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Nigeria: accusato di stregoneria, ragazzo perde una mano dopo torture

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Niger, l’avventura italiana antimigranti si trasforma in business delle armi

Speciale per Africa Express
Antonio Mazzeo
Catania, 14 marzo 2019

Nuove campagne coloniali in Africa delle forze armate italiane, scimmiottando l’intramontabile alleato USA. Accade in Niger dove il 20 settembre 2018 ha preso il via l’operazione MISIN (Missione di supporto nella Repubblica del Niger) finalizzata al rafforzamento dell’apparato militare nigerino e – come spera il Ministero della difesa italiano – presto anche di quello delle forze armate di Mauritania, Nigeria e Benin.

L’ultimo atto della marcia di penetrazione del tricolore in una delle aree più turbolenti dell’Africa sub-sahariana risale allo scorso 26 febbraio quando la ministra pentastellata Elisabetta Trenta e il Capo di Stato maggiore della difesa generale Enzo Vecciarelli hanno raggiunto in visita ufficiale Niamey per incontrare il Presidente della Repubblica del Niger, Mahamodou Issoufou, e le massime autorità politiche e militari locali. “Durante il colloquio bilaterale con il Ministro della Difesa Kalla Moutari, la titolare del Dicastero ha ribadito l’impegno dell’Italia ad assistere le forze di sicurezza attraverso il supporto addestrativo e formativo – riporta il comunicato emesso dal Ministero della difesa-. L’incontro è stato, inoltre, l’occasione per verificare l’efficacia delle attività in corso di svolgimento, esplorare ulteriori forme di cooperazione strutturata e confrontarsi sulla situazione regionale”.

da sinistra a destra: Kalla Moutari, ministro Difesa nigerino, ministro della Difesa italiano Elisabetta Trenta, il presidente nigerino Mahamadou Issoufou , ambasciatore italiano a Niamey, Marco Prencipe e il capo di Stato maggiore Difesa, Enzo Vecciarelli

Nel corso del loro soggiorno in Niger, Trenta e Vecciarelli hanno poi incontrato i militari del contingente MISIN. “L’obiettivo di questa missione bilaterale è quello di incrementare le capacità volte al contrasto del fenomeno dei traffici illegali e delle minacce alla sicurezza, nell’ambito di uno sforzo congiunto europeo e statunitense per la stabilizzazione dell’area e il rafforzamento delle capacità di controllo del territorio da parte delle autorità nigerine e dei Paesi del G5 Sahel (Niger, Mali, Mauritania, Ciad e Burkina Faso)- ha spiegato la ministra-. Quella in Niger è una missione importantissima per l’Italia poiché, nel sostenere le richieste del Governo nigerino, punta anche a frenare e ridurre il flusso incontrollato dei migranti verso il nostro Paese.Una missione perfettamente in linea con l’interesse nazionale perchéin questa fase è fondamentale il supporto al Niger nella lotta al terrorismo e ai traffici illeciti, incluso quello di esseri umani”.

A testimonianza della gratitudine del governo italiano e di Bruxelles per l’attivismo delle autorità nigerine nella guerra alle migrazioni e ai migranti principalmente a ridosso della frontiera settentrionale con la Libia, Elisabetta Trenta ha consegnato al presidente Issoufou attrezzature mediche e sanitarie per il valore di 167 mila euro “che si aggiungono agli otto voli umanitari effettuati dall’Italia alla volta del Niger dal 24 aprile 2018 al gennaio 2019, con cui l’Italia ha donato al ministero della salute di Niamey circa 60 tonnellate di farmaci e presidi medici resi disponibili grazie alla collaborazione tra il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, le Nazioni Unite e altre agenzie intergovernative”, come riporta ancora l’ufficio stampa della Difesa.

Per la missione MISIN è prevista una presenza massima nel paese africano di 470 militari, più 130 mezzi terrestri e due aerei. Si tratta principalmente di addestratori da impiegare anche presso il Defense College in Mauritania, personale del Genio, delle trasmissioni e raccolta delle informazioni, team sanitario, squadra rivelazioni contro minacce chimiche-biologiche-radiologiche-nucleari, ecc.., ma secondo il sito specializzato Difesaonline.it, potrebbero essere schierate presto anche alcune delle unità di èlite e pronto intervento delle forze armate (una task force con personale del 66° Reggimento aeromobile “Trieste”, i paracadutisti della Brigata “Folgore”, elicotteri NH-90 e AH-129D, ecc.)”. Il costo annuale dell’operazione è stimato in 30 milioni di euro circa.

La missione italiana opera in stretto collegamento operativo e strategico con le unità statunitensi dislocate in Niger e poste sotto il controllo di US Africom, il comando per le operazioni USA nel continente africano di stanza in Germania. Non è casuale che i nostri reparti siano attualmente ospitati all’interno della base militare USA realizzata alla periferia della capitale Niamey (Air Base 101). Attualmente è in atto pure il parziale trasferimento delle unità presso l’ex fortino della Legione straniera di Madama, località settentrionale del Niger aun centinaio di chilometri dalla frontiera con la Libia, avamposto della presenza francese nel Sahel nella lotta al terrorismo di stampo neo-jihadista (Operazione Barkhane, con 4.000 uomini e basi sparse dalla Mauritania al Ciad).

Sulle operazioni d’intelligence e di addestramento dei reparti nigerini nel “controllo delle frontiere esterne” il ministero della difesa italiano mantiene il massimo riserbo, mentre sono numerosi i comunicati stampa sugli ambigui e sospetti interventi di ordine medico-sanitario affidati ai militari e finanziati grazie ai fondi della cooperazione allo sviluppo del Ministero degli Affari esteri. “Il personale della MISIN ha individuato nel settore della salute pubblica la priorità di intervento, in considerazione della particolare situazione in cui versa la Sanità, sia militare che civile, del Paese”, si legge nella nota emessa il 18 dicembre 2018 in occasione della festa nazionale del Niger.

“Il Comando della MISIN e l’Ambasciatore d’Italia hanno individuato e consegnato una serie di farmaci e presidi sanitari ritenuti essenziali, concordati poi con i sanitari dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, che si inseriscono in una serie di donazioni che permetteranno alle autorità locali di curare alcune malattie diffuse nella regione (colera, meningite e morbillo). Ciò rappresenta un segno tangibile della volontà di supportare fattivamente il Niger a fronteggiare una situazione emergenziale e costituisce, nel contempo, una chiara dimostrazione di come le missioni svolte dalle nostre Forze Armate all’estero si caratterizzino sempre più marcatamente come interministeriali e interagenzia, nonché come espressione dell’impegno dell’intero sistema Paesenell’aiuto concreto alle realtà locali dove si interviene e nella tutela degli interessi nazionali”.

MISIN addestramento a truppe nigerine

Senza giri di parole, la cooperazione allo sviluppo viene convertita in strumento politico-militare perché cresca il consenso tra i potenziali regimi-partner del continente africano verso le finalità geostrategiche e gli interessi delle holding italiane.

I primi di febbraio intanto, grazie all’Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI) e alla Rete Disarmo, i cittadini italiani hanno avuto modo di conoscere il contenuto dell’accordo di cooperazione stipulato tra Italia e Niger il 26 settembre 2017, nei fatti operativo anche se sino ad oggi non è stato ratificato dal Parlamento né pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale.

Nello specifico l’accordo prevede tra le priorità: lo sviluppo delle politiche di sicurezza e di difesa; la ricerca, il supporto logistico e l’acquisizione di prodotti e servizi per la difesa; l’organizzazione, l’impiego delle forze armate e gli equipaggiamenti diunità militari;la formazione e l’addestramento in campo militare, ecc.. “La cooperazione tra le Parti in materia di difesa – si legge nell’accordo – potrà avvenire secondo le seguenti modalità: incontri, visite e scambi di delegazioni di enti civili e militari; partecipazione ad esercitazioni militari e ad operazioni umanitarie e di mantenimento della pace;visite di navi ed aeromobili militari; supporto alle iniziative commerciali relative ai prodotti ed ai servizi della difesa ed associate a questioni attinenti alla difesa…”.

Fortemente critico il giudizio di ASGI e Archivio Disarmo. “Il testo dell’accordo di cooperazione tra Italia e Niger risulta estremamente semplice ed è sostanzialmente un copia incolla di accordi precedentemente conclusi dall’Italia”, spiegano le due organizzazioni. “A dimostrarlo ci sono varie incongruità, tra cui la menzione di visite di navi tra le forme di cooperazione tra Italia e Niger, un Paese che non ha accesso al mare. Particolarmente rilevante è la parte del trattato che riguarda la cooperazione relativa ai prodotti della difesa, che sembra trasformare la collaborazione tra Italia e Niger in una collaborazione di tipo industriale. Questa si traduce nella cessione di materiale militare da parte del nostro Paese e nella possibilità per i privati di esportare mezzi militari aggirando la normativa sul commercio delle armi”.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com

Le ventisette mogli infelici del re “padre padrone” dello Swaziland

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 12 marzo 2019

E’ morta un’altra delle molte mogli di re Mswati III, l’unico monarca assoluto dell’Africa ancora al potere. Quante siano le sue consorti non si sa bene: c’è chi dice 27, chi di più.

Si chiamava Inkhosikati LaDube, aveva solo trentuno anni ed era la moglie numero dodici del sovrano. Secondo quanto è stato riportato dalla SABC (South African Broadcasting Corporation) sarebbe deceduta in una clinica in Sudafrica per un cancro della pelle. E’ entrata nella casa reale nel 2004 ed è madre di tre figli.

Prima di essere espulsa dal Paese, la giovane moglie è stata costretta a vivere come una reclusa a Eludzidzini, il palazzo reale, perchè nel 2010 è stata accusata di adulterio. Correva voce che avesse una love affair con Ndumiso Mamba, amico d’infanzia del re, che in quel periodo copriva l’incarico di ministro degli Affari Interni e Costituzionali. Il tradimento è stato scoperto mentre Mswati III si trovava in visita di Stato a Taiwan. Naturalmente non è stato reso pubblico dai giornali locali, in quanto soggetti a censura.

Re Mswati III dello Swaziland

Mamba – come tutti i ministri, è stato scelto personalmente dal sovrano – ha dovuto lasciare la poltrona e la giovane moglie per oltre un anno non ha potuto lasciare il palazzo, tanto meno ricevere visite e avere contatti con i propri familiari.

In seguito LaDube è stata espulsa dal palazzo reale e confinata in Sudafrica, dove si trovavano già altre due mogli del re, LaMagwaza e LaHwala. LaMagwaza è stata accusata di aver avuto un’appassionata relazione sessuale con un toy boy sudafricano. Ora si mormora sia sposata con un magnate sudafricano dal quale avrebbe avuto anche un figlio.

Chi di noi donne non ha mai desiderato di essere una principessa? Nello Swaziland questo sogno può diventare realtà. Mswati III, monarca assoluto del piccolo regno dell’Africa australe sceglie una nuova moglie tra le giovani vergini che ogni anno si esibiscono, spesso in topless, davanti alla famiglia reale, durante il “Reed dance festival”.

Inkhosikati LaDube, moglie deceduta del re dello Swaziland

Ma la vita delle principesse nel piccolo regno non sembra essere molto felice. Meno di un anno fa, una di loro, Senteni Masango, ottava moglie di Mswati III, afflitta da una grave forma di depressione, si è tolta la vita con un eccesso di barbiturici.

Il re è nato nel 1968 a Manzini – la città più importante della piccola nazione (la capitale è Mbabane), situata tra il Mozambico e il Sudafrica – con il nome di Makhosetive. Il padre morì quando il giovane aveva solo quattordici anni. Benchè il vecchio monarca avesse avuto centoventiquattro mogli, solo sua madre è stata nominata regina. Fino alla sua maggiore età gli affari di Stato sono stati appunto affidati a lei, Ntombi Tfawla, mentre il futuro re terminava gli studi all’International College a Sherborne in Gran Bretagna. E’ stato incoronato nel 1986 all’età di diciotto anni.

In quanto monarca assoluto, governa solamente con decreti legge e non di rado viene criticato per il suo stile di vita sfarzoso, pur sapendo che gran parte della popolazione vive in miseria. Lo Swaziland conta solamente un milione e duecentocinquantamila abitanti. Il reddito annuo pro capite supera di poco i tremila dollari. Un Paese povero, che vanta il triste primato di avere la più alta incidenza di infezione HIV al mondo. L’aspettativa di vita è inferiore ai quarantanove anni.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Dal Nostro Archivio

Swaziland vuol cambiare nome, una spesa eccessiva per un Paese così povero

Swaziland, andavano alla cerimonia per essere scelte come nuova moglie del re, 38 sono morte in un incidente stradale

Guerra di querele tra il console onorario di Malindi e l’imprenditore Orlandi

Speciale per Africa Express
Franco Nofori
Torino, 12 marzo 2019

Nel luglio scorso, Africa Express pubblicò un’intervista rilasciata da Luciano Orlandi, un imprenditore novarese, che accusava il console onorario di Malindi, Ivan Del Prete, di truffa e appropriazione indebita ai suoi danni. Prima di pubblicare l’articolo (riportato qui in fondo) e vista la gravità delle imputazioni che conteneva, consultammo Del Prete, offrendogli la possibilità di fornire le sue argomentazioni, che avremmo pubblicato insieme al testo dell’intervista. Questi chiese un paio di giorni per pensarci, ma dopo oltre una settimana di vana attesa, decidemmo di pubblicare, pur inserendo nel testo, la nostra disponibilità ad accolgiere l’eventuale smentita, che il Del Prete avesse voluto inviarci.

Ivan del Prete, riceve l’incarico di Console Onorario di Malindi dall’Ambasciatore Mauro Massoni

Invece, poco tempo dopo la pubblicazione, si scoprì che Del Prete, alle accuse di Orlandi, aveva reagito depositando una querela per diffamazione a mezzo stampa, non presso la magistratura del Kenya, ma presso la procura di Busto Arsizio, sotto la quale cade, per competenza territoriale, la sede dell’azienda di Galliate (Novara) dove erano stati definiti gli accordi tra le parti in causa. Se il tribunale italiano ha competenza per accogliere la querela di Del Prete – deve aver pensato Luciano Orlandi – perché non dovrebbe averla per occuparsi anche della frode che lui lamenta?

Deluso dalla magistratura del Kenya, cui si era a suo tempo rivolto; vessato da continue richieste di denaro da parte dell’avvocato locale che lo rappresentava e sconcertato dal fatto che il fascicolo del procedimento, fosse scomparso o languisse chissà dove, ecco che l’imprenditore piemontese sporge denuncia, per truffa e appropriazione indebita contro il Del Prete, presso la stessa procura italiana, scelta dall’avversario, nella speranza che sia più seria e solerte di quella keniana, afflitta da cronica inefficienza e corruzione.

C’è ora da augurarsi che la vicenda trovi finalmente una conclusione e che le responsabilità alla base di questa controversia, vengano correttamente accertate. Le liti tra italiani, in Kenya (soprattutto sulla costa) sono frequenti e penose. Ingrassano gli avvocati locali e gettano discredito sull’intera comunità agli occhi della popolazione e delle autorità locali. Nel caso specifico, poi, risulta coinvolta la figura di un Console italiano che, pur se solo onorario, resta comunque il primario riferimento per tutti i connazionali che vivono a Malindi e sono l’immagine del nostro Paese in Kenya.

Franco Nofori
franco.Kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

Un imprenditore piemontese accusa: “Il console onorario di Malindi mi ha derubato”

Botswana: “Riapriamo la caccia agli elefanti”, diventeranno cibo per cani e gatti

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Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 10 marzo 2019

Utilizzare la carne del più grande mammifero del pianeta per farne cibo per gli animali domestici. Non è una provocazione ma la proposta del governo del Botswana per risolvere il problema del sovrannumero di pachidermi.

“Dei 415 mila elefanti che popolano l’Africa, 130mila vivono in Botswana ampiamente concentrati nell’area settentrionale – si legge in un tweet postato dal governo del Paese africano -. Il Piano di Gestione degli Elefanti del 2001 aveva raccomandato che ne avremmo potuto mantenere solo 54mila”.

Oltre a ciò, il governo dichiara che la spesa per mantenere un così grande numero di pachidermi richiede una grande quantità di risorse finanziarie. Secondo i dati del governo il divieto di caccia ha creato danni che nel 2014 erano di 4 milioni di pula (335 mila euro), cresciuti nel 2018/2019 a 21 milioni di pula (1,8 milioni di euro).

Il tweet del presidente Mokgweetsi Masisi, lanciato nella rete, che annunciava la possibile reintroduzione della caccia all’elefante riempie di macabra letizia i pochi (ma sempre troppi) appassionati di caccia grossa.

Ha fatto invece imbestialire un vasto pubblico di amanti dell’Africa autentica e del Botswana che si sentono traditi da questo cambio di politica ambientale. Lo sfortunato tweet ha avuto risposte che andavano dallo sdegno alla decisione di non tornare in Botswana, ultimo baluardo del pianeta massacrato per denaro.

Tweet contro la riapertura della caccia agli elefanti in Botswana
Tweet contro la riapertura della caccia agli elefanti in Botswana

Alla notizia della fine del bando della caccia agli elefanti si aggiunge l’accusa dell’Environmental Investigation Agency (EIA), l’Agenzia di Investigazione per l’Ambiente, al Paese africano.

Da leader mondiale della conservazione è diventato un Paese che fa la politica dello struzzo, nascondendo la testa sotto la sabbia. È l’accusa che l’EIA fa al grande Stato dell’Africa Australe il quale finge di non vedere la gravità della situazione riguardo al bracconaggio.

Un atteggiamento sul problema degli elefanti tale da smentire anche il sondaggio aereo condotto nel 2018 da Elephants Without Borders (EWB), che aveva documentato il massacro di svariate decine di elefanti. Le immagini aeree mostravano la carcasse dei pachidermi, senza proboscide e zanne, ammazzati nel Delta dell’Okavango.

Ne erano stati contati 87 nell’arco di due mesi, cinque dei quali in pochi giorni ma l’indagine era stata smentita dal governo dell’ex protettorato britannico che aveva redarguito Mike Chase, presidente di EWB.

Cucciolo di elefante in botswana (Courtesy EWB)
Cucciolo di elefante in Botswana (Courtesy EWB)

Secondo il monitoraggio dell’Illegal Killing of Elephants Program (MIKE) Programma sull’uccisione illegale degli elefanti, dice l’Eia, la strage continua sia in Botswana che in altri Stati del continente. Responsabili dell’eccidio dei pachidermi sono bande di bracconieri pagati dalla criminalità cinese.

Secondo l’EIA, riportare la caccia ai trofei non fermerà il bracconaggio, né introdurrà un commercio legale di avorio e altri prodotti a base di elefante. È pensare che il Botswana è stato membro fondatore dell’Elephant Protection Initiative (EPI), l’Iniziativa di Protezione degli Elefanti.

Sandro Pintus
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Guasto al computer sul volo Ethiopian? Non ci sono sopravvissuti, tra le vittime 8 italiani

Africa ExPress
Nairobi, 10 marzo 2019

Non ci sono sopravvissuti tra i viaggiatori dell’aereo di linea dell’Ethiopian Airlines in volo sulla tratta Addis Abeba – Nairobi che si è schiantato al suolo questa mattina.  A bordo 157 persone di differenti nazionalità, anche otto italiani. Molti di essi probabilmente lavorano per l’agenzia delle Nazioni Unite  World Food Programme di Nairobi. Non si conoscono le cause del disastro. La compagnia aerea ha messo in funzione alcuni numeri telefonici che si possono contattare per avere notizie: +251.11.517 89 45, +251.11.517 8987, +251.11.517 8231, +251.11.517 8585.

Il Boeing 737 (numero di volo ET 302) era partito dall’aeroporto di Bole della capitale etiopica alle 8:48 e avrebbe dovuto raggiungere il Jomo Kenyatta un un paio d’ore dopo.

Il biglietto di un passeggero che all’ultimo momento ha preso un altro volo mentre era già prenotato sul ET 302

La notizia dell’incidente è stata data da un breve comunicato dell’ufficio del primo ministro etiopico, Abiy Ahmed, che non aveva fornito nessun dettaglio ma rivolto le più sentite condoglianze ai familiari delle vittime. Un indizio che lui già sapeva che non c’erano sopravvissuti. Abiy comunque ha ordinato un’inchiesta sulla cause del disastro e non si esclude che possa anche trattarsi di un attentato. Le misure di sicurezza all’aeroporto di Bole sono buone, ma non minuziose come quelle del Jomo Kenyatta di Nairobi, dove vengono utilizzati anche scanner sofisticati che scandagliano il corpo dei viaggiatori.

Ma si indaga anche in un’altra direzione: in ottobre un Boeing 737 Max 800 della Lion Air in Malesia è precipitato per un guasto al computer di bordo. L’apparecchio credeva che l’aereo stesse andando in stallo e quindi ha tentato di abbassare il muso. I piloti non sono riusciti a bypassare il sistema di controllo del pilota automatico e il jet è precipitato.

Un problema ricorrente, pare, sui 737 Max 800: aerei molto giovani dove tutto è controllato da diversi Pc a Bordo. L’Ethiopian Airlines ha ordinato l’immediato fermo a terra di tutti gli aerei dello stesso tipo: “Non siamo certi che la causa dell’incidente sia dovuta a un guasto al computer, ma come precauzione doverosa, abbiamo deciso di togliere dal servizio tutti i Boeing 737”, c’è scritto nel bollettino numero 5 della compagnia diramato in serata.

Un Boeing 737 dell’Ethiopian Airlines, uguale a quello caduto

Funzionari della compagnia aerea, contattati da uno stringer di Africa ExPress a Nairobi, hanno spiegato che sull’aereo viaggiavano 149 passeggeri e 8 membri dell’equipaggio ed è precipitato otto minuti dopo il decollo. L’incidente  è avvenuto nei cieli di Bishoftu, nella zona della città di Debre Zeit, una cinquantina di chilometri a sud di Addis Abeba. Le autorità hanno immediatamente inviato squadre di soccorso.

Si indaga anche su un allarme sicurezza lanciato l’8 marzo dal consolato americano ad Addis Abeba, i cui si diceva che era altamente sconsigliato di arrivare o partire dall’aeroporto di Bole.

L’allarme lanciato dal consolato americano di Addis Abeba

Le vittime italiane dell’incidente sono state identificate. Tra essi c’è l’assessore ai beni culturali della Regione Sicilia, Sebastiano Tusa, un archeologo di fama impegnato in ricerche nell’area di Malindi.

L’elenco dei passeggeri, per nazionalità, che viaggiano sull’ET 302

A bordo anche Paolo Dieci, direttore dell’Organizzazione Non Governativa CISP, ben conosciuto assieme al suo gruppo, per il lavoro umanitario svolto da anni in Somalia e nell’Africa Orientale in genere (Paolo Dieci ha gestito il rapimento Rossella Urru, sequestrata nel Sahara Occidentale nell’ottobre 2011), e due funzionarie del World Food Programme, Virginia Chimenti e Pilar Buzzetti. Viaggiavano sulle stesso aereo anche tre cooperanti della onlus bergamasca Africa Tremila: il presidente Carlo Spini, sua moglie Gabriella Vigiani, e il tesoriere dell’organizzazione Matteo Ravasio. Assieme a loro anche l’italo-keniota Rosemary Mumbi.

Su quel volo anche il ministro dell’ecologia yemenita.

Il quartier generale dell’ONU a Nairobi è un grande parco dove lavorano 5 mila persone

Tutti erano diretti a Nairobi per l’assemblea generale dell’UNEP (United Nations Environment Programme, l’agenzia per l’ambiente dell’ONU) che si apre domani mattina. Sono attesi capi di Stato e di governo e ministri da tutti i Paesi del Mondo. Parteciperà anche il ministro dell’Ambiente italiano, il generale dei carabinieri Sergio Costa, un esperto del settore, in prima linea nella lotta per la tutela dell’ecosistema. L’UNEP è la massima autorità mondiale nel campo della diversità della natura. Molto note le conferenze sul clima organizzate su tutto il nostro pianeta. Il suo quartier generale è nella capitale keniota, nel grande compound delle Nazioni Unite che ospita altre agenzie e dove lavorano più o meno 5 mila persone.

L’Ethiopian Airlines è un’ottima compagnia che opera in tutta l’Africa e si picca di essere la più grande del continente.

Africa ExPress
@africexp

Ecco le prime immagini del disastro:

I soccorsi sono arrivati immediatamente dopo lo schianto

Malawi: la caccia continua terrorizza gli albini che ora chiedono di espatriare

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 9 marzo 2019

Alla fine di febbraio gli albini del Malawi hanno invitato il governo di dichiarare il Paese non sicuro per coloro che sono affetti dalla loro malattia genetica e chiesto aiuto alle autorità per poter domandare asilo in altri Stati. “Siamo terrorizzati, stanchi di dover assistere inermi ad assassini e sparizioni e ci chiediamo continuamente chi sarà il prossimo tra noi”, ha dichiarato un rappresentante dell’associazione degli albini malawiani.

E ieri pomeriggio un folto corteo di persone affette da albinismo insieme ad un gruppo di sostenitori, è stato bloccato più volte dalla polizia nella capitale Lilongwe, lungo la strada che porta al palazzo presidenziale. I manifestanti volevano incontrare il presidente Peter Mutharika per consegnargli una petizione contro l’inasprirsi delle persecuzioni alle quali sono soggetti.

Infine Mutharika ha ricevuto una delegazione dei manifestanti, con la promessa di diramare l’allarme e due giorni dopo ha istituito una commissione di inchiesta, con l’incarico di indagare e far luce sugli assassini delle persone affette da albinismo.

Diandra Forrest la modella americana figlia di genitori di origine africana, affetta da albinismo

Basterà? Nell’ex protettorato britannico gli albini sono chiamati “fantasmi” e fin dalla più tenera infanzia subiscono discriminazioni e vessazioni per il colore della loro pelle bianca. Anzi da anni vivono nel terrore, da quando bande criminali li cacciano come prede per vendere parti del loro corpo utilizzate per pratiche rituali di stregoneria. E se non vengono ammazzati, vengono mutilati, perchè con parti del loro corpo gli stregoni realizzano amuleti portafortuna.

E proprio in questi giorni è ripreso il dibattito sulla pena di morte contro le stragi degli albini. Samuel Tembenu, ministro della Giustizia e Affari Costituzionali, ha spiegato che la pena capitale è tutt’ora prevista dalla legge, ma non è mai più stata applicata dal 1994. E’ a discrezione della corte se infliggere o meno tale condanna ad un assassino, dunque anche ai killer di albini.

In vista delle prossime elezioni presidenziali, che si terranno nel Paese il prossimo 21 maggio, i maggiori partiti sono particolarmente interessati a problemi inerenti ai diritti umani, volti a proteggere anche gli albini.

Le formazioni politiche sono divise sull’applicazione della pena capitale; Hellen Chabunya, un’esponente di United Transformation Movement (UTM), citando Ghandi, ha spiegato: “Occhio per occhio ci rende ciechi” e ha aggiunto: “Dobbiamo combattere piuttosto l’omertà, le persone devono parlare, dire quello che sanno sui rapimenti e le uccisioni degli albini”.

“Ma succede anche – ha fatto sapere un rappresentante di Malawi Congress Party (MCP) – che chi vuole ed è disposto a confessare o a rivelare la verità, viene ucciso addirittura in carcere”. Molti sono convinti che la pena di morte sia l’unica soluzione per contrastare la persecuzione contro gli albini.

Negli ultimi anni sono stati accertati almeno centocinquanta casi, tra assassinii, attacchi o violazioni dei diritti umani nei confronti di persone affette da albinismo in Malawi. Gli esperti dell’ONU hanno sottolineato che il periodo pre-elettorale è particolarmente delicato e pericoloso per gli albini, proprio per la falsa credenza che parti del loro corpo portino fortuna e potere politico, se questi vengono utilizzati durante i rituali di stregoneria.

Un’esperta dell’ONU affetta da Albinismo parla a una conferenza in Malawi

Recentemente un uomo è stato brutalmente ammazzato, un quattordicenne è misteriosamente sparito e un bimbo di pochi mesi è stato rapito La madre del piccolino è stata arrestata con l’accusa di essere connivente con i rapitori.

Gli esperti dell’ONU hanno suggerito alle autorità di Lilongwe di mettere a disposizioni agenti di polizia per proteggere gli albini. Anche Amnesty International nel suo rapporto dello scorso giugno ha vivamente raccomandato al presidente di riformare con la massima urgenza il sistema giudiziario del Paese affinché sia in grado di salvaguardare i diritti  delle persone con albinismo, in quanto la maggior parte dei crimini commessi nei loro confronti restano impuniti.

“Le persone con albinismo devono ricevere giustizia per questi orrendi crimini” aveva precisato Deprose Muchena, direttore di Amnesty International per l’Africa meridionale, nel suo rapporto. Le indagini durano troppo tempo e solo nel trenta per cento dei casi su quelli denunciati le investigazioni sono state portate a termine. Pochissime le condanne.

Cornelia i. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Dal Nostro Archivio

In Malawi gli albini cacciati come animali per pratiche rituali

Terrore dei vampiri in Malawi: l’ONU ritira il suo staff dal sud del Paese

Staccò a morsi un orecchio: condannato a 6 anni Ciarrapica, conosceva Silvia Romano

Speciale per Africa Express
Franco Nofori
Torino, 9 marzo 2019

Il tribunale di Milano, in primo grado di giudizio, ha condannato a sei anni di carcere Davide Ciarrapica, per aver staccato a morsi un orecchio durante una rissa. Ciarrapica, conosciuto sulla costa del Kenya per aver fondato a Likoni, l’Onlus Orphans’s Dream, ha ospitato Silvia Romano, la ragazza rapita il 20 novembre scorso, nel suo primo viaggio come volontaria in Africa.

Stando alla notizia diffusa dalla versione online del Corriere della sera del 30 gennaio scorso, il 5 novembre 2016 Ciarrapica e un certo Giordano Ghilardotti, entrambi quarantenni, si azzuffarono in una rabbiosa rissa all’interno della discoteca The Wall di Milano.

Davide Ciarrapica nella sua onlus Orphans’s dream di Likoni (Kenya) con uno dei bambini che ospita

Caodiuvato da alcuni amici non identificati, Ciarrapica  aggredì Ghilardotti, atterrandolo con un pugno, quindi, non ancora soddisfatto, gli addentò l’orecchio, sinistro staccandone l’intero padiglione. La ricostruzione dei fatti è stata possibile, grazie alle telecamere di sorveglianza e alle testimonianze di alcune persone presenti nel locale. Nell’ infliggere la pena, e accertato che si è trattato di una deformazione permanente, il giudice ha anche disposto una provvisionale a favore della vittima, di 35 mila euro, in attesa che la causa civile, stabilisca l’esatta entità del danno. L’avvocato Guido Bomparola, che assiste la vittima della mutilazione, contattato telefonicamente, non ha esitato a definire Ciarrapica “un individuo strafottente ed estremamente arrogante”.

Una delle locandine con cui Davide Ciarrapica raccoglie fondi per sostenere la sua onlus a Likoni

Davide Ciarrapica, nella sua Onlus di Likoni – una villa con piscina, presa in affitto – ospita molti bambini, alcuni dei quali orfani. Non può non preoccupare che l’incolumità di questi piccoli, con il beneplacito e il sostegno degli inconsapevoli sponsor che lo finanziano, venga affidata  a una persone che perde i freni inibitori come è accaduto durante la rissa  a Milano. La sua Onlus è registrata a Seregno in provincia di Monza.

Sulla personalità di Ciarrapica, si era già espressa un’amica di Silvia che, nel commentare un articolo di Africa ExPress del 25 gennaio scorso, (Sul rapimento di Silvia Romano bocche cucite mentre le ricerche annaspano) aveva scritto: Davide, di Orphan’s Dream, è una persona alquanto discutibile (per essere gentili). Era lui a uscire a ubriacarsi tutte le sere e portarsi dietro i volontari. Non ha messo in guardia Silvia, ha inventato una marea di c..zzate per aumentare il suo ego già abbastanza grande”.

Silvia Costanza Romano, la volontaria milanese ventitreenne rapita in Kenya il 20 novembre scorso

L’amica si riferiva alla parte dell’articolo, in cui, era riportata un’intervista a Davide Ciarrapica, il quale, piuttosto disinvoltamente, aveva dipinto un’immagine di Silvia Romano con toni non proprio edificanti. L’amica però, non si accontentò di scriverci la sua opinione al riguardo, ma decise anche di rampognare direttamente Davide, il quale, subito dopo, inviò un messaggio vocale, accusando Africa ExPress di aver scientemente alterato le sue dichiarazioni. Ci scaraventò addosso un mare d’insulti in cui l’epiteto più gentile era “schifoso pezzo di merda”. Non raccogliemmo gli insulti, ma lo invitammo, se voleva modificare le sue dichiarazioni, a mandarci una rettifica in modo da poterla pubblicare.

La cartina mostra il villaggio di Likoni (costa sud del Kenya) dove ha sede la onlus di Ciarrapica

Davide Ciarrapica, però, non accolse l’invito e replicò con un altro messaggio di nuovo al vetriolo, dove, questa volta gli insulti si arricchirono di un singolare suggerimento: “Mettiti un pezzo di carta igienica pieno di merda in bocca, prima di parlare”. Insomma nel suo forbito linguaggio da british gentleman, Ciarrapica fece capire che proprio non ci stava ad accettare le nostre (presunte) manipolazioni di ciò che aveva dichiarato.

Peccato che proprio nei due giorni successivi a quello del rapimento di Silvia Romano, quindi molto prima di essere intervistato da Africa ExPress, Ciarrapica, aveva reso dichiarazioni (sostanzialmente uguali a quelle rese a noi) al Messaggero e al Corriere della Sera, autorevoli testate del panorama editoriale italiano.

Questa animosità rende comprensibile come Davide Ciarrapica, possa cadere facilmente vittima del suo violento temperamento, com’è accaduto nella discoteca milanese, ma mette anche in luce la preoccupante disinvoltura con cui in Kenya – soprattutto lungo la fascia costiera – proliferano, a vario titolo, associazioni umanitarie, senza che nessuno possa verificarne la competenza e la serietà, quasi che i bimbi africani, debbano diventare l’ideale strumento per far soldi e acquisire un’immeritata notorietà paludata da pseudo umanitarismo.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

“Silvia Romano is still safe and in Kenya”, says police commander

8 marzo, il grande imam del Cairo difende le donne e si schiera contro la poligamia

Africa ExPress
Il Cairo, 8 marzo 2019

“La poligamia è un’ingiustizia nei confronti delle donne e dei bambini, perchè il Corano pone l’accento sul principio dell’equità, che con questa pratica così diffusa spesso non viene rispettata”. Sono le dichiarazioni di Cheikh Ahmed Al Tayyeb, il grande imam di dell’università al-Azhar, la massima autorità musulmana sunnita, la cui sede è al Cairo, in Egitto.

“Le donne rappresentano la metà della nostra società, non prendersi cura di loro, è come camminare con un piede solo”, ha aggiunto l’imam. Quasi un inno al gentil sesso, pochi giorni prima della Giornata internazionale della Donna ed è anche un’ammissione, seppur indiretta, che è necessario rivedere quanto prima le questioni inerenti alle donne.

Sono stati in molti a congratularsi con lui, tra loro anche Maya Morsi, presidente del Consiglio nazionale delle donne egiziane (NCW), che ha precisato: “La religione musulmana rende onore alle donne, ha portato giustizia e ci ha concesso numerosi diritti che prima non esistevano”.

Il Grande Imam Cheikh Ahmed al-Tayeb (a destra) e Papa Francesco (a sinistra) a Dubai

Naturalmente le affermazioni della massima autorità sunnita hanno innescato un acceso dibattito non solo in Egitto, ma in tutto il mondo musulmano. E per placare le polemiche, l’istituzione al-Azhar ha dovuto precisare sul suo sito internet che Al Tayyeb non ha in alcun modo vietato la poligamia.

In un programma televisivo settimanale la guida spirituale della prestigiosa università sunnita ha ribadito però: “Coloro credono che il matrimonio debba essere poligamo, hanno sbagliato tutto”. E per comprendere meglio ha ricordato ai fedeli una lettura intera del versetto del corano che parla della molteplicità delle mogli. “Alcuni leggono solamente “uno, due, tre, quattro ma non quello che precede e quello che segue. La molteplicità delle mogli è basata sull’equità e se questa manca, è proibito avere più mogli. Se temete quindi di non essere giusti con esse, allora sposatene una sola”, ha aggiunto infine.

Durante la sua recente visita a Dubai, papa Francesco e il grande imam di Al-Azhar hanno firmato un documento storico, che getta le basi per una nuova convivenza della famiglia umana tutta:  “Fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune”.

I migliori auguri a tutte le Donne del mondo, la redazione di

Africa ExPress
@africexp

 

Kenya: botte e minacce con coltello tra agenti del traffico e militare delle forze speciali

Speciale Per Africa Express
Franco Nofori
Torino, 7 marzo 2018

I militi del GSU, sono la famigerata forza paramilitare del General Service Unit, che con i suoi temuti baschi rossi terrorizza i keniani durante le retate, ma questa volta, uno di loro è intervenuto dalla parte giusta. Il fatto si è verificato qualche giorno fa nel villaggio di Sio Port nel distretto di Busia. Il milite del GSU ha notato che alcuni uomini in abiti civili stavano estorcendo denaro a un conducente di boda boda (motoretta taxi). Il milite (il cui nome non è stato reso noto), si è avvicinato per informarsi su cosa stesse accadendo e per tutta risposta, uno degli estorsori l’ha colpito in faccia con un violento ceffone.

Un agente del traffico, minaccia il conduttore di una motoretta-taxi

Pronta è stata la reazione del militare che in un batter d’occhio, ha atterrato entrambi gli uomini i quali, vista la mala parata, si sono qualificati come agenti del traffico in borghese e si sono rapidamente eclissati temendo altre botte dal militare, che appariva dotato di un fisico adeguato alla bisogna. Ma poco dopo la zuffa, il poliziotto che aveva schiaffeggiato il militare, oppresso dal livore per essere stato pubblicamente umiliato, è tornato sul luogo dello scontro insieme ad altri quattro colleghi, impugnando un coltello e ben determinato a vendicarsi. L’uomo del GSU che si era seduto presso un chiosco, si è alzato pronto ad affrontarli, ma alcuni dei presenti, l’hanno informato della presenza del coltello, consigliandogli di desistere e lui, affidandosi al buon senso, si è così allontanato.

 E’ stato poi accertato che il poliziotto corrotto rispondeva al nome di Onyango ed era tristemente noto ai residenti locali, come un insaziabile estorsore, che spremeva chiunque gli capitasse a tiro. La notizia della baruffa tra i due agenti e l’uomo del GSU, si è diffusa  rapidamente fino ad arrivare all’orecchio di John Nyoike, Comandante distrettuale della polizia di Busia. “Ho ordinato immediate investigazioni – ha raccontato l’alto ufficiale –. Prenderemo seri provvedimenti contro l’accusato, se le sue responsabilità saranno accertate”. Tonante dichiarazione che ha lasciato però i residenti piuttosto dubbiosi, giacché le passate esperienze, mostrano che molto raramente, agenti accusati di corruzione, pagano per le proprie colpe. Tuttalpiù subiscono una breve sospensione o un trasferimento in altra sede.

Militi del GSU (General Service Unit) del Kenya, in un’operazione anti-terrorismo

Qualche anno fa, il comando centrale della polizia del traffico, aveva annunciato la sospensione di ben 400 agenti accusati di corruzione, cioè il dieci per cento dell’intero corpo che ne conta quattromila, ma a oggi non si sa ancora se questi sono stati poi licenziati e portati in giudizio oppure siano tuttora in servizio continuando a svolgere tranquillamente la loro attività parallela, molto più redditizia di quella ufficiale. La corruzione, in Kenya, rappresenta più di un terzo dell’intera economia nazionale. E’ un gigantesco, inarrestabile flusso di denaro sotterraneo che sottrae alla popolazione la fornitura dei servizi essenziali, affama sempre di più i poveri e arricchisce oltre misura il malcostume e la trasgressione.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

Infiltrazione di ribelli dalla Libia, il Ciad chiude le frontiere del Tibesti

Speciale per Africa Express
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 6 marzo 2019

Il Ciad ha nuovamente chiuso le frontiere – millequattrocento chilometri – con la Libia. Lo ha reso noto con un messaggio alla nazione sulla TV di Stato domenica scorsa il ministro della Sicurezza, Mahamat Abba Ali Salah. Lo stesso provvedimento era già stato preso all’inizio del 2017, ma pochi mesi più tardi i confini sono stati riaperti a poco a poco.

Il ministro ha aggiunto che i confini resteranno blindati fino a nuovo avviso e infine ha precisato: “Qualsiasi persona che verrà trovata nell’area di Kouri Bougri, nella regione di Tibesti, sarà consierato un terrorista, la popolazione deve consegnare le armi. Da oggi qualsiasi estrazione aurifera è vietata”. Come si fa a blindare le frontiere el Tibesti è un mistero. Da quelle parti il confine è assai poroso, le montagne sono alte (arrivano quasi a 3.500 metri) con vallate e gole profonde. Solo le popolazioni toubou sanno districarsi tra le miriadi di passaggi complicati e inesplorati.

Chiusura delle frontiere del Ciad con la Libia

La zona di Kouri Bougri, al confine con la Libia, è ricca di miniere aurifere, dove molti ciadiani, ma anche molti stranieri, sono impegnati nell’estrazione. I minatori sono liberi di circolare e dunque, per arginare i controlli, i migranti si mescolano ai cercatori d’oro. Altri invece, per necessità, si fermano veramente qualche mese ad estrarre il prezioso minerale per poter pagare la continuazione del viaggio.

Le misure di sicurezza sono state decise perché all’inizio di febbraio nell’ex colonia francese, proveniente dalla Libia, si è nuovamente infiltrato un consistente gruppo di ribelli fedeli all’Union des Forces de la Résistance. Allora Parigi era intervenuta con i suoi Mirage 2000, stazionati nella base di N’Djamena, quartiere generale delle truppe francesi dell’Operazione Barkhane, poco meno di quattromilacinquecento soldati, operativi in tutto il Sahel.

L’UFR comprende nove gruppi ribelli ciadiani. L’alleanza è stata costituita nel 2009 a Hadjer Marfain, nel Darfur, al confine con il Ciad. Dopo essere stati cacciati dal Sudan nel 2013, i miliziani si sono trasferiti nel sud della Libia, dove avrebbero prestato servizio come mercenari. Ma all’inizio dell’anno sono passati in Ciad. Il loro obbiettivo è quello di rovesciare il regime corrotto e autoritario di Déby, sostenuto dalla Francia.

Mirage , quartiere generale di Barkhane, a N’Djamena

A Parigi un comunicato diffuso il 6 febbraio dallo Stato maggiore dell’esercito ha confermato i raid aerei francesi, effettuati in collaborazione con l’esercito cadiano (sempre meglio salvare le forme!), nel nord-est , per bloccare l’infiltrazione di una colonna armata. Per giustificare tale intervento, il primo ministro, Edouard Philippe, ha informato lo stesso giorno i presidenti dell’Assemblea Nazionale e del Senato dell’operazione. Secondo Philippe il presidente ciadiano avrebbe chiesto l’intervento di Parigi, condizione necessaria per giustificare l’operazione.

I mirage della base di N’Djamena dovrebbero essere utilizzati solamente per contrastare jihadisti e gruppi armati. E infatti il portavoce  del governo ciadiano, Oumar Yaya Hissein, ha chiosato: “Visto che il presidente ha proposto nel 2018 un’amnistia per i ribelli, qui non ci sono più sovversivi, ma solamente mercenari e terroristi. Dunque l’intervento francese è più che giustificato”.

Nella lotta contro il terrorismo le forze armate ciadiane sono un alleato prezioso dei francesi sia in Mali, che con il contingente tutto africano, Force G5 Sahel.

Proprio perchè preoccupati delle loro frontiere a nord, a fine maggio 2018 Ciad, Niger e Sudan hanno firmato un accordo di cooperazione con la Libia per la lotta contro i trafficanti e il terrorismo. I quattro Paesi si sono impegnati a collaborare strettamente sul piano militare e su quello politico. Ognuno dei governi assumerà il comando a rotazione per la durata di sei mesi.

Dopo la morte di Muammar Gheddafi, la Libia è caduta nel caos più totale, con le relative ripercussioni sui Paesi confinanti e Déby è tra coloro che non ha mai smesso di sottolineare agli Stati occidentali i rischi e i pericoli derivati dalla situazione.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes