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Nigeria: accusato di stregoneria, ragazzo perde una mano dopo torture

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Il Papa invita al dialogo a Bamenda, epicentro della crisi anglofona del Camerun

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La mafia nigeriana balza ai primi posti nella classifica mondiale della criminalità

Speciale per Africa Express
Franco Nofori
Torino, 2 gennaio 2018

Quando si pensa alla criminalità in terra d’Africa, si è portati a ritenerla, sì, feroce e spietata, ma attuata da piccoli gruppi d’individui, mossi dall’impulso e non da ben pianificate strategie. Ciò che è però avvenuto negli ultimi vent’anni in Nigeria, smentisce quest’assunto. Il grande paese africano, ricco di risorse minerarie – e quindi vezzeggiato da tutte le nazioni industrializzate – se si mostra incapace di alleviare le sofferenze del suo popolo, in quanto a organizzazione criminale, esprime una competenza pari a quella delle più quotate imprese internazionali.

L’ambasciata nigeriana a Roma

Ecco lo stralcio di un’informativa inviata nel 2011, al nostro ministero degli Esteri, dall’ambasciatore nigeriano a Roma: “Vorrei attirare la vostra attenzione sull’attività criminale di gruppi nigeriani appartenenti a sette segrete, proibite dal nostro governo: purtroppo i membri di queste sette, che sono riusciti a entrare in Italia, hanno fondato nuovamente l’organizzazione nel vostro territorio con finalità criminali”. L’Italia non è comunque l’unica destinazione di questi progetti a matrice nigeriana, ne sono parimente affetti, Paesi Bassi, Regno Unito, Francia, Germania, Spagna, Belgio e Stati Uniti.

L’ingresso della mafia nigeriana in Italia, richiede una sempre maggiore specializzazione delle forze di sicurezza che sia atta a contrastarla

L’organizzazione criminale nigeriana è a struttura verticistica, da cui discende un apparato logistico che opera attraverso cellule operative le quali conoscono solo la persona che le dirige e non sanno nulla dei livelli superiori. I reclutamenti avvengono attraverso riti “woodoo” o “juju” con giuramento di fedeltà assoluta verso l’organizzazione che, se infranto, prevede punizioni terribili che possono anche comportare la morte. I settori in cui la mafia nigeriana opera, sono il traffico di droga, la prostituzione, la gestione abusiva dei parcheggi, del caporalato e della questua.

La rotta della mafia nigeriana per far giungere il suo traffico a Torino

Stando ai rapporti dei servizi di sicurezza alla Commissione Parlamentare Antimafia, la regione italiana in cui la criminalità nigeriana sarebbe più attiva è il Piemonte, in particolare, Torino, Novara e Alessandria. Seguono poi nell’ordine: Verona, Bologna, Milano, Roma, Napoli e Palermo. Ai primi segnali di questo nuovo inserimento criminale, si pensava che le mafie italiane non avrebbero tollerato chi veniva nel loro territorio a fargli concorrenza, ma anche in questo caso i nigeriani si sono mostrati abili nell’evitare pericolosi confronti.

Un incontro di membri della “Black Axe” nigeriana

Mafia siciliana, ‘ndrangheta e camorra, hanno stretto accordi con i nigeriani che assicurano loro la vigilanza del territorio e pagano un affitto per l’uso delle zone in cui operano. Le stesse prostitute sono vere e proprie vedette per le organizzazioni criminali nostrane, alle quali riferiscono tutto ciò che avviene nelle zone in cui operano. Un risultato, questo, che ha dell’incredibile se si pensa alle sanguinose faide che scoppiavano tra le varie famiglie mafiose, per mantenere l’esclusivo controllo del territorio. Del resto, i capi supremi di questa mafia d’importazione (tutti rigorosamente residenti in Nigeria) sono di elevata cultura e strettamente interconnessi con l’apparato politico locale che favorisce i loro traffici verso l’estero.

Un nigeriano ucciso a Castelvolturno dal “Clan dei Casalesi”, che mal tollerano la competizione della mafia africana nel loro territorio

Benché la mafia nigeriana abbia raggiunto un livello internazionale soltanto verso la metà degli anni ’80, può oggi sedere alla pari tra i grandi trafficanti di droga mondiali, come Afghanistan, Colombia, Bolivia, Iran, Messico, Pakistan, Tailandia, Birmania, Marocco, Myanmar, Laos, Perù. La sua principale “famiglia” – che è anche quella più presente in Italia – ha il nome di “Black Axe” ed è nata nei tardi anni ’70 a Benin City in Nigeria. La sua roccaforte italiana è a Castel Volturno, in provincia di Caserta, territorio fino a ieri controllato dal clan dei casalesi, unico caposaldo criminale nostrano che mal tollera la concorrenza africana.

Veduta di Benin City, nello stato federale di Edo, dove è nata la mafia nigeriana

Benché la produzione nigeriana di droga sia modesta e si limiti alla marijuana, i porti del Paese, grazie alla connivenza con le autorità locali, sono un importante punto di smistamento verso i consumi europei e americani, devastandovi soprattutto le giovani generazioni. La feroce lotta senza quartiere dei narcotrafficanti, per assicurarsi il controllo dei mercati, produce centinaia di migliaia di morti. Solo in Messico, causa questa lotta, muoiono ogni giorno quasi cinquanta persone e più i Paesi destinatari del traffico si organizzano per contrastarlo, più il consumo cresce.

Nigeriani si preparano alla celebrazione di un rito “Juju”

In Europa, il triste primato del consumo di droga va alla Gran Bretagna che, da sola, conta il 20 per cento di eroinomani e il 30 per cento di cocainomani dell’intero continente europeo. Forse, come sostengono alcuni osservatori, sarebbe più utile combattere il consumo piuttosto che dedicarsi al vano tentativo di contrastare il traffico. Per introdurre la droga in Italia, i nigeriani, utilizzano corrieri che ricevono circa tremila euro per ogni trasporto andato a buon fine. Si tratta soprattutto di donne, provviste di regolari permessi di soggiorno, che vengono utilizzate non più di due/tre volte per evitare che la ripetizione dei visti insospettisca la polizia di frontiera. Ad alcune di queste donne sarà poi conferito il titolo di “maman” per avviarle alla gestione delle prostitute (vere e proprie schiave sessuali) di prevalente origine nigeriana.

Questuanti nigeriani in Italia, soggetti al “racket dell’elemosina”

Quando, cedendo al sentimento di umana pietà, lasciamo cadere un euro nella mano del sorridente immigrato che ci attende fuori dal supermercato, al semaforo, davanti al ristorante o al bar, è bene sapere che, di quell’euro, forse neppure dieci centesimi gli rimarranno in tasca. Il resto finirà all’organizzazione che lo controlla. Un cronista torinese, è stato per circa due ore a osservare la questua di un immigrato in uno dei più trafficati incroci cittadini. Ogni tre minuti compariva il verde e ogni tre minuti il questuante poteva contare sul ricavo medio di un euro. Venti euro ogni ora; 160 euro ogni otto ore di “lavoro” e almeno 4 mila euro in un mese. Quasi tutti a beneficio della mafia nigeriana o della sua concorrente maghrebina.

La questua ai semafori. Anche questa attività è sotto il controllo della mafia nigeriana

Se si pensa alle molte centinaia di fonti, da cui questo flusso di denaro proviene (parcheggi, questua, prostituzione, spaccio, caporalato), si parla di guadagni stratosferici che nessuna attività legale è in grado di eguagliare. Guadagni che la mafia africana utilizza per acquistare sempre più droga, cercare altre rotte di smercio, aprire attività di paravento, come centri interculturali, circoli ricreativi e negozi etnici.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

Fonti:
Rapporto Commissione Parlamentare Antimafia
Rapporto annuale Narcotics Control Board delle Nazioni Unite

Amal Fathy: “L’Egitto non combatte le molestie sessuali”. E il giudice la condanna

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 1° gennaio 2019

Due anni di galera per aver criticato le autorità egiziane di non contrastare le molestie sessuali. È la sentenza della Corte d’appello di Maadi Misdemeanors del 30 dicembre contro Amal Fathy, moglie di Mohamed Lotfy, difensore egiziano della famiglia Regeni.

Amal, dopo aver subito molestie sessuali, in un video aveva “osato” criticare le autorità di non contrastare i comportamenti lesivi e molesti della sfera sessuale. Da vittima delle molestie è stata invece accusata dalle autorità egiziane di diffusione di notizie false e, in appello, è stata confermata la condanna.

Amal Fathy libera
Amal Fathy libera, Verità per Giulio Regeni

Immediata la reazione di Amnesty Internazional attraverso Najia Bounaim, direttrice delle campagne dell’ong in Nord Africa, che ha definito la sentenza “oltraggiosa ingiustizia”.

“Il fatto che una persona che ha subito molestie sessuali sia punita con due anni di carcere semplicemente per aver raccontato la sua esperienza è profondamente vergognoso – ha dichiarato Bounaim -. Questa sentenza rappresenta una parodia della giustizia e dovrebbe rimanere come una macchia sulla coscienza delle autorità egiziane”.

Amal Fathy accusata, in un’altra inchiesta, di “appartenenza a un gruppo terroristico” e altri reati, è stata in detenzione preventiva per oltre sette mesi. È stata scarcerata lo scorso 26 dicembre e i termini del rilascio condizionale prevedono che debba trascorrere un’ora alla settimana in una stazione di polizia. Può lasciare la sua abitazione solo per presentarsi alla polizia o per visite mediche.

La conferma della condanna, pochi giorni dopo il rilascio condizionale di Amal, fa pensare a un accanimento verso la coppia Fathy-Lofty. Mohamed Lotfy, già ricercatore di Amnesty International è direttore della Commissione egiziana per i diritti e le libertà, ong che fornisce consulenza legale alla famiglia Regeni.

Anche l’avvocato Alessandra Ballerini difensore italiana della famiglia Regeni, in una nota su Facebook, prende dura posizione contro la sentenza.

Amal Fathy con il marito Mohamed Lotfy (Foto: courtesy of IAPL - International Association of People's Lawyers)
Amal Fathy con il marito Mohamed Lotfy (Foto: courtesy of IAPL – International Association of People’s Lawyers)

“Apprendiamo con sgomento la notizia della conferma della condanna a due anni di carcere ai danni di Amal Fathy – scrive Ballerini -. Questi sette mesi di detenzione hanno causato gravissime sofferenze psicofisiche per Amal che è dimagrita 20 chili e soffre di gravi problemi di salute. Non un giorno di detenzione in più sarebbe per lei sopportabile”.

La legale della famiglia Regeni chiede al governo italiano e alle ambasciate dei paesi “amici” al Cairo di attivarsi immediatamente ed intercedere con il presidente al Sisi affinché conceda il perdono e Amal non debba tornare in carcere.

“Amal non è colpevole di nulla ma paga il coraggio e la determinazione del marito e del nostro legal team egiziano nel chiedere al nostro fianco e gratuitamente verità per Giulio – afferma la legale della famiglia Regeni -. A loro va la nostra commossa gratitudine e la promessa che faremo quanto in nostro potere per liberare Amal e non lasciarla mai sola”.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter: @sand_pin

Sudan, continua la rivolta e in Congo-K vanno di scena i brogli

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 31 dicembre 2018

Anche questa mattina centinaia di persone hanno menifestato a Khartoum. Le forze dell’ordine hanno usato gas lacrimogeni per disperdere la folla. Sempre oggi è iniziato anche lo sciopero a in oltranza degli avvocati, mentre i medici sono in stato di agitazione già da otto giorni.

Gli stringer di Africa ExPress hanno riportato che si sono sentiti spari nel centro della capitale Khartoum e dove erano sguinzagliati ovunque i paramilitari di Rapid Support Forces (RSF) – ex janjaweed –  e gli uomini della sicurezza. Insieme sparavano da mitragliatrici montate su pick-up Landcruiser.

Manifestazione a Khartoum

Secondo alcuni giornali locali, ieri il presidente avrebbe chiesto agli agenti della polizia di evitare l’uso eccessivo della forza contro i dimostranti. Malgrado ciò diversi manifestanti sono stati arrestati anche oggi, ad alcuni reporter sono stati sequestrati gli smartphone per evitare che potessero postare le riprese. E ovunque, in tutto il Paese grida a gran voce. “Bashir, leave!” (Bashir, vattene). A pensare che l’UE e l’Italia intrattiene contatti importanti con questo regime. Basti pensare al “processo di Khartoum”, ideato da Lapo Pistelli, ex sottosegretario agli esteri durante il semestre di presidenza UE dell’Italia per contrastare i flussi migratori dall’Africa sub sahariana. Ancora oggi il controllo delle frontiere del Sudan sono affidati ai sanguinari ex janjaweed, oggi riabilitati come RSF proprio da al Bashir, ma non dimentichiamo che uno dei loro capi, Mohamed Hamdan Daglo, chiamato anche Hametti, era uno dei più feroci leader dei diavoli neri

Molti dei membri di RSF facevano parte dei famigerati janjaweed, diventati famosi per le atrocità commesse in Darfur: i “diavoli a cavallo” (come li chiamava la popolazione civile) bruciavano i villaggi, stupravano le donne, uccidevano gli uomini e rapivano i bambini per renderli schiavi. Un ex leader dei janjaweed, Mohamed Hamdan Dagl, (detto Hametti), è ora comandante delle RSF, incaricati del controllo dei confini, a caccia di migranti, ma i paramilitari sono anche attivi nella guerra in Yemen. Il Sudan, infatti, fa parte della coalizione capeggiata dai sauditi.

Ci siamo occupati di questo travagliato Paese con due articoli negli ultimi giorni. Le proteste sono iniziate il 19 dicembre, dopo l’annuncio del governo di voler triplicare il prezzo del pane.  Le rivolte si sono presto diffuse in tutto il Sudan fino a raggiungere anche Khartoum; ora la gente chiede non solo una vita dignitosa, ma anche le dimissioni di Omar al Bashir, al potere dopo il colpo di Stato del 30 giugno 1989, con cui ha rovesciato il primo ministro democraticamente eletto, Sadiq al-Mahdi. Sadiq è rientrato nel Paese dopo diversi periodi in esilio, proprio pochi giorni fa. Sull’attuale presidente pende anche un mandato d’arresto internazionale, spiccato dalla Corte penale internazionale, per crimini contro l’umanità e genocidio, commessi nel Darfur.

Nella Repubblica Democratica del Congo domenica è arrivato il gran giorno delle elezioni tanto atteso. Una data invocata, desiderata, sognata da due anni, perchè il mandato di Joseph Kabila era scaduto nel dicembre del 2016. Per queste elezioni i congolesi hanno dovuto soffrire e lottare, molti sono stati feriti o uccisi dalle pallottole delle forze di sicurezza, hanno dovuto sopravvivere alla tortura, all’esilio, alla miseria.

Joseph Kabila, presidente del Congo-K

Ma già durante il giorno del voto, l’opposizione ha denunciato irregolarità in gran parte del Paese.  nel Sud-Kivu, una delle ventisei province del Congo-K, sono morte almeno quattro persone a margine della  tornata elettorale di ieri. Secondo l’ex presidente dell’Assemblea nazionale Vital Kamerhe, molto vicino a Félix Tshisekedi, uno dei candidati dell’opposizione, ha fatto sapere che uno scrutinatore stava riempendo le urne con schede in favore di Emmanuel Ramazani Shadary, delfino di Kabila; ma alcuni elettori si sono accorti dell’imbroglio ed è successo il finimondo. Oltre allo scrutinatore è morto un poliziotto e due civili.

Anche Martin Fayulu, un altro candidato all’opposizione ha fatto sapere che i suoi osservatori sarebbero stati mandati via in diversi seggi.

Elezioni in Congo-K

Il candidato del partito al potere, Emmanuel Ramazani Shadary, invece, appena uscito dal suo seggio elettorale, ha gridato a gran voce: “Ho già vinto. Sarò eletto e da questa sera sarò io il presidente”.

La Commissione elettorale nazionale indipendente ha comunque fatto sapere che i risultati provvisori saranno resi solamente noti sabato prossimo. Auguri dunque al popolo congolese.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Madagascar: al ballottaggio vince Rajoelina ma chi ha perso lo accusa di brogli

Africa Express
Antananarivo, 31 dicembre 2018

Gli oppositori di Andry Rajoelina, vincitore al secondo turno delle presidenziali del 19 dicembre in Madagascar, sono scesi in piazza sabato scorso per contestare la vittoria del neo (possibile) leader del Paese.

Manifestazione dell’opposizione in Madagascar

La folla ha chiesto a gran voce la squalifica di Rajoelina per frode, brogli e ha accusato la Commissione elettorale nazionale (CENI) di corruzione. Le forze dell’ordine non sono intervenute per disperdere i dimostranti, malgrado non fosse stata autorizzata la manifestazione.

Marc Ravalomanana, antagonista di Rajoelina al ballottagio – entrambi sono ex presidenti dello Stato insulare – ha presentato ricorso alla Corte Costituzionale. Secondo i risultati pubblicati da CENI,  Ravalomanana avrebbe ottenuto solamente il 44,34 per cento dei consensi, mentre Rajoelina avrebbe vinto questo ballottaggio con il 55,66 per cento. Il candidato perdente ha depositato un ricorso. Ora l’ultima parola spetta ai giudici della Corte costituzionale, entro nove giorni dovranno decidere se convalidare o meno l’esito di questa tornata elettorale.

Marc Ravalomanana a sinistra e Andry Rajoelina a destra

In attesa della sentenza, gli osservatori nazionali si sono riuniti in assemblea venerdì scorso, e la piattaforma Rohy, che comprende oltre centoventi organizzazioni della società civile sparse nelle ventidue regioni del Madagascar, ha urlato allo scandalo: un governo “privo di neutralità”, una campagna elettorale esecrabile, durante la quale i vari candidati hanno gettato fango sull’operato degli altri contendenti e infine brogli. Ma la lista delle violazioni compilata dei settemila osservatori messi in campo durante le elezioni è molto, molto  lunga.

Infine la società civile lancia un appello ad entrambi i candidati, sia a Ravalomanana che a Rajoelina: “Il candidato perdente, una volta accertate le irregolarità –  qualora ce ne fossero – deve assolutamente accettare il verdetto finale”.

Africa Express
@africexp

La Repubblica Centrafricana sconvolta dalla guerra affida ai Boy Scout le proprie speranze di pace

Speciale per Africa Express
Franco Nofori
Torino, 30 dicembre 2018

La Repubblica Centrafricana è grande due volte l’Italia, ma con una popolazione di poco più di cinque milioni di abitanti, che la rendono una nazione scarsamente abitata (meno di sei abitanti per Km quadro). Eppure è un Paese che fin dal 1960, all’ottenuta indipendenza dalla Francia, ha conosciuto solo violenze, morti e devastazioni. Vi operano più di dieci gruppi armati, in permanente lotta con tutti (anche tra loro) e pronti a cambiare bandiera a ogni mutare di vento. Molti di loro combattono e uccidono, quasi senza sapere il perché, in un’irresistibile orgia di violenza che pare ormai connaturata nell’essenza stessa del loro essere.

Tolta la capitale Bangui, che ha una parvenza di organizzazione statuale, nel resto del Paese regna la totale anarchia. Non c’è un sistema sanitario nazionale, né vie di comunicazione affidabili. Le sparute forze di sicurezza, stentano a garantire un’efficace protezione allo stesso governo, mentre l’esercito, ridotto a una forza meramente rappresentativa, non sarebbe in grado neppure di proteggere se stesso, se non fosse per la presenza delle truppe ONU che, tuttavia, riescono solo a salvaguardare una ristretta zona intorno alla capitale nel sud-ovest del Paese.

Truppe francesi del corpo multinazionale europeo in pattugliamento a Bangui

Afflitta da una povertà che è tra le peggiori del mondo, i centrafricani vivono con poco più di un dollaro al giorno e sono vittime delle continue scorrerie che devastano le loro misere colture agricole. Non è d’aiuto l’instabilità delle Nazioni confinanti: Ciad, Sudan, Sudan del Sud, Repubblica Democratica del Congo, Repubblica del Congo e Camerun.

Abitanti di un villaggio centrafricano si riforniscono d’acqua ad un convoglio delle Nazioni Unite

La storia della Repubblica Centrafricana, nei suoi quasi sessant’anni d’indipendenza, è costellata da regimi militari, colpi di stato e rovesciamenti di fronte, fino all’avvento, grazie alle elezioni democratiche del 2015, dell’attuale presidente Faustin-Archange Touadéra, al quale va dato atto di aver tentato una riconciliazione nazionale che, purtroppo stenta ad avere successo.

Il presidente centrafricano Faustin-Archange Touadéra, con l’immancabile partner cinese Xi Jinping

Il Centrafrica, per lo più ignorato dal mondo, ha avuto il suo momento di popolarità nel 1966 quando, grazie a uno dei molti colpi di Stato, s’installò al potere Jean-Bedel Bokassa, un dittatore affetto da megalomania e con tratti ritenuti gravemente psicotici che, nel 1976 lo spinsero ad auto-proclamarsi imperatore, con la pretesa che l’allora Papa Paolo VI venisse personalmente a incoronarlo a Bangui, richiesta che fu ovviamente disattesa. Alla cerimonia, tanto pacchiana quanto costosa, parteciparono solo pochissimi leader stranieri e i venti milioni di dollari spesi per celebrare l’evento, gettarono definitivamente nel lastrico la già pericolante economia del nuovo Impero del Centrafrica.

L’ “imperatore” Jean-Bedel Bokassa, con la giovane moglie, alla cerimonia dell’incoronazione

All’ambasciatore britannico che, per conto di Elisabetta II, declinava l’invito alla cerimonia dell’incoronazione, Bokassa rispose: “Non importa, lei è una semplice regina, mentre io sono un imperatore”. La sua spiccata attitudine alla ferocia, lo faceva regolarmente partecipare alle pratiche di tortura e da più parti si sostenne anche che, al pari del suo collega ugandese Idi Amin, amava cibarsi del corpo dei nemici uccisi.

L’ex presidente francese Valéry Giscard d’Estaing con l’alleato centrafricano Bokassa

Molte critiche piovvero sul governo francese di Valéry Giscard d’Estaing che, malgrado le note tendenze paranoiche dell’alleato centrafricano, lo sostenne fedelmente finanziandolo e rifornendolo di armi in cambio di uranio. Il presidente francese, fu anche al centro di uno scandalo quando si scoprì che aveva ricevuto dall’amico Bokassa corposi regali personali in diamanti.

Gruppo di boy scout centrafricani

Oggi, la Repubblica Centrafricana è ancora lontana dall’aver creato una situazione di serenità e di pace, ma se mancano le strutture istituzionali per favorire la riconciliazione tra le varie e bellicose comunità interne, c’è un organismo non governativo che si adopera al meglio per tentare di realizzarle. Si tratta del corpo dei Boy Scout che in Centrafrica conta oltre ventimila membri (più delle forze militari presenti nel Paese). Sono giovani molto attivi e motivati, cattolici, evangelici e anche islamici.

Una delle tante formazioni di guerriglieri ribelli che operano in Centrafrica

“Siamo guerrieri di pace”, dicono di se stessi e girano di città in città, di villaggio in villaggio, esortando i concittadini ad abbandonare le ostilità e a unirsi in uno sforzo comune per dare pace e stabilità al proprio Paese. In Centrafrica non ci sono strade trafficate e vecchiette che debbano essere aiutate ad attraversarle, ma l’obiettivo dei giovani boy scout locali non è certamente meno nobile.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

Sudan: 19 morti e oltre 400 feriti nelle manifestazioni contro il governo

Speciale per Africa Express
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 29 dicembre 2018

Non si arrestano le manifestazioni anti-governative in tutto il Paese. E come accade quasi sempre in Sudan, anche le proteste di ieri sono state represse dalle forze dell’ordine, che hanno fatto largo uso di gas lacrimogeni e granate stordenti per disperdere i manifestanti.

Le autorità hanno ammesso ieri che durante le manifestazioni sono state uccise diciannove persone, mentre oltre quattrocento avrebbero riportato ferite, tra loro anche centottantasette agenti di polizia.

Omar el-Digeir, un leader della formazione politica all’opposizione, Sudanese Congress Party, è stato arrestato a Omdurman, città situata sulla sponda occidentale del Nilo e secondo esponenti del partito, sarebbe stato portato in un luogo sconosciuto. L’associazione degli scrittori sudanesi ha denunciato che le forze di sicurezza avrebbero fermato il poeta Mohamed Taha giovedì scorso a Khartoum. Finora non è dato sapere dove è detenuto. Anche il network dei giornalisti del Paese lamenta la scomparsa di due suoi membri.

Omar al-Bashir, presidente del Sudan

Le proteste sono iniziate il 19 dicembre, dopo l’annuncio del governo di voler triplicare il prezzo del pane.  Le rivolte si sono presto diffuse in tutto il Sudan fino a raggiungere anche Khartoum; ora la gente chiede non solo una vita dignitosa, ma anche le dimissioni di Omar al Bashir, al potere dopo il colpo di Stato del 30 giugno 1989, con cui ha rovesciato il primo ministro democraticamente eletto, Sadiq al-Mahdi. Sadiq è rientrato nel Paese dopo diversi periodi in esilo, proprio pochi giorni fa. Sull’attuale presidente pende anche un mandato d’arresto internazionale, spiccato dalla Corte penale internazionale, per crimini contro l’umanità e genocidio, commessi nel Darfur.

Le forze dell’ordine sudanesi hanno anche arrestato un gruppo di studenti “ribelli” originari appunto del Darfour. Secondo Boshara Juma, portavoce del governo: “Era loro intenzione di sparare contro i manifestanti”. I giovani farebbero parte di SLA/Abdel Wahid (Movimento per la Liberazione del Sudan, attivo sopratutto in Darfur) e il ministro dell’Informazione, Mamoun Hassan, ha aggiunto che dieci di essi erano in possesso di  quattordici Kalashnikov, mille munizioni e alcuni computer.

Dispiegamento di forze di sicurezza sudanesi durante le manifestazioni

E sempre ieri, un portavoce dell’ONU ha fatto sapere che Antonio Guterres, segretario generale del palazzo di vetro, sta monitorando con grande preoccupazione la situazione in Sudan ed è particolarmente allarmato a causa dell’escalation delle violenze che hanno causato molti morti. Guterres ha sottolineato che è assolutamente necessario salvaguardare la libertà di espressione e riconoscere il diritto di assemblee pacifiche.

La rivolta del pane in Sudan

Aristide Nononsi, un esperto indipendente dell’ONU, condanna fermamente l’uso della forza eccessiva della polizia e dell’esercito nei confronti di manifestanti pacifici. “Le forze di sicurezza del Sudan – ha precisato Nononsi – devono proteggere il diritto alla vita dei dimostranti ed evitare l’escalation delle violenze”.

La disperazione della popolazione è alle stelle. L’inflazione ha raggiunto il settanta per cento, mentre la sterlina sudanese ha perso il cento per cento del suo valore. Carenza di pane e benzina sono all’ordine del giorno in molte città del Paese.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Dal Nostro Archivio:

Rivolta del pane in Sudan: i dimostranti chiedono le dimissioni di Al Bashir

Caos elettorale in Congo-K: oltre un milione di persone escluse dal voto di domenica

Speciale per Africa Express
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 28 dicembre 2018

Questa mattina il ministro degli Esteri di Kinshasa, Léonard She Okitundu, ha chiesto all’Unione Europea di richiamare nelle prossime quarantotto ore il proprio rappresentante diplomatico, il belga Bart Ouvry. Si tratta ovviamente di una ritorsione nei confronti dell’UE che ha rinnovato le sanzioni nei confronti di quattordici alti funzionari congolesi, tra loro il candidato alle presidenziali del partito al potere, Emmanuel Ramazani Shadary.

Intanto la Commissione elettorale nazionale indipendente ha privato oltre 1,25 milioni di congolesi del loro diritto di eleggere il presidente.  CENI ha posticipato al 30 marzo 2019 le votazioni in alcune zone del Paese. Dunque questi elettori dovranno attendere altri tre mesi prima di poter esprimere le loro preferenze per quanto concerne le legislative, provinciali e locali, mentre sono esclusi dalle presidenziali, visto che i risultati definitivi che annunceranno il nuovo leader, saranno resi noti già a metà gennaio 2019.

Manifestazioni in Congo-K

Nel resto della Repubblica Democratica del Congo la tornata elettorale dovrebbero svolgersi fra due giorni, votazioni che sono già state rinviata dal 23 novembre al 30 dicembre 2018, mentre nelle città di Beni e Butembo nel Nord-Kivu e nell’area di Yumbi nella provincia di Maï Ndombé, la popolazione andrà alle urne solamente il 30 marzo 2019.

L’opposizione ritiene che tale rinvio sia ingiustificabile e anche Moïse Katumbi, attualmente in esilio e sostenitore di Martin Fayulu, candidato di Lamuka (“svegliati”, in lingua lingala), ha espresso il suo disappunto su twitter. La Chiesa cattolica e il Comitato laico di coordinamento – in prima linea sul fronte anti-Kabila – hanno criticato duramente la decisione di CENI. E alcuni notabili delle regioni toccate dal nuovo rinvio, hanno prospettato la possibilità di ricorrere alla Corte costituzionale.

CENI respinge tutte la accuse, le misure prese sarebbero state necessarie a causa dell’epidemia di ebola e dei continui attacchi dei miliziani di Alliance of Democratic Forces (un gruppo terrorista filoislamico ugandese, dal 1995  operativo anche in Congo-K nel Nord Kivu) e lo stato di insicurezza dopo scontri etnici nel Maï Ndombé.

Militari congolesi

Martin Fayulu, aveva indetto uno sciopero generale per giovedì scorso, proprio per manifestare contro le disposizioni di CENI. Il numero dei partecipanti nella capitale è stato esiguo, mentre a Goma e Beni le adesioni alle manifestazioni sono state più importanti. A Goma polizia e esercito sono intervenuti e hanno cercato di disperdere i manifestanti.

A Beni le persone sono scese nelle strade con la bandiera congolese in mano, per esprimere la loro rabbia per non poter partecipare alle presidenziali di domenica prossima. La manifestazione è partita dallo stadio ed era diretta verso il municipio, ma i partecipanti non hanno potuto oltrepassare la grande rotatoria, dove, secondo alcuni testimoni, le forze dell’ordine hanno iniziato a sparare: una persona sarebbe stata uccisa, mentre altre due sarebbero state ferite.

Radio Okapi, l’emittente fondata dalle Nazioni Unite, solitamente bene informata, ha riportato che ieri una ventina di persone, sospette di aver contratto il virus ebola, sarebbero scappate da un centro di transito a Beni, dove si trovavano in osservazione, in attesa dei risultati delle analisi. L’istituto è stato preso d’assalto da un gruppo di giovani che manifestavano contro il rinvio delle elezioni. Hanno forzato le porte, spaventando a morte tutti i ricoverati. Secondo Justus Nsio, vice coordinatore per “lotta contro l’ebola”, le persone potrebbero essere tornate a casa loro: “Appena la situazione si calmerà- ha promesso – cercheremo di riportarle qui”.

La gente resiste agli infermieri perché non vuole essere monitorata

Secondo il bollettino dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) emesso il 28 dicembre 2018, finora sono morte trecentocinquantasette persone  dal 1°agosto, inizio della decima epidemia della febbre emorragica nel Congo-K.

Gli aventi diritti al voto sono oltre quarantasei milioni. Eleggeranno il nuovo presidente domenica prossima. L’attuale leader ha rinunciato a ricandidarsi, ma non si esclude che possa essere nuovamente in lizza in una prossima tornata elettorale.  Joseph Kabila, presidente del Congo-Kinshasa, è salito al potere dopo l’omicidio del padre, Laurent-Désiré Kabila, nel 2001. E’ stato rieletto nel 2006 e nel 2011; il suo mandato è scaduto nel dicembre 2016.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Dal Nostro Archivio

Rimandate le elezioni in Congo-K L’opposizione: “E’ un imbroglio”

Precipita aereo in Congo-K: aveva appena consegnato schede e materiale elettorale

Congo-B, ENI e Total in traffici sospetti con faccendieri legati al presidente Sassou

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 28 dicembre 2018

Alle tegole cadute sulla testa di ENI per la corruzione in Algeria e Nigeria, se ne aggiunge un’altra, questa volta nella Repubblica del Congo (Congo-Brazzaville).

Secondo un’indagine dell’ong Global Witness (GW) rivela due personaggi legati alla famiglia del presidente della repubblica dell’ex colonia francese, Denis Sassou Nguesso, sono accusati di corruzione per aver fatto affari illeciti con il gigante petrolifero italiano e la multinazionale francese Total.

Si chiamano José Veiga, faccendiere portoghese e uomo di fiducia del presidente della repubblica Denis Sassou Nguesso, e il camerunese Yaya Moussa, ex rappresentante del Fondo Mondiale Internazionale (FMI) in Congo.

Schema della corruzione in Congo-B (Courtesy Global Witness)
Schema della corruzione in Congo-B (Courtesy Global Witness)

Veiga conosciuto come il “feiticeiro português” (stregone portoghese) del presidente del Congo, è stato incriminato dalla magistratura lusitana con pesanti accuse: riciclaggio di denaro, frode fiscale, clientelismo e corruzione internazionale nell’ex colonia francese.

Imputazioni che all’inizio del 2016 lo hanno portato nelle patrie galere per tre mesi e per altri due mesi agli arresti domiciliari. Ora è fuori ma, mentre l’indagine è ancora in corso, gli investigatori portoghesi lo accusano di aver ricevuto fondi ingenti che avrebbe utilizzato per corrompere le autorità congolesi attraverso una società offshore risultata poco trasparente.

Yaya Moussa invece ha contribuito alla negoziazione che ha permesso alla Repubblica del Congo, nel 2010, di ridurre il debito di quasi 2 miliardi di dollari, dimettendosi dalla sua posizione poco prima che il FMI concedesse gli aiuti finanziari.

Quindi, insieme a Veiga ha creato la Kontinent, compagnia petrolifera con sede in Delaware (USA). Una società strategica grazie alla quale è stata creata la Kontinent Congo di cui è comproprietario Veiga e che è servita a Moussa per accaparrarsi varie quote di licenze nei fruttuosi campi petroliferi offshore del Congo.

La vicenda vede coinvolti sia Total che ENI, storiche compagnie petrolifere detentrici di licenze petrolifere e che avevano rispettivamente il 65 e il 35 per cento delle quote di partecipazione nel settore sud, a Pointe-Noire.

Mappa del Congo-B e la collocazione di Pointe-Noire (Courtesy Google Maps)
Mappa del Congo-B e la posizione dell’area petrolifera di Pointe-Noire (Courtesy Google Maps)

Al processo di rinnovo delle licenze di quell’area petrolifera, il 14 luglio 2015, le due multinazionali concedono una quota del 10 per cento anche alla Kontinent Congo. Total EP Congo conserva il 39 per cento, Eni Congo il 21 mentre le altre compagnie che ne fanno parte sono Société Nationale des Pétroles du Congo-SNPC (15 per cento), Africa Oil and Gas Corporation-AOGC (10) e PETRO CONGO (5).

Secondo l’indagine di GW, Total non ha avuto remore nell’ammettere che Veiga e Moussa avevano potenziali rischi di conformità. Però la multinazionale francese ha dichiarato che per affrontare questi problemi aveva previsto di attivarsi su “disposizioni intese a mitigare il rischio che qualsiasi persona collegata con pubblici funzionari fosse in grado di influenzare impropriamente le operazioni nell’ambito dell’accordo operativo congiunto”.

Diversa la posizione di ENI. Ha dichiarato che, nel meeting generale annuale del 2017 con i suoi partner, ha usato la ‘dovuta diligenza’ e di non aver riscontrato alcuna problematica né su Moussa né su Veiga. ENI ha affermato che risultava infondato il sospetto che i proprietari della Kontinent Congo fossero rappresentanti della famiglia del presidente congolese.

Di fatto, secondo l’ong, Moussa e Veiga erano nel CdA della Banque Africaine pour l’Industrie et le Commerce (BAIC), la maggiore banca privata del Benin. Moussa possedeva azioni per il suo ruolo e Veiga, secondo i media, rappresentava la famiglia del presidente Sassou Nguesso.

Il quartier generale di Total, a Parigi, e quello di Eni, a Roma
Il quartier generale di Total, a Parigi, e quello di Eni, a Roma

ENI è già tenuta a dimostrare la trasparenza del proprio operato in Nigeria e ora si pongono seri interrogativi anche sulle sue attività in Congo – ha dichiarato Mariana Abreu di Global Witness -. Stiamo osservando l’emergere di uno schema dei partenariati di ENI con individui collegati alla politica e successivamente indagati per agevolazione della corruzione” .

È ora che la direzione di ENI sia ritenuta responsabile delle complesse trattative intrattenute con questi soggetti – ha continuato Abreu – e dei rischi che sembra aver ignorato nel corso di tale processo”.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter: @sand_pin

Crediti immagini:
– Quartier generale della Total
By I Tangopaso (talk)) created this photograph. – Own work, Public Domain, Link

Marocco: donne berbere in rivolta contro i soprusi del governo di Rabat

Speciale per Africa Express
Franco Nofori
Torino, 26 dicembre 2018

La recente e barbara esecuzione delle due ragazze scandinave, nelle montagne del Marocco, ha drammaticamente ricordato al mondo, che il fondamentalismo islamico, per quanto mutilato nella sua capacità offensiva, non è ancora stato vinto e probabilmente non lo sarà ancora per lungo tempo, almeno fino a quando (e soprattutto, se) non si formerà nelle nuove generazioni islamiche, una coscienza di umana convivenza che sappia affrancarsi dall’ossessivo fanatismo fideista.

Gruppo di guerrieri berberi nei tradizionali costumi

Il governo marocchino è comprensibilmente ossessionato dal rischio jihadista, dal quale vuole a tutti i costi tenersi fuori e ha quindi adottato misure piuttosto energiche che affidano ampi poteri alle forze della sicurezza interna. Se da questo punto di vista l’iniziativa appare giustificata, è fatale che concedendo carta bianca a chi deve proteggere la sicurezza del Paese, si incorre inevitabilmente nel rischio di favorire abusi, così come è avvenuto e sta avvenendo un po’ in tutta l’Africa mediterranea. Basterà ricordare l’uccisione dello studente di Cambridge, Giulio Regeni in Egitto, omicidio di cui sarà molto difficile venire a capo.

Il re del Marocco, Mohammed VI

Benché il Marocco sia un Paese a totale religione islamica, considerato l’ultimo avamposto occidentale della cosiddetta “Islamic belt” (cintura dell’Islam), la sua popolazione è suddivisa, in misura pressoché uguale, tra arabi e berberi. Il potere economico e politico è però gestito in prevalenza dai primi, cui appartiene anche la famiglia reale di Mohamed VI. Il sovrano è peraltro da tutti riconosciuto come un leader moderno, il quale, oltre a voler mantenere il proprio Paese fuori dal fanatismo religioso, si è anche impegnato a saldarne l’unità nazionale, aprendosi a maggiori riconoscimenti in favore delle minoranze etniche. Malgrado questo intento, però, la discriminazione sociale verso la popolazione berbera continua e s’inasprisce.

Il mercato di prodotti berberi a Tangeri, in Marocco

I berberi, di origine nomade, sono presenti a macchia di leopardo un po’ in tutto il Marocco, ma la loro concentrazione maggiore si trova nella regione del Rif, territorio nell’estremo nord del Paese, compreso tra Capo Spartel e Tangeri. Esso culmina in una lingua di terra che si protende nello stretto di Gibilterra, quasi a voler ammiccare alla Spagna come destinazione desiderata. E’ infatti da questo punto che centinaia di migliaia di disperati in fuga dall’Africa tentano di accedere al troppo idealizzato paradiso europeo. Sì, perché i berberi, malgrado la loro economia sia di primaria importanza per l’intera nazione, sono poveri e con grave carenza di infrastrutture sociali, per la sanità, l’istruzione e i servizi di sussistenza in genere.

Dimostrazione di donne berbere contro le persecuzioni della polizia in Marocco

Le autorità governative periferiche, anche loro in prevalente etnia arabe, forti della discrezionalità e dell’autonomia loro concesse, si lasciano spesso andare a prevaricazioni verso i berberi, giudicati troppo primitivi e riluttanti a seguire le rigide regole imposte dal potere centrale. I berberi, non vogliono in effetti rinunciare ai loro stili di vita e accusano il governo che una buona misura della loro arretratezza è proprio causata dalla carenza di quei supporti sociali che da tempo reclamano.

La forte ostilità tra i due gruppi, si è riaccesa qualche anno fa con la morte di un pescatore che, in uno scontro con la polizia, tentava di impedire che gli venisse sequestrato il pesce che aveva appena portato a riva.

Carica della polizia marocchina contro dimostranti berberi a Casablanca

A partire da allora, le contestazioni berbere, contro il governo centrale sono andate via via intensificandosi, provocando le energiche reazioni delle forze dell’ordine che arrestano indiscriminatamente i dimostranti e li tengono a lungo in detenzione, ancor prima di formalizzare le accuse in una corte di giustizia. Un comportamento che ha finito per creare un esercito di vedove bianche. Donne orgogliose, eredi di un’antica società matriarcale che le poneva al centro decisionale della società e che oggi si trovano invece sole a dover accudire alla casa e ai figli, senza aver più il supporto del coniuge.

La gestione araba, com’è nel suo costume, relega le donne a un ruolo del tutto marginale e questo ha fatto si, che fino alla prima decade del millennio in corso, l’analfabetismo tra le donne berbere raggiungesse un impressionate 87 per cento del totale, ma gli arresti e le continue intimidazioni cui le loro comunità sono state soggette, hanno evidentemente risvegliato l’antico retaggio di forti guerriere che l’avvento della religione islamica – avvenuto alla fine del settimo secolo – aveva drammaticamente cancellato. In poco meno di dieci anni, le donne berbere, oggi, sono diventate attive e determinate nel reclamare i propri diritti e hanno attratto su di loro l’interesse del mondo intero.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

Precisazione      

Ricevo dal collega Ghaleb Bauriki, le seguenti precisazioni che pubblico volentieri:

Gentile collega,
sono un giornalista professionista iscritto all’associazione di Roma. Sono italiano di origine marocchina e vorrei solo informarti di alcune cose che riguardano berberi e arabi. La madre del Re del Marocco è berbera, come la stessa madre di Hassa II e il monopolio del commercio è in gran parte in mano ai berberi.
Cordialmente 

Prendo naturalmente atto di quanto precisato dal collega. La bibliografia di re Mohammed VI da cui ho estratto le informazioni anagrafiche in questione, indica suo padre, Hassan II, come appartenente all’etnia araba ed è per questo che, in forza del diritto di successione dinastica, ho ritenuto di definirlo arabo. Tuttavia le attuali tensioni tra le forze governative e le comunità berbere, sono un fatto che non è influenzato dall’etnia del sovrano, al quale ho chiaramente riconosciuto la volontà di eliminarle per portare il paese verso una costante modernizzazione.
Probabilmente, le autorità periferiche del Paese, anche causa l’incombete rischio terroristico, attuano questi principi con un’ampia discrezionalità.

Rivolta del pane in Sudan: i dimostranti chiedono le dimissioni di Al Bashir

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 25 dicembre 2018

L’annuncio del governo di voler triplicare il prezzo del pane, ha provocato un’ondata di proteste in Sudan. La rivolta è cominciata il 19 dicembre e da Khartoum si è diffusa in tutto il Paese.

Anche oggi pomeriggio migliaia di persone si sono riversate sulle strade della capitale per chiedere le dimissioni del presiedente Omar Al Bashir, che è impadronito del potere con un colpo di Stato il 30 giugno 1989. Lunedì la Sudanese Professional Association aveva chiesto alla popolazione di scendere in piazza, convocando la manifestazione di oggi, e di marciare verso il palazzo presidenziale per consegnare al presidente Omar Al Bashir un memorandum per chiedere al vecchio leader di lasciare la poltrona.

Proteste a Khartoum, capitale del Sudan

Le forze di sicurezza e la polizia hanno isolato Abu Jinzeer Square sin dalle prime ore del mattino, costringendo i dimostranti a riversarsi nel centro di Khartoum. La massa oceanica ha cantato in coro “Peaceful … Peaceful against the thieves”, “Freedom, Peace, Justice … Revolution is the choice of the people” e “The people want to bring down the regime”. (pacificamente contro i ladri, libertà, pace e giustizia, la rivoluzione è la scelta del popolo e il popolo vuole abbattere il regime).

Le forze dell’ordine hanno reagito lanciando gas lacrimogeni e proiettili, non solo di gomma ma anche di piombo. Fonti mediche hanno fatto sapere che otto persone sono state ferite, tra loro quattro, che ora sono ricoverate in ospedale, in condizioni critiche. Secondo testimoni oculari, diversi giornalisti sono stati picchiati selvaggiamente e i loro cellulari sono stati sequestrati dagli uomini della sicurezza in abiti civili. Ciononostante alcuni attivisti sono riusciti a postare suoi social network filmati che mostrano appunto uomini della sicurezza senza uniforme intenti a sparare sui manifestanti.

Le proteste, per lo più spontanee, scatenate dalla rabbia della gente, che chiede una vita dignitosa, si sono svolte in una decina di città sudanesi. Secondo alcuni responsabili e testimoni, durante gli scontri con le forze antisommossa, sono state uccise almeno otto persone, sei a El-Gadaref e due a Atbara. Ma il bilancio è stimato ben più alto. Sadik Al-Mahdi, ex primo ministro uno dei principali esponenti dell’opposizione, ha detto sabato scorso che i morti sarebbero almeno ventidue. Al-Madhi è ritornato nel Paese pochi giorni fa, dopo oltre un anno di esilio. Ma già in precedenza era stato cacciato dall’attuale regime.

Il presidente sudanese Omar al Bashir al potere, dopo un colpo di Stato, dal 30 giugno 1989

In tutto il Paese sono stati arrestati in questi ultimi giorni decine di manifestanti e oppositori politici, mentre a Khartoum le autorità hanno chiuso le scuole di ogni ordine e grado. In diversi stati è stato imposto il coprifuoco e lo stato d’emergenza.

Amnesty International, in un suo comunicato di lunedì scorso, ha scritto che, secondo le informazioni in suo possesso, tra il 19 e il 24 dicembre negli scontri con le forze antisommossa sarebbero stata uccise dalle forze dell’ordine trentasette persone. E  Sarah Jackson, vice-direttrice per est Africa, dei Grandi Laghi e del Corno d’Africa della ONG con base a Londra, ha precisato: “Il fatto che i militari reagiscano in maniera talmente spropositata e violenta nei confronti dei manifestanti non armati, è estremamente preoccupante”.  Per tanto l’organizzazione chiede al governo di Khartoum di mettere fine alle violenze per evitare altri spargimenti di sangue.

Anche domenica, dopo una partita di calcio svoltasi a Khartoum, i tifosi hanno chiesto a gran voce al presidente – sul quale pende un mandato d’arresto, spiccato dalla Corte Penale Internazionale nel 2009, per crimini di guerra e genocidio –  di andarsene. Ne sono seguiti forti scontri con le forze di polizia a Omdurman, uno dei tre agglomerati urbani (il più popoloso) che formano Khartoum; gli agenti hanno utilizzato gas lacrimogeni e pallottole di gomma per disperdere la folla.

Lunedì scorso, dopo sei giorni di dimostrazioni, per rispondere ai dimostranti il presidente Omar Al-Bashir, ha promesso riforme vere che, a suo parere, garantiranno una vita dignitosa ai cittadini. La gente è stanca di questo regime, non si accontenta più delle semplice promesse. Vuole vedere cambiamenti reali. Da lunedì è in sciopero gran parte dei medici, ai quali oggi si sono aggiunti anche i farmacisti. Vengono garantiti solamente i servizi di emergenza.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes