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Nigeria: accusato di stregoneria, ragazzo perde una mano dopo torture

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Uganda, missionaria americana sospettata della morte di centinaia di bambini

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 28 febbraio 2019

La denuncia è partita da due mamme ugandesi, attraverso la Women Probono Initiative, associazione che offre tutela legale a donne che subiscono abusi. Le due madri, Zubeda Gimbo e Annet Kakai, hanno visto morire i loro bambini dopo le “cure” della missionaria statunitense Renee Bach.

Renee Bach con del cibo in mezzo ai bambini
La missionaria americana Renee Bach con del cibo in mezzo ai bambini

Le accuse pesantissime

Renee, giovane diciannovenne piena di buone intenzioni e carità cristiana, nel 2010 ha deciso andare in Africa per salvare i bambini denutriti. Ha creato l’ong Serving His Children (SHC), con sede in Virginia, USA. Oggi, nove anni dopo la fondazione dell’ong, si sospetta che sia colpevole della morte di almeno un centinaio di bimbi – ma si stima che siano addirittura 600.

Giovane, bella e bionda, un viso pulito, un bel sorriso, con il camice bianco e lo stetoscopio, Renee appariva come un medico. Con il suo look dava fiducia alle mamme che avevano bimbi malati o denutriti. Un angelo bianco che avrebbe salvato la vita del loro figlio.

Secondo le testimonianze raccolte la giovane missionaria convinceva le mamme a lasciare gli ospedali ugandesi e portare i loro bimbi nel suo Centro dove venivano “curati”. Tutto questo accadeva a Masese, nel distretto di Jinjia, una cittadina sulle rive del lago Vittoria, nel sud dell’Uganda a un centinaio di km a est della capitale Kampala.

Renee Bach con una bambina africana
Renee Bach con una bambina africana

Le testimonianze contro Renee Bach

Tra i testimoni c’è un’infermiera americana, che nel 2011 lavorava per SHC. Dopo nove mesi ha deciso di licenziarsi per le “decisioni cliniche” prese da Renee la quale aveva anche asserito che “Sentiva che Dio le avrebbe detto cosa fare per un bambino”.

“Per le azioni cui ho assistito nel Centro e ciò che Renee mi ha raccontato – dice la testimone – negli Stati Uniti, sarebbe stata arrestata. Lavorava senza la guida di un medico e dava ordini al personale infermieristico”.

Senza la presenza di un medico, ai bambini venivano fatte trasfusioni di sangue, inserimento di sondini naso gastrici, iniezioni intramuscolari ed endovenose. Renee faceva prescrizioni e dosaggi di farmaci per via orale, intramuscolare e per via endovenosa.

Anche un’altra americana che ha una formazione in scienze della salute ha lavorato per SHC nel 2010. Ha visto morire una bambina sottonutrita. Renee, che non aveva alcuna conoscenza del cibo utilizzato per la riabilitazione, l’ha alimentata normalmente invece che attraverso un processo di nutrizione riabilitativa.

Quando è svenuta le ha fatto un’iniezione. Poco dopo la bambina è morta. “Il decesso – dice la testimone – è stato causato probabilmente da improvvisi cambiamenti negli elettroliti che aiutano il corpo a metabolizzare il cibo”.

Un’altra testimonianza statunitense, parla di Renee che faceva assumere ai bimbi medicine per la tubercolosi, farmaci antiretrovirali e per l’epilessia, antibiotici e altri medicinali.

La denuncia di Women's Probono Initiative contro Renee Bach e l'ong Serving His Children
La denuncia di Women’s Probono Initiative contro Renee Bach e l’ong Serving His Children

La WPI accusa la missionaria e SHC anche di “aver violato i diritti umani, il diritto alla salute dei bambini, il diritto alla vita, il diritto ad essere liberi dalla discriminazione sulla base della razza e della condizione economica sociale e il diritto di dignità, trattamenti inumani e degradanti”.

La prima udienza  del processo contro Renee Bach e SHC è fissata per il 12 marzo prossimo, al Tribunale di Jinjia. Intanto Renee, che dovrà difendersi da accuse pesantissime, è sparita.

Da Kampala, il collettivo “No White Saviors“, gruppo che vuole “decolonizzare le missioni e lo sviluppo”, ci ha riferito che la missionaria, alla fine di settembre scorso, è tornata negli Stati Uniti. Per adottare un bambino attraverso il sistema di adozione americano.

(Ultimo aggiornamento 3 marzo 2019)

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter: @sand_pin

Al Bashir dopo lo stato d’emergenza, ora in Sudan anche tribunali speciali

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 26 febbraio 2019

La scure di Omar al Bashir non si ferma, continua ad abbattersi sulla popolazione che non intende abbandonare le proteste, a scendere nelle strade per chiedere migliori condizioni di vita e le dimissioni del dittatore e del suo governo, malgrado lo stato di emergenza dichiarato venerdì scorso.

Proteste in Sudan

Ora il presidente ha preso altre severe misure volte ad opprimere le dimostrazioni:

  • Da lunedì sono vietate tutte le manifestazioni, scioperi e raduni
  • Le forze dell’ordine hanno maggiori poteri: possono effettuare perquisizioni in qualsiasi edificio, limitare la circolazione di persone e del traffico pubblico, arrestare chiunque si presuma abbia commesso un crimine in relazione allo stato d’emergenza.
  • D’ora in poi i procuratori sudanesi possono revocare immediatamente l’immunità a deputati e alti ufficiali
  • Sono già stati istituiti tribunali speciali
  • Inoltre al Bashir ha vietato con effetto immediato il trasporto non autorizzato di carburante
  • Il cambio di valuta può essere effettuato solo tramite i canali ufficiali
  • Arresto immediato per i sudanesi che si recano all’estero con più di tremila dollari o cenetocinquanta grammi d’oro.

Al Bashir, sul quale pende un mandato d’arresto internazionale spiccato dalla Corte criminale internazionale dell’Ajia, ha nominato come nuovo primo vice presidente il ministro della Difesa, Awad Mohamed Ahmed Ibn Auf, un alto ufficiale e suo fedelissimo. Infatti, durante la guerra del Darfur Auf, allora capo dell’intelligence militare, era responsabile dei contatti tra il governo e i janjaweed, sostenuti appunto da Khartoum.

Awad Mohamed Ahmed Ibn Auf,, primo vice presidente del Sudan

I janjaweed sono le famigerate milizie paramilitari sudanesi diventate famose per le atrocità commesse in Darfur. Diavoli a cavallo che bruciavano i villaggi, stupravano le donne, uccidevano gli uomini e rapivano i bambini per renderli schiavi. Oggi sono sempre al servizio del governo di al Bashir, anche se hanno cambiato nome: si chiamano Rapid Support Forces (RSF) e diversi loro capi e miliziani facevano parte dei janjaweed. Si occupano sopratutto del controllo delle frontiere, dei respingimenti dei migranti, ma sono stati anche visti nelle operazioni di rastrellamento durante le recenti manifestazioni contro il vecchio dittatore.

James P. McGovern e Karen Bass, deputati statunitensi, hanno espresso le loro perplessità e in un comunicato hanno condannato lo stato d’emergenze dichiarato dal leader di Khartoum. E anche Cyril Sartor, presidente e direttore generale per l’Africa del Consiglio di sicurezza nazionale americano,  che si è recato in Sudan per qualche giorno la scorsa settimana ha fatto sapere che gli ultimi fatti mettono a rischio la cancellazione dalla lista dei Paesi considerati finanziatori di organizzazioni terroristiche.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

 

Dal Nostro Archivio

Sudan: il governo “Stato d’emergenza per un anno” e la folla scende in piazza

Presidenziali in Nigeria: vince Buhari ma Atiku contesta il risultato

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Dalla Nostra Corrispondente
Blessing Akele
Benin City, 27 febbraio 2019

In Nigeria Mohammadu Buhari, ha vinto le elezioni e ha battuto il suo avversario Atiku Abubakar proprio nelle sue roccaforti. Il suo partito, l’All Progressives Congress, ha avuto 15.2 milioni di voti; quello del suo avversario, il People Democratic Party, si è fermato a 11.3 milioni. Atiku però contesta il risultato e parla di brogli.

Laddove l’APC ha perso negli scrutini per le elezioni dei parlamentari, Buhari invece risulta sempre primo per quelli presidenziali. Raccoglie il 70 percento circa di voti quasi ovunque, come in Ondo State. Addirittura batte il suo avversario nel suo Stato, Adamawa State. Olegusun Obasanjo, di cui Atiku era vicepresidente, lì aveva ottenuto una schiacciante maggioranza.

Mohammadu Buhari

Nel martoriato Borno State, dove da decenni imperversa il gruppo terroristico Boko Haram, il partito del presidente uscente Buhari, ha vinto la sfida elettorale. Nello Stato di Benue, che confina con Nassarawa, il candidato a governatore dell’ All Progressive Congress, è in testa. Stessa situazione negli Stati di Taraba e Kogi.

L’avversario Atiku Abubakar, dal canto suo, ha strappato qualche Stato governato da APC, come Edo State. Tiene in altri Stati come Akwa Ibom, Ebonyi, Cross-Rivers.

I risultati definitivi per le presidenziali sono arrivati nella notte: lo scrutinio dei voti in Nigeria è più macchinoso, problematico e lento rispetto a come si è abituati in Europa o negli Stati Uniti.

Uno dei commissari dell’ INEC (Independent National Electoral Commission), Festus Okoye, ha ammesso (non potendo fare altrimenti) i ritardi incontrati nella consegna dei materiali di voto in più Stati come Lagos, Anambra, e Rivers tra gli altri. Nonché la distruzione degli stessi materiali di voto in diversi seggi dal nord al sud del Paese.

Ciò significa sostanzialmente che migliaia di nigeriani non hanno potuto votare.

Un dato statistico indica addirittura in undici milioni i votanti che non hanno potuto esercitare il loro diritto. Forse per incompetenza, forse per negligenza ma non si può escludere che ci sia anche uno zampino di corruttela. E’ accaduto anche che i lettori delle smart card (necessarie per avvedere alla votazione elettronica) abbiano subito dei guasti.

In aggiunta ci sono stati episodi di violenza che hanno causato al meno trentanove morti e molti feriti, come di consueto accade, ormai, in Nigeria nel periodo delle elezioni politiche.

Blessing Akele

Dal Nostro Archivio

Nigeria, Buhari in testa ma in attesa dei risultati fioccano le accuse di corruzione

Sentenza del tribunale ONU all’Aja: Diego Garcia appartiene a Mauritius

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 26 febbraio 2019

La Corte Internazionale dell’Aja ha accolto positivamente la rivendicazione della Repubblica di Mauritius e ha chiesto alla Gran Bretagna di rinunciare alla sovranità delle isole Chagos, un piccolo arcipelago che comprende cinquanta isole nel bel mezzo d’Oceano Indiano, compresa la base militare di Diego Garcia.

Nel 1965 le autorità mauriziane sono state costrette da Londra a cedere le isole alla Gran Bretagna e in cambio della sovranità, nel 1968 lo Stato insulare ha ottenuto l’indipendenza. All’epoca Londra Londra era disposta a tutto pur di impossessarsi delle Chagos. Per raggiungere il proprio scopo ha versato anche tre milioni di sterline nelle casse di Port Louis.

Base Diego Garcia USA – GB sulle isole Chagos

Agli inizi degli anni Settanta, con l’intensificarsi della guerra fredda, Londra e Washington hanno costruito a Diego Garcia, la più grande delle isole, la prevista  grande base militare che, da allora, ha svolto un ruolo importante nelle operazioni militari americane: è stata utilizzata per i bombardamenti  in Afghanistan e Iraq e la CIA ha adoperato la struttura per deportare le persone sospette, catturate in Afghanistan dopo gli attentati dell’11 settembre 2001.

Ma per poter realizzare la base,  Londra ha espulso i duemila residenti delle tre isole abitate dell’arcipelago, che sono stati trasferiti alcuni alle Mauritius, altri alle Seychelles. In un cablogramma addirittura gli indigeni sono stati bollati come “qualche Tarzan e Venerdì”.

Nel giugno 2017, l’Assemblea generale dell’ONU aveva adottato una risoluzione volta a chiedere alla Corte Internazionale il parere consultivo sulla controversia tra Mauritius e la Gran Bretagna. Il dibattito in aula era iniziato il 3 settembre 2018 scorso e si era protratto per quattro giorni in presenza dell’Unione Africana e  rappresentanti di ventidue Paesi, tra cui Germania, Stati Uniti, Gran Bretagna e delegati di Stati dell’Asia e dell’America Latina.

Sede del Tribunale Internzionale dell’Aja

I giudici del principale organo giudiziario delle Nazioni Unite hanno potuto emettere solamente un parere consultivo non vincolante, precisando che la Gran Bretagna ha commesso irregolarità durante il processo di decolonizzazione e ha suggerito che le autorità di Londra dovrebbero rinunciare al controllo del gruppo di isole, conosciute con il nome di British Indian Ocean Territory.

Sebbene al tribunale non sia stato chiesto di esprimere un’opinione sulla sovranità delle isole, il presidente della corte, Abdulqawi Yusuf, ha voluto ugualmente sottolineare: “La Gran Bretagna ha l’obbligo di porre fine quanto prima all’amministrazione delle isole Chagos”.

Olivier Bancoult, rappresentante del gruppo dei rifugiati delle Chagos e dei loro discendenti, era in lacrime quando ha appreso la notizia e ha dedicato la vittoria a tutti gli sfollati delle tre isole, ma anche al primo ministro Pravind Jugnauth e a suo padre, Anerood Jugnauth, ex presidente e in seguito ex primo ministro delle Mauritius.

La Repubblica di Mauritius si trova nell’Oceano indiano, a cinquecentocinquanta chilometri a est del Madagascar. Oltre all’isola principale Mauritius, comprende anche le Agalega, Cargados Carajos e Rodrigues.

Mauritius non ha una lingua ufficiale; quella maggiormente parlata è il creolo mauriziano, basato sul francese, con influssi sudafricani, inglesi e indiani, mentre gli atti parlamentari vengono redatti in inglese, essendo stata una ex colonia britannica. Solo il quattro per cento della popolazione è francofona.

Non esiste nemmeno una religione di Stato, quella più praticata è l’induismo. Questo perché il settanta per cento della popolazione è di origine indiana, pronipoti di immigrati portati dagli inglesi durante il periodo coloniale.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Dal Nostro Archivio

Mauritius rivendica le isole Chagos davanti alla Corte internazionale dell’Aja

 

Senegal alle urne: favorito il presidente uscente ma è probabile il ballottaggio

Africa ExPress
Dakar, 25 febbraio 2019

Ieri 6milioni e settecento mila senegalesi sono stati chiamati alle urne per eleggere il presidente che terrà lo scettro per i prossimi cinque anni. Macky Sall, il capo dello Stato uscente, e, secondo gli ultimi sondaggi dato come favorito, ha affrontato altri quattro candidati: Madické Niang, El Hadji Issa Sall, Idrissa Seck e Ousmane Sonko.

Nella ex colonia francese il presidente viene eletto per un mandato di cinque anni a scrutinio maggioritario a due turni. Vale a dire se nessuno dei candidati raggiunge la maggioranza assoluta, si va al ballottaggio, previsto per il 24 marzo 2019.

I seggi sono rimasti aperti dalle 08.00 alle 18.00, ma già diverse ore prima le persone erano in coda e hanno preso d’assalto gli uffici di voto.

L’affluenza è stata buona e ha raggiunto più o meno il cinquanta per cento delle persone iscritte nelle liste elettorali. Dati più precisi saranno disponibili durante la giornata, anche se gli scrutatori sono già all’opera. Per i risultati definitivi bisognerà comunque attendere una decina di giorni.

Anche in Casamance l’affluenza è stata piuttosto elevata, in particolare a Ziguinchor, la principale città di questa travagliata area nel meridione del Senegal. La speranza di una pace definitiva tra esercito e ribelli è una delle grandi sfide delle elezioni. Dopo anni di sanguinosi conflitti, la popolazione è stanca, chiede la pace, le conseguenze della guerra civile sono state devastanti e intere aree sono ancora disseminate di mine antiuomo poste dall’MFDC, che hanno provocato centinaia di morti e mutilati.

L’affluenza dei senegalesi residenti all’estero è stata minore. In Francia, dove erano iscritti oltre trentaduemila, solo l’undici per cento ha partecipato alla tornata elettorale.

Malgrado l’insufficienza di controlli, la giornata elettorale si è svolta in tranquillità, senza incidenti di rilievo. Sembra che la gente voglia partecipare attivamente alla vita del Paese, non vuole più essere semplicemente spettatore della politica.

Africa ExPress
@africexp

Lotta alla corruzione: parla Anas, reporter ghanese elogiato da Barack Obama

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 24 febbraio 2019

L’omicidio di Ahmed Hussein-Suale che lavorava sotto copertura su “Calciopoli” in Ghana è un terribile lutto per il giornalismo e per i giornalisti di tutto il mondo. Come è potuto accadere un fatto così orribile?

Non si può controllare lo stato mentale delle persone malvagie nel mondo. Non si può decidere quando potrebbero colpire e quando non devono colpire. È difficile sapere cosa potrebbe accadere, ma è successo. È uno sfortunato incidente.

Abbiamo preso tutte le misure di sicurezza necessarie per assicurarci che nessuno venga allo scoperto. Purtroppo Ahmed è stato colpito, è spiacevole ma è successo.

"Non ci faranno tacere. In memoria di Ahmed" l'immagine della pagina FB di Anas Aremeyaw Anas dedicata al giornalista assassinato (Courtesy Anas Aremeyaw Anas)
“Non ci faranno tacere. In memoria di Ahmed” l’immagine della pagina FB di Anas Aremeyaw Anas dedicata al giornalista assassinato (Courtesy Anas Aremeyaw Anas)

È normale che in Ghana succedano queste cose?

No. Qui nessuno che va in giro a sparare. Non è mai successo nella nostra storia. Ecco perché è davvero scioccante. Il calcio è una questione di passione che spinge le persone a fare cose che normalmente non sarebbero state fatte.

Perché ha cominciato a lavorare come giornalista sotto copertura?

Per la semplice ragione che lavorare sotto copertura produce risultati. Si producono prove. Il vero nucleo del giornalismo è la prova. Se non hai prove non hai il caso. Sei suscettibile non solo di cause legali, ma a ritrattazioni, scuse e risse giudiziarie.

Lavorare sotto copertura deve sempre essere l’ultima risorsa e nell’interesse pubblico. Anche perché viviamo in un continente pieno di ritrattazioni dove la gente nega. Sotto copertura fornisci le verifiche fondamentali per essere in grado di dire: “Ho le prove. Perché stai negando?”.

Barack Obama durante il discorso di elogio ad Anas Aremeyaw Anas
Barack Obama durante il discorso di elogio ad Anas Aremeyaw Anas


“Un giornalista coraggioso che ha rischiato la sua vita per scoprire la verità”
. Sono parole del presidente Barack Obama durante la visita in Ghana nel 2009. Come si è sentito dopo queste dichiarazioni?

Le sue parole mi hanno investito di una grande responsabilità. E mi sono chiesto se era un punto di arrivo. Ho invece preso le dichiarazioni di Obama come una sfida. Dare prova al resto del mondo che le affermazioni del presidente americano si riferivano ai fatti e a un mio particolare modo di lavorare.

La maschera che indossa ha uno speciale significato nella cultura del Ghana o in Africa o serve solo per nascondere la sua identità?

Le perline della maschera che indosso sono africane. Significa che se lavoro sotto copertura, il mio marchio deve fare eco nel continente africano e le perline echeggiano in molte parti dell’Africa. In Uganda o in Sudafrica, oppure in Zimbabwe o Nigeria, sarei sempre in grado trovare le perline per avere una maschera.

Anas è un cacciatore e le sue prede sono i corrotti che rubano risorse a tutta la comunità. Come fermare la corruzione?

È una domanda difficile. Nel mondo, non solo in Africa, è chiaro che la guerra contro la corruzione deve essere costante. Nel mondo c’è una continua lotta tra male e bene: i malvagi distruggono ciò che gli uomini hanno costruito. Quindi è bene sapere che non ci sarà modo di sradicare la corruzione.

Manifesto che pubblicizza il docufilm "Number 12" sulla corruzione nel calcio: "Quando malaffare e avidità diventano norma"
Manifesto che pubblicizza il docufilm “Number 12” sulla corruzione nel calcio: “Quando malaffare e avidità diventano norma”

È la nostra lotta coerente che rende la società un posto migliore. Questo non accade da un giorno all’altro, accade nel tempo, quindi non dovremmo perdere il coraggio o la speranza quando sembra che la nostra lotta non sia stata di alcun beneficio. Dobbiamo solo essere determinati e perseveranti.

(con il contributo di Tatiana Crisafulli)

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter: @sand_pin

(2 – continua)

Dal Nostro Archivio

Ghana, indagava su corruzione nel calcio giornalista massacrato a pistolettate

Ghana, il calcio e una indimenticabile lezione su come si combatte la corruzione

Assoluzioni in cambio di bustarelle, i video di un giornalista inchiodano 34 giudici in Ghana

Sudan: il governo “Stato d’emergenza per un anno” e la folla scende in piazza

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 23 febbraio 2019

Ieri sera durante un discorso alla nazione, Omar al Bashir, presidente del Sudan, ha dichiarato lo stato d’emergenza per una anno e ha dato il ben servito al governo.

Poche ore dopo il vecchio dittatore ha sciolto il governo centrale e quelli dei diciotti stati, i cui governatori sono stati sostituti con alti ufficiali militari. Poche ore fa è stato nominato anche il nuovo primo ministro, Mohamed Tahir Ayala, ex governatore di Gezira, stato situato tra la confluenza del Nilo Azzurro con il Nilo Bianco.

Il nuovo primo ministro è un fedelissimo di al Bashir, che nel novembre 2017 aveva dichiarato che avrebbe sostenuto la candidatura di Ayala alle presidenziali del 2020, nel caso dovesse decidere di non ripresentarsi alla tornata elettorale. Giorni fa, il capo di Stato sudanese aveva chiesto alla commissione che sta studiando la possibilità di cambiare la Costituzione per permettergli di presentarsi per un ulteriore mandato, di postporre le convocazioni già messe in calendario.

Il ministro della Difesa, Awad Mohamed Ahmed Ibn Auf, oltre ad essere ancora a capo del suo dicastero, è stato promosso a primo vice presidente del Sudan. Finora non sono stati cacciati nemmeno i ministri degli Esteri e della Giustizia.

Grazie allo stato d’emergenza, le forze di sicurezza hanno mano libera, possono sopprimere qualsiasi protesta e manifestazione. Le dimostrazioni sono iniziate il 19 dicembre, dopo l’annuncio del governo di voler triplicare il prezzo del pane. Le agitazioni si sono presto diffuse in tutto il Sudan fino a raggiungere anche la capitale; ora la gente chiede non solo una vita dignitosa, ma anche le dimissioni di Bashir.

Subito dopo le dichiarazioni del presidente di venerdì sera, centinaia di persone si sono riversate sulle strade della capitale Khartoum, urlando a gran voce slogan contro al Bashir e chiedendo le sue immediate dimissioni. La polizia ha risposto sparando gas lacrimogeni per disperdere i manifestanti, molti tra loro sono stati arrestati.

Proteste a Khartoum, capitale del Sudan

Dall’inizio delle proteste, oltre mille persone sono state fermate e sbattute in galera. E secondo diversi gruppi per la difesa dei diritti umani, i morti sarebbero ben oltre le trentuno dichiarate dal governo. Ma l’oppressione del regime autocratico di Omar al-Bahir, al potere dal 1989 dopo un colpo di Stato, non ha fermato la popolazione, stanca e allo stremo. La Sudanese Professional Association, che è tra i maggiori organizzatori delle agitazioni, han promesso nuove manifestazioni nei prossimi giorni.

I maggiori raggruppamenti politici all’opposizione hanno proposto un governo di transizione della durata di quattro anni, al termine di questo periodo dovrebbero svolgersi nuove libere elezioni.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Dal Nostro Archivio:

Sudan: popolazione scatenata contro al-Bashir che cerca aiuti all’estero

 

 

Uganda: caccia a 18 vietnamiti per contrabbando di avorio e scaglie di pangolino

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 23 febbraio 2019

La polizia ugandese sta dando la caccia a diciotto vietnamiti implicati nel contrabbando di avorio e scaglie di pangolino verso l’Asia. Le loro fotografie sono state pubblicate sul quotidiano New Vision due settimane fa.

Altri due cittadini del Paese asiatico sono già stati arrestati alla fine di gennaio: sono sospettati di aver importato dal Sud Sudan in Uganda tre container imbottiti di merce illegale. Gli agenti di Ugandan Revenue Authority, hanno monitorato il carico, che era stato portato in un magazzino a Kampala, la capitale dell’Uganda.

Fatta irruzione nell’hangar, gli uomini dell’URA hanno aperto i container e trovato settecentocinquanta pezzi di avorio e migliaia di scaglie di pangolino, nascosti in mezzo a tronchi di albero. Si suppone che il carico provenga da animali della Repubblica Democratica del Congo.

“E’ risaputo che l’Uganda è il maggior punto di transito del traffico illecito di specie selvatiche e con questo maxi sequestro ne abbiamo avuto un’ulteriore prova”, ha spiegato il ricercatore belga Kristof Titeca.

I pangolini sono attualmente i mammiferi più venduti nel mondo; vengono cacciati per la carne e per farne prodotti della medicina tradizionale in Africa, e recentemente è stato scoperto un crescente commercio vietato di pangolini africani in alcuni Paesi dell’Asia.

Zanne di elefante sequestrate in Uganda

Il loro prezzo è aumentato del centocinquanta per cento negli ultimi trent’anni e il team di ricerca internazionale dell’università di Sussex e di Wildlife Conservation Society (Wcs) ha denunciato nel 2017 che tra 0.4 e 2.7 milioni di pangolini vengono catturati annualmente nelle foreste di Camerun, Repubblica Centrafricana, Guinea Equatoriale, Gabon, Repubblica Democratica del Congo e Repubblica del Congo.

Il pangolino è un animale difficilmente da vedere, figuriamoci da monitorare. Sono mammiferi notturni e di notte stanno sottoterra o in cima agli alberi, non emettono suoni di richiamo. I loro nidi sono piccoli e non lasciano tracce facilmente riconoscibili. Dunque è difficile sapere quanti esemplari ne esistano ancora nell’Africa centrale, ha fatto sapere Daniel Ingram, dell’università di Sussex.

Pangolino gigante

Hanno il corpo ricoperto da squame cornee, costituite da cheratina, che si sovrappongono l’una all’altra, formando una sorta di “corazza a piastre”. Solo il ventre, la parte interna delle zampe, il muso e le parti laterali del capo sono scoperti. La corazza è costruita in modo da permettere all’animale di appallottolarsi se spaventato

Malgrado sia vietato il traffico di avorio, i bracconieri sono ancora molto attivi in tutto il continente africano. La Cina è il Paese maggiormente interessato alle zanne d’elefante. E, secondo il World Wide Fund for Nature, attualmente ci sono poco più di quattrocentoquindicimila pachidermi in Africa.

Le pene riservate ai bracconieri e ai trafficanti sono diventate molto severe in quasi tutti gli Stati africani. Ricordiamo qui che Yang Fenglan, una signora cinese soprannominata “regina dell’avorio”, rea del contrabbando di settecento zanne di elefante, è stata condannata a quindici anni di carcere da un tribunale della Tanzania.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Pietismo, corruzione e natalità smisurata: ecco i grandi mali dell’Africa

Speciale Per Africa Express
Franco Nofori
Torino, 22 febbraio 2018

Sarà causa dello sconsiderato pietismo, sarà causa dell’ignavia occidentale verso le corrotte leadership che la dissanguano, ma sta di fatto che in Africa, il concetto di responsabilità si fa sempre più fievole, sostituito dalla convinzione che il mondo debba provvedere ai suoi bisogni. A prescindere dal fatto che questo sia o no praticabile, il vero problema è che proprio in questa attesa s’insediano i germi dell’arretratezza e dell’incapacità di auto-costruire la propria emancipazione.

Cristine Mariam Scandroglio (seconda da sinistra) al convegno “Universo Donna” di Milano

Vi sono non poche voci autorevoli che mettono in guardia contro la continua opera di assistenza internazionale, che vede, per contro, la povertà africana crescere in modo inarrestabile. Tra queste, quella degli scrittori Wilbur Smith e Frederick Forsyth, che l’Africa la conoscono bene, ma anche quella dell’economista di origine zambiana, Dambisa Moyo, autrice del libro “La Carità che uccide” e della giovane italiana Cristine Mariam Scandroglio, originaria della Costa d’Avorio, che dirige l’area provinciale dell’UGL (Ufficio Confederale Politiche Migratorie). Il sindaco di Napoli, De Magistris, ha rifiutato di riceverla, perché, in luogo di favorire l’accoglienza indiscriminata che lui propugna, lei sostiene la necessità di coinvolgere e responsabilizzare con più fermezza i governi africani che sono oggi i principali colpevoli della permanente arretratezza dei propri Paesi.

In tema di responsabilità, non si può neppure sottacere, l’enorme tasso di crescita demografica che affligge l’Africa dove sono messi al mondo milioni di bambini, pur in assenza dei mezzi necessari per accudirli e fornire loro la necessaria scolarizzazione. Il giornalista Paolo Barnard definisce questa incontrollata proliferazione “Una macchina di disperazione e di morte di proporzioni infernali”. Nella sua disanima del fenomeno, afferma anche che “Nel suo periodo di fertilità, una donna africana mette al mondo una media di sette figli”. Questo, stando ai dati ONU, significa che “fra trent’anni, più di un miliardo di umani si aggiungeranno alla già stipata terra d’Africa”.

Il giornalista Paolo Barnard

La soluzione che Barnard propone è un’intensificazione dei sistemi contraccettivi e un cambio di rotta della Chiesa cattolica che dovrebbe rimuovere il veto di farne uso. A sostegno di questa tesi, Barnard cita le parole del grande matematico-filosofo-umanista, Bertand Russel: “E’ assolutamente giusto che Africa e Asia ottengano eguaglianza nella ricchezza con l’Occidente. Ma se si vuole evitare che l’Africa e l’Asia travolgano il mondo con immense popolazioni in estrema povertà, esse dovranno però imparare a mantenere popolazioni numericamente stabili. E se non impareranno a controllare questo, allora inevitabilmente perderanno la loro rivendicazione di eguaglianza economica”.

Il filosofo e matematico britannico Bertrand Russell (1872-1970)

Paolo Barnard e Bertrand Russell – pur se in epoche lontane tra loro – sostengono tesi certamente condivisibili, ma ai nostri tempi, quando il mondo evoluto ha adottato severe norme che impongono ai genitori di fornire totale assistenza alle proprie progenie, appare assurdo che proprio l’Africa, che subisce i maggiori effetti della sovrappopolazione, non decida di fare altrettanto.

Oltre ai contraccettivi sarebbe necessario introdurre leggi rigorose che responsabilizzino i padri. Le ragazze madri, in Africa, sono un vero esercito e spesso lo stuolo di figli che mettono al mondo, sono di padri diversi, se non spesso sconosciuti alle stesse gestanti. Oggi c’è il test del DNA, basta usarlo per individuare i maschietti che si dileguano non appena la donna, che si e loro concessa, resta incinta. E’ facile trovarli, basta volerlo fare per imporgli di provvedere a quei figli che hanno contribuito a mettere al mondo o, in caso contrario, si mandino in galera affinché la smettano di mettere incinte ragazze spesso ignoranti e irresponsabili. Una donna può mettere al mondo un figlio l’anno, ma un uomo può diventare padre anche una volta al giorno.

La prova che la natalità in Africa è esplosa a seguito del contatto con la civiltà europea, è rivelata nei rapporti delle autorità coloniali britanniche. In Kenya, secondo tali rapporti, una donna, nell’intero periodo di fertilità, dava alla luce una media di sette figli. Il dieci per cento di questi, erano subito dati in pasto alle iene, perché nascevano con parto podalico o presentavano malformazioni o segni ritenuti di cattivo auspicio; un altro dieci per cento, moriva prima di raggiungere i cinque anni per malattie e infezioni; un altro dieci per cento, ancora, restava vittima degli animali feroci e infine, circa il venti per cento, era ucciso nei conflitti fra tribù rivali, già nell’età dell’adolescenza. Si tratta di dati approssimativi, ma abbastanza attendibili.

Le uccisioni alla nascita, previste dalle ferree tradizioni tribali, portarono a una massiccia esecuzione delle nutrici, alle quali le leggi britanniche, imputavano il reato d’omicidio e nel tempo, questa pratica, fu gradualmente abbandonata, ma per quanto il sostenerlo possa apparire cinico, la situazione, presente in Africa prima dell’occupazione coloniale, unita alla molto bassa aspettativa di vita, faceva si che la popolazione del Paese si mantenesse a un livello pressoché uguale: tanti ne nascevano, tanti ne morivano. Oggi, non è certamente proponibile il ripristino di quelle abitudini primitive e crudeli, ma il muoversi verso la civiltà e l’emancipazione, significa anche attribuire a ciascun membro della comunità cui appartiene, le responsabilità che gli competono, nel rispetto dei doveri e dei diritti di tutti i suoi membri.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

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Anas, il giornalista ghanese sotto copertura che manda in galera i corrotti africani

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sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 21 febbraio 2019

Il suo motto è “Name, Shame, Jail” (nome, vergogna, galera) perché così si muove Anas Aremeyaw Anas: cercare il nome dei criminali e dei corrotti, svergognarli con prove filmate e mandarli in galera.

Nato negli anni Settanta, Anas rischia la vita ogni giorno. Nessuno ha mai visto il suo volto ma molti – tra i criminali e corrotti di tutta l’Africa sub-sahariana – vorrebbero sapere chi è. Per farlo fuori.

È un giornalista investigativo che lavora sempre sotto copertura. Partecipa anche a conferenze e convegni e viene invitato per essere premiato per il suo lavoro. Si presenta in pubblico con una semplice maschera africana composta da fili di perline di vetro che gli coprono il viso ma gli permettono di vedere il pubblico.

Anas Aremeyaw Anas con una delle sue maschere
Anas Aremeyaw Anas con una delle sue maschere

Di premi ne ha vinti tanti. Dal 2004 ad oggi il suo lavoro è stato riconosciuto in tutto il mondo, dal Sudafrica alla Svizzera, dal Canada alla Francia, dagli Stati Uniti al Regno Unito e al Libano. E in Ghana. Una cinquantina di riconoscimenti e premiazioni, ultima delle quali in India nel 2018.

Anche l’ex presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha riconosciuto il suo importante lavoro e, nel corso della sua visita in Ghana nel 2009, lo ha citato in un discorso.

“Stampa indipendente, settore privato vivace e società civile, sono le cose che danno vita alla democrazia – ha dichiarato Obama -. Lo vediamo nei giornalisti coraggiosi come Anas Aremeyaw Anas, che ha rischiato la vita per denunciare la verità”.

Il presidente USA Barack Obama che cita Anas Aremeyaw Anas durante la visita in Ghana nel 2009 (Courtesy Anas Aremeyaw Anas)
Il presidente USA Barack Obama che cita Anas Aremeyaw Anas durante la visita in Ghana nel 2009 (Courtesy Anas Aremeyaw Anas)

Le sue indagini sotto copertura sono principalmente sulle questioni relative all’abuso dei diritti umani, in particolare l’abuso sui minori, e alla corruzione. Attraverso la Tiger Eye PI, di cui è a.d., il giornalista realizza documentari di denuncia che fanno il giro del mondo.

Anas lavora in team, con una squadra di professionisti efficienti e con alte tecnologie. Tra le sue indagini la tratta di ragazze dall’Asia al Ghana per la prostituzione, gli albini che in Tanzania vengono adescati e venduti, mutilati o ammazzati per rituali di stregoneria. Oltre quaranta lavori alcuni dei quali in collaborazione con BBC e al Jazeera.

Uno dei suoi lavori sotto copertura che hanno creato il panico tra le istituzioni ghanesi, è stato l’indagine sulla corruzione nella magistratura. Definito il più grande scandalo che abbia colpito il Paese africano, il documentario “Ghana in the Eyes of God” mostra riprese video dove una trentina di magistrati corrotti prendono mazzette in cambio di assoluzioni. E per questo è stato citato in giudizio.

Ma lo scorso 16 gennaio, Ahmed Hussein-Suale, giornalista investigativo del team di Anas, è stato assassinato a colpi di pistola nella sua auto. Aveva indagato sotto copertura sulla corruzione del mondo del calcio ghanese mostrata nel docu-film “Number 12”.

In Ghana, e in molti Paesi del grande continente africano, Anas è considerato un eroe ed è diventato un mito. Gli automobilisti della capitale, Accra, attaccano alle loro auto gli adesivi con la massima del giornalista che suona come un avvertimento “Anas is watching. Do the right thing” (Anas ti guarda. Fai la cosa giusta) mentre sui muri si possono vedere graffiti e scritte che inneggiano al loro eroe. Quello che manda i corrotti in prigione.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter: @sand_pin 
(1 – continua con l’intervista)

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Crediti foto:
– Anas Aremeyaw Anas
By Oslo Freedom Forum, Photographer: Reka NyariOwn work, CC BY-SA 4.0, Link