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Nigeria: accusato di stregoneria, ragazzo perde una mano dopo torture

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Il Papa invita al dialogo a Bamenda, epicentro della crisi anglofona del Camerun

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Sequestri, attentati e attacchi jihadisti: si dimette l’intero governo del Burkina Faso

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 19 gennaio 2019

Il Burkina Faso è sempre più al centro delle cronache mondiali. Violenze, attacchi dei jihadisti, rapimenti si moltiplicano e infine ieri sera si è dimesso anche il primo ministro, Paul Kaba Thiéba, insieme a tutto il governo, senza dare \alcuna spiegazione. Roch Marc Christian Kaboré, presidente della ex colonia francese, ha accettato la decisione del governo senza battere ciglio. Il primo ministro era in carica dal gennaio 2016.

Kirk Woodman, geologo canadese, è stato rapito da un gruppo armato la sera 15 gennaio nel sito minerario di Tiabangou, vicino alla frontiera con il Niger. Il cinquantatrenne, vice-presidente della società Progress Minerals, era arrivato in Burkina Faso pochi giorni prima del suo sequestro. Era responsabile delle miniere bourkinabè e ivoriane. Il suo corpo è stato ritrovato giovedì da alcuni residenti ad una sessantina di chilometri da Gorom-Gorom.

Durante l’assalto alla miniera, una decina di uomini armati hanno raggruppato i minatori, compreso Woodman, poi hanno trafugato tutto il campo base; oltre al geologo hanno portato via anche del materiale. Lo ha reso noto Clément Sawadogo, ministro della sicurezza di Ouagadougou un paio di giorni fa.

Finora l’assassinio del geologo non è stato rivendicato da nessuno dei gruppi attivi nel Sahel.

Luca Tacchetto in viaggio con Edith Blais in Burkina Faso

Non si hanno più notizie del nostro connazionale, il trentenne architetto Luca Tacchetto, originario di Vigonza, nel Veneto, scomparso con la sua compagna, che di anni ne ha trentaquattro, canadese. I due giovani non si sono più messi in contatto con le rispettive famiglie dal 15 dicembre scorso. I parenti hanno riferito che dovevano incontrarsi con degli amici a Ouagadougou, la capitale bourkinabé. Secondo quanto è trapelato in questi giorni, gli inquirenti seguono ora la pista del sequestro di persona a scopo di terrorismo.

Il primo ministro del Canada, Justin Trudeau, ha fatto sapere proprio ieri, che, secondo a quanto gli è stato riferito, la Blais sarebbe in vita. Questa dichiarazione ha acceso nuove speranze nei canadesi, e di riflesso anche qui in Italia, sulla sorte dei due giovani, anche se Trudeau non è andato nei dettagli. Ma certamente deve sapere di più di quanto abbia reso pubblico, visto che pochi giorni prima di Natale si è recato in Mali per gli auguri di rito ai propri soldati, impegnati nella Missione dell’ONU (Minusma).

Il primo ministro canadese Justin Trudeau con i caschi blu canadesi di MINUSMA in Mali

Insieme al ministro della Difesa di Ottawa, Harjit Sajjan, e il capo di Stato maggiore, Jonathan Vance, il primo ministro si è volato a Gao, nel campo base Castor. Duecentocinquanta caschi blu canadesi si trovano nel Paese del Sahel dal 31 luglio scorso. Hanno sostituito i loro colleghi tedeschi e si fermeranno in Mali per un anno nell’ambito dell’operazione Presence, che si occupa di evacuazione mediche aeree d’urgenza aeree delle truppe dell’ONU, inoltre si occupano di supporto logistico nonché di trasporto delle truppe e di materiale. Durante la sua visita Trudeau ha incontrato anche il suo omologo maliano, Soumeylou Boubèye Maïga.

Sempre nel Burkina Faso sono stati rapiti un cittadino indiano insieme ad un sudafricano. E anche l’anziano medico australiano, Kenneth Elliot, sequestrato insieme alla moglie Jocelyn nel gennaio 2016, si trova ancora nelle mani dei suoi aguzzini. La consorte è stata liberata un mese dopo, proprio mentre era in atto l’assalto terrorista a Bamako, la capitale del Mali. La coppia che dal 1972 risiedeva a Djibo, nel nord del Burkina Faso, al confine con il Mali, dove avevano aperto un ospedale di 120 letti quarant’anni fa. Erano i medici dei poveri e molto amati e stimati dalla popolazione locale.

La situazione nell’ex colonia francese è sempre più precaria e per questo motivo il 31 dicembre sorso il governo del Burkina Faso ha dichiarato lo stato di emergenza in diverse province del Paese a causa dei frequenti attacchi dei jihadisti. Inizialmente le incursioni dei terroristi erano per lo più concentrate al confine con Niger e Mali, ma ora si sono estese anche in altre regioni, in paticolare nell’est, nelle zone confinanti con il Togo e il Benin.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Dal Nostro Archivio:

Rilasciata ultraottantenne australiana rapita da Al Qaeda in Burkina Faso

Stato di emergenza in Burkina Faso: i jihadisti attaccano da tutte le parti

Ghana, indagava su corruzione nel calcio giornalista massacrato a pistolettate

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 19 gennaio 2019

 Una vera e propria esecuzione. Due persone su una moto si sono avvicinate alla sua auto mentre tornava a casa e hanno fatto fuoco. Tre colpi di pistola. Due al torace e uno al collo e sono scappati.

Il brutale omicidio mercoledì scorso 16 gennaio alle 23 ad Accra, la capitale ghanese. Si chiamava Ahmed Hussein-Suale, 34 anni, era uno dei giornalisti del pool investigativo di Anas Aremeyaw Anas, e collaborava con l’agenzia investigativa Tiger Eye.

Ahmed lavorava sotto copertura con Anas da due anni. Un deputato del parlamento ghanese, Kennedy Ayapong, implicato in una delle indagini, ha però rivelato, mostrando una foto sulla rete ghanese Net 2 TV, l’identità del giornalista ed ha incitato all’odio il pubblico.

Il video twittato da Anas Aremeyaw Anas nel quale il deputato ghanese Kennedy Ayapong su Net 2 TV ha mostrato il volto di Ahmed Hussein-Suale

“Questo ragazzo è molto pericoloso. Vive qui a Medina se lo incontrate schiaffeggiatelo. Qualsiasi cosa accada io pagherò perché è cattivo. Si chiama Ahmed. Ingrandite la foto” – aveva gridato con voce alterata dall’odio in TV. Probabilmente la “cattiveria” di Ahmed consisteva nell’essersi permesso di indagare sulla corruzione nella quale era implicato il politico.

Dopo la pessima performance televisiva di Ayapong è arrivato il barbaro assassinio di Hussein-Suale. Il parlamentare ghanese, intervistato ieri dall’emittente KofiTV all’aeroporto di Accra prima di lasciare il Paese, ha confermato l’odio per il giornalista ucciso e ha dichiarato di essere estraneo all’omicidio.

il deputato ghanese Kennedy Yagapong, intervistato dall'emittente KofiTV
Il deputato ghanese Kennedy Ayapong, intervistato dall’emittente KofiTV

Ahmed indagava su uno scandalo che aveva scosso il mondo politico e il mondo sportivo ghanese su un caso di corruzione del presidente della Federcalcio locale, Kwesi Nyantakyi. L’indagine ha permesso di scoprire varie attività illegali di Nyantakyi che era anche nel consiglio della Fifa, poi sospeso con una sanzione di 500 mila dollari.

Uno scandalo di così vaste proporzioni che ha sfiorato anche la figura del capo dello Stato del Ghana, Nana Akufo-Addo. A causa dello scandalo, Nyantakyi è stato obbligato a dare le dimissioni e il governo ha sciolto la Federcalcio e tutta l’attività agonistica.

Ahmed Hussein-Suale e Anas Aremeyaw Anas, hanno pestato parecchi piedi ai poteri forti dell’ex colonia britannica e l’immagine di Ahmad mostrata pubblicamente su Net 2 TV ha indicato dove colpire per eliminare un giornalista troppo scomodo per i potenti corrotti.

Il presidente Akufo-Addo, con un tweet ripreso da Anas Aremeyaw Anas, ha inviato le condoglianze alla famiglia di Hussein-Suale e, condannando l’atto si aspetta “che i reponsabili dell’atroce crimine vengano arrestati prima possibile”.

Anas Aremeyaw Anas è un giornalista investigativo “senza volto” noto perché conduce le interviste e si presenta in pubblico con una maschera per proteggere la su   a identità. L’ex presidente USA Barack Obama lo ha definito “Coraggioso giornalista che rischia la vita per scoprire la verità”.

Eppure il Ghana, secondo il World Press Freedom 2018 di Reporters Sans Frontieres, ha un posto di tutto rispetto nella classifica della libertà di stampa.

Tra 179 Paesi analizzati, lo troviamo al 23° posto, tra Samoa e la Lettonia, in salita di tre posti rispetto alla classifica dell’anno precedente (l’Italia è al 46° posto, in discesa di sei, dopo gli Stati Uniti e prima del Belize).

Hahmed Hussein-Suale deve aver toccato qualcosa di molto esplosivo.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter: @sand_pin

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Assoluzioni in cambio di bustarelle, i video di un giornalista inchiodano 34 giudici in Ghana

Ghana, il calcio e una indimenticabile lezione su come si combatte la corruzione

Uganda, un Paese povero che ha aperto le sue porte ai rifugiati

Africa ExPress
Kampala/Cagliari, 18 gennaio 2019

I Paesi più poveri spesso non negano l’accoglienza a migranti e rifugiati. Tra loro anche l’Uganda, che, secondo gli ultimi dati dell’Alto Commissariato  delle Nazioni Unite per i Rifugiati  (UNHCR) al 31 dicembre 2018 ospitava 1.190.922 milioni di rifugiati.

Al primo posto troviamo persone in fuga provenienti dal Sud Sudan – settecentottantanove mila – scappati da un sanguinoso conflitto interno scoppiato nel dicembre del 2013 e ancora in corso. Attualmente gli sfollati sono 1,97 milioni di persone, mentre ben 2.256.499 sud sudanesi hanno cercato protezione nei Paesi confinanti, tra questi appunto l’Uganda.

Riek Machar Teny Dhurgon, di etnia nuer, ex vice presidente del più giovane stato della Terra – ha ottenuto l’indipendenza dal Sudan solamente nel 2011 – e oggi capo dei ribelli, e Salva Kiir Mayardit, di origine dinka, hanno firmato diversi trattati di pace dal 2013, l’ultimo nell’agosto 2018, ma la pace è sempre rimasta tale solo sulla carta. In realtà si continua a combattere e a farne le spese è la popolazione civile.

I disperati, insieme ai loro figli, arrivano per lo più in Uganda a piedi, dopo giorni e giorni di marcia in zone pericolose e inospitali. Giungono nel nuovo Paese quasi sempre denutriti e ammalati, feriti nell’anima e nel corpo e spesso donne e ragazze hanno dovuto subire violenze di ogni genere. Qui, una volta registrati, trovano cibo e un pezzetto di terra da coltivare, per iniziare una nuova vita.

Sempre al 31 dicembre 2018, l’ex colonia britannica ospitava anche trecentododicimila rifugiati scappati dalla Repubblica Democratica del Congo, Paese infestato da bande armate. Fuggiti da scontri etnici e violenze indescrivibili. In maggioranza si tratta di donne e bambini, distrutti da traumi e violenze (non solo sessuali), ma che hanno trovato la forza di lasciare tutto, alla ricerca di un luogo dove ricominciare.

Il presidente Yoweri Kaguta Museveni, al potere in Uganda dal 1986, ha coniugato sapientemente l’accoglienza ai rifugiati con lo sviluppo del Paese, ha saputo trasformare l’arrivo massiccio di persone in cerca di protezione in una ricchezza.

Qui il rifugiato riceve, secondo accordi con i clan locali e il governo, un pezzo di terra per poterlo coltivare e costruirsi una casetta. Volendo, possono anche cercare lavoro e muoversi liberamente nel Paese. In cambio, il trenta per cento degli aiuti internazionali destinati ai territori dove si trovano i campi profughi, per legge, deve essere destinato alle popolazioni locali. In questo modo anche gli abitanti delle zone povere dei distretti del nord possono godere di maggiori benefici, come servizi sanitari, scuole, acqua. Si è creato così una sorta di equilibrio nella convivenza tra residenti e profughi a benficio di tutti, almeno per ora.

Il settantacinquenne Museveni detiene il potere con pugno di ferro. Due anni fa il Parlamento di Kampala ha abolito la legge che poneva il limite di età a settantacinque anni del candidato alla presidenza del Paese. E già nel 2005 era riuscito a far apportare delle modifiche alla Costituzione: allora era stato rimosso il limite di due mandati presidenziali.

Per parecchio tempo Museveni aveva giustificato la sua lunga permanenza al potere citando gli spettri del passato, come la lunga guerra civile che ha insanguinato il settentrione del Paese, dove il famigerato gruppo ribelle Lord’s Resistance Army, capeggiato da Joseph Kony ha seminato terrore tra la popolazione civile. Ma i giovani non ricordano, desiderano il cambiamento, ecco come si spiega il grande successo Robert Kyagulanyi, meglio conosciuto come Bobi Wine, un ex cantante, oggi parlamentare e uno dei maggiori oppositori dell’attuale presidente.

Africa ExPress
@africexp

 

Dal Nostro Archivio:

Sud Sudan: Machar oggi firma il trattato di pace per mettere fine alla guerra civile

Amnesty International accusa: i Paesi poveri aiutano i rifugiati, i ricchi no

Terrorismo in Kenya: turismo in panico prezzo pagato l’intervento in Somalia

Speciale per Africa Express
Franco Nofori
Torino, 17 gennaio 2019

L’ennesimo attentato che ha insanguinato martedì scorso la capitale del Kenya, riporta drammaticamente alla ribalta, l’opportunità per l’ex colonia britannica di mantenere una forza militare in Somalia per contrastare i fondamentalisti islamici di al Shebab. A dieci anni di distanza dall’intervento deciso dall’Unione Africana, con la costituzione della forza multinazionale AMISOM, di cui il Kenya fa parte, i risultati ottenuti contro i guerriglieri somali, vicini ad Al Qaeda, sono molto vicini allo zero. Per contro il Kenya ha pagato, e  paga, per questa presenza, un altissimo tributo in vite umane, sia in terra somala, sia nel proprio territorio. Ma non solo: la paura di attentati tiene lontani dal Paese i suoi potenziali visitatori.

Truppe keniane della forza multinazionale AMISOM, nel sud della Somalia

Ne vale la pena? Sembra proprio di no, anche perché al Shebab, si è mostrato capace di colpire, non solo nelle zone vicine al confine tra Kenya e Somalia, ma anche in ogni altra parte del Paese, dove, molto probabilmente, può contare su una rete locale di supporto, che la nutrita presenza di cittadini musulmani rende difficile identificare e quindi neutralizzare.

Il Kenya, poi, non può vantare un efficiente apparato d’intelligence che gli consenta di svolgere azioni preventive dirette a sventare le azioni terroristiche al momento della loro progettazione. Fino ad oggi, contro i miliziani di al Shebab, in territorio somalo, i bombardamenti americani  si sono rivelati molto più efficaci delle azioni militari lanciate dall’AMISOM.

Un drammatico momento dell’attacco di al shabaab all’hotel di Westland

Nell’attentato di martedì all’hotel di Westland, le autorità keniane, almeno in questa circostanza, hanno rinunciato alla puerile presunzione di poter fare da sole. Nel 2013, durante l’assalto al centro commerciale Westgate, durato quattro giorni, avevano rifiutato il supporto offerto da forze speciali straniere. Martedì, invece, le forze dell’ordine locali sono state affiancate da teste di cuoio americane e britanniche.

Tuttavia, i bilanci, ufficiali e non, anche in questo caso, sono apparsi contraddittori e inaffidabili. “Sei vittime”, ha dichiarato la polizia (poi elevate a 21); “47 morti”, ha annunciato la rivendicazione di al Shebab; “Oltre sessanta”, hanno sostenuto fonti giornalistiche. Probabilmente dati certi su quest’ultima tragedia, non si otterranno mai.

Guerriglieri di al shebab in formazione

Intanto, in una specie di ritualità che si ripete ogni volta, si levano gli scudi degli operatori turistici, soprattutto della regione costiera che vedono le proprie attività messe a rischio da un’esagerata reazione di panico. “Le spiagge sono molto lontane da Nairobi – spiegano –. Chi viene da noi non corre pericoli”. Il rischio di attentati che viene percepito in Europa è decisamente sovrastimato e questo non tanto perché i terroristi non possano colpire anche obiettivi sulla costa, quanto perché il rischio che si corre in Kenya, è simile a quello che incombe quotidianamente sulle città occidentali.

Lo sceicco Cali Dheere, portavoce di al-shabaab

Un pericolo sicuramente maggiore di quello terroristico, in Kenya, è rappresentato, invece, dalla criminalità comune. E’ maggiore per la frequenza degli eventi, per la loro spietatezza e (soprattutto) per la loro imprevedibilità. Si tratta di pericoli cui molto raramente sono soggetti i turisti, ma ne sono vittime preferenziali, quegli europei che, attratti dal fascino dell’Africa, vi si stabiliscono – in forma stabile o saltuaria – vivono in una casa propria e assumono personale locale in cui ripongono totale fiducia. Non è infatti raro il caso in cui dipendenti domestici, pur se impiegati da dieci e più anni, possano improvvisamente trasformarsi in spietati assassini, solo per accedere ai beni dei loro datori di lavoro.

La cartina mostra la distribuzione delle forze presenti in Somalia nel 2013. Come si vede al Shebab controllava la maggior parte del territorio, la stessa che, grosso modo, controlla tutt’ora

E’ comprensibile che l’Africa, per il suo splendido paesaggio, per la mitezza del clima e per lo stimolante scenario dei suoi aspri contrasti, possa risultare irresistibile per chi vive assediato dal cemento e dallo smog delle città europee, ma l’Africa è anche terra di forti disparità sociali, di povertà estreme, di bisogni essenziali insoddisfatti ed è fatale che tutti i convenzionali valori delle società civili, qui risultino travolti dalla necessità alla sopravvivenza, una necessità che, quando diventi impellente, può sfociare in azioni in cui pietà e considerazioni umane, non trovano più spazio. Nonostante questo e a patto che si rispettino le elementari regole del buon senso, è molto più facile perdere la vita nel quartiere Scampia di Napoli che in Kenya.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

L’aumento del prezzo della benzina scatena le proteste di piazza nello Zimbabwe

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 16 gennaio 2019

Centinaia di persone arrestate, altre tre sono state uccise durante le proteste che hanno investito lo Zimbabwe dopo l’aumento del centocinquanta per cento del prezzo della benzina, annunciato dal presidente Emmerson Mnangagwa lo scorso sabato. Gli stranieri sono costretti a pagare il carburante in valuta.

Amnesty International sostiene, invece, che ben otto manifestanti sarebbero stati uccisi dalle forze dell’ordine e duecento sarebbero state arrestati arbitrariamente. Polizia e esercito avrebbero usato armi da fuoco e gas lacrimogeni per disperdere la folla che si è riversata sulle strade in ogni dove della ex colonia britannica per esprimere il dissenso contro gli aumenti. L’inflazione ha raggiunto il trentasette per cento.

Manifestazione contro il caro-carburante nello Zimbabwe

E Muleya Mwananyanda, vice-direttore di Amnesty International per l’Africa meridionale ha precisato che le forze dell’ordine dovrebbero usare la forza solo quando è strettamente necessario e anche in tali momenti va ponderata con attenzione. Le autorità zimbabwesi devono assolutamente vigilare che le persone possano esprimere liberamente la propria opinione.  

Oggi è stata incendiata ad Harare anche il quartier generale del Movement for Democratic Change, il maggiore partito all’opposizione.

Negozi e scuole sono chiusi, bloccato l’accesso ai social network. Alcuni sono riusciti a bypassare il blocco, usando reti virtuali private.

Owen Ncube, ministro per la Sicurezza nazionale ha confermato che ci sono stati alcuni morti, senza però precisarne il numero e naturalmente ha accusato l’opposizione e gruppi politici per i diritti umani di essere responsabili dei gravi disordini.

Lo Zimbabwe sta attraversando la peggiore crisi finanziaria degli ultimi dieci anni, decenni di malgoverno hanno messo in ginocchio l’intero Paese. La popolazione, già allo stremo, è disperata per l’effetto domino dell’aumento del prezzo della benzina sulla vita quotidiana,

Mentre il Paese dell’Africa meridionale è in fiamme, il presidente è volato a Mosca per incontrare il suo omologo Vladimir Putin, nella speranza di poter contrarre prestiti a lungo termine. Mnangagwa offrirà alle compagnie petrolifere russe la possibilità di effettuare attività di esplorazione. Prima di far ritorno ad Harare, parteciperà anche al Forum economico mondiale a Davos in Svizzera per incoraggiare finanziatori internazionali ad investire nel Paese.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Attacco a Nairobi, terroristi sconfitti, ufficialmente 21 morti (ma forse sono di più)

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Speciale per Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi
16 gennaio 2018

Si è concluso all’alba l’assalto dei terroristi Shebab contro il complesso commerciale Riverside a Nairobi. L’annuncio che gli autori dell’attentato sono stati neutralizzati è stato dato in televisione dal presidente del Kenya, Uhuru Kenyatta. Kenyatta non ha dato molti dettagli sull’attacco e ha fissato a 14 il numero di morti. Nessuna notizia su quanti siano i feriti e nulla sulla composizione del commando dei dinamitardi. In serata il bilancio è stato corretto: 21 morti e, secondo la Croce Rossa keniota, 19 dispersi. Tra le vittime uccisi un americano e un britannico. Il presidente ha anche sottolineato che 700 persone sono state portate in salvo dalle forze dell’ordine mentre i terroristi occupavano il complesso alberghiero.

Gli stringer di Africa ExPress ieri sera hanno visitato i tre ospedali dove sono ricoverati i feriti. Alcuni sono gravissimi e in pericolo di vita, altri invece sono ospitati perché colti da shock o lesioni minori.

Oggi, nel primo pomeriggio, l’area dov’è avvenuto l’attacco è stata di nuovo cordonata dalle forze speciali per impedire il passaggio dei veicoli e gli edifici limitrofi sono stati evacuati. Era stato scoperto un ordigno che è stato fatto brillare.

Da come è stata perpetrata l’operazione terroristica l’obbiettivo dei Shebab  (che sembra fossero 6), gruppo legato ad Al Qaeda, era di fare quante più vittime possibili. Nel settembre 2013 i 4 terroristi che hanno assalito il centro commerciale Westagate avevano causato almeno 67 vittime (la fonte è ufficiale) o probabilmente anche di più.

Dopo quell’attacco, a Nairobi la sicurezza è diventata più stretta. Per entrare nei palazzi di una certa importanza, nei centri commerciali, nei ristoranti e negli alberghi occorre sotto porsi a controlli talvolta esasperanti, anche con l’impiego di cani. Le auto sono costrette a superare barriere in cemento o chicane strettissime. All’aeroporto della capitale le auto sono sottoposte a una autentica radiografia. 

Quello di ieri è il primo attentato a Nairobi, dopo il Westgate, ma i terroristi hanno colpito il 2 aprile 2015 l’università di Garissa, dove furono massacrate 148 persone, la maggior parte studenti, e esattamente due anni fa, il 15 gennaio 2016 la base militare keniota in Somalia a El Adde, dove persero la vita almeno 200 militari.

Massimo Alberizzi

Dal Nostro Archivio: 

Attacco a Nairobi:”Uccisi una cinquantina di ostaggi”. Per il governo sono sei

Assaltato dagli Shabab albergo nel cuore di Nairobi, decine di morti e di feriti

Attacco a Nairobi:”Uccisi una cinquantina di ostaggi”. Per il governo sono sei

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Speciale per Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi
16 gennaio 2018

La polizia keniota ieri sera aveva appena annunciato che il complesso edilizio che ospita oltre a uffici, banche e negozi prestigiosi anche il ristorante più alla moda di Nairobi, il tailandese Secret Garden, e il lussuoso albergo Dusit D2, che dalla terrazza dell’edificio dell’hotel sono partite alcune raffiche di mitra. Gli agenti quindi non erano per niente in controllo della situazione.

https://www.youtube.com/watch?v=8EKs-9YHM00

Infatti, alcune camionette cariche di militari che si erano appena allontanate dal luogo dell’attentato sono rientrate immediatamente.

Anche sui numero delle vittime c’è una forte discrepanza. Ufficialmente ci sono 6 morti ma gli shebab, gli islamici basati in Somalia che hanno rivendicato l’attacco, sostengono di aver ucciso 47 persone. Riscontri attendibili, per altro non confermati, parlano invece di almeno 60 morti.

Una cifra comunque abbastanza credibile se si paragona quello di ieri all’attacco lanciato dei terroristi contro il centro commerciale Westgate, il 23 settembre 2013 .

Il copione messo in scena ieri sembra incredibilmente identico: un commando entra in un edificio affollato, spara all’impazzata facendo più morti possibile e poi si barrica dentro – in attesa – ingaggiando schermaglie con la polizia prima di essere ammazzato.

https://www.youtube.com/watch?v=BsWHLkJMyUQ
I primi soccorsi a uno dei feriti nell’attacco

Qualcuno degli scampati alla tragedia, dopo essersi messo in salvo, ha raccontato di aver visto uccidere a sangue freddo, e senza alcuna misericordia, persone che imploravano pietà.

https://www.youtube.com/watch?v=aFk1uEpzveU

Ieri pomeriggio le ambulanze hanno fatto la spola con gli ospedali di Nairobi che hanno lanciato un appello per raccogliere sangue.Una compagnia di radio taxi ha offerto passaggi gratis ai donatori. Tutta la notte un elicottero ha volteggiato sul luogo dell’attentato. Segno che i terroristi sono ancora là dentro.

L’attacco di ieri è stato lanciato dagli Shebab nell’anniversario dell’assalto alla base keniota di El Adde in Somalia, che costò la vita ad almeno 200 soldati della guarnigione.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi


Assaltato dagli Shabab albergo nel cuore di Nairobi, decine di morti e di feriti

Assaltato dagli Shabab albergo nel cuore di Nairobi, decine di morti e di feriti

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Speciale per Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi
15 gennaio 2018

Un gruppo di terroristi islamici al Shebab hanno colpito senza alcuna pietà a Nairobi nel primo pomeriggio. Un kamikaze a bordo di un autobomba si è fatto saltare in un complesso edilizio, che ospita uno dei ristoranti più alla moda di Nairobi, il tailandese Secret Garden, e il lussuoso albergo Dusit D2, nel quartiere di Westland.

L’ingresso del complesso alberghiero attaccato dagli Shabab

Il bilancio di morti e feriti non è chiaro perché i terroristi sono ancora asserragliati nel palazzo che hanno occupato, circondato dalle truppe speciali, e sembra che abbiano nelle mani alcuni ostaggi. Continuano poi a sparare nel cortile dalla terrazza da cui domina tutto il complesso. In due ospedali di Nairobi, l’MP Sha e l’Aga Khan, sono arrivate parecchie ambulanze. Tra persone sicuramente sono state uccise ma il conto dei morti potrebbe salire notevolmente. si parla di decine di morti.

https://www.youtube.com/watch?v=vNT90J-wgw0
I terroristi sparano indiscriminatamente ai civili

L’attacco è cominciato alle 15,50 (le 13,50 in Italia) quando un commando di uomini armati è penetrato nel complesso situato al numero 14 di Riverside Drive. Secondo le informazioni raccolte sul posto dagli stringer di Africa ExPress, 4 uomini armati hanno parcheggiato la loro auto nel recinto del compresso alberghiero.

https://www.youtube.com/watch?v=wXtFZR99bzw

Sono poi rimasti fermi in auto per oltre mezz’ora. Hanno poi acceso il motore e diretto la loro auto ancora più in profondità nel cortile del complesso.

https://www.youtube.com/watch?v=-cz25QZqSPI

A quel punto è c’è stata la prima esplosione, davanti al ristorante Secret Garden. Non è ancora ben chiaro ma sembra che uno dei 4 si sia fatto esplodere. Nello stesso tempo uno dei terroristi ha aperto la sbarra che limita l’accesso al cortile è così altre auto sono riuscite a entrare nel complesso parcheggio. E c’è stata una seconda esplosione.

https://www.youtube.com/watch?v=I7ObElYrcD8

I terroristi, quindi, sono entrati nella lobby dell’hotel Dusit D2 sparando all’impazzata. Gli ospiti dell’albergo che si trovavano alla reception sono caduti in terra come soldatini mentre i miliziani entravano nei corridoi e nelle stanze. La gente terrorizzata ha cominciato a fuggire.

Il complesso residenziale ospita anche parecchi uffici e alcuni appartamenti. E stato un fuggi fuggi generale.

A differenza di quanto accaduto durante l’attacco al centro commerciale Westgate, il 21 settembre 2013, quando la polizia arrivò dopo un paio d’ore, questa volta gli agenti sono giunti sul posto in venti minuti. Alle 4 erano già sul posto. E ha cominciato a trarre in salvo i feriti e cercato di mettere al sicuro quello che si erano rifugiati in uffici e in stanze isolate.

In una delle palazzine del complesso residenziale il piano terreno è occupato da una banca, così quando è cominciata la sparatoria molti degli impiegati negli uffici e negli appartamenti del complesso credevano si trattasse di una rapina.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com

 

 

Il sudafricano del Bari Phil Masinga, un grande del calcio, morto troppo presto

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
Milano, 15 gennaio 2019

Fu vittima del razzismo, ma fu grazie a lui che andammo in serie B e poi in serie A. All’inizio non si ambientò bene, alcuni pseudo tifosi lo presero di mira e Masinga fu anche vittima di razzismo. Voleva  andare via per questo ma non si perse d’animo, gli dispiaceva di non essere apprezzato. Poi esplose”. Così, senza infingimenti, l’ex presidente della Salernitana Calcio, Aniello Aliberti, 61 anni, ha voluto ricordare  Phil Chippa Masinga.


E’ caduta una stella del calcio (sud) africano. Una stella che aveva brillato anche in Italia, dove, comunque, la mala pianta dell’intolleranza aveva già salde radici. E oggi tutti piangono Philemon Raul Masinga (questo il suo nome completo), indimenticabile calciatore della nazionale sudafricana (i Bafana Bafana, in lingua zulu significa “i nostri ragazzi”) , della Salernitana (stagione 1996/9) e del Bari (dal 1997 al 2001). Un gentiluomo per il suo comportamento in campo e fuori. Lo ha stroncato, domenica 13 gennaio, un tumore, a 49 anni, in un ospedale di Parktown, sobborgo di Johannesburg, dopo essere stato ricoverato, nel dicembre scorso, al Tshepong Hospital di Klerksdorp, sua città natale, nella parte nord occidentale dello Stato. Klerksdorp era nota per le miniere d’oro, per due campi di concentramento, per una celebre battaglia nella seconda guerra dei boeri e per aver dato i natali all’arcivescovo anglicano Desmond Tutu, strenuo oppositore dell’Apartheid e premio Nobel per la pace nel 1984.

Phil Masinga

A dare l’annuncio della sua morte è stato Buddha Mathate, il presidente del South African Masters and Legend Football Association: “Phil ci ha lasciati. La nostra leggenda ci ha lasciati. E non è giusto. E’ una tragedia per la moglie Ntombi Nombewu e per l’intera nazione. Chippa non è una leggenda ordinaria, era una leggenda internazionale”. E pensare che poche ore prima del triste annuncio – secondo quanto riferiva il sito sudafricano Kickoff.com – un dirigente della stessa associazione, Alfred Dance Malete, aveva assicurato che Chippa stesse recuperando, aveva negato che fosse stato trasferito d’ospedale e aveva escluso che fosse in tali ristrettezze economiche da non poter coprire le cure mediche. Un modo, forse, per proteggere un uomo che è stato sempre riservato, come ha confermato Gigu Garzya, capitano del Bari dell’epoca: “Sembrava stesse sempre sulle sue, ma era simpaticissimo, buono e al servizio della squadra”.

Nato in una famiglia di benzinai, Phil è diventato veramente un gigante internazionale. E non solo per la statura: era alto 1,93. Ha esordito con la nazionale RSA nel luglio1 1992 contro il Camerun, nel primo match ufficiale dopo la riammissione del suo Paese nel calcio internazionale a quattro anni dalla fine dell’Apartheid.

Con i Bafana Bafana ha vinto la Coppa d’Africa (1996), ha giocato 58 partite e segnato 18 reti: la più ricordata è quella messa a segno davanti a Nelson Mandela e a ottantamila spettatori, nel 1997, contro il Congo-K che consentì al Sud Africa la prima qualificazione ai Mondiale di Francia (1998).

Phil ha militato nel Regno Unito con il Leeds, in Svizzera con il San Gallo e poi è stato portato in Italia dall’allora presidente della Salernitata, Aliberti, che ha raccontato al sito Salernitananews: “Me lo segnalarono quando giocava in Svizzera… Un campione dentro e fuori dal campo. Una persona squisita. Ogni pomeriggio dopo l’allenamento veniva in sede, faceva lezione con la moglie per imparare l’italiano. Quando poi finiva il corso rimanevamo a chiacchierare. Rimase molto legato al territorio e amava tantissimo il calcio: nello spogliatoio era molto benvoluto, fece presto amicizia. Grazie al suo gol contro il Castel di Sangro non retrocedemmo (era l’8 giugno 1997, ndr). Il venerdì prima della fondamentale sfida con il Castel Di Sangro, Masinga era impegnato con la sua Nazionale a Wembley per una sfida all’Inghilterra. Phil non poteva mancare: allora ho noleggiato un aereo per andare a Wembley, ho aspettato che finisse la partita e poi l’ho riportato a casa. E’ entrato nel secondo tempo e lui ha segnato e ci ha salvato. La A di due anni dopo è nata con quel gol”. Ma due anni dopo Masinga era al Bari, dove dette il meglio di se stesso. I tifosi pugliesi ribattezzarono quel gigante d’ebano Mazinga con la “z” al posto della “s” come fosse un immenso robot umano. E ricordano ancora un gol bellissimo a Milano, contro l’Inter di Ronaldo nel ’97-98. Luce a San Siro di una stella prematuramente spentasi.

Il ricordo più toccante e profondo, però, lo affidiamo alla lettera di Vittorio Tosto, oggi 44 anni, calabrese di origine, una lunga militanza in serie A e serie B, compagno di squadra di Phil nella stagione ’96-97,  pubblicata lunedì 14 gennaio sui social.

Ecco che cosa ha postato Vittorio Tosto: «Argentini, brasiliani, croati, svizzeri, australiani, slavi, uruguaiani, messicani, canadesi, rumeni, portoghesi e tanti altri ancora….. ho visto arrivare nella squadra in cui militavo stranieri di ogni dove e per la prima volta arrivi tu, un africano del Sud. Eravamo a Salerno e lui si presentò con una giacca orribile e gli occhi rossi carichi di rabbia.

Ero scettico perché da ragazzo quando dormivo nelle stazioni li temevo, avevo paura di loro. Tra gli stranieri menefreghisti con lo stipendio facile, ne ho visti tanti di passaggio ma lui era diverso, aveva nel sangue la fame della sua famiglia e del suo paese, era un Bafana…. Era fisso a casa mia al parco San Matteo.

Una sera divorò una teglia piena di polpette rosse con non si sa quando pane e le mani unte che a vederlo mi faceva allegria, ancora oggi ne parliamo con Franca a distanza di anni. “Amicomì” per me era il suo nome e non parlando francese lui capiva.

Salerno era diffidente con lui …e glielo dicevo: “tu gol, io polpette” e rideva con quella mascella enorme e denti così bianchi che non capivo come facesse visto che non conosceva i dentisti, semplice non sapeva cosa fossero le caramelle.

Era un calciatore normale con caratteristiche simili a tanti nelle categorie inferiori ma aveva cuore, testa, fame e soprattutto sangue negli occhi, tipica dote della sua terra selvaggia. Salerno si rivelò per lui la scelta migliore…..
Rimpiango ancora non esser andato a Johannesburg nella sua dimora per il mondiale delle vuvuzela, sai che spasso con lui….mannaggia i rimpianti! “Amicomì, come sempre poche parole ma per te le spendo volentieri. Credo che tutta l’Africa ha gli occhi rossi come non mai grazie a te. Ciao Fil».

Costantino Muscau
muskost@gmail.com

Dal 2020 il cinese mandarino si studierà nelle scuole elementari del Kenya

Speciale per Africa Express
Franco Nofori
Torino, 14 gennaio 2019

Ultimo tra i paesi africani che già l’anno fatto, il Kenya, a partire dal prossimo anno, inserirà tra le materie dell’istruzione primaria, anche la lingua cinese. Il nuovo soggetto di apprendimento avrà inizio a partire dalla quarta classe e riguarderà quindi gli scolari dai nove anni in su. Non si tratterà, tuttavia, di una materia obbligatoria, ma sarà disponibile solo per quegli allievi che ne faranno richiesta.

Alunni di una scuola primaria in Kenya. Nel 2019 alle materie di studio sarà aggiunta la lingua cinese

Malgrado questa libertà di scelta, dichiarata dal ministro per l’istruzione keniana, Fred Matiang’i, le pressioni governative sull’apprendimento della lingua cinese, si sono fatte insistenti e inoltre, in un futuro molto prossimo, non sarà facile per le nuove generazioni, trovare lavoro senza la conoscenza di questa lingua, poiché la gestione delle maggiori infrastrutture del Paese sta via via passando sotto il controllo cinese.

Il ministro dell’istruzione del Kenya, Fred Matiang’i

In Cina si parlano ben otto lingue diverse, alle quali si aggiungono centinaia di dialetti. Si tratta d’idiomi molto diversi l’uno dall’altro, al punto da rendersi del tutto incomprensibili per chi non li conosca. Il mandarino, che deriva dall’antica dinastia imperiale Han, originaria del nord e un tempo considerata terra di barbari incolti, è stata adottata come lingua ufficiale, benché, malgrado questo, non tutti i cinesi sono ancora in grado di parlarla correttamente.

L’Istituto culturale cinese Confucius Institute

L’apprendimento di grammatica, sintassi e pronuncia, della lingua cinese, è piuttosto ostico per gli occidentali e per i paesi di loro influenza. La fonetica è del tutto peculiare, in quanto la stessa parola può assumere significati del tutto diversi secondo l’intonazione con cui la si pronuncia. Ecco perché sono in molti a definire l’idioma cinese come una “lingua cantata”. Alla decisione presa dal governo keniano, è stato dato grande risalto dai media asiatici che lasciano trasparire il compiacimento di Pechino per la scelta del partner africano.

Pechino: il palazzo dell’Impero Celeste e la Citta Proibita

La Cina conta già, nel mondo, 516 istituti per l’insegnamento della propria lingua ed è seconda solo alla Francia che ne conta 931. Nel motivare la sua decisione, il governo del Kenya ha dichiarato che la Cina è un’economia in forte sviluppo e che il mandarino è la lingua più parlata nel mondo. Su questo non ci sono dubbi, visto che la popolazione cinese conta quasi un miliardo e 400 mila abitanti, più o meno un quinto dell’intera popolazione mondiale, ma non si tratta certo della più diffusa, che resta in termini indiscussi, la lingua inglese. Appare evidente che quest’orientamento africano verso l’apprendimento del cinese, è la conseguenze dell’inarrestabile coinvolgimento commerciale che il continente ha con Pechino.

La statua del filosofo cinese Confucio vissuto nel 500 A.C

Tramite il proprio Confucius Insitute, che ha anche creato una sezione presso l’università di Nairobi, la Cina ha offerto la massima collaborazione al Kenya, per lo sviluppo dei nuovi corsi, rendendo disponibili insegnanti delle proprie università. Gli insegnamenti di Confucio, il grande e universalmente riconosciuto filosofo cinese che visse 500 anni prima di Cristo, non pare abbiano molto da spartire con la Cina odierna, soprattutto riguardo ai principi da lui propugnati di rettitudine e giustizia.

Comunque, con o senza l’approvazione di Confucio, Pechino si mostra ben intenzionata a fornire all’Africa tutto il supporto necessario per la diffusione della propria lingua. “Un gesto di estrema gentilezza – commenta ironicamente il quotidiano online Face to Face Africa – ma non dimentichiamo che il Confucius Institute altro non è che un organo di propagando che fa capo al governo Cinese”.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1