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L’Europa aiuta la Libia (e i miliziani) a dare la caccia ai migranti

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Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 18 novembre 2018

“L’inferno dei rifugiati” ecco come ha definito Jean-Claude Juncker i lager libici. E anche il ministero degli Esteri tedesco ha paragonato questi centri di detenzione a campi di concentramento. Malgrado ciò, l’Unione Europea continua a intensificare la sua collaborazione con la Libia.

Secondo Andrej Hunko, parlamentare tedesco per il partito Die Linke, entro quest’anno la Libia dovrebbe essere collegata alla rete di controllo eurosur “Seahorse”, che invierà i dati in diretta alla centrale di Frontex a Varsavia, per contrastare la migrazione “illegale”, un controllo diretto sui trafficanti di esseri umani, droga e quant’altro. In questo modo la guardia costiera del Paese arabo dovrebbe ricevere in tempo reale le coordinate dei barconi con a bordo i migranti. Intanto è ancora allo studio la parte giuridica che legittimerà così i libici ad intervenire.

A fine novembre, inoltre, è terminato un corso di addestramento nell’ambito dell’Operazione Eunavformed-Sophia alla Maddalena per sessantaquattro militari della marina militare libica, in particolare della guardia costiera. I partecipanti (ufficiali e sottufficiali) hanno ricevuto anche lezioni di primo soccorso, di diritto umanitario e sugli aspetti di genere (gender). Un training volto ad acquisire conoscenze a bordo delle motovedette cedute dall’Italia. Anche i quattro Paesi di Visegrad, per contrastare il flusso migratorio, si sono allineati alla politica di Roma e, meno di un mese fa, hanno stanziato trentacinque milioni di euro e acquistato quattro natanti nuovi da regalare alla Libia.

naufragio di migranti nel Mediterraneo centrale

Ma la frontiera marittima di fatto è già chiusa. Sono pochissime le barche che riescono a salpare, spesso con esiti catastrofici, per effetto del fermo delle ONG e del blocco navale imposto dalle vedette libiche, addestrate anche dagli italiani. Oltre duemila persone hanno perso la vita quest’anno nelle acque del Mediterraneo centrale. Ma il bilancio potrebbe essere più alto. I decessi in mare spesso non vengono resi pubblici, specie se gli incidenti avvengono nelle zone di competenza dei libici.

E’ stata persino creato una zona SAR “libica” nella quale si continua a morire per mancanza di soccorsi. Le motovedette regalate dall’Italia al governo di Tripoli arrivano in ritardo, quando non sono coordinate dai comandi italiani ed europei.

In Libia intanto la situazione è sempre più critica, e per chi viene ripreso dai militari in mare non c’è scampo. Non c’è più nessuna distinzione tra centri gestiti dal governo e centri in mano alle milizie o le “Connecting house”. Per tutti i migranti che vengono riportati indietro riprendono abusi e sevizie sempre più crudeli, fino a quando qualcuno non paga il prezzo del loro riscatto.

Guardia costiera libica con un gruppo di migranti

E’ solo marginale il ruolo delle organizzazioni delle Nazioni Unite (UNHCR ed OIM), che quando riescono ad avere accesso ai centri di detenzione possono solo identificare i cosiddetti “vulnerabili” ( ma in Libia tutti i migranti in detenzione sono vulnerabili). Poche le persone evacuate, circa duemila in un anno, sottratte ai loro carcerieri. Tra l’altro per la maggior parte  vengono trasferite in Niger e non verso l’Europa. Un’eventuale trasferimento verso Paesi occidentali avviene solamente dopo mesi di lunga attesa nella ex colonia francese, è riservata a pochissimi e deve essere preventivamente concordata con i vari Stati europei.

Il 28 giugno scorso il cosiddetto governo di Riconciliazione Nazionale (GNA) di Tripoli ha notificato all’IMO (International Maritime Organization) la costituzione di una zona SAR (Search and Rescue) “libica”, con una centrale di coordinamento in territorio libico (Joint Rescue Co-ordination Centre: JRCC). Ora praticamente tutte le ONG sono state allontanate dalla rotta del Mediterraneo centrale.

Tra giugno 2014 e giugno 2017 sono arrivate dalla Libia via mare in Italia cinquecentocinquanta mila persone, la gran parte proveniente dall’Africa subsahariana. Nigeria ed Eritrea i Paesi di origine più rappresentati. Da luglio 2017 la frequenza degli arrivi è calata sensibilmente, come effetto degli accordi che Italia e Unione Europea hanno stretto con la Libia e con altri Paesi di transito dei migranti, come il Niger.

Secondo i dati Unhcr, tra il 1 gennaio e il 30 novembre 2018 sono sbarcate in Italia 22.550 persone, 95 mila in meno rispetto allo stesso periodo del 2017.

Il 72% delle persone arrivate sulle coste italiane è di sesso maschile, le donne sono il 9%, i minori il 19% – in buona parte non accompagnati. Il 14 per cento è ancora rappresentato dagli eritrei, che si collocano così al secondo posto.

Tenendo conto della percentuale della forte diminuzione delle partenze, le morti in mare sono notevolmente cresciute dall’inizio dell’estate. E quei pochi che riescono ad arrivare sulle nostre coste, sono provati fisicamente e psicologicamente dopo tempi di internamento sempre più lunghi nei centri di detenzione. La traversata poi può durare anche diversi giorni.

Per arginare il flusso migratorio, il nuovo governo italiano sta proseguendo la politica cominciata dall’ex ministro degli Interni Marco Minniti: alleanze con i libici e altri governi africani, in particolare con il Niger. Roma, dopo le elezioni, ha rafforzato la collaborazione con l’ex colonia per aumentare i respingimenti e rendere sempre più complicato il salvataggio in mare. A fine ottobre i respingimenti effettuati dai libici sono stati superiore degli arrivi in Italia. I dati si riferiscono in questo caso al 30 settembre 2018: 14.500 persone partite dalla costa africana e riportati indietro, mentre in Italia sono arrivati 12.500 migranti.

Le navi commerciali che incontrano barconi durante la navigazione, sono demotivate ad effettuare soccorsi, visto che poi si trovano a dover vagare per giorni con persone a bordo in condizioni spesso precarie prima di poter trovare un porto disponibile all’accoglienza.

Le condizioni dei lager libici ormai non sono più un segreto per nessuno in particolare dopo la pubblicazione dei rapporti di ONU, UNSMIL e dell’Ufficio dell’Alto Commissario per i diritti umani. Pochi giorni fa il direttore per i diritti umani e la giustizia di transizione della Missione ONU in Libia, Antonia de Meo, ha ribadito, durante un meeting a Tripoli, al quale hanno partecipato giudici, pubblici ministeri e ufficiali della polizia giudiziaria, l’assoluta necessità dell’applicazione e rispetto dei diritti umani nei centri di detenzione.

A tutt’oggi in Libia è in atto un’aggressione e una negazione nei confronti del popolo migrante senza precedenti. Gli abusi nei centri di detenzione sono indescrivibili: torture, fame, sete, mancanza totale di igiene, abusi sessuali, violenze senza fine, estorsioni, riduzione in stato di schiavitù, rapimenti e quant’altro.

Il 10 dicembre 2018 il Consiglio europeo ha rilasciato un comunicato sulla recente conferenza sulla Libia, tenutasi a Palermo lo scorso mese. Nella nota viene evidenziato che nel Paese regna ancora instabilità e insicurezza, a discapito non solo della popolazione, ma dell’intera regione e la soluzione alla crisi può essere solamente politica, e questi problemi non possono essere risolte che dai libici stessi con un processo politico inclusivo, con equa partecipazione delle donne e nel pieno rispetto delle leggi internazionali, compresi i diritti umani. Ottima analisi, ma sarà attuabile in tempi brevi?

Nel frattempo i diversi governi europei trattano un giorno con Fāyez Muṣṭafā al-Sarrāj, primo ministro del Governo di Accordo Nazionale della Libia, un giorno con Khalīfa Belqāsim Ḥaftar, leader indiscusso della Cirenaica, pur di contrastare il flusso migratorio, o di quel che ne resta ormai. Intanto il popolo migrante resta chiuso nei lager nelle condizioni che tutti conosciamo. Finora non è stata trovata, meglio, non si vuole trovare una soluzione per queste persone, che giornalmente sono soggette a sofferenze indescrivibili. Non è dato sapere quanti di loro muoiano nelle putride galere. Pur di uscire dall’inferno accettano “il rimpatrio volontario”, ma non tutti possono correre questo rischio, come, per esempio gli eritrei.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Salah l’egiziano: un campione, un idolo, un benefattore

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Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
Milano, 17 dicembre 2018

Ricchissimo, ma umile (parola del barbiere del suo villaggio natio nel delta del Nilo).

Un signore: non esulta mai quando segna contro le squadre in cui ha militato.

Praticamente perfetto, non solo come calciatore, ma come uomo e come musulmano più che devoto.

Gli manca solo l’aureola, diremmo noi se fosse cristiano (nessuna allusione al concorrente Ronaldo ora juventino).

IL CAMPIONE – Parliamo di Mohamed Salah Hamed Ghali Taha (per tutti Salah o  Momo), 26 anni, egiziano doc, attaccante del Liverpool dopo brillanti esibizioni anche in Italia, a Firenze e a Roma.

Pochi giorni fa gli è stato conferito il premio BBC African Footballer of the Year per la seconda volta consecutiva. E’ il primo africano a vincere due volte di seguito la qualifica di miglior giocatore del continente dell’anno, dopo il nigeriano Jay-Jay Okocha (2003-2004).

Salah, il campione egiziano

Commento, ovvio, di Salah: “Una sensazione bellissima aver ottenuto questo premio per la seconda volta. Spero di passare grandi momenti come in questo 2018 e di trionfare anche il prossimo anno”. Il riconoscimento viene dato annualmente al miglior calciatore africano in base ai voti degli ascoltatori di BBC Radio espressi con un Sms oppure online. I suffragi espressi hanno superato i seicentocinquantamila, un record per questo premio.

Salah, d’altra parte, è abituato a fare il pieno di record.

Qualche esempio?

Con il Liverpool, nella stagione in corso, ha segnato 44 gol in 52 partite, superando il limite raggiunto da altri celeberrime star pedatorie del campionato inglese: Luis Suarez nel 2013-14, Cristiano (Ronaldo) nel 2007-08 e Alan Shearer nel 1995-96.

Grazie a lui, la nazionale calcistica del suo Paese è tornata ai mondiali (in Russia) dopo 28 anni.

Grazie a lui la Roma, nel 2016-2017, è arrivata seconda nel campionato italiano: il miglior piazzamento dopo 7 anni.

Grazie alla sua bravura, è il giocatore arabo e africano più costoso della storia: 42 milioni di euro.

Ha vinto il premio “Miglior Giocatore dell’Anno” nel 2016 , è stato “il miglior giocatore dell’Africa 2012 ed è stato selezionato come “Squadra dell’Anno” in Africa nel 2016. Ci fermiamo qui.

Salah con Magi Sadiq il giorno del loro matrimonio

L’IDOLO – E’ nato il 15 giugno del 1992 da due impiegati statali nel povero e polveroso villaggio di Nagrig, vicino alla città Basyoun,  a circa 100 km a nord del Cairo, nella provincia Occidentale. Le sue prodezze calcistiche nazionali e internazionali hanno spinto il governatore a dedicargli due scuole nella regione. Una è l’istituto tecnico industriale dove Salah si è diplomato. I ragazzini del paesello vedono in lui un idolo e un modello da imitare per sfuggire, così, alla povertà.

Non solo: l’artista egiziana Mia Abdel Allah ha creato un busto che ha esposto a Sharm el-Sheikh e che mostra il giocatore nel classico gesto di allargare le braccia verso i tifosi, dopo uno dei tanti gol. L’opera, tuttavia, non ha incontrato un gradimento generale, perché secondo molti critici non gli rende giustizia: sembra il ritratto del cantante inglese Leo Sayer o dello statunitese Art Garfunkel.  Comunque, quel busto dal gusto effettivamente discutibile, per Salah è stata la consacrazione icastica del successo.

IL BENEFATTORE –  Salah è impegnato nel sociale. Non ha mai scordato il paesello d’origine dove il sessantacinque per cento della popolazione vive in povertà. Non solo perché lì ha preso moglie e si è sposato il 17 dicembre 2013 con Magi Sadiq.

Il sito Alarabya.net pubblica, in un vero e proprio album di famiglia, la loro foto nel giorno di nozze ed è praticamente l’unica immagine che circoli di Magi Sadiq. I due si erano conosciuti tra i banchi di scuola. L’anno successivo il calciatore si è trasferito a Londra per giocare nel Chelsea. Ed è proprio lì, in Gran Bretagna, che nel 2014 è nata Makka, la loro figlioletta, che – musulmani praticanti quali sono –  hanno chiamato come la città santa per i fedeli dell’Islam, La Mecca.

Salah e la moglie, però,  hanno cambiato il nome in Makka per evitare che si confondesse con la società di scommesse Mecca Bingo. Questo perché, nella religione musulmana il gioco d’azzardo è un peccato grave.

Salah però è un osservante anche dell’altro precetto dell’Islam: fare l’elemosina, ovvero aiutare chi ha bisogno. Compreso il Comune di nascita cui ha donato circa trecentomila dollari per salvarne il bilancio. Ma ci sono donazioni molto più sostanziose: otto milioni di dollari per fondare asili nido e per l’ospedale del suo villaggio; altri quattro milioni per completare un istituto religioso, per diversi progetti di beneficenza e per attrezzature mediche; cinque milioni di sterline per orfanatrofi nella provincia e altro ancora.. “E’ veramente una persona generosissima e umile – ha confermato il barbiere di Nagrig intervistato da una televisione – . Non si è montato la testato, è amico di tutti quando viene qui in vacanza”.

E tutti ricordano l’episodio di alcuni anni fa quando la famiglia di Salah subì un furto. Il ladro venne preso e il padre del calciatore voleva farlo condannare. Intervenne Salah che fece cadere l’accusa, dette del denaro al mariuolo e gli procurò un lavoro.

Salah: generoso, pietoso e misericordioso. Una rarità nel mondo fasullo e  illusorio del pallone.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com

Repressione alle Comore: condannati ai lavori forzati a vita 4 oppositori politici

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 17 dicembre 2018

Sabato scorso un tribunale delle Comore ha condannato ai lavori forzati a vita quattro persone dell’opposizione contro il presidente in carica, Azali Assoumani, perchè ritenute colpevoli di complotto e di attentato contro la personalità dello Stato.

Tra i condannati c’è anche l’ex vice presidente Djaffar Said Ahmed Hassane, che si era opposto al referendum costituzionale, grazie al quale Assoumani, ex golpista, può ripresentarsi per un secondo mandato consecutivo. L’opposizione aveva chiesto ai cittadini di boicottare il referendum e da allora molti membri e simpatizzanti dei partiti non al governo, sono stati arrestati, con l’accusa di cospirazione contro il regime. Hassane si è rifugiato in Tanzania, ma su di lui pende ora un mandato di arresto internazionale.

Azali Assoumani, presidente delle Comore

Mentre gli altri tre, ai quali è stata inflitta la stessa pena, sono Bahassane Ahmed Said, avvocato e fratello dell’ex vice presidente, Said Ahmed Said Tourqui, scrittore, e Faissoil Abdousalam, un ufficiale dell’esercito.

Durante il processo, durato due giorni, la corte per la sicurezza dello Stato ha inflitto pene dai tre ai venti anni di prigione ad altri quattro accusati, tra loro anche l’ex comandante dell’esercito, Ibrahim Salim.

La recente riforma costituzionale ha anche annullato il principio della presidenza a rotazione di cinque anni tra le tre isole maggiori delle Comore (Anjouan, Grandi-Comore, Mohéli), ex colonie francesi che hanno ottenuto l’indipendenza nel 1975, mentre la popolazione di Mayotte, che dista solo una sessantina chilometri da Anjouan, in due referendum ha votato contro l’indipendenza.

I giovani comoriani sono attratti come da una calamita da Mayotte, da quel fazzoletto di terra francese in mezzo all’Oceano Indiano, diventato il 101º dipartimento francese nel 2011. Facendo parte dell’Unione Europea, la valuta ufficiale dell’isola è l’euro.

I rapporti tra Parigi e lo Stato insulare sono stati piuttosto tesi negli ultimi mesi, perchè il governo delle Comore dal 21 marzo si era rifiutato di riammettere i suoi cittadini scappati a Mayotte, migranti che la Francia avrebbe, invece, voluto deportare subito. Ma dall’inizio di novembre i due governi hanno messo fine a questo braccio di ferro e in un comunicato congiunto dei due ministri degli esteri di Parigi e Moroni, Jean-Yves Le Drian e Mohamed El-Amine Souef, hanno fatto sapere che: “La Francia e le Comore desiderano collaborare per migliorare le condizioni di vita e la sicurezza dei migranti e di voler di facilitare la migrazione legale e controllata, incrementare la lotta contro il traffico di esseri umani e di affrontare seriamente le cause profonde della migrazione, che influenzano gli equilibri sociali ed economici di tutta la regione”.  Un documento programmatico in tal senso dovrebbe essere siglato tra i due Stati quanto prima.

Ogni anno Mayotte espelle tra diciotto e ventimila potenziali richiedenti asilo e, secondo il prefetto, la popolazione straniera del 101º dipartimento francese rappresenta il quarantadue per cento della popolazione tra loro oltre la metà è senza permesso di soggiorno.

Migranti delle Comore sui tipici kwassa kwassa

Si stima che dal 1995 al 2012 siano morte tra sette e diecimila persone,  oggi non si contano nemmeno più, gli ultimi dati non sono a disposizione. Nessuno riesce a fermare questo flusso migratorio. C’è chi emigra sognando una vita migliore, chi per studiare, chi per curarsi, chi per raggiungere i familiari. Il passaggio con un kwassa-kwassa – tradizionali imbarcazioni da pesca il cui nome probabilmente è stato mediato da quello di una danza congolese (kwassa, appunto) a sua volta proveniente dal francese quoi ça? Che cos’è questo?) come il ballo, le barche “oscillano” pericolosamente e parecchio –  costa tra trecentocinquanta e cinquecento euro, una somma enorme per poche ore di viaggio.  A questo prezzo bisogna aggiungere quindici euro per il giubbotto salvagente, particolare spesso ignorato.

E’ una fotocopia in piccolo di quello che succede nel Mediterraneo, con la differenza che dei morti tra la Libia e le coste europee si parla, come pure dei respingimenti. Nell’Ocenno Indiano, nel canale di Mozambico, le sofferenze dei migranti, le oppressioni dei comoriani, si consumano per lo più nel silenzio dei media occidentali.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Dal Nostro Archivio:

Comore: violenti scontri tra polizia e dimostranti, 3 morti ad Anjouan

 

Sudafrica: “Uccideremo tutti i bianchi, i figli, le donne e anche i loro animali”

Speciale per Africa Express
Franco Nofori
Torino, 16 dicembre 2018

L’allucinante delirio di Andile Mngxitama, leader del partito socialista rivoluzionario del Sudafrica, si scatena contro i cittadini bianchi: “Li uccideremo tutti – urla dal podio – insieme ai loro figli, le loro donne, i loro cani, i loro gatti e tutto ciò che troveremo sulla nostra strada”. Il BLF, partito di cui è a capo, ha una chiara – e peraltro del tutto ostentata – connotazione razzista e sta per “Black First”, cioè: “Prima i neri”. Slogan che ricalca un po’ quelli cari al presidente americano Donald Trump e al nostro attuale ministro degli interni Matteo Salvini, che però non esortano a uccidere e non si riferiscono alle etnie, ma ai propri Paesi e a chi li abita.

Andile Mngxitama, leader del partito rivoluzionario sudafricano BLF, che incita all’eliminazione fisica dei bianchi

L’infuocato discorso del parlamentare è stato tenuto, lo scorso weekend, durante un appello rivolto ai propri sostenitori nella cittadina di Potchefstroom, sua terra natale, a sud-ovest di Johannesburg, provocando sconcerto e riprovazione sia da parte del pubblico, sia da parte dei media locali. “Per ogni africano ucciso – ha aggiunto Mngxitama – uccideremo cinque bianchi”. Questo recente exploit sciovinista  avrebbe origine dalle proteste di molti conducenti di minibus africani che lamentano la concorrenza delle grosse aziende di trasporto pubblico, possedute da bianchi.

Dimostranti tentano di superare lo sbarramento di polizia per assaltare una fattoria di bianchi

Alle molte e indignate voci di riprovazione, si è recentemente aggiunta l’istanza di deferire Andile Mngxitama, al Tribunale Penale Internazionale (ICC) per incitamento al genocidio e si attende ora la reazione della procura di tale organismo. Il fatto preoccupante è che la posizione assunta dal leader del BLF acquista un sempre più crescente supporto da parte della popolazione di colore che, per suo tramite, invoca, tra altre rivendicazioni, il sequestro delle terre possedute da sudafricani bianchi, così com’era a suo tempo avvenuto nello Zimbabwe a guida Mugabe.

Sudafricani bianchi protestano contro le violenze e le uccisioni di agricoltori europei

Questi appelli alla violenza razziale verso gente, sì europei, ma che ormai da venti generazioni vive in Sudafrica e non ha più altri luoghi in cui rifugiarsi, ha già creato crude violenze contro i bianchi, soprattutto agricoltori, con devastazioni e vittime. Queste azioni, istigate con sempre più virulenza dal partito di Andile Mngxitama, stanno conoscendo un allarmante trend di crescita nei confronti del quale, almeno fino ad ora, non pare siano state adottate adeguate contromisure.

Sono sempre di più i sudafricani bianchi ridotti all’indigenza

Il partito BLF si riconosce pienamente nell’ideologia marxista-leninista e persegue la supremazia delle popolazioni nere, su tutte le altre. Il suo percorso politico è costellato da iniziative e dichiarazioni esplosive, come quella rivolta, nel settembre scorso della portavoce Lyndsay Maasdorp, al giornalista Daniel Friedman, la cui esistenza, per il semplice fatto di essere bianco veniva definita “un crimine”. La stessa Maasdorp, non si faceva neppure scrupolo di affermare: “La nostra aspirazione è quella di uccidere tutti i bianchi che ci sono nel nostro Paese e questo traguardo dev’essere realizzato quanto prima”. Il video che segue non consente dubbi in proposito.

Anche i giornalisti, soprattutto bianchi, o comunque avversi alle posizioni del BLF, sono spesso soggetti a intimidazioni e aggressioni da parte di membri di questo partito. Tra i molti che ne hanno fatto le spese, ci sono: Tiso Blackstar, Tim Cohen e Peter Bruce editore del Business Day sudafricano, ma benché queste azioni siano state condannate dall’African Human Right Commission (SAHRC) e dal South Africa National Editor’s Forum (SANEF), il BLF continua indisturbato nelle sue azioni intimidatorie e non solo, ha anche avuto l’ardire di pubblicare una lista di giornalisti bianchi che costituirebbero i loro prossimi obbiettivi.

Il momento della manifestazione di Potchefstroom contro i bianchi. “La mia strada è quella del razzismo” recita il cartello innalzato dai sostenitori del BLF

I bianchi tuttora presenti in Sudafrica, che verso la metà del secolo scorso rappresentavano circa il 22 per cento della popolazione totale, sono oggi scesi all’8 per cento, cioè poco più di quattro milioni d’individui di cui non pochi vivono in stato d’indigenza. Molti di quelli che se ne sono andati, si sono anche liberati delle attività che conducevano, cedendole alla popolazione locale. Il preoccupante sciovinismo che sta oggi dilagando tra la popolazione di colore, se non verrà affrontato con la necessaria fermezza, tradirà le lodevoli e illuminate aspirazioni di Nelson Mandela e del vescovo anglicano Desmond Tutu, verso una duratura riappacificazione nazionale.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

Mike Sonko, il governatore di Nairobi con la passione per il rap e le auto placcate d’oro

Dal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 15 dicembre 2018

Incontrandolo nei suoi momenti informali, si ha l’impressione d’incrociare uno dei facoltosi cantanti rapper del Bronx; stracarichi di ninnoli d’oro e con i capelli acconciati a foggia tribale. Invece, siamo in presenza della più alta carica della contea di Nairobi. Parliamo di Mbuvi Gideon Kioko Mike Sonko, o più comunemente “Sonko”, come tutti lo chiamano in Kenya, vocabolo addendo al nome anagrafico che sta per “persona molto facoltosa”. La stampa locale l’ha definito “The flamboyant governor” (il governatore fiammeggiante), soprannome che gli è stato attribuito a seguito della sua smisurata passione per il più regale dei metalli preziosi: l’oro.

Il governatore di Nairobi Mike Sonko

Il quarantatreenne Mike Sonko è nato nel 1975 a Mombasa, ma è di etnia kamba e non fa certo mistero della sua ricchezza, anzi; si compiace di mostrarla in ogni possibile occasione, senza rilevare che alcuni aspetti di quest’attrazione verso il metallo giallo, sono molto più vicini all’ossessione che al semplice apprezzamento. Infatti, quasi tutto ciò che le sue mani toccano, dev’essere d’oro e non possedendo il magico tocco di Re Mida, è costretto a comprarselo. Così sono d’oro massiccio gli otto anelli (uno per dito esclusi i pollici) che indossa, i bracciali, le collane, i ninnoli vari e anche il suo cellulare personalizzato, d’oro puro a 24 carati, ma anche là dove sia costretto a rinunciare alla presenza del nobile metallo, richiede che sia quantomeno presente il suo colore. Così che beve e offre liquori di colore rigorosamente giallo, contenuti in bottiglie altrettanto gialle.

Una delle auto di Sonko: il Toyota Land Cruiser interamente placcato d’oro

Pur se d’istruzione relativamente modesta (si fermò al diploma ottenuto presso la High School di Kwale) la carriera politica di Sonko iniziò all’età di trentacinque anni, con l’accesso al parlamento del Kenya. Quando nel 2010 fu varata la nuova riforma costituzionale, concorse per la carica di Senatore nella contea di Nairobi e vinse, sbaragliando a sorpresa tutti i suoi più titolati avversari. Sei anni dopo si candidò quale governatore della stessa contea e nelle controverse elezioni del 2017, strappò nuovamente la vittoria. Fatto davvero singolare, la maggior parte dei voti, Sonko la ottenne proprio dai derelitti abitanti dei bassifondi cittadini che avrebbero dovuto vedere la sua ricchezza come un oltraggio alla propria miseria, ma si sa che il paradosso rappresenta una delle caratteristiche africane.

La “casa vacanze” di Mike Sonko a Mombasa

Questo consenso Sonko l’ottenne astutamente quando, nell’incarico precedente, formò una NGO dedicata a fornire assistenza alle disagiate condizioni delle baraccopoli della capitale e ne conquistò così la preziosa riconoscenza. Oggi si può quindi permettere di attraversare gli slum a bordo di una delle sue cinque e lussuose auto personali, ricevendo gli applausi dei suoi sostenitori. Questo parco auto è un’altra delle sue manifestazioni di eccelsa ricchezza. Si tratta di un Toyota land crusiser V8 interamente placcato d’oro; una Mercedes Benz turbo convertibile di 460 hp; un Range Rover sport V8 di 3600 cc; una Mercedes Benz AMG V12 di 620 hp, anche questa placcata in oro e infine quello che è ritenuto il più costoso e prestigioso dei fuori strada: l’Hummer H2, il modello più lussuoso di questa serie e come tale, riservato agli uomini più facoltosi del pianeta. Il video che riportiamo di seguito mostra uno spaccato dell’opulenza descritta.

Oltre a quanto elencato, vi sono poi le regali dimore che la famiglia Sonko possiede a Nairobi e a Mombasa i cui arredamenti e le preziose finiture, le rendono di valore inestimabile, ma allo sfarzo e all’ostentazione del governatore della capitale, pare voler rispondere il suo collega della costa, Ali Hassan Joho, a capo della contea di Mombasa, che scende nella tenzone con una altrettanto fiammante Ferrari California. Auto che sarà probabilmente destinata alla vetrina poiché viste le condizioni delle strade del Kenya, che, oltre alle immancabili buche, sono costellate ogni dove da aspri dossi artificiali, il guidarla anche solo per poche centinaia di metri, significherebbe mandarla immediatamente allo sfascio.

La Ferrari California con cui il governatore di Mombasa. Ali Hassan Joho, risponde alla sfida del collega di Naiorbi

In questa sfacciata ostentazione di ricchezza, Sonko non è certo solo, lo supera largamente il suo vice presidente William Ruto, considerato l’uomo politico più corrotto del Kenya e lo uguagliano governatori e senatori delle altre contee. I potenti d’Africa, si fanno così spudorata beffa dei propri concittadini, molti dei quali sono costretti a vivere di stenti. Tutto ciò dimostra, una volta di più, quanto, nel continente australe, il concetto di “Sovranità Popolare” resti un drappo meramente retorico per nascondere una realtà autocratica dove la classe dirigente divora indisturbata ogni risorsa, lasciando al popolo il ruolo di semplici, pur se spesso acquiescenti, sudditi.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

Il Nobel Denis Mukwege: “Creare fondo globale per vittime di violenza sessuale”

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sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 15 dicembre 2018

“Invito gli Stati a sostenere la creazione di un fondo globale per le vittime di violenza sessuale. È giunto il momento di rivelare i nomi di coloro che hanno commesso questo tipo di crimini”.

Discorso di Denis Mukwege, Premio Nobel per la Pace 2018 (in francese con sottotitoli in inglese) Courtesy Nobel Prize

Sono parole di Denis Mukwege, medico ginecologo e ostertico congolese Premio Nobel per la Pace 2018, insieme a Nadia Murad , “per i loro sforzi nel porre fine all’uso della violenza sessuale come arma di guerra”.

Il dottor Mukwege, che ha dedicato il prestigioso premio alle donne congolesi e alle vittime di stupri di tutto il mondo da una ventina di anni “ripara” i danni causati agli organi genitali delle donne violentate in Congo-K.

Nadia Murad e Denis Mukwege ai quali è stato assegnato il Premio Nobel per la Pace 2018
Nadia Murad e Denis Mukwege ai quali è stato assegnato il Premio Nobel per la Pace 2018 (Courtesy Nobel Prize)

Su questo triste e terrificante argomento, durante il suo discorso cerimoniale per il Nobel ha accusato la classe politica congolese e africana di complicità nelle violenze contro le donne ma anche le nazioni europee.

“Sono complici anche quei Paesi che accolgono i leader che hanno tollerato, e ancora peggio, che hanno utilizzato la violenza sessuale per avere il potere – ha detto con forza il medico -. Agire significa non restare indifferenti davanti a queste atrocità”.

Gli Stati devono smetterla di accoglierli con i tappeti rossi ma invece devono tracciare una linea rossa contro l’utilizzo dello stupro come arma di guerra. E questa linea rossa deve essere sinonimo di sanzioni economiche, politiche e giudiziarie. Per fare ciò è solo questione di volontà politica”.

ll dr. Denis Mukwege in sala operatoria
ll dr. Denis Mukwege in sala operatoria

Denis Mukwege nel 1998 ha fondato il Panzi Hospital, clinica di Bukavu, capitale del Sud-Kivu a est della Repubblica Democratica del Congo (RDC), nella quale è diventato il massimo esperto mondiale nella cura di danni fisici interni causati da stupro.

Nel suo ospedale sono passate quasi 86 mila donne e ragazze. Cinquanta mila di queste erano vittime di stupro, distrutte nel corpo e nello spirito e che il chirurgo e la sua equipe sono riusciti a salvare a restituire loro la dignità che gli era stata rubata.

Oltre al Premio Nobel per la Pace 2018, il Parlamento europeo, nel 2014 gli ha consegnato il Premio Sakharov per la libertà di pensiero.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter: @sand_pin

L’ordine arriva da Roma: “Per Silvia Romano non si paga nessun riscatto”

Speciale per Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi
Milano, 13 dicembre 2018

Cosa succede a Silvia Romano, la ragazza milanese rapita in Kenya il 20 novembre scorso, ora che da Roma è arrivato un ordine preciso: “Non si paga nessun riscatto”? Presumibilmente la disposizione è stata impartita direttamente dal vicepremier e ministro dell’Interno Matteo Salvini, poco disposto a trattare con terroristi e banditi.

Pochi giorni dopo il sequestro le autorità italiane avevano chiesto ai rapitori, finora catalogati some semplici malviventi senza motivazioni religiose o politiche, le prove che Silvia era ancora viva. Le hanno ottenute assieme a una richiesta di riscatto. Già, ma a questo punto è intervenuto l’ordine perentorio per impedire di pagare.

Intanto in Kenya sono arrivati da Roma un bel po’ di agenti segreti, sguinzagliati nella zona di Malindi e Lamu, sulla costa, e poi verso Garissa a Mandera, città al confine con la Somalia nell’entroterra. E’ logico pensare infatti che i sequestratori possano tentare di rifugiarsi nell’ex colonia italiana, dove potrebbero trovare facile e comodo rifugio. I nostri 007 sembra non vadano molto d’accordo. Appartengono a varie agenzie in concorrenza che – non sarebbe la prima volta – hanno qualche resistenza a collaborare tra loro. Anni fa l’Italia aveva una bella ed efficiente rete di informatori nella zona compresa tra Somalia e Kenya. Smantellata per inconfessabili motivi e proprio per antagonismi personali scoppiati all’interno dei servizi.

Silvia Romano con un bimbo di cui si stava prendendo cura

Naturalmente le autorità italiane hanno imposto il silenzio stampa che non giova a risolvere in fretta la situazione ma, al contrario, a prolungarla nel tempo. Lontano dagli occhi vigili e indiscreti dei giornalisti si può fare di tutto, per esempio trattare all’infinto per strappare condizioni migliori per il rilascio, anche se ciò vuol dire lasciare una giovane ragazza indifesa in balia di incontrollabili rapitori e addossare loro responsabilità di fallimenti di trattative e patteggiamenti ai banditi. Secondo le autorità invece la riservatezza totale serve per non danneggiare le indagini.

Il 3 dicembre scorso il vice premier Luigi Di Maio ha incontrato a Roma il vicepresidente keniota William Ruto. Tra le altre cose si è parlato di Silvia. Di Maio ha chiesto e ottenuto di inviare in Kenya un mini contingente di teste di cuoio. Una volta nell’ex colonia britannica, i capi della missione hanno preso contatto con le autorità locali. Un eventuale blitz per liberare la ragazza sarà affidato alle unità speciali keniote, che non vogliono interferenze. Gli italiani potrebbero intervenire solo in territorio somalo, nell’eventualità che i rapitori riuscissero a portare l’ostaggio nell’ex colonia italiana. Hanno chiesto comunque grande, anzi grandissima, cautela e di prendere in considerazione l’opzione militare solo un caso estremo.

Ibrahim Adan Omar, arrestato sabato perché sospettato del rapimento di Silvia Romano

Sembra comunque che la banda con Silvia sia ancora in Kenya e che quindi gli shebab, gli islamisti somali, non siano ancora coinvolti direttamente nel rapimento. Se lo fossero stati e se la ragazza fosse in un luogo sicuro e protetto dai miliziani in Somalia, il rapimento sarebbe già stato rivendicato. Comunque unità shebab, certamente più addestrate e organizzate dei banditi, operano anche in Kenya. Il timore è che i rapitori possano loro vendere la ragazza.

Lo spiegamento di forze keniote è enorme. Il confine somalo è blindato, controllato con pattuglie di militari, di poliziotti, di unità speciali e da tre elicotteri che volteggiano in continuazione. E’ stata vietata la navigazione sul fiume Tana e su altri corsi d’acqua che potrebbero essere utilizzati dal gruppo in fuga per raggiungere la Somalia. Posti di blocco su strade e piste sono continui.

Le dichiarazioni ufficiali sono ottimistiche (“Siamo sulle tracce dei rapitori, individuati e circondati”) ma le trattative sono ancora in alto mare. Si cerca di convincere i rapitori a rilasciare la ragazza in cambio di promesse non di denaro ma di punizioni non troppo severe. I negoziati coinvolgono i leader della tribù “orma”, cui i rapitori appartengono. Un gruppo etnico somalo che è emigrato nell’attuale Kenya un paio di secoli fa ma che ancora gode di contatti e protezioni in Somalia.

Matteo Salvini

Sabato scorso alle 7 di sera a Bangale, nella contea del Tana River è stato arrestato Ibrahim Adan Omar, sospettato di aver preso parte al rapimento. Ottimisticamente il capo della polizia della regione, James Akoru, ha sottolineato che l’uomo “sta collaborando”. “Non posso dire di più – ha aggiunto al telefono con lo stringer di Africa ExPress sul posto – per non danneggiare le indagini”.

A casa di Ibrahim è stato trovato un kalashnikov e diversi proiettili. Così si è diffusa la certezza che lui faccia parte della banda che ha rapito Silvia.La polizia è sulle tracce di altri due sospetti, Yusuf Kuno Adan e Said Adan Abdi, spariti nel nulla nella boscaglia keniota.

Domani poi scade l’ultimatum lanciato dall’ex governatore della contea di Tana River, Hussein Dado, che domenica scorsa aveva dato 5 giorni alle comunità pastorali della regione per trovare la ragazza. Dado, che ora è un alto funzionario di un ministero a Nairobi, durante un meeting cui hanno partecipato migliaia di fedeli musulmani che avevano condannato il rapimento, ha assicurato che lui stesso si unirà alla caccia ai rapitori se questi non saranno arrestati entro sabato.  “Il rapimento è contro i principi dell’islam”, ha urlato al microfono.

Subito dopo il sequestro di Silvia erano state arrestate 14 persone. Tutte rilasciate tranne tre: Duma Haji Osman e Hassan Borrow Khamis, catturati nella foresta mentre, secondo l’accusa, stavano portando cibo alla gang. La terza è una donna, Rukia Nuno, moglie di Said Adan Abdi, uno dei due sospetti ancora in fuga.

Massimo A Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twiter @malberizzi

Riceviamo dagli uffici del Viminale questa nota che volentieri pubblichiamo:

*SEQUESTRO DI SILVIA ROMANO, FONTI VICINE AL MINISTRO SALVINI SMENTISCONO SI STIA PARLANDO DI RISCATTO *

A proposito di una ricostruzione giornalistica apparsa su Africa Express, secondo la quale il ministro dell’Interno Matteo Salvini sarebbe intervenuto per bloccare il pagamento di un fantomatico riscatto per Silvia Romano, ambienti vicini al titolare del Viminale smentiscono seccamente. Le stesse fonti ribadiscono che chi di dovere è al lavoro per riportare Silvia in Italia, sana e salva, e non si parla di riscatto

Esattamente  quello che abbiamo scritto noi. Il riscatto è stato chiesto assiema alla prova che la ragazza era viva, ma la porta è stata chiusa a qualunque trattativa.

m.a.a.

A Bruxelles una conferenza sul futuro (democratico) dell’Eritrea

Africa ExPress
Bruxelles, 13 dicembre 2018

Una conferenza sul Corno d’Africa, con focus sull’Eritrea, è in corso di svolgimento a Bruxelles. L’evento è stato organizzato dal collettivo degli eritrei della diaspora.

I lavori “preliminari” sono iniziati ieri. Uno degli ospiti d’onore, Fortune Charumbira, Zimbabwe, vicepresidente del Parlamento panafricano, dopo aver ascoltato giornalisti e testimoni ha promesso di farsi portavoce della tragedia dei migranti in Libia e della questione eritrea.

Eritrei in Libia dietro filo spinato

Anche Zamina Malole, commissario delle pari opportunità del governo ugandese, ha sottolineata che il ruolo della società civile non deve sottovalutato. La loro voce deve essere assolutamente ascoltata.

Infine don Moussi Zerai, sacerdote eritreo, in prima linea nella difesa dei diritti dei migranti ha ribadito:
“Prima di tutto vanno protette le persone, poi le frontiere”.

Africa ExPress segue da vicino questa conferenza, che è entrata nel vivo questa mattina.

Africa ExPress
@africexp

Dramma dei pendolari in Kenya: il centro commerciale di Nairobi è off limit per i minibus

Dal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 12 dicembre 2018

Chiunque abbia frequentato l’Africa con una certa assiduità, non avrà mancato di rilevare una alquanto bizzarra caratteristica: quella di fare l’esatto contrario di ciò che viene fatto nel resto del mondo. Questa singolare peculiarità, si manifesta sia nelle abitudini di vita, sia nelle norme che regolano la struttura sociale del continente. Nelle ex colonie britanniche si circola a sinistra, ma nelle strade a più corsie, quasi tutti i veicoli (soprattutto quelli pesanti) percorrono ostinatamente quella di destra; i sorpassi non si compiono spostandosi verso il centro strada, ma tenendosi accostati alla banchina; la dowry (dote), non viene pagata dal padre della sposa al promesso marito, ma è quest’ultimo che deve provvederla al primo. Gli esempi di questa filosofia di vita “al contrario” potrebbero riempire una lunga lista.

i matatu (14 posti) bloccati a Nairobi dall’ordinanza del governatore Mike Sonko

Non sorprende quindi più di tanto la recente decisione del governatore di Nairobi, Mike Sonko, di vietare l’accesso alla zona commerciale della città ai mezzi destinati al trasporto pubblico. Negli anni precedenti il centro cittadino era già stato reso inaccessibile ai boda-boda (motorette taxi) e ai tuk-tuk (moto-furgoncini taxi). Gli unici mezzi che restavano a disposizione del pubblico per raggiungere i luoghi di lavoro, erano quindi i minibus passeggeri; i famigerati matatu che, insieme ai parenti minori, boda-boda e tuk-tuk, rappresentano l’afflizione di tutti gli automobilisti per la loro guida spericolata e trasgressiva. In un primo tempo il divieto del governatore Sonko, riguardava indistintamente tutti i mezzi adibiti al trasporto passeggeri, ma le violenti proteste, sia degli operatori, sia degli utenti, inducevano presto Sonko a derubricare l’ordinanza, limitandola ai matatu che non trasportano più di quattordici passeggeri.

La congestione del traffico a Nairobi, favorisce l’attività dei venditori ambulanti

Il fatto è che proprio questa tipologia di minibus è quella che assolve al 75 per cento i bisogni dei pendolari che, ogni giorno si muovono dalle popolose periferie per raggiungere i luoghi di lavoro nella capitale. Che il traffico a Nairobi sia talmente congestionato, da essere sempre più vicino all’immobilismo, è un fatto innegabile. Nairobi, dopo Calcutta, ne sarebbe la città più afflitta al mondo (fonte numbeo.com), ma non sarebbe stato più saggio seguire l’esempio di tutte le grandi metropoli che, creando zone a traffico limitato, le hanno riservate proprio ai mezzi pubblici proibendone, invece, l’accesso a quelli privati? Ma anche in questo caso, fedele alla propria consolidata filosofia, il Kenya, ancora una volta, ha voluto distinguersi facendo l’esatto contrario.

Il palazzo del governatorato di contea a Nairobi

Gli sventurati pendolari, ancora prima di questo divieto, erano già soggetti a estenuanti percorsi di due/tre ore per raggiungere i luoghi di lavoro dalle proprie dimore e viceversa. Oggi, i poveretti sono scaricati ai confini della zona proibita e devono percorrere a piedi i chilometri che li separano dalle proprie destinazioni. In pratica, il tempo dedicato agli spostamenti, aggiunto a quello specificamente lavorativo, può anche raggiungere le sedici ore giornaliere. Chi vuole quindi utilizzare un po’ di tempo per se stesso, per la famiglia o per le incombenze domestiche, dovrà inevitabilmente strapparlo a quello normalmente destinato al riposo, creando così un esercito di zombi che si recherà al lavoro il mattino successivo. Il breve video che segue mostra il disagio dei pendolari in tutta la sua drammaticità.

Il governatore Mike Sonko

Contro la decisione del governatore Sonko è pendente un ricorso presso l’alta corte di Nairobi e si saprà presto se la stessa sarà confermata o abortita, ma è paradossale che un governo che si è fortemente indebitato con l’estero per avveniristiche infrastrutture, non sia finora riuscito a organizzare un efficace sistema di trasporto pubblico e si trovi costretto ad avvalersi dell’iniziativa di privati, così come non ha saputo affrontare la spaventosa congestione del traffico nella capitale, creando sottopassi, svincoli, bypass, che possano, ad esempio, escludere la circolazione dei mezzi pesanti nelle stesse aree oggi vietate ai matau, i quali, malgrado ogni giudizio sul loro discutibile comportamento, restano comunque, per la gente comune, l’unica possibilità per spostarsi da un luogo all’altro.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

Esecuzioni capitali in aumento, ma il Sud Sudan respinge le accuse di Amnesty

Africa ExPress
Juba, 11 dicembre 2018

Nel suo rapporto del 7 dicembre scorso, Amnesty International ha espresso preoccupazione per l’escalation delle esecuzioni capitali nel Sud Sudan, il più giovane Stato della Terra. Secondo la ONG con base a Londra, nel 2018  sarebbero state giustiziate un maggior numero di persone da quando il Paese ha ottenuto l’indipendenza nel 2011.

Dall’indipendenza i tribunali sud sudanesi avrebbero emesso almeno centoquaranta sentenze capitali, trentadue delle quali sarebbero già state eseguite. Nel 2018 sono già state giustiziate sette persone, tra loro anche un minore. Centotrentacinque persone, detenute nel braccio della morte, sono state trasferite recentemente in altre due prigioni, tristemente note perché eseguono materialmente la pena di morte.

Altri trecentoquarantadue prigionieri si troverebbero attualmente nel braccio della morte, tra loro anche una mamma con un bimbo piccolo e un minore.

Prigioniero nel braccio della morte

Joan Nyanyuki, direttore di Amnesty per l’Africa orientale ha sottolineato: “E’ estremamente inquietante che la più giovane nazione applichi ancora queste pene, giustiziando persino minori, mentre il resto del mondo sta abolendo queste orribili condanne”. Aggiungendo: “Il presidente del Paese non deve più firmare sentenze di morte, una violazione del diritto alla vita”.

Il portavoce della presidenza, Ateny Wek Ateny, ha rimandato le accuse al mittente e ha fatto sapere: “Da quando esiste questo Stato, nessuno è mai stato giustiziato, in quanto dal 2013 siamo tra i firmatari della moratoria che vieta la pena di morte. Non capisco da dove Amnesty abbia preso queste informazioni”.

Ateny ha anche minimizzato per quanto riguarda il trasferimento dei prigionieri, puntualizzando che si tratterebbe di normale routine, visto che il penitenziario di Juba sta scoppiando. E’ stato progettato per millecinquecento detenuti ed ora ce ne sono quindicimila”.

Africa-Express
@africexp