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Nigeria: accusato di stregoneria, ragazzo perde una mano dopo torture

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Torturati civili in Centrafrica: l’ONU indaga i mercenari russi (ma c’è chi accusa Parigi)

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 20 febbraio 2019

L’Organizzazione delle Nazioni Unite ha aperto un fascicolo su atti di tortura commessi da soldati o/e mercenari russi a Bambari, città al centro della Repubblica centrafricana. L’ONU ritiene che le informazioni a disposizione siano sufficientemente credibili per procedere ad un’inchiesta e allertare le autorità di Bangui.

Secondo il rapporto dell’Onu, un uomo sarebbe stato fermato a Bambari, dopo essere stato accusato dalla folla di appartenere ai miliziani ex Séléka (ribelli per lo più di fede musulmana). Militari o paramilitari russi lo avrebbero condotto alla loro base nella stessa città e lo avrebbero torturato per ben cinque giorni.

Il fascicolo contiene anche alcune foto, nelle quali sono ben visibili le ferite ancora fresche sulla schiena e contusioni importanti su molte parti del corpo dell’uomo che ha dichiarato di chiamarsi Mahamat Nour Mamadou. Tra l’altro la sua mano sinistra è fasciata, perché gli è stato tagliato l’anulare durante le torture, che duravano dalle 8 del mattino alle cinque del pomeriggio. I racconti dell’uomo sono molto dettagliati e ha sottolineato che i russi utilizzavano come interprete un membro delle Forze armate centrafricane (FACA).

La vittima ha inoltre dichiarato di essere un semplice commerciante e quando è stato bloccato dai russi, stava vendendo la sua merce al mercato di Bambari, città che anche nel recente passato è stata spesso teatro di atroci combattimenti tra gruppi rivali.

Soldati e mercenari russi in Centrafrica

Il 23 gennaio 2019, il ministro degli Esteri francese, Jena-Yves Le Drian ha segnalato al Senato francese la presenza nella Repubblica Centrafricana di mercenari del gruppo Wagner.

I mercenari russi sono arrivati nella ex colonia francese un anno fa, insieme alle armi di Mosca. Putin aveva ottenuto una parziale abolizione dell’embargo imposto dall’ONU. In cambio il Cremlino gode di licenze per lo sfruttamento minerario.

Da qualche tempo il consigliere per la sicurezza di Faustin Archange Touadéra, presidente del Paese, è il russo Valery Zakharov, responsabile anche della sua protezione personale e da marzo 2018 quaranta uomini delle forze speciali di Mosca fanno parte della sua guardia del corpo.

I paramilitari della società militare privata Wagner, contractors al servizio del governo Russo, sono uomini pronti a tutto, addestrati alla guerra, quasi sempre ex militari delle forze armate moscovite.

Si è cominciato a parlare per la prima volta della Wagner nel 2014, per il loro impiego accanto ai separatisti in Donbass, in Ucraina. In seguito hanno svolto un ruolo importante in Siria. Il capo del gruppo è Dimitriy Valeryevich Utkin, nato in Ucraina nel 1970 ed ex colonnello delle forze speciali russe, molto legato al presidente. Da qualche tempo i paramilitari della società privata sono presenti anche in Africa. Nella Repubblica Centrafricana, appunto, e in Sudan.

Alla fine di luglio dello scorso anno sono stati uccisi tre giornalisti russi vicino a Sibout, città che dista un centinaio di chilometri da Bangui, la capitale della Repubblica Centrafricana. Le cause della loro morte non sono state chiarite; si sa solamente che si trovavano a Sibout per realizzare un’inchiesta sugli istruttori russi e la società militare privata Wagner.

Mercenari russi del gruppo Wagner

Nell’autunno scorso è ricomparsa sulla scena anche la Francia e Le Drian durante la sua visita a Bangui aveva promesso nuovi aiuti al governo: ben ventiquattro milioni di euro e armi e c’è chi ora mormora che le torture inflitte al povero commerciante non siano altro che una montatura dei servizi segreti di Parigi per screditare la Russia.

Dopo anni di guerra civile, all’inizio di febbraio a Khartoum è stato firmato l’ottavo trattato di pace tra il governo di Bangui e quattordici gruppi ribelli. La popolazione ha sete di pace, è allo stremo, in più occasioni si è temuto il rischio di genocidio. Centinaia di moschee sono state incendiate, sacerdoti e altri religiosi sono stati barbaramente ammazzati. Sia musulmani che cristiani hanno cercato protezione nei Paesi limitrofi.

Ora bisogna ricominciare a ricostruire la pace: accelerare il processo di riconciliazione e di giustizia e, ovviamente, un cessate il fuoco immediato. Entro novanta giorni dovrà essere creata una Commissione di verità, giustizia, riscatto e riconciliazione (Commission vérité, justice, réparation et réconciliation) (CVJRR). Ma già ieri il consiglio di sicurezza dell’ONU ha esortato i quindici firmatari ad applicare quanto prima l’accordo di pace, promettendo tutto il loro sostengo al presidente Touadéra.

La crisi dell’ex colonia francese comincia alla fine del 2012: il presidente François Bozizé dopo essere stato minacciato dai ribelli Séléka alle porte di Bangui, chiede aiuto all’ONU e alla Francia. Nel marzo 2013 Michel Djotodia, prende il potere, diventando così il primo presidente di fede islamica del Paese. Dall’ottobre dello stesso anno i combattimenti tra gli anti-balaka e gli ex-Séléka si intensificano e lo Stato non è più in grado di garantire l’ordine pubblico. Francia e ONU temono che la guerra civile possa trasformarsi in genocidio. Il 10 gennaio 2014 Djotodia presenta le dimissioni e il giorno seguente parte per l’esilio in Benin. Il 23 gennaio 2014 viene nominata presidente del governo di transizione Catherine Samba-Panza, ex-sindaco di Bangui.

Bambini soldato in Centrafrica

Dall’era François Bozizé il Paese ha visto alternarsi ben quattro presidenti: Michel Djotodia, Alexandre-Ferdinand N’Guende, Catherine Samba-Panza e infine Faustin-Archange Touadéra, eletto nel marzo 2016.

Il 15 settembre 2014 arrivano anche i caschi blu dell’ONU (MINUSCA), che attualmente sono presenti con 13.595 uomini in divisa, oltre allo staff civile forte di 1.162 persone (tra volontari ONU, personale internazionali e locale).

Il 31 ottobre 2016 la Francia ritira ufficialmente le sue truppe dell’operazione Sangaris, che si è protratta per ben tre anni.

Secondo il rapporto ONU dello scorso settembre, nella ex colonia francese 2,9 milioni di persone su una popolazione di 4,5 milioni necessitano di aiuti alimentari con la massima urgenza. Alla fine di ottobre, secondo l’UNHCR, i rifugiati erano 574,638. Mentre gli sfollati 636,489, metà dei quali bambini, e migliaia di piccoli sono stati costretti a combattere con i gruppi armati.

Il Consiglio di sicurezza del Palazzo di vetro ha rinnovato l’embargo sulle armi per un altro anno, ma è possibile che possa essere sospeso parzialmente se il Paese dovesse rispettare le direttive dell’ONU. Inoltre è stato anche rinnovato il mandato di MINUSCA fino al 19 novembre 2019.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

In Libya, hard economic times force migrant workers to look elsewhere

IRIN
Tom Westcott
Tripoli, 18 Frebruary 2019

The well-worn description of migrants in Libya is of desperate people trapped in hellish detention centres trying to get to Europe. But many come for work, and some return multiple times despite the dangers posed by people smugglers, armed gangs, or merciless employers.

After years of civil conflict and political mismanagement, oil-rich Libya is on the verge of economic collapse. It can hardly look after its own financially struggling citizens, let alone its migrant workforce, who have become vulnerable to extortion, kidnapping, and other abuses.

Philip Badou, a Ghanaian pastor who has lived in Tripoli for the past 25 years and has a mostly migrant congregation there, said Libya’s downward spiral has made life so bad for migrant workers that some longtime residents of the capital are leaving.

“Libya always provided many opportunities for Africans, and they just weren’t interested in going to Europe before because they could make good money here,” said Badou. “This big problem with migration has really only started since 2011.”

This was the year Muammar Gaddafi was ousted. Under his rule, Libya had depended on a large migrant workforce; his 42 years in power marked by a reliance on oil revenues and the handing out to citizens of public sector jobs that required little actual work.

The UN estimates there are currently some 670,000 migrants and refugees in Libya, including 56,455 currently registered with the UN’s refugee agency, UNHCR, and another 6,200 in detention centres across the country.

It’s not clear what proportion of those people are in the country solely to work, but it is still a mostly sub-Saharan African workforce that unloads cargo ships, tends to farmland, restocks shelves, operates most aspects of construction and demolition, and manages rubbish and street clearance. There are also Syrian and Ukrainian doctors and dentists, Indian and Iraqi teachers, Filipino nurses and oil workers, and Eastern European engineers.

They had rights’

Some migrant workers in Libya manage to get regular employment, but for most it is more of a struggle.

Across the country, many congregate at roadside points each morning, waiting for prospective employers. They can make up to 650 or 700 Libyan dinars per month – the average salary a Libyan in a state sector job makes – but their jobs are insecure and can be dangerous.

Migrant workers say they are often held up at gunpoint for their wages after a day’s work, if they are paid at all. Some foreigners are abducted off the streets and forced to work for free.

“One of my Nigerien workers went missing, and when I called his phone it was answered by a Libyan who had basically abducted the worker because he wanted a large farm area cleaned for free,” said Farouq, a Libyan who runs a beach resort in Misrata.

The kidnapping of foreigners for extortion is a common practice in some parts of the country, including the southern town of Sebha, a hub for the smuggling of goods and people. One church in Tripoli, which has an all migrant congregation, reported using most of its collections in 2016 to pay ransoms to free its members, although less so in the past two years.

Even foreigners who have been in Libya for several years have no legal resource. The country has multiple militias competing for power and no real police force with any quantifiable power, but also few migrant workers have official documents and there are few functioning embassies where they can be renewed.

This is a change from the Gaddafi years, according to 28-year-old Libyan taxi driver Mohamed. “No one would treat migrants like this [then]. It was illegal. They had rights,” he said. “I remember well one single case, before 2011, where Libyans attacked a migrant family accused of stealing. It was a major, shocking news story.”

Money transfer problems

While security threats can be a factor, it is mostly disenchantment with Libya’s financial situation that is driving migrant workers away to Europe or, in some cases, back home.

Official money transfers abroad in Libyan dinars have been impossible since mid-2014, and both foreigners and locals have to rely on the black market as the official exchange rate has been largely unavailable and irrelevant for years.

“Money is the main reason for so many people going to Europe,” said Badou, the Ghanaian pastor. “Since official money transfers stopped, there’s no way to send wages home legally and people have to work hard just to get 700 Libyan dinar, officially $504, which, on the black market, is now equivalent to $150, which is very bad. So of course, people start to leave.”

“Here in Libya, we really need migrant workers. To be honest, we can’t get anything done without them.”

Libya’s economic meltdown has meant banks have limited cash and restrict daily withdrawals, leaving most Libyans unable to access their own savings. As one government employee explained, salaries – routinely paid months late – are now “just a figure on paper”. This cash crisis has has been accompanied by rising prices, leaving many struggling financially.

The exodus is beginning to cause alarm among some Libyan employers, according to a senior member of the Ghanaian community who said Libyans had started pleading with Ghanian plasterers to stop leaving. Within Libya’s migrant workforce, many nationalities have “specialties” and there are few skilled plasterers able to fill the void left by departing Ghanaians, he said.

Libya is heavily dependent on its migrant workforce and some say that without foreign workers, the country would struggle to function.

“Here in Libya, we really need migrant workers. To be honest, we can’t get anything done without them,” said General Mohammed al-Tamimi, the military commander at a checkpoint north of Sebha. “Recently, when we capture migrants, they stay here with us and we employ them as labourers,” as there are no detention centres open in Libya’s south, he added.

In the open, but not safe

As fast as people leave, either heading home overland or braving the Mediterranean crossing towards Europe, more migrants arrive across Libya’s porous southern borders.
Despite the dangers of their lives here, they don’t live in hiding and, in Tripoli at least, they have long been a noticeable and active part of the community.

Foreign workers play foodball in tripoli

Migrant workers play football in the Libyan capital city of Tripoli.

For example, every Friday for the last 20 years, migrant football teams have played on a wasteland patch in the capital’s Souq al-Juma district. Last year, several hundred migrants and a handful of Libyans gathered to watch the final of a four-month tournament organised by migrant football enthusiasts.

“We have no problems, no intimidation, nothing,” said Jaffa, a day labourer from Niger, one of the organisers. “The situation for migrants here is not like they say in the media. It’s actually okay.”

But “okay” masks a myriad of difficulties, both financial and otherwise. “These football matches are great because they allow people suffering a very difficult situation to put their energy into something positive,” said Ben Hamza Adali, a Libyan who plays on one migrant team. “This place is in a well-secured area and we don’t suffer from any threats or harassment because no one has a problem with football.”

Mid-game, a Toyota pickup pulled up and three men armed with Kalashnikovs, wearing official blue police uniforms and balaclavas, ran onto the football pitch, shooting in the air.

Efforts by Tripoli’s UN-backed Government of National Accord (GNA) to rein in the capital’s militias remain ineffective, with many operating independently, despite the state uniforms most now wear.

It may just have been a show of power but it sent hundreds of terrified migrants fleeing across the pitch, scattering out into the busy road. No one was injured and, after a few minutes, the armed men sped off. The footballers returned, with a greatly diminished audience.

Tom Westcott
Freelance journalist and regular IRIN contributor
@WestcottTom

Sud Sudan: tanti soldi per restaurare le case di politici ma colletta per implementare il processo di pace

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 17 febbraio 2019

“Il governo del Sud Sudan tratterrà un giorno di stipendio nella busta paga dei dipendenti pubblici per quattro mesi nell’interesse della pace”. Lo ha annunciato all’inizio della settimana il ministro dell’Informazione, Michael Makuei e ha anche lanciato un appello agli impiegati del settore privato, agli imprenditori, alla società civile tutta, di aprire il borsellino per contribuire a questa causa.

Juba deve assolutamente trovare i soldi necessari per garantire l’applicazione del processo di pace. La comunità internazionale ha promesso contributi, ma ha chiesto al governo sudsudanese di dimostrare il proprio impegno, iniziando a finanziare l’unificazione dell’esercito e il relativo addestramento. Inoltre i governi donatori hanno preteso una contabilità trasparente dei proventi del petrolio e misure volte ad arginare la corruzione.

Il presidente del Sud Sudan, Salva Kiir

All’inizio del mese il Gruppo di monitoraggio per cessate il fuoco (CTSAMVM) aveva fatto sapere che le risorse messe a disposizione per la propria attività erano insufficienti e ha invitato il governo a porre rimedio quanto prima.

Dal canto suo Salva Kiir, presidente del Paese dall’indipendenza, ottenuta dal Sudan nel 2011, ha criticato gli Stati Uniti per aver espresso riserve e scetticismo nei confronti del rilancio del processo di pace. Questa loro posizione – secondo Kiir – potrebbe influenzare anche gli altri governi occidentali.

E mentre il governo di Juba piange miseria per portare avanti il processo di pace, tra dicembre e gennaio il  National Pre-Transitional Committee (NPTC) – gruppo incaricato della supervisione della prima fase del trattato di pace e della gestione del budget – ha messo a disposizione oltre centotrentacinquemila dollari per rinnovare le case di due politici. Si tratta delle abitazioni del primo vice-presidente Taban Deng Gai e di Rebecca Nyandeng De Mabior, che dovrebbe diventare uno dei cinque vice-presidenti, secondo il nuovo trattato di pace.

La signora è la vedova di John Garang de Mabior, guerrigliero, poi fondatore e leader dell’Esercito di Liberazione del Popolo di Sudan (SPLA), in seguito, dopo l’accordo di pace (Comprehensive Peace Agreement), siglato alla fine del 2004, divenne  primo vice-presidente del governo di Omar al-Bashir per poche settimane nel luglio 2005.  Morì in un incidente aereo mentre tornava da un incontro segreto con Yoweri Museveni, presidente dell’Uganda, suo amico e vecchio alleato. Sia il governo di Khartoum che SPLA dichiararono che si fosse trattato di una disgrazia, dovuta al cattivo tempo, ma c’è chi ha messo in dubbio questa versione.

Per far fronte alle spese per il trattato di pace, il governo aveva promesso di mettere a disposizione 1,4 milioni di dollari. Finora sarebbero stati depositati solamente quattrocentomila dollari. Lo ha rivelato Henry Odwar, vice-presidente del NPTC al Guadian, quotidiano britannico. Odwar ha precisato di aver espresso dubbi sulla transazione, ma sarebbe stato messo in minoranza da membri del governo.

Martin Elia Lomuro, ministro per gli Affari di Gabinetto, ha sostenuto che i soldi sono stati spesi come previsto dal trattato di pace. “Bisogna investire nelle case per le persone che stanno arrivando per governare il Paese”, ha sottolineato il ministro.

D’altronde il governo sud sudanese è conosciuto per essere spendaccione. La scorsa estate Juba ha messo a disposizione ben quarantamila euro a ciascun parlamentare per l’acquisto di nuove autovetture. Una somma considerevole, che supera abbondantemente i dieci milioni di dollari,  in un Paese dove le strade nemmeno esistono.

La popolazione è allo stremo. Per molti la pace è ancora un sogno. In un rapporto di pochi giorni fa dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (UNHCHR) e della Missione dell’ONU nel Sud Sudan (UNMISS) è stato confermato che ben centotrentaquattro donne hanno subito violenze sessuali da parte di militari delle forze armate governative e i loro alleati nella Unity region. Altre quarantuno giovani donne sono state soggette a maltrattamenti fisici e molestie. Una di loro è stata addirittura ammazzata brutalmente.

Le violenze si sono consumate tra settembre e novembre del 2018. Tutte le vittime appartengono all’etnia nuer e i fatti sono venuti alla luce grazie a denunce dell’organizzazione Medici senza Frontiere e altre ONG. Naturalmente le autorità locali e il governo di Juba hanno negato e fatto sapere che le accuse sarebbero senza fondamenta. Anche il comitato d’inchiesta autorizzato da Kiir, non ha individuato i responsabili.

La sofferenza delle donne sud sudanesi

Il conflitto è cominciato quando il presidente Salva Kiir Mayardit, di etnia dinka, ha accusato il suo vice Riek Marchar, un nuer, di aver complottato contro di lui, tentando un colpo di Stato. Sono così cominciati i combattimenti tra le forze governative e quelle degli insorti fedeli a Machar. I primi scontri si sono verificati il 15 dicembre 2013 nelle strade di Juba, la capitale del Paese, ma ben presto hanno raggiunto anche Bor e Bentiu. Vecchi rancori politici ed etnici mai risolti, non fanno che alimentare questo conflitto.

Dal 2013 ad oggi sono morte decine di migliaia di persone, oltre tre milioni hanno dovuto lasciare le loro case e i loro villaggi. Attualmente oltre il settanta per cento della popolazione necessita di assistenza umanitaria. Il conflitto ha portato con sé  abusi dei diritti umani su larga scala nei confronti dei civili. A farne le spese sono sopratutto donne e bambini. Violenze e abusi sessuali, reclutamento di bimbi soldato, distruzione di ospedali, scuole, razzie delle scorte alimentari sono all’ordine del giorno. E secondo un rapporto di Famine Early Warning Systems Network alcune migliaia di persone sono esposte allo spettro della carestia.

In questi anni di guerra sono stati barbaramente ammazzati anche 101 operatori umanitari, altri sono stati sequestrati  e molte donne sono state stuprate, tra loro anche un’italiana, che con molto coraggio ha reso testimonianza durante il processo a carico di una dozzina di militari dell’esercito sud sudanese.

Alla fine di agosto è stato firmato l’ennesimo tratto di pace tra le parti in questione. Eppure la popolazione continua a morire, a soffrire la fame, a scappare dalle proprie case. Durante recenti scontri tra le forze armate governative e membri del National Salvation Front (NAS) nel Yei River State, hanno perso la vita tredici civili – tra loro anche donne, bambini, anziani – e sette militari. Oltre tredicimila persone sono fuggite: cinquemila hanno cercato protezione nella vicina Repubblica Democratica del Congo, mentre altri ottomila nella città di Yei.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

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Troppi giovani volontari allo sbaraglio in Paesi ad alto rischio

Speciale Per Africa Express
Franco Nofori
Torino, 19 febbraio 2019

Al rapimento della volontaria Silvia Costanza Romano, avvenuto a Chakama, nel nord-ovest del Kenya, ha fatto seguito – a soli quarantacinque giorni di distanza – l’oscura scomparsa, in Burkina Faso, del giovane architetto padovano, Luca Tacchetto, e della sua amica canadese Edith Blais, di cui non si hanno più notizie. L’invito al riserbo, richiesto dalle autorità italiane e canadesi, non lenisce l’angoscia sulla loro sorte.

Se per quanto riguarda Silvia Romano, la dinamica del rapimento è chiara e precisa, invece, la scomparsa di Luca Tacchetto e di Edith Blais, anche loro decisi a fare un’esperienza di volontariato, è avvolta nel mistero, sebbene risulti ormai consolidato il loro sequestro. Il governo canadese ha inviato in Burkina Faso quattro investigatori, per affiancare le forze di sicurezza locali e quelle disposte dalla Farnesina, nella ricerca dei due giovani.

Il giovane architetto padovano Luca Tacchetto e la sua amica canadese Edith Blais

Purtroppo, nostro malgrado, non si può fare a meno di rilevare un certo grado di avventatezza nell’affrontare imprese a così alto rischio, senza conoscere, o senza tener conto, dei pericoli insiti in queste scelte. Queste critiche sono necessarie per salvaguardare la sicurezza di altri giovani che intendessero seguirne l’esempio. Il 15 febbraio scorso, quindi pochissimi giorni fa, sempre in Burkina Faso, il settantaduenne spagnolo Antonio Cèsar Fernàndez, missionario salesiano, è stato ucciso da una banda di jihadisti, nei pressi del confine con il Togo, proprio dove Luca ed Edith erano diretti.

Il Foreign Office britannico sul suo sito ammonisce: “Chiunque sia presente in Burkina Faso, per turismo, attività umanitarie, giornalismo o affari, è visto come un legittimo obbiettivo per un sequestro a scopo terroristico o di riscatto. Qualsiasi precauzione possa venire messa in atto, non riuscirà a mitigare questo altissimo rischio”. Ancora più drastico è l’avviso diffuso dalla Farnesina: Alla luce del quadro generale di insicurezza nell’intera area saheliana, interessata anche da fenomeni di matrice terroristica, nonché in ragione dello scenario politico-istituzionale, ancora fortemente instabile, si sconsigliano viaggi a qualsiasi titolo nel Burkina Faso”.

Dimostrazione a Vigonza (Padova), per dimostrare solidarietà al concittadino Luca Tacchetto

Possibile che nessuno – né i due giovani scomparsi, né i loro amici e familiari, né l’organizzazione per cui dovevano operare – abbiano tenuto in debito conto questi avvertimenti? Luca Tacchetto si è messo alla guida della propria auto, con l’amica canadese ed è partito dall’Italia, attraversando zone desertiche, tutte ad altissimo rischio: Marocco, Mauritania, Mali e Burkina Faso. La loro meta era il Togo, dove non sono mai arrivati. Purtroppo quanto accaduto poco tempo prima alla volontaria Silvia Romano in Kenya non ha suggerito alcuna cautela ai due giovani, che, animati dell’entusiasmo, si accingevano ad affrontare la loro singolare avventura.

Le tracce di Luca Tacchetto si sono perse il 15 dicembre scorso, quando, nell’ultimo contatto con gli amici che lo attendevano in Togo, il giovane, che insieme alla ragazza canadese, si trovava nella cittadina di Bobo-Dioulasso, in Burkina Faso, aveva avvisato che stava per partire, sempre con la propria auto, per raggiungerli e cooperare con loro alla costruzione di un villaggio per la popolazione locale. Cos’è avvenuto da quel momento in poi nessuno può saperlo, ma non è difficile intuirlo.

La vecchia Renault di Luca Tacchetto e il tracciato del lungo percorso per raggiungere il Burkina Faso dall’Italia

Eppure non è, che nel panorama informativo internazionale, manchino rapporti sull’evolversi delle situazioni a rischio nelle varie zone del pianeta. Pochi minuti di ricerca sul web, sono in grado di fornire un esauriente vademecum in proposito. Poco più di una settimana fa, nell’annuale conferenza sulla sicurezza che si tiene a Monaco, in Germania, l’African Center for Strategic Studies, ha rivelato che nel 2018 il numero delle vittime per atti terroristici, accertate nella sola zona del Sahel, sono state 1.082, il doppio di quelle riscontrate nell’anno precedente.

Forze speciali francesi in Burkina Faso per contrastare l’attività dei ribelli jiahdisti

Questa situazione, che è purtroppo in costante evoluzione negativa, rende improcrastinabile l’adozione di adeguate misure da parte dei governi occidentali. Il proliferare di Onlus e la facilità con cui queste ottengono ufficiali riconoscimenti governativi, impone che ogni richiesta di registrazione, venga accuratamente valutata nelle sue reali possibilità organizzative, finanziarie, strutturali e con l’assunzione di chiare responsabilità nei confronti delle persone che vengono reclutate per missioni di volontariato.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

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Assalto dei terroristi in Burkina Faso: ucciso un missionario spagnolo e quattro agenti della dogana

Assalto dei terroristi in Burkina Faso: ucciso un missionario spagnolo e quattro agenti della dogana

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 16 febbraio 2019

Non si arresta l’ondata di violenza che ha investito il Burkina Faso da ormai quattro anni. Ieri, al confine con il Togo, nel sud-est del Paese, un gruppo di uomini armati ha ucciso quattro agenti della dogana e un sacerdote spagnolo, il salesiano Antonio César Fernández.

Pedro Sanchez, primo ministro spagnolo, ha confermato la morte del settantaduenne salesiano e ha espresso il suo cordoglio alla famiglia della vittima e a tutte le altre uccise insieme a lui ieri. Ha inoltre detto di essere riconoscente a tutti i volontari e cooperanti che rischiano ogni giorno la loro vita nelle zone di conflitto.

Burkina Faso, luogo dell’uccisione del sacerdote spagnolo, al confine con il Togo

Il padre viveva e lavorava in Africa dal 1982. Attualmente era in servizio a Ougadougou, la capitale del Burkina Faso. E’ stato brutalmente ammazzato mentre tornava da riunione a Lomé, in Togo. Era in compagnia di un altro sacerdote e il suo autista, entrambi africani.

Una fonte delle forze di sicurezza burkinabé ha fatto sapere che all’attacco avrebbero partecipato una ventina di presunti jihadisti.

Sempre nel Burkina Faso sono stati rapiti un cittadino indiano e un sudafricano. Alcuni ostaggi sono ancora nelle mani dei terroristi come l’anziano medico australiano, Kenneth Elliot, sequestrato insieme alla moglie Jocelyn nel gennaio 2016. La donna è stata liberata un mese dopo, proprio mentre era in atto l’assalto terrorista a Bamako, la capitale del Mali. La coppia, che dal 1972 risiedeva a Djibo, nel nord del Burkina Faso, al confine con il Mali, aveva aperto un ospedale di 120 letti quarant’anni fa. Erano considerati i medici dei poveri, molto amati e stimati dalla popolazione locale.

Padre Antonio César Fernández, salesiano ucciso in Burkina Faso

Ora i jihadisti non si limitano più ai rapimenti. Il mese scorso è stato sequestrato e poi ucciso un ingegnere canadese, responsabile delle miniere bourkinabè e ivoriane della società Progress Minerals, della quale era vice-presidente.

Nella ex colonia francese è scomparso da metà dicembre anche un italiano, Luca Tacchetto, giovane architetto, originario di Vigonza, nel Veneto, insieme alla sua compagna Edith Blais, canadese. Finora nessun gruppo terrorista ha rivendicato il loro rapimento.

A metà settembre 2018, invece, è stato rapito in Niger Pierluigi Maccalli, della Società delle Missioni Africane. Un commando di persone armate è arrivato in sella alle moto a Gourmancè e ha fatto irruzione nell’abitazione del religioso.

La situazione nell’ex colonia francese è sempre più precaria e per questo motivo il 31 dicembre sorso, a causa dei frequenti attacchi dei jihadisti, il governo ha proclamato lo stato di emergenza in diverse province del Paese . Inizialmente le incursioni dei terroristi erano per lo più concentrate al confine con Niger e Mali, ma ora si sono estese anche in altre regioni, in particolare nell’est, nelle zone confinanti con il Togo e il Benin.

Il Burkina Faso, insieme a Mauritania, Ciad, Niger e Mali, fa parte dal 2017 del G5 Sahel, un’organizzazione che ha dato vita a un nuovo contingente tutto africano, finanziato dall’Unione Europea, Francia, Stati Uniti, Arabia saudita, volto a contrastare il terrorismo nella zona subsahariana. Purtroppo la Force G5 Sahel stenta a decollare, per mancanza di fondi. Infatti non tutti i finanziamenti promessi sono stati elargiti. Lo hanno fatto sapere i cinque capi di Stato (Idriss Déby, Ciad; Mohamed Ould Abdel Aziz, Mauritania; Mahamadou Issoufou, Niger;  Ibrahim Boubacar Keïtadurante, Mali; e Roch Marc Christian Kaboré, Burkina Faso) durante il vertice del G5 Sahel che si è tenuto ai primi del dicembre scorso a Nouakchott, la capitale della Mauritania.

Durante la conferenza internazionale sul Sahel di Bruxelles del febbraio 2018, sotto il patrocinio dell’Unione Europea, delle Nazioni Unite e dell’Unione Africana, gli ambasciatori degli Stati membri dell’UE avevano stanziato altri cinquanta milioni di euro, ulteriormente incrementati di cinquanta milioni dopo la distruzione del quartiere generale di Sévaré, nel centro del Mali, dopo un attacco jihadista. Anche l’iniziale somma di sessanta milioni di dollari messi a disposizione dagli USA, è stata portata in seguito a centodieci milioni, ma sotto forma di aiuti bilaterali. Anche l’Arabia Saudita aveva promesso un assegno di cento milioni di dollari. Altri cinquanta milioni provengono, invece, dalla casse dei cinque Paesi del G5 Sahel.

Maman Sidikou, segretario generale del G5 Sahel ha fatto sapere che alla fine dello scorso anno che, a parte 17,9 milioni per l’equipaggiamento e servizi e oltre all’assistenza tecnica dell’UE e AU, sono affluiti poco più di cinquantacinque milioni di euro in contanti.

I militari della Force G5 Sahel dovrebbero intervenire nelle zone di maggior rischio nei vari territori, ma finora i loro interventi sono stati limitati. Ma secondo Alpha Barry, ministro degli esteri bourkinabé, il contingente tutto africano dovrebbe finalmente essere operativo al cento per cento entro pochi mesi.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Dal Nostro Archivio:

Sequestri, attentati e attacchi jihadisti: si dimette l’intero governo del Burkina Faso

Altri 50 milioni della UE per finanziare la caccia ai migranti nel Sahel. In bilico la missione italiana

Stato di emergenza in Burkina Faso: i jihadisti attaccano da tutte le parti

Epidemia di morbillo in Madagascar: quasi mille morti e oltre 60 mila contagiati

Dal Nostro Corrispondente
Giorgio Maggioni
Antananarivo, 16 febbraio 2019

Almeno novecentoventidue persone, per lo più bambini e giovani adulti, sono morti dallo scorso ottobre in Madagascar a causa di una terribile epidemia di morbillo.

Il numero delle vittime si riferisce a quelli ufficialmente registrati, ma anche Katrina Kretsinger, responsabile dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) per il programma ampliato per la prevenzione vaccinale, è convinta che questi dati non corrispondono alla realtà: i decessi a causa del morbillo sono sicuramente molti di più, come pure i casi infetti, che, ufficialmente risultano essere sessantaseimila.

Epidemia di morbillo in Madagascar

Il morbillo è una malattia esantematica altamente contagiosa, che, in alcuni casi può portare alla morte o causare perdita della vista, dell’udito, o/e danni cerebrali permanenti.

Lo Stato insulare è tra i più poveri di tutta l’Africa con un alto tasso di malnutrizione infantile, che, ovviamente, rende i bambini che ne sono affetti molto più vulnerabili.

Lo scorso anno il cinquantotto per cento dei residenti è stato vaccinato contro il morbillo, ma allora il programma prevedeva una sola dose. In risposta all’ultima epidemia sono state sottoposte all’immunizzazione 2,2 milioni di abitanti su una popolazione di 25,7 milioni. Le autorità malgasce hanno pianificato un programma di vaccinazioni standard di due dosi entro la fine dell’anno, cioè dovrebbe comprendere anche un richiamo perchè l’immunizzazione sia davvero efficacie.

Giorgio Maggioni
giorgio@mymadagascar.it

Seggi distrutti, schede bruciate: rinviate elezioni presidenziali in Nigeria

Dal Nostro Corrispondente
Blessing Akele
Benin City, 16 febbraio 2019

A poche ore dall’apertura dei seggi, le elezioni presidenziali, previste per oggi, sono state rinviate al 23 febbraio, mentre le legislative e per scegliere il governatore dei trentasei Stati si svolgeranno il 9 marzo. Lo ha annunciato alla nazione il presidente del Comitato elettorale indipendente della Nigeria (INEC), Mahmood Yakubu.

“Tale decisione è stata presa dopo un’attenta valutazione dei fatti attuali. La Commissione avrà così il tempo necessario di mettere a punto alcune questioni logistiche e operative per lo svolgimento di questa tornata elettorale”, ha precisato Yakubu.

Il presidente della Commissione elettorale della Nigeria, Mahmood Yakubu

Durante le ultime settimane la Nigeria è stata investita da un’ondata di violenza: diverse sezioni elettorali sono state incendiate e migliaia di schede distrutte. Venerdì scorso nel nord ovest, nello Stato di Kaduna la polizia ha scoperto 66 cadaveri. Ventidue erano dei bambini e 12 donne. Sono stati uccisi secondo le fonti ufficiali da “elementi criminali”.

Inoltre, in diverse località del Paese manca il materiale elettorale. Anche le elezioni del 2015 erano state rinviate da febbraio alla fine di marzo per problemi logostici e di sicurezza.

La notizia del rinvio della consultazione ha colto la popolazione di sorpresa. Il presidente uscente, Muhammadu Buhari del partito All Progressives Congress (APC) ha chiesto alla popolazione la massima collaborazione con INEC, affinché questa tornata elettorale possa svolgersi in un clima più disteso.

I candidati che si contenderanno la poltrona più ambita sono ben settantatre, ma la vera sfida si svolgerà certamente tra Buhari e Atiku Abubakar, ex vicepresidente e rappresentante del partito all’opposizione, Peoples Democratic Party (PDP), che è stato al potere nella la ex colonia britannica dal 1999 al 2015.

Blessing Akele
blessing.akele@yahoo.com

Dal Nostro Archivio

Caos nell’organizzazione e minacce dai Boko Haram: saltano in Nigeria le presidenziali

Zimbabwe, elefantini strappati alle madri per essere spediti negli zoo in Cina

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 15 febbraio 2019

Nell’ex colonia britannica, trentacinque cuccioli di elefante sono stati portati via alle madri per essere trasportati in zoo privati e parchi-safari cinesi.

Cuccioli di elefante giocano
Cuccioli di elefante giocano

La notizia, pubblicata dal Times sta facendo il giro del mondo non solo per la crudeltà verso i pachidermi ma anche per la brutalità del sistema utilizzato per isolare i piccoli dalle madri.

Per rapire i cuccioli, usano gli elicotteri che, con voli radenti spaventano i pachidermi. La mandrie, terrorizzate, si disperdono e alle madri che non vogliono separarsi dai cuccioli viene sparata una siringa di narcotico per fermarle, quindi i baby elefanti atterriti sono immobilizzati e caricati sui camion.

Secondo il quotidiano britannico questa terribile tecnica utilizzata dagli elicotteri viene effettuata più volte e serve a “disorientarli, sfinirli e sottometterli”, prima di affrontare uno stressante volo di 11 mila km per arrivare in Cina.

Nella mappa la posizione del Hwange National Park (Courtesy Google Mapa)
Nella mappa la posizione del Hwange National Park (Courtesy Google Maps)

Tutto questo succede nel Hwange National Park (ex Wankie Game Reserve), la più grande riserva dello Zimbabwe (14 mila kmq), nel Matabeleland, estremo ovest del Paese. In quel parco nazionale il dentista americano Walter Palmer, nel 2015, uccise Cecil, il vecchio leone dalla criniera nera e simbolo del parco per farne un trofeo pagato 55 mila dollari. È lì, dove mandrie di elefanti vivono libere in “area protetta”.

Secondo le autorità dello Zimbabwe l’esporazione degli elefanti è utile per controllare le sovrappopolazione dei pachidermi e per pagare l’enorme debito del Paese africano. Gli ambientalisti protestano – e non solo loro – e si chiedono perché i cuccioli? I piccoli, almeno fino all’età di cinque anni dipendono biologicamente ed emotivamente completamente dalle mamme.

Una scolaresca di scuola primaria assiste all'allattamento di uno degli elefantini orfani del David Sheldrick Wildlife Trust di Nairobi (foto © Sandro Pintus)
Una scolaresca di scuola primaria assiste all’allattamento di uno degli elefantini orfani del David Sheldrick Wildlife Trust di Nairobi (foto © Sandro Pintus)

Forse non tutti sanno che gli elefanti soffrono come gli esseri umani. Lo disse Daphne Sheldrick, fondatrice a Nairobi, in Kenya, del David Sheldrick Wildlife Trust, il centro dove si curano gli elefantini orfani.

“Le emozioni degli elefanti sono esattamente uguali alle nostre. Se perdono le loro famiglie sono pieni di aggressività, distrutti, affranti e in lutto. – ha raccontato Daphne Sheldrick al National Geographic nel 2011 -. A causa di tutto ciò che hanno passato hanno incubi e soffrono di insonnia”.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter: @sand_pin

Artisti africani all’opera per Ikea: in arrivo una nuova collezione dal prossimo maggio

Africa ExPress
Johannesburg, 14 febbraio 2019

La prima collezione di IKEA, realizzata completamente in Africa, si chiama Överallt – che tradotto dallo svedese significa ovunque – sarà disponibile in tutti negozi della catena del colosso del mobile scandinavo da maggio 2019.

Due anni fa cinque designer di IKEA si sono associati con dieci architetti, artisti, designer e creatori di sette Stati africani per studiare e realizzare insieme moderni rituali urbani, sottolineando la loro importanza e del ruolo che viene loro attribuito.

Con la nuova linea Överallt IKEA spera di scoprire il design africano contemporaneo e portare al grande pubblico il boom creativo di molte grandi città africane.

La nuova linea Överallt, realizzata da Ikea con artisti africani

James Futcher, responsabile della creazione di IKEA ha precisato: “Con la nuova linea vogliamo incoraggiare le persone a sedersi insieme a tavola, discutere, parlare, raccontarsi storie, dare prova della loro creatività, passare del tempo insieme. E grazie a questa nuova collaborazione, alla fusione di nuovi talenti e tutte le discussioni intercorse durante la progettazione per la realizzazione, ogni creazione ha avuto un supporto specifico. Infine, vorremmo che Överallt possa diventare un nuovo strumento per socializzare”.

I designer africani che hanno partecipato al progetto sono: Issa Diabaté (Costa d’Avorio) ; Hend Riad et Mariam Hazem (Egitto) ; Laduma Ngxokolo (Sudafrica) ; Bethan Rayner et Naeem Biviji (Kenya) ; Sindiso Khumalo (Sudafrica) ; Renee Rossouw (Sudafrica) ; Bibi Seck e Selly Raby Kane, entrambi del Senegal. Mentre quelli di IKEA sono: Kevin Gouriou (Francia) ; Iina Vuorivirta (Finlandia) ; Hanna Dalrot, Johanna Jelenik, Mikael Axelsson, tutti svedesi, e naturalmente responsabile creativo James Futcher.

In collaborazione con Mikael Axelsson della ditta svedese, Laduma Ngxokolo ha realizzato un tappeto che sembra davvero un’opera d’arte. “Mi sono ispirato ad un viaggio che ho fatto tempo fa. Spero che possa dare conforto alle persone”.

Mentre Selly Raby Kane, insieme a Iina Vuorivirta, stilista della casa svedese, ha concepito un cestino, ispirandosi alle acconciature africane. “Mentre si realizzano le treccine, la testa riposa per ore e ore sulle ginocchia di un membro della famiglia, dunque è un bel momento di condivisione oppure ci si sdraia sul divano di un salone alla moda, ascoltando musica pop, locale o straniera. Le tecniche per fare le treccine sono varie e affascinanti, e, l’intrecciatura rappresenta creatività, potere, arte, e, talvolta anche un linguaggio in codice”, ha specificato Selly Raby Kane.

L’équipe che ha realizzato la nuova linea Överallt

Ma chi sono i designer del continente africano? Issa Diabaté, senegalese, con in tasca un master in archiettura, conseguito all’università statunitense di Yale, è direttore generale dell’agenzia Koffi & Diabaté Architectes e co-fondatore di Koffi & Diabaté Group.

Hend Riad et Mariam Hazem, due giovani egiziane, co-fondatrici dello studio Reform con sede al Cairo. Designer all’avanguardia, molto attente ai problemi ambientali, hanno creato recentemente un nuovo materiale ecologico Plastex, ricavato grazie al reciclaggio di sacchetti di plastica.

Anche il giovane sudafricano, Laduma Ngxokolo, ha una passione per i tessili e per la realizzazione dei suoi capi si è ispirato alla cultura xhosa (gruppo etnico di origine bantu, dopo gli zulù è l’etnia maggiormente rappresentata in Sudafrica). Nel 2015 Laduma Ngxokolo ha vinto il premio Vogue Italia Scouting for Africa.

Bethan Rayner et Naeem Biviji provengono entrambi dal Kenya, sono fondatori dello studio Propolis di Nairobi, attivo dal 2005. Tutti e due hanno studiato alla facoltà di architettura di Edimburgo. Oltre a progettazioni architettoniche, si occupano anche della creazione di mobili informali.

La sudafricana Sindiso Khumalo vive e lavora a Londra. Dopo una laurea in architettura all’università a Città del Capo, si è diplomata al Central St Martins College of Art and Design di Londra. La giovane è specializzata nella creazione di tessili moderni, dando risalto alla storia e la tradizione africana. Disegna i tessuti a mano, con l’aiuto di acquarelli e collages. Con il passare degli anni è riuscita a creare colori unici, ispirandosi agli zulù, ndebele e Kwazulu Natal. Collabora inoltre con una ONG per lo sviluppo di tessuti fatti a mano. Nell’ottobre 2015 ha vinto il concorso lanciato da Vogue Italia Who’s On Next Dubai . I suoi lavoro sono stati pubblicati nelle riviste di moda Vogue Italia, Vogue UK, Elle Magazine e Marie Claire Magazine.

Anche Renee Rossouw è architetto e un’artista sudafricana, che spazia in diversi generi: dai modelli ai murales e l’arte. Oltre alla laurea in architettura e diverse specializzazioni, ha eseguito anche un master in Designs Products in Spagna, Madrid, presso European Design Labs.

Bibi Seck, nato a Parigi da padre senegalese e madre proveniente dalla Martinica, lavora nel campo del design da oltre trent’anni. Nel 2004 ha fondato insieme alla moglie Ayse Birsel un’agenzia di design a New York.

Selly Raby Kane, senegalese anche lei, appartiene alla nuova generazione di designer e artisti urbani e ha portato un tocco di energia alla cultura senegalese. Nata e cresciuta a Dakar, ha studiato alla scuola di commercio della moda Mod’Spé a Parigi, e, prima di ritornare definitivamente nel Senegal, ha vissuto per qualche tempo a New York. La sua marca “Selly Raby Kane”, ha creato e realizzato la collezione Birds of Dakar, tra cui anche il kimono-crevette, indossato nel 2016 da Beyoncé.

Africa ExPress
@afrixexp

Quattro vedove portano in tribunale Shell per violazione diritti umani in Nigeria

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sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 14 febbraio 2019

C’è voluto quasi un quarto di secolo, ben 23 anni, per portare alla sbarra il gigante petrolifero Shell per la violazione dei diritti umani in Nigeria. L’11 febbraio c’è stata la prima udienza del processo.

Esther Kiobel, vedova di Barinem, impiccato dopo un processo farsa del 1995 in Nigeria (Courtesy Amnesty International)
Esther Kiobel, vedova di Barinem, impiccato dopo un processo sommario del 1995 in Nigeria (Courtesy Amnesty International)

La multinazionale olandese è accusata dal Tribunale distrettuale dell’Aja, in Olanda, di aver istigato, negli anni Novanta, terribili violazioni dei diritti umani commesse dal governo militare nigeriano contro la popolazione ogoni.

Lo ha comunicato in una nota Amnesty International che sostiene quattro coraggiose vedove: Esther Kiobel, Victoria Bera, Blessing Eawo e Charity Levula. Le donne hanno denunciato la Shell per istigazione alla violenza, carcerazione, tortura e impiccagione dei loro mariti.

Barinem Kiobel, Baribor Bera, Nordu Eawo e Paul Levula, dopo un processo sommario, vennero impiccati nel 1995. Insieme a loro anche altri cinque attivisti ogoni tra cui il loro leader e scrittore Ken Saro-Wiwa.

Gli imputati del processo "Ogoni Nine" (Courtesy Amnesty International)
Gli imputati del processo “Ogoni Nine” (Courtesy Amnesty International)

Il caso è noto a livello internazionela come la “vicendo dei nove ogoni”. Tutti lottavano contro lo sterminato inquinamento della Ogoniland, regione a est del Delta del Niger, dove operava l’azienda petrolifera olandese.

“Shell ha impiegato le sue risorse per combattermi anziché per dare giustizia a mio marito – ha dichiarato Esther Kiobe -. Per tutti questi anni ha cercato di impedire che questo caso arrivasse in tribunale”.

Non è stato facile portare in tribunale una multinazionale come Shell. La causa era stata intentata da Esther Kiobel negli Stati Uniti, a New York, nel 2002. La Corte suprema americana, nel 2012, ha concluso che gli Stati Uniti non avevano competenza giuridica per esaminare il caso.

Inquinamento da petrolio in Nigeria (Courtesy Amnesty International)
Inquinamento da petrolio in Nigeria (Courtesy Amnesty International)

Oggi le vedove chiedono al tribunale di ordinare a Shell la consegna dei 100 mila documenti messi a disposizione del tribunale di New York, cosa che gli avvocati di Shell hanno finora rifiutato di fare.

“Nonostante numerose prove a suo carico, Shell è riuscita a evitare la giustizia per anni non rispondendo mai di fronte a un tribunale delle accuse nei suoi confronti – ha dichiarato Mark Dummett di Amnesty International -. È una giornata storica di enorme importanza per tutti coloro che sono danneggiati dall’avidità e dalle azioni sconsiderate delle multinazionali”.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter: @sand_pin