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Obiettivo secessione: la rivolta anglofona del Camerum diventa guerra civile

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 2 aprile 2019

Nelle zone anglofone del Camerun ormai è guerra aperta tra le forze governative e i separatisti.  In poco più di due anni centinaia di persone sono morte e oltre duecentomila persone sono fuggite in altre regioni del Paese. Molti di loro si trovano ora nei campi per sfollati o da familiari, mentre almeno trentamila si sono rifugiati nella vicina Nigeria.

I continui scontri hanno provocato la fuga in massa dei lavoratori quindi il conflitto ha toccato anche ampie sfere del mondo della produzione, dell’economia. Vaste zone agricole sono lasciate in un totale stato di abbandono, come le immense estensioni di bananeti ormai distrutti. Il centro di smistamento e di imballaggio dei frutti, per lo più destinati ai mercati esteri, è stato incendiato. Gli operai sono tutti scappati, alcuni di loro sono stati torturati dalle forze dell’ordine.

Anche le piantagioni per la produzione di olio di palma, la Pamol, di proprietà dello Stato, sono ormai deserte, nessuno si occupa più delle coltivazioni di cacao e caffè nei villaggi del Sud-ovest. E la Telcar Cocoa, società leader nella produzione di cacao, ha fatto sapere che dall’inizio del conflitto la commercializzazione del prodotto è calata dell’ottanta per cento.

Popolazione in fuga nelle zone anglofone

Il problema economico è secondario di fronte alla perdita di vite umane. Secondo un rapporto di Human Rights Watch, negli ultimi sei mesi (ottobre 2018-marzo 2019) hanno perso la vita almeno centosettanta civili e, sempre secondo la ONG, in quel lasso di tempo si sono verificati duecentoventi aggressioni.

HRW accusa l’esercito di uso indiscriminato della forza nelle province anglofone: hanno ucciso un gran numero di civili e incendiato centinaia di case in questi ultimi sei mesi. Certamente le morti non sono state causate solamente dalle forze governative, i separatisti hanno la loro parte di colpa, tenendo conto che tra ottobre 2018 e marzo 2019 hanno perso la vita anche trentun militari. In base al rapporto di HRW, almeno due uomini sono stati giustiziati dai ribelli che, inoltre, hanno rapito almeno trecento alunni, rilasciati non appena è stato pagato il riscatto.

La stessa sorte è toccata poche settimane fa anche all’allenatore di calcio del Yong Sports Academy, club che milita in prima categoria e che ha vinto il campionato del Camerun nel 2013. Emmanuel Ndoumbé Bosso  è stato liberato il giorno dopo, mentre l’ex ministro Emmanuel Ngafeeson, sequestrato quasi contemporaneamente nella sua abitazione a Bamenda, ha potuto riabbracciare i suoi familiari solamente pochi giorni fa. E’ stato nelle mani dei suoi aguzzini una decina di giorni. Sia Bosso che Ngafeeson non hanno voluto rilasciare commenti.

Non solo HRW accusa i militari. All’inizio di febbraio anche Washington, aveva fatto sapere che  gli USA avrebbero ridotto gli aiuti militari in Camerun per gravi violazioni dei diritti umani commessi dalle forze dell’ordine del Paese.

Militari camerunensi nelle regioni anglofone

Le autorità di Yaoundé negano l’uso indiscriminato della forza da parte dei suoi uomini, malgrado l’ampia documentazione allegata al rapporto di HRW. Il governo ha precisato: “I nostri soldati ricevono una formazione sui diritti umani prima di essere inviati sul campo, inoltre sono stati aperti una trentina di fascicoli per crimini commessi, come tortura, distruzione di proprietà privata, inosservanza di ordini e quant’altro; dovranno essere esaminati dai tribunali militari di Bamenda e Buea”.

Anche Amnesty international aveva già segnalato i militari per agghiaccianti delitti, comprese esecuzioni extragiudiziarie, commessi nel 2016 – ma rivelati solo l’estate scorsa – mentre cercavano di recuperare i corpi dei loro commilitoni uccisi dai terroristi Boko Haram.

La crisi nelle zone anglofone è iniziata nel novembre del 2016, quando il presidente Paul Biya – che è stato rieletto lo scorso ottobre – aveva proclamato di voler spostare gli insegnanti francofoni nelle scuole anglofone. Ma, secondo un accordo sull’educazione scolastica del 1998, i due sotto-sistemi, quello anglofono e quello francofono, sarebbero dovuti restare indipendenti e autonomi.

Ora gli insorti vogliono creare uno Stato indipendente nelle due regioni anglofone del Nord-ovest e Sud-ovest. La maggior parte del Paese è francofona. Solo in due delle dieci regioni si parla inglese. All’inizio del ‘900 il Paese era una colonia tedesca. Dopo la prima guerra mondiale nel 1919, è stata divisa tra i francesi e gli inglesi, secondo il mandato della Lega delle Nazioni. La parte francese era molto più ampia e aveva come capitale Yaoundé, mentre quella inglese era stata annessa alla Nigeria, si estendeva fino al Lago Ciad e aveva per capitale Lagos. Gli inglesi erano poco presenti in questa regione, perché la loro attenzione era concentrata sui territori dell’attuale Nigeria.

Con l’indipendenza, ottenuta nel 1961, le due porzioni, inglese e francese sono state riunite per formare un unico Stato, l’attuale Camerun, ma finora le parti hanno sempre mantenuto un alto grado di autonomia. Molti cittadini anglofoni si sentono emarginati e poco rappresentati e per questo motivo da anni gli oppositori chiedono la secessione, ma il governo centrale ha sempre sminuito il problema e non ha mai aperto un dialogo concreto con i cittadini anglofoni.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Dal Nostro Archivio

Violazioni dei diritti umani in Camerun: il Pentagono taglia gli aiuti militari

Video con esecuzioni extragiudiziali in Camerun: Amnesty International accusa

 

La primavera algerina: cacciato dalla piazza Bouteflika se ne va

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Speciale per Il Fatto Quotidiano e Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi
Milano, 2 aprile 2019

Esultanza e tripudio ieri in Algeria dopo che domenica sera si è diffusa la notizia che stamattina l’ultraottantenne e malato presidente Abdelaziz Bouteflika darà le dimissioni. L’annuncio è stato dato da un giornalista del canale televisivo privato Ennahar TV, secondo cui la storica decisione verrà ufficializzata oggi in tarda mattinata. Non sono state citate però le fonti.

Forzato alla rinuncia al potere – o comunque sollecitato dal suo entourage – l’anziano leader non ha avuto molta scelta, anche se sembra che abbia tentato fino all’ultimo di resistere. Infatti assieme all’annuncio delle imminenti dimissioni, la televisione nazionale ha comunicato che il presidente e il primo ministro Noureddine Bedoui (nominato l’11 marzo scorso) avevano deciso un rimpasto di governo. Otto ministri, tra cui il generale Ahmed Gaed Salah, capo di stato maggiore e vice ministro della Difesa (la cui titolarità è rimasta a Boutefika), hanno mantenuto il loro posto su ventisette seggi da assegnare.

Abdelaziz Bouteflika, presidente dell’Algeria

L’alto ufficiale è quello che impresso un’accelerazione alla conclusione della crisi. Bouteflika, colpito da un ictus, costretto su una sedia a rotelle, l’11 febbraio aveva annunciato la sua candidatura per un quinto mandato presidenziale alle elezioni previste in quel momento per il 18 aprile. Imponenti e pacifiche dimostrazioni di piazza l’avevano costretto a un ripensamento. E così l’11 marzo aveva annunciato la sua rinuncia a candidarsi ancora, ma allo stesso tempo aveva rimandato le elezioni sine die.

La popolazione ha continuato a protestare perché era scoperto il tentativo di Bouteflika di restare in sella e chiaro lo sforzo dei suoi fedelissimi di rimanere inchiodati alle poltrone forzando la Costituzione. Così il generale si è spazientito e ha suggerito al parlamento di esautorare la massima carica dello Stato utilizzando la Costituzione stessa, secondo cui il presidente, gravemente malato e non più capace di governare il Paese, può essere esonerato dall’incarico.

Il gruppo di potere legato a Bouteflika aveva subito insinuato il dubbio che Salah stesse organizzando un colpo di Stato per cacciare il Capo dello Stato e prendere il suo posto.

I media locali avevano dato per certe le dimissioni per oggi. Il posto di presidente, comunque, sarà occupato dal 77 enne Abdelkader Bensalah, attualmente presidente della Consiglio della Nazione, cioè la camera alta, considerato un burocrate del regime.

Insomma, alla fine i manifestanti sembra ce l’abbiano fatta. Chiedono maggiore democrazia, con una decisa liberalizzazione del Paese, e quelle riforme economiche necessarie a creare posti di lavoro necessari a scoraggiare i giovani dal cercare un’occupazione all’estero.

Le dimissioni del vecchio presidente sono una vera rivoluzione per un Paese che ha resistito ed è passato indenne attraverso le sommosse delle primavere arabe.

Proteste nelle piazze algerine contro il presidente Abdelaziz Bouteflika

Bouteflika finora aveva giocato abilmente le sue carte. “Senza di me – continuava a sbandierare – c’è il rischio di un ritorno all’’oscurantismo religioso”. Il vecchio leader si era costruito un solido prestigio negli anni a cavallo del secolo, quando aveva avuto vinto la guerra civile sbaragliando i terroristi del Fronte di Salvezza Islamico.

Ora però l’Algeria e cresciuta e la massa dei giovani non confida più negli insegnamenti del Corano, ma piuttosto nelle potenzialità sociali di Facebook, Twitter e YouTube. E oltre il 70 per cento degli algerini ha meno di 30 anni.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

Kenya, crocevia dei traffici di esseri umani e fiorisce il business dell’espianto di organi

Speciale per Africa Express
Franco Nofori
Torino, 1° aprile 2019

Lo rivela il DCI (Directorate of Criminal Investigation) di Nairobi che alcuni giorni fa ha bloccato un veicolo che trasportava otto cittadini, eritrei tra i diciassette e i trentun anni, destinati al mercato asiatico di esseri umani. Il mezzo è stato bloccato in una remota zona del samburuland, nei pressi di Wamba, nel distretto di Isiolo. L’operazione ha portato all’arresto di tre trafficanti che gestivano l’indegno business: Alhabass Ali, Abdi Hassan, and Ibrahim Adan, mentre un quarto complice è riuscito a dileguarsi. L’azione della polizia keniana è stata resa possibile grazie ad una soffiata, conseguente a un precedente evento verificatisi a Kakamega, dove venivano liberate trentotto donne di età tra i diciannove e i quarantacinque anni.

Esseri umani destinati al traffico internazionale

Con questi arresti, il Kenya si riconferma come un nevralgico punto di smistamento del traffico internazionale di esseri umani che hanno come destinazione il mercato asiatico e quello di alcuni opulenti Paesi mediorientali, dove il carico scoperto a Kakamega era appunto diretto e la cui organizzatrice era una donna africana di trentatré anni (di cui non è stato rivelato il nome) che è stata arrestata nel corso dell’operazione. Il miraggio e la promessa di una vita agiata, che quasi mai si realizza nella realtà, induce uomini e donne, oggetto di questo commercio, ad affidarsi a criminali senza scrupoli che non raramente li assoggetteranno poi ad una vera e propria forma di schiavitù, esercitata attraverso ricatti e intimidazioni.

Uomo mostra cicatrice dopo espianto

Un’altra delle raccapriccianti conseguenze di questa tratta, è che essa – soprattutto a danno degli elementi più giovani – alimenta anche il lucroso traffico di organi, destinati a vari Paesi in cui corruzione e normative carenti, ne favoriscono l’attuazione. Le povere nazioni africane, asiatiche e sud americane, rappresentano le principali fonti di questa merce umana. Gli organi più richiesti dall’illecito mercato sono il fegato e il rene, che possono essere rispettivamente venduti a 43 mila e 85 mila euro. Secondo i dati forniti dall’agenzia delle Nazioni Unite IOM (International Organization for Migration), solo nel gennaio scorso, sono stati eseguiti nel mondo, ben 91 mila trapianti illegali.

I prezzi degli organi, nel mercato nero, hanno tuttavia un’estrema flessibilità, misurata sull’urgenza e sulle condizioni economiche del compratore e si possono anche raggiungere i 200 mila euro per un rene. Naturalmente, ben poco di queste somme resterà nelle tasche del donatore, quando questi non venga addirittura ucciso per procurarsi gli organi necessari senza dover erogare alcun compenso. La battaglia contro questo traffico è certamente impari, perché si scontra con la disperata urgenza del richiedente – che vedendo a rischio la propria vita è pronto a tutto – ed è aggravata anche dal fatto che alcuni Paesi, consentono o tollerano, la vendita di organi tra privati.

Il prelievo forzato di organi da un detenuto cinese

Il primo a farlo è stato il piccolo e fiorente stato di Singapore, ma in quanto a fornitori, c’è anche la Cina che preleva forzatamente organi ai propri carcerati, senza il loro consenso. Fino ad ora, malgrado l’incessante opera di organismi internazionali e di vari NGO, il traffico di esseri umani e di organi destinati al trapianto, in luogo di ridursi continua vertiginosamente a crescere. L’unica soluzione sarebbe debellare la povertà che affligge una larga parte del pianeta, ma questo è un ben altro discorso con migliaia d’implicazioni, difficilmente sintetizzabili nelle poche righe di un articolo.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

La diaspora eritrea insorge e querela l’UE: “No ai 20 milioni regalati al dittatore”

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena 1°aprile 2019

L’organizzazione Foundation Human Rights for Eritreans (i membri sono per lo più profughi eritrei appartenenti alla diaspora) con base in Olanda, sta procedendo per vie legali contro l’Unione Europea, che nel mese di febbraio ha concesso un finanziamento di venti milioni di euro all’Eritrea.

Foundation Human Rights for Eritreans terrà una conferenza stampa, durante la quale esporrà l’attuale situazione del Paese nel Corno d’Africa dalle 16.00 alle 17.00 al Press Club a Bruxelles.

Tale somma sarà finanziata dal Fondo Fiduciario dell’UE per l’Africa – istituito nel 2015 durante il vertice a La Valletta – e dall’UNOPS (Ufficio delle Nazioni Unite per i servizi ed i progetti)  e dovrebbe sovvenzionare il rifacimento della strada principale Nefasit-Dekemhare-Senafe-Zalembessa, per facilitare il trasporto di merci tra Etiopia e i porti eritrei. Tale finanziamento è stato proposto da Neven Mimica, commissario europeo per la cooperazione internazionale e lo sviluppo, durante la sua visita nella ex colonia italiana all’inizio di marzo. Mimica ha avuto anche colloqui con Isaias Afewerki, leader del regime eritreo. Durante l’incontro il commissario dell’UE ha sottolineato: “Tale progetto servirà a connettere il confine dell’Etiopia con i porti dell’Eritrea, inoltre creerà nuovi posti di lavoro”.

Isaias Afewerki, presidente dell’Eritrea

Nella nostra ex colonia non esiste un sistema giudiziario indipendente, tanto meno un parlamento eletto democraticamente oppure un’assemblea legislativa, figuriamoci partiti all’opposizione o giornali liberi; è dunque ovvio che non c’è spazio per i diritti fondamentali dei cittadini, che continuano a scappare da questa prigione a cielo aperto. Dunque non sarà il lavoro a fermare i giovani nella più atroce delle dittature africane, la miglior gioventù continuerà a scappare, non ci sarà verso di fermare l’esodo e il traffico di esseri umani finchè non sarà ristabilita la democrazia. Uno Stato, che lo scorso anno ha raccolto consensi nel mondo intero per aver firmato accordi di pace con l’Etiopia, fino a poco fa il suo peggiore nemico,  ma è semplicemente un Paese che dimostra giornalmente di non essere ancora pronto per riconciliarsi il proprio popolo.

Non è passato molto tempo dall’ultima volta che gli esperti dell’ONU per i diritti umani hanno rimproverato il governo del piccolo Paese africano. Hanno chiesto dettagli sulla detenzione arbitraria di diciotto giornalisti arrestati nel 2001 e di undici esponenti di spicco del People’s Front for Democracy and Justice. Nessuno sa che fine abbiano fatto.

Qualcuno è morto nel frattempo in queste putride galere, come l’ex ministro degli Esteri Hailè Woldensaie detto “Duro”, scomparso lo scorso anno, dopo l’ex ministro degli Interni, Mohamoud Sherifo, l’ex generale e ex capo di Stato maggiore, Ogboe Abraha, o l’eroe della guerra di indipendenza, Seyoum Ogbamichael, solo per citare alcuni del gruppo dei dissidenti, chiamato G15. Oltre a non essere mai stati giudicati con regolare processo, non hanno mai potuto avere contatti con l’esterno; hanno vissuto nel più completo isolamento per tutti questi anni. Solo alcune notizie arrivano all’esterno tramite i carcerieri che li hanno incontrati durante la lunga prigionia.

Christof Heyns, uno degli esperti dell’ONU, ha fatto sapere che le uccisioni extragiudiziali, torture, sparizioni e altre serie e gravi violazioni dei diritti umani continuano a essere all’ordine del giorno. Finora le autorità del regime non hanno dato risposte agli esperti.

Soldati eritrei in parata

Basti pensare all’arresto dell’ex ministro dell’Economia Berhane Abrehe, avvenuto il 18 settembre dello scorso anno. La sua colpa? Aveva pubblicato un libro in due volumi, nel quale critica aspramente il governo eritreo e naturalmente ha anche indirizzato accuse mirate al ruolo del presidente Isaias Afewerki. Nella sua opera ha sollecitato un ordinamento democratico e ha chiesto in modo esplicito al dittatore di convocare l’Assemblea nazionale, sfidando infine Isaias di presentarsi ad un dibattito pubblico.

Heyns e i suoi colleghi hanno espresso anche preoccupazione per il servizio militare obbligatorio a tempo indeterminato, la principale causa perchè la gente fugge, cercando di raggiungere l’Europa. Infatti chi non è impegnato nelle caserme, deve svolgere lavori forzati per uno stipendio misero nelle miniere o presso imprese di costruzioni, ditte gestite da privati.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Dal Nostro Archivio

DOSSIER/Inferno Eritrea, diciassette anni fa cominciava la più dura repressione del mondo

Roma finanzierà il treno Addis-Massawa che uno studio italiano aveva già scartato

Allagamenti nelle aree colpite dal ciclone Idai: scoppia il colera

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Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 31 marzo 2019

Come prevedibile le due segnalazioni di colera dei giorni scorsi stanno diventando epidemia. In sole quarantotto ore sono raddoppiati i casi e il governo mozambicano ha dichiarato lo stato d’emergenza.

Vaccinazione contro il colera
Vaccinazione contro il colera

Ne sono stati contati 271 nella sola città di Beira, secondo il quotidiano online DW. Vista l’allarmante situazione igienico-sanitaria della città distrutta per l’80 per cento, sono destinati ad aumentare. Anche nella provincia di Sofala, in aree colpite di Buzi, Tica e Nhamathanda, sono stati segnalati casi sospetti.

Per mancanza di acqua potabile in molte aree della città e nelle zone più lontane la gente è costretta a bere acqua fortemente inquinata. Secondo una nota del Comitato Internazionale della Croce Rossa le inondazioni e le difficili situazioni igienico-sanitarie creano fertili basi per il colera e altre epidemie.

Entro lunedì primo aprile nell’ex colonia lusofona, attraverso l’Organizzazione Mondiale per la Sanità (OMS), sono attese 900mila dosi di vaccino orale per arrestare l’epidemia. Per il momento non sono stati confermati decessi a causa della malattia.

Aiuti umanitari
Aiuti umanitari. Emergenza colera in Mozambico

Il colera è un’infezione acuta da diarrea causata dall’ingestione di cibo o acqua contaminata dal batterio Vibrio cholerae. In Mozambico, e soprattutto nell’area colpita dal ciclone, questo tipo di infezione è endemico.

Per la salute pubblica il colera è considerato una minaccia globale oltre che un indicatore di iniquità e mancanza di sviluppo sociale. Secondo stime dei ricercatori ogni anno, a causa del colera, si contano tra 1,3 e 4 milioni di casi mentre i decessi vanno da 21mila a 143mila.

Ufficialmente a causa di Idai, che si è abbattuto due settimane fa su Mozambico, Zimbabwe e Malawi ci sono stati 738 morti. Cinquecentouno solo nell’ex colonia portoghese con oltre 1.500 feriti. Visto però l’enorme numero di dispersi è molto probabile che, soprattutto in Mozambico, il numero delle vittime sia destinato a crescere.

Più di 100mila persone sono accolte in 130 campi di accoglienza. Nella città di Beira ci sono 40 centri di raccolta per gli sfollati per accogliere oltre 40.000 persone che hanno bisogno di tutto. Nel Paese africano operano diverse ong italiane. Tra queste: Medici per l’Africa CUAMM, Mani Tese, Cesvi e Comunità di Sant’Egidio.

C130 italiano arrivato in Mozambico (Courtesy Dipartimento di Protezione Civile)
C130 italiano arrivato in Mozambico (Courtesy Dipartimento di Protezione Civile)

Lo scorso 25 marzo sono partiti anche i primi aiuti italiani da Pisa un C130 della 46° Brigata Aerea con 13 sanitari. Da Verona-Villafranca è decollato un Boeing KC-767A del 14° Stormo di Pratica di Mare con 27 medici della Regione Piemonte che hanno portato un Posto medico avanzato di secondo livello. Si coordineranno sul posto con un team di esperti italiani del Dipartimento della Protezione Civile e con le autorità locali e internazionali.

Sandro Pintus
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Ammazzato ex agente francese sospettato di voler uccidere generale del Congo-B

Speciale per Africa Express
Franco Nofori
Torino, 31 marzo 2019

Si è trattato di un omicidio che, per le caratteristiche con cui è stato compiuto, ha reso certa la polizia francese che l’esecutore fosse un killer esperto. Il cinquantasettenne Daniel Forestier è infatti stato freddato con cinque colpi di pistola, uno dei quali al cuore e un altro alla testa. Il corpo è stato rinvenuto accanto ad alcuni bidoni per l’immondizia in un parcheggio, il 21 marzo scorso a Ballaison, una gradevole località turistica dell’Alta Savoia, non molto distante dal confine svizzero. Forestier, per quattordici anni, aveva operato come agente del DGSE, la Direzione Generale per lo Spionaggio Estero dell’Eliseo, ma da circa sei mesi si era ritirato a vita privata, con la moglie e i due figli, nel paese di Lucinges, a soli quindici chilometri dal luogo in cui è stato ucciso.

Daniel Forestier, ex agente DGSE, i servizi segreti francesi

Lo scorso settembre, Forestier si era congedato dal servizio, per dedicarsi alla famiglia e alla sua antica passione letteraria. Infatti, si era specializzato in spy story e stava completando un’opera semi-autobiografica dal titolo “Spying for the Republic” (Spiando per la Repubblica). Singolare è che, nello stesso mese del suo congedo dal DGSE, Forestier, fu accusato di aver ordito, insieme al collega Bruno Susini,  l’uccisione del generale Ferdinand Mbaou, che fino al 1997 era stato capo della sicurezza dell’allora presidente congolese Pascal Lissouba, poi rimosso con un colpo di stato dal successore Sassou-Nguesso. Agguerrito oppositore del nuovo presidente, Ferdinand Mbaou, riparò in Francia per sottrarsi alla temuta vendetta del rivale.

Il Generale congolese Ferdinand Mbaou oggi rifugiato in Francia

Curiosa è la circostanza che, ad accusare i due del complotto, fu un’altra autorevole agenzia francese d’intelligence; la DGSI, Direzione Generale del Controspionaggio Interno. Scoperta la presunta trama, la DGSI non esitò a denunciarla alla competente procura territoriale di Lione, la quale decise poi per l’archiviazione in quanto, nessuna azione era stata messa in atto, da Forestier e Susini. Stando a quanto scrive Le Monde, fu lo stesso Forestier ad ammettere di aver ricevuto tale incarico in esecuzione al quale nel maggio 2018 si era recato a Parigi per studiare un possibile piano operativo, per poi concludere che “la cosa non era fattibile”.

Il parcheggio di Ballaison (Alta Savoia) dove è stato rinvenuto il corpo di Daniel Forestier

Filmografia e letteratura sulle “Spy story” ci hanno abituati alla narrazione dei perenni conflitti tra FBI e CIA o tra MI5 e MI6, ma qui, l’opposizione tra DGSE e DGSI appartiene alla realtà e avviene nel cuore della vecchia e civilissima Europa. Chi aveva incaricato Daniel Forestier di assassinare il generale congolese? Chi poteva trarre benefici dalla sua morte? Quali informazioni conteneva l’autobiografia che Forestier stava ultimando? E in mano di chi è il libro in questo momento? Certo è che, mentre le investigazioni sul presunto complotto sono tuttora in corso, l’omicidio dell’ex agente del DGSE – ormai definitivamente zittito – getta una torbida luce sul già intricato scenario che coinvolge, il regime di Sassou-Nguesso; dei suoi oppositori rifugiati in Francia e dello stesso governo parigino.

La sede dei servizi dell’intelligence francese (DGSE) a Parigi

Questo è anche quanto sostiene lo stesso generale Ferdinand Mbaou. “Con l’omicidio di Forestier – ha dichiarato tramite il suo avvocato – cade anche l’ultima speranza di scoprire chi fosse il mandante dei complotti per uccidermi”. Sì, complotti, perché non più tardi di quattro anni fa, Mbaou, fu vittima di un attentato nei pressi di Parigi, nel quale fu ferito gravemente, ma riuscì miracolosamente a sopravvivere, benché viva tuttora con una pallottola a pochi centimetri dal cuore, che i chirurghi preferiscono non estrarre per non compromettere le funzioni vitali. “Ho più volte informato le autorità francesi – ha detto Mbaou alla stampa – che vogliono uccidermi, ma nessuno ha mai preso provvedimenti al riguardo”. Opinione, questa, largamente condivisa da altri esuli congolesi, che si dicono soggetti a costanti intimidazioni in tutta Europa, perché si astengano da commenti negativi nei confronti del governo in Patria.

Parigi: la sede dell’altro servizio d’intelligence per la sicurezza nazionale interna (DGSI)

Il “Congo-Brazaville” (Congo-B) viene spesso confuso con la “Repubblica Democratica del Congo” (Congo-K), la cui capitale è Kinshasa. Si tratta di due distinte nazioni del tutto indipendenti l’una dall’altra, benché abbiano purtroppo in comune, instabilità politiche, conflitti e continui rovesciamenti di potere. Come riferisce la stampa francese, nei suoi ultimi giorni di vita, Daniel Forestier, appariva nervoso e preoccupato. Pur senza scendere in dettagli, aveva detto ai familiari: “Sento che sta per succedermi qualcosa”. Le cinque pallottole del ventun marzo scorso gli hanno dato tragicamente ragione.

Franco Nofori
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@FrancoKronos1

Dal nostro archivio:

Congo-Brazzaville: il pugno duro del regime colpisce dissidenti e oppositori

In Burundi il regime silenzia BBC e Voice of America a tempo indeterminato

Africa ExPress
Bujumbura, 30 marzo 2019

Duro il pugno di ferro del dittatore Pierre Nkurunziza contro i giornalisti de la libera informazione. Il Consiglio nazionale delle comunicazioni del Burundi (CNC) ha ritirato l’autorizzazioni all’emittente inglese BBC e ha confermato la sospensione della radio americana Voice  Of America  a tempo indeterminato.

Nestor Bankumukunzi, presidente del CNC ha accusato la BBC, già sotto sanzione, di aver trasmesso un documentario fuorioviante, diffamatorio, negativo per l’ex protettorato belga.

Per quanto concerne invece VOA, Bankumukunzi ha fatto sapere che dopo la sospensione l’emittente non avrebbe ancora firmato il capitolato d’oneri, come previsto dalla legge. “Inoltre” – ha precisato – “non hanno licenziato il giornalista Patrick Nduwimana, ricercato dalla giustizia burundese”.

Pierre Nkurunziza, presidente del Burundi

Le due emittenti erano state sospese nel maggio dello scorso anno, per non aver rispettato le leggi vigenti relativi ai media e la deontologia professionale. Malgrado ciò avrebbero continuato a diffondere notizie sul Burundi, senza che queste venissero diffuse nel Paese su FM.

La CNC ha inoltre formalmente vietato a tutti giornalisti burundesi e stranieri residenti nel Paese di trasmettere direttamente o indirettamente informazioni che potrebbero essere diffuse dalle due emittenti.

In risposta a queste draconiane misure del governo nei confronti di BBC e VOA, Sarah Jackson, vice direttore di Amnesty International per per l’Africa orientale, i Grandi Laghi e il Corno d’Africa, la ONG con sede a Londra ha chiesto l’immediato ripristino delle emittenti, così importanti in quanto assicurano un’informazione indipendente, un diritto che in questo modo viene negato ai cittadini burundesi.

“Con la revoca della licenza alla BBC e il mantenimento della sospensione di VOA, le autorità del Burundi vogliono silenziare i media e il fatto di vietare ai giornalisti residenti nel Paese di trasmettere informazioni a BBC e VOA è un’ulteriore conferma della repressione della libertà di espressione in atto dall’inizio della crisi politica nel 2015”.

Africa ExPress
@africexp

Dal Nostro Archivio

Pugno di ferro in Burundi: espulso il capo dell’agenzia dei diritti umani dell’ONU

In maggio nuove elezioni in Sudafrica e riesplode la violenza verso gli stranieri

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 29 marzo 2019

Si avvicinano le elezioni in Sudafrica – previste il prossimo 8 maggio e con esse si è scatenata una nuova ondata xenofobia nella periferia di Durban.

Oltre cento immigrati, per lo più provenienti dal Malawi, sono stati derubati di tutti i loro beni e cacciati dalle loro case, ora sono costretti a dormire all’addiaccio. Tra loro anche donne e bimbi.

Una donna è morta, dopo una rovinosa caduta dal tetto di un centro commerciale, altre due persone sono state ricoverate in grave condizioni. Scappavano, avevano paura dei residenti sudafricani del quartiere che hanno preso d’assalto diversi negozi gestiti da somali domenica scorsa. La situazione è degenerata quando alcune attività commerciali sono state saccheggiate e poi bruciate.

Migranti africani attaccati in Sudafrica

Il portavoce della polizia sudafricana, Thulani Zwane, ha confermato i fatti e ha aggiunto che una persona è stata uccisa. E’ stato aperto un fascicolo e le relative inchieste sarebbero in corso. Infine ha sottolineato che la polizia sta monitorando la situazione.

Miriam Mussa, un’immigrata del Malawi, è ora costretta a dormire per strada con la sua figlioletta. “Sono arrivati verso l’una di notte. Mio marito e io stavamo dormendo con la nostra piccolina. Ci hanno costretti ad uscire dall’appartamento con i soli vestiti che avevamo addosso. Poi hanno portato via tutti i nostri mobili. Ora la bambina si è ammalata”. Miriam è arrivata in Sudafrica tre anni fa in cerca di lavoro. E’ stata assunta come colf da una famiglia.

Un altro malawiano ha raccontato che gli aggressori gli avrebbero detto di essere arrabbiati e stufi della presenza degli stranieri: “Ci rubate il lavoro, siete preferiti ai locali, perché accettate impieghi umili e senza battere ciglio, tollerate  orari di lavoro molto lunghi per una misera paga. Dovete tornare a casa vostra”, gli hanno intimato. Infine ha aggiunto che ora anche lui è costretto di dormire all’addiaccio, ma non si sente per nulla al sicuro, teme che si possano verificare altri attacchi xenofobi.

Fawzia Pier, vice sindaco della municipalità di Ethekwini ha visitato gli sfollati, promettendo loro una migliore sistemazione e ha specificato che una riunione con i residenti è già stata messa in agenda.

Anche in passato si sono verificati incidenti del genere, una guerra tra poveri, dovuta alla crisi economica e l’alto tasso di disoccupazione che a fine gennaio si posizionava al 27,1 per cento. Ovviamente al colpa viene attribuita in gran parte ai migranti che giungono in questo Paese in cerca di lavoro.

Gli immigrati puntano il dito sul governo. Molti candidati, pur di essere eletti o rieletti hanno messo nella loro propaganda la paura verso lo straniero e hanno promesso che avrebbero rafforzato i controlli alle frontiere per monitorare meglio il numero dei migranti intenzionati a venire nel Paese.

Ovviamente le autorità hanno negato ogni coinvolgimento politico e anche Gloria Bamusi, alto commissario del Malawi in Sudafrica, è fermamente convinta che si tratti “solamente” di atti criminali. “In Africa nessun africano è straniero”, ha specificato la signora Bamusi.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Dal Nostro Archivio

Caccia allo straniero in Sudafrica: tre morti, venti arresti

Si vota in Libia, un test per misurare la consistenza degli islamisti

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Speciale per Il Fatto Quotidiano e Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi
29 marzo 2019

In un clima di paura e sospetto stamattina si vota in Libia per eleggere gli amministratori locali in una quindicina di circoscrizioni su un centinaio. Un test soprattutto per sondare la consistenza, non in termini di voti ovviamente ma di potenza di fuoco e capacità di condurre attentati, degli islamisti dell’ISIS e di Al Qaeda. Interessante poi sarà osservare se chi perderà le elezioni accetterà il verdetto delle urne o si opporrà, armi in pugno.

Il mandato delle amministrazioni locali è scaduto l’anno scorso e le odierne elezioni arrivano in un momento assai particolare. Forse siamo veramente al punto di svolta: o si prosegue sulla strada della pace oppure si torna indietro verso la guerra totale.

La situazione sul terreno è sempre fluida e in movimento. La parte occidentale del Paese è controllata dal governo di Fayez al Serraj, sostenuto dalle Nazioni Unite, da Stati Uniti, da Gran Bretagna, Italia, Qatar. La parte orientale è in mano al generale Khalifa Haftar e al suo Esercito Nazionale Libico che gode del supporto logistico di Russia, Francia, Emirati Arabi ed Egitto.

Poi il sud, il Fezzan desertico e inospitale dove c’è una forte presenza di Haftar ma anche di milizie freelance che cambiano uniforme a seconda delle convenienza: predoni, contrabbandieri, islamisti, terroristi, predicatori…

Pochi giorni fa il ministero degli interni di Tripoli ha lanciato un’allerta generale su possibili infiltrazioni di miliziani fondamentalisti nella capitale. Ma sulla città, lentamente ma con una certa determinazione, stanno avanzando anche gli uomini del generale Haftar.

Il punto focale dell’attale test elettorale è Sabrata a una settantina di chilometri a ovest di Tripoli e a un centinaio dal confine tunisino. La città è un crogiuolo di tutte le forze in campo in Libia: ufficialmente è controllata da una milizia fedele al governo di Serraj, ma che gode di una ampia autonomia gestionale. Alcuni quartieri sono in mano agli uomini di Haftar che convivono “quasi” amichevolmente con i governativi (il “quasi” è d’obbligo). E’ forte però la presenza dei fratelli musulmani e c’è una compenetrazione di cellule di terroristi fedeli ad Al Qaeda nel Maghreb Islamico e/o all’ISIS.

Serraj e Haftar si sono incontrati in gran segreto ad Abu Dhabi in febbraio e si sono accordati per tenere questa tornata elettorale ma, soprattutto, per organizzare le presidenziali entro fine dicembre. Inoltre da lunedì al 16 aprile si tiene Ghadames, un villaggio-oasi nel deserto, dove si incontrano i confini di Libia, Algeria e Tunisia, la conferenza di riconciliazione nazionale, per mettere a punto tutti i dettagli del processo di pace, tra cui la composizione di un nuovo governo di coalizione con Serraj presidente e due vice, uno dei quali sarebbe Haftar.

Quest’ultimo mira a non entrare nel governo ma piuttosto ad occupare il posto di capo dell’esercito, una posizione che fa para a molti. Sarebbe come mettergli in mano le chiavi di un colpo di Stato. Se le posizioni di Serraj e di Haftar sono abbastanza chiare e definite resta l’incognita degli integralisti dislocati al confine meridionale dell’ex colonia Italiana.

Un giornale vicino ad Haftar ha pubblicato un lungo reportage in cui si racconta che a metà febbraio gli uomini dell’Esercito Nazionale Libico, durante una lunga operazione di pulizia in varie città della costa, a Derna a una cinquantina di chilometri a ovest di Tobruk, hanno fatto irruzione in una villa dove si teneva un vertice di terroristi. Tra gli altri due algerini, due egiziani, un mauritano, un marocchino e un maliano. Nello scontro a fuoco che ne è seguito sono stati tutti uccisi, tranne uno che ha confessato e svelato parecchi segreti sulla consistenza delle cellule attive o in sonno sul terreno libico.

Massimo A. Alberizzi

Ebola avanza in Congo-K: seicentodieci morti, oltre 1000 contagiati

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 29 marzo 2019

La decima epidemia di ebola, scoppiata il 1° agosto dello scorso anno nella Repubblica Democratica del Congo, continua il suo cammino. A tutt’oggi sono state contagiare oltre mille persone, seicentodieci sono morte, ma c’è anche una buona notizia: ben trecentoventuno sarebbero guarite, secondo il ministero della Sanità di Kinshasa.

Siamo di fronte alla peggiore epidemia dopo quella del 2014-2015, durante la quale hanno perso la vita oltre diecimila persone in Guinea, Sierra, Liberia.

Qualche giorno fa in un centro di salute a Soleniama, a pochi chilometri Bunia, capoluogo della provincia di Ituri, nell’est della Repubblica Democratica del Congo, è morta una bimbetta di soli sei mesi di ebola

Radio Okapi, l’emittente delle Nazioni Unite che trasmette in Congo-K, sempre ben informata, ha fatto sapere che sia il centro sia l’abitazione dei genitori sono stati disinfettati e coloro che sono venuti a contatto con la piccolina sono stati vaccinati.

Operatori sanitari impegnati nella lotta contro ebola nel Congo-K

Il virus killer non è solo un’emergenza di salute pubblica, ma è principalmente un dramma umano e sociale. Lo ha sottolineato il ministro della Salute, Oly Ilunga Kalenga. “Dietro i numeri, le statistiche, ci sono centinaia e centinai di famiglie congolesi direttamente coinvolte dal virus, per non parlare dei moltissimi bambini rimasti orfani a causa di questa grave patologia”. Infine ha aggiunto: “Grazie alla collaborazione con i nostri partner, siamo riusciti a limitare l’estensione geografica dell’epidemia in questi otto mesi”.

Ma ebola è anche un problema politico ed economico. Difatti nelle zone infettate non si sono svolte le elezioni presidenziali dello scorso dicembre. I residenti si sono sentiti esclusi dalla vita politica e ciò ha contribuito ad aumentare supposizioni di cospirazione e complotti, visto che, secondo un sondaggio, un quarto della popolazione è convinta che ebola non esista, mentre quasi il 45,9 per cento crede che l’epidemia di ebola sia stata fabbricata ad hoc per destabilizzare la regione o per scopi economici.

Nell’est della ex colonia belga sono attive molte bande armate, che rendono particolarmente insicura questa parte del Paese. I continui attacchi dei miliziani, che hanno colpito anche centri per la cura dell’ebola, creano non pochi problemi nella lotta contro la febbre emorragica, in quanto  causano lo spostamento continuo della popolazione, in fuga dalle aggressioni.

Ma anche l’ostruzionismo della gente ostacola non solo la cura, ma anche la prevenzione. Alcune famiglie impediscono il ricovero del loro congiunto e rifiutano di farsi vaccinare. Molti familiari dei morti aggrediscono gli operatori sanitari e cercano di bloccare la sepoltura corretta dei cadaveri. Il virus si trasmette tramite i fluidi corporei di chi è stato colpito dalla malattia e per evitare il contagio è assolutamente necessario che vengano ricoverati in un reparto di isolamento. Se la popolazione non è disposta a collaborare, sarà difficile fermare in tempi brevi questa epidemia.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Dal Nostro Archivio

Ebola non si placa in Congo-K: centosettanta morti e tra loro molti bambini