Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus Firenze, 9 gennaio 2019
Manuel Chang, 63 anni, già ministro delle Finanze mozambicano durante la presidenza di Armando Guebuza è uno dei cinque arrestati per lo scandalo di 1,9 miliardi di euro (2mld di dollari).
Mappa del Mozambico e l’ex ministro delle Finanze, Manuel Chang
Il denaro prestato dal Credit Suisse e dalla banca russa VTB Capital sarebbe dovuto servire per ampliare la flotta di pescherecci dell’azienda Ematum sostenuta dal governo mozambicano, per la pesca del tonno.
Il 10 per cento del totale (200mln di dollari), parte dei quali pagati nel territorio degli Stati Uniti da dove è partita l’indagine, sono finiti invece nelle tasche dell’ex ministro e di altre quattro persone.
Chang, arrestato su richiesta degli inquirenti USA, all’aeroporto di Johannesburg in Sudafrica, è accusato di frode e riciclaggio di denaro mentre a Londra sono stati incriminati Andrew Pearse, Surjan Singh e Detelina Subeva, ex alti dirigenti del Credit Suisse con l’accusa di frode verso gli investitori statunitensi.
A New York, manette ai polsi di Jean Boustani uomo d’affari libanese negoziatore della società Privinvest di Abu Dhabi e appaltatore di Ematum. Secondo Bloomberg, Boustani comunicava in codice via email – con un interlocutore del quale viene tenuto nascosto il nome: “…per favore metti 50 milioni di polli – scriveva con lo stile di Totò e Peppino – indipendentemente dai numeri che hai sul tuo pollame aggiungerò 50 milioni dei polli della mia razza”.
L’accusa della magistratura USA contro Manuel Chang e gli altri quattro imputati
L’ex ministro mozambicano è responsabile di aver firmato la garanzia del prestito per il Credit Suisse. L’importante istituto finanziario svizzero ha acconsentito al prestito e nel caso Ematum non potesse restituirlo, il governo (cioè la collettività) ne sarebbero stati responsabili per l’intero importo aumentando così il debito del Paese africano.
La grossa concessione di denaro è stata possibile grazie all’ex ministro e a funzionari corrotti, all’insaputa del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale. Grazie a un’indagine di Le Monde Afrique è emerso che l’ampliamento della flotta di pescherecci per la pesca al tonno era una copertura per nascondere l’acquisto di navi militari.
Viene da pensare che ci potrebbero essere implicazioni a livello più alto visto che Armando Guebuza era alla presidenza della Repubblica fino al 2015 e l’attuale Capo dello stato Filipe Nyusi, all’epoca, era ministro della Difesa.
La parte del documento dell’accusa contro Manuel Chang e gli altri imputati che riguarda i 200mln di dollari in tangenti per sè e per altri
Secondo Le Monde, ProIndicus (impresa che ha come obiettivo l’attività di sicurezza marittima nel settore del gas e petrolio offshore) è controllata al 67 per cento da una holding che appartiene a quel ministero.
Tentato nella notte in Gabon un colpo di Stato che sarebbe stato subito sventato. Secondo Guy-Bertrand Mapangou, portavoce del governo, quattro dei responsabili sono stati arrestati mentre uno è riuscito a sfuggire alla cattura. “La situazione è nuovamente sotto controllo e le frontiere del Paese restano aperte”, ha aggiunto Mapangou.
Ed ecco come si sono svolti i fatti:
Verso le 4 di questa mattina, alcuni militari hanno preso il controllo della radio nazionale del Gabon, annunciando di voler formare un “Consiglio nazionale di restaurazione”. Ondo Obiang Kelly, giovane ufficiale della guardia repubblicana, non ha parlato direttamente di “colpo di Stato”, ma chi ha seguito la trasmissione aveva capito subito le sue intenzioni.
Tentato colpo di Stato in Gabon
Affiancato da altri due berretti verdi con i loro fucili in mano, il giovane Kelly, sconosciuto ai più, ha fatto sapere di essere il presidente di un movimento patriottico di giovani militari delle forze di difesa e sicurezza della ex colonia francese e ha poi proseguito con il vocabolario consono ai putschisti: “Non possiamo abbandonare la patria, e ha puntato il dito sulle istituzioni, apostrofandole come “illegittime e illegali”, sottolineando che “Il giorno tanto atteso è finalmente arrivato, l’esercito ha deciso di stare a fianco al popolo per salvare il Gabon dal caos”. E infine ha aggiunto: “Se state mangiando, fermatevi, se state bevendo, fermatevi. Alzatevi e prendete il controllo della strada. Tutti gli ufficiali e sottufficiali devono procurarsi armi e munizioni e prendere il controllo dei punti strategici, come edifici pubblici e aeroporti”.
Ali Bongo Ondimba, presidente del Gabon
Il presidente del Gabon, Ali Bongo, è assente dal Paese dal 24 ottobre 2018 per problemi cerebrovascolari. Attualmente sta trascorrendo la sua convalescenza in Marocco. E’ presidente della ex colonia francese dal 2009, succeduto al padre Omar, morto poco prima delle elezioni di quell’anno, e che ha tenuto in mano lo scettro del Paese dal 1967. Ora è ancora al potere il figlio Ali, rieletto nel 2016. Una stessa famiglia che regna da oltre cinquant’anni, segnata da corruzione, sete di potere.
Pochi giorni fa gli Stati Uniti hanno inviato in Gabon un reparto scelto di 80 rangers, pronti a intervenire nella Repubblica Democratica del Congo nel caso dovessero scoppiare disordini nel momento in cui verranno diffusi i risultati delle elezioni tenutesi domenica scorsa.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes Quartu Sant’Elena, 7 gennaio 2018
Ibrahim Boubacar Keita, presidente del Mali, ha voluto vedere di persona il villaggio di Koulogon, nella regione di Mopti, al centro del Paese, teatro di una atroce mattanza il primo dell’anno. Un gruppo di dozo, cacciatori tradizionali di etnia dogon hanno attaccato il villaggio, abitato per lo più da fulani, alle prime ore dell’alba, uccidendo trentasette persone. Altri abitanti sono stati feriti e parecchie case sono state incendiate.
I fulani si occupano per lo più di pastorizia, mentre i dogon sono agricoltori. Per secoli le due etnie hanno convissuto in modo pacifico. Da qualche tempo, invece, gli attacchi ai fulani da parte dei dozo sono molto frequenti e, a causa di questi scontri interetnici, lo scorso anno sono morte almeno trecento persone.
Mali, nuove violenze contro i fulani
Le ostilità sono iniziate tre anni fa, con la nascita di un nuovo gruppo terrorista, Front de libération du Macina (FLM), fondato nel 2015 da Amadou Koufa (nome di battaglia Amadou Diallo), un predicatore estremista fulani. Nella primavera scorsa l’FLM, insieme ad altri quattro formazioni terroriste, ha fondato il “Gruppo di sostegno dell’Islam e dei musulmani”, guidato da Iyad Ag-Ghali, vecchia figura indipendentista tuareg, diventato capo jihadista e fondatore di Ansar Dine – in italiano: ausiliari della religione (islamica) – operativo per lo più nel nord del Mali.
Anche se, secondo alcune fonti, nel frattempo Amadou Koufa, sarebbe stato ucciso durante un raid delle forze speciali francesi in Mali lo scorso novembre, le ostilità e le incursioni dei dozo si susseguono.
Durante alcune incursione dei miliziani sono stati uccisi quarantasette civili tuareg tra l’11 e il 12 dicembre in diverse località nel sud della regione Ménaka, nel nord del Mali. Gli attacchi (non confermati da fonte indipendente) sono stati resi noti in un comunicato del Movimento per la salute dell’Azawad (MSA), nato da una scissione dal Coordinamento dei Movimenti dell’Azawad (CMA). L’ MSA è vicino al gruppo filogovernativo Gatia (Gruppo di autodifesa tuareg Imgad e alleati).
Sophie Pétronin, francese rapita nel 2016 in Mali
Sono ancora diversi gli ostaggi occidentali in mano ai jihadisti del Sahel. Tra loro anche Sophie Pétronin, ora settantatreenne, cittadina francese, rapita a Gao la vigilia di Natale del 2016. Attualmente è in mano al Gruppo di sostegno dell’Islam e dei musulmani. Recentemente il figlio della signora, Sébastien Chadaud-Pétronin, ha accusato Parigi di aver rifiutato una proposta dei rapitori che avrebbe permesso la liberazione della madre, in stato di salute precario, dovuto anche all’età. La Pétronin è nel Paese dal 2004 ed era la direttrice ONG svizzera di Burtigny nel Cantone di Vaud, l’Association d’aide à Gao.
Il 6 gennaio scorso l’UNICEF ha reso noto che attualmente nel Mali sono chiuse ottocentodiciassette scuole, molte delle quali nel centro e nel nord del Paese. Lucia Elmi, rappresentante di UNICEF nel Paese ha espresso la sua preoccupazione per quei oltre duecentocinquantamila alunni che sono privati dell’istruzione per la grave crisi di insicurezza nel Paese.
Il Consiglio di sicurezza dell’ONU ha rinnovato il 28 giugno scorso (risoluzione 2423) il mandato della Missione multidimensionale integrata delle Nazioni Unite per la Stabilizzazione nel Mali (MINUSMA) per un altro anno, con la presenza di 13.289 militari sul campo e 1.920 forze di polizia. I membri del Consiglio hanno tuttavia chiesto al Segretario generale dell’ONU il massimo impegno affinchè venga applicato in toto e quanto prima il trattato di Pace e di Riconciliazione, firmato dalle parti nel 2015.
Malgrado tutte le forze in campo – oltre a MINUSMA, sono presenti anche le truppe francesi con la Missione Barkhane che comprende quattromila uomini in tutto il Sahel, millesettecento dei quali sono stanziati nel solo Mali e il nuovo contingente tutto africano Force G5 Sahel, con sede a Bamako – gli attacchi dei jihadisti e i conflitti interetnici non si placano.
Scuole chiuse in alcune zone del Mali
La Force G5 Sahel, contingente composto esclusivamente da militari africani dei cinque Paesi aderenti al G5 Sahel – Mauritania, Mali, Burkina Faso, Ciad e Niger – è stato elogiato dal ministro della Difesa francese, Florence Parly, per la sua partecipazione ad un’operazione congiunta in Niger, tra soldati nigerini e francesi di Barkane. Lo stato maggiore di Parigi ha fatto sapere che il 30 dicembre sono stati uccisi una quindicina di jihadisti, presumibilmente appartenenti al gruppo terrorista Etat islamique dans le Grand Sahara (EIGS).
A fine dicembre il Qatar ha inviato ventiquattro veicoli blindati in Mali, quale contributo per combattere il terrorismo in tutto il Sahel Gli automezzi sono stati trasportati da aerei militari di Doha.
E sempre a dicembre anche El Salvador ha inviato una seconda unità di aviazione con tre elicotteri MD 500E in Mali, che saranno utilizzati nell’ambito di MINUSMA. Attualmente partecipano duecento militari del Paese dell’America centrale alla missione dell’ONU nella ex colonia francese.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes Quartu Sant’Elena, 6 gennaio 2019
Il 31 dicembre 2018 il governo del Burkina Faso ha dichiarato lo stato di emergenza in diverse province del Paese a causa dei frequenti attacchi dei jihadisti. Inizialmente le incursioni dei terroristi erano per lo più concentrate al confine con Niger e Mali, ma ora si sono estese anche in altre regioni, in paticolare nell’est, nelle zone confinanti con il Togo e il Benin.
In seguito ad una riunione con i vertici militari, il presidente, Roch Marc Christian Kaboré, durante un Consiglio dei ministri straordinario, oltre aver dichiarato lo stato d’emergenze in diverse zone, ha dato anche disposizioni particolari sulla sicurezza che devono essere estesi su tutto il territorio nazionale.
Tali misure si sono rese necessarie dopo l’uccisione di dieci gendarmi in prossimità del confine con il Mali; l’attacco è stato rivendicato dal raggruppamento terrorista Jama’at Nasr al-Islam wa al-Muslimin (Gruppo di sostegno dell’Islam e dei musulmani), formato dall’unificazione di diverse formazioni armate, già attive da anni nell’area. Il raggruppamento, creato nel marzo 2017, è capeggiato da Iyad Ag-Ghali, alleato con al-Qaeda e i talebani afgani. Amadou Koufa, un predicatore radicale maliano, di etnia fulani, e capo del “Fronte per la liberazione di Macina” – uno dei gruppi che hanno aderito alla nuova formazione terrorista – secondo alcune fonti, sarebbe stato ucciso durante un raid delle forze speciali francesi in Mali lo scorso novembre.
Attualmente le forze burkinabé sembrano non essere in grado ad arginare gli incessanti attacchi dei jihadisti e gli osservatori stranieri temono che presto possano espandersi anche in altre zone della ex colonia francese.
Iyad Ag-Ghali
Il Burkina Faso è diventato un target dei gruppi affiliati ad Al Qaeda e negli ultimi anni si sono susseguiti anche ben tre attacchi nella capitale Ougadougou. Nel 2016 era stato preso di mira l’Hotel Splendid e il caffè-ristorante “Cappuccino”, mentre nell’estate del 2017 è stata la volta del ristorante Aziz Istanbul e nel marzo 2018 ci sono stati ben due assalti in pieno centro della capitale: l’ambasciata francese e lo Stato maggiore dell’esercito sono stati attaccati da uomini armati. Durante questi tre attentati sono morte sessanta persone, tra loro anche parecchi stranieri.
I continui assalti dei jihadisti sono dovuti quasi certamente alla presenza dei soldati francesi dell’operazione Barkhane, operativa in tutto il Sahel con oltre quattromila uomini, proprio per contrastare il terrorismo. Inoltre, il Burkina Faso è anche membro del G5 Sahel – insieme a Niger, Mali, Mauritania e Ciad – che recentemente ha dato il via ad un nuovo contingente tutto africano (Force G5 Sahel), che stenta ancora a decollare e combattere attivamente la presenza dei gruppi armati affiliati ad al Qaeda nei cinque Paesi coinvolti.
Villaggio in Burkina Faso
I conflitti inter-etnici sono un’altra piaga in Burkina Faso. Il 25 dicembre un gruppo di uomini armati ha attaccato Yirgou, villaggio abitato per lo più da pastori fulani, nel centro-nord del Paese. Il bilancio dei morti è molto alto. In un primo momento il governo aveva annunciato che sedici persone erano state brutalmente ammazzate, mentre pochi giorni fa ha ammesso che in tale occasione hanno perso la vita quarantasei residenti. Un testimone oculare riferisce, invece, che i morti sarebbero almeno quarantotto, quasi tutti di etnia fulani.
“Appena sono arrivato sul posto, i Koglweogo, un gruppo di autodifesa di etnia Mossi, stavano bruciando le case dei fulani”, ha riferito il testimone e ha aggiunto: “Ora non ci sono quasi più giovani nel villaggio, non restano che donne, bambini e vecchi, perché gli assalitori appena giunti sul posto, sono entrati nelle abitazioni e hanno sgozzato i maschi”.
Gli Stati Uniti hanno inviato in Gabon un reparto scelto di 80 rangers pronti a intervenire nella Repubblica Democratica del Congo nel caso dovessero scoppiare disordini nel momento in cui verranno diffusi i risultati delle elezioni tenutesi domenica scorsa. Nell’ex colonia belga la situazione è tesa. Si temono scontri e violenze anche se per ora tutto resta calmo.
Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump ha informato mercoledì scorso il Congresso di aver inviato gli ottanta militari a Librevilelle, per proteggere i connazionali nel caso, appunto, di violenze post-elettorali. “Secondo l’evolversi della situazione, è possibile che invieremo altri militari, sia in Gabon sia direttamente nel Congo-K ”, ha aggiunto il presidente nella sua comunicazione.
Joseph Kabila, presidente del Congo-K
La Commissione elettorale nazionale (CENI) dovrebbe comunicare il nome del nuovo presidente domani, ma è possibile che la proclamazione dei risultati subirà qualche ritardo, perchè lo spoglio sta procedendo con estrema lentezza.
Sia gli osservatori e che l’opposizione hanno fatto notare che durante la tornata elettorale si sono verificate parecchie irregolarità, fatti ovviamente negati categoricamente dal governo.
Giovedì il dipartimento di Stato americano ha chiesto a CENI di accertarsi del corretto conteggio dei voti, per evitare violenti scontri, come in occasione di delle precedenti elezioni del 2006 e 2011.
Ieri si è riunito anche il Consiglio di sicurezza dell’ONU. Finora non è stato possibile stilare un comunicato congiunto, in quanto le opinioni dei vari diplomatici accreditati sono discordanti tra loro. Cina,Russia e i membri del continente africano ritengono che bisogna attendere l’annuncio dei risultati ufficiali del voto, mentre i Paesi occidentali temono che possano insorgere violenze non appena reso noto il nome del neo eletto presidente del Congo-K.
Mentre il presidente della Commissione dell’Unione Africana, Moussa Faki Mahamat, ha chiesto il massimo rispetto per i risultati del voto, dopo un colloquio con il capo degli osservatori dell’UA, Dioncounda Traoré, ex presidente del Mali.
Vescovi del Consiglio episcopale del Congo-K
Già giovedì CENCO, il Consiglio episcopale del Congo-K, ha fatto sapere che, secondo i dati a sua disposizione, di conoscere il nome del vincitore e ha chiesto a CENI di proclamare i risultati “nel pieno rispetto della verità e della giustizia”. L’abate Donatien Nshole, segretario generale e portavoce di CENCO, da parte sua ha puntualizzato: “Le irregolarità riscontrate durante le elezioni, non hanno impedito al popolo congolese di poter esprimere chiaramente la propria preferenza con il voto”.
“Basta intimidazioni, smettete di influenzare la decisione di CENI”, è stata la risposta secca di Corneille Nangaa, presidente della Commissione elettorale.
Ma nel frattempo restano bloccati internet e diversi emittenti, come Radio France International. Il governo di Kinshasa ha persino ritirato l’accredito a Florence Morice, corrispondente dell’emittente nella ex colonia belga.
Speciale per Africa Express Franco Nofori Torino, 5 gennaio 2019
La realtà africana ci ha resi prudenti nel santificare le nuove leadership, anche quando queste, come per lo Zimbabwe di Robert Mugabe e l’Uganda di Yoweri Museveni, paiono al loro esordio, animate da ottime intenzioni, per poi trasformarsi presto in tirannie ingorde e corrotte. Tuttavia, il Ruanda di Paul Kagame – benché anche lui abbia alle spalle un passato alquanto discusso – sta oggi mostrando il genuino intento di far risorgere il Paese dagli orrendi massacri etnici che, nel 1994, produssero, in soli tre mesi, quasi un milione di morti.
Il presidente del Ruanda Paul Kagame con la figlia Ange
Kagame, salito alla presidenza nell’anno 2000, ha già sorpreso gli osservatori internazionali per la determinazione con cui ha dato vita ad alcune iniziative, tese allo sviluppo e alla moralizzazione della società ruandese. Non molto tempo fa, aveva messo al bando migliaia di chiese spurie che prosperavano grazie all’ingenuità dei propri seguaci; a partire dal 2013 ha fortemente migliorato i settori della pubblica istruzione e dell’assistenza sanitaria e – grazie alle innovazioni da lui introdotte – il Paese ha conosciuto, tra il 2004 e il 2010, una straordinaria crescita economica che si è attestata sull’otto per cento annuo.
Piantagione di caffe nei pressi del lago Kivu in Ruanda
Oggi, con una mossa a sorpresa, che dovrebbe creare forti imbarazzi nella maggior parte delle leadership africane, il governo da lui diretto, si è riappropriato di quaranta terreni agricoli (ma qualcuno parla solo di venti) posseduti da varie personalità politiche ruandesi e lasciati in stato di totale abbandono. “Lo scopo di questo sequestro – ha spiegato il ministro dell’agricoltura, Geraldine Mukeshimana – è di sviluppare in quei terreni un adeguato sfruttamento agricolo e di allevamento bestiame. E’ assurdo che si detenga per dieci anni il possesso di vasti e fertili appezzamenti, senza renderli produttivi”.
Veduta aerea di Kigali, capitale del Ruanda
I terreni in questione si trovano nei distretti di Nyagatare, Gatsibo, Kayonza e Kirehe ed erano stati assegnati nel 2008 a preminenti personalità governative che si erano impegnate a sfruttarli convenientemente, cosa che, nei casi in esame, non è evidentemente avvenuta. “Non si tratta di una decisione autoritaria – ha precisato il governatore delle zone interessate, respingendo le proteste dei proprietari –. I terreni in oggetto sono stati ceduti in affitto a scadenza indeterminata, ai sensi dell’art. 38 della legge n° 44 che regola tali concessioni e stabilisce che, qualora le condizioni previste non siano assolte, il governo ha facoltà di riappropriarsene in qualsiasi momento, con un semplice preavviso di quindici giorni”.
Il drammatico esodo dell’etnia Tutsi dal Ruanda verso il Burundi per sottrarsi al genocidio consumato nel 1994
Impossibile non chiedersi cosa accadrebbe, se la stessa decisione fosse adottata anche in altri paesi africani. In Kenya – ad esempio – la concessione in lease (affitto) di molti terreni agricoli o adatti allo sfruttamento turistico, è più o meno regolata dalle stesse norme previste dalla legge ruandese, ma i terreni abbandonati incolti o esclusivamente adibiti a lussuose dimore residenziali dei VIP, sono decine di migliaia, senza che il governo sia mai intervenuto per riappropriarsene. Eppure non si tratta di proprietà detenute da dieci anni come quelle ruandesi, qui si tratta di detenzioni illecite che durano anche da mezzo secolo e più.
Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus Firenze, 4 gennaio 2019
Con i primi impegni di acquisto di GNL (gas naturale liquefatto) dell’area 4, dove opera il colosso petrolifero italiano ENI, inizia una fase cruciale per lo sfruttamento del gas mozambicano.
Gli statunitensi di ExxonMobil, ENI, China National Petroleum Corporation (CNPC), la mozambicana Empresa Nacional de Hidrocarbonetos (ENH), i portoghesi di Galp e Korea Gas Corporation (Kogas), sono le imprese che compongono la join venture dell’area 4, nell’estremo nord del Mozambico.
Gli impegni di acquisto del gas dall’enorme giacimento off-shore “permettono ai partner del progetto Rovuma LNG di avanzare velocemente verso la decisione finale di investimento della prima fase del progetto” si legge nel comunicato di ENI.
La Mozambique Rovuma Venture, di cui fa parte ENI con ExxonMobil e CNPC, lo scorso luglio ha sottoposto al governo del mozambicano i piani di sviluppo per la prima fase del progetto Rovuma LNG.
ENI ed ExxonMobil hanno formato un consorzio per lo sfruttamento del gas a Cabo Delgado
È prevista la costruzione di due treni per la liquefazione del gas naturale della capacità di 7,6 milioni di tonnellate l’anno dai giacimenti di Mamba, nell’Area 4, nell’offshore del bacino di Rovuma e circa ottanta km dalla costa di Palma, a poco distante dal confine con la Tanzania.
ENI guida la realizzazione e l’operatività degli impianti upstream (esplorazione, perforazione ed estrazione del GNL) mentre ExxonMobil condurrà la costruzione e l’operatività dei treni di liquefazione e dei relativi impianti onshore.
Nella Mozambique Rovuma Venture ExxonMobil, Eni e CNPC, detengono il 70 per cento della concessione di esplorazione e produzione dell’Area 4, mentre ENH, Galp e Kogas detengono ognuna il 10 per cento.
Mappa di Cabo Delgado (Nord del Mozambico) con l’area degli attacchi jihadisti e il giacimento di gas naturale dove operano ENI e ExxonMobil
Le cellule terroristiche Ansar al-Sunna (seguaci della tradizione in arabo), vengono chiamate al Shebab dalla popolazione e, da un’indagine dell’Università di Maputo, voluta dal presidente mozambicano Filipe Nyusi, risultano addestrati da al Shabab.
Fino ad oggi hanno causato centinaia di morti nei villaggi indifesi portando terrore e distruzione tra popolazione civile. Il presidente Nyusi per difendere l’area, considerata altamente strategica, in appoggio alla polizia ha inviato l’esercito.
I maggiori raggruppamenti politici sudanesi dell’opposizione hanno lanciato appelli per altre proteste nelle piazze e nelle strade e per chiedere le dimissioni di Omar al Bashir, presidente del Sudan dal 30 giugno 1989. Già per oggi sono previste manifestazioni in tutto il Paese, mentre per domenica è in programma una marcia a Khartoum verso il palazzo presidenziale sulla sponda del Nilo, per invitare il capo di Stato a lasciare il suo incarico, mentre per mercoledì prossimo è prevista un’altra ancora per chiedere il cambio di regime.
Le proteste sono iniziate il 19 dicembre, dopo l’annuncio del governo di voler triplicare il prezzo del pane, che si sono presto diffuse in tutto il Sudan fino a raggiungere anche la capitale; ora la gente chiede non solo una vita dignitosa, ma anche le dimissioni di Bashir.
Manifestazione in Sudan
La popolazione è stanca, non crede più alle promesse del regime di Khartoum, che ha assicurato aumenti salariali (da dieci a cinquanta dollari mensili a partire da febbraio) e che con il budget 2019 si cercherà di combattere l’inflazione, che ha raggiunto il settanta per cento (la più alta del mondo).
L’altro giorno Bashir si è rivolto alla folla, parlando della sua gioventù, della povertà, di ciò che ha dovuto subire quando lavorava nell’edilizia: “Sono caduto, ho rotto l’incisivo. Mi hanno dato acqua salata per sciacquarmi la bocca e ho dovuto continuare a lavorare. Non ho mai fatto curare questo dente, per non dimenticare mai le sofferenze e le difficoltà che mi hanno reso forte”. La folla ha risposto urlando: “March on, march on, oh Bashir!” and “God is greatest!” (vai avanti, continua a marciare, Bashir e “Dio è il più grande”).
Un raggruppamento politico all’opposizione, National Umma Party (NUP,) ha fatto sapere martedì scorso che finora i civili uccisi dalle forze di sicurezza durante le proteste sarebbero quarantacinque i feriti sarebbero oltre mille e che almeno duemila persone sarebbero state arrestate, alcune anche torturate.
E durante una conferenza stampa di ieri, il Fronte nazionale per il cambiamento (National Front for Change), che comprende ventidue partiti, ha chiesto all’esercito sudanese di proteggere i manifestanti che protestano pacificamente, di evitare spargimenti di sangue e di non uccidere cittadini innocenti. I responsabili del Fronte hanno chiesto che venga formata una commissione d’inchiesta neutrale con il preciso compito di investigare sulle uccisioni dei dimostranti, affinché vengano consegnati alla giustizia i responsabili.
Tre altri gruppi dell’opposizione, National Consensus Alliance, Sudan Call e Unionist Gathering hanno firmato insieme a Sudanese Professional Association il documento Freedom and Change (Libertà e Cambiamento) nel quale si chiede al vecchio leader di lasciare il potere.
Omar al-Bashir, presidente del Sudan
Un altro blocco di forze politiche, che hanno fatto parte del National dialogue process (processo del dialogo nazionale) hanno invitato Bashir a trasferire il potere ad un collettivo, con l’incarico di implementare le riforme democratiche ed economiche. Come risposta hanno ottenuto rimproveri dal partito al potere, che continua a sostenere il presidente, su cui pende un mandato di arresto internazionale, spiccato dalla Corte penale internazionale per crimini di guerra commessi nel Darfur.
Dal Nostro Corrispondente Sportivo Costantino Muscau
Milano, 3 gennaio 2019
Il calcio italiano si è fermato, ma non per pietà, o per rispetto, o per vergogna. Lo stop del campionato di serie A fino al 19 gennaio non è legato alla morte violenta dell’ultrà varesino Daniele Belardinelli durante gli scontri fra tifosi prima della partita Inter-Napoli del 26 dicembre; e neppure agli insulti razzistici lanciati contro il calciatore Kalidou Koulibaly, 27 anni, difensore del Napoli e della nazionale del Senegal. No, si tratta della normale sosta invernale dopo il tour de force durante le festività natalizie e a ridosso del Capodanno.
Servirà questa pausa a far riflettere sull’abisso in cui è precipitato il nostro mondo pallonaro, sulla violenza razzistica di cui è intriso?
Inutile farsi illusioni in un Paese in cui soffiano venti sovranisti e di intolleranza sdoganata. Che importanza ha, ad esempio, ricordare che dei 564 giocatori militanti in serie A ben 324, ovvero il 57,5%, sono stranieri? E che di essi 51 provengono da 13 Paesi africani?
Kalidou Koulibaly
Nove sono giunti da Ghana e Senegal,7 dalla Costa d’Avorio, 5 dalla Nigeria, 4 dalla Algeria, 3 dal Gambia e Marocco, 2 dal Camerun, Mali e Guinea, 1 dal Sud Africa, Burkina Faso e Angola. A essi, poi, bisognerebbe aggiungere quelli come Ronaldo Vieira Nan, 20 anni, della Sampdoria, nato a Bissau, in Guinea, con cittadinanza portoghese, naturalizzato inglese.
O come i francesi Seko Fofana, 33 anni, Steven Mike Nkemboanza Nzonzi, 30 anni, della Roma, Soualiho Meitè, 24 anni, del Torino, Alban Lafont, 20 anni, portiere della Fiorentina, Kevin Malcuit, 27 anni, Mehdi Pascal Marcel Leris, 20 anni, attaccante del Chievo, tutti nati in Africa o da genitori africani. O misti.
Leris, cittadino transalpino per nascita, ha il padre spagnolo e la madre algerina e quindi potrebbe essere chiamato da tre selezioni nazionali! Fofana nato in Francia dal 2017 ha deciso di giocare per la nazionale ivoriana.
Malcuit è di origini marocchine, Lafont ha visto la luce nella capitale del Burkina Faso, Ouagadougou. E via dicendo.. Ma che importanza ha? I giocolieri del pallone, come i raccoglitori di pomodori e arance nel Sud, vanno bene fino a un certo punto. Purtroppo per loro, tutti hanno quella pelle nera su cui si accaniscono i subumani sugli spalti.
Nonostante sia trascorso più di mezzo secolo da quando si vide uno dei primi neri del campionato italiano, poco o nulla è cambiato.
Era uno che veniva non dall’Africa, ma da Conselheiro, nell’entroterra povero dello stato brasiliano di Minas Gerais. Correva l’anno 1962 quando Josè Germano de Sales sbarcò (come ha scritto qualche anno fa Elvis Lucchese, nel sito “Sportallarovescia”) “nella Milano e Italia razziste degli anni Sessanta. Milano fredda e ostile con uno dei primi giocatori di colore in Italia. Sui giornali e nei bar si aprì un assurdo dibattito: è giusto far giocare i “negri” nel nostro campionato? L’allenatore Rocco lo chiamava “Bongo bongo”.
Josè Germano de Sales e Giovanna Augusta
Prima di lui, per la verità, c’era stato a Napoli, dal 1947 al 1949, Roberto Luis La Paz, uruguayano, mulatto, di fisico possente, di carattere ribelle, amante del gioco e delle donne, ma assurto già all’epoca a simbolo del calcio antirazzista. Ex camionista, dopo l’esperienza napoletana , sparì, ricomparve a Marsiglia, dove divenne scaricatore di porto. Poi la sua vita si è persa nelle brume del porto delle nebbie.
Anche la vita di Germano è stata “prima felice, poi dolentissima e funesta” (per riassumerla con il titolo di un’opera di Pietro Citati): si innamorò, ricambiato, di una donna di classe troppo alta e di pelle troppo bianca per lui. E per lui furono guai a non finire.
La donna, infatti, era la figlia Giovanna del pioniere del volo e dell’industriale dell’aeronautica, il conte Domenico Augusta, che al giovane calciatore fece una guerra senza quartiere. La storia riempì i rotocalchi dell’epoca fino al 1997 quando il giocatore, che ebbe alterne fortune nel calcio, morì di tumore in Brasile, dove era ritornato a curare la sua fazenda.
In questi giorni la BBC, in modo quanto mai opportuno, ha ricordato quali furono i primi calciatori africani a mettere i piedi sui campi da gioco europei. Gli antesignani di quella “onda nera” troppo spesso vituperata ma che ha fatto brillare e fa brillare il football francese, inglese, olandese e nostrano.
Secondo l’emittente britannica , in assoluto a esordire in Inghilterra fu l’egiziano Hussein Hegazi che l’11 novembre 1911 giocò con il Fulham di Londra, oggi in cattive acque di classifica e allenato dall’italiano Claudio Ranieri.
Lo stesso Fulham che nei giorni scorsi – ironia della storia – ha annunciato che “intende prendere misure severe contro l’intolleranza” dopo che un suo attaccante, Aboubakar Kamara, 23 anni, francese della Mauritania, è stato “vittima di attacchi razzistici” allo stadio e su social media dopo per aver sbagliato un rigore, a fine dicembre, contro l’Huddersfield.
Il “pioniere” Hegazi era giunto a Londra per studiare ingegneria, ma le sue sensazionali capacità sportive lo portarono a sfondare nel calcio e ad aprire la strada dell’Europa ai giocatori del Continente nero. Oggi – ricorda la BBC – Hegazi è considerato giustamente il padre del calcio egiziano, tanto che al Cairo gli è stata dedicata una via, la Hussein Hegazi street, uno dei luoghi dove nel 2011 e nel 2015 divampò la protesta della Primavera araba. Eppure nella stessa Inghilterra venne dimenticato. Si è dovuto attendere il 2015 quando il “Southwark News” riscoprì e rilanciò la storia e le radici di questo grandissimo campione del club britannico Dulwich Hamlet
Un altro Paese ad accogliere tanti pedatori africani è stata ovviamente la Francia, che prima della seconda Guerra Mondiale ne contava ben 40, provenienti da Algeria, Marocco, Tunisia.
Larbi Ben MBarek
Il più celebre, diremmo celeberrimo, anche se in Italia non è noto, è stato il marocchino Larbi Ben MBarek, ribattezzato subito (prima di Pelè) “la perla nera” dai tifosi del Marsiglia. Era talmente bravo da far dire allo stesso Pelè: “Se io sono il re del calcio, Ben Mbarek ne è il dio!”. Eppure la via di questo dio del pallone fu segnata dal razzismo e dalla cattiva sorte. Pur avendo difeso i colori della nazionale francese dal 1938 al 1954 (a parte l’interruzione dovuta alla guerra) non gli fu mai concessa la cittadinanza. E dopo una carriera di successi Ben Mbarek se ne tornò in patria.
Qui allenò la nazionale, poi cadde in miseria e morì povero e negletto il 16 settembre 1992. Il suo corpo fu trovato tre giorni dopo il decesso. Sei anni più tardi, fu insignito, alla memoria, dell’Ordine del Merito Fifa, la massima onorificenza della Federazione calcistica internazionale.
Nel dopoguerra arrivarono in Francia, sempre più numerosi, anche i giocatori subsahariani. E negli anni ’60, dopo il ribelle La Paz, giunsero da noi i primi neri: Benitez al Milan, Jair all’Inter e Germano al Milan. Pochi e bravi, ma – soprattutto nel caso di Germano – ostraciati a causa della pelle nera. Un’intolleranza intollerabile che dopo oltre mezzo secolo non sembra conoscere tramonto.
Dopo i tragici e vergognosi eventi della partita Inter Napoli, il difensore del Napoli, Faouzi Ghoulam, ha scritto a sostegno del compagno Koulibaly: “Non importa il colore della pelle – non importa la religione – non importa la squadra cui tieni – il calcio, come tutti gli sport è un gioco. E tutti i giochi sono, passione, divertimento, libertà. E nella libertà siamo tutti uguali. Siamo tutti Koulibaly”.
Speciale per Africa ExPres Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 2 gennaio 2019
Camerun
Un anno certamente complesso e travagliato per il Camerum, che ha visto disordini e morti nelle zone anglofone, insorte due anni fa dopo l’introduzione della lingua francese nelle scuole. Lo scorso ottobre l’anziano presidente, Paul Biya, al potere dal 1982, ha vinto nuovamente le elezioni ed ora è al suo settimo mandato.
Muhammadu Buhari, presidente della Nigeria (a sinistra) e il suo omologo del Camerun, Paul Biya (a destra)
Naturalmente le proteste degli anglofoni sono state per lo più “sedate” brutalmente dalle forze di sicurezza e Biya, non intende aprire un dialogo con gli insorti. Attualmente sono detenute centinaia di persone in diverse galere camerunensi. Ma il presidente, prima della fine dell’anno ha voluto fare un atto di clemenza e ha firmato la grazia per duecentottantasei anglofoni, coinvolti in un qualche modo nell’insurrezione. Il capo di Stato ha optato per questa soluzione dopo la creazione del Comitato nazionale del disarmo, smobilitazione e reintegrazione (Comité national de désarmement, dedémobilisation et de réintégration). “Il CNDDR si rivolge giovani delle due regioni anglofone, affinché rinuncino alla violenza e riprendano la giusta via”, ha precisato il presidente.
Tra quelli che restano in carcere c’è Julius Sisiku Ayuk Tabe, leader dei separatisti, accusato di terrorismo e secessione. Il processo a suo carico è stato aperto all’inizio di dicembre davanti al tribunale militare di Yaoundé. Tabe era fuggito in Nigeria, dove è stato arrestato i primi di gennaio dello scorso anno. Poche settimane dopo è stato estradato con diversi suoi sostenitori.
A causa dei continui scontri tra separatisti e esercito, in due anni sono morti almeno duecento tra militari e agenti della sicurezza, anche cinquecento civili avrebbero perso la vita, mentre altri quattrocentomila sono scappate dalle loro case, cercando rifugio in zone diverse del Camerun o nella vicina Nigeria.
La popolazione è rimasta molto delusa dopo la decisione della Confederazione calcistica africana di spostare la Coppa d’Africa, che doveva svolgersi quest’anno nel Camerun, in un altro Paese del continente. Il presidente del CAF, il malgascio Ahmad Ahmad ha fatto sapere che il provvedimento è stato preso a causa dei forti ritardi nei lavori per costruire le strutture dove si sarebbero dovute giocare le partite. Un boccone amaro per un Paese dove il calcio è considerato lo sport nazionale.
Il Camerun ha dieci Regioni autonome, otto delle quali sono francofone. Solamente in due si parla inglese. All’inizio del ‘900 il Paese era una colonia tedesca. Dopo la prima guerra mondiale nel 1919, è stata divisa tra i francesi e gli inglesi, secondo il mandato della Lega delle Nazioni. La parte francese era molto più ampia e aveva come capitale Yaoundé, mentre quella inglese comprendeva una parte della Nigeria e si estendeva fino al Lago Ciad, con capitale Lagos. Gli inglesi erano poco presenti in questa regione, perché la loro attenzione era concentrata sui territori dell’attuale Nigeria.
Con l’indipendenza, ottenuta nel 1961, le due sezioni inglesi e quelle francesi sono state riunite per formare un unico Stato, l’attuale Camerun, ma finora le parti hanno sempre mantenuto un alto grado di autonomia.
Nigeria
Terroristi jihadisti Boko Haram
Nel Paese più popoloso dell’Africa si vota a febbraio. Le presidenziali sono alle porte e ovviamente tutti gli uomini politici al potere sono impegnati con la campagna elettorale. L’attuale presidente, Muhammadu Buhari, ex golpista del 1983, è nuovamente il candidato del partito al potere, All Progressives Congress. Mentre l’uomo del raggruppamento politico all’opposizione Peoples Democratic Party, è Atiku Abubakar, ex vice presidente di Oluṣẹgun Matthew Dani Okikiọla Arẹmu Ọbasanjọ Milliasa, dal 1999-2007.
L’ ISWAP (Islamic State West Africa Province), una fazione di Boko Haram, prima della fine dell’anno ha messo nuovamente a segno una serie di attacchi nel nord est della Nigeria, seminando distruzione e morte tra i civili. I miliziani hanno occupato la città di Baga, vicino al confine con il Ciad e preso il controllo della limitrofa base militare multiforze (MNJTF), i cui soldati – nigeriani, camerunensi, nigerini e ciadiani – hanno proprio il compito di contrastare i jihadisti.
Centinaia di persone sono fuggite verso Maiduguri, il capoluogo del Borno State, centro di infiniti attacchi dei Boko Haram da ormai dieci anni. Un tempo Baga era una grande città, che contava oltre trecentomila abitanti. Nel 2015 aveva subito una terrificante aggressione terrorista, durante la quale sono morte duemila persone e più.
Secondo i media nigeriani la scorsa settimana sono stati silurati un centinaio di poliziotti, specializzati nell’antiterrorismo. Militari e agenti di polizia lamentano di essere mal equipaggiati per combattere e contrastare coloro che hanno ammazzato ventisettemila persone, stuprato e sequestrato un numero indefinito di povera gente e costretto 2,6 milioni di persone a lasciare le proprie case. Attualmente gli sfollati sono 2.026.602, i rifugiati nel Camerun 345.751, nel Ciad 174.074 e nel Niger 118.781.
Pastori semi-nomadi fulani
Anche nel centro del gigante dell’Africa la situazione è tutt’altro che tranquilla. Continui scontri etnici e incessanti attacchi dei pastori semi-nomadi fulani agli agricoltori seminano paura e morte. I residenti, contadini stanziali, sono per lo più cristiani, mentre i fulani sono musulmi, giunti nella zona nel XVII secolo provenienti dal Mali. Nell’ultima aggressione, martedì notte, sarebbero state uccise sette persone e incendiate trecento case, hanno distrutto il raccolto, diverse moto e automobili nel villaggio di Nding Susut, nel Plateau State. Mentre il giorno precedente sono state ammazzate quattro persone a Gwom Nding, sempre nello stesso Stato.
Molti analisti e numerose organizzazioni umanitarie sono convinti che il conflitto tra pastori nomadi e contadini sia sempre stato sempre sottovalutato in questi anni dal governo centrale, eppure, come si evince da un rapporto di SB Morgan Intelligence Consulting, negli ultimi vent’anni durante gli scontri sono morte tra cinque a diecimila persone. Secondo la relazione della SB le milizie dei fulani sono da ritenersi più pericolose dei terroristi Boko Haram. E anche il database di Armed Conflict Location & Event Data Project (ACLED) conferma che l’undici percento delle morti di civili in Africa sono causati da conflitti con pastori.
In molte parti della Nigeria i rapimenti di cittadini stranieri e benestanti locali sono assai frequenti. Generalmente vengono rilasciati dopo breve tempo dietro il pagamento di un lauto riscatto. La ex colonia britannica è considerata un Paese ad alto rischio, dove i sequestri si stanno moltiplicando in modo preoccupante. La mancanza di lavoro, la povertà, la galoppante corruzione, che impedisce una concreta pianificazione per lo sviluppo e la crescita economica delle comunità, sono certamente alla base di questi atti criminali.
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