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Nigeria: accusato di stregoneria, ragazzo perde una mano dopo torture

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Il Papa invita al dialogo a Bamenda, epicentro della crisi anglofona del Camerun

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Africa ExPress a Cagliari all’incontro su “Accoglienza dei profughi del Sud-Sudan in Uganda”

Africa Express
Firenze, 13 gennaio 2019

Mentre la ricca e democratica Europa, sempre più egoista e sovranista, per quasi tre settimane litigava sull’accoglienza di quarantanove profughi, l’Africa continuava ad accogliere quotidianamente migliaia di migranti e richiedenti asilo. Non tutti sanno che la maggioranza di questi disperati che scappano da conflitti armati e catastrofi naturali sono nel grande Continente nero.

Infatti, l’Africa sub-sahariana continua ad ospitare la più grande popolazione di rifugiati e sfollati che scappano da conflitti e violenze generalizzate in particolare dalla Siria, dall’Afghanistan e dal Sud Sudan. Sono circa 20 milioni, ospitati da Paesi quali Uganda, Etiopia, Ciad, e rappresentano circa l’85 per cento del totale dei migranti.

Immagine dalla locandina di invito della tavola rotonda
Immagine dalla locandina di invito della tavola rotonda

Venerdì 18 gennaio, Cagliari ospita una tavola rotonda promossa dalla Regione autonoma della Sardegna con Africa ExPress. “L’accoglienza dei profughi del Sud-Sudan in Uganda. Una buona pratica di accoglienza e inclusione” è il titolo dell’incontro che si tiene all’Hostel Marina, Scalette S. Sepolcro, dalle 17.00.

Gli ospiti del meeting, moderato dal giornalista Massimiliano Rais, sono:
Kotevu Caesar Akuti, Direzione della cittadinanza e controllo dell’immigrazione del Ministero degli affari interni del Governo ugandese, Ufficio Immigrazione
Massimo A. Alberizzi, direttore di Africa Express
Alberto Bertolotti, presidente di Confcommercio Cagliari
Filippo Spanu, assessore degli Affari generali, Personale e Riforma della Regione
Cornelia Toelgyes, vicedirettore di Africa Express
Interviene:
Moses Alì,  vice Primo Ministro del Governo ugandese

Mappa dell'Uganda
Mappa dell’Uganda

L’Uganda è un Paese di 34 mln di abitanti grande un quinto meno dell’Italia con un Pil pro capite di 520 euro (cinquanta volte minore del Pil italiano che arriva a 26.200 euro). Eppure apre le porte ai migranti.

Secondo i dati dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) l’Uganda ospita circa 950 mila persone in fuga dal Sud Sudan, Repubblica Democratica del Congo, Burundi, Somalia, Ruanda ed Eritrea. La maggior parte risiede in insediamenti designati situati in 11 distretti e nella capitale, Kampala.

Il governo dell’Uganda consente la libertà di movimento, fornisce terra ai rifugiati che si stabiliscono nelle aree designate, garantisce il diritto al lavoro e all’accesso ai servizi nazionali.

L’Uganda promuove una politica progressiva attraverso un approccio multi-stakeholder, mirato ad aumentare l’autosufficienza per entrambe le comunità di rifugiati e ospitanti.

Il Governo ugandese coordina la gestione dei rifugiati in raccordo con l’UNHCR e i governi locali dei distretti maggiormente interessati, sviluppando strategie e piani nell’ambito dell’istruzione, distribuzione e infrastrutture idriche, dell’ambiente e dell’energia, delle cure sanitarie, nonché nella strategia per l’occupazione.

Un’esperienza che alla vecchia Europa, sempre più impaurita e ripiegata su sé stessa, dovrebbe servire come esempio.

Africa ExPress
twitter @africexp

Scarica:
L’accoglienza dei profughi del Sud-Sudan in Uganda-locandina (PDF 1,2MB)

Crediti immagini:
– Mappa dell’Uganda
Di CIA World Fact Book. Translations by Yiyi – Based on the English version from the CIA World Fact Book., Pubblico dominio, Collegamento

Benin: designato il nuovo sovrano del vodoo e del regno di Dahomey

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Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 13 gennaio 2019

Le antiche famiglie reali di Abomey, ex capitale dell’antico regno di Dahomey, hanno finalmente nominato il successore di Dah Dédjalagni Agoli-Agbo, deceduto lo scorso luglio.

Il neo-designato sovrano, Dada Sagbadjou Glèlè, è un Glèlè, e, secondo l’ordine genealogico è il solo capo della collettività ad essere un discendente diretto – pare sia l’unico pronipote ancora vivente – del re Glèlè, padre di Béhanzin, grande figura della resistenza africana, che si era opposta all’imperialismo europeo. Ma oggi le cose sono cambiate. Il Benin è una Repubblica e gli antichi sovrani di Abomey sono stati “declassati” a leader religiosi. La religione di Stato in Benin è il vodoo.

Dah Sagbadjou Glèlè il nuovo re di Abomey

Ma è ugualmente un ruolo da non sottovalutare, in quanto non solo tutti dignitari voodoo riconoscono l’autorità del sovrano di Abomey e sono suoi fedelissimi, ma anche i politici lo considerano uno dei grandi elettori e alla viglilia di ogni tornata elettorale si recano alla corte del monarca.

Finalmenmte il trono non è più vacante, Dada Sagbadjou Glèlè, è il nuovo garante della tradizione, degli usi e costumi. La nomina del re avviene secondo linee di succesiine e stavolta è toccato a quella dei Glèlè.

“La notte è stata lunga. Ma ora il nuovo giorno illumina il regno di Dahomey” – hanno dichiarato diversi dignitari ad elezione avvenuta, poco prima dell’inizio delle cerimonie e dei rituali.

Nel 1685 Abomey, fondata dalla popolazione fon, è diventata la capitale del Dahomey, uno dei regni più importanti dell’Africa occidentale. Dal diciasettesimo fino al diciannovesimo secolo i dodici re che si sono susseguiti fino al 1900, hanno fatto costruire palazzi, realizzati in materiale tradizionale, su una superficie di quarantasette ettari. Nel 1985 sono stati dichiarati dall’UNESCO patrimonio dell’umanità. Anticamente la città era circondata anche da un muro costruito di fango.

Non bisogna dimenticare che i fon sono stati anche grande commercianti di uomini;  la ricchezza e il potere di Abomey era dovuta sopratutto alla tratta degli schiavi che praticavano in cambio di armi. Infatti Dahomey sorge proprio sul luogo tristemente chiamato “Costa degli Schiavi”.

Nel 1892 la città è stata parzialmente distrutta da un terribile incendio, appiccato da Behanzin, l’ultimo sovrano del regno, prima di cedere la città ai francesi. Behanzin era stato incoronato nel 1800 anno che coincide con l’espansione coloniale francese nel Dahomey. Per contrastare l’invasore, il re aveva formato un esercito di venticinquemila uomini e truppe speciali, composte da cinquemila donne, le Amazzoni. Erano intoccabili e vergini giurate. Si identificavano con il nome di “N’Nonmiton”, tradotto in italiano “nostre madri”. Erano armate di moschetto olandese e di machete e decapitavano velocemente le loro vittime. Venivano reclutate ancora bambine, tra gli otto-nove anni. Se un francese tentava di avvicinare una delle amazzoni, il giorno dopo lo si trovava morto nel suo letto.

Una serie televisiva sulle amazzoni di Dahomey sta per essere realizzata dalla Sony Pictures Television e il network nigeriano EbonyLife, una delle maggiori reti televisive del continente africano.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Ricorsi, proteste e brogli turbano il conteggio dei voti in Congo-K

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Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 13 gennaio 2019

Nuovo colpo di scena nella Repubblica Democratica del Congo. Secondo la lista provvisoria dei parlamentari eletti, pubblicata ieri dalla Commissione elettorale nazionale indipendente (CENI), Joseph Kabila e i suoi alleati manterrebbero la maggioranza all’Assemblea nazionale, in quanto avrebbero ottenuto oltre duecentocinquanta seggi su un totale di cinquecento.

Finora sono stati resi noti solamente quattrocentottantacinque nomi, giacché in alcuni territori le elezioni sono state rinviate a marzo per questioni di sicurezza e sanitarie.

La coalizione di Felix Tshisekedi, vincitore delle presidenziali, secondo i risultati provvisori comunicati da CENI pochi giorni fa, avrebbero portato a casa solamente cinquanta seggi, mentre il raggruppamento del suo avversario, Martin Fayulu, arrivato secondo, è riuscito ad aggiudicarsene cinquantanove.

Il quadro politico dunque non è semplicee Tshisekedi, se dovesse essere confermato come presidente, dovrà scegliere tra una convivenza dura e difficile oppure stringere alleanze. 

Toussaint Ekombe, l’avvocato di Fayulu ha annunciato sabato che il ricorso è stato depositato presso la Corte Costituzionale venerdì, e ha aggiunto: “Oggi siamo ritornati in tribunale per ritirare la ricevuta”.  Il richiedente si è appellato ai giudici affinchè vengano annullati i risultati comunicati da CENI e che venga effettuato il conteggio manuale dei voti. Ora i magistrati hanno otto giorni di tempo per esaminare il ricorso.

Anche Francia e Belgiohanno espresso seri dubbi sui risultati annunciati da CENI; molti osservatori avevano segnalato irregolarità e inoltre circola voce che Tshisekedi avesse preso accordi segreti con Kabila per spartirsi il potere. 

Fayulu ha contestato subito i risultati provvisori, secondo i quali Tshisekedi avrebbe ottenuto il 38,57 per cento dei consensi, mentre a lui avuto il 34,8 delle preferenze e Emmanuel Ramazani Shadary, candidato del partito al potere e delfino del presidente uscente, si è aggiudicato solamente il 23,8 per cento. La partecipazione al voto è stata del 47,56 per cento. Fayulu era stato dato come favorito in questa tornata elettorale. 

Secondo Reuters, soldati della guardia repubblicana e agenti della polizia avrebbero circondato la  residenza di Fayulu sabato mattina ancor prima che questi uscisse di casa. Decine di sostenitori che cantavano slogan anti-Kabila e anti-Tshisekedi, sarebbero fuggiti all’interno dell’edificio all’arrivo delle forze dell’ordine.  

Cornlia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Giovane italiano durante un party annega in piscina a Nosy Be in Madagascar

Speciale per Africa ExPress
Giorgio Maggioni
Antananarivo, 12 gennaio 2019

Alessio Calipari stava festeggiando con amici e colleghi nell’albergo Royal Beach a Madirokely nel paradiso malgascio di Nosy Be, dove lavorava da qualche mese come animatore; ma nel bel mezzo del party il giovane di ventiquattro anni è stato trovato agonizzante, ma vivo nella piscina del resort.

Secondo alcune testimonianze, sarebbe stato soccorso immediatamente e portato all’ospedale locale, dove sarebbe deceduto poco dopo per annegamento.

Nosy-Be, Madagascar

La struttura sanitaria di Nosy-Be è certamente poco attrezzata per terapie importanti come il trattamento di una sindrome da annegamento, che in ogni caso porta a morte una alta percentuale di vittime anche nei migliori centri.

La polizia locale sta indagando sull’intera vicenda. Dopo i primi interrogatori, gli agenti avrebbero riscontrato molte contraddizioni nel racconto dei vari partecipanti alla festa. Dunque al momento attuale non si può ancora affermare che il ragazzo sia finito nella piscina in modo accidentale.

Alessio Calipari

I genitori e i fratelli di Alessio Canipari chiedono con insistenza che venga fatta luce sulla morte del loro congiunto. Il padre è un noto medico residente a Reggio Calabria.

Giorgio Maggioni
giorgio@mymadagascar.it

Dal Nostro Archivio:
Fulminato da un lampo un turista palermitano in Madagascar

Mozambico: Amnesty protesta per l’arresto di un giornalista che lavorava su terrorismo

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Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 12 gennaio 2019

Nell’ex colonia portoghese continua il giro di vite contro l’informazione libera. Amnesty International denuncia l’arresto del giornalista Amade Abubacar giornalista della Radio e Televisao Comunitaria Nacedje de Macomia, a Cabo Delgado, nel nord del Mozambico e corrispondente del giornale indipendente Zitamar News.

Lo scorso 5 gennaio, nel distretto di Macomia, Abubacar, mentre stava intervistando un gruppo di sfollati a causa degli attentati dei gruppi jihadisti contro i civili, è stato ammanettato dalla polizia e gli è stato sequestrato il cellulare.

Pagina Facebook della Radio televisione comunitaria Nasedje
La pagina Facebook della Radio e Televisao Comunitaria Nacedje de Macomia

Senza alcuna motivazione il giorno seguente è stato consegnato alle forze di sicurezza militari che operano nella zona, picchiato e sbattuto nel carcere militare di Mueda. Fino ad ora non si riescono ad avere informazioni ufficiali sulla sua sorte.

Durissima presa di posizione di Amnesty: “Le autorità del Mozambico devono immediatamente e in modo incondizionato rilasciare Abubacar dalla detenzione arbitraria da parte delle forze militari e porre fine all’incremento della repressione sui giornalisti”. Secondo l’ong per i diritti umani gli operatori dell’informazione sono visti come una minaccia e trattati come criminali. L’arresto Amade è l’ultima dimostrazione di disprezzo per la libertà di espressione e la libertà dei media da parte delle autorità mozambicane.

Ufficialmente, contro il giornalista non c’è nessuna accusa ma nonostante ciò non gli è stato concesso di incontrare il suo legale. Ma Abubacar non è l’unico giornalista mozambicano arrestato in modo arbitrario.

Amade è riuscito a comunicare con un parente che, attraverso Pinnacle News, ha postato uno screenshot di uno smartphone e un messaggio su Facebook. Nel post il giornalista dice di venir sospettato di essere proprietario dell’account FB Shakira Junior. Un account, secondo i militari, legato ad al-Shabab, ora bloccato dalle autorità, e soprattutto di far parte del gruppo jihadista mozambicano. Cosa che il giornalista ha smentito.

Screenshot e messaggio su Facebook postato da un parente di Amade
Screenshot e messaggio su Facebook postato da un parente di Amade

L’area di Cabo Delgado è diventata off-limits per i media. Nel dicembre scorso, nella stessa zona, mentre stava svolgendo il suo lavoro Estacio Valoi è stato arrestato senza motivazione e poi rilasciato dai militari che non gli hanno ancora restituito la sua attrezzatura. Stessa procedura nel giugno 2018 anche per un giornalista dell’emittente televisiva sudafricana eNCA, arrestato mentre lavorava nel nord del Paese.

“Invece di prendere di mira i giornalisti che fanno la copertura sugli attacchi a Cabo Delgado – ha dichiarato Tigere Chagutah di Amnesty – le autorità mozambicane dovrebbero cercare di capire le cause alla radice della violenza e agire per proteggere i civili”.

L’inasprimento della censura contro la stampa indipendente è iniziato lo scorso agosto quando con un decreto il governo, pensando alle elezioni amministrative di ottobre 2018, ha messo il bavaglio alla stampa indipendente. Lo ha fatto aumentando un modo esorbitante le tabelle di licenza e di rinnovo delle testata giornalistiche nell’ordine di migliaia di euro

Mappa di Cabo Delgado e posizione di Radio e Televisao Comunitaria Nacedje de Macomia
Mappa di Cabo Delgado e posizione di Radio e Televisao Comunitaria Nacedje de Macomia

Il clima contro i giornalisti è diventato più pesante durante le ultime elezioni amministrative con minacce di morte a giornalisti e ad oppositori del governo la censura continua a Cabo Delgado dove viene impedito alla stampa indipendente di lavorare.

Da ottobre 2017 la provincia più a nord del Paese è sotto attacco di cellule jihadiste chiamate al-Shabab che il presidente mozambicano Filipe Nyusi, originario di Cabo Delgado, vuole neutralizzare a tutti i costi.

Ci sono in ballo enormi interessi economici derivanti dalla Montepuez Ruby Mining, la miniera di rubini più grande del mondo, e gli enormi giacimenti di gas offshore dove operano le multinazionali ENI, ExxonMobil ed Anadarko.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter: @sand_pin

Non si placano le proteste in Sudan e il regime usa il pugno di ferro: altri 3 morti

Speciale per Africa Express
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 11 gennaio 2019

Non si fermano le proteste dei sudanesi. L’oppressione del regime autocratico di Omar al-Bahir, al potere dal 1989 dopo un colpo di Stato non ha fermato la popolazione. Nuove manifestazioni sono in programma per i prossimi giorni.

Mercoledì scorso altre tre persone sono state uccise e molte altre sono state ferite durante la più grande protesta dell’opposizione che si è svolta a Omdurman. Le forze di sicurezza hanno fatto nuovamente largo uso di gas lacrimogeni e pallottole per disperdere la folla, che a gran voce ha invocato la caduta del regime di Khartoum. Alcuni attivisti sono riusciti a riprendere scene cruente della manifestazione; nei video sono ripresi dimostranti feriti al torace e alla testa. In tarda serata dello stesso giorno, il portavoce della polizia nazionale, Maj-Gen Hashim Ali Abdel Rahim, ha confermato la morte di tre presone.

Una delle manifestazioni di protesta in Sudan

Sia gli osservatori che testimoni oculari hanno descritto quest’ultima marcia la più grande dall’inizio dell’ondata di proteste. Migliaia di persone, per lo più giovani sui vent’anni, si sono riversati sulle strade di Omdurman.
Alcuni video postati sui social media hanno ripreso la polizia mentre agenti stavano sparando gas lacrimogeni e pallottole all’interno dell’ospedale Alarbaeen Hospital. E diversi testimoni oculari hanno visto uomini in abiti civili mentre arrestavano alcuni dimostranti e hanno confermato che questi sono stati picchiati violentemente all’interno delle vetture, mentre venivano confiscati i loro cellulari.

Una manifestazione indetta dai sostenitori del regime si è tenuta sempre mercoledì a Khartoum, la capitale del Paese. Al-Bashir ha salutato i suoi supporter con un sorriso smagliante e agitando in aria il suo amato bastone.

Dal 19 dicembre, inizio dell’ondata di proteste, sono state arrestate oltre ottocento persone, tra loro anche giovani studenti, giornalisti, professori universitari.

Da una parte ci sono i poveri, che chiedono con insistenza una vita dignitosa, perchè nell’impossibilità di acquistare i beni di prima necessità, dall’altra troviamo i cittadini della classe media, che non solo protestano contro il caro-vita e l’inflazione galoppante che ha raggiunto il settanta per cento, ma chiedono con insistenza all’anziano leader di farsi da parte.  La Sudanese Professional Association, che è tra i maggiori organizzatori delle agitazioni, ha già chiesto, tramite una petizione, la formazione di un governo di transizione, composto da tecnocrati, il cui mandato deve essere concordato da rappresentanti di tutta la società sudanese.

Mercenari del gruppo Wagner a Khartoum

E’ comunque sconcertante l’uso della violenza da parte dei militari e degli agenti della sicurezza nei confronti dei dimostranti. Un appello perché cessi l’uso della violenza per sedare le proteste è stato lanciato anche dal segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres, al governo di Khartoum.

E’ altrettanto inquietante che alcuni attivisti abbiano rilasciato foto che dimostrano la presenza di mercenari della società militare privata russa Wagner – contractors al servizio di Putin, uomini pronti a tutto, addestrati alla guerra, quasi sempre ex militari delle forze armate moscovite – durante una delle manifestazioni anti-governative a Khartoum. La notizia – con relative foto – è stata riportata da diversi giornali online, tra loro anche il britannico The Times.

Si è cominciato a parlare per la prima volta della Wagner nel 2014, per il loro impiego accanto ai separatisti in Donbass, in Ucraina. In seguito hanno svolto un ruolo importante in Siria. Il capo del gruppo è Dimitriy Valeryevich Utkin, nato in Ucraina nel 1970 ed ex colonnello delle forze speciali russe, molto legato al presidente. Da qualche tempo i suoi paramilitari sono presenti anche in Africa. Nella Repubblica Centrafricana e, appunto, ora anche in Sudan.

Secondo il Sudan Tribune (giornale online con base a Parigi) uomini di Wagner si troverebbero attualmente in Sudan per addestrare le forze speciali dell’intelligence (NISS).  Al-Bashir ha incontrato Vladimir Putin due volte in Russia recentemente e dopo la sua ultima visita, nell’estate 2018, i due leader avevano fatto sapere di voler incrementare la cooperazione militare nel prossimo futuro. Mentre durante il suo primo viaggio, nel novembre 2017, il presidente sudanese ha dichiarato di essere disposto di far costruire una base militare sul Mar Rosso, in cambio il Cremlino avrebbe fornito armi per l’esercito di Khartoum, compresi aerei da combattimento SU 30 e missili terra aria. In questi mesi diverse delegazioni militari di Mosca si sono recate a Khartoum e viceversa, ma dettagli delle trattative non sono mai state rilevate.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Dal Nostro Archivio:

 

 

 

La Coppa d’Africa quest’anno si disputa all’ombra delle piramidi

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
Milano, 10 gennaio 2019

Sarà una Coppa d’Africa all’ombra delle Piramidi, ma non per questo meno calda. E non solo per il periodo climatico in cui si svolgerà.

L’evento calcistico biennale più atteso e seguito del continente nero, in programma dal 15 giugno al 13 luglio prossimi, sarà ospitato dal Paese dei Faraoni.

Lo ha annunciato a Dakar, l’8 gennaio,  il presidente della Confederazione calcistica africana (CAF) Ahmad Ahmad, dopo che la manifestazione era stata tolta al Camerun per ritardi nella costruzione di stadi e progetti infrastrutturali e per preoccupazioni sulla sicurezza. In particolare, ad allarmare era il ripetersi di episodi di violenza nei pressi di due stadi. Come è noto, nel sud ovest del Camerun si susseguono scontri fa le forze governative e la minoranza anglofona. Con sequestri di persona, uccisioni, devastazioni, migliaia di sfollati. E nell’area critica si trovano le città di Limbe e Buea con gli stadi dove si sarebbero dovute giocare le partite di Coppa. Nel nord del Paese, poi, Boko Haram è sempre in agguato…

Escluso il Camerun, erano rimasti in lizza Egitto e Sud Africa. Il primo ha ottenuto 16 voti, il secondo 1, mentre un delegato dei 18 membri del comitato esecutivo si è astenuto. Il presidente Ahmad si è congratulato con il “vincitore” e ha ammesso che “c’è stata competizione fra Egitto e Sud Africa. Vogliamo soddisfare tutte le ambizioni. Lo slogan di questa edizione è garantire la speranza e l’ambizione per le generazioni future”.

Secondo il sito “Calcio Africano” l’appoggio del governo è stato il fattore determinante nella scelta. Il che è stato confermato dal presidente Ahmad in un’intervista all’emittente francese Rfi. Comunque, da parte sua, il Paese del Nilo può offrire impianti sportivi di tutto rispetto. A Il Cairo si trovano il “Cairo International Stadium” (75 mila posti), il “30 Giugno”  e  “Al-Salam” (30 mila posti ciascuno); ad Alessandria sorgono lo stadio più capiente della Repubblica araba, il “Al Arab Stadium” (86 mila posti) e altri due minori. La città di Suez, a sua volta, ha l’Egyptian Army Stadium dotato di 45000 posti costruito nel 2009. Era chiamato Mubarak International Stadium, ma dopo la rivolta del 2011 si è pensato bene di cancellare anche il nome di Hosni Mubarak. Sempre a Suez si trova il New Suez Stadium  (25000 posti) e ad Assouan, l’omonimo Stadium capace di 20 mila presenze.

La revoca dell’organizzazione è stata presa molto male dal governo del Camerun, che ha parlato di “palese ingiustizia”, anche se ciò non impedirà al Paese – ha ribadito – di essere pronto ad accogliere le squadre africane per la Coppa del 2021.

L’annuncio, fausta coincidenza per gli egiziani, è caduto nello stesso giorno in cui a Mohamed Salah, 26 anni, leader della nazionale dei Faraoni e cannoniere del Liverpool, è stato consegnato per la seconda volta di fila il premio di miglior calciatore africano dell’anno. Lo stesso Salah due anni fa, in Gabon, nell’ultima edizione della Coppa delle Nazioni africane (questa la denominazione precisa), aveva trascinato la sua nazionale in finale, persa proprio contro il Camerun (1-2).

Trofeo Coppa d’Africa

La Federazione egiziana di calcio (Efa) aveva presentato a metà dicembre scorso la propria candidatura per ospitare il torneo, che ha vinto in ben sette occasioni: nel 1957, al primo campionato, poi nel 1974,  nel 1986, nel 1998, e quindi tre volte di seguito (2006- 2008- 2010) . Dopo l’ultima vittoria dell’Egitto (2010), la Caf decise di spostare la disfida continentale dagli anni pari a quelli dispari.

L’Egitto aveva proposto la sua candidatura dopo che il Marocco, interessato allo svolgimento della competizione, si era ritirato sorprendendo tutti. Il Marocco aveva dovuto rinunciare anche all’edizione del 2015 a causa della precaria situazione sanitaria scatenata da una forte epidemia di Ebola. Le partite si disputarono, allora, in Guinea Equatoriale. E così l’Egitto si trova a essere per la quinta volta padrone di casa: la prima nel 1959 ,come Repubblica Araba Unita, poi nel 1974 (successo dello Zaire), poi nel 1986 e il 2006 quando le mura domestiche favorirono il successo della squadra di casa. Sarà così anche stavolta?

La Coppa 2019, alla sua 32° edizione, per la prima volta è stata allargata a 24 squadre, da 16: sono già qualificate le compagni di Egitto, Algeria, Costa d’Avorio, Ghana, Guinea, Kenya, Madagascar, Mali, Marocco, Mauritania, Nigeria, Senegal, Tunisia, Uganda. Le altre 10 caselle saranno riempite nelle fasi finali delle qualificazioni programmate tra il 18 e il 26 marzo.

Fra le 14 già ammesse spicca la sorpresa Madagascar: la nazionale malgascia è una debuttante a questo livello, per la prima volta accede alle fasi finali del prestigioso torneo. In passato aveva tentato quattro volte, con risultati fallimentari: in sedici partite ne aveva vinta una, due volte si era classificata all’ultimo posto. Ora, invece, grazie alla vittoria per 1-0  sulla Guinea Equatoriale in ottobre ha raggiunto la tanto sospirata qualificazione. “E in Egitto andremo a dar parecchio fastidio”, ha promesso il capitano degli “Scorpioni” come sono  soprannominati i giocatori isolani.

Salah, il campione egiziano

Altra novità della Coppa d’Africa 2019 è il periodo in cui si giocheranno le partite: non più gennaio/febbraio come in passato, ma in giugno/luglio (salvo modifiche dell’ultima ora). Il che ha scatenato polemiche. Il commissario tecnico algerino Djamel Belmadi (ex calciatore francese naturalizzato algerino) ha, infatti, dichiarato: <Sarà praticamente impossibile giocare lì a causa del caldo e dell’umidità>.

Il presidente stesso della Caf, Ahmad, è cosciente delle dure condizioni climatiche che i giocatori dovranno affrontare; ma anche del pericolo terrorismo e delle intemperanze abbastanza note dei tifosi locali. Ha commentato: “Cercheremo una stretta collaborazione con l’Egitto. Siamo coscienti dei problemi esistenti e quindi chiederemo aiuto alla Fifa (l’organizzazione calcistica mondiale, ndr) e ad altri Paesi affinchè questo torneo nella sua veste estiva sia un successo”.

Costantino Muscau
muskat@gmail.com

Dal nostro Archivio:

Salah l’egiziano: un campione, un idolo, un benefattore

 

 

Presidenziali in Congo-K: eletto Tshisekedi figlio del leader storico dell’opposizione

Africa ExPress
Kinshasa, 10 gennaio 2019

Uno dei due candidati dell’opposizione, Felix Tshisekedi, ha vinto le elezioni presidenziali nella Repubblica Democratica del Congo. I risultati provvisori, comunicati dalla Commissione elettorale indipendente vedono al secondo posto l’altro candidato dell’opposizione, Martin Fayulu, che già lanciato accuse di brogli.

Dubbi sulla correttezza del processo elettorale sono stati espressi anche anche dalla Francia. La situazione nel Paese è molto tesa e si teme che la gente scenda in piazza a protestare come conseguiti violenze, scontri, parecchi feriti e anche qualche morto.

Felix Tshisekedi

Tshisekedi è il primo presidente della Repubblica che risponde all’opposizione e non al partito al potere. Il capo dello Stato uscente, Joseph Kabila, succeduto al padre dopo il suo assassinio nel 2001 è rimasto in carica per 18 anni.

Figlio del leader storico dell’opposizione, Etienne Tshisekedi, ha immediatamente annunciato che comunque che sarà il presidente di tutti e non solo di chi l’ha votato

Africa ExPress
twitter @africexp

 

Cancellate le accuse di brogli: Andry Rajoelina eletto presidente del Madagascar

Africa ExPress
Antananarivo, 10 gennaio 2019

La Corte costituzionale del Madagascar ha confermato la vittoria di Andry Rajoelina. Nel ballottaggio, che si era svolto il 19 dicembre scorso,  Rajoelina aveva raccolto il 55,66 per cento dei consensi, mentre il suo avversario, Marc Ravalomanana, si era fermato al 44,34 per cento.

Ravalomanana aveva fatto ricorso alla più alta Corte dello Stato insulare per brogli elettorali. Ora ha dovuto incassare l’amara sconfitta. Entrambi – Ravalomanana e Rajoelina – sono ex presidenti del Madagascar.

Il nuovo presidente del Madagascar, Andry Rajoelina

Questi ultimi giorni sono stati segnati da manifestazioni non autorizzate nelle piazze e nelle strade. Centinaia di cittadini, sostenitori del candidato perdente, hanno contestato il risultato del voto.

Marc Ravalomanana, al potere dal 2002 fino al 2009, aveva dovuto rassegnare le dimissioni dopo un’ondata di proteste, fomentata proprio da Rajoelina, classe 1974, ex disc jockey e sindaco di Antananarivo, capitale della ex colonia francese.

In seguito era stato insediato a capo di una presidenza di transizione dall’esercito, poltrona che ha lasciato nel gennaio 2014 (il ballottaggio delle elezioni del 2013 si erano svolte il 20 dicembre). Entrambi non hanno potuto partecipare alle elezioni del 2013 in base a un accordo per uscire dalla crisi, sottoscritto anche dalla comunità internazionale.

Il novanta per cento dei malgasci vive al di sotto della soglia della povertà (calcolata su una base di 1,90 dollari al giorno) e il Madagascar è il Paese che, dopo la Corea del Nord, ha accesso al minor contributo internazionale con soli 24 dollari all’anno per abitante.

Africa ExPress
@africexp

Dal Nostro Archivio:

Madagascar: al ballottaggio vince Rajoelina ma chi ha perso lo accusa di brogli

Congo-K: brogli e calma apparente in attesa dei risultati del voto del 30 dicembre

Africa ExPress
Kinshasa, 9 gennio 2019

L’ora X si sta avvicinando. La Commissione elettorale nazionale del Congo-K è in seduta plenaria e continua e l’edificio che ospita la CENI è circondata dalle forze dell’ordine e dall’esercito. Alcune strade adiacenti sono state chiuse.

Ieri sera circolava voce che i risultati sarebbero stati noti nella serata di martedì e molti datori di lavoro hanno mandato a casa i propri dipendenti prima della chiusura per motivi di sicurezza.

La Commissione ha smentito l’annuncio immediato dei risultati, ma ha fatto sapere che nelle prossime ventiquattro – quarantotto potrebbero essere resi noti, cioè alla fine della riunione plenaria, composta da tredici membri, tra loro rappresentanti della maggioranza, dell’opposizione e della società civile. E il presidente, Corneille Nangaa, ha aggiunto: “E’ un lavoro immenso, non può essere concluso in un paio d’ore”.

Conferenza stampa di CENI

Fino a ieri sera solamente l’ottanta per cento dei risultati erano stati compleati: mancano ancora all’appello il quindi per cento delle schede del Kisangani, mentre per quelle di altre tre province (Rutshuru, Masisi e Ituri) ci vorrà ancora del tempo.

Ora CENI dovrà decidere se comunicare gli esiti elettorali man mano che giungono nella loro sede, dopo essere stati controllati, oppure attendere che tutti i conteggi siano terminati.

Sono parecchie le irregolarità denunciate dai quattrocento osservatori (Synergie des missions d’observation électorale, Symocel) nei centouno centri di compilazione dei risultati, dislocati nel Paese:  tra loro venti falsificazioni dei risultati a Maniema e Sankuru. Inoltre si punta il dito contro tre scrutatori corrotti. Symocel ha chiesto a CENI di correggere gli “errori”, di esprimersi su questi incidenti come è stato fatto sulle schede elettorali andate perse a Kinshasa.

CENI avrebbe dovuto già annunciare il nome del successore di Jospeh Kabila domenica scorsa. I tre maggiori candidati in lizza sono: Emmanuel Ramazani Shadary, delfino dell’attuale presidente, ex presidente dell’interno e sanzionato dall’Unione Europea, e due leader dell’opposizione, Martin Fayulu e Félix Tshisekedi.

Nell’attesa, tutti, oppositori, Chiesa cattolica e protestante chiedono a CENI di proclamare la verità, ciò che stato deciso dalle urne: la volontà del popolo congolese.

Intanto il virus ebola non si arresta. Secondo il bollettino del 2 gennaio rilasciato dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) finora sono decedute trecentosettantasette persone, mentre i casi confermati sono cinquecentosettantasette e cinquantacinquemila sono state vaccinate

Africa Express
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