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Rivolta del pane in Sudan: i dimostranti chiedono le dimissioni di Al Bashir

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 25 dicembre 2018

L’annuncio del governo di voler triplicare il prezzo del pane, ha provocato un’ondata di proteste in Sudan. La rivolta è cominciata il 19 dicembre e da Khartoum si è diffusa in tutto il Paese.

Anche oggi pomeriggio migliaia di persone si sono riversate sulle strade della capitale per chiedere le dimissioni del presiedente Omar Al Bashir, che è impadronito del potere con un colpo di Stato il 30 giugno 1989. Lunedì la Sudanese Professional Association aveva chiesto alla popolazione di scendere in piazza, convocando la manifestazione di oggi, e di marciare verso il palazzo presidenziale per consegnare al presidente Omar Al Bashir un memorandum per chiedere al vecchio leader di lasciare la poltrona.

Proteste a Khartoum, capitale del Sudan

Le forze di sicurezza e la polizia hanno isolato Abu Jinzeer Square sin dalle prime ore del mattino, costringendo i dimostranti a riversarsi nel centro di Khartoum. La massa oceanica ha cantato in coro “Peaceful … Peaceful against the thieves”, “Freedom, Peace, Justice … Revolution is the choice of the people” e “The people want to bring down the regime”. (pacificamente contro i ladri, libertà, pace e giustizia, la rivoluzione è la scelta del popolo e il popolo vuole abbattere il regime).

Le forze dell’ordine hanno reagito lanciando gas lacrimogeni e proiettili, non solo di gomma ma anche di piombo. Fonti mediche hanno fatto sapere che otto persone sono state ferite, tra loro quattro, che ora sono ricoverate in ospedale, in condizioni critiche. Secondo testimoni oculari, diversi giornalisti sono stati picchiati selvaggiamente e i loro cellulari sono stati sequestrati dagli uomini della sicurezza in abiti civili. Ciononostante alcuni attivisti sono riusciti a postare suoi social network filmati che mostrano appunto uomini della sicurezza senza uniforme intenti a sparare sui manifestanti.

Le proteste, per lo più spontanee, scatenate dalla rabbia della gente, che chiede una vita dignitosa, si sono svolte in una decina di città sudanesi. Secondo alcuni responsabili e testimoni, durante gli scontri con le forze antisommossa, sono state uccise almeno otto persone, sei a El-Gadaref e due a Atbara. Ma il bilancio è stimato ben più alto. Sadik Al-Mahdi, ex primo ministro uno dei principali esponenti dell’opposizione, ha detto sabato scorso che i morti sarebbero almeno ventidue. Al-Madhi è ritornato nel Paese pochi giorni fa, dopo oltre un anno di esilio. Ma già in precedenza era stato cacciato dall’attuale regime.

Il presidente sudanese Omar al Bashir al potere, dopo un colpo di Stato, dal 30 giugno 1989

In tutto il Paese sono stati arrestati in questi ultimi giorni decine di manifestanti e oppositori politici, mentre a Khartoum le autorità hanno chiuso le scuole di ogni ordine e grado. In diversi stati è stato imposto il coprifuoco e lo stato d’emergenza.

Amnesty International, in un suo comunicato di lunedì scorso, ha scritto che, secondo le informazioni in suo possesso, tra il 19 e il 24 dicembre negli scontri con le forze antisommossa sarebbero stata uccise dalle forze dell’ordine trentasette persone. E  Sarah Jackson, vice-direttrice per est Africa, dei Grandi Laghi e del Corno d’Africa della ONG con base a Londra, ha precisato: “Il fatto che i militari reagiscano in maniera talmente spropositata e violenta nei confronti dei manifestanti non armati, è estremamente preoccupante”.  Per tanto l’organizzazione chiede al governo di Khartoum di mettere fine alle violenze per evitare altri spargimenti di sangue.

Anche domenica, dopo una partita di calcio svoltasi a Khartoum, i tifosi hanno chiesto a gran voce al presidente – sul quale pende un mandato d’arresto, spiccato dalla Corte Penale Internazionale nel 2009, per crimini di guerra e genocidio –  di andarsene. Ne sono seguiti forti scontri con le forze di polizia a Omdurman, uno dei tre agglomerati urbani (il più popoloso) che formano Khartoum; gli agenti hanno utilizzato gas lacrimogeni e pallottole di gomma per disperdere la folla.

Lunedì scorso, dopo sei giorni di dimostrazioni, per rispondere ai dimostranti il presidente Omar Al-Bashir, ha promesso riforme vere che, a suo parere, garantiranno una vita dignitosa ai cittadini. La gente è stanca di questo regime, non si accontenta più delle semplice promesse. Vuole vedere cambiamenti reali. Da lunedì è in sciopero gran parte dei medici, ai quali oggi si sono aggiunti anche i farmacisti. Vengono garantiti solamente i servizi di emergenza.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Rivendicano in un video l’assassinio di due turiste scandinave: arrestati in Marocco

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 24 dicembre 2018

Individuati da un video nel quale si vantavano del gesto efferato, sono stati arrestati dalla polizia i quattro terroristi che hanno barbaramente ammazzato due ragazze scandinave che si trovavano in Marocco per turismo.

Si chiamavano Luoisa Vesterager Jespersen e Maren Ueland, danese di ventiquattro anni la prima, norvegese la seconda, e di anni ne aveva ventotto. Sono state trovate assassinate il 17 dicembre in una regione montagnosa non sorvegliata in provincia di El Haouz, Marocco ad una decina di chilometri da Imlil, ai piedi del monte Toubkal, la più alta vetta del nord Africa. E’ lì che le due amiche avevano piantato la loro tenda. Avevano intenzione di restare un mese nel regno nordafricano.

Polizia scientifica del Marocco esaminano il luogo del crimine

Ma è andata diversamente. La mattina del 17 dicembre sono stati trovati i corpi senza vita delle due giovani, stuprate, sgozzate e una delle due decapitata. Quel che in un primo momento sembrava un “semplice” atto criminale, si è rivelato ben presto opera di terroristi, grazie a due video postati su alcuni social network, il cui account è riconducibile all’organizzazione dello stato islamico.

Nel primo dei due filmati, diffuso su telegram e twitter, si vedono quattro uomini a volto scoperto. Dietro di loro la bandiera dello stato islamico, cucita a mano e appesa al muro di una stanza vuota. Uno di loro con sicurezza rivendica il massacro delle due ragazze: “La cellula ha risposto all’appello dell’emiro dei credenti, Abou Bakr Al-Baghdadi, capo dello stato islamico, per sostenere i nostri fratelli nel mondo intero, in particolare i nostri fratelli di Hajin (città della Siria orientale da dove l’ISIS si è ritirato a metà dicembre; era la sua ultima roccaforte nello Stato del medio oriente ndr), distrutta dall’aviazione”. Dopo di che i quattro uomini hanno giurato fedeltà all’ISIS.

L’altro video è estremamente brutale e mostra l’assassinio a sangue freddo di una delle due ragazze. Viene sgozzata e uno dei suoi carnefici urla in arabo marocchino: “Per i fratelli di Hajin”.

Il procuratore incaricato delle indagini ha fatto sapere che al momento attuale il video è al vaglio degli inquirenti. E il portavoce della Direzione per la sicurezza nazionale (DGSN), ha precisato : “Per ora non possiamo né smentire, né confermare l’autenticità del filmato”.

Ovviamente il duplice omicidio ha portato sconcerto a Imlil, una località di montagna senza storia, abitata da diecimila anime, che vivono di turismo. Ora temono di perdere prenotazioni. La popolazione preferisce restare in silenzio, altri dicono che le autorità avrebbero chiesto loro di non parlare con i giornalisti.

Ed ora, con la morte delle due scandinave, il Marocco piomba nuovamente nella paura del terrorismo, come nel 2011, quando furono ammazzate sedici persone a Marrakech, undici di loro erano turisti stranieri.

Venerdì scorso l’unità anti-terrorista della polizia marocchina ha fatto sapere che negli ultimi due giorni sono state arrestate nove persone in diverse città della ex colonia francese, per i loro presunti legami con gli assassini delle due giovani scandinave.

Manifestazione a Rabat

Il Bureau central d’investigations judiciaires (Ufficio centrale delle investigazioni giuduìiziarie, BCIJ) ha inoltre fatto sapere che grazie alle perquisizioni effettuate a Marrakech, Essaouira, Sidi Bennour, Chtouka-Aït Baha e Tangeri, sono stati sequestrati uniformi militari, un fucile da caccia, apparecchiature elettroniche, armi bianche e materiale che potrebbe essere utilizzato per la fabbricazione di esplosivi.

Attualmente sono ben tredici le persone in stato di fermo: i quattro presunti assassini delle due turiste e nove sospettati per avere intrattenuto contatti con i possibili terroristi. I quattro principali sospettati sono stati fermati a Marrakech e secondo fonti ben informate si tratterebbe di giovani tra i venticinque e trentatré anni, socialmente emarginati e con conoscenze assai limitate della dottrina della religione islamica. Secondo i parenti di Abderrahim Khayali, il primo ad essere stato arrestato, quest’ultimo si sarebbe convertito tre anni fa al salafismo, branca ultraconservatrice dell’Islam sunnita.

Un centinaio di cittadini marocchini hanno espresso la loro solidarietà davanti all’ambasciata danese di Rabat sabato. Una manifestazione simile è prevista anche davanti alla rappresentanza norvegese del Regno.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Sebhat Efrem, il generale eritreo che evitò la galera tradendo l’opposizione

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Speciale per Africa ExPress
Piermario Puliti
23 dicembre 2018

Lotta tra la vita e la morte Sebhat Efrem, ministro dell’Energia e delle Miniere dell’Eritrea che ha subito un attentato la scorsa settimana. Un uomo gli ha sparato con una pistola davanti alla sua casa ad Asmara. Ha un proiettile conficcato nella testa.

Sebhat Efrem è stato uno dei grandi generali dell’EPLF. Ha combattuto mille battaglie, vinte e perse, come accade a tutti gli ufficiali che combattono una guerra durata decenni. Sta, in queste ore, combattendo la sua battaglia più difficile, quella tra la vita e la morte, in un ospedale degli Emirati Arabi Uniti.

Molti lo ricordano con la ricetrasmittente in mano nel documentario sulla battaglia di Massawa presso la bella spiaggia di Gurgusum nel 1990. Generale obbediente, preciso, esperto, ma messo agli arresti domiciliari dal tiranno Isaias, durante la guerra del 1998-2000, in uno dei tanti momenti di ossessiva mania persecutoria del dittatore perseguitato dalle ombre del tradimento.

Il dittatore Eritreo Isaia Afeworki e il generale Sebhat Efrem fotografati nel 2008

Un giorno mi mostrò alcune foto di quando, poco più che ventenne, nel Sahel, era seduto ad un tavolo, con una penna in mano, davanti ad una pila di libri ed una candela accesa. “Studiavo – mi disse – quando non combattevo studiavo”, mi ripeteva con orgoglio.

Non aveva vizi: non fumava, non beveva caffè, beveva poco alcool e ci teneva a ricordarlo. Nei primi giorni di settembre del 2001, l’ho visto spesso a casa di Petros Solomon, sul divano della grande sala. I due discutevano per ore. Erano i giorni in cui i G15 chiedevano l’applicazione della Costituzione al dittatore eritreo Isaias Afewerki.

Alla vigilia del colpo di Stato del 18 Settembre 2001, quando i G15 furono arrestati, Petros Solomon mi disse, parlando di Sabat Efrem: “E’ stato un generale perfetto, ha sempre fatto tutto ciò che gli veniva chiesto con una precisione quasi maniacale ma non è possibile chiedergli di prendere una decisione personale, non riesce a ribellarsi”. Allora capii che non avrebbe firmato il documento con la richiesta dell’applicazione della Costituzione. In realtà lo firmò ma poi ritirò la firma. Ecco perché si salvò dall’arresto.

Sebhat Efrem

Ho sempre pensato che, una volta caduto il sanguinario presidente eritreo, sarebbe toccato a Sabat Efrem sostituirlo e lo consideravo una speranza per un Paese diverso e migliore.

Invece, dopo l’arresto dell’ex ministro delle finanze, Berhane Abrehe, e dell’uscita di scena di Sebat Efrem, il tiranno eritreo è sempre più isolato e circondato da figure di scarso spessore, personaggi insignificanti. “Generale di vent’anni figlio di un temporale” cantava De Andrè in Fiume Sand Creek.

Piermario Puliti

Dal Nostro Archivio:

Eritrea: attentato contro il ministro Sebhat Efrem, gravissimo con un proiettile in testa

Eritrea: attentato contro il ministro Sebhat Efrem, gravissimo con un proiettile in testa

Africa ExPress
Asmara / Abu Dhabi, 23 dicembre 2018

Sebhat Efrem, ex ministro della Difesa, attualmente a capo del dicastero dell’Energia e Miniere dell’Eritrea, sarebbe stato ferito gravemente alla testa da una pallottola mercoledì scorso nella sua abitazione ad Asmara.

Fonti ben informate hanno riferito che il ministro, dopo il tentato omicidio, sarebbe stato ricoverato immediatamente all’ospedale Orotta della capitale della ex colonia italiana.

Sebhat Efrem, ministro dell’Energia e Miniere dell’Eritrea

Secondo alcuni inquilini del complesso dove Sebhat vive con la moglie, hanno riferito che l’attentatore sarebbe stato arrestato, ma finora non sono state rivelate le sue generalità. Le condizioni del ministro, apparse subito molto gravi, sarebbe stato trasferito con un volo speciale in un centro specializzato di Abu Dhabi. Alla moglie è stata negata l’autorizzazione di accompagnare ed assistere il marito. Haile Mihtsun, direttore esecutivo di National Higher Education and Research Institute NHERI in Eritrea, avrebbe ricevuto l’incarico di stare accanto al ministro durante il soggiorno terapeutico negli Emirati Arabi Uniti

Mentre il presidente Isaias Afeworki ha fatto sapere che è sua intenzione di rendere visita al ministro quanto prima.

Da quanto si apprende da alcune fonti, Sebhat avrebbe già subito un intervento chirurgico, le sue condizioni sarebbero critiche.

Il ministro, eroe della guerra di indipendenza, nel settembre del 2001 aveva firmato il documento con cui si chiedeva al dittatore eritreo di democratizzare il Paese implementando la Costituzione. All’ultimo momento ritirò la firma e ritornò tra i ranghi del tiranno. Gli altri firmatari, ministri e protagonisti della resistenza contro l’Etiopia, furono arrestati e sono detenuti delle galere dell’ex colonia italiana. Da allora sono scomparsi e nessuno sa nulla. Si salvarono soltanto quelli chela momento della retata si trovavano all’estero.

Africa ExPress
@africexp

Dal nostro archivio:

Sebhat Efrem con il dittatore eritreo Isaia Afeworki in una foto del 2008

Sebhat Efrem, il generale eritreo che evitò la galera tradendo l’opposizione

Allarme in Kenya: la Cina potrebbe impossessarsi del porto di Mombasa

Dal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 22 dicembre 2018

Ammonta a 3,23 miliardi di dollari il debito che il governo del Kenya ha contratto con la Cina, per la costruzione della Standard Gauge Railways (SGR) che collega Nairobi a Mombasa ed è stata costruita dalla China Roads and Bridges Corporation (CRBC) che, naturalmente, ha già incassato il proprio corrispettivo, grazie al tempestivo prestito di un altro potente istituto finanziario cinese; la China Exim Bank che l’ha saldato, iscrivendolo a debito della Kenya Railways Corporation (KRC).

Veduta del polo portuale di Mombasa

Per rassicurare gli amici cinesi (e molto probabilmente su loro stesso suggerimento) il debito con la Exim Bank è stato garantito dal governo keniano con un’ipoteca internazionale sulle strutture portuali di Mombasa. Se il debito non potrà essere ripagato, entro i termini e con le modalità pattuite, la Cina diverrà quindi il maggiore azionista di uno dei più importanti scali marittimi dell’Africa orientale.

La saletta presidenziale a bordo del nuovo treno Nairobi-Mombasa, utilizzata da Uhuru Kenyatta durante il viaggio inaugurale

La strategia del gigante asiatico appare ormai trasparente anche al più prudente degli osservatori. L’offerta di prestigiose (ma non sempre prioritarie) infrastrutture, accompagnate dalla generosa offerta di prestiti, che solo una scarsa avvedutezza fa sperare di poter onorare, ha già consentito a Pechino di prendere possesso di grandi imprese nazionali in Zambia e in Sri Lanka che, nel dicembre 2017, ha dovuto cedere il porto di Hambantota – scalo cruciale per il commercio con l’India – causa l’impossibilità di far fronte al debito, ma sono molte le grandi e medie imprese africane che sono finite, o stanno per finire, nelle mani di Pechino per la stessa ragione.

L’Auditor General del Kenya Edgard Ouko

Con l’estenuante logorrea che caratterizza le concioni delle classi dirigenti africane, Edward Ouko, Auditor General del Kenya (istituzione simile alla nostra Corte dei Conti), ha assicurato ai concittadini, che il debito con la banca cinese, sarà ripagato con i proventi dell’esercizio del porto, condotto dalla Kenya Ports Authority (KPA), ma questa puerile affermazione è solo riuscita a suscitare lo scherno e i lazzi degli osservatori finanziari.

La sede della China Maxim Bank che ha finanziato la costruzione della ferrovia SGR in Kenya

La KPA ha realizzato nell’anno di gestione terminato lo scorso 30 giugno, un ricavo di circa 400 milioni di dollari, che pur avendo prodotto un 7 per cento di aumento rispetto all’anno precedente, resta sideralmente lontano dall’importo a credito della China Exim Bank, che, pur sperando che la KPA consolidi il ricavo riferito anche negli anni a venire, ci impiegherebbe più di otto anni a ripianarlo, anche se Pechino mostrasse d’intenerirsi e volesse considerare il suo finanziamento, come un prestito puramente grazioso, cioè senza l’aggravio di alcun interesse.

L’Amerigo Vespucci, la nave scuola della Marina Militare Italiana, entra nel porto di Mombasa per una visita di cortesia

Questo, non sarebbe tuttavia un ostacolo insormontabile, ma il fatto è che la Cina, non vuole indietro i soldi prestati; ciò che lei vuole è proprio il Porto e il sospetto che si va diffondendo negli organismi finanziari internazionali, è che Pechino alletti l’egocentrismo dei leader africani, offrendo loro futuristiche infrastrutture – alcune vere e proprie cattedrali nel deserto – proprio allo scopo di impossessarsi delle strutture chiave, quando il debito non può essere saldato. E’ un’ipotesi, certo, ma il fatto che questa strategia sia già stata attuata in altri paesi africani e sia tuttora in fase di costante attuazione, non può che avvalorarla.

La portaerei Cavour, della Marina Militare Italiana, entra nel porto di Mombasa nell’ambito dell’operazione di assistenza sanitaria Smile

l baratro verso cui un’Africa quantomeno sprovveduta si sta precipitando, non è sfuggito al New York Times, che già in un suo profetico editoriale dello scorso anno, scriveva: “Le ambizioni cinesi si realizzano attraverso la concessione di prestiti e aiuti, ma con l’intento di usarli come hardball (trabocchetto) per acquisire, una dopo l’altra, le più preziose e redditizie strutture africane”.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

Il presidente dello Zambia: “I cinesi sono come gli scarafaggi”, ma non è un insulto

Dal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 22 dicembre 2018

Accusato di svendere il proprio Paese alla Cina, l’eterogeneo presidente dello Zambia, Edgar Lungu, ripiega su un espediente ad effetto: l’insulto. In un suo recente discorso tenuto a un convegno dell’Economic Association of Zambia, Lungu ha detto che i cinesi sono come gli scarafaggi che s’infilano dappertutto ed è quindi impossibile evitarli.

Veduta aerea di Lusaka, capitale dello Zambia

Dopo aver suscitato lo sbalordito stupore dei presenti, Lungu si è però subito affrettato a minimizzare la sua dichiarazione. “Non intendo certo offendere i nostri partner cinesi – ha precisato – ma solo fare notare che loro, proprio come gli scarafaggi, sono molti ed è quindi naturale incontrarli ovunque”. Proseguendo nell’esposizione del suo pensiero, il leader zambiano ha affermato che nel perseguire lo sviluppo del Paese, occorrono l’assistenza e il supporto di partner stranieri. “Per quale ragione, questi stranieri, non dovrebbero essere cinesi?”

Il presidente dello Zambia Edgar Lungu, il suo regime appare sempre più autoritario

Lungu è abbastanza scaltro da essersi reso conto che la presenza cinese in Zambia è mal tollerata dalla popolazione, soprattutto per lo spaventoso indebitamento del tesoro di Stato che ammonta a 11 miliardi di euro e che, l’impossibilità di ripagarli, ha già fatto passare in mani cinesi l’emittente radiotelevisiva nazionale, ZNBC (Zambia National Broadcasting Corporation), e rischia di fare acquisire a Pechino, anche la società elettrica di Stato, ZESCO, oltre all’aeroporto internazionale della capitale. Inoltre già dallo scorso settembre l’estrazione del rame, di cui lo Zambia è ricco, è già totalmente a beneficio della Cina. Per contro, in questa situazione vicino al dissesto, il leader zambiano, non rinuncia a soddisfare nessuno dei suoi più raffinati capricci, come il recente acquisto di un lussuoso Jet personale.

 Alla pantomima presidenziale, si oppone energicamente James Lukuku, leader di un partito all’opposizione, che ha pagato la virulenza verbale con diverse ore di soggiorno nelle patrie galere. “La Cina sta prendendo pieno possesso del nostro Paese – ha protestato – e ci sta portando al disastro economico attraverso un criminale indebitamento cui non potremo far fronte. Il governo Lungu continua a contrarre debiti con la Cina, pur senza aver ottenuto l’approvazione del parlamento”.

Dimostrazione popolare contro il governo dello Zambia

La scelta di insultare i cinesi (pur continuando ad aprir loro le porte) in un contesto che vede il Paese vicino alla rovina economica, appare un maldestro tentativo di placare il risentimento dei cittadini, ma non può certo trasformarsi nel denaro necessario a tacitare il credito che la potenza asiatica vanta nei confronti del suo “assistito” africano.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

 

Dal Nostro Archivio:

Zambia pieno di debiti verso il collasso. E il presidente si compra un lussuoso jet

Lo Zambia non paga i debiti e la Cina è pronta a prendersi il suo aeroporto internazionale

Precipita aereo in Congo-K: aveva appena consegnato schede e materiale elettorale

Africa ExPress
Kinshasa, 21 dicembre 2018

Poche ore fa si è schiantato al suolo un aereo Antonov 26, numero di immatricolazione 13402, anno di costruzione 1984, noleggiato da CENI (Commissione elettorale nazionale indipendente del Congo-K) adibito al trasporto di materiale per le prossime elezioni elettorali previste per il 30 dicembre prossimo. Le sei persone che si trovavano a bordo al momento dell’incidente sono tutte morte. La tragedia si è consumata in fase di atterraggio in prossimità dell’aeroporto di Kinshasa, precisamente nella regione montagnosa di Lukunga Mputa, ad una cinquantina di chilometri dalla capitale.

Aereo Anantov-26

L’aeroplano era di ritorno da Tshikapa, città nella provincia di Kasai, al centro della ex colonia belga, dove aveva consegnato schede e altro materiale elettorale. L’Anatov 26 è di proprietà della compagnia Gomair, società registrata in Congo.

Un responsabile di RVA (acronimo francese per régie des voies aériennes, cioè l’autorità congolese per il trasporto aereo) di Tshikapa, ha confermato l’incidente e ha precisato: “i sei membri dell’equipaggio e l’unico passeggero a bordo sono deceduti”.

Le cause delle tragedia devono ancora essere accertate; indagini in tal senso sono in corso, ma quando il velivolo ha perso il contatto con la torre di controllo,  poco prima dello schianto, le condizioni metereologiche erano pessime, stava piovendo e la visibilità era scarsa,  Secondo il sito “aviation24.be” le autorità congolesi non avrebbero inviato un’unità di soccorso e solo dopo ventiquattro ore il relitto è stato scoperto da alcuni residenti. Si parla di otto vittime, mentre altre fonti ne menzionano solamente quattro.

Africa Express
@africexp

Dal Nostro Archivio:
Rimandate le elezioni in Congo-K L’opposizione: “E’ un imbroglio”

 

Rimandate le elezioni in Congo-K L’opposizione: “E’ un imbroglio”

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Speciale per Africa Express
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 21 dicembre 2018

Nel pomeriggio di ieri il presidente della Commissione elettorale nazionale indipendenti della Repubblica Democratica del Congo, Corneille Nangaa Yobeluo ha comunicato il rinvio delle prossime elezioni – inizialmente programmate per il 23 dicembre 2018 – al 30 di questo mese. La CENI ha precisato che la decisione è stata presa dopo consultazioni alle quali hanno preso parte tutte le istituzioni del Paese, i responsabili dei raggruppamenti politici, i leader religiosi, rappresentanti della comunità internazionale e i ventuno candidati alle presidenziali.

Nel documento pubblicato da CENI viene spiegato il motivo logistico per il quale è stata posticipata di sette giorni la tornata elettorale: l’incendio scoppiato il 13 dicembre in un deposito, avrebbe distrutto il materiale per il voto destinato ai seggi di diciannove comuni su ventiquattro del circondario di Kinshasa. Si tratta dunque, precisa il CENI, di un’emergenza, causa di forza maggiore, perchè non tutta la documentazione andata in fumo potrà essere pronta e consegnata ai seggi elettorali entro il 23 dicembre.

Sede CENI a Kinshasa

Ma non sono solamente i problemi logistici che hanno indotto il rinvio del voto. Nangaa Yobeluo si dice molto preoccupato per la decima epidemia di ebola che dal 1°agosto affligge le province di Ituri e Nord-Kivu. Secondo l’ultimo rapporto del 18 dicembre dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, finora sono decedute trecentoventisei persone, mentre i pazienti contagiati sono cinquecentoquarantanove.

Infine preoccupano le questioni relative alla sicurezza. Scontri inter-etnici nella provincia di Mai Ndombe, nel ovest della ex colonia belga, hanno causato la morte di quarantacinque persone, mentre oltre quattromila si sono rifugiati nel vicino Congo-Brazzaville. Anche il personale di CENI è scappato e il materiale elettorale è stato bruciato.

Rifugiati del Congo-K cercano protezione nel Congo-Brazzaville

Ma l’opposizione non è d’accordo su questo rinvio e grida all’imbroglio. Ritiene inammissibile il ritardo, in particolare per quanto concerne l’epidemia di ebola, un problema del quale le autorità sono a conoscenza da tempo.

Poche ore prima dell’arrivo a Kinshasa del candidato presidenziale all’opposizione, Martin Fayulu, della coalizione Lamuka (“svegliati” in lingua lingala), per un meeting con simpatizzanti e supporter mercoledì scorso, è stata sospesa la campagna elettorale proprio nella capitale. Il provvedimento porta la firma del governatore André Kimbuta, adducendo motivi di sicurezza. Ma Kimbuta ha anche precisato che tutti i candidati dell’opposizione sarebbero “estremisti” e “si sarebbero preparati per confrontarsi con gli elettori persino nelle piazze e nelle strade”. E secondo il governatore, ciò implicherebbe problemi di sicurezza e potrebbe compromettere il processo elettorale.

Ovviamente Fayulu ha reagito aspramente: “Non è competenza del governatore sospendere un meeting del genere, siamo in piena campagna elettorale, dovrebbe sapere che non è al di sopra delle leggi della Repubblica”.

Le apparecchiature per i voti sono arrivati con due mesi di ritardo rispetto alla tabella di marcia e molte non sono ancora state posizionate nei seggi. CENI ha rifiutato gli aiuti internazionali per l’organizzazione, dunque non ha a disposizione aerei e elicotteri per il trasporto come per le passate elezioni; è costretta all’utilizzo di camion, che a volte impiegano giorni e giorni per arrivare a destinazione. Chissà se un rinvio di sette giorni sarà sufficiente perchè la popolazione possa andare finalmente alle urne.

Lo stringer di Africa Express  a Kinshasa ha fatto sapere che i congolesi non sono contrari a questo rinvio e ha aggiunto: “ Il 30 non è lontano, ma il massiccio spiegamento di militari è inquietante, è come un cattivo odore.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Dal Nostro Archivio:

Nelle province orientali del Congo-K ebola non si ferma. E neppure i ribelli

Kenya, elefanti, leoni e leopardi sostituiscono i presidenti nelle nuove banconote

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 20 dicembre 2018

Jomo Kenyatta, primo presidente del Kenya dopo l’indipendenza dal Regno Unito, cede il posto all’elefante. Via i volti dei presidenti kenioti che vengono sostituiti dagli animali della savana in ordine di importanza.

La banconota del 2010 con il primo presidente del Kenya, Jomo Kenyatta, e le nuove banconote emesse dalla Central Bank of Kenya
La banconota del 2010 con il primo presidente del Kenya, Jomo Kenyatta, e le nuove banconote emesse dalla Central Bank of Kenya

Dall’11 dicembre scorso la banconota da 1000 scellini è dominata da un elefante, seguita da quella che da 500 scellini che raffigura un fiero leone; il rinoceronte è nella cartamoneta da 200; in quella da 100 vediamo il leopardo mentre sulla banconota da 50 scellini troviamo il bufalo.

Rivoluzione anche nelle monete da uno, cinque, dieci e venti scellini che vedono rispettivamente raffigurati in ordine giraffa, rinoceronte, leone ed elefante.

Spariscono così dalla valuta keniana i ritratti dei tre capi di Stato, Jomo Kenyatta, Daniel arap Moi e Mwai Kibak vissuti dalla popolazione come immagini dell’esaltazione personale – molto comune nei Paesi africani – e pericoloso passo che potrebbe precedere il culto della personalità.

A sinistra le monete con l'effigie Mwai Kibak, terzo presidente del Kenya, e le nuove monete che raffigurano gli animali della savana
A sinistra le monete con l’effigie Mwai Kibak, terzo presidente del Kenya, e le nuove monete che raffigurano gli animali della savana

La disposizione, in ritardo – scritta sulla Costituzione democratica del 2010 – ma applicata solo oggi dice che, nel rispetto dei diritti di tutti, “la moneta non deve recare il ritratto di alcun individuo”. Ma oltre all’applicazione della Costituzione è sicuramente l’occasione per dare maggiore spazio alla questione ambientale.

La fauna africana, fondamentale per l’economia dell’ex colonia britannica, è sempre più oppressa dal bracconaggio a causa del traffico illegale di avorio che ha messo in pericolo soprattutto la popolazione di elefanti e rinoceronti ma anche di altre specie.

Turisti fotografano, nel Nairobi National Park, la stele dedicata agli elefanti (foto © Sandro Pintus)
Turisti fotografano, nel Nairobi National Park, la stele dedicata agli elefanti (foto © Sandro Pintus)

Il Kenya è uno dei Paesi che hanno messo al bando l’avorio. All’interno del Nairobi National Park, esiste un’area dedicata agli elefanti, a ricordo delle dodici tonnellate di zanne bruciate nel 1989. Una testimonianza e un segnale forte contro la vendita illegale di avorio.

I visitatori possono vedere due grandi contenitori che contengono parte delle ceneri dell’avorio bruciato. Accanto, una stele dedicata al grande mammifero africano.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter: @sand_pin

Mandato d’arresto in Sudafrica per Grace Mugabe, ex first lady dello Zimbabwe

Africa ExPress
Pretoria/Harare, 19 dicembre 2018

I procuratori del Sudafrica hanno spiccato un mandato d’arresto contro Grace Mugabe, moglie dell’ex presidente dello Zimbabwe, per una presunta aggressione ad una modella sudafricana nell’agosto 2017.

Il caso aveva suscitato molto scalpore. La ex first lady è accusata di aver aggredito e picchiato con una prolunga elettrica Gabriella Engels, una modella sudafricana di vent’anni. Grace si è scatenata contro la giovane in occasione di una visita ai suoi due figli in un albergo a Sandton, lussuosa periferia di Johannesburg, e ha trovato Gabriella in compagnia di Robert e Chatunga. La Engels ha raccontato di non capere chi fosse la signora che, appena entrata, ha iniziato a colpirla su tutto il corpo con una cavo usato a mo di frusta. Ha poi aggiunto: “C’erano dieci guardie del corpo, ma nessuno di loro è intervenuto”. In seguito alla furia della madre di Robert e Chatunga, la giovane aveva riportato ferite in particolare sulla fronte, foto che erano poi state postate sui social network.

In quanto moglie del presidente dello Zimbabwe, per questa violenta aggressione, Grace ha potuto godere dell’immunità diplomatica, che evidentemente è decaduta, visto che l’anziano coniuge non è più il leader del Paese.

La modella sudafricana Gabriella Engels, a sinistra, e Grace Mugabe, ex first lady dello Zimbabwe

Lo scorso luglio il giudice Bashier Vally, della South Gauteng High Court di Johannesburg aveva fatto notare che l’immunità diplomatica concessa alla ex first lady “E’stato un errore fondamentale e fatale” e aveva aggiunto: “La decisione del precedente ministro per le Relazioni Internazionali, Maite Nkoana-Mashabane, deve essere assolutamente rivista”.

In più occasioni la ex potente Gucci Grace – come veniva chiamata per la sua sete di beni di lusso – durante le visiste all’estero ha perso il controllo e nel 2009, durante un viaggio a Hong Kong è stata accusata dal fotografo britannico Richard Jones di essere stato picchiato da lei, dopo che le guardie del corpo lo avevano buttato a terra e portato via la macchina fotografica. Mentre lo scorso anno, durante una visita a Singapore, è stata messa in stato di fermo per qualche ora per aver distrutto le fotocamere a due reporter. La coppia Mugabe si era recata nella città-Stato nel sud-est asiatico perché l’anziano presidente doveva sottoporsi a cure mediche al Gleneagles Hospital. In entrambi i casi la Mugabe è stata protetta dall’immunità diplomatica.

Africa Express
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