Speciale per Africa Express Franco Nofori Torino, 31 gennaio 2019
Erano scomparsi dalle loro abitazioni nel distretto di Njombe, zona sud occidentale della Tanzania, da dicembre e la scorsa settimana c’è stato il macabro ritrovamento dei loro corpi orrendamente mutilati e privati perfino degli archi dentali. Si tratta di bimbi di età compresa tra i sette e i dieci anni ed è inimmaginabile che un essere umano adulto, trovi dentro di sé la brutale spietatezza per pianificare e compiere simili atrocità.
Stregone africano compie un rito propiziatorio
La Tanzania non è nuova a queste raccapriccianti esecuzioni, frutto di una profonda ignoranza, totalmente dominata da ataviche superstizioni. Uno dei loro target preferenziali sono gli albini, che tutt’oggi vengono uccisi e smembrati perché si ritiene che le loro ossa e alcuni loro organi, se usati nel corso di un rito tradizionale, sviluppino un alto potere propiziatorio. Fortunatamente c’è un’isola nel lago Vittoria che oggi li accoglie, sottraendoli al rischio che li fa vivere nell’angoscia.
Tanzania: questa ragazza albina è miracolosamente scampata al rischio di essere uccisa
In queste mostruose pratiche – del tutto anacronistiche nella società planetaria del terzo millennio – la Tanzania non è sola ma eguagliata da un po’ tutti i Paesi africani, in particolare da quelli confinanti, come Kenya e Mozambico. Benché ciascuno di questi Paesi segua proprie “culture” nell’espletamento dei riti di stregoneria, gli effetti e le azioni che ne sono il frutto, restano caratterizzati dalla stessa e disumana ferocia. Mentre in alcune parti del Kenya sopravvivono i sacrifici umani per propiziare un buon raccolto, in Mozambico si da la caccia agli uomini calvi i cui organi sono ritenuti potenti amuleti.
Essere calvi, in Mozambico, significa poter essere uccisi in qualsiasi momento per essere usati in riti di negromanzia
A seguito di quest’ultimo ritrovamento, ancora più atroce perché riguarda innocenti bambini, il vice ministro tanzaniano della sanità, Faustine Nduguille, ha dichiarato: “I nostri sforzi sono ora rivolti a indentificare gli esecutori di questo crimine e a promuovere una vasta sensibilizzazione popolare, affinché queste ripugnanti e inutili credenze, siano definitivamente abbandonate”. Un intento, questo, indubbiamente lodevole, ma dalle scarse probabilità di essere realizzato.
E’ la stessa classe dirigente dei Paesi menzionati, che si affida ai witch doctor (stregoni) per conseguire successi politici e vincere il confronto con gli avversari. E non si tratta solo di figure minori. A queste ritualità ricorrono anche titolari di preminenti leadership. Per averne conferma, basta guardare a quanto accaduto durante l’ultima campagna elettorale che si è svolta in Kenya o ricordare come i defunti leader della Repubblica Centrafricana e dell’Uganda, Bokassa e Idi Amin Dada, secondo alcuni racconti, si cibassero del cuore dei nemici uccisi, nella convinzione di potersi impossessare della loro forza.
L’Africa intera è dominata da queste rovinose credenze che sono uno dei principali ostacoli a una sua emancipazione e ciò nonostante, i suoi governi restano riluttanti a prendere adeguate misure che mettano definitivamente al bando tutti gli imbroglioni e sedicenti santoni, negromanti e guaritori, che prosperano sull’ingenuità popolare, sempre più asservita alle loro sanguinarie prescrizioni.
Speciale per Africa Express Franco Nofori Torino, 30 gennaio 2019
Ambigua dissertazione dell’ex leader nigeriano Olusegun Mathew Okikiola Aremu Obasanjo, un nome chilometrico che, a compitarlo per intero, rischia di far perdere il filo del discorso. Pur plaudendo alla democrazia, come al volano che favorisce lo sviluppo dell’Africa, Obasanjo ritiene che non sia il migliore antidoto contro i molti problemi che affliggono il continente. “La democrazia è un viaggio, non un traguardo – ha detto l’ex presidente – e non c’è Paese, in Africa, che possa dire di aver completato questo viaggio realizzando la democrazia”.
L’ex presidente della Nigeria, Olosegun Obasanjo, oggi ottantatreenne
Un discorso sibillino che ispira anche un po’ d’inquietudine. Che cosa intende dire Obasanjo? Vuole forse sostenere che, se la democrazia è un percorso, il traguardo dev’essere la dittatura? “Se alla fine del viaggio verso il progresso, la democrazia non è riuscita a dare al popolo ciò che esso si aspettava – ha continuato Obasanjo – allora la democrazia non è stata altro che un grosso fallimento”. Quindi, quale altro sistema di governo lui suggerirebbe? Autocratico? Anarchico, retto da una selezionata élite che intrepreti la volontà popolare come predicava la teoria Marxista?
Olusegun Obasanjo è stato presidente della Nigeria dal 1999 al 2007 quando è stato sostituito da Umaru Yar’Adua, rimasto in carico per soli tre anni causa il suo prematuro decesso. Obasanjo, però, già nel lontano 1976, con il grado di generale, aveva retto le sorti del Paese a capo di un regime militare. Allora, aveva solo trentanove anni e aveva appreso l’arte militare dai dominatori britannici che concessero l’indipendenza alla Nigeria nel 1960. Malgrado questa estrazione bellica, va dato atto al giovane generale che, già durante questa sua funzione, egli s’impegnò a fondo affinché il potere fosse restituito ai civili attraverso elezioni democratiche.
Il giovane Obasanjo quand’era un generale dell’esercito nigeriano
Quando tornò al potere, non più a capo di un regime militare, ma come leader eletto dal popolo, Obasanjo fu apprezzato perché si dedicò a sanare la palude della corrotta burocrazia nigeriana; licenziò centinaia di militari che avevano tenuto posizioni politiche; formò una commissione che si occupasse stabilmente delle violazioni dei diritti umani; ripristinò la libertà di stampa; liberò molti prigionieri detenuti senza valide prove a carico; assicurò il diritto a professare qualsiasi credo religioso e riuscì a recuperare milioni di dollari che i precedenti governi corrotti avevano nascosto in conti segreti esteri. Questa sua determinazione nell’affrontare gli annosi e mai risolti problemi che avevano afflitto il Paese, gli valse una vasta popolarità interna e internazionale.
Veduta di Abuja, capitale amministrativa della Nigeria, ma la città più importante e Lagos
Sorprende, quindi, che l’ormai ottantatreenne Olusegun Obasanjo, tuttora rispettato dal popolo nigeriano, per aver tenacemente promosso la democratizzazione del Paese, esprima oggi, verso quella stessa democrazia, le serie riserve che abbiamo riferito. Quali sono le ragioni che motivano un così inaspettato cambio di passo?
Per capirlo, occorre esaminare con attenzione gli eventi che interessarono la Nigeria, all’indomani degli sforzi di Obasanjo per condurla alla democrazia. Dopo sedici anni d’ininterrotto regime militare, il popolo nigeriano aveva, della democrazia, un concetto alquanto peculiare che, in larga misura, lo portò a fraintendere il valore della conquistata libertà, con quello dell’anarchia. I primi conflitti sorsero tra il potere esecutivo e quello legislativo, mentre l’accesso al sistema federale creò forti tensioni tra i governatori locali e il governo centrale per l’accaparramento delle risorse disponibili.
I sanguinari guerriglieri islamici Boko Haram, attivi soprattutto nel nord della Nigeria
Tuttavia, gli eventi più cruenti furono caratterizzati da alcuni dei peggiori mali che affliggono il continente africano: le accese rivalità etnico-religiose. Solo nel periodo tra il maggio 1999 e il settembre 2001, la Nigeria contò oltre quattromila vittime, prodotte da scontri tribali e religiosi, cui contribuì non poco anche la repressione attuata dalle forze governative di sicurezza, inviate per sedare le violenze.
Giovani donne nigeriane sequestrate e violentate dai Boko Haram. Molte di loro hanno partorito i figli dello stupro subito
E’ quindi abbastanza comprensibile che la fede di Obasanjo nel sistema democratico, se applicato all’Africa, sia oggi alquanto vacillata, non solo per quanto accaduto durante la sua presidenza, ma anche per aver assistito alla ripetizione degli stessi eventi durante l’alternarsi dei governi successivi, che sono stati invariabilmente sconfitti nel tentativo di placare queste sanguinose rivalità e – anzi – le hanno viste crescere a dismisura, fino a rivelarsi incontrollabili: i massacri dei cristiani; il rapimento di ragazze, poi stuprate e uccise; l’escalation della corruzione, che ha addirittura superato quella combattuta da Obasanjo durante la sua leadership.
Una delle molte chiese cristiane soggette agli attacchi terroristici dei Boko Haram in Nigeria
Fatalmente, tutti questi eventi, mettono ragionevolmente in dubbio l’efficacia di un sistema democratico che, nella sua espressione fattuale, di democratico non ha quasi nulla. Applicando alcune teorie sperimentate in passato, si potrebbe sostenere che ciò di cui, non solo la Nigeria, ma l’Africa intera ha bisogno, sarebbe l’instaurazione di dittature illuminate che si occupino realmente del bene dei propri popoli, ma, ahimè, tutte le simili esperienze del passato, indicano che si tratta di speranze del tutto utopiche. Lo ricorda anche l’antica massima di Giovenale: “Quis custodiet ipsos custodes?” Chi controlla i controllori?
Dal Nostro Corrispondente Giorgio Maggioni Antananarivo, 29 gennaio 2019
Un elicottero militare del tipo Alouette II, che trasportava cinque persone, si è schiantato al suolo in Madagascar. Oltre al pilota, a bordo c’erano due alti militari della gendarmeria della zona e altri due della regione di Betsiboka, che si sono salvati grazie a una giovanissima italiana, Rachele Contestabile, elicotterista, che è saltata sul suo elicottero in parcheggio all’aeroporto di Antananarivo, ha individuato il luogo dell’incidente e prestato i primi soccorsi.
E’ accaduto ieri mattina verso le 10 a Anadabo, un villaggio tra Tsaratanàna e Andriamena. I quattro passeggeri son saltati giù dal velivolo prima dell’impatto al suolo e hanno riportato lesioni di minore entità, mentre il pilota ha avuto la peggio, è rimasto gravemente ferito.
Elicottero precipitato in Madagascar
Appena Rachele Contestabile, giovanissima pilota di elicotteri italiana, ha solo 23 anni, è stata avvisata dell’incidente, è partita immediatamente dall’aeroporto di Antananarivo, senza avere indicazioni precise del luogo della disgrazia. Ha sorvolato la zona per oltre un’ora è infine ha identificato il punto esatto dell’impatto al suolo in una zona remota e impervia. E’ atterrata, ha raccolto i feriti, ha costruito barelle con rami intrecciati e ha potuto così mettere in sicurezza i più gravi che sono stati trasportarli in un ospedale della capitale. Il suo intervento li ha strappai così da da morte certa.
Il coraggioso intervento della ragazza è stato confermato dal console onorario italiano in Madagascar, Michele Franchi.
Non si conoscono ancora le cause del grave incidente, forse dovuto al maltempo o una tromba d’aria o problemi tecnici del mezzo. Gli accertamenti sono ancora in corso.
Elicottero pilotato dalla giovanissima Rachele Contestabile per salvare i militari malgasci
I quattro alti ufficiali erano diretti a Manakana, dove il 19 gennaio è stato rapito un medico. Il sindaco ha fatto sapere che sarebbero dovuti arrivare verso le 09.00 del mattino per un sopralluogo, per accertarsi di persona dell’insicurezza che da tempo regna in quell’area del Paese.
Il medico sequestrato era responsabile del centro sanitario della zona. I malviventi avevano preteso un forte riscatto per la sua liberazione, poi, dopo varie contrattazioni, la richiesta era stata ridotta. La sua liberazione e il versamento del denaro pattuito, sarebbe dovuto svolgersi già qualche giorno fa, ma il dottore sembra essersi dissolto nel nulla. Non si hanno più sue notizie e tutto il personale del centro ora è terrorizzato e ha lasciato il posto di lavoro. L’elicottero sul quale viaggiavano i militari avrebbe dovuto sorvolare l’area per poter identificare il luogo dove viene trattenuto l’operatore sanitario.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 28 gennaio 2019
Mentre Omar al-Bashir è volato in Egitto per incontrare il suo omonimo Abdul Fattah Al Sissi, le proteste in Sudan continuano. E proprio dal Cairo il leader sudanese accusa i media di esagerare nel riportare una così ampia partecipazione durante le manifestazioni.
Eppure anche domenica scorsa si sono svolte nuove proteste in tutto il Paese. La gente è esasperata per la crisi economica. L’inflazione ha raggiunto il settanta per cento. C’è carenza di pane e benzina in molte città. E la popolazione continua a chiedere a gran voce le dimissioni del presidente, al potere dal 1989.
Continuano le proteste contro al-Bashir in Sudan
Le manifestazioni sono cominciate il 19 dicembre scorso, ad Atbara, nel nord-est del River Nile State, e poi la protesta si è diffusa in tutto il Paese.
Anche domenica scorsa migliaia di persone sono scese nelle piazze a Khartoum, Omdurman e Khartoum Nord. Un massiccio spiegamente delle forze di sicurezza ha cercato di impedire alla folla di radunarsi. La gente e stata picchiata con bastoni e gli agenti hanno fatto largo uso di gas lacrimogeni. Quattro giornalisti sono stati arrestati.
La varie manifestazioni sono state programmate anche questa volta dalle Organizzazioni professionali e dai firmatari della Dichiarazione di Libertà e Cambiamento e, malgrado la repressione, le dimostrazioni hanno avuto luogo e molti partecipanti hanno urlato: “Siete poliziotti, dovete proteggerci”.
Al-Bashir intanto non intende dimettersi. E al suo omologo egiziano avrebbe fatto sapere: “Non nego che non ci siano probelmi, ma i media esagerano. E’ un tentativo di copiare la primavera araba in Sudan”. Inoltre ha affermato che le violenze sono da imputare ai cospiratori che s’infiltrano nelle manifestazioni.
Al-Sisi e al-Bashir si erano incontrati già lo scorso agosto a Khartoum al fine di coordinare e migliorare la sicurezza nel Mar Rosso e inoltre si erano accordati per una maggiore cooperazione economica e di incrementare gli scambi commerciali tra i due Paesi.
Omar al-Bashir, presidente del Sudan
Il presidente sudanese si era recato anche nel Qatar pochi giorni prima, dove è stato ricevuto da Sheikh Tamim bin Hamad Al Thani, leader dell’emirato.
Poche ore dopo il ministro del petrolio del Qatar ha fatto sapere, che viste le circostanze, il suo Paese è lieto di dare una mano ad un Paese amico. Non ha però specificato la somma e quando questa sarà resa disponibile.
Dal canto suo, Azhari Abdalla Abdelgader, ministro del Petrolio e Gas di Khartoum ha annunciato la scorsa settimana che il governo sudanese ha accettato aiuti dagli Emirati Arabai Uniti, Turchia e Russia. Ma servirà a placare gli animi della folla inferocita, delusa e affamata?
Mercoledì scorso il governo ugandese ha espulso per incitamento all’odio, l’italiana Elsa Mussolini, dirigente della MTN (Mobile Telephone Networks), multinazionale sudafricana di telefonia mobile che opera in diversi stati africani e del Medio Oriente.
Poche ore prima le autorità di Kampala hanno espulso anche due suoi colleghi, Olivier Prentout di nazionalità francese e Annie Bilenge Tabura, ruandese, entrambi alti funzionari della società. Olivier Prentout è stato arrestato all’aeroporto di Entebbe domenica scorsa, di ritorno da un viaggio per conto della compagnia, mentre la signora è stata fermata negli uffici della MTN, a Kampala, lunedì mattina.
Elsa Mussolini, dirigente di MTN Uganda
Lo scorso luglio agenti dell’intelligence ugandese avevano fatto irruzione al centro dati della società. Ma MTN ha sempre negato di essere indagata dai servizi di sicurezza e anche dalla finanza per evasione fiscale.
La Mussolini era il capo della società in Uganda, e, secondo la polizia, prima di essere silurata, è stata interrogata per ben quattro ore per presunto incitamento alla violenza. Contemporaneamente, ma in sede separata anche il suo collega, Anthony Katamba, direttore generale dei servizi aziendali e consulente legale è stato sentito da agenti del dipartimento per indagini criminali.
Yoweri Museven, presiedente dell’Uganda (a sinistra) e il deputato Robert Kyagulanyi, alias Bob Wine (a destra)
Fonti della sicurezza ugandese hanno fatto sapere che stanno cercando altri impiegati della società, complici dell’incitamento alla violenza.
A questo punto è lecito chiedersi perchè le tre persone ritenute responsabili di gravi reati siano state espulse e non portate davanti ad un tribunale per essere processate.
La Mussolini ha confermato di essere stata interrogata dall’intelligence e di essere accusata per aver dato soldi a Robert Kyagulanyi, meglio conosciuto come Bobi Wine, ex cantante e deputato dell’opposizione, che quest’estate ha fatto parlare di sé nella stampa internazionale, perché arrestato dalle forze dell’ordine di Kampala.
Dal canto suo il presidente Yoweri Museveni ha fatto sapere di essersi intrattenuto con Rob Shuter, amministratore delegato di MTN, a margine del World Economic Forum a Davos, Svizzera, giovedì scorso. Musevini ha detto di aver affrontato molteplici problemi con Shuter, ma nel suo comunicato su twitter il presidente non è entrato nei dettagli.
Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus Firenze, 26 gennaio 2019
“Al-Sisi ha trasformato l’Egitto in una prigione a cielo aperto per chi critica le autorità”. Parole molto forti quelle di Najia Bounaim, direttrice delle campagne sull’Africa del Nord di Amnesty International.
Al Sisi – già direttore dell’Intelligence militare egiziana prima di prendere il potere con un colpo di stato – si sta trasformando sempre più nel Grande Fratello del romanzo “1984” di George Orwell, dove il Partito Unico tiene costantemente sotto controllo la vita di tutti i cittadini.
Amnesty denuncia le misure del governo del generale egiziano come un attacco senza precedenti alla libertà di espressione. Attivisti politici, giornalisti, difensori dei diritti umani, esponenti dell’opposizione, artisti e persino tifosi, a centinaia sono rinchiusi nelle galere egiziane per il loro passato di attivismo o le loro azioni sui social media.
L’ong per la difesa dei diritti umani, negli ultimi dodici mesi, ha documentato che i servizi di sicurezza egiziani hanno arrestato almeno 111 persone per critiche al presidente al-Sisi e alla situazione dei diritti umani nel paese.
Al Sisi con James Mattis, Segretario di stato per la Difesa di Donald Trump. Mattis ha dato le dimissioni il 20 dicembre 2018
Anche protestare pacificamente contro l’aumento del biglietto della metropolitana è diventato pericolosissimo. Amnesty ha denunciato l’arresto di almeno 35 persone che sono state accusate di partecipazione a “manifestazione non autorizzata” e “adesione a un gruppo terroristico”.
“I servizi di sicurezza stanno chiudendo senza pietà qualsiasi spazio indipendente politico, sociale, culturale rimasto in attività – ha accusato Bounaim. Queste misure sono più estreme persino di quelle adottate nel repressivo trentennio della presidenza di Hosni Mubarak”.
Il potere – come accade in tutte le dittature – ha paura e reprime la satira e la comicità. Almeno due persone sono state arrestate per aver pubblicato online commenti spiritosi. Sono accusati di “violazione della pubblica decenza o di altre imputazioni definite in modo vago” scrive Amnesty.
Cartello di protesta per la situazione di emergenza in Egitto
Ma il pesante giro di vite sulla libertà di informazione riguarda una nuova legge che mette sotto controllo tutti i media: carta stampata, giornali online, blog ed emittenti radio-televisive.
Il parlamento, con la scusa delle misure anti-terrorismo e senza consultare società civile, ha adottato la nuova “legge sui crimini a mezzo stampa” che autorizza la censura di massa nei confronti di portali informativi indipendenti e delle pagine internet di gruppi per i diritti umani.
“L’ultima legge sui crimini a mezzo stampa e informativi ha reso pressoché assoluto il controllo delle autorità egiziane sulla stampa offline e online e sui mezzi radio-televisivi”, ha sottolineato Bounaim.
Speciale per Africa ExPress Cristiana Fiamingo
Milano, 26 gennaio 2019
Grazie, vicepresidente Di Maio, davvero! Ieri nel mio studio, qui in Statale, dopo il gentile invito da Massimo Alberizzi a scrivere un “pezzo” sul tema di questa polemica, si è seduta di fronte a me Carine, studentessa camerunese della nostra Scuola di Mediazione linguistica, chiedendomi di poter approfondire, nella preparazione del suo esame in Storia e istituzioni dell’Africa, proprio la questione del Franco CFA – Franc de la Comunauté français d’Afrique –. Nemmeno molti africani dei Paesi interessati sanno esattamente di che si tratti. E colleghi mi scrivono: “Almeno se ne parla dopo 60 anni”.
Certo, come e perché lo si faccia ha il suo rilievo, però e che sui social a spizzichi e bocconi in ragione di queste “boutade” circoli un po’ di storia, è positivo. Lo è meno che la gente la scopra da adulta, sebbene funzionale ad una esclusiva e datata centralità europea a conferma di quanto male siano organizzati i programmi scolastici. Insomma, la crociata che ha lanciato contro la politica estera francese (e non contro la Francia, come lei stesso è stato costretto a precisare il 22 gennaio, dal Blog del Movimento), attaccando la “tassa coloniale” del Franco CFA, come ogni questione quotidianamente sollevata da questo Governo, induce a correggere, a fare precisazioni, a specificare e a scendere nei dettagli: “el me mestè”, insomma, che consiste anche nello stimolare gli studenti a farne un sistema di pensiero.
Le ex colonie francesi che hanno aderito all’unione monetaria del CFA
Confondere una “tassa” con una moneta che, certo, è garanzia di un sistema di cambio che risale a de Gaulle – introdotto nel ‘45 e quindi sottoscritto dagli Stati africani prossimi all’indipendenza, che avevano acconsentito per referendum ad entrare a far parte della Comunità franco-africana nel 1958 (per inciso, col sogno di accedere al costituendo mercato comune europeo a fianco della Francia) -, dimostra di per sé una scarsa cognizione di causa oltre all’ennesima forma di irrispettosa irresponsabilità nel riprodurre non solo informazioni errate, ma percezioni distorte nella cittadinanza italiana.
Questa, non omogeneamente conscia delle dinamiche politiche ed economiche dei Paesi dell’emisfero sud e particolarmente prona ad atteggiamenti quantomeno paternalistici, se non marcatamente razzisti nei confronti dell’Africa e dei suoi abitanti, deve essere guidata con coscienza a recuperare un rapporto di conoscenza con il continente africano, bruscamente interrotto dalla fine del dominio coloniale e rimasto appannaggio di studi specialistici o di qualche appassionato cultore: una ratio interrupta, che non ha evidentemente risparmiato le posizioni apicali del nostro Governo.
L’improvvido attacco è tema di una serie di comunicazioni del Movimento che originano dal 2014, ma che si rifà, nel suo intendimento attuale, a quella che viene spacciata per la carta delle rivendicazioni dei “gilet jaune”: affatto rappresentativa del movimento populista francese, come ha precisato uno dei suoi principali portavoce, Eric Drouet. In Italia, invece, grazie al M5S, che vi si parametra sovente, dalla posizione privilegiata di partito di Governo, si offre al documento una legittimità impropria.
Molti economisti han tentato di far luce su tutti gli aspetti pro e contro e le implicazioni del fenomeno del Franco CFA, anche in Italia: in particolare Massimo Amato, docente in Bocconi, è citato a sproposito in questo frangente. Amato ne ha evidenziate nelle sue pubblicazioni ben altre criticità, che non il prosieguo di un rapporto coloniale.
Fuori dall’accademia e all’estero, tanto nella diaspora che in Africa, il dibattito si protrae ad ondate sin dalla istituzione di quel sistema di cambio, con particolare intensità dall’infelice momento della drammatica scelta della Francia di svalutare quella moneta, nel ’94, ma che dall’introduzione dell’euro ha visto ridursi i costi della pratica di conversione della moneta, in sede di transazione commerciale, sebbene sia certo condizionante il dover passare per il Tesoro francese per ogni commessa. Comunque, è davvero ora di smetterla di trattare gli Stati africani come se fossero sotto eterno regime di curatela da parte dell’Occidente, anche e soprattutto poi, nel manipolare l’attenzione della popolazione agitando il dito contro le politiche altrui senza mettere a nudo le proprie e senza dire chiaramente che si tratta di una vis polemica innescata dall’esclusione dal trattato di Aquisgrana fra Germania e Francia.
Ripararsi dallo shock del regime di cambio ad oggi è parso un vantaggio alle leadership africane e comunque in dirittura di mutamento. Anche in ragione della condivisione della Comunità economica regionale dell’Africa occidentale (ECOWAS) di una serie di Paesi nati da regimi coloniali diversi e che ne hanno ereditato macro-sistemi di diritto diversi altresì, si sta pervenendo ad una moneta unica volta a completare un’opera di armonizzazione del diritto commerciale fra gli stati membri, che garantisca la libera circolazione di beni e persone.
Il “colonialismo” non lo si riproduce attraverso una politica monetaria cui i beneficiari possono sottrarsi, ma lo si riproduce attraverso uno sfruttamento economico anarchico quale quello che tante imprese francesi e italiane, per non dire di tanti altri Stati, europei e non, partner commerciali di molti regimi africani, continuano a perpetrare, silenti e inattivi i rispettivi Governi, se non garanti dei quanto mai generici BIT (accordi economici internazionali bilaterali). Nei BIT sta di tutto: anche vaste operazioni italiane di land-grabbing, per intenderci, o imprese italiane che annichiliscono le cooperative contadine africane (veda la questione della produzione deipelati in Ghana), con coinvolgimenti bancari nell’attivare fondi di investimento che finanziano le pensioni integrative.
Sembrava averlo intuito la ex-Ministro degli Esteri Emma Bonino quando, nel 2013, in occasione della celebrazione del cinquantenario della OUA (Organizzazione dell’Unità Africana) espresse il desiderio che si andasse a far business in Africa “con lo Stato”: mi illusi allora che lo Stato italiano avesse imparato almeno qualcosa dalla tragedia di Ilaria Alpi, che ha contribuito a depistare col concorso di commissioni inconcludenti, quantomeno assumendosi la responsabilità di controllo sugli interessi economici dei suoi cittadini e denunciando i limiti della propria politica estera.
Ebbene, praticamente all’indomani lo stesso Ministro avviò una campagna di riduzione delle nostre sedi diplomatiche in Africa. Ed ecco che ieri, dal “Governo del cambiamento”, il Presidente della 3ª Commissione Affari Esteri del Senato della Repubblica, Vito Rosario Petrocelli, dal Blog del M5S, forza opportunamente la storia e attribuisce superficialmente alla regia francese reazioni violente determinate dalla complesse questioni in cui la moneta CFA ha davvero poco a che fare. Per il caso di Olympio, dribbla completamente la questione degli eserciti nati nel colonialismo, per esempio: la classe militare, organizzata e finanziata, reagiva alla decisione delle prime leadership africane di ridurne portata e stipendi, a fronte delle pesanti difficoltà economiche; o sorvolando sulle delicate questioni confinarie che coinvolgevano il Togo; o, per il caso Gheddafi, bypassando il fatto che, in parallelo al rilancio ed alla trasformazione dell’OUA in Unione Africana (UA), fortemente voluti e ottenuti dal colonnello libico, era nata la NEPAD (New Economic Partnership for African Development) su ispirazione del sudafricano Mbeki, il cui fine ultimo era quello di creare un mercato africano da mettere in relazione con il mercato globale, proprio per evitare che i singoli Paesi continuassero ad essere alla mercé del business occidentale: il mercato e la moneta unica africana di cui parla oggi il Presidente di turno della UA, Kagame, nacque dall’intuizione d’allora: pensa Petrocelli che ciò indurrà Macron alla “terminazione” di Kagame?
Nessuno vuol certo negare pesanti interventi militari e di intelligence da parte dei diversi Governi europei in Africa, né certo di quelli francesi sui territori dell’Africa francofona e non, né gli effetti devastanti della competizione fra Francia e Stati Uniti nel continente africano dall’ultima fase della guerra fredda, ma oggi non è forse la competizione fra Total ed Eni, giocata in Libia, uno dei fattori di tensione, accanto ad un «Africa compact» all’europea, ostinatamente giocato sul falso problema delle migrazioni intercontinentali dall’Africa a creare un ennesimo ostacolo che rallenta il controllo dell’area da parte di un vero governo di unità nazionale e che dà, invece, a fazioni corrotte lo strumento di ricatto da giocare per restare a galla? Ma a cosa servono queste recriminazioni? Dov’è lo strutturato progetto di una rinnovata politica estera europea e italiana?
Questa polemica sul Franco CFA non può non riportare alla memoria il sogno di un leader africano illuminato: Léopold Sédar Senghor che propugnava l’Eurafrique. È un’occasione che abbiamo perso molte, troppe volte; anche di recente, con gli EPA (Economic Partnership Agreement); o al vertice di Abidjan – V Summit dei capi di stato e di governo tra Europa e Africa, del novembre 2016: un completo fallimento del “nuovo inizio” nelle relazioni tra i due continenti. Anziché concentrarsi sui temi proposti dai leader africani: lavoro e occupazione in un continente la cui popolazione per il 60% ha meno di 25 anni,in primis, nella post-work era in cui tutti ci dibattiamo, com’era prevedibile, il discorso è stato ancora una volta monopolizzato dall’agenda migratoria. Così come il G20 di Amburgo (luglio 2017), in cui si è discusso d’Africa senza l’Africa. Mentre, sulla scorta di false emergenze costruite per attrarre consenso interno e distrarre da un quadro generale sconfortante, si tratta con regimi impresentabili, sostenendoli finanziariamente e legittimandoli.
L’accordo di Cotonou tra Europa e Paesi ACP (d’Africa, Caraibi e Pacifico: 48 dei quali africani) siglato nel 2000 scadrà nel febbraio 2020 e i lavori a livello UE per costruire le basi del futuro partenariato son già avviati. L’Italia si presenterà agitando recriminazioni sul passato coloniale (in cui anche noi abbiam fatto del nostro peggio), o con buone idee nei settori prioritari tra: democrazia e diritti umani, crescita economica e investimenti, cambiamenti climatici, eliminazione della povertà, pace e sicurezza, migrazione e mobilità, come elenca il sito dedicato? L’Italia andrà lì, con una sua vision,perché no, anche su come gestire la mobilità? O propugnerà il suo grigio isolamento, incurante del futuro dei propri giovani?
Rapporti regolamentati – si badi bene, non iper-burocratizzati – di circolazione delle conoscenze, delle idee, degli expertise necessari ad una mutua crescita, tanto economica che di consapevolezza politica, con regole draconiane e vincolanti nell’individuazione e annichilimento di pratiche economiche meno che etiche e trasparenti, farebbero della partnership eurafricana un potenziale economico e strategico senza eguali. L’assecondare – non il determinare – i bisogni di popoli che hanno una loro storia, al di là di quella determinata dai colonialismi e che chiedono solo di essere mutuamente legittimati nel rispetto delle loro culture, e non etichettati come “altro”; contemperare quei bisogni coi nostri e la nostra economia in spaventoso declino porterebbe tra l’altro ad un riequilibrio demografico, che solo il benessere comporterebbe in quest’emisfero, fugando ogni paura.
Il progetto del diritto ad una vita sostenibile per tutti, su una Terra le cui crisi climatiche ci dimostrano come mal ci sopporti, implica un sistematico abbattimento dei muri e non il trinceramento di privilegi temporanei ed effimeri, per favorire piuttosto la ricognizione comune di comportamenti vincenti.
Cristiana Fiamingo
Docente di Storia e Istituzioni dell’Africa e di History and Politics of sub-Saharan Africa dell’Università degli Studi di Milano
Speciale per Africa Express Franco Nofori Torino, 27 gennaio 2019
Difficile non ritenerlo un atto terroristico di matrice islamica. Notizie contrastanti si sono avvicendate a partire dalla scorsa notte sull’esplosione verificatasi nella centralissima Tom Mboia street, nei pressi del cinema Odeon a Nairobi. L’ultima versione fornita dalla polizia, riferisce che un uomo dai tratti somali ha reclutato Joseph Okinyi che stazionava davanti a un ristorante fornendo ai passanti, servizi di trasporto con un carrello a mano. L’uomo consegnava a Okinyi un pacco di cartone affinché lo trasportasse dalla Latema road al Kenya Cinema. Appena consegnato il pacco, il cliente, chiedeva al trasportatore di attenderlo un attimo mentre lui andava a recuperare il proprio documento d’identità che aveva dimenticato nel ristorante e si era appena allontanato, quando il pacco esplodeva ferendo – per fortuna non in modo serio – Okinyi e un vicino venditore di giornali.
Il conducente ferito nell’esplosione del pacco
L’esplosione, già rivendicata da al Shebab, è avvenuta in un’area cittadina densamente popolata, dove vi sono fermate di autobus e molte bancarelle locali. Fortunatamente l’esplosivo non era evidentemente stato preparato da mani esperte e la sua potenza si è rivelata limitata, diversamente avrebbe potuto provocare molte più vittime. Il comandante regionale di polizia, Philip Ndolo, ha esortato i cittadini a essere cauti nell’interagire con sconosciuti e a riferire immediatamente alle forze di sicurezza ogni situazione sospetta.
Solo il giorno prima, l’ambasciata americana di Nairobi aveva messo in guardia le autorità del Kenya sulla possibilità di attentati. Dopo questo ultimo episodio, a matrice terroristica, la tensione in città e in tutto il Paese è salita alle stelle, essendo recentissimo l’attacco all’Hotel DusitD2 di Westland, rivendicato da Al-Shebab, che ha causato la morte di un ancora controverso numero di persone, tra cui cinque presunti terroristi che ne sono stati gli esecutori.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 26 gennaio 2019
Il presidente della Nigeria, Muhammadu Buhari, ha sospeso il presidente della Corte suprema, Walter Samuel Nkanu Onnoghen, a poche settimane dalle elezioni generali, che si terranno il prossimo 16 febbraio.
Secondo un portavoce della presidenza, Buhari avrebbe sospeso Onnoghen dietro richiesta del Tribunale del codice di condotta, collegio giudicante creato appositamente per le questioni etiche, che sta indagando sul presidente della Corte suprema per non aver dichiarato alcuni conti bancari in valuta estera.
Onnoghen, chiamato a rispondere davanti al tribunale per omesse dichiarazioni patrimoniali, non avrebbe dato seguito alle accuse, ma i suoi avvocati hanno precisato che la Corte non avrebbe l’autorità di giudicare il loro cliente.
Muhammadu Buhari, presidente della Nigeria (a sinistra) e Walter S.C. Onnoghen, presidente della Suprema Corte nigeriana (a destra)
L’opposizione urla allo scandalo contro le misure adottate da Buhari, lo ritiene un gesto politico per annientare gli oppositori, una vera e propria caccia alle streghe nel nome della corruzione. E l’ex vice-presidente Atiku Abubakar, candidato alla presidenza del maggiore partito all’opposizione, People’s Democratic Party, ha chiesto a Onnoghen di resistere con ogni mezzo legale e costituzionale.
Il presidente del Senato, Abubakar Bukola Saraki, ha fatto sapere che con la sospensione del più alto magistrato del Paese, Buhari avrebbe lanciato un pessimo messaggio non solo alla nazione ma anche al mondo intero. Avrebbe agito senza rispettare la Costituzione, senza consultare il Consiglio nazionale dei magistrati e tanto meno l’Assemblea nazionale. E anche l’associazione degli avvocati della Nigeria ha criticato le misure prese dal presidente, chiamando tale atto come “colpo di Stato nei confronti del potere giudiziario e un evidente sospensione della Costituzione, effettuata dall’esecutivo del Governo Federale”.
E’ risaputo che Onnoghen non nutre particolari simpatie per l’attuale amministrazione di Abuja e sarebbe imbarazzante se la Corte suprema, presieduta da lui, dovesse giudicare eventuali controversie post-elettorali, visto che Buhari, ex golpista del 1983, si è presentato come candidato alle elezioni per un secondo mandato.
L’opposizione ha sottolineato che il presidente della massima autorità giudiziaria può essere rimosso solamente con l’approvazione dei due terzi dei senatori. Per questo motivo Onnoghen è stato “solamente” sospeso dal suo incarico. Al suo posto è stato nominato ad interim Tanko Mohammed, un giudice originario del Bauchi State, nel nord-est della ex colonia britannica. Insomma, è un uomo del nord, come l’attuale presidente.
Buhari ha fatto sapere sul suo account twitter che il supremo giudice attualmente sospeso, è sospettato di aver effettuato transazioni per milioni di dollari tramite i suoi conti bancari privati, non dichiarati o solo parzialmente dichiarati.
Terroristi jihadisti Boko Haram
Buhari, golpista del 1983, dopo anni è ricomparso sulla scena politica, vincendo la tornata elettorale nel 2015 con il raggruppamento politico All Progressives Congress (APC), si è ricandidato anche quest’anno per un secondo mandato. Durante la sua campagna elettorale del 2015 la lotta contro Boko Haram era il suo cavallo di battaglia, promettendo che li avrebbe sconfitti entro la fine dello stesso anno. Purtroppo non è andata così. I terroristi sono più attivi che mai, malgrado tutte le forze messe in campo anche a livello internazionale.
L’ ISWAP (Islamic State West Africa Province), una fazione di Boko Haram, ha rivendicato l’attacco alla base militare di Geidam, nel nord-est, al confine con il Niger, durante il quale sono stati uccisi una decina di militari, molti altri sono stati feriti.
Negli ultimi mesi ISWAP, capeggiata da Abu Mus’ab Al-Barnawi ha intensificato le offensive alle basi militari, costringendo decine di migliaia di persone alla fuga. Ma anche la fazione del leader storico Abubakar Shekau – ormai famoso per attacchi nei mercati a altri luoghi pubblici con l’utilizzo di kamikaze e l’uccisione indiscriminata di civili – in un video rilasciato qualche giorno fa, ha rivendicato l’incursione a Rann, vicino al confine con il Camerun. Recentemente le autorità camerunensi hanno espulso ben novemila rifugiati nigeriani, che avevano cercato protezione dopo le ultime aggressioni.
Il portavoce dell’UNHCR, Babar Baloch, ha fatto sapere che le persone sarebbero state caricate su camion militari e riportate al confine. Intanto i vertici dell’agenzia ONU sono preoccupati per la sorte di altri seimila nigeriani, che hanno varcato il confine con il Camerun qualche settimana prima, in fuga dai jihadisti. Filippo Grandi, Alto commissario dell’UNHCR, ha chiesto al governo di Yaoundé di non chiudere le porte ai rifugiati e di proseguire con la politica dell’accoglienza.
Dal 2009 ad oggi hanno perso la vita oltre ventisettemila persone e oltre due milioni hanno dovuto lasciare le loro case e attualmente si trovano in campi per sfollati o profughi nei Paesi limitrofi e tutti necessitano di assistenza umanitaria.
Rifugiati in fuga dalle violenze di Boko Haram
E intanto continua anche l’esodo verso il bacino del Lago Ciad, dovuto ovviamente alla situazione nel nord-est della Nigeria e in alcune parti di Niger, Ciad e Camerun. La gente, pur di scappare dalle continue violenze dei terroristi, che si apprpriano delle riserve alimentari dei villaggi, incendiano le povere case dei residenti, uccidono indiscriminatamente la popolazione, per non parlare degli abusi ai quali sono soggette donne e ragazze.
Secondo l’UNHCR, al 17 gennaio la regione del lago Ciad ospitava 2.540.550 tra rifugiati e sfollati e il numero è in continuo aumento. Infatti solo nelle ultime settimane quasi seimila nigeriani hanno attraversato il lago con fragili piroghe per chiedere ospitalità sulle sponde ciadiane del bacino. La situazione umanitaria in questa regione, poco sviluppata, poverissima e affetta da importanti cambiamenti climatici è a dir poco catastrofica.
Dal Nostro Corrispondente Sportivo Costantino Muscau Milano, 26 gennaio 2019
Il sole è sorto ancora, a Dubai, sull’impero dei maratoneti etiopi.
A voler essere pignoli, mancava ancora un’oretta alla levata “ufficiale” del sole, ieri, venerdì 25 gennaio, quando Getaneh Tamire Molla ha tagliato vittorioso il traguardo sul lungomare del ricco emirato e ha, facendosi il segno della croce, coronato un doppio sogno: conquistare la prima maratona della sua vita e migliorare il primato della gara.
Tutto, o quasi, come previsto alla 20° edizione della Standard Chartered Dubai Marathon, i 42,195 km più partecipati del Medio Oriente: spettacolare, veloce, dominata dai soliti. Con due sorprese: fra gli uomini ha ottenuto il successo, per il 12° anno consecutivo, un etiope sì, ma uno che non era nel novero dei favoriti, un vero outsider; fra le donne, invece, la prima è stata una giovane ma esperta keniana, Ruth Chepngetich, che ha interrotto 12 anni di strapotere etiopico. “Ha superato un’orda di atlete etiopi” ha esultato il sito Allafrica!
La gara era partita ieri alle 6 locali, nel buio pesto, si è sviluppata sui 15-18 gradi e su ritmi elevati e si è conclusa con alle spalle la splendente “vela2”ovvero il Burj Al Arab, icona di Dubai e con il nuovo record di Getaneh Tamire Molla, 25 anni compiuti il 10 gennaio.
Getaneh Tamire Molla (Etiopia) e Ruth Chepngetich (Kenya)
La sua velocità, la migliore di sempre a Dubai, la sesta al mondo di sempre, gli ha consentito di abbattere il primato della corsa stabilito l’anno scorso dal connazionale Mosinet Geremew (2h04’00”).
Il podio abissino è stato completato da due suoi connazionali: Herpassa Kitesa Negasa, (2h03’40”), l’unico a opporgli un po’ di resistenza e da Negewo Assefa Mengistu (2h04’24”)
Deludenti i due favoriti, Lemi Berhanu e Guya Adola, ritiratisi dopo il 21° e 27° km.
Il giovane Molla, maglietta nera, scarpette rosse, collanina d’oro, modesto all’apparenza, non spiccica una parola di inglese, ma è sicuro di stesso e ingiustamente poco famoso. Intervistato all’arrivo dalla tv degli organizzatori è stato laconico:”Mi sentivo bene, sono contento, ma non pensavo di fare questo record”.
Nel mondo delle medie e lunghe distanze non è l’ultimo arrivato. Ha conquistato, fra l’altro, la medaglia d’oro agli African Games, a Brazzaville, sui 5 mila metri nel 2015; è giunto secondo, sulla stessa distanza, ai campionati africani di Asaba in Nigeria nel 2018, sulla stessa distanza, ha vinto due mezze maratone, una in Francia (2017) e una (nel 2018) poco nota a Riyadh, in Arabia Saudita, che però gli fruttò una cifra enorme: duecentosessantaseimila dollari. Ancora veniva definito “uno sconosciuto”.
Stavolta si è dovuto accontentare di centomiladollari, invece dei duecentomila mila del passato, perché la Dubai Marathon, pur restando la più ricca con quella di Boston, ha dimezzato il budget. Al secondo classificato sono stati dati quarantamila dollari (invece che ottanta), al terzo ventimila mila, e al decimo duemilacinquecento.
Passando al campo femminile, anche qui il record è stato frantumato. Ruth Chepngetich, ventiquattro anni, (centomilamila dollari pure a lei) con il suo terzo tempo migliore di sempre nel mondo della maratona (2 ore, 17 minuti e 08 secondi) ha anticipato la favorita Workenesh Degefa Debele (2h17’41”), vincitrice al debutto nel 2017, e Workenesh Edesa ((2h21’05”).
Ruth appena l’11 novembre scorso si era imposta nella quarantesima edizione della Istanbul Marathon in 2h18:35, realizzando il record della corsa e il settimo miglior tempo della storia, divenendo la 10a atleta di sempre a scendere sotto le 2h19’.
Ruth è legata all’Italia: corre nella “scuderia” Rosa Associati del dottor Federico Rosa e del figlio Gabriele, “che gestisce oltre 200 atleti di livello mondiale”, si legge sul loro sito.
Ruth è anche di casa a Milano: sotto la Madonnina nel 2017 ha vinto Stramilano in 1h 07:42.
Intanto la stagione delle “lunghe distanze” è partita con il botto. I commentatori hanno, infatti, parlato di risultati stellari, stratosferici a Dubai. Il prossimo appuntamento è Tokio, tredicesima maratona, dove si rinnoverà la sfida perpetua tra Etiopia e Kenya.
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