si placa in Congo-K: centosettanta morti e tra loro molti bambini

Corruzione in Nigeria: Mosca chiede di assolvere inviato russo inquisito in Italia

Speciale per Africa Express
Franco Nofori
Torino, 8 dicembre 2018

La scorsa settimana avevamo riferito dello scandalo scoppiato in Nigeria contro Eni e Shell, accusate di aver corrotto l’ex ministro del petrolio Dan Etete. Il caso coinvolgeva alcuni dirigenti delle due compagnie petrolifere e altre non meglio specificate persone, chiamate a rispondere delle loro azioni dal procuratore della Repubblica di Milano, Sergio Spadaro. A questa vicenda si aggiunge oggi un davvero bizzarro appello del ministro degli esseri russo, Sergei Lavrov che, in una nota inviata al suo collega italiano, Moavero Milanesi, gli chiede di intercedere affinché vengano ritirate le accuse a carico dell’ambasciatore di Mosca in Nigeria, Ednan Tofik Ogly Agaev, che a giudizio del procuratore italiano, faceva parte del gruppo dei corruttori.

Il palazzo della Farnesina nel quartiere EUR di Roma, sede del Ministero Italiano per gli Affari Esteri

La notizia, diffusa dall’agenzia Reuters – della quale non ci risulta sia stata data notizia dalla stampa italiana – svela così che anche un ex ambasciatore russo risulterebbe coinvolto (non si sa a quale titolo) nel grave scandalo che ha defraudato il tesoro nigeriano di sei miliardi di dollari, ma ciò che più sconcerta è l’appello in sua difesa che il ministro russo ha rivolto a Milanesi. Lavrov pensa davvero che un ministro degli esteri italiano (anche se lo volesse) potrebbe impartire ordini alla magistratura? Forse è così che avviene in Russia? Qualcosa deve aver pur pensato Lavrov per uscirsene con questa trovata. Patetismo? Ingenuità? Arroganza?

Il ministro degli esteri russo, Sergei Lavrov, con il suo ex collega italiano, Angelino Alfano

“Ci auguriamo che le autorità italiane – recita il messaggio del ministro russo – dopo adeguate verifiche, assumano un atteggiamento più ragionevole nei confronti del nostro connazionale Agaev, derubricando la sua posizione da accusato a semplice testimone”. Se proprio questa richiesta doveva essere fatta, sarebbe stato più appropriato corredarla di elementi atti a dimostrarne la fondatezza, anziché esprimerla nei termini di una semplice implorazione, aggravata dal richiamo alla “ragionevolezza”, quasi che l’apparato giudiziario milanese sia composto da bricconcelli scapestrati.

L’ex ambasciatore russo Ednan Tofik Ogly Agaev

Benché l’attuale governo a guida giallo-verde non abbia mai nascosto aperte simpatie verso Mosca, l’iniziativa del ministro degli esteri russo ha messo la Farnesina in uno stato d’imbarazzato stupore, tale da indurre il capo del dicastero italiano a non rilasciare alcun commento, mentre, invece, il procuratore milanese che coordina le indagini sullo scandalo nigeriano, ha scelto l’ironia: “La richiesta russa – ha detto Spadaro – è stata l’ultima e stupefacente sorpresa di questa vicenda”.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

Dal Nostro Archivio:

Maxi corruzione in Nigeria: Eni e Shell sul banco degli accusati a Milano

Pugno di ferro in Burundi: espulso il capo dell’agenzia dei diritti umani dell’ONU

Africa ExPress
Bujumbura, 7 dicembre 2018

Pierre Nkurunziza, presidente del Burundi ha dato il ben servito all’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani. Mercoledì scorso il leader del Paese ha comunicato all’UNHCHR di chiudere i propri uffici a Bujumbura.

Il rappresentante burundese, accreditato presso l’organizzazione dell’ONU a Ginevra, Tabu Rénovat, ha confermato le misure varate dal suo governo, aggiungendo che la sede locale dell’UNHCHR deve cessare la propria attività con la massima urgenza.

Il presidente del Burundi

Per motivi di sicurezza, l’organizzazione ha immediatamente assegnato nuovi incarichi in altri Paesi al personale internazionale ancora presente e ha fatto sapere che entro due mesi avrebbe consegnato le chiavi degli uffici.

“La presenza di una sede dell’UNHCHR non è più necessaria. – si è giustificato il governo in una nota verbale che prosegue – L’agenzia ha aperto la sede nel 1995, in piena guerra civile. Ora regna la pace e la situazione dei diritti umani è migliorata parecchio”.

L’ambasciatore Rénovat ha voluto precisare che il suo governo non intende tuttavia interrompere le proprie relazioni con l’organizzazione dell’ONU. Inoltre, sempre secondo il rappresentante del Paese a Ginevra, esisterebbero già meccanismi nazionali di monitoraggio, come CNIDH (acronimo francese per Commission nationale indépendante des droits de l’homme du Burundi).

In realtà le relazioni tra l’UNHCHR e le autorità di Bujumbura sono tesi da tempo. Il governo ha mal digerito i rapporti  dettagliati stilati dalla sede locale sulle gravi violazioni dei diritti umani durante la crisi del 2015. Nkurunziza ha sempre classificato queste denunce come “bugie” e dall’ottobre 2016 aveva deciso di interrompere qualsiasi collaborazione con l’agenzia dell’ONU. Da allora il personale degli uffici è stato ridotto al minimo, in attesa di trovare nuovi accordi, per le quali erano già in atto le trattative. Certo, la presenza di osservatori internazionali è scomoda.  Il messaggio lanciato dal presidente è stato molto chiaro.

Africa ExPress
@africexp  

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Welfare migratorio e assistenza sanitaria: verso lo stato d’eccezione

Speciale per Africa ExPress
Angelo Turco
Milano, 6 dicembre 2018

 

Nel mettere a punto la manovra di bilancio, e per convincere (finalmente) quelli di Bruxelles, ecco il colpo grosso. Sono stati recuperati ben 30,99 milioni di euro, prima specificamente destinati all’assistenza medica agli immigrati, e ora dirottati sulla sanità ordinaria. Le diverse Regioni potranno dal prossimo gennaio allocare quei soldi come vogliono.

Un diritto sostanziale del pur evanescente welfare migratorio annegato dalla confluenza delle risorse “nella quota indistinta del fabbisogno sanitario standard nazionale”. Una formula non priva di buon senso, ma solo apparente. Ci diranno infatti: non sono tecnicamente sottratte risorse alla salute dei migranti, che possono continuare ad essere curati per via ordinaria. Il che però, in un clima da “prima gli italiani”, capiamo bene che cosa può voler realmente dire.

Mi viene il dubbio che ci troviamo nel mezzo di un processo più o meno consapevole di instaurazione dello stato di eccezione nel nostro Paese. E ciò, non tanto nei termini analizzati da Carl Schmitt, bensì, piuttosto, nella chiave post-moderna immaginata da Giorgio Agamben. Ne abbiamo sentito parlare spesso. Sentiamo che si tratta di qualcosa di importante, di “straordinario”.

Migranti salvati dalla nave Aquarius
Migranti salvati dalla nave Aquarius

È lo stato d’eccezione, appunto: la sospensione dell’ordine costituzionale a causa di qualche grave accadimento che rischia di mettere a repentaglio le istituzioni democratiche, la tenuta del corpo sociale, la vita stessa dei cittadini.

Nell’Italia repubblicana abbiamo avuto modo di sentire l’aria pesante dello stato d’eccezione: negli anni di piombo, ad esempio; al tempo del terremoto dell’Aquila. Adesso quell’aria è diventata leggera, si infiltra dovunque. Lo stato d’eccezione quasi non si avverte più, un velo di normalità mediale copre tutto e subito, di continuo.

Forse perché lo strumento che si usa per “sospendere” la legge è piccolo, apparentemente innocuo, facilmente mimetizzabile. Si chiama emendamento. E riguarda loro, si, i migranti: quelli che, come lo stato d’eccezione, non sono né carne né pesce, stanno in mezzo, tra il diritto e la politica. Tra il filo (spinoso) della legalità che disciplina restrittivamente la cittadinanza e le maglie (accoglienti) della legittimità che prende in carico gli esseri umani in quanto tali.

L’emendamento introduce lo stato d’eccezione per via diffusiva, reticolare, indolore. Lo puoi trovare dappertutto. Ad esempio in un decreto fiscale: e allora trovi la tassa dell’1,5% sulle rimesse dei migranti. Una misura discriminatoria: un’imposta aggiuntiva per quella categoria di lavoratori e non per tutti.

Oppure lo trovi nella manovra di bilancio, come in questo caso, dove viene sospesa la tutela sanitaria per le persone che, pur non essendo cittadini italiani e non ricevendo alcuna altra attenzione dallo Stato, vengono riconosciute come soggetti titolari di diritti umani, primi fra tutti il diritto alla vita e alla integrità fisica, alla salute.

Un arretramento civile? Certamente. E qualcos’altro. Il welfare migratorio, un elemento fondamentale di ogni politica di integrazione, svenduto per un piatto di lenticchie.

Angelo Turco
angelo.turco@iulm.it

Angelo Turco è docente di Geografia Umana all’Università IULM
e curatore (con Laye Camara) del libro “Immaginari migratori

Mozambico: contro il bracconaggio elefanti nati senza zanne

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 6 dicembre 2018

Se gli esseri umani non riescono a fermare il bracconaggio degli elefanti, ci pensano gli stessi pachidermi facendo nascere i cuccioli senza le preziose zanne.

Una difesa naturale – e geniale – che gli scienziati stanno studiando per capirne meglio il meccanismo.

Cuccioli di elefante senza zanne a Gorongosa
Cuccioli di elefante senza zanne a Gorongosa


Uno studio di cui parla
il National Geographic Magazine realizzato nel Parco nazionale di Gorongosa, 3800 kmq nel centro dell’ex colonia portoghese. Una strategia unica che permette di salvare la propria specie dall’estinzione a causa della spietata caccia per l’avorio.

C’è da ricordare che gli elefanti del parco mozambicano hanno vissuto la scioccante esperienza di una guerra civile durata 15 anni e che ha visto la scomparsa del 90 per cento della popolazione di pachidermi.

Una dura prova che ha fatto loro sviluppare una strategia vincente per sopravvivere al massacro a causa dell’avorio utilizzato per finanziare la guerriglia antigovernativa RENAMO (Resistenza Nazionale Mozambicana) mentre la carne degli elefanti era cibo per nutrire i combattenti.

Oggi Renamo è un partito i cui rappresentanti siedono negli scranni del Parlamento di Maputo, ma durante la guerra aveva il quartier generale, chiamato Casa Banana, situato all’ingresso del parco di Gorongosa.

Prima della guerra civile si contavano quattromila elefanti e la percentuale delle nascite dei cuccioli femmina senza le zanne si aggirava intorno al 2-6 per cento.

Mappa del Mozambico e il Parco nazionale di Gorongosa con Casa Banana (Courtesy Google Maps)
Mappa del Mozambico e il Parco nazionale di Gorongosa con Casa Banana (Courtesy Google Maps)

Alla fine della guerra civile, nel 1992, gli elefanti erano diventati poche centinaia. Oggi sono circa 500, protetti e studiati da Petter Granli e Joyce Poole, rispettivamente presidente e direttrice dell’ong ElephantVoices.

Ma il bracconaggio continua e la popolazione femminile senza zanne è cresciuta, arrivando al 32 per cento ed è su questo aspetto gli scienziati stanno indagando.

“Una nuova ricerca, non ancora pubblicata – ha spiegato Joyce Poole al National Geographic – indica che delle duecento femmine adulte conosciute, il 51 per cento di quelle sopravvissute alla guerra civile che oggi 25 anni o più anziane, sono senza zanne. Delle femmine di elefante nate dopo la guerra sono senza zanne il 32 per cento”.

Ma se nascere senza zanne salva il più grande mammifero terrestre dal bracconaggio, che problemi possono sorgere dalla mancanza di un importante strumento per procurarsi il cibo?

Per gli elefanti i lunghi denti servono per scavare nel terreno alla ricerca dell’acqua, dei sali minerali preziosi per la loro dieta e vari tipi di radici ma anche per staccare la tenera corteccia dagli alberi.

Per i maschi le zanne – più resistenti di quelle delle femmine – sono uno strumento di competizione nei combattimenti per il diritto all’accoppiamento.

Del lavoro fatto con le zanne sul terreno e sul tronco degli alberi ne beneficiano anche altre specie di piccoli animali e insetti trovando cibo e rifugio.

La preoccupazione degli studiosi è che la scomparsa delle zanne potrebbe incidere sul nutrimento della popolazione dei pachidermi e sull’equilibrio dell’ecosistema. Sicuramente però, l’assenza di quell’avorio, diminuirà l’interesse dei bracconieri per quei meravigliosi giganti africani.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter: @sand_pin

Berlino vieta l’esportazione di bombe allo Yemen, ma quelle sarde partono ancora

Speciale per Africa-ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 5 dicembre 2018

La cancelleria tedesca Angela Merkel ha ribadito il divieto dell’esporto di armi all’Arabia Saudita finchè non sarà chiarito il caso Jamal Khashoggi (il giornalista saudita, brutalmente ammazzato all’ambasciata del regno wahhabita ad Istanbul, Turchia, il 2 ottobre 2018).

L’emittente tedesca ARD (acronimo per Arbeitsgemeinschaft der öffentlich-rechtlichen Rundfunkanstalten der Bundesrepublik Deutschland) nell’edizione pomeridiana del suo telegiornale ha però puntato il dito sulle filiali italiane e sudafricane della Rheinmetall Waffe Munition GmbH, meglio nota come Rheinmetall Defence, la cui casa madre è in Germania, che, secondo le disposizioni di Berlino, non può attualmente entrare in affari con Riad. In un articolo del 4 dicembre anche Stern.de online si è occupato della vicenda.

Bombe-MK841 prodotte a Domusnovas, Sardegna, dalla RWM

Il divieto del governo tedesco non si applica sulle filiali estere del gigante degli armamenti sparse in varie parti del mondo. La Rheinmetall Waffe Munition Italia S.p.A., ha anche uno stabilimento in Sardegna, a Domusnovas, ed è proprio da lì che partono i carichi di bombe alla volta di Riad. Sarebbe il governo italiano a dover intervenire in proposito proibendone l’esportazione. Lo farà?

In Sudafrica la Rheinmetall AG è associata con la Denel (Pty) Ltd. South Africa, società controllata dallo Stato, che possiede il 49 per cento delle quote azionarie della Rheinmetall Denel Munition, mentre la Rheinmetall AG il 51 per cento. Nella primavera del 2016 è nata una fabbrica nella capitale saudita, realizzata grazie alla collaborazione tra la Saudi Military Industries Corp. (SAMI) e la società Rheinmetall Denel Munition (RDM).

Helmut Merch, membro del consiglio d’amministrazione della RWM, ha confermato a metà novembre che le filiali in Italia e Sudafrica non sono soggette al blocco di esportazione. Infatti, si vede. Da gennaio a giugno da Domusnovas sono partite armi e munizioni, utilizzate anche nel sanguinoso conflitto nello Yemen, alla volta di Riad per un valore di oltre trentasei milioni di euro. La tabella sottostante è stata elaborata da Giorgio Beretta, ricercatore dell’Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere (OPAL) di Brescia. Beretta, raggiunto telefonicamente da Africa-ExPress.info, ha sottolineato: “L’export di armi dalla Sardegna (RWM Domusnovas) sono in aumento e a giugno, con il governo Conte già in carica, ne sono state esportate per un valore che supera dieci milioni di euro.

E il business delle bombe made in Sardegna aumenterà ancora, visto che la RWM ha chiesto e ottenuto l’autorizzazione per l’ampliamento dello stabilimento sulcitano. L’ufficio “Sportello Unico per le Attività produttive e per l’edilizia” (SUAPE) del comune di Iglesias, con provvedimento unico numero 82 del 9 novembre 2018, pubblicato nell’albo pretorio il 13 novembre 2018, ha concesso la realizzazione di due nuovi reparti, che teoricamente permettono di raddoppiare la produzione.

Anche se la legge 185/1990 vieta di fatto l’esportazioni di armamenti verso Paesi in stato di conflitto armato e l’Arabia saudita lo è, visto il suo “impegno” nello Yemen. E, come fa notare Beretta, in una recente intervista su Il Fatto Quotidiano:  “Il nostro governo ha la responsabilità di non aver sospeso quelle esportazioni, nonostante le richieste di quattro risoluzioni del Parlamento europeo.

Entrata dello stabilimento della RWM di Domusnovas, Sardegna, Italia

Il 24 ottobre 2018 anche Enzo Moravero Milanesi, ministro degli Esteri italiano, aveva paventato la possibilità che anche Roma potrebbe bloccare l’export di armi all’Arabia saudita, allineandosi così alla posizione della Germania, specificando su ANSA: “Peraltro non sono a conoscenza di situazioni specifiche riguardo a forniture in corso”

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Dal Nostro Archivio:

Tedeschi e sudafricani aprono una fabbrica d’armi in Arabia Saudita, rischio Al Qaeda

Continuano i massacri nello Yemen anche grazie alle bombe made in Italy

Il bacchettone presidente della Tanzania: “Molto meglio gli aiuti cinesi di quelli europei”

Speciale per Africa Express
Franco Nofori
Torino, 4 dicembre 2018

Benché l’Unione Europea sia stata finora il più importante partner dell’Africa Orientale, finanziando progetti per quasi 90 milioni di dollari l’anno, John Magufuli, presidente della Tanzania, ha pubblicamente dichiarato che, d’ora in poi, non si avvarrà più dell’aiuto europeo, ma a sostegno del proprio sviluppo, si rivolgerà esclusivamente alla Cina. L’eccentrico capo di Stato non ha neppure fatto mistero delle ragioni che hanno motivato la sua scelta: “L’Europa – ha detto – pretende di influenzare troppo le nostre scelte politiche come condizione per erogare gli aiuti”. In altre parole, ciò che Magufuli intende dire all’Europa è: ‘Se volete aiutarci, dateci i quattrini e fatevi i fatti vostri’.

Il presidente della Tanzania, John Magufuli, passa in rassegna la guardia d’onore a bordo della nave ospedale cinese attraccata a Dar es Salaam

In effetti, le recenti e controverse scelte politiche di Magufuli, hanno creato indignate reazioni in Occidente, dando luogo a intense pressioni sul suo governo perché le revocasse. Tra queste scelte c’è la persecuzione degli omosessuali, la restrizione dei diritti della società civile e l’esclusione dalla frequenza scolare delle ragazze incinte. A seguito di queste scelte, la Danimarca ha sospeso il suo programmato aiuto che ammontava a quasi 10 milioni di dollari e peggio ancora ha fatto la Banca Mondiale che ha congelato il prestito di 300 milioni di dollari da utilizzarsi per lo sviluppo del sistema educativo nazionale. Un analogo blocco di aiuti è attualmente all’esame della Commissione Europea.

Il complesso della residenza presidenziale della Tanzania a Dar es Salaam

L’irrigidimento delle posizioni occidentali, che da parte tanzaniana è quasi certamente visto come un ricatto e un’interferenza nella propria sovranità, ha fatto infuriare Magufuli, il quale, senza ricorrere a perifrasi, ha dichiarato di voler sviluppare rapporti sempre più intensi con Pechino, poiché “la Cina eroga i suoi aiuti senza legarli ad alcuna condizione, quando decidono di aiutarci, lo fanno e basta”. Il gigante asiatico, che è già il maggior investitore in Africa e ha recentemente promesso di investire ulteriori 60 miliardi di dollari nei prossimi tre anni, in aiuti e prestiti finalizzati allo sviluppo d’infrastrutture, si starà certamente fregando le mani alle parole di Magufuli.

Giovani omosessuali reclamano i propri diritti. “Essere gay in Africa non è una scelta” si legge nel cartello

Intanto, in Tanzania, la persecuzione dei gay continua e si fa, anzi, sempre più truculenta, arrivando addirittura a creare una “Anti Gay Force”, con lo scopo d’individuare gli omosessuali e arrestarli. Il recente invito di Paul Makonda, capo della polizia di Dar es Salaam, rivolto alla popolazione affinché denunci ogni attività omosessuale di cui sia a conoscenza, richiama alla mente le squallide pratiche delatorie in atto nel defunto regime sovietico. Magufuli non fa passi indietro neppure nei confronti delle ragazze incinte cui ha negato l’accesso all’istruzione. Irridendo la loro condizione, ha detto: “immaginate con quale attenzione potranno seguire le lezioni, ogni tanto dovranno chiedere il permesso all’insegnate per uscire e allattare il figlioletto”.

Uno degli avveniristici progetti cinesi in Tanzania: Il treno ad alta velocità completamente sopraelevato

Questo entusiasmo dei leader africani verso il nuovo partner asiatico, mostra ancora una volta come il progetto cinese di conquista del continente, sia attuato con estrema spregiudicatezza. La tutela dei diritti umani, la lotta alla corruzione, l’affermazione della legalità, non sono tra gli obiettivi di Pechino e questo non può che deliziare la classe dirigente africana che si sente libera di agire come le pare, senza subire le fastidiose pressioni che riceveva dall’Occidente. La Cina, intanto, ingigantisce il volume del proprio credito che, quando non può essere onorato, viene rimpiazzato dalla cessione da parte africana delle proprie strutture strategiche, com’è avvenuto in Zambia e come c’è il rischio che avvenga presto anche in Kenya.

Questa bimba gravida, appena tredicenne, per ordine presidenziale sarà esclusa dalla frequenza scolastica

Il senso di potere, che la compiacenza cinese favorisce a vantaggio delle leadership africane, induce queste ultime ad assumere atteggiamenti sempre più protervi, come quello espresso da Magufuli che, interrogato sulla questione delle adolescenti incinte, escluse dalla frequenza scolare, ha usato toni di sprezzante ironia, senza curarsi di come e da chi queste adolescenti sono state ingravidate e fingendo anche di ignorare che molte di loro hanno subito violenza sessuale, proprio all’interno della struttura educativa, quando non addirittura dagli stessi insegnanti cui erano affidate.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1 

“Basta posti di comando ai figli”: pugno di ferro contro la corruzione in Angola

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 3 dicembre 2018

Il presidente angolano, João Lourenço, è furente e punta il dito contro il suo predecessore José Eduardo dos Santos, al potere nella ex colonia portoghese dal 1979 al 2017. Il nuovo leader, che ha vinto le elzioni lo scorso anno, accusa dos Santos di aver lasciato le casse dello Stato praticamente vuote.

Durante un riunione del Movimento Popolare di Liberazione dell’Angola, il partito al potere dal 1975, anno dell’indipendenza, il presidente ha rincarato la dose: “MPLA deve impedire che vengano nominati i nostri figli o parenti ad occupare posti di potere nell’amministrazione, in particolare per quanto concerne la realizzazione di grandi opere, come aeroporti, porti, ponti, cementifici e altro, se non sono in grado di rispettare le regole degli appalti pubblici. Mai e poi mai il partito avrebbe dovuto permettere che un giovane senza esperienza gestisse miliardi di dollari”. Giusta critica, peccato che Lourenço non sia intervenuto ai tempi di dos Santos, visto che occupava posti di prestigio già dal 1998 in seno alla formazione politica al potere.

 

João Lourenço, presidente dell’Angola

L’allusione era fin troppo chiara, anche se Lourenço non ha fatto nomi. La battuta era ovviamente riferita al figlio di dos Santos, José Filomeno, al quale il padre aveva affidato nel 2013 la presidenza del fondo statale petrolifero, incarico che il nuovo presidente ed ex delfino del leader uscente, Lourenço, gli ha tolto all’inizio dell’anno, dopo aver rimosso la primogenita Isabel già un anno fa da presidente della Sonangol, la compagnia petrolifera di Stato. Il rampollo di casa dos Santos è stato arrestato alla fine di settembre insieme allo svizzero-angolano, Jean-Claude Bastos de Morais, suo amico e socio in affari.

Dos Santos non ci sta e respinge tutte le accuse. E’ ormai guerra verbale aperta tra l’ex presidente, la sua famiglia e Lourenço, che ha precisato: “Coloro che hanno perso i propri privilegi, acquisiti in lunghi anni di potere,  dovrebbero essere almeno saggi abbastanza da non presentarsi come vittime”.

Il vecchio ex presidente sostiene che finanze e economia sarebbero stati stabili al momento delle consegne e che nelle casse c’erano ben quindici miliardi di dollari. Una cifra apparentemente alta, ma che non basta nemmeno a coprire le spese correnti per sei mesi per uno Stato come l’Angola.

Giustamente l’attuale governo sta attuando le promesse elettorali e combatte la corruzione galoppante in tutti modi. A febbraio dello scorso anno il neo presidente aveva lanciato una sanatoria di sei mesi per far rientrare capitali di miliardi e miliardi di dollari nel Paese. Il rientro di quel denaro è totalmente gratuito – non sono gravati di tasse aggiuntive – a condizione che vengano investiti nell’economia angolana. Ma trascorso il termine  il governo userà tutti i mezzi legali a sua disposizione per far rientrare i capitali nel Paese.

Da sinistra a destra: Isabel, Eduardo e José Filomeno dos Santos

Le autorità non si sono limitate a perseguire i grandi evasori, hanno dichiarato guerra anche al mercato nero, molto fiorente nei grandi centri abitati, in particolare a Luanda. I più poveri, spesso disoccupati dopo la crisi del 2014, causata dalla caduta del prezzo del petrolio, per risparmiare qualche kwanza (la moneta angolana) sono costretti ad acquistare i beni di prima necessità sulle bancarelle, dai venditori ambulanti, chiamati zungas, che oggi sono i veri padroni del commercio informale. Il capo della polizia, Paulo de Almeida, ha sottolineato: “Nella nostra società e nelle città regna il caos, l’anarchia più totale. Il nostro scopo è di ristabilire l’ordine e l’autorità dello Stato”.

Da fine novembre le forze dell’ordine hanno rastrellato i quartieri popolari della capitale Luanda e hanno chiuso anche diversi negozi abusivi, spesso gestiti da stranieri. Sono gli immigrati che vengono principalmente presi di mira dalla polizia. La povera gente compra ben poco, i prezzi sono troppo alti. Un diplomatico residente a Luanda ha precisato: “E’ comprensibile che le autorità vogliano risanare il settore del commercio, ma la popolazione che prima viveva con poco, oggi è allo stremo. La situazione sociale è estremamente preoccupante”.

Malgrado tutte le forze messe in campo per tenere sotto controllo i debiti e l’inflazione e cercando di far ritornare gli investitori stranieri nel Paese, le previsioni non sono rosee. Il Fondo monetario internazionale ipotizza una nuova recensione del 0,1 per cento per il 2018. Il ministro delle Finanze angolano, Augusto Archer Mangueira ha precisato: “Lo sviluppo dell’Angola sarà assicurato grazie al rigore, la disciplina, l’efficacia e il patriottismo”.

Congolesi espulsi dall’Angola

Le autorità di Luanda hanno deciso di mettere fine anche alle estrazioni illegali nelle miniere di diamanti, dove lavoravano per lo più cittadini stranieri, migranti, spesso non in regola con i permessi di soggiorno. I più provengono dalla vicina Repubblica Democratica del Congo e centinaia di migliaia sono stati espulsi lo scorso mese di ottobre, tra loro anche rifugiati. I loro racconti sono raccapriccianti. Si parla di ben oltre trecentomila persone che hanno dovuto andarsene dall’oggi al domani dalla provincia di Lunda Norte. Secondo l’ONU, le forze di sicurezza angolane e giovani di etnia tshokwe, allineati con il governo, avrebbero ucciso almeno sei congolesi durante le operazioni di sgombero. Probabilmente il numero delle vittime è ben più elevato.

Stando alle testimonianze dei congolesi costretti a varcare il confine, degli operatori di ONG attivi nella zona e di diversi media, molti sarebbero stati picchiati, molte donne avrebbero subito violenze sessuali. Si parla di case incendiate e saccheggiate, detenzioni arbitrare e altri abusi. Tutti hanno confermato che si respira un’aria di paura e di intimidazione nella regione Lunda Norte.

Dewa Mavhinga, direttore per l’Africa australe di Human Rights Watch ha ricordato alle autorità della ex colonia portoghese che le espulsioni devono essere effettuate nel pieno rispetto del diritto internazionale e della Carta africana dei diritti umani e dei popoli.

Mentre Michelle Bachelet, alto commissario dell’ONU per i Diritti Umani in un comunicato di fine ottobre ha fatto sapere che durante le operazioni di espulsione, le truppe congolesi avrebbero fatto un eccessivo uso della forza hanno  lascianto centinaia di migliaia di persone in una situazione di estrema precarietà. L’ufficio HCDH aveva ricevuto queste informazioni da alcuni abitanti della città frontaliera di Kamako (nel Kasaï).

E per finire, l’HCDH ha anche denunciato che alcuni espulsi, una volta arrivati nel Congo-K, sarebbero stati vittime di estorsioni e “tassazioni” illegali da parte delle forze di sicurezza congolesi. Alcuni sono stati anche oggetto di detenzione arbitraria.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Dal Nostro Archivio:

Angola: cade un’altra testa della dinastia Dos Santos, arrestato José Filomeno

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