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Nigeria: accusato di stregoneria, ragazzo perde una mano dopo torture

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Guinea Equatoriale nel gorgo della corruzione: Teodorin sotto attacco

Speciale per Africa ExPress
Andrea Spinelli Barrile
Roma, 13 febbraio 2019

La procura di Ginevra, Svizzera, ha archiviato il procedimento contro Teodorin Nguema Obiang Mangue, indagato per riciclaggio di denaro dal 2016. Il figlio maggiore del presidente equatoguineano, vicepresidente e erede designato al trono di Malabo, ha patteggiato tramite l’ambasciata locale e il Ministero degli Esteri guineano il pagamento di una multa da 1,3 milioni di franchi (1,14 milioni di euro) “per coprire i costi dei procedimenti giudiziari”.

Potrebbe sembrare una buona notizia per la famiglia al vertice della Guinea Equatoriale e per lo stesso Teodorin ma in realtà si tratta di una sconfitta su tutta la linea: il vicepresidente Nguema infatti non ha mai rischiato il carcere o l’arresto, arroccatosi nelle innumerevoli torri d’avorio extralusso che possiede tra Africa, America Latina e sud-est asiatico, ma ha dovuto digerire, oltre alla la multa salata, il sequestro di ben 25 automobili di lusso che erano parcheggiate nella residenza di Nyon. Secondo il tribunale di Ginevra infatti le vetture in questione erano veicoli sì di proprietà della Repubblica della Guinea Equatoriale ma ad uso esclusivo del vicepresidente Nguema, ragion per cui sarebbero rimaste sotto sequestro prima di essere vendute all’asta. Il sequestro sullo yacht superlusso è stato invece revocato.

I guai peggiori per Nguema potrebbero però arrivare dagli strascichi di questo procedimento svizzero: il tribunale ha disposto rogatorie internazionali negli Stati Uniti, dove Nguema ha già avuto grossi guai giudiziari, alle isole Cayman e Marshall, in Francia (dove è ancora aperto il “processo del secolo” per riciclaggio e appropriazione indebita e dove l’opposizione in esilio e la ong Trasparency International lavorano fianco a fianco per la condanna di Nguema), nel Principato di Monaco e in Danimarca. Inoltre Nguema è stato fermato, a settembre, dalla Polizia brasiliana che ha sequestrato contanti e orologi al suo entourage (lui si è avvalso dell’immunità diplomatica aspettando in auto mentre la polizia effettuava il sequestro) La formula di accordo non è nuova al potente vicepresidente: le auto confiscate saranno vendute e i proventi destinati a programmi di carattere sociale in Guinea Equatoriale ma già in passato il denaro proveniente da vendite giudiziarie, rientrato in Guinea, è sparito chissà dove.

Teodorin Nguema Obiang nel suo jet privato. Fonte Instagram.

Teodorin oggi è letteralmente braccato dalla giustizia di mezzo mondo per la sua vita opulenta, o meglio per la provenienza dei soldi spesi per fare questa vita: è stato calcolato che il vicepresidente guineano è in grado di spendere cifre superiori 1000 volte il suo stipendio ufficiale e l’aneddotica sul suo stile di vita si perde tra la leggenda e il reale. Nelle ultime settimane le frecciate governative guineane ai vari tribunali che hanno indagato Nguema si sono fatte intense: intensa l’attività mediatica contro William Bourdon, l’avvocato francese che guida la causa Bien Mal Acquis a Parigi contro il rampollo guineano, ma anche il tentativo di insabbiare i presunti legami tra il sistema di potere corrotto brasiliano e quello guineano. L’ex-presidente del Brasile Lula, condannato per corruzione e attualmente in carcere, avrebbe infatti fornito un elenco di capi di stato africani che diverse compagnie di stato brasiliane del settore petrolifero avrebbero corrotto: tra questi ci sarebbe Teodoro Obiang Nguema Mbasogo, padre e padrone della Guinea Equatoriale dal 1979.

Andrea Spinelli Barrile
aspinellibarrile@gmail.com
@spinellibarrile
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Dal Nostro Archivio:

Guinea Equatoriale, Dipartimento del Tesoro Usa continua indagini su Teodorino Obiang

Business as usual: la visita di Sergio Mattarella in Angola

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Speciale per Senza Bavaglio
Cristina Ercolessi
Napoli, 12 febbraio 2019

La visita del Presidente Mattarella a Luanda (5-7 febbraio 2019) è stata interpretata sulla stampa italiana come un tentativo di introdursi in quella “Cinafrica” di cui l’Angola costituisce un tassello decisivo e/o come un segnale dell’interesse del governo gialloverde verso l’Africa. In realtà, un breve sguardo alla storia delle relazioni italo-angolane mostra che il viaggio del Presidente della Repubblica si colloca per molti versi in continuità con le politiche verso Luanda dei precedenti governi italiani, dalla Prima Repubblica a oggi.

L’Italia fu il primo paese euro-occidentale a riconoscere il governo MPLA, marxista e alleato di URRS e Cuba, nel febbraio 1976 (non a caso il viaggio di Mattarella a Luanda coincideva con il 43° anniversario di tale riconoscimento), mentre gli Stati Uniti, cercavano di isolare il regime MPLA, militarmente aggredito dal Sud Africa dell’apartheid. Washington riconobbe il governo MPLA solo nel 1993, con Clinton, e per tutto il periodo intercorso dall’indipendenza nel 1975, l’Italia svolse un ruolo di primo piano non solo nel settore dell’estrazione del petrolio, con una significativa presenza dell’ENI, ma anche e soprattutto con una sostenuta politica di aiuti allo sviluppo, estesa del resto ad altre ex colonie portoghesi come il Mozambico.

il presidente Sergio Mattarella con il suo omologo angolano João Lourenço

È vero che l’accoppiata Tangentopoli (crisi della cooperazione allo sviluppo)/fine della Guerra Fredda ridimensionò il ruolo dell’Italia in Africa, mentre l’allora governo Berlusconi non fu molto attivo nella fase di ricostruzione successiva alla fine della guerra civile nel 2002, un fatto che facilitò una rapidissima ascesa della Cina come investitore, finanziatore e partner commerciale dell’Angola. Ma Luanda è il terzo partner commerciale dell’Italia nell’Africa subsahariana (dopo Sudafrica e Nigeria), mentre l’Italia è il terzo paese per investimenti in Angola dopo Cina ed Emirati Arabi Uniti.

E il calo in valore dell’interscambio commerciale italo-angolano tra il 2014 e il 2017 riflette una tendenza generale, dovuta alla forte riduzione dei prezzi del greggio dal cui export Luanda dipende sia sul piano commerciale (una riduzione della valuta estera garantita dall’export petrolifero incide negativamente sulle possibilità di importare cibo e beni di consumo), sia per le casse dello Stato e la spesa pubblica (Luanda dipende dal petrolio per oltre il 70 % delle entrate statali). Rimane che la forte dipendenza dell’economia angolana dal settore degli idrocarburi limita le possibilità di sviluppo del Paese, che dopo tassi di crescita annua molto superiori al 10% negli anni 2000, dall’inizio di questo decennio ha conosciuto un significativo rallentamento dell’economia.

La nuova intensificazione delle relazioni italo-angolane risponde probabilmente anche a questi problemi, con un’Italia che si ripropone come partner privilegiato. La visita di Mattarella segue infatti quelle di due Presidenti del Consiglio: Renzi nel 2014 e poi Gentiloni nel novembre 2017. In mezzo c’era stata la prima visita a Roma nel 2015 dell’allora Presidente angolano José Eduardo dos Santos, sostituito nel 2017 dall’attuale Presidente ed ex Ministro della Difesa João Lourenço. Una visita che portò alla firma di due accordi di cooperazione economica nel momento in cui l’economia angolana cominciava a perdere colpi e a mostrare tutti i limiti del modello di crescita del decennio precedente: la mancata diversificazione dell’economia, la dipendenza dalle importazioni di beni di consumo e tecnologie, livelli di povertà e diseguaglianza molto elevati, scarso accesso ai servizi di base soprattutto nelle aree rurali, alti tassi di disoccupazione nelle aree urbane. E una corruzione organica, istituzionale, nel quadro di un sistema politico centrato sul ruolo dell’ex Presidente dos Santos e la sua famiglia (la figlia Isabel, imprenditrice di successo, fu messa al vertice della società petrolifera statale Sonangol, e un altro figlio, José Filomeno, alla guida del fondo sovrano angolano).

Nel corso della recente visita di Mattarella è stato firmato un memorandum d’intesa tra la Cassa Depositi e Prestiti italiana e il Ministero delle Finanze angolano per facilitare investimenti italiani in settori quali l’agroalimentare (con l’obiettivo di aumentare l’autosufficienza), il turismo, le infrastrutture, le energie (in specie rinnovabili), l’industria, allo scopo di contribuire al  raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile nel quadro dell’Agenda 2030 dell’ONU.

Nella continuità sostanziale delle relazioni Italia-Angola emergono tuttavia alcuni elementi nuovi che riguardano più gli aspetti politici che quelli di cooperazione economica. La visita di Mattarella segue di soli 14 mesi quella di Gentiloni, che si era comunque strategicamente collocata all’indomani della successione dos Santos-Lourenço, e sembra orientata a sostenere il processo di riforma economica e politica avviato dal nuovo Presidente angolano. Nel corso degli incontri col suo omologo e all’Assemblea Nazionale, il capo dello Stato italiano non ha lesinato gli apprezzamenti al nuovo corso politico riformista e al “ruolo fondamentale e importante che l’Angola svolge nel continente per la stabilità e la collaborazione tra i paesi”, con un riferimento alle politiche di mediazione e partecipazione alle operazioni di pace africane attivate da Luanda in diverse regioni africane, non ultima quella dei Grandi Laghi. Come sottolineano le opposizioni e i dissidenti angolani, rimane da vedere se le innovazioni politiche, istituzionali e normative (ultima la depenalizzazione dell’omosessualità) di Lourenço si tradurranno in qualcosa di più di un’operazione cosmetica o una mera una sostituzione di un gruppo di potere con un altro all’interno del partito dominante dell’MPLA.

Certamente il nuovo corso angolano e il superamento dei vincoli strutturali alla crescita dell’economia e al benessere della maggior parte della popolazione necessitano, per riuscire, di una politica di diversificazione delle relazioni politiche ed economiche dello Stato angolano. Il fatto che i tre Paesi che più investono in Angola siano oggi, in ordine, Cina, Emirati Arabi Uniti e Italia, mostra bene come l’interpretazione di una Angola totalmente succube di Pechino sia in larga misura fallace. Piuttosto l’Angola persegue una politica “nazionalizzante” che – forte delle sue dotazioni energetiche e del suo essere la terza economia subsahariana – si propone come “potenza emergente” che negozia coi partner internazionali, giocandoli in qualche modo “uno contro l’altro” e conquistandosi spazi di manovra. Da questo punto di vista, se l’Italia ha bisogno dell’Angola, non c’è dubbio che anche Luanda abbia bisogno dell’Italia. E dell’Europa.

Cristina Ercolessi
Docente di Sistemi Politici e Sociali dell’Africa Contemporanea
Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”

Ebola non arresta la sua corsa, oltre 500 morti in sei mesi nel Congo-K

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Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 11 febbraio 2019

Nel corso degli ultimi sei mesi, dal 1°agosto 2018, cioè dall’inizio della decima epidemia di ebola che ha colpito la Repubblica Democratica del Congo – settecentottantadue persone hanno contratto il virus della febbre emorragica. I morti sono stati finora cinquecentodue. E, secondo la ONG Save the Children, il trenta per cento delle vittime sarebbero bambini al di sotto dei cinque anni.

Heather Kerr, direttrice della ONG nel Congo-K ha fatto sapere che se non verranno prese misure immediate, l’epidemia durerà almeno altri sei mesi. Infatti, a gennaio – periodo post-elettorale molto teso in tutto il Paese – i malati sono passati da venti a quaranta ogni settimana.

Lotta contro ebola nel Congo-K

Ieri l’Organizzazione Internazionale della Sanità (OMS) ha annunciato che a Beni, nel Nord-Kivu, le attività per arginare il temibile virus sono state riprese, comprese le vaccinazioni, dopo una breve interruzione per motivi di sicurezza.

Infatti, giovedì scorso la città è stata attaccata da un gruppo di uomini armati appartenenti alle milizie maï-maï. Secondo fonti dell’esercito congolese (le FARDC, Forces armées del la République Démocratique du Congo) i morti sarebbero almeno dieci. Il ministero della Sanità di Kinshasa aveva comunicato sabato scorso che tutte le attività sono state sospese, in quanto diversi scontri si sarebbero verificati proprio nelle vicinanze del centro d’urgenza e nei pressi di alcuni alberghi che ospitano operatori sanitari attivi nella lotta contro la diffusione e la cura dell’ebola.

I maï-maï sono milizie tradizionali che combattono dopo essere stati sottoposti a iniziazioni magiche ed esoteriche e  sono stati molto attivi nella seconda guerra del Congo. Ma le loro tracce si possono già osservare nelle guerre seguite all’indipendenza, raggiunta nel 1960. Allora li chiamavano simba, cioè leoni in swahili; maï-maï vuol dire acqua. I miliziani credono infatti che le pallottole dei nemici a contatto con la loro pelle si trasformino in acqua e quindi non li uccidano. Da tempo sono ricomparsi e sono responsabili di molti massacri avvenuti in tutto il Kivu.

Soldati congolesi e caschi blu a Beni

Tutta l’area di Beni è soggetta a frequenti attacchi da parte di diversi gruppi armati. I caschi blu della Missione di pace dell’ONU nel Congo-K (MONUSCO) pochi giorni fa hanno respinto una nuova offensiva da parte di miliziani Alliance of Democratic Forces (organizzazione islamista terrorista ugandese, operativa anche nel Congo-K dal 1995).

Inoltre, una granata, che fortunatamente non è esplosa, ha sfiorato l’abitazione occupata da sedici operatori di OMS, che in seguito sono stati evacuati da Beni a Goma, nell’est del Congo-K, per sottoporsi ad una terapia presso uno psicologo. Michel Yao, coordinatore nella lotta contro ebola nella ex colonia belga, ha puntualizzato che nessuno è stato ferito, ma di non sapere se l’ordigno provenisse dal campo di MONUSCO, oppure dalle forze armate congolesi o dai ribelli.

Il direttore generale di OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha fatto sapere che l’organizzazione continuerà a collaborare con il ministero della Salute di Kinshasa per arginare la temibile patologia, ma ha anche sottolineato di essere quanto mai preoccupato per la sicurezza dei suoi collaboratori e di tutti coloro che giornalmente sono impegnati per mettere fine a questo flagello.

Malgrado tutte le forze messe in campo, non è per niente facile debellare il virus. La popolazione è spesso diffidente e molti non si affidano alle cure mediche non appena appaiono i primi sintomi della malattia. Altri, invece, fuggono nelle foreste per mettersi in sicurezza dai continui attacchi dei ribelli e ciò rende estremamente difficile e complesso controllare l’espandersi della febbre emorragica.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Dal Nostro Archivio:

Nelle province orientali del Congo-K ebola non si ferma. E neppure i ribelli

Tshisekedi giura da presidente del Congo-K ma la comunità internazionale è delusa

Somaliland: i massacri di Siad Barre con l’indiretto supporto dell’occidente

Speciale per Africa Express
Franco Nofori
Torino, 10 febbraio 2019

Dal 1983 al 1987 il governo italiano era retto dal socialista Bettino Craxi e fu il quarto governo repubblicano che rimase più a lungo in carica. In quel periodo l’Italia diede un costante supporto al dittatore somalo Mohammed Siad Barre, un ex tenente dei carabinieri che, dal 1969 al 1991, tenne il proprio Paese in una morsa di terrore. Craxi fu accusato di aver sostenuto questo regime con sostanziosi e poco chiari contributi pubblici, che risultavano così ripartiti: un terzo a Siad Barre, un terzo alle sue forze armate e un terzo a non ben identificati “mediatori”.

L’ex Presidente del Consiglio italiano Bettino Craxi

Le dittature, soprattutto quando sono mantenute in vita con il terrore, non possono mai essere legittimate. Tuttavia, le non lontane esperienze dell’Iraq, della Libia, dell’Iran e della stessa Somalia, dimostrano in quali situazioni infernali possano cadere queste Nazioni quando le dittature che le opprimevano, sono rimosse con la forza o con il supporto d’interventi esterni. Gli stessi sostenitori del sistema democratico, appaiono titubanti quando si tratti di instaurarlo in Paesi le cui violente conflittualità interne, fanno ipotizzare scenari futuri tutt’altro che pacifici.

L’ex dittatore somalo Mohammed Siad Barre

Siad Barre giunse al potere con un colpo di stato deponendo il presidente ad interim, Mukhtar Mohamed Hussein e attuando – almeno inizialmente – un sistema che, pur se autoritario, attuò alcune importanti iniziative a favore della popolazione: venne resa gratuita l’assistenza sanitaria, l’educazione scolare e fu decretata l’uguaglianza di tutti i cittadini. Fino agli inizi degli anni ’70 queste scelte valsero a Siad Barre un esteso consenso popolare che non coinvolgeva però il territorio a nord del Paese: il Somaliland, che fin dal 1962 reclamava a gran voce la propria indipendenza da Mogadiscio.

Una delle numerose fosse comuni che vengono tutt’ora alla luce nel Somaliland

Questo dissenso riescì intollerabile a Siad Barre che, istituì una feroce polizia segreta, si affidò alla delazione, alla tortura e all’eliminazione fisica, per stroncare con la forza ogni tentativo di ribellione nei confronti della sua leadership. Quest’anno, come ricorda un articolo pubblicato sul periodico Internazionale del dicembre scorso, si compie il 30° anniversario di uno dei più efferati massacri attuati dal regime di Siad Barre contro i secessionisti dell’etnia Isaak, del Somaliland. L’eccidio è ricordato come l’Olocausto di Hargeisa, che è l’attuale capitale del Somaliland, uno Stato di fatto indipendente ma la cui indipendenza non è riconosciuto dalla comunità internazionale.

Mappa che mostra la Somalia e il Somaliland oggi indipendente

Le forze di repressione somale, massacrarono decine di migliaia di persone e la città di Hargeisa fu quasi completamente distrutta. Si stima che, tutt’oggi, nella periferia di Hargeisa, vi siano oltre duecento fosse comuni, tali da far meritare alla zona, il nome di “Valle della morte”. Ogni tanto, a seguito di piogge particolarmente insistenti, ne viene alla luce una, rivelando scenari raccapriccianti. Stando all’articolo dell’Internazionale, si presume che in soli due anni – tra il 1987 e il 1989 – gli sgherri di Siad Barre, abbiano ucciso più di duecentomila persone, pur continuando a ricevere supporto e finanziamenti da vari Paesi occidentali e, soprattutto dagli Stati Uniti d’America governati da Ronald Reagan e poi da George Bush senior.

La città di Hargeisa, oggi, attuale capitale del Somaliland

Nel gennaio 1991 una rivolta costrinse Mohammed Siad Barre alla fuga. Il dittatore si rifugiò in Nigeria dove, quattro anni dopo morì a Lagos all’età di settantacinque anni. pochi giorni dopo aver lasciato per sempre Mogadiscio, il vecchio leader pronunciò una frase davvero profetica: “Dopo di me, la Somalia non sarà mai più governabile”. Infatti, quel gennaio 1991 segnò l’inizio della guerra civile e dall’ora la sventurata ex colonia italiana, ha conosciuto solo distruzioni, eccidi ed estrema povertà, favorendo l’emergere dei terroristi di Al Shebab e instaurando nel Paese un sistema di assoluta e sanguinaria anarchia.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

Il presidente della Sierra Leone: “Guerra allo stupro emergenza nazionale”

Africa Express
Freetown, 10 febbraio 2019

Il presidente della Sierra Leone, Leonais Julius Maada Bio, ha dichiarato giovedì scorso che le violenze sessuali sono ormai un’emergenza nazionale. Gli abusi, sono in costante aumento nella ex colonia britannica; lo confermano le statistiche della polizia. In un anno sono quasi raddoppiati: da 4.750 nel 2017 a 8.505 lo scorso anno. E secondo l’associazione locale Rainbow Initiative, una media di centocinquanta ragazze restano incinte ogni mese in conseguenza ad uno stupro.

Julius-Maada-Bio, presidente Sierra Leone

Il presidente ha precisato che tutti gli ospedali pubblici dovranno prestare gratuitamente cure, medicinali e certificati medici a tutte le ragazze e donne vittime di stupro. E, chi è ritenuto colpevole di questi atti criminali, da oggi in poi rischia l’ergastolo.

Lo scorso dicembre la first lady sierraleonese, Fatima Fatima Jabbe-Bio ha lanciato una campagna di sensibilizzazione contro le violenze sulle donne nell’Africa occidentale “Hand off our girls” (giù le mani dalle nostre ragazze) e grazie alla sua battaglia il Paese ha finalmente preso coscienza che bisogna lottare contro questa terribile piaga.

Giovani donne, vittime di abusi sessuali

Il leader della Sierra Leone è rimasto particolarmente scosso dallo stupro subito da una bimba di solo cinque anni. Amina (nome di fantasia) è stata violentata dallo zio di ventotto anni un anno fa. Durante l’abuso sessuale, l’uomo, con il suo peso, ha fratturato la spina dorsale della piccola, che da allora è in carrozzella.

La nonna di Amina grida vendetta. “Probabilmente la mia Amina non camminerà mai più. Questo stupratore ha rovinato la sua esistenza; ora deve pagare, deve restare dietro le sbarre per tutta la vita”.

Fino ad oggi la maggior parte di questi criminali è rimasta impunita; pochissimi sono stati condannati per reati a sfondo sessuale e la pena prevista è di quindici anni. Il presidente ha promesso che d’ora in poi le cose cambieranno.

La Sierra Leone è tra i Paesi più poveri del mondo: occupa il 179° posto su 188 secondo l’indice di sviluppo umano stilato dal Programma per lo sviluppo dell’ONU. Il Paese figura ai primi posti per quanto riguarda la corruzione.

Il sistema sanitario è più che carente, disoccupazione e povertà hanno ormai colpito i due terzi della popolazione. La corruzione è endemica; tangenti e giochi di potere sono al centro della politica sierraleonese.

L’aspettativa di vita è di cinquantuno anni e la natalità infantile risulta essere la più alta a livello mondiale e anche quella delle gestanti è tra i primi tre in questa triste classifica.

Africa ExPress
@africexpress
#HandOffOurGirls

Dal Nostro Archivio:
Julius Maada Bio è il nuovo presidente della Sierra Leone, ma lo sconfitto grida ai brogli

Il Marocco ritira le truppe dallo Yemen e richiama ambasciatore in Arabia Saudita

Speciale per Africa Express
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 9 febbraio 2019

Il governo del Marocco ha sospeso la sua partecipazione alla guerra nello Yemen e ha richiamato il proprio rappresentante diplomatico accreditato a Riad, Mustapha Mansouri, per consultazioni. L’ambasciatore ha confermato il fatto sul sito del quotidiano on line le360. Il regno dell’Africa settentrionale ha fatto parte della coalizione, guidata dall’Arabaia Saudita, che bombarda in continuazione le zone controllate dagli Houti in Yemen, portando morte e distruzione anche con bombe made in Italy.

Con l’ascesa al potere di Mohammed ben Salmane, principe ereditario, primo ministro, nonchè ministro della Difesa di Riad, i rapporti con l’ex protettorato francese non sono più gli stessi. L’ambasciatore, diplomaticamente, ha fatto sapere: “I legami che uniscono il Marocco e l’Arabia Saudita perdurano da tempo, si tratta solamente di una crisi momentanea”. Il ministero degli Esteri di Rabat finora non ha rilasciato alcun commento.

Mohammed ben Salmane, principe ereditario saudita

La tensioni tra i due Stati sono nate dopo che l’emittente televisiva di Al Arabiya ha messo in onda un documentario sulla contesa regione del Sahara occidentale, considerato critico alle posizioni del governo d Rabat. E’ stata probabilmente la goccia che ha fatto traboccare il vaso, ma la crisi tra i due governi dura da tempo.

Il Marocco, impegnato dal 2015 a fianco dei sauditi nella guerra in Yemen, inizialmente aveva promesso pieno appoggio – sia militare che politico – al regno wahabita. Ma nella primavera scorsa, Rabat ha deciso di ritirarsi discretamente dal conflitto, che ha scatenato una delle peggiori crisi umanitarie del nostro tempo. Rabat ha così riportato in patria i suoi caccia F-16. Ma non è ben chiaro se il governo marocchino abbia richiamato i bombardieri per non essere più complice in questa assurda guerra o per impiegarli nel Sahara occidentale, visto l’accentuarsi della crisi con il Fronte Polisario.  Qualunque sia stata la motivazione di Rabat, i sauditi non hanno gradito.

Mohammed VI, re del Marocco

Durante il periodo di crisi tra i Paesi del Golfo e il Qatar, il Marocco ha mantenuto una posizione di neutralità, anzi, visti gli ottimi rapporti con tutti gli Stati della regione, il governo della ex protettorato francese si era proposto come mediatore per favorire il dialogo tra le parti. E ancora, Rabat non ha esitato ad inviare aiuti al popolo del Qatar durante il periodo dell’embargo, imposto da Riad. Ovviamente anche questo gesto non è stato apprezzato dal regno wahabita.

E’ risaputo che il Marocco si era candidato per ospitare la coppa del mondo di calcio del 2026 e sperava molto nell’appoggio dei governi amici. Quando il 13 giugno scorso sono stati proclamati i Paesi ospitanti della prestigiosa e ambita competizione (Canada, dati Uniti e Messico), Carlos Cordeiro, presidente della Federazione Calcio americana (US soccer), ha ringraziato l’Arabia Saudita, in particolare il principe ereditario Mohammed ben Salmane e il suo fedele amico Turki Al Sheikh, patron del calcio saudita, che, evidentemente, aveva abbandonato il Marocco.

Guerra in Yemen

Grazie al supporto logistico degli Stati Uniti, la coalizione ha messo a segno oltre diciottomila raid nelle aree controllate dagli houti, uccidendo e ferendo migliaia e migliaia di persone e lasciando dieci milioni di cittadini allo stremo. Secondo la ONG Save the Children, quattordici milioni di persone sarebbero sull’orlo della carestia, tra loro 1,5 milioni di bambini. E, sempre secondo le stime della stessa ONG, ottantacinquemila bimbi sarebbero già morti di fame dall’inizio del conflitto.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Dal nostro Archivio:

Berlino vieta l’esportazione di bombe allo Yemen, ma quelle sarde partono ancora

Profughi africani detenuti in un magazzino nello Yemen senza cibo e senza acqua

ACCORDO DI COOPERAZIONE IN MATERIA DI DIFESA TRA IL GOVERNO DELLA REPUBBLICA ITALIANA E IL GOVERNO DELLA REPUBBLICA DEL NIGER

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ACCORDO DI COOPERAZIONE IN MATERIA DI DIFESA
TRA IL GOVERNO DELLA REPUBBLICA ITALIANA
E IL GOVERNO DELLA REPUBBLICA DEL NIGER

PREAMBOLO Il Governo della Repubblica Italiana ed il Governo della Repubblica del Niger (denominati in seguito “la Parte” o “le Parti”): – confermando il loro impegno nei confronti della Carta delle Nazioni Unite; – desiderosi di accrescere la cooperazione tra i rispettivi Ministeri della Difesa; – accomunati dalla condivisa valutazione che la cooperazione reciproca nel settore della difesa rafforzerà le relazioni esistenti tra le Parti,

hanno concordato quanto segue:

ARTICOLO 1
PRINCIPI E SCOPI
La cooperazione tra le Parti, regolata dai principi di reciprocità, uguaglianza ed interesse reciproco, avverrà in conformità con i rispettivi ordinamenti giuridici e con gli impegni internazionali assunti, nonché, con gli obblighi della Parte Italiana conseguenti dalla sua appartenenza all’Unione Europea, per incoraggiare, facilitare e sviluppare la cooperazione nel campo della difesa.

ARTICOLO 2
COOPERAZIONE GENERALE

1. Attuazione

a. Sulla base del presente Accordo le Parti potranno sottoscrivere Intese tecniche di attuazione della cooperazione militare nell’ambito del presente Accordo, nonché elaborare piani annuali e pluriennali di cooperazione bilaterale nel settore della difesa che prevedranno i luoghi, le date, il numero dei partecipanti e le modalità di attuazione delle attività di cooperazione.

b. Il Piano di cooperazione annuale dovrà essere sottoscritto, di comune accordo, da rappresentanti autorizzati dalle Parti.

c. Le concrete attività di cooperazione nel campo della difesa saranno organizzate e condotte dal Ministero della Difesa della Repubblica Italiana e dal Ministero della Difesa della Repubblica del Niger.

d. Eventuali consultazioni dei rappresentanti delle Parti si terranno alternativamente in Italia ed in Niger, allo scopo di elaborare ed approvare, ove opportuno e previo consenso bilaterale, eventuali Accordi specifici ad integrazione e completamento del presente Accordo, nonché eventuali programmi di cooperazione tra le Forze Armate italiane e le Forze Armate nigerine.

2. Campi

La cooperazione tra le Parti potrà includere i seguenti campi d’attuazione:

a. politica di sicurezza e di difesa;

b. ricerca e sviluppo, supporto logistico ed acquisizione di prodotti e servizi per la difesa;

c. operazioni di mantenimento della pace e di assistenza umanitaria;

d. organizzazione ed impiego delle Forze Armate, nonché strutture ed equipaggiamenti di unità militari e gestione del personale;

e. formazione ed addestramento in campo militare;

f. questioni ambientali e relative all’inquinamento provocato da attività militari;

g. sanità militare;

h. storia militare;

i. sport militare;

j. altri settori militari di comune interesse per le Parti.

3. Modalità

La cooperazione tra le Parti in materia di difesa potrà avvenire secondo le seguenti modalità:

a. visite reciproche di delegazioni di enti civili e militari;

b. scambio di esperienze tra esperti delle due Parti;

c. incontri tra rappresentanti delle Istituzioni della difesa;

d. scambio di relatori e di personale di formazione, nonché di studenti provenienti da Istituzioni militari;

e. partecipazione a corsi teorici e pratici, a periodi di orientamento, a seminari, conferenze, dibattiti e simposi, organizzati presso Enti civili e militari della difesa;

f. partecipazione ad esercitazioni militari; g. partecipazione ad operazioni umanitarie e di mantenimento della pace;

h. visite di navi ed aeromobili militari;

i. scambio nel campo degli eventi culturali e sportivi;

j. supporto alle iniziative commerciali relative ai prodotti ed ai servizi della difesa ed associate a questioni attinenti alla difesa;

k. eventuali altre modalità da concordare tra le Parti.

ARTICOLO 3
ASPETTI FINANZIARI

1. Ciascuna Parte sosterrà le spese di sua competenza relative all’esecuzione del presente Accordo, in particolare:

a. le spese di viaggio, vitto ed alloggio, gli stipendi, l’assicurazione per la malattia e gli infortuni, nonché gli oneri relativi ad ogni altra indennità dovuta al proprio personale in conformità alle norme nazionali;

b. le spese mediche ed odontoiatriche, nonché le spese derivanti dalla rimozione o dalla evacuazione di proprio personale malato, infortunato o deceduto.

2. Ferme restando le disposizioni del punto b. di cui sopra, la Parte ospitante fornirà trattamenti medici d’urgenza, presso infrastrutture sanitarie delle proprie Forze Armate, a tutto il personale della Parte inviante che possa necessitare di assistenza sanitaria durante l’esecuzione delle attività di cooperazione bilaterale previste dal presente Accordo e, ove necessario, presso altre strutture sanitarie, a condizione che la Parte inviante ne sostenga le spese.

3. Tutte le attività condotte ai sensi del presente Accordo saranno subordinate alla disponibilità di fondi delle Parti.

ARTICOLO 4
GIURISDIZIONE

1. Le Autorità dello Stato ospitante hanno il diritto di esercitare la loro giurisdizione sul personale militare e civile ospitato, per quanto riguarda i reati commessi sul proprio territorio e puniti in base alla legislazione di detto Stato ospitante. 2. Tuttavia, le Autorità dello Stato inviante hanno il diritto di esercitare prioritariamente la propria giurisdizione sui membri delle proprie Forze Armate e sul personale civile – laddove questo ultimo sia soggetto alla legislazione dello Stato inviante – per quanto riguarda i: a. reati che minacciano la sicurezza o i beni dello Stato inviante; b. reati risultanti da qualsiasi atto o omissione – commessi intenzionalmente o per negligenza – nell’esecuzione o in relazione con il servizio. 3. Qualora il personale ospitato sopra indicato sia coinvolto in eventi per i quali la legislazione dello Stato ospitante prevede l’applicazione della pena capitale e/o di altre sanzioni in contrasto con i principi fondamentali e l’ordinamento giuridico dello Stato inviante, tali pene e/o sanzioni pronunciate non saranno eseguite. 4. I due Stati prenderanno tutte le misure necessarie per assicurare che le persone sottoposte alla propria giurisdizione non siano oggetto di alcuna forma di maltrattamento o di intimidazione ai fini dell’esecuzione del presente Accordo o in caso di infrazione della legislazione in vigore.

ARTICOLO 5
RISARCIMENTO DEI DANNI

1. Il risarcimento dei danni provocati alla Parte ospitante da un membro della Parte inviante durante o in relazione alla propria missione/esercitazione nell’ambito del presente Accordo, sarà – previo accordo tra le Parti – a carico della Parte inviante.

2. Qualora le Parti saranno congiuntamente responsabili di perdite o di danni causati durante o in relazione alle attività nell’ambito del presente Accordo, le Parti, previa intesa, rimborseranno tale perdita o danno.

ARTICOLO 6
COOPERAZIONE NEL CAMPO DEI PRODOTTI PER LA DIFESA

1. Categorie di armamenti Ai sensi dei rispettivi ordinamenti giuridici nazionali ed allo scopo di regolare le attività relative agli equipaggiamenti della difesa, le Parti concorderanno in merito ad una possibile cooperazione nelle seguenti categorie di armamenti:

a. navi e relativi equipaggiamenti appositamente costruiti per uso militare;

b. aeromobili ed elicotteri militari, sistemi aerospaziali e relativi equipaggiamenti;

c. carri e veicoli appositamente costruiti per uso militare;

d. armi da fuoco automatiche e relativo munizionamento;

e. armamento di medio e grosso calibro e relativo munizionamento;

f. bombe, mine (fatta eccezione per le mine anti-uomo), razzi, missili, siluri e relativo equipaggiamento di controllo;

g. polveri, esplosivi e propellenti appositamente costruiti per uso militare;

h. sistemi elettronici, elettro-ottici e fotografici e relativo equipaggiamento appositamente costruiti per uso militare;

i. materiali speciali blindati appositamente costruiti per uso militare;

j. materiali specifici per l’addestramento militare;

k. macchine ed equipaggiamento costruiti per la fabbricazione, il collaudo ed il controllo delle armi e delle munizioni;

l. equipaggiamento speciale appositamente costruito per uso militare.

Il reciproco approvvigionamento di prodotti d’interesse delle rispettive Forze Armate sarà sviluppato nell’ambito del presente Accordo e potrà essere attuato attraverso operazioni dirette da Stato a Stato, oppure tramite società private autorizzate dai rispettivi Governi. I rispettivi Governi si impegnano a non riesportare il materiale acquisito a Paesi terzi senza il preventivo benestare della Parte cedente.

2. Modalità

Le attività nel settore dell’industria della difesa e della politica degli approvvigionamenti, della ricerca, dello sviluppo degli armamenti e delle apparecchiature militari potranno assumere le seguenti modalità:

a. ricerca scientifica, test e progettazione;

b. scambio di esperienze nel campo tecnico;

c. reciproca produzione, modernizzazione e scambio di servizi tecnici nei settori stabiliti dalle Parti;

d. supporto alle industrie della difesa ed agli Enti governativi al fine di avviare la cooperazione nel settore della produzione dei prodotti militari.

Le Parti si presteranno reciproco supporto tecnico – amministrativo, assistenza e collaborazione al fine di promuovere l’esecuzione del presente Accordo, da parte delle industrie e/o delle organizzazioni interessate, nonché dei contratti sottoscritti in virtù delle disposizioni del presente Accordo.

ARTICOLO 7
PROPRIETÀ INTELLETTUALE

Le Parti si impegnano ad attuare le procedure necessarie per garantire la protezione della proprietà intellettuale, inclusi i brevetti, derivanti da attività condotte in conformità con il presente Accordo ed ai sensi delle rispettive normative nazionali e degli Accordi internazionali in materia sottoscritti dalle Parti, nonché per quanto concerne l’Italia, nel rispetto degli obblighi derivanti dalla propria appartenenza all’Unione Europea.

ARTICOLO 8
SICUREZZA DELLE INFORMAZIONI CLASSIFICATE

1. Per “informazione classificata” si intende ogni informazione, atto, attività, documento, materiale o cosa cui sia stata apposta, da una delle Parti, una classifica di segretezza.

2. Tutte le informazioni classificate, scambiate o generate nell’ambito del presente Accordo, saranno utilizzate, trasmesse, conservate, trattate e/o protette in conformità con le leggi e i regolamenti nazionali applicabili dalle Parti.

3. Le informazioni classificate saranno trasferite solo attraverso i canali governativi approvati dalla Autorità Competente per la Sicurezza /Autorità designata dalle Parti.

4. Le Parti convengono che i seguenti livelli classificazione di sicurezza sono equivalenti e corrispondono ai livelli di classificazione di sicurezza previsti dalle leggi e dai regolamenti nazionali di ciascuna Parte:

Per la Repubblica Italiana Corrispondenza (in Inglese) Per la Repubblica del Niger
SEGRETISSIMO TOP SECRET TRES SECRET
SEGRETO SECRET SECRET
RISERVATISSIMO CONFIDENTIAL SECRET CONFIDENTIEL
RISERVATO RESTRICTED DIFFUSION RESTREINTE

5. L’accesso alle informazioni classificate, scambiate in virtù del presente Accordo, è consentito al personale delle Parti che ha necessità di conoscerle e sia in possesso di una adeguata abilitazione di sicurezza in conformità alle disposizioni legislative e regolamentari nazionali.

6. Le Parti garantiscono che tutte le informazioni classificate scambiate, saranno utilizzate solo per gli scopi ai quali sono state specificamente destinate, nell’ambito e con le finalità del presente Accordo.

7. Il trasferimento a terze Parti o a Organizzazioni internazionali di informazioni classificate, acquisite nel contesto della cooperazione nel campo dei materiali per la difesa prevista dal presente Accordo, sarà soggetto alla preventiva approvazione scritta dell’Autorità competente della Parte originatrice.

8. Ferma restando la immediata vigenza delle clausole contenute nel presente articolo, ulteriori aspetti di sicurezza concernenti le informazioni classificate, non contenuti nel presente Accordo, saranno regolati da uno specifico Accordo di sicurezza da stipularsi tra le rispettive Autorità competenti per la sicurezza o da Autorità designate dalle Parti.

ARTICOLO 9
RISOLUZIONE DELLE CONTROVERSIE

Qualsiasi controversia riguardante l’interpretazione o l’attuazione del presente Accordo sarà risolta esclusivamente mediante consultazioni e negoziati tra le Parti, attraverso i rispettivi canali diplomatici.

ARTICOLO 10
ENTRATA IN VIGORE

Il presente Accordo entrerà in vigore alla data di ricezione della seconda delle due notifiche scritte con cui le Parti si informeranno, attraverso i canali diplomatici, dell’espletamento delle rispettive procedure nazionali richieste per l’entrata in vigore del presente Accordo.

ARTICOLO 11
PROTOCOLLI AGGIUNTIVI, EMENDAMENTI, REVISIONI E PROGRAMMI

1. Con il consenso di entrambe le Parti, è possibile stipulare protocolli aggiuntivi in ambiti specifici della cooperazione in materia di difesa che coinvolgano organi militari e civili, ai sensi del presente Accordo.

2. I protocolli aggiuntivi negoziati tra le Parti saranno redatti in conformità alle procedure nazionali e saranno limitati agli scopi del presente Accordo senza interferire con le rispettive normative nazionali.

3. I Programmi di sviluppo che consentiranno di attuare il presente Accordo o i relativi protocolli aggiuntivi saranno messi a punto, sviluppati ed eseguiti dal personale autorizzato dal Ministero della Difesa della Repubblica Italiana e dal Ministero della Difesa della Repubblica del Niger, su base di interesse reciproco, in stretto coordinamento con i rispettivi Ministeri degli Affari Esteri e con le Autorità competenti per la sicurezza per gli aspetti relativi alle informazioni classificate delle due Parti.

4. Il presente Accordo potrà essere emendato o rivisto con il reciproco consenso, attraverso uno Scambio di Note tra le Parti, attraverso i canali diplomatici.

5. I Protocolli aggiuntivi, gli emendamenti e le revisioni entreranno in vigore secondo le modalità indicate all’Articolo 10 (ENTRATA IN VIGORE).

ARTICOLO 12
DURATA E TERMINE

1. Il presente Accordo rimarrà in vigore sino a quando una delle Parti deciderà, in qualunque momento, di denunciarlo.

2. La denuncia effettuata da una delle Parti sarà notificata all’altra Parte per iscritto ed attraverso i canali diplomatici, ed avrà effetto novanta (90) giorni dopo la ricezione della citata notifica dell’altra Parte.

3. La denuncia del presente Accordo non influirà sui programmi e le attività in corso previste dallo stesso, se nn diversamente concordato tra ile parti.

Pubblicato da Africa ExPress l’8 febbraio 2019

Violazioni dei diritti umani in Camerun: il Pentagono taglia gli aiuti militari

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 8 febbraio 2019

L’ambasciatore degli Stati Uniti accreditato a Yaoundé, Peter Henry Barlerin, ha fatto sapere mercoledì scorso che Washington avrebbe ridotto gli aiuti militari in Camerun per gravi violazioni dei diritti umani commessi dalle forze dell’ordine del Paese.

Washingron esige che venga aperta immediatamente un’inchiesta. I responsabili di questi delitti devono rispondere dei loro atti e devono essere processati. Già la scorsa primavera Barlerin era stato convocato dal ministero degli Esteri di Yaoundé, per aver pubblicato una dichiarazione, nella quale denuciava, tra l’altro, abusi e violenze nelle zone anglofone del Paese africano.

Gli aiuti militari annullati riguardano un corso di formazione e la fornitura di pezzi di ricambio degli aerei di trasporto militare americani C-130, in dotazione alla flotta camerunense.

Inoltre sarà bloccata la fornitura di quattro natanti per il pattugliamento, nove mezzi blindati e un sistema radar. Il Pentagono e il Dipartimento di Stato hanno altresì ritirato l’offerta fatta precedentemente alle forze armate di Yaoundè di partecipare ad un corso di addestramento.

Addestramento di truppe camerunensi

Pochi giorni fa quindici Organizzazioni non governative hanno chiesto all’ONU di aprire un’inchiesta per eventuali violazioni dei diritti umani nelle due regioni anglofone del Paese (Nord-ovest e Sud-ovest).

L’ambasciatore statunitense ha sottolineato che malgrado le decisioni prese da Washington, i rapporti tra i due Stati non si sarebbero incrinati.

La Francia, invece, non ha seguito l’esempio degli USA. Parigi continua a sostenere il governo di Biya e le sue forze armate. La portavoce del Quai d’Orsay, Agnes von der Muhll, ha confermato che il suo governo avrebbe sottoscritto accordi di partenariato di difesa, conformi agli standard internazionali. “E in base ai diritti umani e le leggi sui conflitti armati, tale cooperazione è anche volta ad aiutare le forze dell’ordine  del Camerun per combattere il terrorismo, in particolare i Boko Haram, e proteggere la popolazione. Dunque questa cooperazione non sarà interrotta”, ha specificato.

La crisi nelle zone anglofone è iniziata nel novembre del 2016, quando il presidente Paul Biya – che è stato rieletto lo scorso ottobre – aveva proclamato di voler spostare gli insegnanti francofoni nelle scuole anglofone. Ma, secondo un accordo sull’educazione scolastica del 1998, i due sotto-sistemi, quello anglofono e quello francofono, sarebbero dovuti restare indipendenti e autonomi.

Crisi nelle zone anglofone del Camerun

Le due regioni anglofone chiedono da anni la secessione che il governo, ovviamente, non ha mai concesso. In risposta alla crisi, Yaoundé ha inviato truppe nelle regioni anglofone, rafforzando le guarnigioni. Nel rapporto di giugno, Amnesty International accusa i militari camerunensi di violazioni dei diritti umani, come esecuzioni extragiudiziali, omicidi illegali,  distruzione di beni, arresti arbitrari e atti di tortura. Ovviamente il Camerun ha respinto tutte le accuse, definendo gli addebiti come “bugie grossolane”.

In passato le forze armate degli USA e del Camerun hanno collaborato per arginare i sanguinosi attacchi di Boko Haram, ma dopo le prove fornite da Amnesty, Washington sta prendendo le distanze finchè non sarà fatta chiarezza.

Sia l’inchiesta di giugno, che quella di settembre, la ONG con sede a Londra accusa anche i separatisti di violenze e violazioni dei diritti umani.

Nel frattempo gli scontri tra le forze armate e i separatisti continuano. Due giorni fa a Buéa, capoluogo della regione anglodona del Sud-ovest è morta almeno una persona, e, in particolare nel quartiere di Molyko, dove abitano molti studenti, sarebbero state incendiate parecchie macchine. Un testimone oculare ha detto che molte persone sarebbero state arrestate e condotte al commissariato per essere interrogate. Il giorno precedente i separatisti avrebbero anche incendiato un liceo a Babadjou, in zona francofona, ma confinante con quella anglofona.

Secondo l’ONU, dall’inizio della grave crisi, quattrocentotrentasettemila persone sono scappate a causa del conflitto in altre regioni del Paese, mentre trentasettemila avrebbero cercato protezione nella vicina Nigeria.

ll Camerun ha dieci Regioni autonome, otto delle quali sono francofone. Solamente in due si parla l’inglese. All’inizio del ‘900 il Paese era una colonia tedesca. Dopo la prima guerra mondiale nel 1919, è stata divisa tra i francesi e gli inglesi, secondo il mandato della Lega delle Nazioni. La parte francese era molto più ampia e aveva come capitale Yaoundé, mentre quella inglese era stata annessa alla Nigeria, si estendeva fino al Lago Ciad e aveva per capitale Lagos. Gli inglesi erano poco presenti in questa regione, perché la loro attenzione era concentrata sui territori dell’attuale Nigeria.

Con l’indipendenza, ottenuta nel 1961, le due porzioni, inglese e francese sono state riunite per formare un unico Stato, l’attuale Camerun, ma finora le parti hanno sempre mantenuto un alto grado di autonomia. Molti cittadini anglofoni si sentono emarginati e poco rappresentati e per questo motivo da anni gli oppositori chiedono la secessione, ma il governo centrale ha sempre sminuito il problema e non ha mai aperto un dialogo concreto con i cittadini anglofoni.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Dal Nostro Archivio:

Crisi diplomatica tra Camerun e USA per il giornalista in prigione a Yaouandè

Violenze e repressione: il Camerun scivola lentamente verso la guerra civile

Pur di scappare dall’inferno africano si tenta di entrare in America Centrale

Speciale per Africa ExPress
Cornelia Isabel Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 7 febbraio 2019

Alla fine di gennaio la Guardia costiera colombiana ha fatto sapere di aver recuperato i corpi di dodici migranti di origine sub sahariana, tra loro anche sette bambini. Sarebbero annegati durante un naufragio verificatosi nei Caraibi.

Finora restano sconosciute le cause dell’incidente. I sopravvisuti hanno raccontato che sul barcone erano in trenta e, oltre alle persone decedute, diverse risultano ancora disperse. I trafficanti li stavano trasportando a Panama; tutti erano sprovvisti dei visti d’entrata e finora non è stata resa nota la loro nazionalità.

Migranti africani morti e dispersi a largo della Colombia

La regione nel nord della Colombia viene utilizzata da diversi anni da migranti cubani e africani con la speranza di poter entrare negli Stati Uniti e in Canada. Con la chiusura quasi totale della rotta libica, i migranti cercano nuove vie per fuggire da guerra, oppressione e povertà estrema.

Gli africani, per lo più eritrei, somali e camerunensi – ma ovviamente provengono anche da altri Stati del continente africano – raggiungono con un volo di linea l’Equador o il Brasile, che concedono senza troppi intoppi i visti d’entrata, per unirsi alle migliaia di  migranti del Centro America, e da altre parti del mondo, tutti in fuga alla ricerca di una vita migliore.

I giovani di origine sub sahariana, una volta arrivati in America Latina, si affidano ai trafficanti di esseri umani, e questi spesso li costringono al contrabbando di droga mentre attraversano i vari confini.

Gli agenti dell’immigrazione messicana per la prima volta nel 2013, nella zona di Tapachula, vicino al confine con il Guatemala, hanno fermato sei giovani africani mentre tentavano di entrare in Messico. Negli ultimi anni ne arrivano a centinaia ogni giorno.

Generalmente il governo messicano rilascia un visto temporaneo ai rifugiati provenienti dall’Africa. Impossibile rimpatriarli, dato che i rapporti diplomatici con gli Stati africani non sono molto intensi. In pratica questo documento della durata di venti giorni, permette ai giovani immigrati di continuare il loro viaggio, senza essere nuovamente fermati e arrestati dagli agenti dell’immigrazione.

La difficile e pericolosa traversata del Darien Gap, foresta pluviale tra Colombia e Panama

Sappiamo bene quanti giovani sono annegati negli ultimi anni cercando di attraversare il Mediterraneo per raggiungere le coste italiane. Nelle prime settimane di quest’anno sono già morte oltre duecento persone. Ma anche la rotta attraverso l’America Latina non è senza pericoli.

Hassan, di origini somale, è arrivato diversi mesi fa in Messico. E’ partito da Mogadiscio con l’aereo alla volta del Brasile. Poi ha attraversato ben sette Paesi, in parte con il pullman, camion, a piedi e con il barcone. Ha speso un mucchio di soldi, e quei pochi rimasti li tiene gelosamente nascosti nella biancheria intima e nei calzini, perchè capita che i migranti vengano attaccati, picchiati e derubati da bande criminali locali.

Il tratto più pericoloso di tutto il tragitto è il Darien Gap, una foresta pluviale montagnosa tra la Colombia e il Panama. Molti muoiono durante questa lunga marcia che dura almeno sei giorni. Il giovane somalo e tre suoi amici del Camerun raccontano di aver visto parecchi scheletri durante la lunga marcia. Generalmente gruppi di migranti si affidano dietro un lauto pagamento ad una guida, per non perdersi nella giungla. Non tutti “accompagnatori” sono persone oneste. Non di rado abbandonano il loro gruppo. Molti si perdono, non hanno la forma fisica per continuare, altri vengono attaccati da animali, o muoiono di stenti, altri ancora sono costretti a tornare indietro.

E Betrand, un ventuenne studente universitario camerunense, originario dalla regione anglofona del suo Paese, dice di essere scappato perchè è stato arrestato più volte dalle forze di sicurezza di Yaoundé. Vuole raggiungere la mamma, che già vive negli USA e aggiunge: “Una mano potente e miracolosa ci ha guidati finora. Nessuno rifarebbe mai questo viaggio una seconda volta. Abbiamo rischiato di morire più di una volta”.

Ora lo attende la parte più difficile: il confine con gli USA è praticamente blindato e riuscire a vacarlo senza essere fermati dalla polizia è un’impresa quasi impossibile.

La maggior parte di coloro che tentano questa via di fuga appartengono alla classe medio-alta del loro Paese di origine. I costi sono elevati, circa trentamila dollari a persona.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

 

Dal Nostro Archivio:

Respinti dall’ Europa i migranti puntano a ovest: barcone con 25 africani arriva in Brasile

Presidente della Namibia dichiara crisi umanitaria per le baracche dei poveri

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 7 febbraio 2019

Nella capitale, Windhoek, il trentacinque per cento dei 400mila abitanti vivono in baracche fatiscenti in condizioni igieniche disastrose senza acqua potabile e servizi igienici.

A causa di questa situazione, nell’ex colonia tedesca – poi protettorato britannico amministrato dal Sudafrica fino all’indipendenza nel 1990 – il presidente Hage Geingob ha dichiarato la crisi umanitaria.

Baracche di lamiera alla periferia di Windhoek, Namibia
Baracche di lamiera alla periferia di Windhoek, Namibia

Lo aveva annunciato nel discorso di fine anno e qualche settimana fa ha confermato la sua decisione. Il Capo dello Stato ha voluto specificare che la sua dichiarazione non è uno stratagemma elettorale anche se sembra difficile credergli visto che entro la fine del 2019 ci saranno nuove elezioni.

Tra le baracche di lamiera dei poveri della capitale si trovano “latrine volanti” dentro sacchetti di plastica (volanti perché le borse piene di escrementi umani vengono “lanciate al volo” in strada), fosse adibite a cessi non autorizzati nei cortili, docce improvvisate con acque reflue che scorrono liberamente e diventano canali di scolo a cielo aperto.

Per il popolo dei 140mila poveri della capitale che vivono negli “insediamenti informali” – così vengono chiamate le baracche di lamiera –  la condizione abitativa è piuttosto tragica.

Mappa della Namibia e il presidente della repubblica, Hage_Geingob
Mappa della Namibia e il presidente della repubblica, Hage_Geingob

“La situazione negli ‘insediamenti informali’ per il governo è un disastro umano che costituisce una crisi umanitaria nazionale – ha detto Geingob all’incontro con il sindaco di Windhoek, Muesee Kazapua -. Abbiamo preso alcune risoluzioni importanti che dovrebbero essere implementate. Dovremmo affrontare il problema per liberarci di questi insediamenti”.

Il sindaco della capitale ha risposto che, davanti alla crisi umanitaria della quale ha parlato il Capo dello Stato è consigliabile sviluppare una strategia o una politica di urbanizzazione nazionale. Come dire che non è possibile risolvere il problema prima delle elezioni.

Ma il vero grattacapo è un altro: Geingob è a conoscenza del fatto che molte delle baracche sono di proprietà di persone ricche, inclusi i politici, e sono state affittate per speculare sui poveracci.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter: @sand_pin

Crediti foto:
– Mappa della Namibia
Pubblico dominio, Collegamento

– Hage Geingob
Di Foreign and Commonwealth Office – https://www.flickr.com/photos/foreignoffice/5863844792/