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Doping in Kenya: la parabola di una stella olimpionica sospesa per otto anni

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
Milano, 6 febbraio 2019

“Da eroina olimpica a emblema del doping”, ha titolato un sito di Nairobi.  Da super-maratoneta a truffatrice matricolata, hanno stabilito lo Sports Disputes Tribunal (SDT) e l’Agenzia antidoping del Kenya (Adak).

Jemimah Jelagat Sumgong, percorsa in 12 anni tutta la parabola in cui si era levata in alto, molto in alto, è caduta pesantemente a terra. Da dove sarà quasi impossibile rialzarsi e riprendere a correre e a vincere.

Era esplosa alla maratona di Las Vegas nel 2006, aveva fatto il salto di qualità sette anni dopo vincendo anche a Rotterdam (14 aprile 2013) e arrivando seconda a Chicago ed era entrata definitivamente nell’elite mondiale nel 2016: il 24 aprile, trionfatrice nella maratona di Londra e il 14 agosto successivo, oro olimpico a Rio De Janeiro, prima keniana a dominare i 42km e 195 metri femminili alle Olimpiadi.

Ora invece, questa soldatessa dell’esercito del Kenya, mamma di una bambina di 7 anni, Shirleyjil Chemutai (più di alcuni bambini adottati), si trova ad affrontare la via dell’ignominia: squalificata fino al 2025 per doping. Potrà tornare a correre quando avrà 42 anni. 42: lo stesso numero della sua distanza preferita.

Jemimah, nata il 21 dicembre 1984 nella Contea Nandi, terra fertile di campionissimi come lei, dopo tanti successi e primati da pochi giorni ha uguagliato l’umiliante record che apparteneva a una sua connazionale: la sospensione più lunga, otto anni, per essere risultata positiva alla eritropoietina ricombinante (il più noto Epo).

Prima di lei questa durissima punizione era toccata, nel 2016, a Lilian Mariita, oggi trentunenne, originaria di Nyaramba, nella Contea Nyamira, area famosa per il te e le banane.

Dalla fine di gennaio Jemimah ha dovuto appendere le scarpe al chiodo, a meno che non voglia continuare ad allenarsi sempre sotto la direzione di suo marito Noah Talam Sumgong, a sua volta ex maratoneta, fratello di Sarah Chepchirchir (prima alla maratona di Tokio 2017) nel training camp di Kapsabet, località sui 2 mila metri, non distante da Eldoret, culla e centrale di addestramento delle eccellenze podistiche.

L’annuncio del suo “bando” dalle competizioni è stato dato, su Twitter, dall’Athetics Integrity Unit (AIU), l’organismo mondiale della Associazione mondiale antidroga delle federazioni di Atletica e dall’Adak.  Jemimah, per la verità, l’aveva scampata bella già una volta, nell’aprile 2012 dopo essersi piazzata seconda alla Maratona di Boston dietro la connazionale e coetanea Sharon Jemutai Cherop,

Sumgong  risultò positiva al Prednisolone (un antinfiammatorio), fu squalificate per 2 anni, ma riabilitata in settembre dalla Iaaf perchè la puntura con cui le era stato iniettato l’ormone steroideo venne considerata legale

Non è stato così, invece, nell’aprile 2017. A pochi giorni dalla partecipazione alla maratona di Londra vinta l’anno precedente, è stata sospesa con l’accusa di aver fatto ricorso all’Epo. La soldatessa Sumgong (come detto è affiliata all’Esercito di cui  è stata portabandiera) si è dichiarata innocente e pulita, come già aveva fatto dopo la prima squalifica poi cancellata. (Intervistata dal sito Letsrun.com per ben sette volte usò la parola “pulita”).

In questo caso ha aggiunto di essere in grado di dimostrarlo. Non c’è riuscita ed è stata squalificata per 4 anni.

Il caso però non era chiuso. Pochi mesi fa, l’atleta ha presentato all’Aiu (Integrity Unit della federazione di Atletica leggera) una serie di documenti che avrebbero dovuto scagionarla dalla infamante accusa e devastante squalifica.

In particolare la maratoneta ha scritto che il 27 febbraio 2017, cinque giorni prima del controllo antidoping (effettuato a sorpresa) si era presentata al Kenyatta National Hospital di Nairobi per una gravidanza extrauterina.

Nell’ospedale, tuttavia, a causa di uno sciopero non  fu registrata la sua presenza, fu sottoposta da un medico non meglio identificato a una iniezione e a una trasfusione con sangue contaminato da Epo. Il che spiegava la sua  positività.

Gli occhiuti ispettori dell’AIU hanno, però, controllato accuratamente la documentazione e verificato il tutto presso la struttura sanitaria.

E hanno fatto scoperte clamorose: i certificati erano stati sbiancati e falsificati; la Sumgong era stata  ricoverata al Keniatta Hospital, ma nel 2009, mentre nel 2017 – nei giorni della presunta trasfusione – si trovava a Kapsabet.

Il dottor Peter Michoma, responsabile del dipartimento della Salute riproduttiva del Keniatta ha poi precisato che la clinica non usa quel tipo di trattamento in caso di gravidanze extrauterine e ha specificato che le punture di Eritropoietina proprio non rientrano nelle procedure standard.

Non solo: Sumsong si è fatta visitare sì in ospedale per quello che lei afferma, ma in aprile, ovvero settimane dopo il test risultato positivo.

Di fronte a queste smentite, la maratoneta non ha avuto scampo L’organismo di conttrollo della Iaaf ha stabilito che il tentativo di spiegare e giustificare la presenza di Epo  nell’organismo costituiva un “comportamento fraudolento” e hanno rinviato la campionessa a giudizio del tribunale keniano, che ha raddoppiato la pena: da 4 a 8 anni di bando dall’attività agonistica. Fine pena nel 2025 e anche di una brillantissima carriera.

Non si dà pace il marito-allenatore della sportive, Talam: “Jemimah è vittima di un complotto per minare le corse sulla lunga distanza del Kenya. Se non stiamo attenti, come keniani commettiamo un suicidio. La verità è che Jemimah non si è dopata, ma che non c’è modo di difenderci se le prove sono sabotate Questa è una caccia alle streghe, dietro c’è la mano di qualcuno. Non faremo appello, costa troppo. Ora ci concentreremo sul lavoro e sui nostri bambini”.

Di tenore opposto il commento di Brett Clothier, direttore dell’Unità anti-doping della Iaaf: “Accogliamo con piacere la decisione dl Tribunale disciplinare. Speriamo che sia un messaggio chiaro a chi si dopa: l’Aiu ha forti capacità investigative  e non tollera manipolazioni o prove false nei casi di doping”.

Di sicuro è che l’impegno contro il doping in Kenya sta diventando un impegno serio se si è arrivati a bandire un’icona dello sport nazionale come Jemimah. D’altra parte seria è la piaga. Basta dare un’occhiata alle deliberazioni assunte dall’Agenzia anti-doping del Kenya (Adak): l’elenco , non aggiornato, dei sospesi dal 2015 contempla ventiquattro nomi di atleti e uno di un medico. Un’altra lista del sito “Athletics Kenya”ne contiene ben trentaquattro.

Fra essi nomi illustri (come avevamo scritto qui nell’ottobre scorso) e fra essi ne mancano due recentissimi:  Lucy Kabuu Wangui, 34 anni, vincitrice, tra l’altro, dell’ultima maratona di Milano e Kipyegon Bett, 21 anni, bronzo ai mondiale 2017 negli 800 metri piani. La prima si è beccata 2 anni di squalifica, il giovanissimo mezzofondista, invece, ne ha presi 4. Salterà le Olimpiadi di Tokio 2020 e le prossime due edizioni di campionati mondiali. Entrambi però hanno ancora diritto all’appello. A differenza di Jemimah, che deve lasciare ogni speranza.

Costantino Muscau
@muskost

Dal Nostro Archivio:

Oro, argento, bronzo e …doping: l’atletica del Kenya ne offre in quantità industriale

I leoni della Namibia dal deserto al mare: ora cacciano foche

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 6 febbraio 2019

“Il bisogno aguzza l’ingegno” recita un vecchio proverbio e di questo adagio i leoni del deserto della Namibia ci danno un esempio concreto.

Uno dei leoni della Skeleton Coast (Foto Courtesy © Philip Stander)
Uno dei leoni della Skeleton Coast che mangia una foca (Foto Courtesy © Philip Stander)

Dal deserto, che non offre cibo sufficiente (cadono da 0 a 100 mm di pioggia all’anno), si sono spostati sulle spiagge della Skeleton Coast Park. È una striscia di costa a Nord-Ovest della Namibia, al confine con l’Angola, le cui grandi dune si tuffano nell’Oceano Atlantico.

Quei litorali, ricchi di fauna marina, offrono cibo facile e in abbondanza. Una vera “dispensa” per i grossi felini africani, dove vivono oltre un milione otarie orsine. Quale pasto migliore di una grassa e nutriente – e soprattutto lenta – foca invece di correre col fiato corto dietro a veloci, atletiche – e rare – gazzelle del Namib Desert?

Philip Stander mentre applica un radio -collare a uno dei leoni del deserto (Courtesy Desert Lion Conservation)
Philip Stander mentre applica il radio-collare a uno dei leoni del deserto (Courtesy Desert Lion Conservation)

Uno studio di Philip Stander pubblicato sul Namibian Journal of Environment, (volume 3, 2019) spiega il fenomeno dei leoni cacciatori di foche, fenicotteri rosa, gabbiani, cormorani e altre prede della rovente Skeleton Coast.

L’indagine ha toccato oltre cinquantuno mila kmq, un’area che dai confini dell’Etosha National Park arriva allo Skeleton Coast National Park, osservando le nuove abitudini alimentari dei leoni che hanno colonizzato la costa.

Negli anni Ottanta del secolo scorso questi grandi predatori erano stati segnalati in quelle zone ma poi erano spariti a causa dei conflitti tra leoni e agricoltori. Sono ricomparsi negli anni Novanta con lo sviluppo delle aree protette dove hanno trovato condizioni favorevoli.

Mappa con la aree dello studio del Dr. Philip Stander (Courtesy Google Maps)
Mappa con la aree dello studio del Dr. Philip Stander (Courtesy Google Maps)

Negli anni Duemila la popolazione felina è aumentata ma ci sono voluti altri quindici anni perché i leoni scoprissero le enormi risorse alimentari dei loro antenati di qualche decennio prima.

Lo studio dice che due branchi di leoni, nel 2017, hanno iniziato a cacciare regolarmente cormorani e foche del Capo. È stato documentato che tre giovani leonesse dell’oasi di Hoanib, in diciotto mesi, hanno cacciato due fenicotteri rosa, sessanta cormorani e diciotto foche.

foche della Skeleton Coast in Namibia
Foche della Skeleton Coast in Namibia

Questa nuova dieta marina ha contribuito al 79 per cento del cibo di cui si sono nutrite. Oggi la popolazione di leoni della Skeleton Coast è arrivata a 150 individui. Tutti con la pancia piena.

(aggiornamento 25 febbraio 2019)

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter: @sand_pin

Mozambico, coprifuoco nella città tra i rubini e il gas ENI si temono attacchi jihadisti

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
5  febbraio 2019

Per pericolo di attacchi jihadisti a Mocimboa da Praia, a Cabo Delgado, nell’estremo nord del Paese – dal 26 gennaio  è in vigore il coprifuoco.

La conferma da un tweet pubblicato da Zenaida Machado, dell’organizazione Human Rights Watch  (HRW-Osservatorio per i diritti umani).

“Di fronte alla situazione di instabilità esistente nel Nord e Centro della nostra provincia di Cabo Delgado e in modo particolare nel nostro distretto, il Consiglio municipale di Mocimboa da Praia – si legge nel decreto – comunica ai cittadini che è vietata la circolazione notturna di veicoli pesanti, leggeri, motorizzati, biciclette e pedoni, come è vietata qualsiasi attività commerciale, proiezione di film, e discoteca in tutta l’area municipale dalle 21.00 alle 4.00”.

Mocimboa da Praia è situata tra il più vasto giacimento di rubini del pianeta della Montepuez Ruby Mining  e il più grande giacimento di gas del Paese dove operano le multinazionali petrolifere ENI, ExxonMobil e Anadarko.

Sede del governo della Provincia di Mocimboa da Praia
Sede del governo del distretto di Mocimboa da Praia, Cabo Delgado

È in questa cittadina di mare che sono iniziate, il 5 ottobre 2017, le azioni terroristiche delle cellule jihadiste di Al-Sunna wa Jama’a chiamate dalla popolazione Al-Shabab.

Il giacimento di rubini è strategico per il Mozambico e, secondo Panama Papers ma anche per vari politici e militari di alto rango che ne posseggono licenze di sfruttamento.

Purtroppo è però diventato appetibile anche per i gruppi jihadisti che ammazzano e terrorizzano la popolazione indifesa del nord di Cabo Delgado.

Secondo un’indagine dell’Università di Maputo, voluta dal presidente mozambicano Filipe Nyusi e presentata nel maggio scorso, i gruppi armati jihadisti fanno perdere allo Stato trenta milioni di dollari all’anno.

Ma non si alimentano solo di contrabbando di rubini. Le loro risorse economiche arrivano anche dalla vendita illegale di legno pregiato i cui proventi arrivano soprattutto ai capi che vivono nei tra la Tanzania e la Regione del Grandi laghi. I jihadisti di Cabo Delgado, Secondo l’indagine sono addestrati da milizie di al Shabab somalo.

Nel frattempo continuano gli attacchi alla popolazione inerme. L’ultimo è del 1° febbraio scorso a Nangade, 150km a nord-ovest di Mocimboa. Di mattina sono stati ammazzati due insegnanti che andavano a scuola su una moto e due contadini che lavoravano nei campi.

Da ottobre 2017 si contano 248 morti ammazzati dagli estremisti islamici molti dei quali sgozzati con machete.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter: @sand_pin

Zimbabwe, forze di sicurezza accusate di omicidio e stupro durante le proteste

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
5 febbraio 2019

I militari dello Zimbabwe dalle stelle alle stalle. Da eroi e protagonisti del “golpe soft” che ha fatto cadere il dittatore Robert Mugabe nel novembre 2017, oggi devono rispondere di pesanti accuse.

Non se la passa meglio il presidente della repubblica, Emmerson Mnangwagwa, l’uomo che avrebbe dovuto inaugurare il “nuovo corso”.

Dopo le dimissioni forzate del novantatreenne Mugabe e della moglie “Gucci” Grace, l’economia del Paese, allo sbando dal 2000, sarebbe dovuta rinascere.

Giovane manifestante picchiato dalle forze di sicurezza, medicato dopo gli scontri (courtesy BBC)
Il volto tumefatto di un giovane manifestante picchiato dalle forze di sicurezza, medicato dopo gli scontri (courtesy BBC)

Un’inchiesta compiuta dalla polizia dell’ex colonia britannica fa luce sulle terribili azioni dell’esercito zimbabwiano alle manifestazioni di gennaio. Le forze di sicurezza sono indagate per omicidio, stupro, torture e altre violenze.

Turpi azioni commesse durante le proteste contro l’aumento del prezzo del carburante prima e seguite dal malcontento per l’indiscriminato aumento dei prezzi che hanno portato nelle piazze i cittadini di tutto il Paese.

Secondo la polizia si tratta di violenze compiute da individui delle forze di sicurezza “non ligi” al proprio dovere. I militari “infedeli” sono accusati anche di aver rubato uniformi della polizia per confondere le tracce.

La Commissione per i diritti umani dello Zimbabwe, organismo finanziato dallo Stato, ha accusato i militari di aver usato la tortura in modo sistematico e il governo di aver utilizzato l’esercito per sedare le manifestazioni di protesta.

Mnangagwe, dopo aver visto su SkyNews un servizio che mostrava le forze di sicurezza mentre massacravano di botte un giovane, su Twitter espresso il suo sdegno sull’accaduto.

“Sono rimasto sconvolto dal servizio di oggi di SkyNews. Non è questa la strada dello Zimbabwe – si legge nel tweet -. Ho ordinato l’arresto delle persone coinvolte e incoraggio tutti coloro hanno subito queste violenze a contattare le autorità e presentare una denuncia ufficiale”.

Sulle brutalità delle forze di sicurezza anche la protesta delle donne che, vestite di nero, lo scorso 30 gennaio, hanno manifestato ad Harare contro gli stupri compiuti dai militari.

Le attiviste dell’Accademia delle donne per la leadership e l’eccellenza politica (WALPE) in una nota del loro movimento hanno sottolineato che in questo momento è difficile avere fiducia in un governo che non compie il suo dovere.

Manifestazione contro la violenza di cittadini zimbabwiani a Pretoria, Sudafrica
“I soldati uccidono persone innocenti”, manifestazione contro la violenza di cittadini zimbabwiani a Pretoria, Sudafrica

Pesante il bilancio della repressione alle manifestazioni di gennaio: dodici morti, centinaia di feriti e mille e cento arresti. Il governo è stato accusato essere diventato uno stato di polizia e sono arrivate le proteste delle organizzazioni umanitarie che hanno accusato governo di reazione sproporzionata contro i manifestanti.

In piazza sono scesi anche gli avvocati chiedono il ritorno allo stato di diritto e processi equi per le centinaia di persone che sono finite nelle patrie galere.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter: @sand_pin

Somalia: il capo maltese del porto di Bosaso ammazzato dagli al-Shebab

Africa ExPress
Garaoe, 4 febraio 2019

Paul Anthony Formosa, di nazionalità maltese, è stato brutalmente ammazzato questa mattina a Bosaso nel Putand – regione semi-autonoma, situata nella Somalia nord-orientale, nelle zona del Nogal e del Corno d’Africa -, mentre si stava recando al lavoro. L’attentato è stato rivendicato poco fa dal gruppo terrorista jihadista al-Shebab.

Formosa, project manager della La Peninsular and Oriental Steam Navigation Company, società con base a Dubai, Emirati Arabi Uniti, è impegnata nello sviluppo del porto di Bosaso. La P&O è stata venduta dai britannici nel 2006 alla società Dubai Ports World per 3,9 miliardi di sterline.

Paul Anthony Formosa

Yusuf Mohamed, governatore della regione Bari nel Puntland, ha fatto sapere che il manager maltese è stato ucciso da due persone armate di pistole, travestite da pescatori. Formosa è stato colpito da diverse pallottole alla testa.

Trasportato immediatamente all’ospedale, è morto poco dopo a causa delle gravissime ferite riportate. La polizia ha fatto sapere di aver ucciso uno dei due killer, mentre il secondo attentatore è stato arrestato.

 

Abdiasis Abu Musab, portavoce degli al Shebab, ha specificato che avevano avvisato Formosa, che si trovava nel Paese in modo illegale. “Ma ha fatto finta di non sentire” , ha aggiunto Musab.

Il ministero maltese degli Esteri ha confermato la morte del loro connazionale a Bosaso.

Africa Express
@africexp

Notizia in aggiornamento

Maxi operazione antidroga a Capo Verde: sequestrate 9,5 tonnellate di cocaina

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 4 febbraio 2019

La polizia ha sequestrato 9,5 tonnellate di cocaina al porto di Praia, la capitale di Capo Verde. La droga era stipata in un’imbarcazione, battente bandiera panamense, ancorata nello scalo marittimo con a bordo undici marinai russi.

Si tratta del più importante quantitativo di  droga mai sequestrato ufficialmente nell’arcipelago. Nell’ottobre 2011 la polizia di Capo Verde aveva già scoperto 1,5 tonnellate di cocaina in un edificio della capitale durante un’operazione chiamata Lancha Voadora (idrovolante).

Ingente quantitativo di cocaina sequestrata a Capo Verde

Questa volta i narcotrafficanti hanno utilizzato la Eser, una nave General Cargo Ship, costruita nel 1985 e l’attuale armatore registrato è Step Sg Corp – probabilmente si tratta di una società registrata a Singapore – per i loro loschi traffici. L’equipaggio è stato arrestato ed è a disposizione delle autorità giudiziarie. Secondo la polizia, la droga è stata distribuita in duecentosessanta pacchi, nascosti all’interno del natante.

Un portavoce della polizia ha precisato che la Eser proveniva dal Sud America ed era diretta a Tanger, in Marocco. E’ stata costretta ad uno scalo a Capo Verde per registrare la morte di un membro dell’equipaggio, deceduto durante la navigazione.

Le forze dell’ordine capoverdiane avevano ricevuto informazioni riguardo la possibilità che il cargo stesse trasportando cocaina e il sequestro dell’ingente quantitatvo è stato possibile proprio grazie allo scambio di informazioni tra le autorità capoverdiane e il Centro Marittimo Operazioni Antidroga  (MAOC), con sede a Lisbona. Inoltre gli agenti locali hanno avuto il supporto dell’esercito e della polizia marittima e hanno potuto usufruire della collaborazione e dell’assistenza tecnica della polizia portoghese e francese durante le fasi di perquisizione, scarico, imballaggio e custodia della droga requisita.

Rotte della droga proveniente dal Sud America e destinata al mercato europeo

Capo Verde fa parte di quei Paesi dell’Africa occidentale utilizzati come punto di transito dai narcotrafficanti sudamericani per lo smistamento della droga, che in piccola parte è destinata al consumo interno, mentre la restante al mercato europeo.

L’arcipelago di Capo Verde ha ottenuto l’indipendenza solamente nel 1975; fino al 1980 è rimasto legato alla Guinea-Bissau. Entrambi sono restati per cinque secoli sotto il dominio portoghese. Dopo il colpo di Stato del 1980 in Guinea Bissau, i dirigenti di Capo Verde hanno abbandonato il Partito Africano per l’indipendenza della Guinea e di Capo Verde (PAIGC) e fondato il Partito Africano per l’indipendenza della de Cabo Verde nel 1981.

Le prime libere elezioni si sono svolte solamente nel 1991. Lo sviluppo turistico di Capo Verde è abbastanza recente e solo nel 2007 il Paese è stato escluso dalla lista dei Paesi meno sviluppati (LDC). Gli abitanti delle isole sono poco più di mezzo milione, ma bisogna aggiungere i settecentomila capoverdiani che sono emigrati all’estero.

Capo Verde non ha una popolazione propria, ma la sua gente è frutto di immigrazioni delle più svariate etnie sia africane che europee che con il passare dei secoli si sono completamente mescolate.

Le lingue ufficiali sono il portoghese e il creolo. La capitale è Praia, situata sull’isola di Santiago. E’ la più grande città dello Stato insulare ed è anche il maggiore centro commerciale.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Dal Nostro Archivio:

Otto soldati e tre civili assassinati a Capo Verde: sotto accusa i narcotrafficanti

Giro di vite in Camerun: arrestati gli oppositori del dittatore Paul Biya

Africa ExPress
Yaoundé, 2 febbraio 2019

In Camerun la dittatura non riesce ad imbavagliare gli oppositori, e per farli tacere usa i mezzi forti e li sbatte in galera. L’ultimo in ordine di tempo finito dietro le sbarre è Maurice Kamto, leader di MRC, arrivato secondo alla tornata elettorale dell’ottobre scorso, con il 14,2 per cento delle preferenze.

Lunedì Kamto è stato arrestato dopo una manifestazione non autorizzata del suo partito. Ora è sotto inchiesta per insurrezione, istigazione alla ribellione e altre accuse. La lista dei crimini che gli vengono imputati è lunga, ha fatto sapere uno dei suoi quindici avvocati. Insieme a Kamto, ex ministro della Giustizia, sono state fermate altre duecento persone; anche loro sono state incriminate per gli stessi reati del leader dell’opposizione, attualmente detenuto presso il gruppo Operazoni speciali, unità d’élite della polizia camerunense. Il Movimento per la Rinascita del Camerun (MRC), ha deciso di annullare le manifestazioni, programmate per oggi in diverse parti del Paese.

Infatti anche la dimostrazione che era prevista a Yaoundé, la capitale del Camerun, non è stata autorizzata dal prefetto della regione per questioni di ordine pubblico.

L’organizzazione politica aveva indetto diverse marce di protesta dopo le elezioni presidenziali, di ottobre, vinte, come ci si aspettava, da Paul Biya, che occupa l’ambita poltrona  dal 1982 ed è ora al suo settimo mandato.

Mairice Kamto, leader dell’opposizione in Camerun

MRC è anche accusato di aver organizzato diverse manifestazioni davanti ad alcune rappresentanze diplomatiche camerunensi all’estero, saccheggiate e malridotte da alcuni dimostranti. Kamto nega di essere il mandante di questi atti vandalici e il raggruppamento politico smentisce categoricamente qualsiasi coinvolgimento e di aver indetto proteste fuori dal Camerun.

Intanto si moltiplicano gli appelli per la liberazione del leader e degli altri arrestati insieme a lui, tra loro anche due giornalisti, incaricati di seguire la dimostrazione.

Secondo i suoi avvocati, Kamto sarebbe sereno e tranquillo, malgrado la detenzione e pone massima fiducia nella giustizia del suo Paese.

Africa ExPress
@africexp

 

Dal Nostro Archivio:

Senza fatica e con i brogli Biya conquista il settimo mandato presidenziale in Camerun

Povertà e corruzione: un 2018 vissuto con violenza senza fine in Nigeria e Camerun

 

 

Ondata di arresti in Costa d’Avorio: in manette anche un deputato dell’opposizione

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 2 febbraio 2019

Per un post su twitter, Alain Lobognon, ex ministro per la giuventù e lo Sport, attualmente deputato per l’area di Fresco nel sud-ovest della Costa d’Avorio, è stato condannato il 29 gennaio 2019 ad un anno di prigione e ad un ammenda di quattrocentotrentasette euro perchè accusato di: “Sorpreso in flagranza di reato per divulgazione di false notizie”.

Lobognon ha twittato l’8 gennaio un messaggio sul social network, nel quale annunciava l’imminente arresto di Ehouo Jacques, un altro deputato, dietro richiesta del procuratore della Repubblica Richard Adou del tribunale di primo grado di Abidjan.

Il deputato Alain Lobognon ivoriano mentre viene condotto in prigione

La giustizia ivoriana si è mossa in quattro e quattr’otto.Tre giorni dopo, il procuratore, durante una conferenza stampa ha fatto sapere che in seguito al tweet dell’ex ministro che riportava una falsa notizia, ripresa sui social network e da molti quotidiani on line, sono state indette manifestazioni, sit-in e incitamento alla violenza, fortunatamente tutti arginati dalle forze di sicurezza di Abidjan. Infine Adou ha aggiunto: “Per questo motivo ho dato istruzioni alla polizia di condurre l’interessato davanti al tribunale per essere giudicato per fatti commessi in flagranza di reato, divulgazione di false notizie e incitamento alla violenza”.

Il 15 gennaio l’imputato è stato arrestato. A nulla è valsa la sua immunità parlamentare, annullata direttamente dal procuratore, trattandosi di una situazione eccezionale, giustificata dalla “flagranza di reato”.

Questa condanna rischia di appesantire ulteriormente il già teso clima politico in Costa d’Avorio e l’arresto di Lobognon è stato denunciato da Amnesty International, che in tale occasione ha anche ricordato il caso del militante Daleba Nahounou, segretario generale ad interim  di Coalition des indignés de Côte d’Ivoire (CICI) – un raggruppamento di diverse associazioni – accusato e sbattuto in galera per turbamento dell’ordine pubblico. L’organizzazione con sede a Londra ha anche precisato che l’attivista informatico Soro Tangboho, meglio conosciuto come “Carton Noir” , in prigione da tre mesi, avrebbe subito torture da parte di agenti della polizia a MACA (acronimo per Maison d’arrêt et de correction d’Abidjan).

“Arresti arbitrari e ripetuti abusi del potere giudiziario non riusciranno ad imbavagliare le voci dei militanti e oppositori in un questo Paese, reduce di elezioni locali all’insegna della violenza”, ha precisato Kiné Fatim Diop, responsabile di Amnesty per la Campagna dell’Africa occidentale.

Due organizzazioni sindacali dei magistrati, diverse gruppi della società civile e il presidente dell’Ordine degli avvocati hanno aspramente criticato le ingerenze e le pressione del potere esecutivo nel potere legislativo e giudiziario.

Da quando il presidente Alassane Ouattara, ormai quasi alla fine del suo secondo mandato, ha abbandonato i suoi ex alleati, Henri Konan Bédié, ex presidente della ex colonia francese e leader del partito democratico della Costa d’Avorio (PDCI), e il presidente dell’Assemblea nazionale, Guillaume Soro.

Il direttore di Africa ExPress, Massimo Alberizzi, durante un’intervista con l’ex presidente della Costa d’Avorio, Laurent Gbagbo

Molti osservatori hanno percepito l’arresto di Lobognon, sostenitore di Soro, e i guai giudiziari – che rasentano a vere e proprie persecuzioni – nei confronti di Jacques Ehouo, deputato (PDCI) e sindaco di Plateau, come l’ennesima strumentalizzazione politica della giustizia.

Un militante del raggruppamento politico Front populaire ivoirien (FPI) – il cui maggiore esponente è Laurent Gbagbo, recentemente assolto dalla Corte Penale Internazionale dell’Aja, ma non ancora liberato – si è sfogato:”Questa faccenda è un vero e proprio boomerang.  Adesso gli ex alleati di Ouattara parlano di dittatura, ma dov’erano quando noi abbiamo denunciato la sorte dei prigionieri politici di questo Paese? Sono proprio i dissidenti di oggi che hanno portato l’attuale presidente al potere”.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Migliaia di nigeriane nella trappola dei trafficanti, costrette a prostituirsi in Mali

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 1° febbraio 2019

 Migliaia di ragazze e donne nigeriane ingannate con promesse di lavoro e avviate alla prostituzione in Mali, sono state rintracciate  dalla  direttrice del National Agency for the Prohibition of Trafficking in Persons (NAPTIP), Julie Okah-Donli.

Secondo i dati forniti da NAPTIP, nella ex colonia francese si troverebbero attualmente tra venti e quarantacinque mila giovani nigeriane, che vorrebbero tornare a casa. Provengono da sei Stati diversi dell’ex colonia britannica, per lo più da aree rurali. Sarebbero state ingannate da promesse di lavoro in alberghi, boutiques e altro.

Agenzia Nigeriana contro il traffico di esseri umani
NAPTIP

Nel Mali vivono quasi un milione di nigeriani, tra loro almeno ventimila donne sono costrette a prostituirsi e vivono in condizioni a dir poco terribili, spesso in mezzo alle foreste, nascoste, sorvegliate dalle madame, per impedire loro di scappare.

Alcune decine di queste giovani sono state rimpatriate qualche mese fa da Kangaba, nel sud del Paese, ma in questa zona ci sono migliaia e migliaia di altre ragazze nigeriane che vivono in stato di schiavitù. Okah-Donli ha sottolineato che NAPTIP è stata informato dai residenti della presenza nel sud della ex colonia francese di almeno duecento centri che “ospitano” ragazze della ex colonia britannica; in tutto non sarebbero meno di ventimila.

Alla maggior parte di queste donne, tutte tra i sedici e trent’anni, era stato promesso un lavoro  in Maleysia, invece si sono ritrovate in Mali, costrette a prostituirsi. Il problema non è nuovo. Già nel 2010 le autorità nigeriane avevano tentato di riportarle in patria, ma il piano era fallito, in quanto, secondo Abuja, la collaborazione delle istituzioni di Bamako sarebbe stata insufficiente.

I trafficanti sanno bene come e dove scegliere le proprie prede. Spesso le trovano nei villaggi, dimenticati dalle istituzioni e dal mondo, dove povertà e miseria si respirano in ogni dove. Ragazze carine, belle, che sognano un domani, un pezzetto di futuro per loro stesse, per le loro famiglie.

Giovani nigeriane costrette a prostituirsi in Mali

Le “madames” sanno convincere bene le ragazze, le loro famiglie, vendendo sogni. Sono in molte a cascarci, affidando la loro sorte a queste miserabili truffatrici. Altre ragazze vengono direttamente rapite nelle scuole da gang ben organizzate.

Bosede era ancora minorenne quando è caduta nelle mani di una banda di criminali e, appena arrivata in Mali, le ha chiesto di pagare le spese del viaggio. Dopo essere stata malmenata, rinchiusa in una stanza buia per due giorni senza cibo, ha acconsentito di prostituirsi per cercare di saldare il suo debito. “Hanno minacciato di ammazzarmi, tanto nessuno se ne sarebbe accorto”. Poi Bosede è rimasta incinta, hanno cercato di farla abortire, ma il tentativo è fallito. Quando la gravidanza era ben visibile, è stata venduta ad un altra banda di mascalzoni, peggio della prima. Poi un giorno è riuscita a scappare. Per molti mesi è stata costretta a chiedere l’elemosina a Bamako, finchè non è riuscita a contattare la sua famiglia in Nigeria.

I migranti non cercano solo di raggiungere l’Italia, l’Europa. La maggior parte delle migrazioni avviene all’interno del continente stesso.

Nel suo rapporto del 2018 il Dipartimento di Stato USA ha sottolineato che, malgrado notevoli sforzi messi in campo, il governo nigeriano non riesce ancora a combattere in modo soddisfaciente il traffico di esseri umani. Anche se il budget destinato a NAPTIP è stato aumentato sensibilmente negli ultimi anni, le risorse non sono ancora sufficienti per combattere ed intervenire in modo significativo. Inoltre gli agenti  dell’agenzia sono spesso concentrati nei capoluoghi degli Stati e pertanto resta difficile identificare e investigare su quanto accade nelle zone rurali, particolarmente colpite dal traffico di esseri umani.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Frode da 1,9 mld: USA e Mozambico chiedono a Pretoria l’estradizione dell’ ex ministro mozambicano

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 1° febbraio 2019

Manuel Chang, arrestato in Sudafrica, è un uomo molto ricercato: lo vogliono gli Stati Uniti e lo vuole il Mozambico.

L’ex ministro delle Finanze mozambicano è stato ammanettato all’aeroporto di Johannesburg lo scorso 29 dicembre, con un mandato di cattura internazionale voluto dagli Stati Uniti che ne hanno richiesto l’estradizione.

L'accusa della magistratura USA contro Chang e gli altri imputati
L’accusa della magistratura USA contro Chang e gli altri imputati

Gli inquirenti americani lo accusano di frode a cittadini statunitensi, riciclaggio di denaro sporco e altre pesanti accuse per uno scandalo da 1,9 miliardi di euro.

Ma anche il suo Paese ha richiesto la consegna del suo ex ministro responsabile delle Finanze nell’era della presidenza di Armando Guebuza.

Chang è comparso davanti ai giudici del tribunale di Kempton Park, a Johannesburg nei giorni scorsi. Non sa ancora se potrà tornare in Mozambico ed essere giudicato “in casa” oppure se dovrà essere giudicato negli USA e indossare la tuta arancione delle carceri americane che siamo abituati a vedere nei film.

La difesa di Manuel Chang ha dichiarato all’agenzia di stampa portoghese LUSA che dopo la richiesta di estradizione del governo mozambicano c’è stato uno sviluppo. Sarà interessante vedere come reagiranno le autorità sudafricane dopo aver ricevuto due richieste da due Stati per l’estradizione del politico mozambicano.

Manuel Chang a giudizio a Johannesburg
Manuel Chang a giudizio a Johannesburg

Chang è coinvolto nel dirottamento di 1,9 mld di euro che, invece di essere utilizzati per l’ampliamento della flotta di pescherecci per la pesca del tonno, sono finiti nell’acquisto di navi militari della Marina mozambicana. Nelle tasche dell’ex ministro e di altre quattro persone sono finiti 190 milioni di euro.

Il Renamo, maggiore partito mozambicano di opposizione ha fatto un’interrogazione in Parlamento perché sospetta che il Frelimo – partito al potere dal 1975 – stia nascondendo qualcosa.

Il sospetto è che i vertici del partito vogliano salvare il loro ex ministro dagli artigli della giustizia americana visto che, nel 2015, l’attuale Capo dello stato Filipe Nyusi era ministro della Difesa.

In Mozambico sono state arrestate una quindicina di persone accusate di essere coinvolte nello “scandalo Chang” mentre il giornale Africa Intelligence ha rivelato che l’ex ministro, per i suoi affari, era intreressato anche al gas di Cabo Delgado.

Per il momento il tribunale sudafricano ha rimandato la sua decisione al prossimo 5 febbraio.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter: @sand_pin