Speciale Per Africa Express Franco Nofori Torino, 5 marzo 2019
Con questo nuovo prestito di 70 milioni di dollari, concordato nell’ultimo trimestre dello scorso anno, Pechino è diventato il più grande creditore del mondo nei confronti del Kenya, che vede il suo debito complessivo con la Cina, salire dai precedenti 5,5 miliardi di dollari, contabilizzati nel settembre scorso, agli attuali 6,2 miliardi di dollari che fanno del Kenya il terzo Paese africano, dopo Angola ed Etiopia, con il più alto indebitamento verso il gigante asiatico. Il debito globale del Paese africano, considerando tutti i creditori, domestici e stranieri, raggiunge la strabiliante somma di 47 miliardi di dollari. Ciò vuol dire un debito pro-capite di 930 dollari (circa 100.000 scellini del Kenya) che ogni cittadino si trova sulle spalle alla nascita. Somma, che non in pochi casi, rappresenta il salario di un anno.
La sede del ministero del Tesoro a Nairobi, Kenya
Eppure, il Prodotto Interno Lordo (PIL) del Kenya ha avuto, nell’ultimo quarto di secolo, un incremento di tutto rispetto, passando dai 5 miliardi di dollari del 1993 agli attuali 80 miliardi di dollari, ma chi ha visto i benefici di questo più che apprezzabile risultato? La povertà, soprattutto nelle zone rurali, è in costante crescita; l’assistenza sanitaria è al collasso; l’apparato scolare è gravemente inadeguato; le infrastrutture, i trasporti e i servizi essenziali, sono – in larga parte del Paese – gli stessi di un secolo fa e sul tutto divampa una sempre più agguerrita e invincibile corruzione.
L’ingenuità di un gruppo di abitanti di Djibuti che plaudono alla “generosità” del partner asiatico (Courtesy of New York Times)
Quest’ultimo debito contratto con la Cina ha provocato la furiosa reazione di molti cittadini che hanno sfogato la loro rabbia sui social. “Nulla è stato fatto e nulla sarà mai fatto in futuro – protesta Ibra Ibrahim – non aspettatevi altro che furti, menzogne e ancora menzogne”. “Ecco un altro prestito – è l’amaro commento di Oyoya Johanes – perché i nostri leader possono continuare a rubare”.“Perché, prima di contrarre un nuovo debito – si chiede Moses Kamwigu – il governo non ci spiega come ha utilizzato i soldi ricevuti in precedenza?”. Peter Ndirawood è ancora più pessimista: “E’ terribile! Passo dopo passo diverremo tutti schiavi della Cina”.
Raffigurazione della trappola in cui il Kenya si sta cacciando con i prestiti dalla Cina (Courtesy of Business Daily)
Si tratta di commenti accesi, ma che è arduo definire infondati. Più volte, la Banca Mondiale e altri Paesi donatori, hanno sospeso gli aiuti al Kenya, perché il suo governo, pur continuando a chiedere prestiti, non era in grado di spiegare come aveva utilizzato quelli ottenuti in precedenza. “Riprenderemo gli aiuti – ha più volte riferito la Banca Mondiale – quando il governo del Kenya ci spiegherà perché non ha realizzato le opere per cui i precedenti prestiti erano stati erogati”. Una forma diplomatica per far capire che, quei soldi, erano spariti nella voragine della corruzione.
Vignetta del New York Times che mostra come la Cina prenda al laccio i paesi che finanzia
Alla reazione diffusamente negativa che ha fatto seguito all’ultimo prestito cinese, si aggiunge il fondato sospetto, che il Kenya abbia richiesto questo finanziamento, per riuscire a pagare le rate di quelli ricevuti in precedenza, impedendo così azioni coercitive da parte del creditore asiatico che aveva già messo i suoi occhi rapaci sul porto di Mombasa. Il Kenya si trova così esposto alla classica strategia dell’usuraio, che continua a finanziare la propria vittima, fino a che questa – strangolata dall’enormità del debito e impossibilitata a onorarlo – cede al creditore, in tutto o in gran parte, il suo patrimonio. Difficile avere dubbi che questa non sia la strategia di Pechino, perché è già stata attuata più volte con successo e non solo in Africa.
Speciale per Senza Bavaglio Alessio Iocchi
Napoli, 4 marzo 2019
La tormentata tornata elettorale di febbraio 2019 in Nigeria sembra essere terminata con la vittoria, incontrovertibile numeri alla mano, del presidente uscente Muhammadu Buhari, seppur non al netto delle contestazioni – da prassi – da parte dell’oppositore sconfitto, Atiku Abubakar.
Il fermento iniziato quasi un anno fa con la serie di defezioni importanti in seno al partito di governo All Progressive’s Congress (APC), aveva però già fornito indicazioni sul fatto che, quelle del 2019, sarebbero state elezioni fortemente combattute, ravvivando la fresca memoria degli eventi partitici preparatori delle elezioni 2015. Il fervore pre-elettorale della scorsa tornata, in cui svariati esponenti dell’allora partito di governo People’s Democratic Party (PDP) avevano cambiato casacca in favore dello sfidante APC, aveva poi condotto alla vittoria di quest’ultimo: sulla carta Atiku, con l’adeguato supporto di altri grandi ‘godfathers’ regionali del PDP, avrebbe potuto ridisegnare la mappa del potere nella Federazione.
Buhari (a sinistra) e Atiku durante un dibattito re elettorale
Invece così non è stato. Se nel 2015 Buhari aveva avuto la meglio in 21 dei 36 Stati della Federazione, quest’anno si è portato avanti in 19, perdendo quattro constituencies importanti ma guadagnandone, insperatamente, due. Se lo Stato nord-orientale di Adamawa si poteva pronosticare come perso (Atiku è originario di lì e nel 1998 ne è stato eletto governatore), per Buhari le perdite nel sud-ovest di Ondo e Oyo, dove invece nel 2015 aveva riportato larghi margini, segnalano uno scricchiolio nell’alleanza tra l’élite politica del nord e quella del sud-ovest. La quale, comunque, non sembra drammatica, compensata dal buon margine ad Ekiti (sud-est) e la corsa sul filo di lana a Nasarawa (centro-nord).
Atiku, già vice-presidente durante l’amministrazione Obasanjo (PDP, 1999-2007), era emerso come il candidato ideale del PDP nella competizione con Buhari, soprattutto per via della sua abbondante disponibilità finanziaria (il PDP prevede il versamento di $33,000 per presentare la propria nomination) e del suo curriculum da businessman di successo. Tuttavia le sue reali speranze di potere sfidare il carisma e l’immagine di fustigatore dei corrotti di Buhari erano in realtà scarse.
Durante il mandato, carisma e immagine pubblica di Buhari erano stati inevitabilmente appannati dalle sue precarie condizioni di salute e dallo scarso rispetto della logica dello ‘zoning’, o rotazione regionale nelle funzioni pubbliche, tanto da fargli guadagnare l’epiteto di ‘Baba Go Slow’. Più di ogni altra cosa la riduzione dei tassi di crescita economica, direttamente correlata al crollo del prezzo del petrolio al barile, aveva portato milioni di cittadini e sostenitori all’esasperazione. Da questa debolezza ha tentato di trarre giovamento Atiku, ma alle urne la sua proposta di rinascita economica è stata evidentemente bocciata.
Con l’inizio del secondo mandato, le sfide che Buhari si trova a fronteggiare sono cospicue. Malgrado il decisivo passo in avanti compiuto con l’introduzione del Treasury Single Account (TSA) per la gestione delle entrate pubbliche, la lotta alla corruzione, che è stato accusato di guidare con poca aggressività, ha finora avuto un limitato successo. Il tema della sicurezza domina il dibattito pubblico nigeriano con frequenza e l’impegno di Buhari è stato costantemente frustrato dall’insostenibilità della strategia repressiva, da lui ardentemente difesa, contro la guerriglia dei gruppi della galassia “Boko Haram”.
Il presidente nigeriano Muhammadu Buhari in abiti occidentali
Gli alti tassi di disaffezione generati nei ranghi dell’esercito sono il risultato di anni di miopia tattica, sotto-equipaggiamento militare e paranoia. Elementi questi che hanno generato quel clima da caccia alle streghe che, lo scorso dicembre, ha portato l’esercito nigeriano a bandire l’UNICEF dai teatri d’operazione nel nord-est di Borno con l’accusa di infiltrazioni di “Boko Haram”.
Allo stesso modo, il drammatico aumento delle violenze inter-comunitarie nella fertile zona del Plateau nigeriano, semplificato come conflitto fra pastori e agricoltori, non è che da addebitarsi alla mancanza di volontà politica nell’affrontare il dossier. Buhari richiama alla calma ma fallisce nell’implementare una strategia politica chiara volta, in primo luogo, a far affondare le speculazioni opportuniste di chi sovrappone al conflitto la patina fuorviante dell’etnicità e della religione e, in secondo luogo, ad indurre al compromesso le diversificate componenti dei cicli di violenze e ritorsioni.
In conclusione, la serietà, il carisma e il piglio di ferro di Buhari serviranno tutti per consentire al riconfermato presidente di affrontare le ambiziose questioni che rendono la Federazione un gigante dai piedi di argilla ma, soprattutto, per non far dissipare l’enorme volume di fiducia dei cittadini nigeriani per la politica come strumento di avanzamento sociale.
Alessio Iocchi alesiocchi@gmail.com Dottore di ricerca in Africanistica Università di Napoli “L’Orientale”
Recentemente il governo ugandese ha espulso per spionaggio quattro dirigenti stranieri della Mobile Telephone Networks, multinazionale sudafricana di telefonia mobile che opera in diversi stati africani e del Medio Oriente.
L’ultimo ad aver ricevuto il decreto di espulsione dal ministro degli Interni, Get Jeje Odong, è il direttore generale della filiale Kampala, Wim Van Helleputte, malgrado avesse doppia nazionalità. Infatti oltre a quella belga, ha acquisito quella ugandese grazie al matrimonio con Babara Adoso, manager del turismo.
Tra i quattro dirigenti della società telefonica presi di mira dal governo di Kampala, c’è anche l’italiana Elsa Mussolini. “La decisione è stata presa per questioni si sicurezza nazionale”, ha fatto sapere Fred Enanga, un portavoce della polizia.
La società di telefonia è anche accusata di aver evaso le tasse, di non aver denunciato regolarmente i profitti e il presidente ugandese stesso, Yoweri Museveni, ha fatto sapere già a novembre che secondo lui, buona parte dei guadagni sarebbero stati portati fuori dal Paese. In seguito Museveni ha incontrato Rob Shuter, amministratore delegato di MTN, a margine del World Economic Forum a Davos, in Svizzera, ma non sono trapelati dettagli della loro conversazione.
Sta di fatto che ora i quattro dirigenti di MTN sono accusati di alto spionaggio. Il portavoce del governo, Ofwono Opondo ha spiegato che avrebbero creato un punto d’accesso al sistema dati che avrebbe fatto sì che una persona esterna, non del governo, potesse ascoltare telefonate. “Dunque – ha aggiunto Opondo – è possibile che abbiano messo in pericolo il sistema di sicurezza ugandese”.
Elsa Mussolini, dirigente di MTN Uganda
Media locali hanno fatto sapere che, secondo alcune fonti dell’intelligence ugandese, i telefoni di Van Helleputte sarebbero statti messi sotto controllo subito dopo l’espulsione dei primi tre dirigenti. Gli 007 di Kampala hanno così avuto modo di scoprire che il direttore generale sarebbe rimasto in costante contatto telefonico con i suoi tre collaboratori rimpatriati. Inoltre gli agenti della sicurezza interna (ISO) avrebbero trovato registrazioni telefoniche di ministri ed alti funzionari del governo nel centro dati di MTN a Mutundwe. E, pochi giorni prima della sua deportazione, sempre secondo i servizi ugandesi, Van Helleputte si sarebbe recato a Dubai, dove avrebbe incontrato la Mussolini e Olivier Prentout, altro dirigente espulso.
Il governo ugandese ha precisato che con le misure messe in atto non ha voluto colpire la compagnia telefonica, ma solamente alcuni dirigenti che hanno approfittato della loro posizione per danneggiare l’economia e la sicurezza del Paese.
In questi ultimi giorni le tensioni tra Uganda e il vicino Ruanda si sono intensificate proprio dopo l’espatrio forzato dei dirigenti di MTN, perchè tra loro figura anche una cittadina ruandese, Annie Bilenge Tabura. I due governi si accusano da anni di reciproco spionaggio.
Il presidente dell’Uganda, Yoweri Museveni, e quello del Ruanda, Paul Kagame
Alla fine di febbraio Kampala ha criticato Kigali per aver chiuso le frontiere in violazione delle regole della East African Community, presieduta dall’inizio dell’anno da Paul Kagame. Il governo ruandese ha smentito immediatamente, imputando le attuali difficoltà a lavori di manutenzione in corso sulle strade che collegano i due Paesi, ma contemporaneamente ha consigliato ai suoi cittadini di non recarsi nella vicina Uganda.
Olivier Nduhungirehe, segretario di Stato presso il ministero degli Esteri di Kigali, ha sottolineato che una quarantina di ruandesi sarebbero attualmente detenuti dai servizi ugandesi, altri ottocento concittadini sarebbero stati espulsi o sarebbero stati bloccati alla frontiera e sarebbe stata loro negata l’autorizzazione ad entrare in Uganda. Ovviamente il portavoce Opondo ha precisato che nel suo Paese nessun ruandese viene perseguitato.
Dal Nostro Corrispondente Sportivo Coastantino Muscau
Milano, 4 marzo 2019
La prima tappa, nella capitale Kigali, l’ha vinta un italiano, Alessandro Fedeli, 22 anni; la seconda, a Huye, già Butare (città della cultura per l’università e un raro museo) l’ha conquistata un eritreo, Merhawi Kudus, 25 anni. La terza, a Rubavu (presso il lago Kivu), ancora lui, l’eritreo Kudus; la quarta, a Karongi (la più frequentata località turistica ruandese).è stata preda di un colombiano, Edwin Alcibiades Avila Vanegas, 29 anni; la quinta, a Musanze (terra dei gorilla e dei vulcani), se l’è presa un altro eritreo, l’appena diciottenne Biniam Girmay Hailu; la sesta, a Nyamata (sede del nuovo aeroporto internazionale ma soprattutto del Memoriale sul Genocidio), è stata dominata da un venticinquenne polacco dal nome e cognome impronunciabili , Przemyslaw Kasperkiewicz (per gli amici Kasper); la settima, a Kigali, dall’enesimo eritreo, pure lui giovanissimo, Yakob Abreham Debesay, 19 anni.
E ieri pomeriggio, l’ultima frazione, nel circuito di Kigali, se l’è guadagnata un secondo colombiano, Rodrigo Contreras Pinzon, 24 anni, dell’Astana, la stessa squadra del dominatore finale, quel Merhawi Kudus, che aveva messo le mani e i piedi sul giro gà alla seconda e alla terza tappa. Subito dopo il trionfo Kudus su twitter ha postato la foto sorridente con la maglia del primato e gli altri tre compagni di squadra, ringraziando il team e lo staff for amazing week.
L’11° Tour du Rwanda è stato un successo dal punto di vista agonistico e organizzativo, ma un colossale fiasco per i ciclisti di casa, nonostante fossero in strada tutti quelli che, nell’ultimo quinquennio, hanno fatto la parte del leone, i quattro, cioè, che hanno dominato le ultime 5 edizioni: Valens Ndayisenga (2014 e 2016), Jean Bosco Nsengimana (2015), Joseph Areruya, la star del momento (2017) e Samuel Mugisha (2018). Neppure una vittoria parziale in otto giorni! Gli indiscussi dominatori sono stati gli eritrei confermando di essere la forza ciclistica emergente dell’Africa.
I campioncini locali si sono dovuti accontentare di un misero nono posto in classifica generale con Joseph Areruya. E pensare che The New Times, il (se-dicente) maggior quotidiano di Kigali aveva strombazzato: “Il ciclismo ruandese è entrato in una nuova era; il Tour du Rwanda è il più importante evento ciclistico del continente africano”.
Comprensibile appariva l’orgoglio nazionalistico nell’esaltare questa speciale edizione del giro ciclistico ruandese, partito dalla capitale il 24 febbraio e conclusosi ieri, domenica 3 marzo, sempre a Kigali. “Abbiamo preparato un evento memorabile per i corridori e per gli spettatori”, aveva dichiarato alla vigilia Emmanuel Murenzi, segretario del Rwanda Cycling Federation (Ferwacy).
Intendiamoci: non si trattava solamente di fare di una mosca un elefante per amor di patria. Qualche fondata ragione di esultare ed esaltarsi c’era eccome…. Al punto di voler organizzare nel 2025 i Campionati mondiali su strada. Un evento mai ospitato dal continente nero.
All’origine di tanto orgoglio e sicurezza, sottostava innanzitutto il fatto che con questa 11° edizione il Tour du Rwanda festeggiava la promozione, il salto di livello. L’Unione ciclistica internazionale (UCI) aveva , infatti, sancito il passaggio verso l’alto della competizione: da seconda categoria (la penultima nella classificazione internazionale) a prima categoria (2.1) paragonabile – per esempio – alle già prestigiose “La settimana internazionale di Coppi e Bartali”, al “Giro di Portogallo”, a “La Mediterranénne”.
Non è un passaggio di poco conto dopo 10 anni trascorsi nella più modesta serie inferiore, se si pensa che, in tutta l’Africa, c’è solo un’altra gara a tappe di questa classe: la Tropicale Amissa Bongo del Gabon.
Non solo: questo Tour du Rwanda è stato più lungo della Tropicale, 8 tappe contro sette, 1090 km contro 870.
Alessandro Fedeli, vincitore della prima tappa
Dal salto di livello al salto di qualità: l’elenco delle formazioni che si sono date battaglie sulle strade del Paese dalle Mille colline sono state ben 17, con 77 pedalatori (17 si sono ritirati) e ha annoverato con ostentata fierezza l’Astana, prima e unica rappresentante del World Tour (il circuito mondiale di massimo livello). E guarda caso è stato proprio un rappresentante dell’Astana, Merhawi Kudus a signoreggiare dalla seconda all’ultima tappa in classifica generale.
Erano presenti, oltre a cinque squadre locali, alcune equipes francesi, una statunitense, angolana, sudafricana, algerina, eritrea, camerunese, kenyota, e anche la Israel Cycling Academy di Tel Aviv. Una ricca varietà internazionale come si evince dai vincitori di tappa.
Il percorso, poi, oltre ad essere affascinante, fra bananeti, coltivazioni di thé, foreste fitte, risaie, scorci mozzafiato del lago Kivu con strade quasi impeccabili, si è rivelato molto impegnativo. La terza frazione, ad esempio, martedì 26 febbraio, è stata massacrante per lunghezza (213 km) e difficoltà con cinque gran premi della montagna, di cui tre a più di 2400 metri di quota ed un totale di 4300 metri di dislivello!
E che dire del pubblico? “Presente anche nei tratti in apparenza quasi disabitati – ha scritto il sito Cicloweb.it, che con passione e competenze degne di plauso ha seguito la corsa – c’era chi per non perdersi il passaggio della corsa e della carovana, si è portato dietro le capre e le ha legate ad un albero lasciandole pascolare l’erba a bordo strada”.
I tifosi ruandesi poi, pur delusi dai loro beniamini, si sono assiepati più numerosi che mai ieri durante il breve (61,7 km) ma spietato circuito conclusivo cittadino, favoriti anche dal fatto che l’ultima tappa coincideva con la domenica del mese in cui tutto veniva bloccato: auto, mototaxi e autobus.
D’altra parte il ciclismo in Ruanda è anche un instrumentum regni. Il potere, nelle mani da quasi 19 anni dell’inscalfibile Paul Kagame usa le due ruote e gli altri sport di massa (basket, karatè, calcio e perfino gli scacchi) come strumento del regime nel cosiddetto processo di riconciliazione nazionale dopo il terrificante genocidio. Il ciclismo è diventato uno sport nazionale – scriveva l’estate scorsa The New Times – sia perché la popolazione si identifica con la bicicletta sia perché la federazione ciclistica nazionale è per ora immune da quella corruzione che mina la credibilità di altre attività sportive.
Il presidente del Ruanda, Paul Kagame, poco dopo un’intervista con il direttore di Africa ExPress, Massimo Alberizzi
Il governo però non vuole né può fare tutto da solo e per questo ha sollecitato sponsorizzazioni private. Una tra le più importanti viene da una famosa birra europea, che ha recentemente inaugurato l’ampliamento di un grande stabilimento presso Kigali alla presenza del primo ministro Edouard Ngirente. Una nuova linea di imbottigliamento che porterà la produzione da 450 mila a un milione di ettolitri l’anno!
Il fatto curioso è stato che al termine di ogni tappa lo sponsor ha avuto il diritto di far indossare al vincitore la sua maglia con il suo marchio prima della divisa ufficiale. Ovviamente il brindisi è stato effettuato non con lo spumante, come al Giro d’Italia, ma stappando un magnum della bionda e schiumante bevanda.
L’arrivo degli sponsor (fra i quali non poteva mancare quello della casa produttrice di the, che sulla corsa ha investito 60 milioni di franchi ruandesi, pari a circa 60 mila euro) e il salto di categoria della gara hanno portato a un innalzamento del monte premi, come ha spiegato Aimable Bayinga, presidente della Rwanda Cycling Federation (FERWACY), ai microfoni della radio KT.
Lo stesso Bayinga l’altro giorno poi ha fatto l’annuncio clamoroso: ha dichiarato di aver presentato ufficialmente la candidatura del Rwanda per organizzare nel 2025 i Campionati del Mondo su strada.
Ma torniamo ai soldi:
Il monte premi è stato di 51 mila dollari, alla maglia gialla del vincitore sono andati 4 mila dollari, mentre fino allo scorso anno erano 1200. I vincitori di tappa hanno intascato 1400 dollari (lo scorso anno 600) e a tutti i vincitori dei diversi premi (montagna, combattività, giovani,…) sono stati assegnati 400 dollari a testa.
Certo, rispetto ai compensi attribuiti a chi sfrecciava nel contemporaneo giro degli Emirati arabi queste sono cifre modeste. Ma pur sempre rispettabili in un Paese in cui il reddito medio pro capite è poco sopra i duemila dollari.
E ora arrivederci in Etiopia, dal 15 al 19 marzo per i campionati continentali. Favoritissimi, neanche a dirlo, gli eritrei.
Speciale per Africa ExPress Angelo Turco
Milano, 4 marzo 2019
Macky Sall ce l’ha fatta al primo turno, secondo copione. Scomparsi dalla scena elettorale per mano giudiziaria i suoi due principali avversari – Khalifa Sall, già popolarissimo sindaco di Dakar, e Karim Wade, figlio dell’ex Presidente Abdoulaye Wade – Sall ha avuto vita elettorale facile e vittoria assicurata.: Il 58% degli elettori gli ha dato fiducia. Gli sconfitti hanno fatto confluire in una dichiarazione comune le loro accuse di frode elettorale, rinunciando tuttavia a seguire le procedure formali di contestazione dei risultati. La stessa affluenza alle urne è stata buona, con 2/3 degli aventi diritto. Niente violenze, mentre il dibattito pubblico ha potuto svolgersi senza richiami a fattori divisivi come l’etnicismo e il regionalismo.
Macky Sall, duante una visita alla Casa Bianca, con Barack Obama
Il successo del Presidente si deve a un mix di retorica, risultati concreti e marketing territoriale. Ha pagato la retorica della continuità istituzionale e della stabilità politica contro i rischi di un cambiamento che, con i discorsi neo-populisti del giovane Ousmane Sonko, ha tuttavia sedotto qualcosa come il 16% degli elettori. Ma all’incasso elettorale Sall ha portato soprattutto i risultati economici del suo quinquennio.
Il Senegal può essere considerata ormai come una locomotiva d’Africa, con una crescita media annua del PIL pari al 6%. Un primato continentale. Macky Sall ha potuto inoltre presentarsi come il “Presidente costruttore”. Ha inaugurato il nuovo aeroporto della capitale, intitolato a Blaise Diagne, nel dicembre del 2017; il Museo delle civiltà nere, un anno dopo, a Dakar. In via di completamento è la città nuova di Diamniadio, tra la capitale e il nuovo aeroporto. Senza dimenticare il ponte sul fiume Gambia, che consente di velocizzare lo spostamento delle merci e di raggiungere la Casamance senza fare il lungo giro per Kolda. Stadi, moschee, centrali solari, si aggiungono alla lista. E ora? Macky Sall avrà buon gioco nel mettere a frutto il suo capitale politico. Mantenere alta la crescita è un imperativo primario, con un’attenzione più decisa al sociale. La disoccupazione resta un problema in un Paese giovane, con sacche pesanti nell’arido Sahel.
Urgente è l’adeguamento dei percorsi formativi alle competenze richieste dal mercato del lavoro: oggi vi sono settori (minerario, ad esempio, agro-industria) che cercano manodopera qualificata e non la trovano. Il presidente continuerà spedito lungo la strada del suo Plan Sénégal Emergent (PSE), già sperimentato con successo, favorito anche dalle prospettive petrolifere che si aprono al Paese.
Il presidente del Senegal, Macky Sall
Proseguirà con le vetrine dei grandi cantieri, a cominciate dalla riattivazione della storica ferrovia Océan-Niger, che collega Dakar a Bamako.
Si tratterà, inoltre, di dedicare molta più intelligenza ed energia alla governance di Dakar, una città in piena crescita economica, tecnologica, urbanistica, un hub creativo di livello internazionale, che però rischia di soffocare ogni giorno di più nel suo traffico caotico e inquinante. Tuttavia, essendo al suo secondo mandato, il Presidente può fare di più, tentando di consegnare la sua persona e la sua opera non più solo alla politica, ma alla storia. Dovrà mettere mano a riforme istituzionali capaci di consolidare la democrazia senegalese, sottraendo alla morsa dell’esecutivo (e quindi del Presidente stesso), il potere legislativo e dando al potere giudiziario quell’autonomia piena che oggi non ha e che solleva tanti sospetti e rancori sull’azione di governo.
Speciale Per Africa Express Franco Nofori Torino, 2 marzo 2019
Strage di animali e di vegetazione nell’inferno che da sabato della scorsa settimana divampa e si estende sugli altipiani dell’Aberdare nel Parco Nazionale del Monte Kenya. Le fiamme sono alimentate da un forte vento che rende difficoltoso il suo controllo. Secondo l’opinione espressa da Isaak Mugu, un alto ufficiale delle guardie forestali, l’incendio potrebbe essere stato provocato dagli addetti alla raccolta del miele o dai cacciatori di frodo. L’evento è purtroppo frequente nella zona, dovuto all’incuria dei turisti e degli abitanti delle zone limitrofe che, spesso soggetti a credenze superstiziose, appiccano il fuoco per riti propiziatori alla pioggia.
Quest’ultimo evento ha messo in ginocchio l’intero apparato turistico locale perché molti dei pernottamenti prenotati nei vari villaggi/hotel, sono stati cancellati. Inoltre, come afferma Wilson Njeru, direttore del Chogoria-Kinondoni Lodge, gli animali sopravvissuti, si allontanano dalle zone in cui l’incendio si è esteso e vi ritorneranno soltanto quando la vegetazione sarà ricresciuta, cioè dopo un lungo periodo di tempo durante il quale i flussi turistici resteranno certamente mortificati.
Il Monte Kenya, che ha dato il nome al Paese, con il picco Batian di 5.199 metri, è per altezza, la seconda montagna più alta dell’intero continente africano, dopo il Kilimanjaro, che però è un vulcano spento. I suoi contrafforti, si estendono su ben sei contee: Meru, Embu, Likipia, Kirinyaga, Nyeri e Isiolo. Ha una fauna e una vegetazione molto peculiari ed è situato a 16 chilometri sotto l’Equatore e a 150 dalla capitale Nairobi. La vegetazione lussureggiante e lo spettacolare paesaggio, richiamano molti visitatori e anche rocciatori che si cimentano nelle scalate delle sue punte più impegnative.
Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus Firenze, 2 marzo 2019
Nei suoi film documento ho visto il messaggio “Anas sta guardando. Fai la cosa giusta”. In Europa può essere letto come un annuncio minaccioso del “Grande Fratello” del romanzo “1984” di George Orwell. Ma forse non è così in Africa. Che ne pensa?
Uno dei corrotti dell’indagine sul calcio ritira la tangente di 65mila dollari (Courtesy Anas Aremeyaw Anas)
Portare buonsenso e disciplina nei nostri villaggi e nelle comunità è la responsabilità di ogni cittadino. Il fatto che la gente dica che “Anas sta guardando. Fai la cosa giusta” è il distintivo del mio giornalismo.
Di fatto tutti hanno visto che il mio modo di lavorare ha fatto luce nella società. Il mio giornalismo ha mandato dietro le sbarre persone cattive. Quando la società vede l’effetto del tuo lavoro, vedrai che inizieranno a trasformarti in un’istituzione.
Non si tratta quindi solo dei miei film, ci sono auto che hanno il mio adesivo “Anas sta guardando. Fai la cosa giusta”, ci sono scritte e graffiti sui muri che puoi vedere ovunque.
Un’immagine di Anas Aremeyaw Anas con una delle sue maschere
Immagino che lei abbia molti nemici. Sono più in Ghana o nei Paesi confinanti?
È difficile rispondere. Il mio giornalismo tocca tutto il continente africano. Ho lavorato in Tanzania, Burkina Faso, Zimbabwe, in molti altri Paesi. Non sai mai chi è il nemico ma Dio è la nostra sicurezza. Continuiamo a fare il nostro lavoro e non penso che sia solo una questione di affinità al mio modo di essere.
Anche te sei un giornalista e hai i tuoi nemici. Nessuno di noi dovrebbe sottovalutare i propri nemici, alcuni sono ok altri no, alcuni sono pazzi altri sono normali. Non sai mai quale braccio prenderà una pistola per venire a spararti. Dobbiamo solo fare attenzione.
A causa delle sue indagini lei è molto famoso in tutto il mondo, si sente più vicino a un crociato o un vendicatore?
Non mi interessa come la gente mi vede. Ciò che mi interessa è che il lavoro sia fatto. Che tu sia un crociato o un giornalista, una spia o un poliziotto alla fine della giornata sappiamo che dobbiamo avere una società migliore.
Dobbiamo fare in modo che, con uno sforzo collettivo, i nostri figli e i figli dei nostri figli abbiamo un mondo pulito e privo di criminalità. Chiunque tu sia il tuo contributo è necessario per il miglioramento e lo sviluppo del tuo villaggio o della tua comunità.
Uno dei titoli dei giornali dell’inchiesta sulla magistratura “Chi è Anas? I giudici frastornati”
La maggior parte dei Paesi africani, dopo l’euforia dell’indipendenza, in pochi decenni sono scivolati in dittature o hanno generato leader autocratici. Come uscire da questa situazione?
Non sono d’accordo. Per esempio in Ghana è indipendente da 60 anni. Dal giorno dell’indipendenza abbiano avuto alcuni momenti difficili e abbiamo cominciato con la sperimentazione democratica ma non siamo caduti nella dittatura.
Alcuni Paesi hanno regimi totalitari ma non penso che siano la maggioranza. L’Africa non ha l’esperienza democratica dell’Europa. È naturale che ci siano dei problemi. Ma sta crescendo.
Speciale per Africa ExPress Franco Nofori Torino, 1° marzo 2019
Nairobi come Chicago, con tanto d’inseguimento e lancio di granata contro i tutori dell’ordine, per fortuna senza conseguenze per loro. Cinque malviventi sono stati arrestati e sbattuti in cella. L’evento si è verificato nella serata di lunedì scorso sulla trafficata Thika road, quando un’auto della polizia che pattugliava la zona, si è insospettiva al passaggio di nove motocicli che, ad alta velocità, guizzavano tra le auto in coda, diretti fuori dalla città. Gli agenti sono partiti all’inseguimento tallonandoli per quanto le condizioni del traffico potevano consentire.
La trafficata Thika road di Nairobi
Alcuni dei malviventi, nel tentativo di sottrarsi alla cattura con manovre azzardate, hanno perso il controllo dei motocicli e sono finiti a terra, ma ciò nonostante, hanno tentato un’ultima chance, lanciando contro gli agenti una granata che è esplosa ma non ha provocato danni agli inseguitori. Cinque banditi infine sono stati bloccali nei pressi del Drive-In cinema altri quattro sono riusciti a fare perdere le proprie tracce scomparendo a piedi nel popoloso slum di Mathare.
Arresto della polizia a Naiorbi
Per muoversi agevolmente nell’ultra congestionato traffico della capitale, molti malviventi ricorrono ora alle moto che sono più maneggevoli e consentono di allontanarsi rapidamente dal luogo del crimine. La polizia di Muthaiga, dove i cinque sono stati messi in cella in sicurezza, ha raccontato che si tratta di bande conosciute e temute per la spietata crudeltà, che non li fa esitare a uccidere per concludere le loro rapine. Il loro armamento, secondo la polizia, farebbe anche sospettare che si tratti di nuova criminalità che agisce di concerto e con il supporto dei terroristi somali di Al-Shebab.
Un malvivente motorizzato punta la mitraglietta contro le sue vittime
Tuttavia, l’identità accertata dei cinque malviventi arrestati, rende questa ipotesi – almeno nel fatto specifico – alquanto improbabile poiché nessuno tra loro pare essere di religione islamica. Si tratta di elementi giovanissimi: Kevin Opiyo Onyango, 24 anni; Marcicus Idhiambo, 30 anni; Moses Okiri Nyarianga, 21 anni; Collins Juma Oduor, 19 anni e Samwel Wanyoike Njeri, 19 anni. La crescita della criminalità, in Kenya, supportata o no, dal terrorismo, è comunque verticale e crea un giustificato allarme perché coinvolge sempre di più persone molto giovani che disertano gli studi e si dedicano al crimine, sfidando il pericoli di essere arrestati, se non uccisi, pur di realizzare guadagni rapidi e consistenti.
Speciale per Africa ExPress Angelo Turco
Milano, 1° marzo 2019
Monsieur le Président,
Le ho indirizzato la prima “lettera aperta” nel 1999, nel maggio del ritorno alla democrazia dopo gli anni cupi del terrorismo. Era di augurio e di incoraggiamento per l’opera che si accingeva a fare come Presidente, senza tradire le enormi attese dell’Algeria.
Le ho scritto la seconda lettera nel 2008, in pieno, deludente riflusso conservatore. Era di esortazione a non forzare la Costituzione, a non presentarsi per un terzo mandato presidenziale, scegliendo di non mischiarsi ai politicanti, ma di rimanere una figura storica per il suo Paese.
Pur così inascoltato, le invio dunque una terza lettera dalle colonne di un giornale: per compiangere la sua condizione di ostaggio e la fine malinconica del suo destino politico. Sì Presidente Bouteflika, lei è stato un uomo lucido, occupando per decenni la scena politica del suo Paese con vari ruoli, sempre importanti.
Oggi è un uomo malato: l’ultima volta che l’ho vista, inchiodato su una sedia a rotelle da un ictus che la tormenta da anni, gonfio di medicinali, lo sguardo vitreo, incapace di muovere un braccio, una mano, un dito. Impensabile che voglia davvero correre a 82 anni, in quelle condizioni, per un quinto mandato.
Il presidente dell’Algeria Abdelaziz Bouteflika e la mappa del Paese Nord-africano
Lei è ostaggio della cupola che comanda in Algeria, un intreccio di politica politicante, borghesia burocratica, affarismo, rentiers di Stato, filiere corruttive, connivenze estese.
Per questo, e perché credo di conoscerla un poco, dopo tanto tempo, per questo so che dietro il suo sguardo spento lei è grato ai giovani che manifestano dentro e fuori dai campus universitari, è grato alle donne che scandiscono il loro “No” davanti ai blindati della polizia schierati sulla Didouche Mourad, la strada simbolo di Algeri; è grato alla gente, ai commercianti, ai pensionati, ai disoccupati che sfilano e danno testimonianza di un’Algeria viva e vitale.
E’ grato a tutti loro perché vogliono liberarla dalla sua prigione, aiutarla a fare quello che lei da solo, temo, non può fare: rompere le logiche di potere, andare a casa, dedicarsi alla meditazione e al ricordo.
Rifiutare, con un atto di orgoglio che le sarebbe proprio, la farsa di un dossier di candidatura annunciato per suo conto dal Primo Ministro, Ahmed Ouyahia, presentato per suo conto dal direttore di Campagna elettorale, Abdelmalek Sellal. Il vecchio combattente che fu Ministro degli Esteri di Boumédiène, Abdelaziz Bouteflika, mai avrebbe accettato che qualcun altro decidesse per conto suo, addirittura parlasse per conto suo.
Dia un segnale degno di lei, signor Presidente, alle centinaia di migliaia di persone che manifestano da una settimana in tutto il Paese. Dia un segno generoso alla gente che vuole aiutarla e sa che lei, invece, non può più aiutarla. Non può fermare la caduta a picco del dinaro, la degradazione dei servizi, la formazione lenta ma inesorabile di una bolla immobiliare di tipo speculativo.
Non ce la fa a contrastare la stasi dell’economia, a mobilitare le colossali riserve finanziarie del petrolio congelate da anni e sottratte ai circuiti virtuosi dell’economia produttiva e distributiva. Non riesce a conservare la voce a una stampa che ha guadagnato sul campo, contro il terrore jihadista, il suo diritto ad esprimersi in maniera forte e libera.
Non sa lenire la hagra, la rabbia incendiaria dei ragazzi che fuggono illegalmente dal loro Paese rischiando la vita in mare. Si ritiri signor Presidente, con un gesto estremo che scavalca la ragnatela dei clan familiari, dei comitati d’affari, delle clientele nazionali e internazionali, delle camarille d’ogni sorta.
Il cuore dell’Algeria pulsa nelle piazze della capitale, nelle strade di cento città, da Orano a Costantina a Tizi Ouzou, in Cabilia, e persino nelle oasi del Sud: a Ouargla, a Tamanrasset. Sia oggi, Signor Presidente, per il suo popolo quel fratello maggiore e forse quel padre che ha pur cercato di essere nei momenti bui della nazione algerina.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 28 febbraio 2019
Secondo i risultati provvisori, resi noti oggi pomeriggio, Macky Sall avrebbe vinto le elezioni presidenziali, che si sono svolte in Senegal domenica scorsa, con il 58,27 per cento delle preferenze.
Sall è al potere dal 2012 e in questa tornata elettorale ha superato ampiamente i suoi avversari: Idrissa Seck, ex primo ministro, si è fermato al 20,50 per cento, il deputato “antisistema”, Osmane Sonko al 15,64, mentre Madické Niang, ex ministro della Giustizia, ha raccolto solamente l’1,48 per cento dei voti.
L’annuncio è stato fatto dal presidente della Commissione elettorale (Commission nationale de recensement des votes, CNRV) , il magistrato Demba Kandji. La partecipazione al voto è stata del 66,23 per cento, mentre nel 2012 è stata solamente del 51,8. Molti senegalesi hanno percorso chilometri e chilometri per poter esercitare il loro diritto al voto. Ora il Consiglio costituzionale dovrà pronunciarsi entro otto giorni per confermare i risultati del primo turno.
Macky Sall, rieletto presidente secondo i risultati provvisori
“L’opposizione respinge con forza questo risultato elettorale – ha fatto sapere Idrissa Seck a nome degli altri candidati alla presidenza, aggiungendo – Comunque non faremo ricorso al Consiglio costituzionale”.
Il cinquantasettenne Macky Sall è stato criticato anche dalle associazioni per la difesa dei diritti umani, dopo aver escluso due candidati dalla corsa alla poltrona più ambita: Khalifa Sall, ex sindaco di Dakar e Karim Wade, ex ministro e figlio del vecchio presidente Abdoulaye Wade. Sall era stato dato come favorito già prima delle elezioni anche grazie alla crescita economica che è stata raggiunta durante il suo primo mandato.
Se la sua elezione sarà confermata, Sall ha intenzione di proseguire con il suo “Piano Senegal Emergente”, lanciato nel 2014, la cui prima fase consiste nella realizzazione di grandi opere, come la costruzione della nuova città di Diamniadio, a una trentina di chilometri da Dakar, l’apertura di un nuovo aeroporto internazionale, e la costruzione di un nuova linea ferroviaria express regionale, che dovrebbe entrare in funzione nei prossimi mesi.
Da anni il Senegal è considerato tra le democrazie più stabili dell’Africa occidentale. Dalla sua indipendenza, ottenuta nel 1960, i cambi di potere si sono sempre svolti pacificamente.
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