Business as usual: la visita di Sergio Mattarella in Angola

Speciale per Senza Bavaglio
Cristina Ercolessi
Napoli, 12 febbraio 2019

La visita del Presidente Mattarella a Luanda (5-7 febbraio 2019) è stata interpretata sulla stampa italiana come un tentativo di introdursi in quella “Cinafrica” di cui l’Angola costituisce un tassello decisivo e/o come un segnale dell’interesse del governo gialloverde verso l’Africa. In realtà, un breve sguardo alla storia delle relazioni italo-angolane mostra che il viaggio del Presidente della Repubblica si colloca per molti versi in continuità con le politiche verso Luanda dei precedenti governi italiani, dalla Prima Repubblica a oggi.

L’Italia fu il primo paese euro-occidentale a riconoscere il governo MPLA, marxista e alleato di URRS e Cuba, nel febbraio 1976 (non a caso il viaggio di Mattarella a Luanda coincideva con il 43° anniversario di tale riconoscimento), mentre gli Stati Uniti, cercavano di isolare il regime MPLA, militarmente aggredito dal Sud Africa dell’apartheid. Washington riconobbe il governo MPLA solo nel 1993, con Clinton, e per tutto il periodo intercorso dall’indipendenza nel 1975, l’Italia svolse un ruolo di primo piano non solo nel settore dell’estrazione del petrolio, con una significativa presenza dell’ENI, ma anche e soprattutto con una sostenuta politica di aiuti allo sviluppo, estesa del resto ad altre ex colonie portoghesi come il Mozambico.

il presidente Sergio Mattarella con il suo omologo angolano João Lourenço

È vero che l’accoppiata Tangentopoli (crisi della cooperazione allo sviluppo)/fine della Guerra Fredda ridimensionò il ruolo dell’Italia in Africa, mentre l’allora governo Berlusconi non fu molto attivo nella fase di ricostruzione successiva alla fine della guerra civile nel 2002, un fatto che facilitò una rapidissima ascesa della Cina come investitore, finanziatore e partner commerciale dell’Angola. Ma Luanda è il terzo partner commerciale dell’Italia nell’Africa subsahariana (dopo Sudafrica e Nigeria), mentre l’Italia è il terzo paese per investimenti in Angola dopo Cina ed Emirati Arabi Uniti.

E il calo in valore dell’interscambio commerciale italo-angolano tra il 2014 e il 2017 riflette una tendenza generale, dovuta alla forte riduzione dei prezzi del greggio dal cui export Luanda dipende sia sul piano commerciale (una riduzione della valuta estera garantita dall’export petrolifero incide negativamente sulle possibilità di importare cibo e beni di consumo), sia per le casse dello Stato e la spesa pubblica (Luanda dipende dal petrolio per oltre il 70 % delle entrate statali). Rimane che la forte dipendenza dell’economia angolana dal settore degli idrocarburi limita le possibilità di sviluppo del Paese, che dopo tassi di crescita annua molto superiori al 10% negli anni 2000, dall’inizio di questo decennio ha conosciuto un significativo rallentamento dell’economia.

La nuova intensificazione delle relazioni italo-angolane risponde probabilmente anche a questi problemi, con un’Italia che si ripropone come partner privilegiato. La visita di Mattarella segue infatti quelle di due Presidenti del Consiglio: Renzi nel 2014 e poi Gentiloni nel novembre 2017. In mezzo c’era stata la prima visita a Roma nel 2015 dell’allora Presidente angolano José Eduardo dos Santos, sostituito nel 2017 dall’attuale Presidente ed ex Ministro della Difesa João Lourenço. Una visita che portò alla firma di due accordi di cooperazione economica nel momento in cui l’economia angolana cominciava a perdere colpi e a mostrare tutti i limiti del modello di crescita del decennio precedente: la mancata diversificazione dell’economia, la dipendenza dalle importazioni di beni di consumo e tecnologie, livelli di povertà e diseguaglianza molto elevati, scarso accesso ai servizi di base soprattutto nelle aree rurali, alti tassi di disoccupazione nelle aree urbane. E una corruzione organica, istituzionale, nel quadro di un sistema politico centrato sul ruolo dell’ex Presidente dos Santos e la sua famiglia (la figlia Isabel, imprenditrice di successo, fu messa al vertice della società petrolifera statale Sonangol, e un altro figlio, José Filomeno, alla guida del fondo sovrano angolano).

Nel corso della recente visita di Mattarella è stato firmato un memorandum d’intesa tra la Cassa Depositi e Prestiti italiana e il Ministero delle Finanze angolano per facilitare investimenti italiani in settori quali l’agroalimentare (con l’obiettivo di aumentare l’autosufficienza), il turismo, le infrastrutture, le energie (in specie rinnovabili), l’industria, allo scopo di contribuire al  raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile nel quadro dell’Agenda 2030 dell’ONU.

Nella continuità sostanziale delle relazioni Italia-Angola emergono tuttavia alcuni elementi nuovi che riguardano più gli aspetti politici che quelli di cooperazione economica. La visita di Mattarella segue di soli 14 mesi quella di Gentiloni, che si era comunque strategicamente collocata all’indomani della successione dos Santos-Lourenço, e sembra orientata a sostenere il processo di riforma economica e politica avviato dal nuovo Presidente angolano. Nel corso degli incontri col suo omologo e all’Assemblea Nazionale, il capo dello Stato italiano non ha lesinato gli apprezzamenti al nuovo corso politico riformista e al “ruolo fondamentale e importante che l’Angola svolge nel continente per la stabilità e la collaborazione tra i paesi”, con un riferimento alle politiche di mediazione e partecipazione alle operazioni di pace africane attivate da Luanda in diverse regioni africane, non ultima quella dei Grandi Laghi. Come sottolineano le opposizioni e i dissidenti angolani, rimane da vedere se le innovazioni politiche, istituzionali e normative (ultima la depenalizzazione dell’omosessualità) di Lourenço si tradurranno in qualcosa di più di un’operazione cosmetica o una mera una sostituzione di un gruppo di potere con un altro all’interno del partito dominante dell’MPLA.

Certamente il nuovo corso angolano e il superamento dei vincoli strutturali alla crescita dell’economia e al benessere della maggior parte della popolazione necessitano, per riuscire, di una politica di diversificazione delle relazioni politiche ed economiche dello Stato angolano. Il fatto che i tre Paesi che più investono in Angola siano oggi, in ordine, Cina, Emirati Arabi Uniti e Italia, mostra bene come l’interpretazione di una Angola totalmente succube di Pechino sia in larga misura fallace. Piuttosto l’Angola persegue una politica “nazionalizzante” che – forte delle sue dotazioni energetiche e del suo essere la terza economia subsahariana – si propone come “potenza emergente” che negozia coi partner internazionali, giocandoli in qualche modo “uno contro l’altro” e conquistandosi spazi di manovra. Da questo punto di vista, se l’Italia ha bisogno dell’Angola, non c’è dubbio che anche Luanda abbia bisogno dell’Italia. E dell’Europa.

Cristina Ercolessi
Docente di Sistemi Politici e Sociali dell’Africa Contemporanea
Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”

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Corrispondente dall'Africa, dove ho visitato quasi tutti i Paesi