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Nigeria: accusato di stregoneria, ragazzo perde una mano dopo torture

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Il Papa invita al dialogo a Bamenda, epicentro della crisi anglofona del Camerun

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Ebola avanza in Congo-K: seicentodieci morti, oltre 1000 contagiati

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 29 marzo 2019

La decima epidemia di ebola, scoppiata il 1° agosto dello scorso anno nella Repubblica Democratica del Congo, continua il suo cammino. A tutt’oggi sono state contagiare oltre mille persone, seicentodieci sono morte, ma c’è anche una buona notizia: ben trecentoventuno sarebbero guarite, secondo il ministero della Sanità di Kinshasa.

Siamo di fronte alla peggiore epidemia dopo quella del 2014-2015, durante la quale hanno perso la vita oltre diecimila persone in Guinea, Sierra, Liberia.

Qualche giorno fa in un centro di salute a Soleniama, a pochi chilometri Bunia, capoluogo della provincia di Ituri, nell’est della Repubblica Democratica del Congo, è morta una bimbetta di soli sei mesi di ebola

Radio Okapi, l’emittente delle Nazioni Unite che trasmette in Congo-K, sempre ben informata, ha fatto sapere che sia il centro sia l’abitazione dei genitori sono stati disinfettati e coloro che sono venuti a contatto con la piccolina sono stati vaccinati.

Operatori sanitari impegnati nella lotta contro ebola nel Congo-K

Il virus killer non è solo un’emergenza di salute pubblica, ma è principalmente un dramma umano e sociale. Lo ha sottolineato il ministro della Salute, Oly Ilunga Kalenga. “Dietro i numeri, le statistiche, ci sono centinaia e centinai di famiglie congolesi direttamente coinvolte dal virus, per non parlare dei moltissimi bambini rimasti orfani a causa di questa grave patologia”. Infine ha aggiunto: “Grazie alla collaborazione con i nostri partner, siamo riusciti a limitare l’estensione geografica dell’epidemia in questi otto mesi”.

Ma ebola è anche un problema politico ed economico. Difatti nelle zone infettate non si sono svolte le elezioni presidenziali dello scorso dicembre. I residenti si sono sentiti esclusi dalla vita politica e ciò ha contribuito ad aumentare supposizioni di cospirazione e complotti, visto che, secondo un sondaggio, un quarto della popolazione è convinta che ebola non esista, mentre quasi il 45,9 per cento crede che l’epidemia di ebola sia stata fabbricata ad hoc per destabilizzare la regione o per scopi economici.

Nell’est della ex colonia belga sono attive molte bande armate, che rendono particolarmente insicura questa parte del Paese. I continui attacchi dei miliziani, che hanno colpito anche centri per la cura dell’ebola, creano non pochi problemi nella lotta contro la febbre emorragica, in quanto  causano lo spostamento continuo della popolazione, in fuga dalle aggressioni.

Ma anche l’ostruzionismo della gente ostacola non solo la cura, ma anche la prevenzione. Alcune famiglie impediscono il ricovero del loro congiunto e rifiutano di farsi vaccinare. Molti familiari dei morti aggrediscono gli operatori sanitari e cercano di bloccare la sepoltura corretta dei cadaveri. Il virus si trasmette tramite i fluidi corporei di chi è stato colpito dalla malattia e per evitare il contagio è assolutamente necessario che vengano ricoverati in un reparto di isolamento. Se la popolazione non è disposta a collaborare, sarà difficile fermare in tempi brevi questa epidemia.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Dal Nostro Archivio

Ebola non si placa in Congo-K: centosettanta morti e tra loro molti bambini

 

 

Ora anche la Nigeria ha un “cricket” (cioè un “grillo”) per la testa

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
Milano, 29 marzo 2019

Fino a pochi giorni fa chi sapeva che nel Paese più popoloso dell’Africa dilagasse anche la cricket-mania? Ecco, all’improvviso, si parla di evento storico. Il ministro della Gioventù e degli Sport, Solomon Dalung,, 54 anni, esalta e si esalta, congratula e si congratula con i giovani eroi del cricket (che in italiano vuol dire “grillo”) nazionale.

Tutti (o quasi), di colpo, sembrano maneggiare con disinvoltura mazze, palle, guantoni e usare parole come wickets, pitch, innings, strikes  e tutta quella terminologia che rende questo storico sport inglese sicuramente tra i più seguiti nell’orbe terracqueo, ma anche vittima di sferzante ironia.

Sono memorabili le definizioni che ne dettero Robin Williams e  George Bernard Shaw. Il primo ha detto :”Il cricket è il baseball al valium”. Il secondo aveva sentenziato: “Il gran vantaggio del baseball rispetto al cricket è che una partita dura molto meno”.

Già, ma questo punto verrebbe da chiedersi che cosa sia il baseball. E qui ci soccorre una pillola di saggezza di un celebre campione Usa, Thomas Charles “Tommy” Lasorda, figlio di Sabatino, emigrato negli States dalla provincia di Chieti: “I giocatori di baseball sono di tre tipi: quelli che fanno quel che succede, quelli che guardano quel che succede e quelli che  si chiedono che cosa succede”.

Tutto chiaro? No. Ma per la maggior parte del pubblico, anche nigeriano, quasi certamente queste parole rispecchiano la realtà.

Nigeria: squadra nazionale di cricket under 19

Forse pochi sanno quello che avviene nel campo in erba di forma circolare, o ovale. Pochi si rendono conto se il lanciatore della palla riesce a farle raggiungere i 145 chilometri orari (è cioè un fast bowler), o se invece  è uno spin bowler, ovvero è uno capace  di far variare il movimento della palla al contatto col terreno e imprimerlo un effetto ingannevole.

L’importante è esultare, correre, sbracciarsi, abbracciarsi dopo ore e ore di  lanci, recuperi, sbadigli, spuntini. Diciamo ore per non dire giorni!

Per non andare fuori in campo, infatti, occorre tornare al tema. La Nigeria giovanile (Under-19), dopo una gara durata una settimana, si è assicurata – per la prima volta nella storia del cricket nigeriano – un posto nel torneo del campionato mondiale del 2020 in Sud Africa.

La qualificazione è avvenuta il 23 marzo scorso a Windhoek, in Namibia, a spese della Sierra Leone, al termine, dicevamo, di un’estenuante confronto (ma quasi tutte le partite di cricket durano come minimo 4 giorni, rare quelle di un giorno).

Le cronache sportive nigeriane hanno esaltato enfaticamente il successo dei “Junior Yellow Green”  che hanno eliminato via via, Kenya, Tanzania, Uganda, e Sierra Leone. E hanno citato i nomi degli eroi di giornata (pardon… di settimana) Mohamed Taiwo, AbdulRahman Jimoh,  Abolarin Rasheed, Danladi Isaac , Miracle Ikaigbe e Peter Aho, che alla fine è stato nominato “Uomo del Match”, il migliore in campo. Tralasciamo i dettagli delle motivazioni di questa scelta perché ci si dovrebbe avventurare nuovamente in battings, wickets, runs non out. Roba da far venire il mal di testa a chi non se ne intende e appassionato non è.

Come spiegare, comunque, tanta esultanza in Nigeria, che ha spinto il ministro degli sport a ricevere i giocatori  (il 26 marzo) come “eroi nazionali”? “Abbiamo toccato un altro record – ha commentato il ministro –. Avete compiuto una grande impresa. E’ la conferma che una futuro radioso è davanti ai nostri giovani sportivi, uomini e donne, con il supporto della giusta leadership e amministrazione”.

L’allenatore Ogbimi Uthe, euforico, a sua volta, ha annunciato: “Ci prepareremo adeguatamente per i Mondiali dell’anno venturo, vogliamo far bella figura, non andiamo solo per far numero”. (Ricorda un po’ la nazionale italiana di Rugby che ogni volta promette miracoli al torneo delle 6 Nazioni ma prende sole doorose e  umilianti batoste)

La ragione di tanta soddisfazione, comunque, è presto detta e meno complicata dello svolgimento e della terminologia di questo sport praticato da due squadre di 11 uomini che esalta mezzo pianeta.

Il cricket – questo è noto –  è nato  in Inghilterra e si è diffuso soprattutto nei Paesi dl Commonwealth: Bangladesh, Sri Lanka , Pakistan, Galles, Australia, Nuova Zelanda Sudafrica, Zimbabwe,  Indie occidentali britanniche e India. Proprio l’India  ha dominato  per ben 4 volte il campionato mondiale giovanile (Under19) che si disputa  ogni due anni dal 1998 ed è organizzato dall’International Cricket Council (ICC). L’Australia ha vinto tre voltr, il Pakistan due. Una volta perfino il Sudafrica (nel 2014 a Dubai).

Ma al di là di questa ristretta cerchia, fra le sedici finaliste non si era mai visto un “corpo estraneo”, tantomeno proveniente dal resto del Continente nero.

La Nigeria, dove questa attività agonistica è stata introdotta ovviamente dagli inglesi ai primi del ‘900, non ha mai brillato. Solamente lo scorso anno il Paese è stato ammesso ad Africa T20Cup, prestigioso torneo africano. Ora la squadra  giovanile arriva addirittura a entrare nel club dei migliori e a qualificarsi per il Mondiale. Ecco il perché dell’evento ribattezzato storico, ecco perché  anche un “grillo” può dare alla testa!

Costantino Muscau
muskost@gmail.com

Inchiesta nel bacino del Congo: americani e cinesi saccheggiano la foresta pluviale

sandro_pintus_francobollo
Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 28 marzo 2019

“So che in quei posti non è come qui. C’è un sacco di corruzione, tutti vogliono bustarelle e c’è bisogno di ungere per far funzionare le cose e lo capisco”. Sono le parole di un dirigente di Evergreen, azienda statunitense che conferma la corruzione sul commercio del legname delle foreste in Gabon e Repubblica del Congo.

So che in quei posti non è come qui. C’è un sacco di corruzione, tutti vogliono bustarelle e c’è bisogno di ungere..." (Courtesy EIA)
“C’è un sacco di corruzione, tutti vogliono bustarelle e c’è bisogno di ungere…” (Courtesy EIA)

“A me non interessa se il legname è stato rubato da un parco nazionale – racconta -. Ho solo bisogno di avere la documentazione se qualcuno mi accusa”.

Succede in un’area 1,5 milioni di ettari (più grande della Campania) ormai distrutta da alcune aziende di legname che operano nei due Paesi africani. Una deforestazione illegale disastro ambientale che continua da oltre un decennio grazie alla corruzione penetrante.

Lo denuncia uno studio dell’ong Environment Investigation Agency (EIA), l’Agenzia di Investigazione Ambientale. Il rapporto è “Toxic Trade: Forest Crime in Gabon and the Republic of Congo and Contamination of the US Market” (Commercio tossico: crimini forestali in Gabon e Repubblica del Congo e contaminazione del mercato USA).

Con un’indagine sotto copertura durata quattro anni l’AIE ha messo a nudo le pratiche di quello che ha chiamato Gruppo Deija. Si tratta di un insieme di aziende del legname che hanno costruito il loro modello di business sulla corruzione e altri reati.

È stato scoperto che in quattro anni sono stati tagliati illegalmente e venduti 100mila tronchi per un totale di 80milioni di USD. Un Gruppo questo, considerato uno dei maggiori attori nel disboscamento delle foreste del continente africano.

La maggioranza degli alberi abbattuti sono di okumè (Aucoumea klaineana). L’ okumè appartienente alla famiglia dei moganoidi che ha il legno più idrorepellente in assoluto. Albero tipico di quell’area della foresta pluviale raggiunge i 40 metri di altezza e il tronco può avere anche 2,5 metri di circonferenza. Dal 1998 è nella red list classificata dall’Unione Internazionale per la conservazione della Natura (IUCN) come vulnerabile.

Tronchi tagliati nel Bacino del Congo (Courtesy EIA)
Tronchi tagliati nel Bacino del Congo (Courtesy EIA)

Le prove raccolte dall’ EIA riguardano la violazione continua delle leggi forestali fondamentali e lo stravolgimento delle regole del commercio del legname. Deija ha anche stornato milioni di tasse non pagate ai governi del Gabon e della Repubblica del Congo.

L’Agenzia ha raccolto testimonianze dei dirigenti del Gruppo che spiegano come vengono corrotti ministri dei due Stati africani. In questo modo ottengono le concessioni al taglio delle foreste ed evitano conseguenze per i crimini commessi.

Il legname illegale viene venduto sui mercati internazionali: Stati Uniti, Unione Europea e Cina. È acquistato poi, al minuto, da ignari acquirenti che nulla conoscono delle pratiche criminali di Deija.

In un’intervista registrata dall’EIA, uno dei dirigenti conferma che tutto funziona con la corruzione in denaro contante. Parlando di un ministro dice: “Gli abbiamo consegnato una ventiquattrore piena di soldi. Valigetta compresa”

Mappa dell'Africa centrale. In evidenza Gabon e Congo (Courtesy Google Maps)
Mappa dell’Africa centrale. In evidenza Gabon e Congo (Courtesy Google Maps)

Negli USA il legname proveniente da Gabon e Congo viene importato da anni da Evergreen Hardwood Inc. con sede a Seattle. Attraverso questa azienda, per oltre dieci anni, da Deija è stato esportato  in Cina per un valore di decine di milioni di dollari.

Secondo l’indagine EIA sono coinvolte anche Roseburg Forest Products, con sede in Oregon, e grandi magazzini di vendita come The Home Depot e Menards.

Mentre le aziende occidentali e cinesi corrompono e lucrano, scompare una parte della seconda foresta tropicale più grande del mondo dopo l’Amazzonia. “Una foresta unica e di vitale importanza per migliaia di specie, inclusa quella umana” scrive l’EIA.

Oggi Evergreen, Rosenburg a Dejia, negli Stati Uniti sono sotto investigazione federale. Secondo l’EIA devono essere ritenuti responsabile dei danni da loro provocati.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
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Burundi: in galera liceali accusate di aver “deturpato” la foto del presidente

Africa ExPress
Bujumbura, 27 marzo 2019

Tre liceali minorenni, che una decina di giorni fa sono state sbattute in galera nel Burundi, con l’accusa di oltraggio al capo di Stato, Pierre Nkurunziza, saranno presto liberate. Lo ha annunciato il ministro per la Giustizia, Aimée Laurentine Kanyana, ma ha specificato che le inchieste procederanno. Ha inoltre chiesto ai genitori maggiore severità nell’educazione: “I giovani devono rispettare le istituzioni. L’età della responsabilità si raggiunge al compimento del quindicesimo anno e la prossima volta la giustizia non perdonerà fatti del genere”. Le giovani hanno rischiato una pena detentiva di cinque anni e un’ammenda di duecentocinquanta euro.

Pierre Nkurunziza, presidente del Burundi a sinistra e il ministro della Giustizia, Aimée Laurentine Kanyana, a destra

Le tre studentesse sono state arrestate il 12 marzo scorso insieme a altri quattro compagni di scuola dietro segnalazione del presidede dell’istituto che si trova nella provincia di Kirundo, nel nord-est del Paese. I giovanissimi avrebbero pasticciato la foto del presidente nei loro libri di testo. Ecco il grave reato commesso e a dirla tutta, chi di noi non lo ha fatto ai tempi della scuola? Difatti un insegnante burundese ha commentato così il fatto: “Chissà da quanti anni i libri di testo in dotazione alla scuola non sono stati controllati dai responsabili, malgrado ciò il preside ha segnalato gli alunni alle autorità”.

Il procuratore ha immediatamente interrogato i sette studenti e quattro, tra loro un ragazzino di soli tredici anni, sono stati scagionati dalle accuse. Mentre una corte regionale di Kirundo ha deciso di procedere contro tre ragazze, di quindici, sedici e diciasette anni, anzi, per la “gravità” – loro dire – del reato il loro fascicolo è stato trasmesso al procuratore generale della Repubblica.

Molte associazioni per la difesa dei diritti umani e dell’infanzia si sono immediatamente mobilitati per il rilascio delle giovani anche sui social network con l’hastag #freeourgirls.

Alcune foto postate su twitter a sostegno delle ragazze #freeourgirls

Il direttore di Human Rights Watch per l’Africa centrale, Lewis Mudge, aveva fatto sapere che il padre di una delle studentesse gli aveva confidato che la figlia rifiutava il cibo e non voleva mangiare, perché troppo spaventata delle accuse. E Mudge ha sottolineato: “Le autorità dovrebbero occuparsi dei reali crimini che vengono commessi giornalmente nel Burundi, è triste che vengano perseguiti dei ragazzini per quattro innocui scarabocchi”.

Nel 2016 agenti dei servizi burundesi avevano arrestato otto liceali con l’accusa di aver insultato il presidente. I giovani avevano scritto sulla foto di un libro di testo: “Fuori” e/o “Nessun terzo mandato”. Lo stesso anno erano stati espulsi centinaia di alunni dalle loro scuole per aver alterato foto Nkurunziza.

Africa ExPress
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Dal Nostro Archivio

Pugno di ferro in Burundi: espulso il capo dell’agenzia dei diritti umani dell’ONU

La Corte d’Appello del Kenya riconosce le associazioni di gay, lesbiche e transessuali

Speciale per Africa Express
Franco Nofori
Torino, 25 marzo 2019

Una decisione a lungo attesa dalle organizzazioni dei diritti umani, ma ancora fortemente osteggiata dalla gran parte della popolazione. Lo scorso venerdì, la Corte d’Appello di Nairobi, ha confermato la sentenza emessa in primo grado che legittimava le associazioni di gay e transessuali a essere regolarmente registrate in Kenya. La pronuncia è stata emessa con il rigetto della mozione presentata dal coordinamento centrale delle NGO nazionali, che chiedeva alla Corte di mantenere le associazioni omossessuali al di fuori della legalità.

Sfilata del “gay pride” in Kenya

Sentenza, questa, indubbiamente storica, pur se raggiunta con molta fatica e con il dissenso di due giudici su cinque. Daniel Musinga e Roselyn Nambuye, hanno, infatti, sostenuto che l’Alta Corte non ha giurisdizione nel merito e questa sentenza “è una scelta infernale che distrugge i valori culturali della Nazione”, ma i loro colleghi; Philip Waki, Asike Makhandia e Martha Koome, la ritengono invece in linea con il disposto costituzionale che garantisce pari dignità e pari diritti a tutti i cittadini.

Il dibattito sulla legittimità degli orientamenti sessuali in Kenya, è una questione che si protrae da molti anni e che solo recentemente ha iniziato a mostrare alcuni segnali di apertura. Il film “Rafiki”, che narrava di un amore lesbico ed era stato prodotto localmente, era stato ammesso al festival di Cannes, ma si era visto proibire la distribuzione nel Paese. Una settimana fa questa proibizione è definitivamente caduta e la sentenza che oggi autorizza l’associazionismo gay, è certamente un altro e importante passo verso l’allineamento del Kenya alle posizioni assunte in larga parte dai Paesi più progrediti.

Manifestazione anti-gay in Kenya

Tuttavia, l’ostilità popolare verso gay, lesbiche e transessuali, resta molto accesa nel Paese e questa sentenza l’ha ulteriormente incattivita. Inoltre, la legislatura vigente, considera ancora i rapporti omosessuali, reati che prevedono – vecchio retaggio vittoriano – l’arresto e la detenzione. Pertanto, fino a quando il parlamento, non modificherà i disposti di legge in merito, si realizzerà il paradosso che i gay possono associarsi, ma non possono soddisfare le proprie tendenze sessuali, in ragione delle quali si sono appunto associati. Allo stato attuale, sembra però che il parlamento non sia per nulla disposto a legittimare tali atti. Per altro nel 2014 il parlamento keniota, tra le proteste delle deputate donne, ha legalizzato la poligamia.

Eric Gitari, co-fondatore dell’associazione a difesa di gay, lesbiche e transessuali del Kenya

Si è quindi raggiunta una vittoria di Pirro? Eric Gitari, co-fondatore della NGLHRC (National Gay and Lesbian Human Rights Commission), che ha presentato la petizione all’Alta Corte di Giustizia, si dice fiducioso. Del resto i grandi traguardi si raggiungono a piccoli passi, superando a uno a uno, i molti ostacoli che si frappongono al traguardo finale. “Questa decisione della Corte, non rappresenta solo una vittoria della nostra associazione – ha detto Gitari – ma una vittoria di tutti i nostri connazionali, che vede i fondamentali principi sui diritti umani prevalere sui troppi pregiudizi”.

Una scena del film “Rafiki” che narra la storia di un amore lesbico

A fornire conferma che si tratta di una vittoria – almeno per ora – parziale, sono gli stessi giudici che si sono espressi in favore della sentenza. “Si tratta di garantire i diritti umani dei Gay e delle lesbiche – hanno detto – impedendo che siano illecitamente discriminati, ma questo non legittima per nulla atti contro natura, che restano proibiti dal codice penale e come tali perseguibili ai sensi di legge”.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

Dal nostro archivio:

Corte d’Appello di Mombasa: l’ispezione anale per i sospetti gay è illegale

“Rafiki”, film keniota di un rapporto lesbico, è ammesso a Cannes ma proibito in Kenya

Kenya, la poligamia diventa legge: furiose le parlamentari donne

I dogon attaccano i fulani: quasi centocinquanta massacrati in Mali

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 25 marzo 2019

Non si arresta la spirale di violenze in Mali. Sabato uomini armati hanno massacrato almeno centotrentaquattro persone di etnia fulani tra loro anche donne e bambini, e hanno ferito altri cinquantacinque, nella regione di Mopti, nel centro della ex colonia francese.

Sabato mattina i criminali hanno dapprima preso d’assalto il villaggio di Ogossagou, poi si sono spostati a Welingara, che dista appena due chilometri dal precedente. Anche lì hanno ammazzato chi hanno trovato davanti a loro.

Massacro di fulani in Mali

Oggi il presidente del Mali, Ibrahim Boubacar Keïta, si è recato sul luogo della carneficina. Una scena apocalitica: case e bestiame bruciati ovunque. Ci sono squadre di soccorso un po’ ovunque, viene distribuito un po’ di cibo e medicinali ai sopravvissuti, ma non basta certamente per dare conforto agli abitanti ritornati sul luogo del disastro. Hanno perso tutto: i loro affetti più cari, oltre alle case, il raccolto, il bestiame.  A tragedia consumata, ora i militari sono ovunque.

I fulani si occupano per lo più di pastorizia, mentre i dogon sono agricoltori. Per secoli le due etnie hanno convissuto in modo pacifico. Da qualche tempo, invece, gli attacchi ai fulani da parte dei dozo sono molto frequenti e, a causa di questi scontri interetnici, lo scorso anno sono morte almeno trecento persone.

Ma chi sono questi sanguinari delinquenti? Un gruppo di dozo, cacciatori tradizionali di etnia dogon, che già a gennaio avevano fatto una strage di fulani nel villaggio Koulogon, sempre nella zona di Mopti. Allora avevano ucciso trentasette fulani e incendiato parecchie case. La mattanza di questo fine settimana è il copione di ciò che è avvenuto a gennaio.

Ma non si tratta di semplici cacciatori, in realtà è il gruppo di autodifesa Dan Nan Ambassagou, creato nel dicembre 2016 dopo un attacco terrorista alla gente dogon. Lo ha fatto sapere il presidente e coordinatore del movimento, e ha aggiunto: “In assenza dello Stato e visto che l’esercito all’epoca non è stato in grado di proteggere i dogon, i cacciatori si sono riuniti sotto la guida di Youssouf Toloba, il nostro capo di stato maggiore”. Il gruppo ha come obiettivo la difesa dei dogon contro gli attacchi jihadisti riconducibili a Amadou Koufa, predicatore radicale di etnia fulani, e particolarmente attivo nel centro del Paese.

Già nel 2018 il gruppo di autodifesa era stato accusato da diverse organizzazioni per la difesa dei diritti umani per i suoi attacchi contro i civili fulani, fatti che Dan Nan Ambassagou ha sempre negato. Nel settembre 2018 hanno firmato un cessate il fuoco unilaterale e i responsabili hanno incontrato più volte il primo ministro Soumeylou Boubèye Maïga, per evitare che venissero disarmati.

Al momento attuale non è più in vigore il cessate il fuoco e sembra che il gruppo abbia una quarantina di campi nei territori dei dogon. Sta di fatto che durante il consiglio straordinario dei ministri di domenica 24 marzo il gruppo di autodifesa in questione è stato soppresso, inoltre sono stati silurati alcuni alti ufficiali delle Forze armate, tra loro il capo di Stato maggiore delle forze armate, e quello dell’esercito.

I responsabili Dan Nan Ambassagou hanno respinto l’ordine impartito da Bamako, negano di essere i responsabili del massacro. Insomma c’è ancora molta confusione. Intanto è stata aperta un’inchiesta per far luce sulla mattanza di sabato scorso.

Antonio Guterres, segretario generale dell’ONU ha condannato fermamente questo massacro, chiedendo alle autorità maliane di aprire quanto prima un’inchiesta volta a portare i responsabili della mattanza davanti a un tribunale.

La situazione nella ex colonia francese diventa di giorno in giorno più complessa. Da un lato si accusano le forze armate di inerzia, ma dall’altra parte i militari stessi sono vittime di continui attacchi terroristici. L’ultima di una lunga serie di aggressioni è avvenuta la settimana scorsa nel campo militare di Dioura, nel centro del Paese. Secondo una prima ricostruzione dei fatti, un gruppo di jihadisti sarebbe arrivato in sella alle loro moto, altri a bordo di diverse automobili e hanno distrutto una parte dei veicoli militari che si trovavano al centro del campo, altri sono stati portati via. Oltre venti soldati sono stati ammazzati e altri sono dispersi. Non è dato sapere se sono scappati o se sono stati rapiti dai jihadisiti.

Alcuni testimoni oculari hanno riferito che i terroristi erano ben informati sulla struttura del campo, si spostavano con estrema sicurezza da una parte all’altra, questo perchè sembra che a guidare il gruppo sia stato Ba Ag Moussa, un ex colonnello che da tempo ha disertato ed ora sarebbe molto vicino a Iyad Ag Ghali. Quest’ultimo è figura ben nota, vecchio  indipendentista touareg, diventato capo jihadista e fondatore di Ansar Dine – in italiano: ausiliari della religione (islamica) – operativo per lo più nel nord del Mali, ma Iyad Ag Ghali è anche alleato con al-Qaeda e i talebani afgani e da due anni a capo di un nuovo raggruppamento “Gruppo di sostegno dell’Islam e dei musulmani”.

Malgrado la presenza dei caschi blu dell’ONU (MINUSMA), dei militari francesi dell’Operazione Barkhane e del nuovo corpo tutto africano Force G5 Sahel, gli attacchi jihadisti continuano nel Paese. Secondo l’ONU, nel 2018 ce ne sono stati duecentotrentasette, ben undici in più dell’anno precedente.

Sia le autorità maliane che quelle francesi speravano in una diminuzione della furia jihadista, specie dopo aver dichiarato come morto Amadou Koufa, predicatore radicale di etnia fulani, e particolarmente attivo nel centro del Paese. In un primo momento si credeva che Koufa fosse stato ucciso in un raid delle forze speciali francesi. Ma a quanto pare è sopravvissuto al raid francese di fine novembre. Lo dimostrerebbe un video messo in rete da France24 il 28 febbraio 2019. Il predicatore radicale vorrebbe coinvolgere tutti i fulani dell’Africa occidentale alla causa jihadista.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Dal Nostro Archivio

Il Mali sconvolto da attacchi dei terroristi e scontri tribali: morti e feriti dappertutto

Cinque gruppi jihadisti attivi nel Sahel si sono riuniti sotto la guida di un capo tuareg

 

 

Ciclone in Mozambico: fame e disperazione, assaltato deposito di cibo

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Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 25 marzo 2019

Fame e disperazione nell’ex colonia portoghese dopo la distruzione del ciclone Idai e le terribili inondazioni dei fiumi Buzi e Pongue. Ormai è emergenza umanitaria.

Video: Parte del servizio trasmesso dalla rete tv statunitense (Courtesy PBS NewsHour)

Un posto di distribuzione del cibo difeso dall’esercito è stato assaltato da gente disperata e senza cibo da giorni. Un servizio video dell’emittente statunitense PBS NewsHour mostra i militari a difesa del deposito che sparano colpi d’arma da fuoco in aria e bastonano le persone che tentavano di entrare.

Moltissime aree popolate sono raggiungibili solo in elicottero. Arrivare nelle zone interne colpite dal disatroso impatto del ciclone Idai è diventata la sfida più importante.

Ad ovest della città di Beira, distrutta al 90 per cento, l’esondazione dei fiumi Pongue e Buzi ha creato un enorme lago che dalla costa entra per 125km all’interno. Le immagini satellitari dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA)  mostrano l’area alluvionata, che appare come una immensa ferita insanguinata.

Un’area vasta quanto il Lussemburgo dove è impossibile portare gli aiuti alla popolazione. A quasi dieci giorni dal disastro, molte persone sono ancora in attesa di soccorso sui tetti delle case e sugli alberi.

Ufficialmente i morti sono tra 250 e 420 ma continuano ad spuntare cadaveri dal fango e dalle acque e la temuta cifra di mille morti diventa sempre più reale. A causa delle piogge che continuano a cadere sull’area colpita dal ciclone si temono ulteriori esondazioni del fiume Buzi e perfino dallo Zambesi, 300 km a nord di Beira.

Immagine satellitare dell'alluvione causata dal ciclone Idai (Courtesy ESA)
Immagine satellitare dell’alluvione causata dal ciclone Idai (Courtesy ESA)

“Il distretto di Buzi è il più colpito. Nei distretti periferici, 400 mila persone sono ancora completamente inaccessibili – spiega Giovanna De Meneghi, rappresentate dell’ong italiana Medici con l’Africa CUAMM nel Paese africano –. Nella città di Beira il costo del cibo è diventato carissimo ed è difficile avere acqua potabile, ci sono stati una serie di assalti alle case anche violenti”.

Il CUAMM fa un appello urgente: “Servono urgentemente kit per il primo soccorso negli ospedali da campo per garantire operazioni di emergenza e medicazioni per i traumi. Servono anche cibo, abiti, acqua potabile, materiale per la costruzione dei rifugi di emergenza”.

Secondo UNICEF la metà degli 1,7 milioni di persone colpite dalla tragedia sono bambini. Ora le priorità assolute sono avere acqua potabile e massima attenzione all’igiene per evitare il diffondersi di malattie a causa dell’acqua contaminata.

Intanto, tra le persone intrappolate dalle inondazioni, la Federazione Internazionale della Croce Rossa (IFRC) ha segnalato alcuni casi di colera a Beira e un numero crescente di infezioni da malaria, situazione che andrà a peggiorare.

Sandro Pintus
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Incontri e scontri a Ginevra: referendum ancora lontano per il popolo saharawi

Africa ExPress
Ginevra, 24 marzo 2019

In questi giorni si è tenuta una nuova tavola rotonda a Ginevra per discutere del Sahara occidentale. Horst Kohler, inviato speciale del Segretario generale delle Nazioni Unite, ha invitato oltre al Marocco e il Fronte Polisario anche l’Algeria e la Mauritania.

Dopo sei anni di assenza di dialogo tra le parti del conflitto in atto, un primo incontro ha avuto luogo a dicembre, sempre a Ginevra, a porte chiuse. Questa volta partecipa anche il nuovo ministro degli esteri marocchino, Nassar Bourita e il rappresentante del Polisario, oltre ai capi della diplomazia dell’Algeria e della Mauritania come Paesi osservatori.

Western Sahara political map with capital Laayoune, national borders, important places and rivers. A disputed territory in the Maghreb region of North Africa. Illustration with English labeling.

Kohler ha dovuto ammettere che dopo due giorni di dialoghi intensi non sono stati fatti grandi passi in avanti. “Non è facile e non lo sarà nemmeno in futuro. Le delegazioni dovranno rimboccarsi le maniche e andare avanti, molte posizioni sono ancora sostanzialmente divergenti”, ha precisato l’ex presidente tedesco e infine ha aggiunto: “ Le parti hanno accettato di proseguire il dialogo”

Anche Nassar Bourita in un breve comunicato ha fatto sapere che si incontreranno nuovamente prima dell’estate.

Il Polisario chiede da tempo un referendum di autodeterminazione per il Sahara occidentale, una zona desertica di 266.000 metri quadrati, ricca di fosfati e circondata da acque pescose. Khatri Addouh, rappresentante del Polisario a Ginevra, ha insistito sulla necessità che il popolo saharawi possa esprimersi liberamente sul futuro di questo territorio. E infine ha aggiunto: “All’infuori di un referendum, organizzato e garantito dall’ONU, è praticamente impossibile che il popolo saharawi possa esternare la propria volontà”.

Bourita ha sottolineato che il regno nordafricano è ben disposto di discutere sull’autonomia ma non accetterà mai un referendum sull’indipendenza.

Il conflitto dimenticato del Sahara Occidentale

Il mandato della Missione dell’ONU (MINURSO) per organizzare il referendum scade fra poco – è stato rinnovato per soli sei mesi nel novembre scorso dal Consiglio di Sicurezza del Palazzo di Vetro – e certamente un’ulteriore proroga sarà concessa solamente per un altro semestre, per l’opposizione degli Stati Uniti. MINURSO garantisce anche il cessate il fuoco nell’area dal 1991.

Africa ExPress
@africexp

Gli attacchi dei nigeriani Boko Haram provocano in Ciad una crisi umanitaria profonda

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 23 marzo 2019

La travagliata regione del Lago Ciad è stata attaccata la notte scorsa da miliziani di Boko Haram, uccidendo ventitré soldati ciadiani e ferendo alttri quattro.

I terroristi sono arrivati in piena notte a Dangdala, cittadina in prossimità delle sponde del Lago Ciad, mentre la maggior parte delle truppe riposava nei dormitori. I jihadisti sono poi fuggiti nel vicino Niger, portando con sé parecchio materiale militare.

Un villaggio dopo attacco di Boko Haram

Un imminente attacco era nell’aria, visto che militari ciadiani sono stati nuovamente inviati nella vicina Nigeria presso la Forza multinazionale incaricata di combattere il movimento jihadista. Due giorni fa le ambasciate occidentali e le Nazioni Unite avevavo diramato un bollettino di massima allerta attentati.

Miliziani di Boko Haram hanno sferrato un altro attacco nel vicino Niger, nel villaggio di Dewa, nell’aerea di Diffa, nel sud-est della ex colonia francese. Questa volta i sanguinari terroristi sarebbero arrivati in sella ai loro cavalli. Secondo un primo bilancio, otto persone avrebbero perso la vita, tra loro anche una donna.

Pochi giorni fa le Nazioni Unite e i suoi partner hanno chiesto un nuovo finanziamento di quattrocentosettantasei milioni di dollari per fra fronte alla gravissima situazione umanitaria che ha colpito il Ciad, in particolare il sud del Paese.

Violenze, sfollamento, migrazioni forzate, cambiamenti climatici e il totale collasso dei servizi essenziali hanno lasciato centinaia di migliaia di famiglie allo stremo. Attualmente 4,3 milioni di persone necessitano di aiuti umanitari urgenti. Le organizzazioni umanitarie, in collaborazione con il governo di N’Djamena cercano di portare beni di prima necessità alla popolazione; pur troppo la mancanza di finanziamenti e problem legati alla sicurezza rendono davvero arduo questo compito.

Il Ciad, che confina con Libia, Sudan, Repubblica entrafricana, Niger, Nigeria e Camerun, da anni ospita anche profughi da questi Paesi, in fuga da bande armate, terroristi, e non per ultimo, da fame, che ha colpito in particolare la fascia del Sahel, aerea ad alto tasso di disertificazione.

Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari (OCHA), l’insicurezza alimentare è scesa del diciotto per cento nel 2019, grazie alla buona stagione agrigola. Malgrado ciò, ancora 3,7 milioni di persone necessitano di aiuti e 2,2 milioni di persone soffrono di malnutrizione. Trecentocinquantamila bambini sono colpiti da malnutrizione seria e rappresentano il cinquantanove per cento in più rispetto allo scorso anno.

 

La maggior parte degli sfollati sono donne e ragazzine, attualmente oltre seicentocinquantamila che tendono ad aumentare, visto il conflitto in atto nelle aree del lago Ciad. Il solo Ciad ospita anche quattrocentocinquantamila profughi provenienti da Paesi limitrofi.

Il servizio sanitario è al collasso per mancanza di fondi, ma era poco sviluppato anche prima della crisi. Oltre due milioni di persone hanno un limitato accesso alle cure mediche. Attualmente la ex colona francese sta combattendo contro un’epidemia di morbillo. Colera e epatite E sono sempre in agguato.

Ashta si trova da tre anni a Yakoua, un campo per sfollati vixino alla città di Bol, sulle sponde del Lago Ciad. “Abbiamo camminato per quattro, cinque giorni senza sosta prima di arrivare qui. Eravamo in tanti. Non ho portato nemmeno vestiti con me. Il villaggio che ci ha ospitato, ci ha dato quello che potevano. Dove vivevo prima stavo bene. Avevo giardini, sessanta piante di mango, molti terreni dove coltivavo il grano. Non ho più nulla. Ho dovuto lasciare tutto. Quando ci hanno attaccati sono scappata a piedi nudi”

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Paradiso Comore: i brogli si fanno prima. Si vota domenica in un clima di terrore

Speciale per Africa Express
Cornelia I. Toelgyes
Quart Sant’Elena, 22 marzo 2019

Grazie al referendum della scorsa estate, che ha  proposto e stravinto, Azali Assoumani, attuale presidente e ex golpista delle Comore, si ripresenta alle elezioni presidenziali di domenica prossima per un secondo mandato consecutivo.

A febbraio la Corte suprema – i cui membri sono stati nominati da Assoumani –  ha pubblicato la lista dei tredici candidati ammessi alla tornata elettorale, ovviamente aveva escluso i maggiori leader dell’opposizione. Solo il presidente uscente è appoggiato da un partito, gli avversari sostenuti da un raggruppamento politico, sono stati eliminati, perchè avrebbero potuto dare del filo da torcere all’ex golpista che quindi ha applicato con decisione la massima:”I brogli non si fanno nell’urna.Si fanno prima”

Altri quattro oppositori erano stati condannati ai lavori forzati a vita già lo scorso dicembre. Secondo due degli illustri esclusi, Ibrahim Mohamed Soulé e Mohamed Ali Soilihi, conosciuto come Mamadou, gli oppositori autorizzati a partecipare alla corsa per la poltrona più ambita, sono candidati indipendenti, che non rappresentano una reale minaccia per Assoumani. E Mamadou ha già denunciato a febbraio: “Si conosce già il risultato di queste votazioni”.

Il presidente della Comore, Azali Assoumani

Nei giorni scorsi sono arrivati gli osservatori internazionali, tra loro anche Eastern Africa Standby Force (EASF), forte di ben ventisette membri. ESAF è capeggiata dall’ex ministro burundese della Difesa, Germain Noyoyankana, il quale ha fatto sapere che non si lascerà certamente intimidire; nessuno potrà impedire ai membri della missione di svolgere il proprio lavoro. Durante il referendum dello scorso luglio ESAF aveva espresso dei forti dubbi sul tasso di partecipazione (sessantatré per cento), ma all’ultimo momento ESAF aveva rifiutato di partecipare alla conferenza stampa. I giornalisti allora avevano insinuato che gli osservatori avrebbero subito pressioni dal governo di Moroni.

E proprio per il clima di terrore che si respira in ogni angolo delle tre isole -Grandi Comore, Mohéli e Anjouan –  che formano la Repubblica Federale islamica delle isole delle Comore, i dodici candidati in contrasto con il presidente uscente, si sono riuniti nel gruppo “Alleanza delle opposizioni”. Insieme hanno formato team di sorveglianza, con il compito di controllare i seggi elettorali e lo spoglio dei voti.

Tutti tranne Azali ! E’ il motto dell’Alleanza e durante una riunione tenutasi a Moroni alla presenza di almeno ventimila persone, i dodici candidati all’opposizione hanno giurato di sostenere colui che tra loro riuscirà ad arrivare al ballottaggio. Infatti, se nessuno dei candidati raggiunge la maggioranza assoluta, è previsto un secondo turno.

Il governo cerca di impedire la campagna elettorale dell’opposizione con blocchi stradali e controlli da parte delle forze dell’ordine in ogni angolo delle strade. Ma i cittadini, incuranti del pericolo,  partecipano ugualmente ai comizi.

Lo Stato insulare che si trova nell’estremità settentrionale del Canale del Mozambico, nell’Oceano Indiano. è composto da tre isole che hanno ottenuto l’indipendenza dalla Francia nel 1975. La quarta isola, Mayotte, ha sempre rifiutato di far parte della Repubblica Federale Islamica ed è rimasta fedele alla Francia, cioè territorio d’oltremare, e quindi Unione Europea.

La stabilità politica delle Comore è fragile. Dal giorno dell’indipendenza ad oggi ci sono stati una ventina di tentati colpi di Stato. Il più famoso quello del 1975, poche settimane dopo l’indipendenza. I golpisti, che rovesciarono il presidente Ahmed Abdallah, erano assistiti dai mercenari guidati dal colonnello francese Bob Denard. Dal 1997 al 2001 le isole Mohéli e Anjouan si erano separate dalla Grande Comore, dove si trova anche la capitale Moroni. Solo grazie all’intervento della comunità internazionale e alla promessa di una nuova costituzione che garantisse larga autonomia, le tre isole si sono ricongiunte in una confederazione.

Gli abitanti vivono in un paradiso terreste ma sono tra i più poveri del mondo. L’economia si basa sull’esportazione di chiodi di garofano, vaniglia e qualche altra spezia profumata. Nell’arcipelago si sopravvive grazie alle rimesse di parenti e amici che lavorano in Francia o in Mozambico. E sono molti i comorani che cercano di raggiungere Mayotte, in cerca di una vita migliore, rischiando la propria vita. Morti non solo nel Mediterraneo, ma anche qui, nel Canale di Mozambico. Morti dimenticate da tutti.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes