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Sul rapimento di Silvia Romano bocche cucite mentre le ricerche annaspano

Speciale per Africa Express
Franco Nofori
Torino, 25 gennaio 2019

Sono passati più di due mesi dal rapimento della cooperante milanese, Silvia Romano e le trionfalistiche dichiarazioni della polizia keniana, rilasciate all’indomani dell’evento, si sono rivelate per quello che erano: grossolane e avventate boutade, non supportate da alcun rilievo oggettivo. Oggi, l’incresciosa vicenda di cui è rimasta vittima la nostra giovane connazionale, resta avvolta in un plumbeo e angoscioso mistero. I massicci arresti effettuati, che pareva comprendessero anche uno dei presunti rapitori, hanno prodotto un macroscopico nulla. Tacciono i media, tace la Farnesina e tacciono o sproloquiano le autorità locali. Un silenzio inquietante pieno di interrogativi.

Mappa della contea del Tana River dovo sono stati fermati Marco Duina e Jessica todaro

Intanto, lo scorso giovedì, la polizia del Kenya ha tratto in arresto, il ventiquattrenne milanese Gian Marco Duina, anche lui cooperante, trovato mentre, insieme all’amica Jessica Todaro, girovagava a Ngao, un villaggio del Tana River, considerata zona ad alto rischio e soggetta a coprifuoco. I due giovani erano in possesso di semplici visti turistici che non consentivano loro di prestare altre attività all’infuori di quella prettamente vacanziera. I due sono stati rilasciati il giorno successivo e ci si augura faranno tesoro di questa sgradevole esperienza.

Luca Tacchetto ed Edith Blais, i due giovani scomparsi in Burkina Faso

Il mese scorso, nel pericoloso Burkina Faso, sono scomparsi – probabilmente sequestrati – il padovano Luca Tacchetto e la sua amica canadese Edtith Blais di 30 e 34 anni. Anche loro operavano per conto di una Onlus attiva in Togo, Paese che i due giovani intendevano raggiungere con la proprio auto che, partita da Padova, aveva attraversato Francia, Spagna, Marocco, Mauritania e Mali per raggiungere il Burkina Faso, da cui, dopo una breve sosta, sarebbero ripartiti per la destinazione finale.

Impossibile non rilevare un certa disinvoltura nell’affrontare esperienze di volontariato in Paesi poveri, politicamente instabili e soggetti a continui scontri tribali. Sono oltre trenta (parliamo dei soli italiani) le persone rapite negli ultimi dieci anni mentre si trovavano all’estero. In maggioranza si è trattato di volontari e cooperanti di organizzazioni umanitarie, che, pur se animati da lodevoli intenzioni, mostrano una scarsa conoscenza delle problematiche e dei rischi che si accingono ad affrontare.

Per quanto riguarda il Kenya, chiunque venga come volontario/cooperante, dev’essere segnalato alle autorità locali e ottenere l’ufficiale riconoscimento di tale status. Quanto accaduto a Silvia Romano, Gian Marco Luina e Jessica Todaro, legittima dunque, l’insorgere di qualche dubbio sulla superficialità con cui varie NGO minori, gestiscono l’invio di volontari e cooperanti in Kenya, visto che questi sembrano trovarsi allo sbaraglio senza riferimenti né assistenza logistica. C’è il sospetto che Silvia sia entrata in Kenya con visto turistico, cosa che non avrà fatto molto piacere alle autorità keniote.

Il popolare bar-ristorante Karen Blixen di Malindi, gestito da Mariangela Beltrame (alias Tiziana) e Roberto Ciavolella

Alcuni dei volontari che hanno lavorato con Africa Milele, utilizzavano i servizi messi a loro disposizione dalla signora Tiziana, contitolare del bar-ristorante Karen Blixen di Malindi, cui, come da istruzioni ricevute, consegnavano pacchi di farmaci e di altri generi. Ma forse né loro, né la onlus sapevano che la signora Tiziana del Karen Blixen, si chiama in realtà Mariangela Beltrame, la quale, insieme al suo convivente e contitolare, Roberto Ciavolella, è oggetto di un procedimento giudiziario presso il tribunale di Latina, per frodi ammontanti a oltre tre milioni di euro, che loro, in qualità di promoter finanziari, avrebbero sottratto a ignari investitori.

La volontaria ventitreenne Silvia Romano, fotografata sulla spiaggia di Likoni, rapita due mesi fa nel villaggio di Chakama

In effetti, le investigazioni degli inquirenti nei confronti di Mariangela Beltrame e Roberto Ciavolella, sono iniziate nel 2013 a seguito delle denunce sporte da alcune delle loro vittime, ma poiché i due erano già riparati in Africa, non è stato finora possibile notificare il procedimento a loro carico, peraltro già rinviato più volte e la cui prossima udienza è stata fissata ad aprile di quest’anno. Se quest’ultima notifica non potrà essere effettuata in tempo utile, le imputazioni rivolte ai due indiziati, andranno fatalmente in prescrizione ed è a dir poco curioso che l’Italia, tramite la sua rete consolare, riesca a notificare in Kenya una multa per divieto di sosta (è accaduto a me) e non riesca, invece, a fare altrettanto per un ben più grave reato di frode, visto anche che a Malindi c’è un console onorario che sa benissimo dove i due indiziati vivono e lavorano.

Un elicottero della polizia del Kenya perlustra la zona a nord di Chakama alla ricerca di Silvia Romano

Posto che fino alla sentenza di terzo grado, non si può parlare di colpevolezza, la presidente di Africa Milele, Lilian Sora, non era a conoscenza di questo procedimento a carico delle persone che erano i suoi contatti in loco: “Sì, avevo sentito delle voci sui gestori del Karen Blixen e la stessa Tiziana mi aveva genericamente parlato di cause legali in corso – spiega al telefono Lilian Sora – ma solo recentemente ho appreso dai media dell’esistenza di procedimenti giudiziari a loro carico in Italia”.  Lilian appare sincera e non è il caso di colpevolizzarla, come hanno fatto, con grande superficialità e un po’ di dolo, alcuni media.

Forze speciali italiane. Notizie raccolte da Africa ExPress le danno presenti in Kenya alla ricerca di Silvia Romano

Del resto la sua è una Onlus giovane, entrata in attività solo nel 2013.  La sua presidente non riesce a passare in Kenya (nella base di Chakama) più di due mesi all’anno, mentre l’humus in cui vive la comunità italiana di Malindi e così variegato e complesso che anche chi vi abita da diversi decenni, stenta a sviscerarne tutti i risvolti. Molte aggressioni personali indirizzate a Lilian Sora, perlopiù venate da illazioni e malevolenze senza uno straccio di prova, stanno rendendo la sua vita un vero inferno. La macchina del fango è entrata in azione contro una organizzazione e la sua presidente più per motivi ideologici che per prove o comunque indizi.

Ma sull’incresciosa vicenda di Silvia Romano, c’è un’altra qualificata testimonianza. E’ quella di Davide Ciarrapica che a Likoni, nella costa sud del Kenya, gestisce l’Onlus “Orphan Dream” dove, lo scorso agosto la volontaria milanese aveva fatto la sua prima esperienza in terra d’Africa. “Era bravissima con i bambini – ha raccontato ad Africa Express – ma era un po’ riluttante a seguire le regole. Voleva uscire la sera mentre noi chiediamo ai volontari che operano presso di noi di non rientrare dopo le dieci perché anche Likoni è una zona molto pericolosa, soprattutto di notte. Ovviamente chi voleva uscire, ne aveva diritto, ma lo faceva a proprio rischio.  Gli ultimi venti giorni del periodo in cui è stata in Kenya, Silvia li aveva passati a Chakama, in accordo con Lilian Sora, presidente dell’Onlus Africa Milele. Lì diceva di aver trovato degli amici ed è per questo che ci è voluta tornare, nel suo secondo viaggio, malgrado il mio partner africano l’avesse fortemente sconsigliata perché si sarebbe trovata sola e senza neppure la corrente elettrica, ma lei gli ha risposto che a Chakama si sentiva libera, poteva uscire con i locali e alzarsi al  mattino quando voleva”.

“Chi doveva proteggerla – continua Davide – era Joseph, il compagno masaai di Lilian Sora, che, purtroppo nel giorno del rapimento non si trovava a Chakama. Per quanto riguarda i sospetti, la mia idea, ma è del tutto personale, è che ad organizzarlo sia stato qualcuno che le era molto vicino, perché sono andati a colpo troppo sicuro. Mi dispiace tantissimo per Silvia e spero che possa essere presto liberata”.

Silvia è una ragazza di ventitre anni, con i desideri e gli entusiasmi della sua età e vuole vivere in pieno la propria giovinezza. L’indegno coro d’insulti, di cui è stata fatta oggetto su molti social e blog, esprime i peggiori sentimenti di una società che vuole dirsi civile. Come si può sostenere che l’esuberanza giovanile le abbia fatto meritare l’atrocità di cui è stata vittima? Neppure si deve però cadere nell’insulsa retorica della sua santificazione. Silvia era una ragazza normale; né santa, né colpevole e l’assoluta mancanza di equilibrio che si esprime attraverso gli eccessi (in un senso o nell’altro) è il segno di quanto effimera sappia diventare l’anima di una società sempre più parziale e faziosa.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
FrancoKronos1

Dal Nostro Archivio

L’ordine arriva da Roma: “Per Silvia Romano non si paga nessun riscatto”

ttps://www.africa-express.info/2018/11/24/taglia-diun-miline-di-scellini-sulla-testa-dei-rapitori-di-silvia/

Abdi, un capo della polizia in Kenya: “Silvia deve tornare a casa in 24 ore”

“Silvia Romano is still safe and in Kenya”, says police commander

Tshisekedi giura da presidente del Congo-K ma la comunità internazionale è delusa

Africa ExPress
Kinshasa, 24 gennaio 2019

Poco ore fa Antoine Tshisekedi Tshilomobo ha prestato giuramento come quinto presidente della Repubblica Democratica del Congo, succedendo così a Joseph Kabila, che ha occupato l’ambita poltrona per diciotto anni. E’ la prtima volta nella storia del Paese che una transizione avviene in modo pacifico.

La cerimonia si è svolta nel palazzo delle Nazioni, sede della presidenza a Kinshasa, la capitale della ex colonia belga. Ad eccezione del Kenya, rappresentata dal capo di Stato Uhuru Kenyatta, gli altri Paesi africani hanno inviato rappresentanti di rango inferiore, mentre gli Stati Uniti e i governi europei hanno delegato i propri ambasciatori accreditati nel Paese. L’Unione Africana e l’Unione Europea hanno fatto sapere in un comunicato congiunto “di aver preso atto  dell’elezione di Felix Tshisekedi”.

Felix Tshisekedi, nuovo presidente del Congo-K

E Jean-Yves Le Drian, ministro degli esteri francese, ha espresso seri dubbi, ma si augura che non ci verifichini scontri e/o una crisi post-elettorale.

Tshisekedi ha promesso alla popolazione uno Stato di diritto, di rispettare la separazione dei poteri e il suo impegno di far cessare le violenze da parte di gruppi armati che continuano a spargere sangue in tutto il Paese. Infine ha aggiunto: “E’ un giorno storico, non celebriamo qui la vittoria di uno contro l’altro, ma onoriamo un Congo riconciliato, non sarà un Congo della divisione, dell’odio, del tribalismo”.

Mentre ieri Kabila ha chiesto in un appello di sostenere il nuovo presidente. E certo, visto che Tshisekedi dovrà “convivere” con Kabila, dato che l’ex capo di Stato e i suoi alleati manterranno la maggioranza all’Assemblea nazionale, in quanto hanno ottenuto oltre duecentocinquanta seggi su un totale di cinquecento. Finora sono stati resi noti solamente quattrocentottantacinque nomi, giacché in alcuni territori le elezioni sono state rinviate a marzo per questioni di sicurezza e sanitarie.

Ed è proprio tra i rappresentanri della maggioranza in parlamento che Tshisekedi dovrà scegliere il primo ministro. Indiscrezioni indicano già due possibili nomi: Néhémie Mwilanya Wilondja, capo di gabinetto di Kabila e Albert Yuma, tra gli uomini più ricchi e influenti del Paese.

Africa ExPress
@africexp

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Con l’assassinio di Patrice Lumumba (57 anni fa) comincia il meticoloso saccheggio del Congo-K

Con l’assassinio di Lumumba (57 anni fa) comincia il meticoloso saccheggio del Congo

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Speciale per Africa ExPress
Anna Maria Gentili
Bologna, 24 gennaio 2019

Patrice Emery Lumumba, fondatore e capo del primo partito genuinamente nazionale, il Mouvement National Congolais, dal 30 giugno  1960 primo ministro democraticamente eletto del Congo, ricchissimo di risorse, oggi Repubblica Democratica del Congo (RDC), colonia belga dal 1908 e prima proprietà dello schiavista Leopoldo II, pochi mesi dopo l’insediamento è destituito senza un voto in parlamento, come avrebbe richiesto la Costituzione.

Messo agli arresti domiciliari, tenta di sottrarsi alla cattura ed è arrestato con due compagni, Okito e M’polo, che ne condivideranno la sorte. Sono soldati congolesi a fare il lavoro sporco, ma i registi sono autorità coloniali e metropolitane e militari belgi, con l’appoggio della CIA, alleati a politici e uomini d’affari congolesi legati a doppio filo agli ambienti più oltranzisti del colonato belga.

Patrice Lumumba (qui e nella foto in basso) appena catturato dai soldati congolesi

Questi ottengono che venga trasportato in Katanga, e qui il 17 gennaio 1961 ucciso, in modo barbaro, seppellito, dissepolto e squartato, infine dissolto nell’acido. Di Lumumba non doveva restare nulla. Un belga, morto nel 2000, senza essere inquisito, ha esibito alla Tv belga alcuni denti e un dito di Lumumba che lui stesso aveva tagliato. Il dito di Lumumba puntato verso l’alto è rimasto scolpito nella nostra immaginazione, segno distintivo che metteva ancor più in risalto la statura di Lumumba, la sua magrezza elegante, il suo carisma.

Siamo all’alba delle indipendenze africane: il martirio di Lumumba diventa il simbolo della tragedia senza fine del Congo, e non solo, di tutte le indipendenze dei paesi africani. Gli africani e le loro classi dirigenti capiscono che la loro sovranità sarà sempre sotto tutela. Lumumba non era anti-belga, lo testimoniano i suoi numerosi scritti e i discorsi. La sua era una critica documentata e severa delle pratiche del paternalismo coloniale. Il suo discorso alla cerimonia dell’indipendenza, non previsto dal cerimoniale, in cui spiega con poche efficaci metafore che cosa abbia significato la colonizzazione, e in cui auspica una collaborazione alla pari con il Belgio, sarà, come alcuni sostengono, l’inizio della sua fine.

Il giovane re Baldovino riparte offeso, definendo il giovane patriota un suo nemico personale. I documenti dimostrano che il complotto per eliminarlo data da molto prima, La furia nel distruggerne ogni tracce vuole  gettare tutta la colpa sui congolesi “selvaggi e primitivi”. In realtà ormai si sa che fu un belga a sparagli alla testa e altri belgi a squartarlo. L’assassinio Primo ministro eletto, la sua sostituzione con chi era stato suo protetto e amico per poi tradirlo e consegnarlo ai carnefici, inaugurerà i decenni del totalitarismo venale e corrotto di Joseph Desiré Mobutu. Poi, dopo un’era di ribellioni e guerre, il potere di Laurent-Désiré Kabila (Senior) che si rivela un altro autocrate e sarà assassinato il 16 gennaio 2001.

Gli succede immediatamente, quasi fosse una successione ereditaria, il figlio Kabila Junior, lo stesso che a fine dicembre 2018 ha perso le elezioni, in realtà vincendole, cioè manovrando abilmente per garantire la continuità potere del suo clan politico affaristico. La speranza del cambiamento è caduta rapidamente. Lumumba da 58 anni ci dimostra che non è  facile seppellirlo: se la giustizia e muta e la Commissione d’inchiesta ha solo distribuito condanne morali, la storia parla. Molte ricerche documentate sono state pubblicate e altre lo saranno a mano a mano che si aprono gli archivi.

Oggi sappiamo chi lo ha ucciso, come, e si è cominciato a dare risposta ai tanti quesiti sul perché sia stato barbaramente giustiziato, senza che vi fosse alcun processo, Una dozzina di persone implicate vivono in tutta impunità in Belgio, e altri ancora sono stati decorati con l’ordine degli eroi nazionali congolesi.  Il suo fantasma di un uomo e leader popolarissimo dalla figura elegante, mobilissima che si esprimeva con dolcezza che scriveva in maniera sintetica e efficace e che sapeva ascoltare, perseguita i suoi carnefici e i loro complici.

Tutti hanno tentato di appropriarsi della sua memoria senza riuscirci: Mobutu l’aveva messo nel panteon degli Eroi Nazionali e aveva fatto costruire una torre in suo onore, mai realizzato. Kabila junior nel 2002, ma solo successivamente al monumento dedicato al padre Joseph Kabila, ha inaugurato una statua gigantesca di Lumumba di sgomentante inespressiva bruttezza.

La torre intitolata a Patrice Lumumba a Kinshasa

Lumumba è stato eliminato, come confermano i documenti d’archivio belgi e del Dipartimento di stato, perché minacciava la transizione, il patto fra poteri economici internazionali e i potentati locali. Noi che allora avevamo vent’anni leggendo in filigrana la stampa belga soprattutto e le dichiarazioni di politici belgi, americani, e incontravamo i pochi congolesi studenti in Italia, abbiamo capito come spesso Lumumba venisse dipinto come un diavolo, un comunista.

Come si direbbe oggi “fake news “, diffuse ad arte, con il preciso e nemmeno tanto nascosto intento di delegittimarlo e quindi giustificare l’inevitabilità della sua eliminazione. Lumumba non era comunista e tantomeno marxista, era un nazionalista panafricanista. Sapeva di essere nel mirino di molti nemici, ma non volle accettare di cedere o di farsi cooptare come tanti fecero prima e dopo la sua elezione e dopo la sua eliminazione.

Non aveva alleati: non l’Unione Sovietica che non lo aiutò; non i paesi africani progressisti pochi e già assediati, come il Ghana di Nkrumah, che non avevano né la conoscenza, né la forza o l’autonomia per intervenire; non l’opinione pubblica dei paesi europei e degli Usa suggestionata da notizie false o falsificate. Aveva dalla sua solo la maggioranza a mani nude della popolazione congolese che lo aveva votato. Oggi tanti continuano a ricordarlo senza volere, o potere, o sapere come conoscerlo davvero e avere il coraggio di imitarlo.

Anna Maria Gentili
Università di Bologna

Dal Nostro Archivio:

Tshisekedi giura da presidente del Congo-K ma la comunità internazionale è delusa

Migranti/mutanti: qual è lo status giuridico del popolo dei barconi che affondano?

Speciale per Africa ExPress
Angelo Turco
Milano, 24 gennaio 2019

 

L’abbiamo sentita questa frase e in questi giorni rimbomba forte fra la testa e il cuore: “Meglio morire annegati che far ritorno in Libia”. La piega che stanno prendendo le traversate in Mediterraneo, con la tragedia di venerdì scorso al largo delle coste libiche, impone un deciso cambio di passo nell’analisi della migrazione verso l’Europa e delle politiche che ne conseguono. Di là dalle lacrime di coccodrillo; di là dalle invettive, che non portano da nessuna parte; di là dalle retoriche seriali della compunzione e dello scaricabarile.

Quella frase non è solo lo sfogo di un disperato. Semplice e potente, essa ci dice che lo status giuridico, e quindi civile e politico, dei migranti che prendono oggi il mare esponendosi in pieno inverno a un rischio altissimo di naufragio, cambia. Chi sono, infatti, i migranti dei barconi che affondano sotto i nostri occhi? Migranti economici, come si dice con brutta espressione? E cioè gente che tenta il tutto per tutto, nell’ennesimo assalto alla “fortezza Europa”? Ecco il punto.

Quelle persone forse erano “migranti economici” quando sono partiti dalle loro case, quando hanno lasciato i loro Paesi. Ma oggi si tratta di persone che fuggono da un pericolo imminente e grave: addirittura un pericolo di vita.

L’esperienza libica, brutale e senza respiro, ha trasformato radicalmente il profilo di quelli che sono forse giunti in quel Paese come migranti economici. Ne ha fatto dei profughi a tutti gli effetti. I migranti rimangono intrappolati nell’inferno in cui sono andati a cacciarsi: dove sono sfruttati, maltrattati, stuprati, derubati, picchiati, incarcerati.

E ciò per il solo fatto di essere migranti: esseri umani in mobilità. Da questa situazione, che non solo è discriminatoria – ciò che già basterebbe per il diritto internazionale che disciplina l’asilo – ma è letteralmente persecutoria, i migranti tentano di uscire con tutte le loro forze. In ogni modo e con ogni mezzo. E però, indietro non possono tornare. Non hanno più risorse per riattraversare il deserto all’incontrario: né finanziarie, né fisiche, né psicologiche.

Barcone di migranti si capovolge nel Mediterraneo (Courtesy Euronews)
Barcone di migranti si capovolge nel Mediterraneo (Courtesy Euronews)

I loro Paesi d’origine, quando non sono ostili, li ignorano: puramente e semplicemente, pur nascondendosi dietro discorsi (parole, parole) che sono un miscuglio scomposto di compassione e di indignazione. Dal loro canto, le organizzazioni internazionali come l’OIM fanno quello che possono per i rimpatri, ma ciò è insufficiente. Così, se vogliono tutelare la loro integrità fisica, se vogliono salvare la vita, i migranti devono lasciare la Libia prendendo la via del mare.

E ciò non solo, non tanto, non più per “invadere” l’Europa, ma per uscire da situazioni insostenibili di violenza e di sofferenza. Quando si mettono in mare, i migranti provenienti dalla Libia sono profughi, con diritti garantiti dagli accordi di Ginevra.
E a questi profughi non si può dire, come pretende di fare “ il poliziotto buono” del Governo, ossia il Presidente del Consiglio: ti prendo in mare, ti salvo dall’annegamento, ma poi ti riconsegno ai tuoi carnefici, cioè alla mitologica “guardia costiera libica”, cioè al carcere duro e senza garanzie dal quale stai fuggendo. Non si può.

Angelo Turco
angelo.turco@iulm.it

Angelo Turco è docente di Geografia Umana all’Università IULM
e curatore (con Laye Camara) del libro “Immaginari migratori

Vedi anche:

Immaginari migratori, un libro per capire perché l’Africa si muove verso l’Europa

Si scrive Dubai, si legge Etiopia e si corre la maratona più ricca del mondo

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
Milano, 24 gennaio 2019

“Ho vinto 200 mila dollari. Beh non so proprio che cosa potrò fare con tutti questi soldi..”. Correva l’anno 2015, 23 gennaio, venerdì, quando  Lemi Berhanu Hayle, allora 21enne, aveva appena finito di correre e di vincere, all’esordio, la Dubai Marathon. Tanta ricchezza nella sua povera vita non solo non l’aveva mai vista ma neppure sognata.

“So di essere il secondo maratoneta etiope più veloce di sempre, spero ora di dare il meglio di me stesso in questa terza partecipazione alla Maratona di Dubai”: così ha detto pochi giorni fa Guye Adola, ventotto anni, etiope, che nel 2017 lasciò tutti a bocca aperta quando, a Berlino, dove da debuttante si classificò con il tempo strabiliante di 2 ore, 03m, 46s, alle spalle del recordman mondiale Eliud Kipchoge (segnò 2:01:39, ne scrivemmo su Africa ExPress).

Maratona di Dubai

“Dopo il quarto posto del 2015, punto alla vittoria” , si è lasciato scappare Feyisa Lilesa, 28 anni, argento olimpico a Rio 2016 quando al traguardo incrociò le braccia in segno di protesta contro il governo etiopico accusato di aver massacrato centinaia di Oromo, la sua etnia di appartenenza. Per questo suo gesto antigovernativo, Lilesa è stato a lungo esiliato negli USA. Le ultime elezioni nel suo Paese però hanno decretato un nuovo governo e Lilesa è tornato a casa dopo aver vinto due importanti mezze maratone quali quelle di New York e di Bogotà. Ora riparte con la seconda volta nella gara dell’emirato che apre la stagione mondiale delle lunghe distanze: tra maratone e mezze maratone fino al 1° dicembre ce ne sono in calendario ben ventisei.

E comunque si scrive Dubai ma si legge Etiopia. Alla vigilia della maratona dei record, la più veloce, la più ricca, la più spettacolare tra i grattacieli più alti e costosi del mondo, i corridori etiopi hanno lasciato intendere che il loro impero non deve essere scalfito. Vogliono che resti incontrastato il loro dominio sulla corsa che prende il via alle 4 di notte italiane di venerdì 25 gennaio di fronte all’enorme, spettacolare, esagerato complesso residenziale, alberghiero commerciale Madinat Jumeirah.

I numeri parlano chiaro: negli ultimi undici anni tra gli uomini hanno vinto solo etiopi. Le donne hanno fatto ancor meglio: prime per dodici anni consecutivi a partire dal 2007. Nel 2018 la supremazia “abissina” è stata quasi imbarazzante sia tra i maschia sia tra le femmine: la classifica ai primi dieci posti esibisce una sola bandiera, quella dell’Etiopia!

Ora a mettere le mani sui duecentomila dollari di premio in palio della ventesima edizione della”Standard Chartered Dubai Marathon” si sono candidati in quattro, tre uomini e una donna. I primi sono i citati Guye Adola Idemo e Feyisa Lilesa, entrambi di ventotto anni e della stessa etnia degli Oromo, e il più giovane (ventiquattro anni), Lemi Berhanu Hayle. La donna è Worknesh Degefa Debele, pure ventottenne, nel 2017 vittoriosa all’esordio. Un successo avvelenato da polemiche politiche: dopo ave esultato con la bandiera verde-giallo-rosso con il sigillo di Salomone, un gruppo di tifosi  oppositori del governo le passarono un vessillo senza quel sigillo, emblema della nazione. Quando se ne accorse, ripose la bandiera e fu sommersa dalle critiche.

Eliud Kipchoge, il vincitore della maratone di Berlino 2018

La Standard Chartered Dubai Marathon (questa la denominazione completa della gara dal nome della multinazionale finanziaria che la sponsorizza), pur super reclamizzata, ha effettivamente un suo fascino particolare soprattutto perché “il percorso piatto e velocissimo e la partenza all’alba offrono condizioni ideali per chi deve coprire i quarantadue chilometri e 195 metri in tempi da record”, ha dichiarato uno dei più noti agenti di campioni, l’italiano Gianni Demadonna (nella sua squadra corrono proprio Berhanui e Degefa).

Ha aggiunto il direttore dell’evento Peter Connerton : “Dubai non fa parte delle maratone cosiddette Majors (Tokyo, Boston, Londra, Berlino, Chicago, New York, ndr) anche se rientra fra gli eventi tra più importanti nel suo genere. E infatti fa parte della categoria cosiddetta Gold Label, ed è l’unica del genere nel Medio Oriente. Si trascura, però, quel dettaglio non proprio irrilevante che la caratterizza: è la più veloce del mondo. Qui si sono realizzati tredici dei cinquanta tempi maschili più veloci di tutti i tempi e dodici di quelli femminili. Nel 2017 è stata la più rapida di tutte, e nel 2018  ha rappresentato un momento storico: tra gli uomini, bene sette hanno tagliato il traguardo con un tempo inferiore alle 02:05:00 alle spalle del vincitore Mosinet Geremew Bayh. Mentre tra le donne, quattro sono scese sotto le 02:20:00”.

Insomma in vent’anni questa competizione è entrata di prepotenza nell’elite del running mondiale.

Grazie anche al milione di dollari di montepremi continua ad attirare sponsor e partecipanti, almeno trentamila. Oltre alla maratona, poi si svolgono anche altre gare: quella dei dieci e dei quattro chilometri e quella degli atleti in carrozzella.

Tutto bene, dunque, tutto pronto per il grande evento che sta per realizzarsi all’ombra degli 829 metri del Burj Khalifa e dei 321 del Burj Al Arab. Sì, ma c’è qualche runner illustre che non potrà essere presente e per ragioni poco onorevoli. Parliamo della campionessa keniota Lucy Wangui Kabuu, trentaquattro anni, dominatrice dell’ultima maratona milanese (8 aprile 2018) ma soprattutto classificatasi seconda proprio a Dubai nel 2012 ( ed era esordiente nella maratona!) con il tempo di 2 ore, 19 minuti e 34 secondi, il che voleva dire che era l’ottava donna più veloce di sempre sulla distanza di Filippide. Lucy stavolta dovrà starsene a casa: è stata squalificata dal Tribunale antidoping della Iaaf (l’associazione internazionale delle federazioni di atletica) per due anni. Sottoposta al controllo è risultata positiva alla morfina. Lei si è difesa adducendo ragioni mediche. Non è stata creduta, anche perché è la seconda volta che è stata colta con le mani nel sacco sporco. Non potrà gareggiare fino al 31 luglio 2020.

Per  i greci c’erano i maratoneti, ma anche i maratonomachi, ovvero coloro che nel 409 A.C. combatterono a Maratona contro i Persiani. Quella generazione di ateniesi era considerata di costumi sobri e incorrotti. Lucy e altri come lei dovrebbero ripassare un po’ di storia, che – come ha scritto Cicerone – è luce della verità e maestra di vita.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com

Dal Nostro Archivio:

Eliud Kipchoge (Kenya): con oltre oltre 20 km all’ora diventa il fuoriclasse della maratona

 

 

Roma finanzierà il treno Addis-Massawa che uno studio italiano aveva già scartato

Africa ExPress
Roma, 23 gennaio 2019

L’Italia finanzierà totalmente lo studio di fattibilità della ferrovia che collegherà Addis Abeba con il porto eritreo di Massawa. L’ha promesso il premier Giuseppe Conte al primo ministro dell’Etiopia, Abiy Ahmed, in visita a Roma. Conte si era recato ad Asmara e ad Addis Ababa lo scorso ottobre. Poche settimane prima Eritrea ed Etiopia avevano siglato un secondo trattato di pace a Gedda, in Arabia Saudita, in presenza di Salman bin Abdulaziz Al Saud, monarca del regno wahabita, del principe ereditario, Mohammed bin Salman, e del segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres.

Il primo accordo di pace, firmato a luglio tra i due leader, prevede, appunto, tra le altre cose, anche il ripristino dei trasporti e del commercio. E certamente proprio in base a questo articolo del trattato è scattata la promessa italiana. Un progetto per la ferrovia. Peccato che negli anni ’90, quando la pace regnava tra i due Paesi “cugini” del Corno d’Africa, una delegazione dell’allora Ferrovie dello Stato, guidata da Sara Stefanelli, si era recata ad Addis Abeba per studiare l’ammodernamento della vecchia strada ferrata che collega la capitale etiopica a Gibuti o trovare delle alternative verso i due porti eritrei Assab, appunto, e Massawa.

I tecnici italiani scartarono entrambe le ipotesi e giudicarono più conveniente la prima alternativa, perché il tracciato delle due discese verso l’Eritrea erano troppo impervio, costoso e difficile da realizzare. Ora la Addis-Gibuti è stata rammodernata dai cinesi mentre è abbastanza superficiale sostenere che la pace tra i due Paesi del Corno d’Africa è fatta e che quindi sono spalancate le porte dello sviluppo. Non è così e non sarà così finché la dittatura sanguinaria che comanda ad Asmara non sarà mandata a casa. Sperare anche di bloccare il flusso dei migranti investendo cifre colossali in infrastrutture è utopistico. La gente fugge perché è difficile vivere sotto un regime che ha imparato molto dal fascismo: repressione, mancanza di libertà e divieto di pensare, impoverimento di tutti. Quindi quella di Conte più che una promessa sembra proprio una boutade che sa tanto di campagna elettorale permanente.

Abiy Ahmed, primo ministro dell’Etiopia (a sinistra) e Giuseppe Conte, presidente del Consiglio dei ministri (a destra)

L’annuncio del primo ministro italiano, poi, è stato fatto in assenza del leader eritreo Isaias Afeworki. Probabilmente Afeworki sarà stato informato da Conte stesso durante la sua vista in Eritrea, visto che i binari attraverseranno il Paese, ma come sempre accade nell’ex colonia prediletta italiana, la popolazione non viene informata delle decisioni del governo. E d’altronde, durante i primi colloqui di pace ad Addis Ababa, Isaias, abbracciando Abiy, ha detto: “Wokillina”, nominandolo sul campo procuratore generale per quanto concerne l’iter per la riappacificazione.

Ma non solo. Il governo eritreo vuole sempre controllare i conti degli aiuti (e ciò sarebbe un bene) sennonché non si limita al controllo ma anche vuol decidere come indirizzare il denaro. Le conseguenze sono assolutamente negative perché parte degli aiuti – sì, quelli che dovrebbero fermare l’esodo dei migranti – finiscono nelle casse del governo o nelle tasche di funzionari corrotti.

Il presidente eritreo, Isaias Aferworki, a sinistra, con il primo ministro etiopico, Abiy Ahmed, a destra e il re saudita Salman al centro

Anche se la pace con il nemico di sempre è fatta (almeno a parole), all’interno dell’Eritrea, finora, non è cambiato proprio nulla. I giovani, che tanto speravano in un futuro diverso, sono ancora costretti a un eterno servizio militare/civile. Ed è bene ricordare che alla vigilia del 18 settembre, una data che nessun eritreo dimenticherà mai (quel giorno del 2001 sono finiti in galera ministri e leader che chiedevano la democratizzazione del Paese), è stato arrestato ad Asmara, l’ex ministro dell’Economia Berhane Abrehe, “colpevole” di aver pubblicato un libro in due volumi, nel quale critica aspramente il governo, non lesinando, naturalmente parole dure contro il dittatore Isaias Afeworki. Nel suo lavoro Berhane ha sollecitato un ordinamento democratico e ha chiesto in modo esplicito al tiranno di convocare l’Assemblea Nazionale, sfidando infine personalmente Isaias, invitandolo a presentarsi a un dibattito pubblico.

Ovviamente il colloquio tra Conte e Abiy non si è fermato alla ferrovia. Si è parlato anche – ed è stato uno dei punti chiave dell’incontro – della necessità italiana di arginare i flussi migratori. Se le frontiere dell’Italia sono ormai chiuse, l’Etiopia continua ad accogliere profughi in fuga e, proprio pochi giorni fa, il parlamento ha deliberato una nuova legge che prevede maggiori diritti per i rifugiati. Nella gara dell’accoglienza il Paese è secondo solo all’Uganda: ospita novecentomila persone in ventisei campi. Ora avranno, tra l’altro, la possibilità ad accedere gratuitamente all’educazione primaria, ottenere permessi di lavoro regolari, potranno avere la patente di guida, potranno registrare le nascite e i matrimoni e ottenere altre agevolazioni.

Africa ExPress
@africexp

“Silvia Romano is still safe and in Kenya”, says police commander

Special for Africa ExPress
Robert Nyagah
Malindi, January 22nd 2019

Campaigns to secure the release of an Italian woman abducted at Chakama village in the Kilifi county, have been intensified and the police is now reopening also the possibilty of an al-Shabaab involvment in the abduction. Both the Italian and Kenyan government as well as Italians resident in Malindi are working closely with the government of Kenya to know where the Italian woman is and secure her release. Authorities in Kenya insist that the abducted Italian has not been moved from Kenya and intelligence indicates she is being held somewhere in Coast of Kenya and she is safe.

The  Police have hence denied claims that Italian volunteer Sylvia Romano, 23, who was abducted last year has been taken to Somalia.

Silvia Romano assieme ai ragazzi di cui si prende cura

Marcus Ochola the Coast Regional Police Commander said Ms Romano — who was abducted on November 20, 2018 in Malindi, Kilifi County — is still in the country. Her whereabouts is still unknown two months after her abduction, but local and international intelligence shows she is in Kenya and safe while abducters may be seeking a ransom.

La casa dove è stata rapita Silvia Romano

Suggestions have been made that Kenyan Italians in Malindi should establish some talks with suspected abductors to coordinate a ransom. Speaking during a briefing in Mombasa on Saturday, Mr Ochola said an operation to trace the missing woman is still ongoing. “We are following up some links  to rescue her and arrest the abductors. We appeal to the public to cooperate with us by giving us critical information,” Mr Ochola said. “Our operation is guided by intelligence information that we are getting from the public. We promise confidentiality. Give us vital information to manage security in this region,” he appealed.

Robert Nyagah

Nuovo ponte tra Gambia e Senegal passo importante per la pace in Casamance

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’elena, 21 gennaio 2019

Questa mattina il presidente del Senegal, Maky Sall e il suo omologo Adama Barrow hanno inaugurato il ponte sul fiume Gambia che ora collega i due Paesi: dovrebbe finalmente far uscire dall’isolamento Casamance – regione del Senegal meridionale – e incentivare gli scampi commerciali. La data per questo avvenimento storico certamente non è stata scelta a caso. Fra un mese si terranno le elezioni presidenziali in Senegal e Maky Sall si è ricandidato per un secondo mandato.

Il nuovo ponte, costato 76,22 milioni di euro, è stato finanziato quasi interamente dalla Banca Africana per lo Sviluppo (BAD), con una partecipazione di Senegal e Gambia. Si tratta di un’elegante opera architettonica in cemento armato, lunga un chilometro, alta quanto un edificio a cinque piani, larga dodici metri e tra i suoi pilastri, i natanti possono proseguire senza problemi la navigazione sul fiume.

Il nuovo ponte che collega il Gambia con il Senegal

La costruzione è iniziata nel 2015 e il ponte sarà aperto al traffico per i veicoli leggeri (macchine e bus fino a trentacinque posti) da domani, mentre per i mezzi pesanti bisognerà attendere il mese di luglio. Il pedaggio equivale al costo del passaggio sul traghetto, ha specificato il governo di Banjul.

Il Gambia, piccolo Stato anglofono dell’Africa occidentale, è un’enclave del Senegal, ad eccezione di un piccolo tratto di costa, molto apprezzato dai turisti. Il Paese rappresenta praticamente un passaggio obbligatorio per gli abitanti di Casamance che si vogliono recare nel nord del Senegal, a meno che non siano disposti ad allungare il tragitto di qualche centinaio di chilometri.

La strada che attraversa la ex colonia britannica e collega i due Stati, è chiamata Transgambienne ed è lunga poco più di venticinque chilometri; finora era interrotta più o meno a metà dal fiume Gambia, ciò che creava non pochi fastidi ai viaggiatori, perchè costretti a salire su un traghetto che spesso era in forte ritardo e intralciava i trasporti di persone e merci.

Maky Sall, presidente del Senegal (a sinistra) e Adama Barrow, presidente del Gambia (a destra)

Casamance, che confina a nord con l’enclave del Gambia e a sud con  Guinea Bissau e Guinea e a est con il Mali, è  abitata da quasi ottocentomila persone, che, malgrado il terreno assai fertile, vista anche la presenza di molti corsi d’acqua, vivono in uno stato di povertà estrema; l’agricoltura di sussistenza rappresenta la maggiore attività insieme alla pesca e all’allevamento di bestiame. In tutto il territorio c’è una sola università, a Ziguinchor, inaugurata nel 2007, ma è carente di tutte le materie scientifiche.

Nel 2004, dopo anni di lotta, spesso repressa nel sangue dalle truppe governative, Augustin Diamacoune Senghor, detto l’Abbé Diamacoune, capo dell’MFDC (Mouvement des forces démocratiques de Casamance) e l’allora presidente del Paese, Abdoulaye Wade, hanno firmato un trattato di pace. Per due anni nella regione il clima è stato più disteso, ma dopo la morte dell’abate, nel 2006, il movimento si è spaccato in diverse fazioni. Per la mancanza di controllo del territorio da parte delle autorità, si suppone che per anni il sud del Senegal sia stato terra di passaggio del narcotraffico.

Dal 2012, con la mediazione della Comunità di Sant’Egidio, il governo senegalese sta tentando una pacificazione con il più radicale dei leader del movimento, Salif Sadio, che godeva dell’appoggio dall’ex presidente-dittatore gambiano Yahya Jammeh, ora in esilio in Guinea Equatoriale.

La popolazione è stanca, chiede la pace, le conseguenze della guerra civile sono state devastanti e intere aree sono ancora disseminate di mine antiuomo poste dall’MFDC, che hanno provocato centinaia di morti e mutilati.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Barcone con 100 persone al largo della Libia: salvate saranno riportate all’inferno

Africa ExPress
Mediterraneo centrale, 20 gennaio 2019

Sono sfiniti i cento migranti a bordo di un barcone in avaria a sessanta miglia dalle coste libiche. Intorno alle 13.00 Alarm Phone, sistema di allerta telefonico utilizzato per segnalare imbarcazioni in difficoltà, aveva allertato la guardia costiera libica di un barcone in avaria a sessanta miglia dalla costa africana, con a bordo cento persone, tra loro anche donne e bambini.

Disperati, infreddoliti, temevano di morire di ipotermia. Dopo dieci ore e più di attesa, finalmente sono giunti sul posto una vedetta dei libici e un mercantile, la Lady Sharme,  battente bandiera della Sierra Leone. Mentre scriviamo si sta effettuando il trasbordo dei poveracci e in nottata saranno riportati all’inferno, a Tripoli.

I nostri porti ovviamenti sono chiusi. Vietato qualsiasi intervento da parte di ONG o della Guardia costiera italiana. Da quanto si apprende, il premier, Giuseppe Contre ha esercitato pressioni sui libici, chiedendo un intervento immediato di Tripoli, che inizialmente avevano fatto sapere di non avere motovedette a disposizione.

Ora i migranti sono costretti a ritornare nei centri di detenzione dell’ex colonia italiana, per poi essere venduti a un qualsiasi trafficante. Nuove torture, nuovi riscatti da pagare. Certo, giustamente il nostro governo non tratta con i mercanti di uomini. Ci sono diverse altre soluzioni, però, che potrebbero essere adottate come i corridoi umanitari, la richiesta di visti nei Paesi di transito, ma diciamoci la verità, queste alternative non interessano a nessuno. I migranti non sono graditi. Non devono arrivare nel nostro Paese e in Europa.

E certamente i più hanno già dimenticato l’ultima strage che risale a pochi giorni fa, durante la quale sono morte centodiciasette persone.

Africa ExPress
@africexp

Congo-K: confermato Tshisekedi vincitore delle presidenziali ma Fayulu non ci sta

Speciale per Africa Express
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 20 gennaio 2019

Félix Tshisekedi è ora ufficialmente il nuovo presidente del Congo-K e succede a Joseph Kabila, che ha tenuto in mano lo scettro dal 2001.

Durante una seduta notturna, la Corte costituzionale della Repubblica Democratica del Congo ha confermato Félix Tshisekedi come vincitore delle elezioni dello scorso 30 dicembre con il 38,57 per cento dei consensi, risultati resi noti dalla Commissione elettorale nazionale indipendente (CENI) dieci giorni fa.

Contemporaneamente i giudici della Corte costituzionale hanno rigettato il ricorso presentato da Martin Fayulu – l’altro oppositore del regime di Jospeh Kapila – e dato come candidato favorito prima delle elezioni. Fayulu, che si era aggiudicato solamente il 34,8 delle preferenze, da subito aveva contestato i risultati elettorali e non appena venuto a conoscenza della decisione dei giudici, si è autoproclamato presidente della ex colonia belga.

Felix Tshisekedi, vincitore delle presidenziali in Congo-K

La delibera dei magistrati non ha sorpreso nessuno, in quanto molti vicini al potere uscente; ma sono stati estremamente severi per quanto concerne il ricorso di Fayulu, ritenendolo “destituito di fondamento”, poiché il richiedente non avrebbe allegato prova alcuna in grado smentire i risultati di CENI

Ma Fayulu lo vede in modo diverso: “Mi considero ormai il solo presidente legittimo del Paese”,  ha detto e accusa Tshisekedi di essere complice di un putsch elettorale, organizzato dal presidente uscente Kabila.

Il partito del nuovo presidente, Union pour la démocratie et le progrès social (UDPS), ha chiesto a Fayulu di unirsi a loro per il bene del Paese. Intanto i sostenitori di Tshisekedi, che hanno ottenuto l’autorizzazione di raggrupparsi davanti all’edificio del tribunale, stanno festeggiando la vittoria del figlio di Etienne, forte oppositore di Mobutu prima e di Laurent Kabila poi e morto in Belgio il 1° febbraio 2017.

Giudici della Corte costituzionale, Congo-K

Le affermazioni e i dubbi su brogli elettorali di Fayulu sono condivisi anche dal Gruppo di esperti del Congo (GEC) e dall’influente Chiesa cattolica nel Paese. Entrambi stimavano la vittoria dell’oppositore al sessanta per cento.

Ora, secondo il calendario di CENI, il nuovo leader dovrebbe prestare giuramento il 22 gennaio. Vedremo se si svolgeranno nella data prestabilita, in quanto domani, come già annunciato, arriverà a Kinshasa una delegazione di alto livello dell’Unione Africana, capeggiata dal presidente della Commissione, Moussa Faki e dal presidente di turno Paul Kagame. Giovedì scorso l’UA aveva chiesto di non proclamare ancora il nome del nuovo presidente del Congo-K, “per seri dubbi sulla conformità dei risultati provvisori”. Ma i giudici della Corte costituzionale sono andati anche contro  il parere dell’UA, che, come spedizione punitiva potrebbe rifiutarsi di incontrare Tshisekedi.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

 

Dal Nostro Archivio:

Ricorsi, proteste e brogli turbano il conteggio dei voti in Congo-K