La polizia della Mauritania ha negato l’ingresso nel Paese a una delegazione di di Amnesty International che era giunta all’aeroporto di Nouakchott domenica scorsa, ma la notizia è trapelata solamente il 19 marzo.
Gli esperti della ONG con base a Londra volevano indagare su alcune questioni riguardanti la schiavitù, ufficialmente abolita una prima volta nel lontano 1981. Il 12 agosto 2015, l’Assemblea nazionale ci ha riprovato nuovamente, approvando una nuova legge, il cui primo articolo è il seguente: “La schiavitù è un reato contro l’umanità e non è prescrivibile”.
Manifestazione contro la schiavitù in Mauritania
Parole sagge, giuste, bellissime, ma pare esistano solo sulla carta; nella realtà queste disposizioni restano spesso disapplicate e per questo sono motivo di scontro ricorrente tra le autorità e le organizzazioni per i diritti umani, secondo cui la schiavitù non è mai veramente scomparsa nella ex colonia francese.
E così, domenica scorsa i due membri di Amnesy International, il francese François Patuel, ricercatore della ONG nell’ufficio dell’Africa occidentale e la senegalese Kiné-Fatim Diop, responsabile della campagna, sono stati rispediti a Dakar il giorno stesso. Il fatto è stato confermato dai due interessati e da una fonte della sicurezza mauritana.
Schiavitù in Mauritania
Patuel spera che si tratti solamente di un malinteso, visto che molti appuntamenti erano già stati confermati con le istituzioni nazionali per i diritti umani e, ha aggiunto. “Negli ultimi anni il governo di Nouakchott ha dimostrato grande apertura verso il problema, ricevendo diverse delegazioni, sia di Amnesty che dell’ONU, tutti esperti in materia di diritti umani e spero che continui a dare prova di trasparenza, specie ora, in vista delle elezioni presidenziali che si dovrebbero svolgere a giugno”.
Secondo una fonte vicina al governo che ha preferito mantenere l’anonimato, Nouakchott si rifiuterebbe di far entrare organizzazioni “che hanno sempre stilato rapporti non obiettivi” relativi alla schiavitù nel Paese. La stessa fonte ha poi sottolineato che queste ONG non farebbero altro che scopiazzare le relazioni delle organizzazioni estremiste locali, invece di mettere in evidenza gli sforzi del governo.
Non è la prima volta che ai collaboratori di Amnesty viene rifiutata l’entrata nel Paese. Era successo anche nel novembre 2017. L’autorizzazione è poi stata concessa qualche mese dopo, in occasione del meeting della “Commissione africana sui diritti dell’uomo e dei popoli” (CADHP) che si è svolta nella capitale mauritana nell’aprile dello scorso anno.
Nel marzo 2018 in un rapporto presentato a Dakar, Amnesty aveva denunciato che i difensori dei diritti umani, che quotidianamente combattono la schiavitù e le discriminazioni, sono in perenne pericolo.
Secondo l’associazione Reporter senza frontiere, l’anno scorso, Seif Kousmate, foto-giornalista franco-marocchino, è stato dapprima arrestato, poi espulso dalla Mauritania perchè stava realizzando un reportage sulla schiavitù in Mauritania. Il governo aveva accusato Kousmate di essere entrato nel Paese come turista e di aver operato in totale clandestinità, senza i permessi necessari, in violazione delle leggi vigenti.
Speciale per Africa Express Giuseppe Cassini
marzo 2019
La prima parte di questa memoria la trovate qui. La seconda invece è qui.
AVVERTENZA Abbiamo pubblicato questo lungo articolo in 3 puntate. Lo sappiamo che è molto lungo e certamente non è molto adatto per la pubblicazione su un giornale online come il nostro. Una lunghezza però dovuta agli interessanti dettagli che contiene. Abbiamo cercato così di onorare la memoria di Ilaria e Miran. Siamo anche d’accordo nella richiesta fatta da più parti di non archiviare il caso a patto però che si usino le energie per esplorare anche altre strade e la si smetta di voler caparbiamente ricercare un complotto che finora non è stato dimostrato. Onore a Ilaria Miran che hanno svolto il loro lavoro con onestà e competenza. E chi vuole essere un loro collega onesto e caparbio ripensi anche alla responsabilità che ha avuto certa stampa per indirizzare in una sola direzione la ricerca della verità. I veri responsabili di quest’assassinio hanno goduto nel vedere tutti gli sforzi utilizzati per allontanare i sospetti verso di loro.
Africa ExPress
UN SOLO TESTIMONE…
Durante la missione in Somalia, mentre lavoravo a sbrogliare l’intricata matassa clanica, ripetevo ai capi delle varie fazioni che il governo italiano era impegnato a far luce sull’omicidio del 1994. Ma incontravo solo reazioni evasive: in genere si incolpava un clan rivale oppure gli italiani. Il “fortilizio” della Commissione Europea era presieduto da un somalo con passaporto tedesco, Ahmed Washington, di cui avevo e ho tuttora piena fiducia. Fu lui che mi offrì di incontrare un testimone oculare del duplice omicidio, un certo Ahmed Ali Rage detto Gelle, disponibile a riferire quanto aveva visto e saputo. Washington non lo conosceva di persona, ma tramite un suo amico intimo, Shino, aveva incontrato Abdessalam Ahmed Hassan, persona da loro ritenuta affidabile, che affermava di conoscere bene questo Gelle. Qual era il tramite lo spiegai agli inquirenti a Roma e Ahmed Washington lo confermò in seguito alla Commissione parlamentare. L’attendibilità di Gelle? Non poteva essere riscontrata diversamente, ma si sapeva che era stato l’autista di inviati italiani con loro piena soddisfazione, e che al momento lavorava per la DJP, una ONG tedesca di tutto rispetto.
Qui è nella foto più in basso Ilaria in un raro momento di relax in spiaggia. La foto è di Massimo Alberizzi
L’incontro con Gelle avvenne il 25 luglio 1997. Come deve comportarsi un pubblico funzionario se gli viene presentato da contatti affidabili un individuo che si dichiara informato di un delitto? Congedarlo con tanti saluti? Il Ministero avrebbe congedato me, e senza tanti saluti. Mio ovvio dovere, quindi, era informare subito la magistratura. Tornato a Roma, il 6 agosto riferii tutto al procuratore generale, Salvatore Vecchione, aggiungendo che il teste era disposto a parlare purché venisse garantita la sua incolumità con un permesso prolungato di soggiorno in Italia.
Perciò mi fu ordinato di scortare Gelle fino a Roma, dove il 10 ottobre 1997 fece la sua deposizione in Questura e il giorno dopo al procuratore Franco Ionta: “All’epoca dell’omicidio ero addetto al trasporto dei giornalisti dell’Ansa, fra cui Remigio Benni, ed ero stabile presso l’hotel Amana. Quel giorno mi trovavo lì in attesa di lavoro, appoggiato a un muretto, con due del mio stesso clan Abgal. Davanti c’era un banco che vendeva tè e qat, e una Land Rover blu con a bordo alcuni somali intenti a parlare e bere tè. Sul posto saranno state presenti una decina di persone – a parte quelli a bordo della Land Rover – e di queste conoscevo tale Hussedin Bahal, del clan Abgal, di circa 35-40 anni. A un certo punto arriva una Toyota bianca con a bordo i due inviati”. Gelle descrive il tragico finale, precisando di aver visto il ragazzo di scorta sparare per primo e parte degli assalitori rispondere a raffica. Quindi prosegue: “Conosco una delle persone che erano a bordo della Land Rover. Si chiama Hashi detto Faudo (Faudo significa fuorilegge). Era seduto accanto al guidatore e non era sceso, pur essendo armato. Dopo circa 15-20 giorni l’ho incontrato al bar Fiat e gli ho chiesto perché avevano ucciso gli italiani; mi ha risposto che volevano rapinarli, ma l’uomo di scorta aveva sparato e loro avevano risposto al fuoco. Mi ha detto che era stato un incidente, perché volevano solo rapinarli. Non ho chiesto altro, perché avevo paura di farmi vedere troppo interessato. Non conosco i nomi degli altri sulla Land Rover, ho però sentito dire che sono tutti del clan Harti-Abgal. Vedendoli potrei riconoscerli. Penso che a Mogadiscio diverse persone sanno i nomi degli assassini, ma hanno paura. Io ho parlato solo perché sono in luogo sicuro”.
Gelle rimase a Roma due mesi e mezzo. Gli venne dato un alloggio e un lavoro, ma mancando di parentele claniche in Italia a fine dicembre scomparve. Quando ne fui informato non mi sorpresi più di tanto, conoscendo i costumi somali e il loro nomadismo. Ma ciò che mi lasciò allibito fu il seguito. Con un paio di telefonate a Mogadiscio seppi che:
1) Gelle se n’era andato in Germania, dove aveva qualche amicizia, e ai primi di gennaio aveva fatto domanda d’asilo a Colonia.
2) L’ufficio competente per i richiedenti asilo, il Zentrale Bundesamt für Anerkennung von Flüchtingen (tel. 49 221 924260), l’aveva trasferito nella vicina città di Düren, nel Centro della Charitas per gli emigranti (Flüchtlingsunterkunft).
3) Per rintracciarlo bastava rivolgersi al Zentrum für Migration und Sozialberatung di Düren (tel. 49 2421 58887) o all’interprete ufficiale dei profughi somali a Colonia.
I numeri di telefono e gli altri dettagli li ottenni dal nostro Consolato a Colonia e trasmisi tutto a chi di dovere. Ancora non mi capacito che, con gli stretti rapporti esistenti fra le polizie dei due Paesi, le nostre autorità non abbiano saputo riportare in Italia il testimone-chiave, senza il quale non si poteva procedere a un formale ed essenziale contraddittorio in aula. Infatti, la Corte d’Assise dichiarò in primo grado Hashi non colpevole.
E’ chiaro che Gelle mirava a emigrare come tanti suoi connazionali. La Germania, in particolare, era considerata un eldorado: si favoleggiava che gli Asylanten ricevessero 700 marchi al mese, una fortuna per qualsiasi africano. Resta un mistero, invece, per qual motivo una persona di discreta levatura culturale come Gelle abbia indicato fra tanti possibili assalitori proprio Hashi, se è vero che quel giorno – come dirà a propria difesa – non si trovava neppure in città.
Nell’estate del 1997 era scoppiato lo scandalo delle torture inflitte da militari italiani su dei somali ed erano spuntate come funghi le presunte vittime in cerca di risarcimenti. In assenza di un vero governo se ne fece garante la “Somali Intellectual Society”, un’associazione riconosciuta da (quasi) tutte le fazioni. Il 17 novembre ricevetti dalla S.I.S. una lettera contenente 19 nomi di “vittime” di varie atrocità: il secondo della lista era Hashi Omar Hassan, colui che Gelle aveva indicato quale partecipante all’aggressione dei due inviati. Quando chiesi alla S.I.S. di restringere la lista ai casi davvero seri, furono defalcati parecchi nomi ma non quello.
…. CONTRO UN SOLO IMPUTATO
Ma chi era Hashi Omar Hassan detto Faudo? Un ragazzone che, senza batter ciglio, sosteneva a Mogadiscio di essere stato torturato da militari italiani e poi “buttato in mare dal porto vecchio con le mani e le gambe legate e un cappuccio sulla testa, assieme ad altre 18 persone il 27 dicembre 1993” (sic). Che cosa viene in mente ascoltando una storia del genere? Può solo venire in mente Edmond Dantès chiuso in un sacco e gettato in mare dal Castello d’If. Ma poteva Hashi aver letto “Il Conte di Montecristo”? Lo escluderei, eppure aveva una fantasia degna di Alexandre Dumas.
Questa fanfaronata la ripeterà agli inquirenti il 15 gennaio 1998 a Regina Coeli dopo l’arresto per concorso in omicidio: “E’ vero che ho subito violenza dai militari italiani. Fui torturato con spegnimento di sigarette sulla mano e con sostanze caustiche gettate sul capo. Inoltre fui preso e il 27 dicembre 1993 buttato in mare dal porto vecchio di Mogadiscio con le mani legate strette, le gambe legate larghe e un cappuccio sulla testa. Fui buttato in mare con 18 altre persone: di queste, 16 erano legate due a due, e tre erano legate ciascuno per proprio conto. Io riuscii a liberarmi e portarmi in salvo”. Tuttora mi chiedo perché gli inquirenti non gli abbiano formalmente contestato quell’inverosimile motivo addotto per venire in Italia. [8]
Ecco gli altri punti salienti del suo interrogatorio: “Non faccio parte del gruppo che ha aggredito Alpi e Hrovatin. Quel giorno mi trovavo a 300 km da Mogadiscio, in località Adale. Lo ricordo perché mio nonno materno era malato grave, si trovava in campagna e io ero andato a fargli visita; tornato ad Adale, sentii dell’attentato dalla gente del luogo. […] Gelle venne una volta a casa mia a Mogadiscio con un mio conoscente, Shino Maclow. Mi chiesero se potevo riferire all’ambasciatore italiano i maltrattamenti subiti da parte dei militari italiani. Io acconsentii e con Gelle e Shino mi recai dall’ambasciatore Cassini. Egli mi diede da leggere una lettera in cui comparivano i nomi di 5 persone torturate dicendomi che erano gli unici casi verificatisi, mentre altri casi erano dubbi. Quindi mi aiuterà a far chiarezza e impedire denunce non rispondenti al vero. Mi offrì soldi in cambio della mia collaborazione”. Quest’ultima frase – una grave menzogna – assume un sapore surreale qualche riga dopo: “Non ho mai pensato di vendicarmi delle torture subite. Ma dopo quell’incontro Gelle mi disse che l’ambasciatore voleva notizie sull’omicidio e che se mi fossi auto-accusato mi avrebbe dato un compenso”. Ma perchè uno dovrebbe accusarsi di omicidio in cambio di soldi per poi venire in Italia e presumere di farla franca?!
Il 15 gennaio 1998 il Ministero degli Esteri emette un comunicato che non lascia adito a dubbi: 2L’ambasciatore Cassini ha prestato l’indispensabile assistenza per trasferire in Italia 11 cittadini somali [le presunte vittime di torture]. Nessuno di quei nominativi è stato da lui inserito nella lista. Nello specifico di Hashi Omar Hassan, il nome è stato indicato fin da ottobre dalla “Somali Intellectual Society” e sempre da essa riconfermato. Nel ribadire che le accuse all’ambasciatore Cassini di aver erogato somme di denaro a testimoni somali sono prive di fondamento, la Farnesina sottolinea la trasparenza con cui sta contribuendo fattivamente alla ricerca della verità”.
L’arresto di Hashi provoca qualche protesta a Mogadiscio. Un sedicente “Tribunale Islamico” spedisce il 28 marzo 1998 un mandato di comparizione (in italiano traballante) che trascrivo fedelmente: “AL SIGNOR GUSEPPE CASSINI PRESSO SUA PRESENZA. Il Tribunale Islamico ordino al Sig. Giueppe Cassini di presentarsi entro 30 giorni al Tribunale Islamico di Mogadisco. La data comincia dal momento scrivente di questo avviso, affinché risponda ad uno quella aperta in questo Corte Islamico. In caso di non presentarsi ad adempimento di questo ordine si forma procedimento legale nei coffronti del su nominato Giusseppe Cassini. Firmato: Vice Presedent del Corte Securese e Pinale Islamico in Mogadisco”.
Il 18 gennaio 1999 si apre il processo contro Hashi e il 9 luglio il PM chiede l’ergastolo. Invece, grazie a un po’ di buon senso garantista, la Corte d’Assise di Roma lo assolve, mancando l’imprescindibile contradditorio fra l’imputato e il testimone-chiave d’accusa. Tiriamo tutti un sospiro di sollievo, perché Gelle stesso aveva precisato che Hashi non aveva sparato. Un buon difensore avrebbe perfino dimostrato che Hashi si era trovato nell’auto per caso. Ma il sollievo dura poco, perché il 24 novembre 2000 in appello arriva la mazzata: condanna a 26 anni (e con sentenza confermata in Cassazione nel 2002).
Come ha potuto la Corte d’Appello ribaltare il verdetto precedente? Era successo:
1) che una perizia antropometrica aveva acclarato, grazie al filmato di una tv svizzera, che Gelle era presente sul luogo del delitto: presenza confermata anche da due altri testi ascoltati dalla Digos, Hussedin Bahal e Abdi Jella;
2) che la giuria non doveva aver apprezzato la romanzesca accusa verbalizzata da Hashi contro i militari italiani (sarebbe stato buttato in mare incappucciato e con piedi e mani legate!!!);
3) che la deposizione dell’autista di aver riconosciuto Hashi nella Land Rover, rigettata nel primo grado di giudizio in quanto troppo labile, era stata ritenuta attendibile in appello.
Nel frattempo, dov’era finito il testimone-chiave? Secondo l’Interpol, a gennaio del 1998 si trovava in Germania; il 26 dicembre 1999 era sbarcato a Londra, aveva chiesto e ottenuto asilo politico il 29 marzo 2000; da lì, sposato con Khadra Hussein Arale (e con cinque figli), si era trasferito a Birmingham, al n. 66 di Wilmore Road. Ma quando seppe che Hashi era stato condannato a ben 26 anni di carcere, probabilmente temette una vendetta clanica e si affrettò a telefonare alla BBC in lingua somala per ritrattare la sua testimonianza. (Nei suoi panni avrei fatto lo stesso anch’io, pur di rendere una più equa giustizia a favore di Hashi, che non aveva sparato né, forse, condiviso la repentina decisione di assalire i due inviati).
E’ disdicevole che la magistratura italiana non vi abbia dato seguito, acuendo i sospetti di chi immaginava che “qualcuno” in Italia volesse celare la verità. Allora ci penserà la Rai a realizzare uno scoop: il 18 febbraio 2015 Chiara Cazzaniga, inviata da “Chi l’ha visto?”, intervista Gelle a Birmingham, lo induce a parlare ed egli “conferma”, intimorito, di aver mentito dietro promessa di uscire dalla Somalia (vero) e dietro versamento di denaro (falso). Allora si risveglia la magistratura: dispone la revisione del processo e gli inquirenti della Procura di Roma volano a Birmingham per una rogatoria, in cui Gelle ripete di aver mentito. Ma è quella la verità? Ripeto: non si comprende perché Gelle, di certo presente sul luogo del delitto, avrebbe indicato fra tanti proprio un giovane che il 20 marzo si trovava (a suo dire) lontano da Mogadiscio. Comunque sia, si riapre il processo a Perugia e il 19 ottobre 2016 si conclude con la riabilitazione di Hashi, che però nel frattempo si era fatto 16 anni di galera.
COMMISSIONE PARLAMENTARE DI INCHIESTA
Dopo anni d’indagini andate a vuoto, il 31 luglio 2003 il Parlamento istituisce una Commissione parlamentare ad hoc, con il compito di “verificare le cause e i motivi che portarono all’omicidio” e di “valutare le possibili connessioni tra l’omicidio, i traffici illeciti di armi e di rifiuti tossici e l’azione di cooperazione in Somalia”. Le Commissioni parlamentari d’inchiesta sono organi di altissimo rilievo politico, ispettivo e conoscitivo: ne sono esempi quelle sulla mafia, sul Vajont, sulla loggia P2, sul terrorismo. Perciò, una Commissione ad hoc per la morte di due inviati la diceva lunga sul rilievo che le attribuiva l’opinione pubblica.
A presiederla fu nominato l’on. Taormina, un’intelligenza mefistofelica votata a servire Berlusconi con leggi ad personam congegnate in modo da sottrarlo ai suoi guai giudiziari. Lo ricordo come una persona indisponente. La sera che fui convocato a Palazzo San Macuto, il 26 ottobre 2004, mi pose una raffica di domande su dettagli così remoti nel tempo che neppure Pico della Mirandola avrebbe saputo raccapezzarsi. In risposta ai miei “non lo ricordo”, mi ammonì con tono da Grande Inquisitore. Ribattei che solo consultando gli appunti presi in Somalia avrei potuto fornire dettagli. Mi concesse due giorni. La sera, anzi la notte del 28 ottobre (la Commissione lavorava a sera inoltrata), ero di nuovo a San Macuto. L’Inquisitore diede una sbirciata alle mie note e sibilò: “A pensar male qualcuno potrebbe dire che le ha scritte adesso…” A quel punto non mi restò che guardare in faccia i parlamentari presenti e precisare che ero lì in qualità di teste e di funzionario dello Stato impegnato alla ricerca della verità.
Agosto 1993: Ilaria con Massimo Alberizzi fuori dall’hotel Sahafi in un momento di calma.
La Commissione chiuse i lavori il 23 febbraio 2006 con una relazione conclusiva, che analizzava nei minimi dettagli quanto era emerso da ulteriori indagini e dalle deposizioni dei tantissimi testi escussi. Le supposizioni, le congetture, le tesi preconcette si sfasciarono come un castello di carte. Riguardo al mio ruolo in Somalia la Commissione scrisse (pag. 493): “L’ambasciatore Cassini non aveva istituzionalmente compiti investigativi, che svolse invece solo per suo zelo, peraltro sollecitato da alte cariche dello Stato e dalla famiglia Alpi, e spinto dal desiderio di risolvere un caso che, oltre ad angosciare i congiunti delle vittime, ostacolava la formazione di rapporti sereni tra Italia e Somalia”. Ah, lo “zelo”! I parlamentari forse ignoravano che i diplomatici sono piuttosto proclivi a seguire il consiglio di Talleyrand, che da ministro degli Esteri raccomandava ai suoi: «Surtout pas trop de zèle!».
I parlamentari dell’opposizione, non soddisfatti, deposero agli atti una memoria di minoranza dove si leggeva: “Le conclusioni del Presidente sono inaccettabili; chiudono il caso proponendo una verità senza prove”. Ma è facile obiettare che l’onere della prova incombe a chi afferma qualcosa (nella fattispecie l’esistenza di un complotto e di un movente), non a chi – dopo innumerevoli indagini a tutto campo – conclude di non aver trovato nulla che comprovi l’esistenza di complotti e moventi. Come si può provare la non esistenza di qualcosa?
Tuttavia, l’irritazione dell’opposizione era giustificata dalla disinvoltura con cui il presidente Taormina rilasciava interviste come quella del 7 febbraio 2006 a “l’Unità”: “I due giornalisti nulla mai hanno saputo e in Somalia passarono una settimana di vacanze conclusasi tragicamente, senza ragioni che non fossero quelle di un comune atto delinquenziale”. O alla trasmissione radiofonica “La Zanzara” il 5 settembre 2012: “Ilaria Alpi é morta a causa di una rapina. Era in vacanza e non stava facendo nessuna inchiesta, la commissione che presiedevo lo ha accertato. Ho un documento che manterrò privato per rispetto alla sua memoria che racconta tutta un’altra storia”. Documento privato?!
IL RUOLO DEI MEDIA NELL’ALIMENTARE SOSPETTI
La sera stessa del 20 marzo 1994, il Tg3 manda in onda alle 19:00 un servizio in cui si adombra, senza alcun riscontro, che il duplice omicidio sia stata una vera esecuzione: “Una camionetta con sei uomini armati ha bloccato l’auto, gli assassini hanno aperto le portiere e hanno sparato. Ilaria e Miran erano appena tornati a Mogadiscio dopo aver percorso molte località della Somalia e oggi avrebbero dovuto inviare il loro primo servizio. Forse per impedire che la loro testimonianza andasse in onda, forse per lanciare un messaggio terroristico, quelli che le agenzie definiscono banditi hanno ucciso Ilaria e Miran”. Segue alle 20:08 un dispaccio dell’Ansa ancor più esplicito: “Le circostanze dell’uccisione di Alpi e Hrovatin sembrano non lasciare incertezze sul fatto che doveva essere organizzato”.
Ilaria e alla sua sinistra Yusuf, un altro somalo, Ingrid Formanek, producer sella CNN e l’operatore di Ilaria, Alberto Calvi. La foto è di Cristiano Laruffa
Già pochi mesi dopo, i genitori Alpi si dicono convinti che la figlia era stata eliminata per aver scoperto fatti compromettenti sulla Cooperazione italiana: una convinzione alimentata dal Tg3 e dalla stampa. Ma bisogna anche capire qual era il sentimento diffuso nell’opinione pubblica d’allora. L’Italia aveva vissuto una lunga strategia della tensione: le stragi di Piazza Fontana a
Milano (1969), di Piazza della Loggia a Brescia (1974), del treno Italicus (1974), della Stazione di Bologna (1980); senza dimenticare il Piano Solo (1964), il caso Moro (1978), la P2 di Gelli (1981). Su ogni sciagura planava l’ombra di di collusioni e coperture da parte di settori deviati dello Stato, prima del Sid e poi del Sismi. E nel 1994 l’Italia era appena uscita dalla stagione delle bombe mafiose (Palermo, Milano, Roma, Firenze) per entrare nella stagione di Berlusconi, che aveva vinto le elezioni proprio una settimana dopo l’assassinio di Ilaria e Miran. Dunque, era forte la tendenza a immaginare la longa manus di “servizi” deviati anche dietro quell’assassinio. Io stesso mi nutrivo di diffidenza. [9] [10]
Ad ogni modo, nulla giustificava il cinismo di certa stampa a sensazione. La Commissione parlamentare non ha fatto sconti al “circuito mediatico” (così lo definisce la relazione conclusiva) montato da giornalisti che hanno sfidato il ridicolo pur di vendere panzane roboanti. Uno su tutti Luigi Grimaldi: proclamava che Ilaria e Miran erano caduti in un agguato organizzato dalla Cia con l’aiuto di Gladio e dei servizi segreti italiani, perché avevano scoperto un traffico d’armi gestito dalla Cia attraverso la flotta della Shifco (sic). Con lui la Commissione non è stata tenera (pag. 625): “Grimaldi ha superato non solo la soglia delle regole deontologiche della professione, ma anche quella della dignità personale. Dinanzi alla Commissione è entrato in contraddizione in innumerevoli occasioni, è stato reticente e ha negato l’evidenza in più occasioni»”. E conclude stigmatizzando “quel sensazionalismo che costituisce l’aspetto deteriore del giornalismo d’inchiesta, quando è svolto senza rispetto delle regole etiche e deontologiche”. [11]
“L’ESECUSIONE”: COME FORZARE I FATTI A CONFERMA DI UNA TESTI PRECONCETTA
Nel 1999 l’on. Gritta Grainer, l’inviato del Tg3 Maurizio Torrealta e i coniugi Alpi pubblicano un libro, “L’esecuzione”, che riporta in dettaglio quanto era accaduto dal 1994 al 1998. Un’opera di successo con pagine commoventi: un messaggio dei genitori alla figlia (“Sappi, tesoro, che tante persone ti hanno tradito, hanno cercato di rendere difficile ogni ricerca della verità”) e un’appendice “In ricordo di Ilaria e Miran”. Ma è un libro a tesi. Ogni fatto, ogni documento, ogni testimonianza, ogni falla organizzativa (inevitabile nel contesto somalo), tutto viene forzato a conferma della tesi preconcetta del complotto e dei depistaggi. Fin dai titoli dei vari capitoli: “Bagagli manomessi” – “Sette navi molto strane” – “Container di armi su una delle navi” – “Prime prove di depistaggio” – “Le menzogne del generale” – “L’ombra dei servizi segreti sulla Cooperazione” – “Il Sismi parla ma non dice” – “Il balletto delle perizie” – “Depistaggi”.
Su un 130 militare: da sinistra, Cristiano Laruffa, Stefano Poscia, Laura Ceccolini, Ilaria e Massimo Alberizzi
Qualunque accadimento nella vicenda Alpi-Hrovatin viene definito “strano”: [11]
1. “Strano” che i bagagli di Ilaria venissero dissigillati durante il volo Luxor-Ciampino e fossero spariti tre dei cinque taccuini. In effetti fu una manomissione indebita da parte del collega del Tg3 Giuseppe Bonavolontà, che aprì i bagagli per conto della Rai. Ma Giovanni Porzio e Gabriella Simoni, che avevano accuratamente sfogliato i taccuini assieme ai militari sulla “Garibaldi”, attestarono che non contenevano alcunché di rilevante.
2. Mesi dopo – si legge a pag. 29 e 30 – “la Rai invia ai genitori uno strano foglio rinvenuto fra le note-spese dell’ultimo viaggio di Ilaria”. Contiene numeri e frequenze radio che il capo dell’Unità di Crisi della Farnesina aveva prelevato in aereo perché intriso di sangue. Per calmare i genitori il ministro degli Esteri Martino scrive loro: “Nel volo di ritorno fu deciso per motivi umanitari di pulire gli oggetti imbrattati di sangue. Non potendosi lavare il foglietto, si pensò di sostituirlo con una nota in cui si precisava che veniva trattenuto. […] Non dubito però che l’intento fosse positivo”. Ma ai genitori “la spiegazione non risulta convincente: infatti altri oggetti sono pervenuti con vistose tracce di sangue. Prima la rottura dei sigilli; poi il trafugamento di tre block-notes; poi l’asportazione di due fogli con numeri telefonici… Un volo pieno di stranezze”. [Massimo Alberizzi precisò che il foglio era preso dai block-notes forniti dal “Corriere della Sera”, era stato scritto da lui e non conteneva numeri telefonici, in Somalia il telefono non esisteva, bensì frequenze radio per connettere le ricetrasmittenti con i militari italiani e con altri utenti].
3. La scomparsa del Body Anatomy Sketching Reportstilato dalla compagnia mortuaria la sera del 20 marzo è ritenuta sospetta. Si legge a pag. 35 e 37: “Il fatto certo è che non riusciranno mai ad avere quel Report e il certificato di morte della figlia. Strano, dal momento che essi ricordano bene il servizio dell’inviato Rai Bonavolontà che aveva citato il certificato di morte. […] La serie di inspiegabili stranezze è ormai lunga. Ai genitori non sono stati consegnati: a) l’elenco degli effetti personali compilato sulla “Garibaldi”; b) il riscontro esterno e le foto scattate sulla nave; c) il Body Anatomy Sketching Report; d) tre dei cinque block-notes di Ilaria; e) due fogli arbitrariamente trattenuti e riconsegnati dopo alcuni mesi; f) la macchina fotografica di Ilaria».
4. Sotto il titolo “Sette navi molto strane” un altro capitolo scova stranezze nell’intervista di Ilaria al Bogor di Bosaso. Le sue risposte erano state insulse; eppure giornalisti, magistrati e due commissioni parlamentari dedicarono ai “traffici” della Shifco migliaia di pagine e ore di lavoro. Senza risultati. Eppure nel libro si legge (pag. 47): “L’intervista al Sultano di Bosaso qualche preciso elemento lo fornisce. Il Bogor parlava di navi; poi di un imprecisato soggetto ‘che veniva da Roma, da Brescia, dal Piemonte’: zone dove il mare non c’è, e Brescia è la capitale della produzione di armi in Italia, e citava la Shifco”… Insomma, dato che Brescia produce armi…
5. Un capitolo intitolato “Nuove tracce, altri indizi” riguarda la Sec, la società che aveva costruito i pescherecci (pag. 94 e segg.): “Il 13/12/1994, pochi giorni dopo il sequestro dei documenti sul finanziamento del ministero degli Esteri alla Sec per le navi da regalare alla Somalia, nella sede della Sec è avvenuto uno strano furto: i ladri hanno asportato oggetti di scarso valore; ma hanno rotto i sigilli apposti dalla Procura all’armadio con i documenti sul finanziamento. E a quello strano furto è seguito uno strano smarrimento: gli otto faldoni dell’inchiesta, accatastati nei corridoi del Palazzo di Giustizia a Roma, sono diventati sette, perché uno è scomparso ed è il faldone principale”. In verità, solo chi non ha mai frequentato quel Palazzo di Giustizia può stupirsi dello “strano smarrimento”.
Ali Abdi, l’autista che guidava l’auto su cui viaggiavano Ilaria e Miran al momento dell’agguato. Ali era l’autista che Massimo Alberizzi usava per spostarsi con la Panda del Corriere della Sera.
6. Molto spazio è dedicato a scovare nessi fra l’omicidio, il contingente italiano e i pescherecci Shifco. La Commissione sulla Cooperazione convoca il 5 luglio 1996 il comandante del contingente, Carmine Fiore, che attesta: “Siamo partiti da Mogadiscio il 21 marzo. Quella notte un capitano di una nave civile si è sentito male e l’elicottero l’ha portato sulla ‘Garibaldi’”. Siccome Fiore si era confuso di data, il libro (pagg. 135-144) ci va giù pesante: “Appare strano che il generale Fiore riporti in modo inesatto un episodio che si collocava prima e non dopo un fatto drammatico come il duplice omicidio. Non solo ha taciuto il nome del capitano, ma ha parlato genericamente di ‘un comandante di una nave civile’. Era un peschereccio della Shifco, ma il generale ha avuto cura di non nominarlo”. Il libro prosegue: “A febbraio 1996 pervengono alla Commissione i registri di bordo e di volo delle navi ed elicotteri relativi al marzo 1994. L’onorevole Gritta Grainer accerta che a Mogadiscio nei giorni 19-23 marzo 1994 a terra, in cielo e in mare sono accadute cose davvero strane”. Va a riferirlo al procuratore capo di Roma e uscendo dichiara: “Gli ho consegnato una memoria e copia di documenti acquisiti, da cui emergono inquietanti sospetti di responsabilità del generale Fiore nell’assassinio”. La gravissima accusa si riferisce al capitano che si era sentito male e al fatto che 7 somali erano stati imbarcati sulla “Garibaldi” proprio il 20 marzo (7 come i 7 assassini!). A quel punto deve intervenire il Ministro stesso della Difesa con un duro comunicato: “Nel manifestare indignazione il ministero ricorda – a chi nella parossistica ricerca di uno scoop a tutti i costi non esita a gettar fango in ogni direzione – che il nostro contingente è andato in Somalia per ridare un po’ di speranza a popolazioni duramente provate. Fra le 9:50 e le 10:50 del 20 marzo sette somali furono imbarcati sulla “Garibaldi” per esser trasferiti in Italia, quale riconoscimento per la cooperazione offerta al contingente. Superfluo notare che, essendo l’omicidio avvenuto alle 15:00, i sette sono gli unici in tutta la Somalia con un alibi di ferro”.
7. Fino a luglio del 1997 l’inchiesta sul delitto era in mano al sostituto procuratore Giuseppe Pititto, coadiuvato da Andrea De Gasperis. A me capitò di conoscere Pititto una sola volta: convocato nel suo ufficio a finestre chiuse, fui intossicato dai miasmi dei suoi sigari. Mentre lui fumava senza interruzione, io tossivo senza interruzione. Il 15 luglio il procuratore capo Vecchione avocò a sé l’inchiesta. Si legge a pag. 207-208 del libro: “La motivazione ufficiale dell’improvvisa avocazione è che i due titolari dell’inchiesta, Pititto e De Gasperis, sono in disaccordo sulle iniziative da adottare. Questa improvvisa avocazione è molto strana”. Chiunque ebbe a che fare col carattere di Pititto non ritenne strana quella avocazione
8. “L’esecuzione” prosegue tratteggiando la figura del testimone-chiave (pag. 221 e segg.). “Il 9 ottobre 1997 arriva a Roma un somalo, Ahmed Ali Rage detto Gelle, che dichiara di conoscere i nomi degli assassini e il movente dell’omicidio. Un testimone strano, molto strano, impegnato sopratutto a sostenere la tesi che il traffico d’armi non c’entra e che c’entrano piuttosto le violenze dei militari italiani in Somalia”.
9. “L’esecuzione” riferisce le deposizioni dell’autista Abdi a Roma, che in effetti appaiono confuse e contradditorie. Commento degli autori (pag. 239): “Risulta strano che questa confessione [il riconoscimento di Hashi nell’auto degli assalitori] venga fatta dall’autista solo dieci ore dopo l’inizio dell’interrogatorio. Così come è davvero strano che l’ambasciatore Cassini abbia incontrato per caso l’autista all’aeroporto e lo abbia convinto a venire in Italia, come si potrebbe convincere qualcuno a recarsi al cinema». Certo, sarebbe “strano” se, riguardo a quest’ultimo punto, le cose fossero andate come si legge nel libro; ma non erano andate così.
10. Il caso scatenò la fantasia di tanti millantatori: italiani in cerca di notorietà e somali in cerca di soldi. In quel turbinìo era scontato si moltiplicassero le bufale. Il libro (pag. 266-267) ne avallò in pieno una emersa ad Asti nel 1998: “Dalle intercettazioni della Procura di Asti emerge chiara l’implicazione del servizio segreto militare italiano, se non nell’esecuzione almeno nella copertura dell’omicidio. L’inchiesta astigiana sembra confermare che Ilaria e Miran avessero scoperto un traffico d’armi o forse di rifiuti tossici attraverso le navi della Cooperazione. La scoperta, oltre a vanificare un ricco canale affaristico, avrebbe potuto rivelare le collusioni fra esponenti dei servizi segreti militari, settori della Cooperazione e trafficanti internazionali di armi”. L’inchiesta astigiana finì nel ridicolo.
Ilaria durante uno stand up, fotografata da Cristiano Laruffa
Si deve alla pazienza dei ministeri degli Esteri e della Difesa di non aver querelato gli autori del volume; anzi, di aver appoggiato i parlamentari intenzionati a creare una Commissione ad hoc. Ma in un contesto caotico come quello somalo è fuorviante dichiarare “strano” tutto ciò che non collima con l’ordine razionale.
Ragionando così, perfino la Scandinavia farebbe sospettare in certi casi chissà quali depistaggi invece che una semplice inefficienza degli organi di polizia e di sicurezza. Possibile che dopo 30 anni non si siano ancora trovati gli assassini del premier svedese Olaf Palme, freddato il 28 febbraio 1986 all’uscita del cinema in pieno centro di Stoccolma? Possibile che a Oslo il neonazista Anders Breivik il 22 luglio 2011 abbia da solo ucciso 77 persone prima di essere neutralizzato? Sì, è possibile.
ILARIA ALPI ASSURTA TRA LE ICONE
A suo nome è nata una Fondazione, si è istituito un premio televisivo a Riccione, sono stati scritti sei libri e tesi di laurea, prodotti tre film e documentari a non finire. Le sono state dedicate mostre, spettacoli, canzoni, strade, scuole e persino il nome di un fiore: una rosa bianca che si tinge di rosa poco prima di sfiorire. Indimenticabile l’epitaffio lasciato da Indro Montanelli: “Di corrispondenti di guerra io che sono ormai il veterano credo di intendermi: Ilaria lo era”.
Nel 20° anniversario della morte, il 20 marzo 2014, la Camera dei Deputati commemorò ufficialmente i due giornalisti e Rai3 dedicò loro un intero programma in prima serata. Il Maxxi di Roma inaugurò una mostra fotografica di Isabella Ragonese (“Mi richiama talvolta la tua voce”). Rizzoli le rese omaggio con un volumetto (“Ilaria Alpi: La ragazza che voleva raccontare l’inferno”) di Gigliola Alvisi, scrittrice di opere per bambini, e ravvivato da dialoghi immaginari ben costruiti. Ma già il risvolto di copertina lasciava intendere dove puntava: “Quando Ilaria è morta stava indagando su un traffico di rifiuti tossici tra la Somalia e l’Europa”.
L’ultimo libro porta la firma di Serena Dandini: “Il catalogo delle donne valorose” (Mondadori, 2018). E’ una carrellata di 33 biografie femminili: il primo nome è quello di Ilaria, seguita da Ipazia, Grazia Deledda, Josephine Baker, Angela Davis, Miriam Makeba, Jeanne Moreau, Monica Vitti… Forse Ilaria si sentirebbe un po’ a disagio fra loro. L’autrice ripercorre pedissequamente il sentiero battuto per 25 anni: “Ilaria stava seguendo una pista d’inchiesta che portava allo smaltimento di rifiuti e al traffico d’armi. […] Forse non immaginava nemmeno la vastità del vespaio di corruzione che stava scoprendo, o forse sì, ed è proprio per questo che ha continuato coraggiosamente a non cedere alle intimidazioni”. Intimidazioni? Da parte di chi? E l’autrice prosegue: “Qualcuno oggi sa bene chi ha voluto la sua morte e sa anche chi sta continuando a coprire i mandanti. E’ anche per questo che, nonostante tutte le archiviazioni, non possiamo perdere la speranza di scoprire con testardaggine la verità”.
Si è consolidata una base di “certezze” che sfida ogni tentativo di razionalità. La dinamica dell’omicidio è stata trattata unicamente con occhi italiani, tenendo in poco conto il contesto dove è avvenuto. Ilaria e Miran, due inviati di valore, sarebbero i primi a smontare le molteplici speculazioni su quel caso, perché non si sentivano eroi e non vorrebbero essere trattati da eroi. Se oggi si risvegliassero dal sonno eterno, rimarrebbero allibiti nello scoprire quanta fantasia si è scatenata sulle circostanze della loro morte e griderebbero: “Non in nostro nome!”.
Ilaria Alpi mentre intervista un gruppo di donne somale. La foto è di Cristiano Laruffa
Pochi coraggiosi giornalisti si sono distinti come demistificatori. Ascoltiamo Amedeo Ricucci, inviato Rai in Somalia all’epoca del duplice omicidio: “Chissà perché in Italia, quando muore un giornalista, dev’esserci sotto sempre un mistero da scoprire. E’ come se la morte sul lavoro, per noi, non possa essere un evento accidentale, ma debba collegarsi per forza a un mistero da svelare. E passi che a pensarlo siano i parenti, per i quali una morte nobile è meno dolorosa da accettare. Diventano invece insopportabili i teoremi investigativi che fanno da corollario a questa morte, spacciando spesso per verità delle semplici supposizioni, basate non sui fatti ma sull’assunto aprioristico che dietro i fatti c’è sempre qualcos’altro. Vero è che il nostro Paese ci ha abituati alle trame occulte e ai segreti di stato, ma interrogarsi è una cosa e fare congetture un’altra. […] Già al nostro arrivo a Mogadiscio i militari italiani ci avevano avvertito delle voci insistenti su un possibile attacco ad obiettivi italiani, giornalisti compresi, e ci avevano invitati ad alloggiare nel loro compound. […] Ricordo anche che, al telefono con i colleghi che erano stati con me in quel viaggio sfortunato, nessuno avanzò strane congetture sull’accaduto” (“Anche i giornalisti muoiono: le tesi precostituite sull’omicidio di Ilaria e Miran hanno bloccato le inchieste in altre direzioni “da “Africa ExPress”, quotidiano online, del 26 marzo 2014).
La parola a Giovanni Porzio, inviato di “Panorama” e il primo ad accorrere sul luogo del delitto: “Una circostanza sempre sottovalutata è che Ilaria e Miran giravano senza scorta: non lo consentiva il risicato budget di cui disponevano, e a questo proposito qualche domanda al Tg3 andrebbe fatta, nevvero? A quell’epoca le scorte vere (4-5 uomini armati e una “tecnica” con mitragliatrice al seguito) costavano 500 dollari al giorno: il denaro che io e Gabriella Simoni trovammo il 20 marzo nelle camere dell’Hotel Sahafi era appena sufficiente a saldare il conto dell’albergo. Pagammo noi il dovuto all’autista” (“Ilaria e Miran: una irresponsabile distorsione mediatica” (da “Africa ExPress” del 9 aprile 2014 ).
Infine Massimo Alberizzi, inviato del “Corriere della Sera” e amico personale di Ilaria: “Le indagini sull’omicidio di Ilaria e Miran sono segnate da errori, omissioni, pressapochismo cui hanno concorso diversi attori – investigatori, magistrati, commissari delle varie Commissioni d’inchiesta succedutesi nel tempo – compresi alcuni giornalisti che negli anni hanno sostenuto si sia trattato di un’esecuzione. Falso. Io ho visto l’auto su cui viaggiavano Ilaria, Miran e l’autista: era crivellata di proiettili. Si è trattato di un irresponsabile depistaggio per tentare di dimostrare a tutti i costi che l’omicidio dei due giornalisti era il risultato di un complotto” (“La sfilata di testimoni al processo Ilaria e Miran demolisce la tesi del complotto” da “Africa ExPress”, quotidiano online, del 7 aprile 2016).
Un fiume di congetture e di lacune istituzionali ha sommerso il semplice bandolo della verità. Ma allora, dove sta la verità? Sta nella coscienza di Gelle e di Hashi. E sta nella parete del Newseum di Washington, dove i volti dei tanti giornalisti falciati sui fronti di guerra ricordano che laggiù si muore per tragiche casualità. Se dietro l’omicidio di Ilaria e Miran esistessero mandanti e coperture, possibile che in 25 anni d’indagini, processi d’ogni grado, due Commissioni parlamentari d’inchiesta, centinaia di testimoni escussi, fascicoli aperti in varie Procure (e milioni di fondi pubblici spesi), non saltasse fuori qualche prova? O almeno qualche ammissione dal sen fuggita?”. Ironizzava Umberto Eco alla Milanesiana del 2015: “L’esperienza storica ci dice che se c’è un segreto, fosse anche noto a una sola persona, questa persona, magari a letto con l’amante, prima o poi lo rivelerà”. [12]
Senza scomodare Gramsci “La supremazia di un gruppo sociale si manifesta in due modi, come dominio e come direzione intellettuale e morale”, scriveva nei “Quaderni dal carcere”), va detto che nel dopoguerra la Sinistra – se non ha conquistato il “dominio” politico – certo ha conquistato la “supremazia intellettuale”. Si deve anche a questa egemonia culturale se il 99% degli italiani è convinto che quell’omicidio nasconda chissà cosa. Ma ora la Sinistra, se vuol rimanere paladina d’illuminismo nell’attuale temperie, deve chiudere questa storia insensata.
Va da sé che chi ha sempre ciecamente creduto a complotti e depistaggi ne resterà convinto, non fosse altro che per abitudine mentale. Ma chi in nome della ragione intende vincere la battaglia contro le fake news e i trolls dovrebbe riconoscere che per un quarto di secolo si sono alimentate fantasie sulla morte di Ilaria e Miran e che è giunto il momento di lasciarli riposare in pace.
Il ragionare non farà mai correggere a una persona un’opinione sbagliata che non ha acquisito ragionando. (Jonathan Swift)
Giuseppe Cassini già ambasciatore d’Italia a Mogadiscio
(3 – fine)
[8] Ahmed Washington mi riferì, tra l’altro, che Hashi era noto in città per aver partecipato al saccheggio di quanto rimaneva della sede del Comitato Olimpico Somalo; e si diceva anche che avesse sequestrato per denaro una donna del clan Isaaq (che infatti, giunta a Roma, sporgerà denuncia contro di lui a fine gennaio del 1998). Sempre notizie da prendere cum grano salis, comunque.
[9] La relazione respingeva anche la solita accusa di aver erogato somme di denaro all’uno o all’altro (pag. 502): “Alla Corte d’Assise, il 13 maggio 1999, Cassini riferisce che alcuni dicevano che ‘con qualche migliaio di dollari era facile trovare la soluzione’; ma aveva ritenuto questa via poco perseguibile in mancanza [tra l’altro] di un fondo speciale del Ministero”. Quell’accusa è un tormentone costantemente ripetuto dai somali, fa parte di una certa mentalità; ma è assodato che mai è stato scucito un solo dollaro.
[10]A meno di forzare la realtà, come facevano Bush, Cheney e Rumsfeld alla vigilia dell’aggressione contro l’Iraq, quando ribattevano a chi era scettico sulle armi di sterminio in mano a Saddam: “L’assenza di prove non costituisce prova dell’assenza”.
[11]Scriveva Grimaldi il 24/3/2016: “ORA E’ UFFICIALE: ILARIA ALPI FU UCCISA DALLA CIA. IL VERGOGNOSO SILENZIO GENERALE” (www.repubblicaonline.it/2016/03/24). “Repubblica” dedicò al caso intere pagine il 21/3/2014, il 24/5/2014, il 17/2/2015 e infine il 10/4/2015 sotto il titolo “Un traffico d’armi per conto della Cia: l’ultima verità su Ilaria e Miran”.
[12] In Italia esistono due casi tuttora aperti, grazie sopratutto alla lodevole perseveranza delle famiglie: l’abbattimento del DC-9 in volo da Bologna a Palermo il 27 giugno 1980 e l’assassinio di Giulio Regeni al Cairo nel 2016. Del primo caso si sa tutto, ma non si osa additare il Paese colpevole perché è un vicino alleato nella Nato. Dell’assassinio di Giulio si sa praticamente tutto, salvo i nomi degli esecutori.
Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus Firenze, 20 marzo 2019
“Sembra che ci siano almeno mille morti. Il Paese sta vivendo un vero disastro umanitario di grandi proporzioni”. Sono le dichiarazioni, rilasciate a Radio Moçambique, da Filipe Nyusi, presidente del Mozambico che ha sorvolato in elicottero la città di Beira e le province di Manica, Zambezia e Sofala.
Devastazione e paura create dal micidiale impatto del ciclone Idai che tra il 14 e il 15 marzo ha colpito l’ex colonia portoghese, Malawi e Zimbabwe. Secondo la Croce Rossa il 90 per cento della città portuale di Beira, seconda per importanza del Mozambico è distrutta. Ufficialmente sono stati contati 84 morti ma è probabile che le supposizioni del Capo dello stato mozambicano siano una pesante realtà.
Per la furia dell’acqua e dei venti che hanno raggiunto i 190km/h sono stati abbattuti ponti, strade, scuole e altre infrastrutture lasciando solo desolazione. La mancanza di energia elettrica e i danni alle vie di comunicazione e delle telecomunicazioni rendono difficili i soccorsi. Ma non è solo la città di cemento che è stata rasa al suolo.
Il peggio è successo nelle periferie cittadine con le povere abitazioni di lamiera e nei modesti villaggi con le case di fango e paglia spazzate via dalla furia del ciclone. Un gigante che aveva un raggio di 500km.
Dopo essere passato su tre delle dieci province mozambicane Idai è arrivato fino in Zimbabwe e Malawi, ad ovest del Mozambico. La furia del ciclone si è abbattuta su un territorio di quindicimila kmq dove ha distrutto villaggi, raccolti e tutto ciò che ha incrociato nella sua strada. A peggiorare la situazione anche le esondazioni dei fiumi Buzi e Punguè.
“Sono scomparsi interi villaggi – ha dichiarato Nyusi – le comunità sono isolate e i cadaveri galleggiano sulle acque”. Secondo il World Food Programme (WFP), il programma alimentare mondiale dell’ONU, in Mozambico Idai ha colpito 1,7 milioni di persone mentre in Malawi ci sono 920mila profughi e sono stati contati 122 decessi.
Il WFP prevede di portare aiuti alimentari a circa 500 mila persone e ha iniziato la distribuzione di 20 tonnellate di cibo. La Commissione Europea, venerdì scorso, ha annunciato lo stanziamento iniziale di 3,5 milioni di euro per gli aiuti d’emergenza.
Area del ciclone Idai tra Mozambico, Zimbabwe e Malawi (Courtesy CNN)
Ospedali e posti sanitari di Beira e nelle aree colpite sono distrutti o inagibili. Don Dante Carraro, direttore di Medici con l’Africa Cuamm: “Sono stati colpiti i posti in cui i nostri volontari lavorano ogni giorno. Se non interveniamo subito rischiamo il diffondersi del colera, che già l’anno scorso ha colpito la zona ed è endemico nell’area”.
In Zimbabwe, è stato dichiarato lo stato di emergenza nel Manicaland, regione confinante con il Mozambico dove la città più colpita è Mutare. Si contano 98 morti e oltre 200 dispersi. Qui arriva il “corridoio di Beira” via di comunicazione strategica lunga 300 km e sbocco al mare dell’ex colonia britannica.
Idai, formatosi lo scorso 9 marzo a nord del Canale del Mozambico, è il quarto ciclone tropicale dell’area in due mesi. Prima di lui, nel 2008, nelle province della Zambezia e Nampula, c’era stato Jokwe, di categoria 3, che aveva causato 17 morti.
AVVERTENZA Pubblichiamo questo lungo articolo in 3 parti nel 25° anniversario dell’assassinio di Ilaria e Miran per richiamare alle proprie responsabilità un certo giornalismo che ha rincorso senza prove una verità stabilita a priori, senza trovarla. Cercare a tutti i costi il complotto ha depistato le indagini per individuare la verità che andrebbe ricercata anche in altre direzioni. Africa ExPress
I GENITORI DI ILARIA
Raramente ho incontrato in vita mia due persone più civili e determinate di Giorgio e Luciana Alpi: lui urologo di chiara fama, lei politicamente impegnata (la incrociavo a volte nella sede del PD di via della Farnesina). Abitavamo nello stesso quartiere: fu naturale, in partenza per la Somalia, incontrarli e ascoltare i loro appelli a raccogliere ogni informazione utile a far luce sull’assassinio della figlia. Con l’occasione si lamentarono per la “scarsa assistenza” della Farnesina. Avevano chiesto di ottenere dagli Usa due documenti: una foto satellitare su Mogadiscio del 20 marzo 1994 e il referto stilato dalla compagnia mortuaria americana la sera del delitto, quando i due corpi furono traslati nella cella frigorifera della base Usa (in realtà il referto era un semplice “Body Anatomy Sketching Report”, che fu consegnato la mattina dopo a un ufficiale della nave Garibaldi dove erano stati trasportato i corpi dei due giornalisti). Quanto alla foto satellitare, Washington aveva risposto alternando i “sì” e i “no”: che non esistevano foto, ah sì una foto c’era ma non coincideva con l’ora dell’agguato, e la visuale sulla città era troppo sfocata. Per i genitori era l’ennesima prova che si voleva allontanare la verità sulle circostanze del delitto.
Confesso che in cuor mio condividevo i loro stessi sentimenti. Ma dopo qualche mese in Somalia cominciai a nutrire i primi dubbi. Tornato a Roma rividi i genitori e scrissi una nota per il Ministero: “I genitori Alpi appaiono psicologicamente provati, ma anche determinati a tutti costi a scoprire non tanto gli assassini (che dicono aver già in cuor loro perdonato) quanto i mandanti e il movente”.
Ilaria Alpi all’aeroporto di Bosaso
“Il dramma nel dramma – continuavo nella nota – è che forse non ci sono mandanti, forse non c’è un movente. Appunto per ciò, qualunque atteggiamento di non piena assistenza alle indagini rinfocola in loro una cultura del sospetto, già alimentata dai mass media e dai membri della Commissione sulla Cooperazione, che stanno inseguendo un’improbabile pista di traffici d’armi. Sarebbe opportuno incanalare in positivo il desiderio di giustizia che li anima offrendo loro anzitutto trasparenza, e poi iniziative come una borsa per studenti somali intestata a Ilaria o una serata di fund raising a favore dell’Associazione delle Donne Somale”.
L’idea di fare qualcosa a nome di Ilaria per l’Associazione delle Donne Somale veniva da Starlin Arush, donna influente e amica sua. Incontrai Starlin la prima volta nel ‘96 a Merca, dove stava realizzando il miracolo di disarmare duecento banditi di strada, fornire loro di che vivere lavorando e fare di Merca una città sicura. Durante il nostro incontro mi rivelò, tra l’altro, di non avere dubbi che il duplice omicidio fosse da attribuire a un tentativo di rapina o di sequestro finito male. Starlin era una donna informata di tutto: subito dopo la tragedia l’autista, sotto choc, era corso da lei a riferirle l’accaduto[4].
Non occorreva una laurea in psicologia per capire lo stato d’animo dei coniugi Alpi. Nella loro mente era scattato un cortocircuito: non bastava trovare la verità, doveva essere quella da loro sperata. A differenza della famiglia Hrovatin, essi non potevano convivere con l’ipotesi che la loro unica figlia fosse morta per un atto di banale criminalità. Da persone politicamente impegnate, si sforzavano di dare alla tragedia un senso nobilitato dai valori cui Ilaria credeva. Il loro dramma traspare vividamente dalla struggente lettera pubblicata da “La Repubblica” il 29 ottobre 1997: “Cara Ilaria, non sappiamo perché ti hanno voluto tacitare in un modo così tragico, ma certamente perché cercavi la verità. Delle tue inchieste è rimasto ben poco. Per essere certi dell’impunità hanno sottratto i tuoi block-notes: non doveva rimanere nessuna traccia. […] Noi non ci uniamo al coro e finché potremo ci batteremo perché ti sia resa giustizia”.
Miran Hrovatin fotografato all’aeroporto di Bosaso
La Farnesina non diede seguito al suggerimento di orientare il loro lutto verso sbocchi costruttivi (anche se non fa parte dei suoi compiti). Tentammo di farlo, mia moglie ed io, in alcuni incontri a casa, ma senza successo: si erano ormai convinti che io stessi “dall’altra parte”. Concludendo la missione in Somalia, il 20 marzo 1998 mi accommiatai da loro con una lettera: “Il polverone di dietrologie sollevato da organi di stampa sta accecando l’opinione pubblica, e soprattutto rischia di scoraggiare altri eventuali testimoni disponibili a venire in Italia a deporre. Ilaria e Miran, due inviati di riconosciuto valore professionale, sarebbero i primi a non apprezzare le molteplici speculazioni sulla loro morte apparse su certa stampa desiderosa solo di vendere”. La risposta non si fece attendere: “Le fummo grati del Suo interessamento, ma pensiamo che la ricerca della verità fosse impegno primario quale rappresentante del governo italiano. […] Il ‘polverone dietrologico’ della stampa sarà forse sbagliato, ma certo è foraggiato dalla scarsa linearità delle autorità inquirenti in questi quattro anni. Buona norma è non far emettere giudizi ai defunti: Ilaria e Miran, se potessero parlare, avrebbero ben altro da dire”.
Ora se ne sono andati entrambi, prima Giorgio e poi Luciana: con la morte nel cuore, prima ancora di morire fisicamente. Ultimamente Luciana appariva provata al punto da perdere ogni speranza (“Ormai sono disillusa, non credo più alla giustizia”). Ma chi aveva alimentato queste speranze? Ai suoi funerali, il 14 giugno 2018, c’era il gotha della Sinistra. La buona fede di Walter Veltroni, Laura Boldrini, Serena Dandini, Federica Sciarelli, Bianca Berlinguer, Andrea Vianello e di altri giornalisti del Tg3 è fuori questione. Ma il necrologio della Rai apparso quel 14 giugno su “Repubblica” la diceva lunga sul rifiuto di arrendersi a una lampante evidenza.
La presidente Monica Maggioni, il Direttore Generale Mario Orfeo, il CdA e tutti i dipendenti della Rai abbracciano con enorme affetto e gratitudine
Luciana Alpi
e vogliono confermare a lei e a Giorgio che il servizio pubblico continuerà a tener vive le troppe domande sull’omicidio di Ilaria e Miran che ancora non hanno avuto risposta, finché la risposta non arriverà.
IL TRAFFICO DI ARMI
Già subito dopo il duplice omicidio si cominciò a parlare di traffico d’armi. Era comprensibile che l’opinione pubblica, poco informata sulle turbolenze del Corno d’Africa, immaginasse chissà cosa – tanto più che il governo italiano, come quello americano e altri, aveva ufficialmente foraggiato di armamenti il regime di Siad Barre, una volta rotta l’alleanza con l’Urss.
A settembre del ’94 Maurizio Torrealta del Tg3 va a Gibuti a intervistare Abdullahi Mussa (il Bogor). Si accenna a tutto – traffico d’armi, droga, pesca, pirateria – e si capisce che parla per sentito dire. Infine Torrealta chiede: “Ha pensato che l’omicidio fosse in relazione al loro viaggio a Bosaso?” Risposta: “No, perché la nostra intervista era semplice, innocua”. Innocua? Il 9 aprile 1995 il Bogor è iscritto nell’albo degli indagati e nel giugno del ‘96 il sostituto procuratore Pititto lo interroga nell’ambasciata italiana a Sanaa. Ecco i passaggi salienti del verbale: “Parlando con Ilaria della Cooperazione italiana ho usato l’espressione ‘un grosso scandalo’ in base a quanto avevo letto sui giornali o sentito alla radio, non perché mi risultasse qualcosa di particolare. […] Tutti i somali dicevano che le navi della Shifco portavano il pesce in Italia e tornavano in Somalia con le armi. Vennero a dirmelo marinai che avevano lavorato sulla Shifco. […] Appresi dell’uccisione dei due giornalisti dalla Bbc. A Mogadiscio era normale che si uccidesse o si sequestrasse. […] Non credo che i mandanti vadano cercati tra i somali. Ho chiesto informazioni a gente venuta da Mogadiscio e ne ho tratto l’opinione che i mandanti siano italiani che erano a Mogadiscio all’epoca, ma ciò non è confermato”. Secondo uno scaricabarile ben collaudato, la colpa ricade immancabilmente su un clan rivale o sugli stranieri (meglio se italiani). Il Bogor – come Omar Mugne, titolare della Shifco – sarà prosciolto da ogni accusa.
Ilaria Alpi e Massimo Alberizzi sulla terrazza dell’Hotel Sahafi. La foto è stata scattata da Renzo Cianfanelli, inviato anche lui in Somalia per il Corriere della Sera
Il 3 novembre 1994 s’insediò la Commissione bicamerale sulla Cooperazione, incaricata di indagare su sprechi e mazzette che avevano inquinato progetti finanziati dall’Italia in vari Paesi. Si occupò ovviamente anche della Somalia e del delitto Alpi-Hrovatin. Ma su quel punto scrisse (3 aprile 1996) che dalle testimonianze raccolte non era emerso un solo indizio che collegasse la “mala cooperazione” all’omicidio. Eppure tanti media si affannarono a cavare dal cilindro verità alternative da dare in pasto ai lettori. Tre giornalisti di un settimanale serio quale “Famiglia Cristiana” dedicarono un libro intero – “Ilaria Alpi. Un omicidio al crocevia dei traffici” (ed. Baldini & Castoldi, 2002) – ad avallare la tesi che “il movente che ha portato i killer a sparare” era “il rapporto fra traffico di rifiuti e fornitura di armi” (pag. 147).
Il 4 ottobre 1995 veniva interrogato anche il generale Luca Rajola, responsabile del Sismi per la Somalia: “Per me Ilaria Alpi a Bosaso non aveva ragione di scoprire alcun traffico d’armi, che non avveniva certo in quelle lande deserte. […] Che poi i pescherecci della Shifco, navigando nel Mar Rosso, possano aver trasportato qualche cassa di munizioni comprate nello Yemen, non è da escludere”. Si può obiettare che porre domande su traffici d’armi a un funzionario dei servizi segreti sarebbe come chiedere a una volpe delle informazioni sui pollai. Ma avendo conosciuto bene Rajola, ho potuto apprezzare fino in fondo la sua onestà professionale (e pazienza se questa mia rassicurazione non aiuterà a tranquillizzare chi legge).
Conviene perciò affidarsi all’unico giornalista, Giovanni Porzio, che andò a verificare di persona sulle navi della Shifco invece di contentarsi dei “sentito dire”. Convocato dalla Commissione, il 6 maggio 2004 riferì: “Premetto che nessuno poteva escludere la pista di traffico d’armi sulle navi Shifco. Si basava sulla testimonianza di un marinaio, Mohamed Samatar, imbarcato sul peschereccio ’21 ottobre II’, la nave frigorifera della flotta. Costui sosteneva in un’intervista di aver visto a bordo un carico d’armi nel porto di Tripoli. A quanto mi risulta, era l’unica testimonianza a convalidare l’ipotesi del traffico d’armi. […] Andai a Gibuti a bordo della ’21 ottobre II’. Lì feci una scoperta interessante consultando i libri di bordo. […] Scoprii che la nave fece un solo viaggio in Libia in quegli anni. Siccome era il viaggio incriminato, chiesi al comandante il ruolino dell’equipaggio. Il nome di Samatar non compariva. Il comandante era lo stesso di quel viaggio e gli chiesi se ricordasse quel marinaio. Venne fuori con un documento: mesi prima erano sbarcati a Livorno alcuni marinai fra cui Samatar, e quindi non poteva aver visto nessun carico d’armi. Mi convinsi che quella pista non portava da nessuna parte, anche perché un carico d’armi aveva un valore infimo rispetto al valore della nave. Mugne stesso mi disse che sarebbe stata follia (le acque libiche erano controllate dalla VI flotta americana) superare i controlli con un carico di munizioni e kalashnikov, che al mercato di Mogadiscio si potevano comprare per pochi dollari».[5]
In effetti, trasportare armi era meno redditizio che trasportare aragoste. Il prezzo di un kalashnikov era sceso a 60 dollari e le armi erano dappertutto: all’ospedale Keysaney di Mogadiscio assistevo a un viavai di gente armata che entrava e usciva passando davanti a un’enorme scritta in quattro lingue: (VIETATO ENTRARE CON LE ARMI).
Un giorno di quiete nella capitale chiesi di visitare il suq di Bakara. Stavamo per addentrarci fra le bancarelle quando partì un colpo di fucile; senza perdere un secondo la scorta mi fece risalire in macchina e via di corsa. Era successo che un somalo intenzionato a comprare un nuovo tipo di kalashnikov voleva anche provarlo; il venditore acconsentì e l’acquirente, all’evidenza poco esperto, lasciò partire un colpo che trafisse il venditore.
IL TRAFFICO DI RIFIUTI TOSSCI
Fino agli anni Ottanta molte industrie riversavano nel Terzo Mondo rifiuti tossici che sarebbe stato più oneroso smaltire in patria. Finché nel 1989 fu firmata la Convenzione di Basilea, che vieta l’esportazione di rifiuti nocivi alla salute o all’ambiente verso Paesi in via di sviluppo, a meno di dotarli di tecnologie adeguate per un corretto smaltimento. Non solo, si invitavano i governi a rimpatriare i rifiuti già esportati per smaltirli a casa propria. Il governo italiano fu uno dei più virtuosi: reperì fondi sufficienti a rimpatriare o ritrattare sul posto varie partite di rifiuti tossici. Dal Libano tornarono 10.000 fusti che la Jelly Wax di Milano aveva spedito a Beirut durante la guerra civile. In Turchia furono smaltiti in loco 367 barili metallici spiaggiati sulle coste del Mar Nero. In Romania la Kimica ICE incassava lauti profitti importando rifiuti dall’Europa: si serviva di un porto-franco, Sulina, accessibile solo via mare sul delta del Danubio, dove si poteva scaricare senza eccessivi controlli. Dall’Italia erano sbarcati a Sulina 4000 tonnellate di rifiuti misti, tra cui residui di vernici tossiche. Nel 1991, caduto Ceasescu, venni inviato a verificare sul posto: non trovai più tracce dei rifiuti (pare che molte case fossero riverniciate con quei residui). Ma compulsando i registri navali notai un viavai sospetto: un cargo, ad esempio, era attraccato con un nome e ripartito con altro nome. [6]
Veniamo alla Somalia. Il polverone sollevato sui rifiuti tossici nasce da un’allerta risalente al 1992. Eravamo a Rio de Janeiro per il Vertice della Terra e Mostafa Tolba, l’allora direttore dell’UNEP (l’agenzia Onu per l’ambiente), ci avvertì che una combriccola di somali e italiani progettava di realizzare in Somalia un impianto di ritrattamento da alimentare con “merce” in arrivo dall’Europa. Tornati a Roma scoprimmo l’inghippo: un certo Nur Elmi Osman, sedicente “ministro della Sanità” del governo-fantasma di Ali Mahdi, aveva concordato con la Acher Partners, ditta svizzera associata con una di Livorno (la Progresso s.r.l. di Marcello Giannoni), di costruire in Somalia una discarica polifunzionale da 80 milioni di dollari. Come potessero sperare che un tale progetto sfuggisse alla massiccia presenza di contingenti militari e funzionari dell’Onu, resta un mistero. Il progetto abortì e Tolba dichiarò soddisfatto: «Un contratto tra due società europee per trasportare mezzo milione di tonnellate di rifiuti tossici in Somalia è fallito».
In seguito partecipai ai negoziati che resero più stringenti i controlli sul traffico transfrontaliero. Dunque, arrivando in Somalia nel 1996 fresco di quelle esperienze, feci sapere a destra e a manca che ci saremmo accollati la bonifica. Mi aspettavo che sarebbero fioccate le pretese di somali in cerca di compensazioni e che avrei dovuto chiamare tecnici italiani a verificare. Bene, in due anni nessuno fu in grado di mostrarmi un solo barile, un solo fusto, un solo pallet di rifiuti tossici.
Tuttavia, la panna montata dai media si era espansa fino a diventare “realtà alternativa”. Anzi, c’era chi sosteneva che il business di rifiuti e – perché no? – di scorie nucleari fosse collegato a quello di armi, in un intreccio degno di Le Carré. Nel 1999 lo darà per scontato anche il libro, quasi un best seller, firmato dall’inviato del Tg3 Torrealta con l’on. Gritta Grainer e i coniugi Alpi (“L’esecuzione”, ed. Kaos): “Il traffico di scorie nucleari e tossiche è un commercio legato al traffico d’armi. Le fazioni in lotta per pagarsi le armi cedono zone desertiche a società che fanno traffico illegale di scorie tossiche (spesso nucleari), le quali acquistano queste discariche vendendo armi e guadagnando quindi due volte. Spesso l’interramento dei bidoni velenosi viene occultato con lavori di movimento-terra” (pag. 118).
Era solo l’inizio. Nel 2003 uscì un film commovente (“Ilaria Alpi: Il più crudele dei giorni”) con Giovanna Mezzogiorno nella parte di Ilaria. Siccome il film doveva anche vendere, in una ripresa si vede l’auto del regista percorrere la strada Bosaso-Garoe, costruita dal consorzio SACES (Astaldi-Cogefar-Edilter), e si sente una voce spiegare che sotto quel nastro d’asfalto sono interrati i famosi rifiuti, radioattivi inclusi. Ma perché non fermarsi un attimo, prendere una piccola scavatrice e un contatore geiger, mettersi a scavare in qualche punto indicato (dietro compenso) da somali che avevano lavorato sul cantiere e finalmente mostrare al mondo di quali nefandezze era stato capace il consorzio SACES? Quello sarebbe stato uno scoop![7]
La Commissione parlamentare non prese sotto gamba la questione. Indagò a tutto campo e ne chiese conto, il 6 e 7 settembre 2005, allo stesso Ali Mahdi, che “governava” la regione interessata ad eventuali discariche. Ecco la sua reazione: “Non so come si possano dire certe cose in un Paese civile come l’Italia […]. Se qualcuno sa dove sono i rifiuti, sono pronto a portarlo lì e a tirarli fuori. I somali sanno tutto: hanno fiuto e l’avrebbero visto, se si fosse messo questo materiale sotto le strade”. La relazione conclusiva sarà netta (pag. 377): “Tutte le indagini effettuate non hanno trovato alcun riscontro certo sull’esistenza di rifiuti tossici in Somalia, tanto meno di traffici. E’ dunque da escludere una conoscenza di tali attività illecite da parte dei due giornalisti uccisi. […] Parimenti sono state effettuate numerose indagini sull’esportazione di rifiuti dall’Italia alla Somalia, senza giungere ad alcun risultato”.
Eppure, il martellamento mediatico non si è mai placato. Un articolo a sensazione di Riccardo Bocca su “l’Espresso” del 24 giugno 2010 (“Porto nucleare”) pubblicava cinque foto di un porticciolo in costruzione a El Maan, a nord di Mogadiscio. Lo stava realizzando Giancarlo Marocchino in alternativa al porto della capitale bloccato dalla guerra. Le foto – definite “inequivocabili e sconcertanti» – mostravano dei container zavorrati per creare un molo e una piccola diga foranea; stando all’articolo, erano «pieni di rifiuti tossici”.
Le foto – si precisava – risalivano al luglio 1997, ossia al periodo in cui io stesso andai a vedere i lavori di quella encomiabile opera fai-da-te e inserii qualche fotografia in un rapporto al Ministero. Quei container apparivano zavorrati con normale pietrisco e terriccio… O forse non ci eravamo accorti – né io né la Farnesina – di aver assistito a uno scempio ecologico.
E’ possibile, invece, che qualcosa proveniente dall’Asia si sia spiaggiato sulle coste somale in conseguenza dello tsunami del dicembre 2004, anche se una missione tecnica inviata dall’Onu nell’ottobre 2005 non trovò nulla. Peraltro, due grandi “fusti” spiaggiati a El Dur, poco a sud di Obbio, sono stati filmati nel 2013 da Paul Moreira nel documentario “Toxic Somalia. Sulla pista di Ilaria Alpi”: filmati, ma mai aperti. Forse erano boe d’alto mare disancorate. Di nuovo aria fritta. Si fingeva di ignorare che una “nave dei veleni” risparmia milioni se, salpando dall’Italia, scarica la propria “merce” nella fossa del Tirreno (profonda 3800 m.) o dello Ionio (profonda 5000 m.) – come infatti pare sia accaduto – invece di affrontare una lunga traversata e rischiare severi controlli al passaggio di Suez.
Giuseppe Cassini già ambasciatore d’Italia in Somalia
[4] Impressionante il numero di donne trucidate mentre erano al servizio di un’umanità somala sofferente: Maria Cristina Lunetti, infermiera (+ 9/12/1993); Graziella Fumagalli, medico (+ 22/10/1995); Verena Karrer, ostetrica (+ 23/2/2002); la stessa Starlin Arush (+ 24/10/2002); Annalena Tonelli, educatrice in via di santità (+ 5/10/2003). Di Annalena, che conobbi all’ospedale da lei creato a Borama sulle montagne del Somaliland, là dove sarà uccisa, mi resta il ricordo dei suoi occhi chiari, dolcissimi, e di un’amara confessione: “In questo baratro di male chi ha fede rischia di perderla”.
[5] Porzio riferì anche di averne informato i coniugi Alpi: “Manifestai loro l’intenzione di recarmi a Gibuti dove sostava la flotta Shifco per fare un’indagine, ed essi ebbero una reazione che mi lasciò perplesso: mi dissero che non potevo andare a trovare questo assassino, l’ingegner Mugne”.
[6]Arrivare nel 1991 a Sulina d’inverno era un’impresa. Grazie a un valido collega dell’ambasciata italiana, Paolo Trabalza, trovammo a Tulcea, l’ultima città raggiungibile in auto, una barca e un pilota in grado di addentrarsi fra i meandri del delta senza arenarsi o smarrirsi nella foschia. Scene da “Cuore di tenebra”… (Questo inciso solo per chiarire che un diplomatico non sempre frequenta cocktail in feluca).
[7] Alla strada Bosaso-Garoe si riferisce anche “La strada di Ilaria”, un libro del 2014 di Francesco Cavalli, cofondatore a Riccione del Premio Alpi. “Sono molti gli indizi che lasciano immaginare siano stati uccisi su preciso mandato, perché avevano scoperto un traffico di rifiuti tossici dall’Italia alla Somalia, nascosti sotto l’asfalto della strada Garoe-Bosaso. Tuttavia di indizi si tratta e dunque insufficienti a costituire una certezza”. Per avere la “certezza” bastava scavare, come avrebbe fatto un reporter di scuola anglosassone (ma anche qualche italiano, ndr)
Speciale per Africa Express Giuseppe Cassini Roma, marzo 2019
Ai vivi si devono dei riguardi, ai defunti non si deve che la verità.
Voltaire
AVVERTENZA Per 25 anni il giornalismo italiano ha rincorso senza prove una verità stabilita a priori. Un sensazionalismo insensato che ha depistato la ricerca della verità e che Ilaria e Miran sarebbero stati i primi a ripudiare. Africa ExPress
L’ECATOMBE DI GIORNALISTI IN SOMALIA
Ogni anno nel mondo decine di giornalisti vengono incarcerati, feriti o trucidati. Anche per onorarli è nato a Washington il Newseum, uno spettacolare museo dedicato all’informazione. Entrando colpisce una parete tappezzata di foto: sono i ritratti – oltre duemila, visi noti e meno noti – dei caduti sul campo, in gran parte corrispondenti di guerra morti per tragiche fatalità legate alla loro professione. Un’organizzazione americana indipendente, il Committee to Protect Journalists, redige ogni anno la lista dei “martiri dell’informazione” nel mondo: per limitarsi all’ultimo quadriennio erano 73 nel 2015, 50 nel 2016, 47 nel 2017 e 54 nel 2018. Fra i nomi immortalati nel Newseum dovrebbero esserci quelli di 77 giornalisti, teleoperatori e radiocronisti accomunati da un medesimo destino: tutti uccisi in Somalia fra il 1993 e il 2018. Li ha pazientemente elencati il benemerito Committee to Protect Journalists, che non potendo proteggerne la vita protegge almeno la loro memoria:
1993 → Jean-Claude Jumel, Hansi Krauss, Hos Maina, Anthony Macharia, Dan Eldon
1994 → Ilaria Alpi, Miran Hrovatin, Pierre Anceaux
1995 → Marcello Palmisano
2000 → Ahmed Kafi Awale
2003 → Abdullahi Madkeer
2005 → Kate Peyton, Duniya Muhiyadin Nur
2006 → Martin Adler
2007 → Ali Mohammed Omar, Mohammed Abdullahi Khalif, Abshir Ali Gabre, Ahmed Hassan Mahad, Ali Iman Sharmarke, Mahad Ahmed Elmi, Mahad Moallim Kaskey, Bashir Nur Gedi
2008 → Hassan Kafi Hared, Nasteh Dahid Farah
2009 → Hassan Mayow Hassan, Said Tahlil Ahmed, Abdirisak Mohamed Warsame, Nur Muse Hussein, Muktar Mohamed Hirabe, Yasir Mairo, Hassan Haji Hassan, Mohamed Adan Abdulle
2010 → Sheik Nur Mohamed Abkey, Barkhad Awale Adan, Abdullahi Omar Gedi
2011 → Noramfaizul Mohd Nor, Abdisalam Sheik Hassan
2012 → Hassan Osman Abdi, Abukar Hassan Mohamoud, Ali Ahmed Abdi, Mahad Salad Adan, Farhan Jeemis Abdulle, Ahmed Addow Anshur, Abdi Jaylani Malaq, Mohamud Ali Keyre, Yusuf Ali Osman, Zakariye Mohamud Moallim, Abdirahman Yasin Ali, Abdisatar Daher Sabriye, Liban Ali Nur, Hassan Yusuf Absuge, Abdirahman Mohamed Ali, Ahmed Abdullahi Farah, Ahmed Farah Ilyas, Mohamed Mohamud Turyare, Warsame Shire Awale
2013 → Abdihared Osman Aden, Mohamed Ali Nuxurkey, Rahmo Abdulqadir, Mohamed Hassan Habib, Mohamed Ibrahim Rageh, Liban Abdullahi Farah, Mohamed Mohamud
2014 → Yusuf Ahmed Abukar, Abdirizak Ali Abdi, Abdulkadir Mayow, Mohamed Isaq Barre
2015 → Daud Ali Omar, Mustafa Abdi Nur, Hindia Haji Mohamed
2016 → Sagal Salad Osman, Abdelaziz Ali
2017 → Abdullahi Osman Moallim, Ali Nur Siad, Mohamed Ibrahim Gabow
2018 → Abdullahi Mire Hashi, Awil Dihar Salad.
La carneficina (fino al 2018) si chiude con il nome Awil Dihar Salad, notissimo telecronista somalo ucciso dagli shebab il 22 dicembre assieme all’autista e a due guardie del corpo.
Ilaria Alpi e Massimo Alberizzi, assieme ad altri giornalisti (si riconosce a destra il corrispondete dell’ANSA Stefano Poscia) a Mogadiscio
Nella lista sono compresi corrispondenti italiani, tedeschi, francesi, inglesi, svizzeri, svedesi, malaysiani, kenyani e tantissimi d’origine somala. Fra loro spicca il nome di Ali Iman Sharmarke, somalo-canadese noto per aver fondato nel 1999 a Mogadiscio la HornAfrik Media, una radio libera assai popolare. Rimase ucciso da una mina esplosa mentre transitava in macchina, l’11 agosto 2007, in una strada della capitale. In sua memoria la vedova e i figli hanno creato a Ottawa la Sharmarke Peace Foundation, che offre borse di studio e assistenza ai compatrioti decisi a tornare in Somalia come liberi giornalisti, nonostante tutto.
Il Committee to Protect Journalists ha anche stilato una lista di Paesi classificati secondo il numero d’inviati uccisi: nella lista la Somalia si piazza al primo posto e l’Afghanistan al secondo. Proprio sul fronte afghano cadde il 19 novembre 2001 Maria Grazia Cutuli. Lavorava per il “Corriere della Sera”, che quella mattina aveva pubblicato un suo articolo, quasi uno scoop: assieme al collega spagnolo del “Mundo”, ucciso con lei, aveva scoperto sulle alture di Jalalabad, in un covo abbandonato da al-Qaeda, un contenitore di sarin, il micidiale gas nervino. I media più disinvolti tentarono di collegare l’assassinio dei due inviati alla loro scoperta del sarin. Furono le famiglie e i due quotidiani a troncare sul nascere ogni illazione fantasmagorica. Maria Grazia Cutuli viene ricordata sobriamente ogni anno con l’assegnazione di un Premio Internazionale di Giornalismo che porta il suo nome, e questo è tutto.
L’ambasciatore Giuseppe Cassini intervistato da una televisione durante il processo a Perugia
Invece, l’omicidio Alpi-Hrovatin si distingue per un fatto singolare, statisticamente quasi unico: il 99% degli italiani è sinceramente convinto che i due giornalisti, a differenza degli altri 75 caduti in Somalia, siano stati uccisi perché stavano scoprendo qualcosa di sgradito a “potenti” mai identificati. Come è possibile che 99 italiani su 100 credano a un complotto e a mandanti inesistenti? Cercava di spiegarlo Massimo Alberizzi, inviato del “Corriere della Sera” e amico personale di Ilaria, sul quotidiano online “Africa ExPress” il 20 marzo 2014, in occasione del 20° anniversario della morte (Ilaria e Miran uccisi vent’anni fa. Le tesi precostituite sul loro omicidio hanno impedito la ricerca della verità): «Eminenti colleghi hanno speso fiumi d’inchiostro per dimostrare che dietro l’assassinio dei due giornalisti della Rai ci fosse un complotto. Per provare questa tesi hanno spesso intrecciato notizie vere con fatti non provati, il ché ha portato a conclusioni avventate presentate come verità. Così se si chiede oggi a qualcuno: “Sai perché sono morti Ilaria e Miran?”, la risposta è una sola: “Perché avevano scoperto traffici illeciti”. Potenza della disinformazione».
Il 12 maggio 2015 CosmoPolisMedia, noto “Giornale online dei Popoli Mediterranei”, recensiva un libro romanzato di Gigliola Alvisi (“Ilaria Alpi: La ragazza che voleva raccontare l’inferno”). Nella recensione, a cura di Sara Cilano, si avallavano le tesi dominanti sui motivi del delitto, ma i lettori venivano informati che «nel frattempo l’ambasciatore Cassini è deceduto, portandosi dietro il segreto sulla morte di Ilaria e Miran». Ora che un miracolo dell’Onnipotente l’ha fatto resuscitare, gli sia consentito di svelare questo “segreto”.
ALLA RICERCA DELLA SOMALIA PERDUTA
Che ci faceva tra il 1996 e il 1998 un diplomatico in Somalia, dove mancava perfino un governo cui presentare le lettere credenziali? Ma appunto perché la Somalia era un buco nero, nel 1996 l’ex-colonizzatore si sentì in dovere di assumere l’iniziativa: costituì una Delegazione Speciale incaricata di avvicinare le fazioni in lotta fra loro, interporre i buoni uffici dell’Italia dove possibile e dare una mano a ricostruire un embrione di Stato partendo dal “basso”, regione per regione. Toccò al sottoscritto essere spedito a Mogadiscio: senza tanti fondi, ma protetto da una scorta somala poderosa e acquartierato in un “fortilizio” su cui svettava la bandiera europea.
Il mio lavoro iniziò a Nairobi, seduto attorno a un tavolo con i capi delle principali cabile somale. A ciascuno chiesi quanta parte della popolazione rappresentavano le rispettive fazioni. Annotai ogni percentuale, feci la somma e la mostrai ai convenuti: all’incirca 150%, ben sopra il 100% imposto dalla logica matematica. Ma nessuno di loro ridusse di un solo punto la propria cifra, a riprova che la matematica può essere un’opinione. Poi andai a visitare i campi profughi in Kenya e a Gibuti, affollati da centinaia di migliaia di somali: quello di Dadaab in Kenya ne conteneva circa 300.000, era il più vasto del mondo. Ogni campo aveva propri rappresentanti scelti fra notabili autorevoli dei clan. Un gruppo di “anziani” si spinse a chiedermi, con naturalezza, che l’Italia tornasse a governare la Somalia “come ai bei tempi”.
La tappa successiva fu il Somaliland, colonia inglese unita nel dopoguerra al resto della Somalia. Bene o male, era l’unica regione stabile. Quando mi presentai al “palazzo presidenziale” di Hargeisa, il portone era sbarrato: ad aprirmi fu il presidente stesso, Muhammad Egal, con le chiavi in mano. Mi descrisse con dovizia di foto i bombardamenti aerei e i massacri inferti tra il 1987 e il 1989 da Siad Barre al Somaliland, abitato in prevalenza dagli Isaaq che si erano ribellati al potere centrale: quasi un genocidio. In seguito, spesi tempo e parole fra Roma e New York affinché gli si riconoscesse un qualche status di autonomia utile a far affluire aiuti e investimenti a un popolo che se li meritava. Fiato sprecato, neppure Londra era disposta a tanto…
Ad est del Somaliland si trova il Puntland, affacciato sull’Oceano Indiano. Mi recai a Bosaso e in altri centri, ricevuto dai notabili locali e da gente che aspirava a smarcarsi da Mogadiscio per avere un po’ di pace. Visitai il porto, ospedali, scuole e altri progetti gestiti da cooperanti italiani e stranieri. Anche il Puntland meritava un riconoscimento quale regione autonoma, in attesa di ricostituire lo Stato centrale. Di nuovo tempo sprecato: i numerosi rapporti inviati in seguito a Roma e a New York staranno ingiallendo in qualche faldone impolverato. Altro fallimento.
Non fu fallimentare, invece, la mediazione avviata sul finire del 1996 a Mogadiscio, che era ancora divisa da una “linea verde” fra il nord controllato dalla fazione di Ali Mahdi e il sud controllato da Hussein Aidid (figlio del generale ucciso in agosto). Mio compito era costruire una base di fiducia tra i due capi rivali che portasse a riunificare la capitale. In un certo senso, esser l’unico diplomatico in Somalia mi favoriva: non c’era nessuno a remare contro nel raggio di mille chilometri. Organizzai partite di calcio interclaniche; sostenni le nascenti associazioni di donne, vittime di diuturne violenze; infine, feci la spola otto volte attraverso la “linea verde”, recando proposte e controproposte alle due fazioni. Il 20 gennaio 1997 fu un giorno felice. I due signori della guerra – per la prima volta disarmati (o quasi) – abbatterono la “linea verde” che bloccava il futuro di Mogadiscio; la varcarono fra due ali di folla, da dove uscì una voce femminile che mi additò gridando: «Tu hai le chiavi della nostra pace, non perderle!».
A parte queste incombenze di natura politica, occorreva assistere le ong impegnate in progetti di cooperazione in campo medico, agronomico, sociale. C’era infine da affrontare gli imprevisti:
Pesca di frodo e pirateria. Le coste somale, ricche di pesce ma prive di guardacoste, erano diventate terreno di caccia per pescherecci d’ogni dove. I somali della costa, assistendo al saccheggio delle risorse ittiche, si organizzarono in bande dotate di piccole ma ben armate imbarcazioni. Si era agli inizi di quella che diventerà pirateria in grande stile. A me capitò di dover negoziare, senza un soldo, il rilascio di un peschereccio italiano colto sul fatto; ma nel mio caso bastò fornire un carico di medicinali per ottenere il dissequestro.
Presunte torture. A giugno del 1997 scoppiò lo scandalo delle torture commesse da militari italiani durante la missione Ibis. Vere o presunte che fossero le torture, spuntarono fuori decine di “vittime”. Più in Italia la stampa dedicava le prime pagine alla vicenda, più io ero subissato da chi reclamava giustizia o, meglio, denaro. Furono mesi di timore per la mia incolumità. A Roma si istituì una Commissione presieduta da Ettore Gallo, che non osando venire a Mogadiscio impose alla Farnesina (cioè a me) di trasportare vittime e testimoni in Italia[1].
Alluvione e colera. A novembre del 1997 arrivò anche l’alluvione. Il Giuba e l’Uedi Scebeli in piena allagarono il sud, causando almeno duemila vittime e lo sfollamento degli abitanti. Atterrando a Chisimaio con un volo dell’Onu carico di aiuti, sotto di me non vedevo più il verdeggiare delle coltivazioni ma solo un immenso acquitrino. Scoppiò anche il colera, e mi sentii impotente accorgendomi che il numero di flebo non sarebbe bastato: molti colerosi stavano morendo solo per mancanza di baxter, acquistabili a Nairobi a meno di un dollaro.
Questa lunga premessa per chiarire che le mansioni di un diplomatico in Somalia erano talmente assorbenti da lasciare ben poco tempo a disposizione per fare l’investigatore: un punto, questo, su cui i media e la Commissione parlamentare d’inchiesta sull’omicidio mostreranno di avere le idee un po’ confuse.
GLI ULTIMI GIORNI DI ILARIA E MIRAN
Nel 1994 la Somalia era un Paese letteralmente imploso. Neppure i clan erano in grado di sostituirsi allo Stato; anzi, erano i “signori della guerra” a trasformare le città in accampamenti di gente spinta a saccheggiare perfino i fili elettrici e i tondini di cemento armato. Come a Roma alla caduta dell’impero, quando si estraeva piombo e rame dagli antichi monumenti. Per le vie di Mogadiscio si muovevano in bande i morian, miliziani giovanissimi pronti a rapinare e uccidere masticando qat, la droga che rende spavaldi. Si diceva: «Non è vero che i morian si combattono tra loro fino all’ultima cartuccia, quella la risparmiano per venderla al nemico».
Dal 1992 al 1994 l’intervento dell’Onu sotto il nome di “Restore Hope” (così la definiva gli Stati Uniti, ndr) non era riuscito a “restituire la speranza” ai somali; anzi, la speranza l’avevano persa pure gli americani, dopo aver visto precipitare più d’un elicottero Black Hawk e morire 19 dei loro. A marzo del ‘94 i contingenti Onu erano quasi tutti ripartiti. Il mondo aveva rivolto lo sguardo altrove poiché – per dirla con Camus – “les grands malheurs sont monotones”. Solo pochi corrispondenti persistevano a coprire le vicende locali: tra questi Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, lei inviata dal Tg3 e lui cameraman di Trieste prestato alla Rai. Ilaria era affascinata dalla Somalia: la perlustrava da brava inviata e manifestava empatia per le sofferenze della popolazione.
Il loro ultimo viaggio inizia il 13 marzo. Sbarcati a Mogadiscio, con Remigio Benni dell’Ansa tentano senza successo di intervistare il principale “signore della guerra”, il generale Aidid. In alternativa chiedono un nullaosta per Chisimaio, ma il volo dell’Onu viene cancellato per motivi di sicurezza. Perciò Ilaria e Miran si rassegnano a seguire i suggerimenti del collega Alberizzi e di Ali Mussa (stringer locale dell’Ansa) di visitare Bosaso, un porto sulla costa nord; e vi atterrano il 16 marzo con un aereo dell’Onu. Che fosse quella una scelta di ripiego e non la meta prefissata, concordano tutti i colleghi, tra cui Amedeo Ricucci: «Ilaria e Miran li vedemmo per l’ultima volta a Merca. Ilaria mi disse che andava a Bosaso, perché era l’unica destinazione disponibile via aerea. Tutto ciò lo scrissi su “Avvenimenti” quando, tornato in Italia, venni accolto dalla notizia della loro morte».
Sotto il regime di Siad Barre, defenestrato nel 1991, la Cooperazione italiana aveva investito e a volte sperperato qualche miliardo di lire. Perciò ogni inviato in Somalia per seguire le vicende belliche cercava di saperne di più anche sulla “mala cooperazione”. Ecco perché a Bosaso Ilaria intervista Abdullah Mussa, un anziano migiurtino chiamato il Bogor (tradotto sbrigativamente con “sultano”), e gli pone domande sull’attività di sette pescherecci d’altura donati dall’Italia e intestati alla Shifco, società italo-somala gestita dall’ingegner. Mugne, un somalo con passaporto italiano. Si mormorava che le navi, oltre a pescare, trasportassero armi. Le pasticciate mezze risposte del Bogor – abituato alla somala a dire e non dire – sono di scarso aiuto. Eppure l’intervista verrà mandata in onda dal Tg3 decine di volte, senza mai invitare un esperto a interpretare quelle frasi e spiegare che di fuffa si trattava (v. capitolo “Traffico d’armi”).
A Bosaso Ilaria e Miran sono ospiti di una ong italiana, Africa 70, che li porta a visitare un progetto a Gardo, lungo la strada che unisce il porto fino a Garoe, al confine con l’Etiopia. Non si capisce perché quella strada lunga 450 km e finanziata dall’Italia era definita da certa stampa inutile e faraonica. Che fosse costata più del dovuto, non avrei dubbi. Ma quando la percorsi nel 1997 non mi parve né inutile né faraonica: era un nastro d’asfalto, non un’autostrada, indispensabile per il commercio fra la costa e l’entroterra. I due inviati rimangono a Bosaso fino al 20 marzo. Valentino Casamenti, il logista di Africa 70, e gli altri cooperanti attesteranno che Ilaria non appariva eccitata da qualche scoperta sensazionale. Aveva fatto delle riprese di colore locale, si era offerta un bagno in mare e tornata a Mogadiscio, poco prima di esser uccisa, aveva telefonato a casa: “Mamma, sono arrivata a Mogadiscio. Stavolta è quasi una vacanza”.
Ilaria e Miran all’aeroporto di Bosaso
I due inviati atterrano a Mogadiscio il 20: troppo tardi per presenziare al briefing organizzato il 18 dai militari italiani, in cui si pressavano i giornalisti a partire prima del contingente per non restare senza protezione. L’allarme era giustificato: sui muri erano apparse scritte anti-italiane, sopratutto a Mogadiscio nord; rimbalzavano voci di ritorsioni per impegni non mantenuti e danni non risarciti. «La città era in preda all’anarchia. Bande di rapinatori imperversavano in ogni quartiere, si moltiplicavano omicidi e sequestri a scopo di estorsione e i rischi per i giornalisti erano sempre più elevati. I militari in fase di smobilitazione si limitavano a difendere le loro basi» ricorda Giovanni Porzio in “Cronache dalle terre di nessuno” (Tropea Edizioni, 2007, pag. 94).
Giovanni Porzio fa parte di quello sparuto manipolo di corrispondenti di guerra che sui fronti ci vanno sul serio. Era tornato il 19 da Nairobi con Gabriella Simoni, inviata di Italia 1. Notando per strada solo «folle minacciose», decisero di rifugiarsi nella villa dell’imprenditore Giancarlo Marocchino invece che in albergo. Marocchino lo preciserà il 30 gennaio 1996 alla Commissione sulla Cooperazione: “Il generale Fiore aveva ordinato l’evacuazione, in quanto gli animi erano molto accesi contro gli italiani che avevano fatto promesse senza mantenerle. Molti incidenti provocati dall’esercito non erano stati risarciti ed erano state lanciate pietre contro la nostra ambasciata. [NdA = Peggio, era stata bersagliata da cecchini che avevano preso posizione nei pressi]. C’erano due strade per raggiungere la mia abitazione dal luogo dell’agguato: quella che passava per l’ambasciata era la più pericolosa ed è proprio quella percorsa da Ilaria”.
L’ATTACCO OMICIDA
Lo stato di pericolo in cui era sprofondata la capitale non era percepito da Ilaria e Miran. Lo conferma un dato cruciale. Atterrati a Mogadiscio sud, trovano al loro albergo (il Sahafi) l’autista del loro pick-up Toyota, Ali Mohamed Abdi, e un solo uomo di scorta, Mohamed Nur Aden, quasi un ragazzino. Manca l’altro, Ali Gajo, l’unico davvero esperto. Invece di aspettarlo, si dirigono con il solo Aden, noto per non avere nervi d’acciaio, verso l’hotel Amana a Mogadiscio nord, per cercare il collega dell’Ansa Remigio Benni. Una fretta fatale, una tentazione rara per i banditi sparsi in città, come mi chiarì nel 1996 il generale Ahmed Gilao, capo della “polizia” di Mogadiscio nord: “I due giornalisti non erano protetti. In quei tempi era indispensabile spostarsi con la scorta di una seconda auto e di più uomini armati, non di uno solo”. Gilao lo ripeté nel 2005 alla Commissione parlamentare. Il “Corriere della Sera”, ad esempio, aveva dotato Massimo Alberizzi di due ricetrasmittenti professionali Yaesu: una la lasciava spesso a Ilaria, che non l’aveva ottenuta dalla Rai, e Alberizzi lo riferì durante un “Maurizio Costanzo show”. Anche Giovanni Porzio ammonì che «qualche domanda al Tg3 andrebbe fatta per il risicato budget di cui disponeva Ilaria»[2].
All’hotel Amana Benni non c’è (è a Nairobi). Perciò Ilaria rientra in macchina e riparte. In quel momento una Land Rover azzurra con sette morian si getta all’inseguimento, blocca la Toyota, che fa marcia indietro, e inizia lo scontro a fuoco. Non c’è dubbio che a sparare per primo sia stato Aden, il ragazzo di scorta: messo alle strette ammetterà lui stesso questo particolare, essenziale per capire la reazione degli assalitori. Le perizie autoptiche definitive confermeranno che essi spararono a raffica e non a bruciapelo: altro dato che allontana la tesi di un’esecuzione mirata. Anche Porzio lo sottolinea nelle “Cronache dalle terre di nessuno” (pag. 97): “I miliziani erano sette. Forse volevano sequestrarli per ottenere un riscatto. Ma il ragazzo della scorta, preso dal panico, aveva sparato ferendo alle gambe due degli aggressori, che reagirono con ferocia. Mi chiedevo perché Ilaria avesse affidato la propria sicurezza a un inesperto ragazzino di 17 anni armato solo di un vecchio kalashnikov”. Che infatti si era inceppato subito.
Quel giorno Porzio e Simoni sono gli unici italiani nei pressi, al sicuro nella villa di Marocchino. Sono loro tre ad accorrere per primi: aiutano a prelevare i corpi e a trasportarli al porto, dove un elicottero li depositerà sulla tolda della “Garibaldi”. Quindi i due inviati corrono all’hotel Sahafi per raccogliere gli effetti personali delle due vittime, saldare il conto e portare tutto a bordo.
Nella notte trascorsa sulla nave il commissario di bordo li sveglia. Testimonia Porzio alla Commissione parlamentare il 6 maggio 2004: “Si doveva procedere all’inventario del bagaglio dei due colleghi. […] Furono compilati numerosi fogli d’inventario. C’erano numerosi colli, le valigie, il materiale televisivo, la telecamera, e man mano che venivano chiusi erano sigillati col piombo”. La Commissione lo incalza per sapere se, nel visionare taccuini e cassette, avessero scoperto utili indizi: “Né nelle cassette né negli appunti ci parve notare cose interessanti per l’accertamento dei motivi dell’agguato, e noi cercavamo proprio quello. […] Si è molto detto che su un taccuino ci fosse scritto Shifco, che si parlava delle navi. Ma anche sui miei taccuini c’è pieno di Shifco e di Marocchino. Tra i numeri di telefono c’era Shifco, Mugne, ecc. Però la cosa non ci incuriosì nemmeno, perché sono i nomi con cui ha a che fare chi lavora in Somalia”. [3]
Il giorno dopo tutto viene caricato, con le salme, sull’aereo per Mombasa. Anche Porzio e Simoni salgono a bordo e sedendo accanto al pallet garantiranno che nulla era stato manomesso fino a Mombasa. Precisa Porzio: “Diverso è il discorso Mombasa-Luxor e Luxor-Ciampino. A questo punto, però, le mie diventano ipotesi perché non ero a bordo, ma di alcune cose sono venuto a conoscenza. […] Eravamo convinti che i bagagli sarebbero arrivati come li avevamo messi sull’aereo e consegnati alle famiglie. Poi apprendemmo che erano stati aperti”. Li aveva aperti Giuseppe Bonavolontà, collega del Tg3, per consegnare le cassette alla Rai.
Giuseppe Cassini già ambasciatore d’Italia a Mogadiscio
[1]Forse per indorare la pillola, Gallo inviò al ministro degli Esteri Dini una lettera che trasudava elogi: «Sento il dovere di segnalare l’opera preziosa che Cassini va compiendo per agevolare il non facile compito della Commissione ecc. ecc. Profondo conoscitore della grave situazione somala ecc ecc. Da ultimo ha scoperto tentativi di sostituzioni di persona intese ad inquinare l’attività di accertamento ecc. ecc. La Commissione si augura gli sia consentito di prestare la sua valorosa collaborazione anche in questa fase ecc. ecc.». Il ministero rispose: «Considerato il rischio ecc., sarà necessario che l’amb. Cassini sia assistito da almeno due ufficiali esperti di Somalia, affinché lo coadiuvino nelle ricerche in loco delle persone da interrogare». Non arrivò nessun ufficiale e mi arrangiai con i mezzi di bordo.
[3]Gabriella Simoni indirizzò ai coniugi Alpi una lettera il 22 marzo 1996: “Sono passati due anni, ma sembra che la gente abbia ancora voglia di pettegolezzi. So che qualcuno ha messo in giro la voce che sui “famosi” taccuini ci fossero appunti personali e addirittura “intimi” di Ilaria. Come sapete, sono l’unica, con Porzio e l’ufficiale della “Garibaldi”, ad averli letti. C’erano solo appunti e time codes con l’elenco delle immagini girate. Vi abbraccio con affetto e spero che vi lascino in pace”
Speciale per Africa Express Franco Nofori Torino, 17 marzo 2019
Cresce l’allarme in Kenya per l’elevato numero di giovani che si tolgono la vita per delusioni sentimentali. Stando ad alcuni media locali, sarebbero almeno venti i suicidi che si sono verificati negli ultimi dodici mesi, con esclusivo riferimento agli ambienti universitari del Paese. Non sono quindi fame e povertà che determinano queste drammatiche scelte, ma le delusioni del cuore, quando i sentimenti verso la persona amata non sono corrisposti. E’ singolare che si tratti, in prevalenza, di giovani che appartengono a famiglie benestanti e quindi non afflitte da problematiche economiche.
Una studentessa di soli diciannove anni, che frequentava il politecnico di Meru, si è addirittura filmata mentre ingoiava un’esagerata dose di barbiturici che nel giro di tre giorni la portavano alla morte. Poco prima dell’infausto evento, confidava a un’amica che il suo ragazzo la tradiva e che lei era stanca di vivere perché “il vivere senza di lui non aveva alcun senso”.
L’educazione scolare e il conseguente affinarsi della capacità di giudizio sui rapporti interpersonali, porta a un arricchimento dei valori sentimentali che, non essendo frustrati da bisogni essenziali, si nobilitano fino a diventare parte preponderante della personalità.
Da sinistra: Tony Munguti, Stella Karanja ed Edwin Inguza. Tre giovani studenti che si sono tolti la vita per delusioni d’amore
E’ quindi l’apprezzabile processo di emancipazione dello spirito che porta a scelte così tragiche? Sembra proprio di sì. Gli affetti, in queste situazioni, rappresentano il sentimento prevalente che indirizza l’individuo verso un vissuto non dominato dal materialismo, ma dal bisogno di dare e ricevere amore. In realtà, quando il soggetto è molto giovane, più che di amore, si tratta forse d’infatuazione, ma l’acerba capacità di discernimento, che si possiede a quell’età, non consente ancora di poter dare una corretta definizione a ciò che si prova.
Stella e Kevin sembrano felici, ma lui scoprirà che lei lo tradisce e si toglierà la vita impiccandosi
Del resto, sia la psicologia moderna, sia la filosofia più datata, danno all’amore, la definizione di un sentimento, sì pregnante, ma anche sereno e pacato, mentre è l’infatuazione che si costituisce in una forza travolgente, benché spesso destinata a spegnersi nel breve periodo. Ecco che, sotto la spinta di questa forza, i giovani (ma spesso anche quelli meno giovani) possono approdare a comportamenti estremi. Soprattutto, nel primo periodo in cui si manifesta, l’attrazione ha un contenuto prevalentemente fisico, ormonale, ma proprio per questo meno controllabile, perché sfugge a una realistica valutazione su basi logiche.
Il campus della Nairobi University
Il mese scorso, uno studente del Kaiboi Technical Institute, nella contea di Nandi, pugnalò mortalmente la propria ragazza e quindi si tolse la vita con la stessa arma, perché il suo sentimento non veniva ricambiato con l’intensità che lui desiderava. Un episodio analogo si era già verificato qualche mese prima nel vicino college Sang’alo Institute of Science and Technology. Sempre a causa di una delusione amorosa, Anthony Murimi, uno studente di Meru, tentò di suicidarsi gettandosi da un’altezza di sessanta metri, ma l’intervento dei vigili del fuoco gli impedì di compiere l’insano gesto, per il quale fu poi incriminato.
Studenti universitari in Kenya. Flirt possono nascere ma occorre saperli controllare
Il dottor Kagwe, fondatore della rivista Esteem Psychology Magazine, attribuisce la responsabilità di quest’allarmante incremento dei suicidi, alle famiglie delle vittime. “I genitori di questi giovani – ha detto – sono troppo distratti dai propri affari, per potersi dedicare alla formazione del carattere dei propri figli in modo da prepararli alle delusioni della vita reale e a insegnargli come affrontarle”. Il suicidio è, infatti, l’ultima fuga, da situazioni del cuore estremamente dolorose e insostenibili. La scarsa fiducia in se stessi, il senso d’inferiorità e l’incapacità di individuare nella vita che continua altre opportunità per essere felici, sono alla base di queste sventurate scelte.
La polizia della Guinea Bissau ha intercettato all’uscita nord della capitale un camion frigorifero che trasportava ottocento chilogrammi di cocaina, nascosta in diversi contenitori all’interno del mezzo, immatricolato in Senegal. Secondo le forze dell’ordine, sarebbe la più grande confisca di stupefacenti degli ultimi dodici anni nel Paese. La merce era destinata al Mali, nella zona di Gao, dove a tutt’oggi sono ancora presenti e attivi gruppi terroristi jihadisti, che si occupano di traffici illeciti di esseri umani, armi, droga e altro.
Quattro gli arresti effettuati finora. Si tratta di un guineense, un senegalese e due nigerini, tra loro Mohamed Sidy Ahmed, consigliere speciale del presidente dell’Assemblea nazionale, Ousseini Tinni.
Il senegalese fermato è l’autista del mezzo. Attualmente sono ancora ricercati altri due maliani e un ufficiale delle Forze armate della Guinea Bissau.
Sequestrati 800 Kg di cocaina in Guinea Bissau
La droga è stata inviata nel Paese poche ora prima delle elezioni legislative, che si sono svolte domenica scorsa; una tattica usata spesso, perchè polizia, le Forze dell’ordine tutte, in momenti del genere sono impegnati con altri compiti. Ma stavolta erano in stato di massima allerta, perchè già a novembre gli agenti locali sono stati avvisati dall’Interpol.
Dopo l’arresto nel 2013 di José Américo Bubo Na Tchuto, ex comandante della Marina militare della Guinea Bissau, il traffico è notevolmente diminuito, ma continua ad essere una delle maggiori attività nel Paese. Dal 1980 la Guinea Bissau ha subito nove colpi di Stato o tentativi di golpe e i narcotrafficanti hanno sempre saputo approfittare del caos politico.
Generalmente la merce, proveniente dall’America meridionale, viene smistata per il mercato europeo sulle isole Bijagos, un gruppo di ottantotto isole lungo la costa africana al largo della Guinea Bissau, classificate dall’UNESCO, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura, come patrimonio dell’umanità per il loro particolare ecosistema.
José Mário Vaz, presidente della Guinea Bissau
L’ex colonia portoghese conta poco più di 1.8 milioni di abitanti, ma è considerato tra i venti Paesi più poveri al mondo. La maggior parte della popolazione vive con meno di tre dollari al giorno. La sua economia è basata per lo più sull’agricoltura. Le sue risorse minerarie (petrolio, bauxite e fosfati) non sono sfruttate a causa della mancanza di infrastrutture e di mezzi finanziari; gli investitori stranieri attendono una maggiore stabilità politica, prima di impiegare denaro in progetti di sviluppo..
Le ultime libere elezioni, nel 2014, hanno fatto affluire nuovamente nell’ex colonia portoghese gli aiuti internazionali che erano stati congelati dopo l’ultimo colpo di Stato del 2012.
La lotta contro i narcotrafficanti era in una fase di stallo dallo scorso aprile, dopo la designazione di un Consensu government. Con le ultime elezioni legislative il Partito Africano per l’Indipendenza della Guinea e di Capo Verde, (Paigc) la formazione politica al potere, ha vinto la tornata elettorale del 10 marzo scorso ma non ha raggiunto la maggioranza assoluta. La partecipazione al voto è stata dell’ottantadue per cento.
I Paigc si è aggiudicato quarantasette seggi al Parlamento su centodue. Il presidente José Mário Vaz, eletto nel 2014, sarà dunque costretto a formare un governo di coalizione.
Speciale per Africa Express Franco Nofori Torino, 15 marzo 2019
Accolto con gli onori di rito, dal suo omologo Uhuru Kenyatta, il presidente francese Emmanuel Macron è sbarcato mercoledì scorso all’aeroporto internazionale Jomo Kenyatta di Nairobi, segnando così un precedente, che vede per la prima volta, nella storia dei due Paesi, un presidente francese fare visita al Kenya. “Sono estremamente felice – ha detto Uhuru Kenyatta – di ospitare il mio amico nella sua storica visita in Kenya. Francia e Kenya intrattengono cordiali relazioni che hanno consentito al nostro Paese, sostanziali sviluppi in vari settori a beneficio del nostro popolo”.
Uhuru Kenyatta da il benvenuto al presidente francese Emmanuel Macron presso la State House di Nairobi
Emmanuel Macron è stato ricevuto con un pomposo cerimoniale alla State House della capitale, dove ha passato in rassegna la guardia d’onore e si è poi trattenuto nei colloqui previsti con le autorità keniane. Il suo arrivo a Nairobi sembra essere parte della strategia dell’Eliseo per controbilanciare l’espansione cinese in Africa. Il Kenya è infatti l’ultima tappa del suo viaggio di quattro giorni nel continente, che ha già toccato Gibuti ed Etiopia, ma è probabile che presto accetterà anche l’invito del Presidente Kagame in Ruanda, dove la Francia deve riscattarsi da pesanti ombre che hanno caratterizzato il suo discusso atteggiamento, durante le stragi etniche del 1994 che in soli tre mesi hanno provocato quasi un milione di vittime.
Gli argomenti in discussione tra Macron e le autorità keniane, comprendono l’intento di rafforzare l’influenza francese nell’ex colonia britannica e in tutta l’area dell’Africa orientale, con particolare riferimento ad alcuni progetti, tra cui quello energetico per la stazione ferroviaria della capitale; un programma di assistenza per lo sviluppo della sanità pubblica e vari altri interventi a favore di settori sensibili, quali: la lotta al terrorismo e il supporto a un programma di edilizia popolare. Nel giorno successivo al suo arrivo, Emmanuel Macron, ha anche partecipato al summit internazionale sull’inquinamento atmosferico che si è tenuto a Nairobi e ha rivelato i suoi preoccupanti effetti sulla salute mondiale.
Emmanuel Macron passa in rivista la guardia d’onore al suo arrivo in Kenya
Partito la sera dello scorso lunedì da Parigi, il presidente Francese ha fatto la sua prima tappa a Gibuti cui e seguita una breve visita in Etiopia, per concludersi poi in Kenya e quindi fare rientro in patria venerdì. La scelta dell’Africa Orientale, quale obiettivo del suo viaggio, sembra voler esprimere l’interesse dell’Eliseo nei confronti di una zona geografica che è sempre stata piuttosto fuori dalla sua influenza geopolitica, ma che ha invece favorito quello che viene ormai definito da più parti, come l’inarrestabile “neocolonialismo cinese”.
A Gibuti – unico tra i tre paesi visitati che, fino al 1977 era un’ex colonia francese – Macron, ha incontrato il presidente Ismail Omar Guelleh, per valutare un maggior supporto sul piano militare che già conta una forza di 1.450 uomini. E’ evidente l’intento di creare un più efficace equilibrio, nei confronti della Cina che, a Gibuti, ha già una base militare ed è impegnata in un massiccio piano d’infrastrutture. Il piccolo stato che si affaccia sul Mar Rosso, ha un’invidiabile posizione strategica, anche per la sua vicinanza al canale di Suez che controlla l’intero traffico commerciale dall’Europa verso il continente africano.
Misha Alberizzi, funzionario ONU di Nairobi, con Emmanuel Macron, al summit di Nairobi sull’ambiente
In Etiopia, Macron, si è intrattenuto con il primo ministro Abiy Ahmed Ali, al quale ha promesso un sostegno finanziario, per il recupero delle storiche chiese di Lalibela, del 13° secolo, oggi soggette a una costante erosione e che dal 1978 sono state riconosciute dall’Unesco come Patrimonio dell’Umanità. Ha poi brevemente incontrato, anche il primo presidente donna dell’Etiopia, Sahle-Work Zewde, recentemente eletta all’alta carica e ha infine fatto visita alla sede dell’Unione Africana a Mogadiscio. Parigi, vanta già la posizione di terzo partner commerciale, dell’ex colonia italiana, ma, tuttavia, sempre in subordine alla dilagante presenza cinese.
Dal Nostro Corrispondente Sportivo Costantino Muscau
Milano, 15 Marzo 2019
Prima, tre giorni fa, le voci di uno scandalo gigantesco: il Qatar avrebbe offerto quattrocento milioni di dollari alla Fifa (la Federazione calcistica mondiale) appena ventuno giorni prima dell’ assegnazione dei Mondiali di calcio 2022.
Poi, ieri, l’inquietante notizia che gli Stati Uniti avevano negato il visto al presidente della Confederazione africana di Football (Caf), il malgascio Ahmad Ahmad, 59 anni, diretto a Miami per un cruciale meeting della Fifa, di cui Ahmad è vice presidente.
Non solo: l’allarme è stato amplificato dal fatto che altri due importanti rappresentanti del pallone mondiale han dovuto saltare, per ragioni non chiare, il vertice pallonaro: si tratta di due alti dirigenti internazionali: il russo Alexei Sorokin e Sheikh Salman Bin Ibrahim Al Khalifa del Baharein.
Ahmad Ahmad, presidente della Confederazione africana di Football (Caf)
Non si può dire che le premesse per il 9° Consiglio del massimo organismo mondiale del pallone, in svolgimento oggi e domani al “Ritz-Carlton Coconut Grove Hotel” di Miami fossero beneauguranti.
Un Consiglio dall’ordine del giorno molto fitto e con punti rilevanti, soprattutto quello che al numero 8 prevede Feasibility study on the increase of the number of teams from 32 to 48 in the FIFA World Cup Qatar 2022. Ovvero la possibilità di allargare il campionato mondiale di calcio da trentadue a quarantotto squadre. Un tema non da poco, sia per i colossali problemi politici e organizzativi sia per gli enormi movimenti di danaro che il nuovo format comporterebbe.
Ebbene ad affrontare un tema così rilevante e delicato non ci sarà Ahmad Ahmad, presidente della nevralgica Confederazione africana calcistica (oltre che vice presidente del senato del parlamento del Madagascar). “Gli è stato negato il visto – è stata la prima notizia circolata ieri, confermata alla BBC anche dalla portavoce del Caf, Nathalie Rabe, (con una laurea alla università Orsey di Parigi) -. Ma non sappiamo perché”.
Poi il mistero, fortunatamente, si è chiarito per un verso, ma si è complicato per un altro: c’era stato un ritardo nella concessione del visto (perché, non si sa). L’autorizzazione gli è stata data per posta dal Consolato americano de Il Cairo, città dove Ahmad si trovava. Quindi, sia pure in ritardo, Ahmad sarebbe potuto arrivare a Miami.
Ma Ahmad, secondo le ultime notizie, non ci sarà: ha opposto un gran rifiuto. per protesta contro il permesso inizialmente negato!
La riunione quindi avrà due illustri convitati di pietra: il vicepresidente Ahmad e l’altro vicepresidente, il bahreini Salman, che è anche il presidente della Confederazione asiatica di football (Afc). Un bel pasticcio, l’assenza di questi due pezzi da novanta. Sui motivi del comportamento delle autorità consolari americani, solo ipotesi.
Secondo il quotidiano onlineTract.sn, che pubblica la foto del visto concesso ad Ahmad, all’origine potrebbero esserci i guai di dirigenti africani sospettati di aver “venduto” i loro voti a qualche Paese candidato a ospitare i mondiali. E qui ci si ricollega al mega-scandalo di cui si parlava all’inizio, sollevato l’altro giorno dal Sunday Times.
Se Ahmad non va a Miami a rappresentare l’Africa nel determinante Consiglio Fifa di Miami, ci sono altri sei membri ai quali il visto è giunto in tempo.
Essi sono Lydia Nsekera, 52 anni, del Burundi, (prima donna a entrare nell’organismo), Tarek Bouchamarou (Tunisia), Hany Abo Rida (Egitto), Kabélé Camara (Guinea), Walter Nyamilandu (Malawi) e Constant Omari Selemani, della Repubblica Democratica del Congo. Quest’ultimo lo scorso anno, in qualità di presidente della Federazione congolese calcistica (Fecofa) è finito in carcere a Kinshasa per 48 ore con l’accusa di corruzione, storno di fondi pubblici e terrorismo.
Non sarà un caso, ma uno dei primi impegni solennemente presi da Ahmad, dopo la sua elezione a presidente della Caf nel marzo 2017, è stato quello di lottare contro la corruzione nel mondo del pallone e nella Caf.
Intanto, però, recentemente è stato criticato per “autoritarismo” nella gestione mentre la “South African Football Association” (SAFA) lo ha accusato di aver perso per colpa sua la possibilità di ospitare l’anno venturo la Africa Cup of Nations.al posto del Camerun. Per qualche giorno però le polemiche sono state sopite dal grave lutto che ha colpito il calcio africano nell’incidente aereo di domenica.
Fra le 157 vittime del 737 Max dell’Ethiopian Airlines c’era anche Hussein Swaleh Mtetu, un già segretario generale della federazione nazionale del Kenya. Rientrava a casa dopo aver assistito in qualità di Commisario della Caf per la Coppa dei Campioni alla partita fra Ismaily SC (Egitto) e TP Mazembe (Democratic Republic of Congo) giocata il venerdì precedente ad Alessandria.
Le pesanti piogge dei giorni scorsi fino ad ora hanno lasciato sul terreno centoquindici morti tra Mozambico, Malawi e Sudafrica.
Sono state alluvionate vaste aree con la distruzione di raccolti e abitazioni. Oltre 840 mila persone sono in stato di estrema necessità a causa della distruzione di interi villaggi dove la gente ha perso tutto.
Ciclone Idai accanto alle coste mozambicane (Courtesy Meteosat)
A seguito delle piogge torrenziali che hanno portato improvvise inondazioni il bilancio più pesante è nel centro-nord del Mozambico con almeno 66 morti, seguito dal Malawi con 45 decessi e il Sudafrica con quattro.
Nell’ex colonia portoghese le forti piogge, hanno già distrutto quasi cinquemilaottocento case lasciando senza tetto circa 15 mila famiglie per un totale di oltre 140 mila persone.
In Malawi sono stati contati più di 200 mila sfollati mentre, secondo l’Agenzia AFP, sono andati distrutti quasi 170 mila ettari di terreni coltivati. Secondo le Nazioni Unite occorrono 16 milioni di dollari per aiutare le popolazioni colpite dal disastro ambientale.
Tragitto del ciclone Idai verso il Mozambico al 14 marzo 2019 (Courtesy Meteo France)
Ma il peggio deve ancora arrivare con il ciclone Idai che si è formato lo scorso 9 marzo a nord del Canale del Mozambico. Il suo arrivo sulle coste mozambicane è previsto tra oggi e domani. Secondo le previsioni dovrebbe prendere maggiore forza e diventare un ciclone tropicale di categoria 4 con venti tra 230 e 280km/h. Idai è il quarto ciclone tropicale in due mesi, testimonianza tangibile dei cambiamenti climatici.
Ana Comoana, portavoce del governo mozambicano, ha decretato lo stato di emergenza di massimo livello in attesa delle piogge che non si fermano e dei danni che può procurare l’ultimo ciclone dell’Oceano Indiano.
Utilizziamo i cookie per essere sicuri che tu possa avere la migliore esperienza sul nostro sito. Se continui ad utilizzare questo sito noi assumiamo che tu ne sia felice.