17.9 C
Nairobi
domenica, Aprile 19, 2026

Il Papa invita al dialogo a Bamenda, epicentro della crisi anglofona del Camerun

Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes 19 aprile...

Cairo, Nairobi, Kampala volano insieme nello spazio contro i rischi climatici

Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus 18 aprile 2026 Lo...

La psichiatra: “Trump non è folle. Piuttosto è un gaglioffo”

Speciale Per Africa ExPress Maria Laura Manzione* 14 aprile...
Home Blog Page 295

Sudan, pugno di ferro contro le proteste 7 morti e decine di feriti

Africa ExPress
Khartoum, 9 aprile 2019

Per la terza giornata consecutiva la folla si è radunata davanti al quartier generale dell’esercito. Il Sudanese Professional Association – capofila dei movimenti di contestazione – reclama da mesi le dimissioni del presidente Omar al Bashir e ieri ha chiesto di aprire negoziati diretti con le forze armate per avviare le trattative per la formazione di un governo di transizione.

Dal canto suo il ministro dell’Interno, Bushara Juma, ha detto che durante le proteste di sabato e domenica sono state uccise sette persone e la polizia ha effettuato duemilacinquecento arresti. Sei hanno perso la vita a Khartoum, mentre una settima vittima si è registrata nel Darfur occidentale.

Tra i morti anche un soldato, che ha perso la vita quando i militari hanno cercato di proteggere i manifestanti dagli agenti del NISS (acronimo per National Intelligence and Security Services), mentre tentavano di disperdere la folla davanti al quartier generale nella notte tra domenica e lunedì.

Lo scontro tra soldati e agenti dimostra come si siano forti divergenze tra esercito e forze di sicurezza sul comportamento da tenere nei confronti della protesta. Al Bashir ha fatto cadere alcune teste di alti ufficiali negli ultimi giorni, sostituendoli con suoi fedelissimi.

Il generale Awad Ahmed Benawf, a capo del dicastero della Difesa, ha precisato: “Le forze armate comprendono le richieste della popolazione, ma d’altro canto non possiamo permettere che il Paese precipiti nel caos”.

L’Unione Europea ha chiesto che venga avviato quanto prima un processo pacifico per l’attuazione di riforme democratiche e ha invitato gli organi di sicurezza a evitare l’uso indiscriminato della forza nei confronti di manifestanti pacifici e la liberazione di tutti prigionieri politici.

Omar al-Bashir, presidente del Sudan

Sulla testa del vecchio presidente, al potere dal 30 giugno 1989 dopo un colpo di Stato, pende un mandato d’arresto internazionale per crimini commessi durante la guerra in Darfur, spiccato dalla Corte penale internazionale dell’Aja.Ma lui non ha nessuna intenzione di lasciare il potere e così risponde con la solita oppressione alle richieste della popolazione. Il Sudan ha un’antica tradizione democratica e al momento dell’indipendenza, nel 1956, ospitava il più grande  partito comunista di tutta l’Africa.

Le proteste sono scoppiate lo scorso dicembre, dopo l’annuncio del governo di voler triplicare il prezzo del pane. Ben presto le dimostrazioni si sono diffuse in tutto il Sudan fino a raggiungere anche Khartoum; ora la gente chiede non solo una vita dignitosa, ma anche l’uscita di scena dell’anziano dittatore.

Alcuni analisti ritengono che i quadri militari stiano già elaborando un piano per far uscire di scena in modo “elegante” al Bashir.

Africa ExPress
@africexp

Dal Nostro Archivio

Al Bashir dopo lo stato d’emergenza, ora in Sudan anche tribunali speciali

 

 

Miracoli del Kenya a Milano nella maratona numero 19

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
Milano, 8 aprile 2019

E grande giornata per l’Etiopia a Roma. Milano o Roma e l’Africa che trionfa (sarà felice Salvini?).

Come ha scritto l’Ansa è stato un Derby Roma-Milano. “Se la Capitale ha vinto la maratona dell’affluenza con 7080  runners italiani e 2920 stranieri provenienti da 88 Paesi (a Milano erano 7763),  la capitale lombarda ha segnato due record”.

In migliaia alla Maratona di Milano 2019

In realtà si può parlare di “miracoli”, di eventi straordinari lungo i e  non solo per il  15° successo di un keniano, fra gli uomini; o perché i primi quattro classificati vengono tutti da Nairobi; o perché, fra le donne, ha dominato una keniana per la seconda volta consecutiva.

Il fatto è che una “Milan  Marathon” (ma la denominazione completa è “Generali Milano Marathon 19”) così non si era mai vista né sotto la Madonnina né in tutto lo Stivale. E se Milano esulta perché la sua Maratona è stata inserita dopo 18 anni nel nuovissimo circuito internazionale dal titolo chilometrico e mozzafiato come la gara AbbotWorld Marathon Majors Wanda Age Group World Ranking, ancor di più gioisce il mondo atletico del Paese dal tricolore nero-rosso-verde con i due leoni.

Il vincitore, Titus Ekiru, 27 anni, ha percorso, anzi corso i 42 km e 195 metri in 2h 04’46”, il quarto tempo, fino a ieri, nelle liste mondiali del 2019. La prestazione precedente sul suolo italico era di 2h 07’13

Titus Eriku, vincitore della maratona di Milano 2019

E le donne non sono state da meno con Vivian Jerono Kiplagat, 28 anni che in 2h 22’25” ha segnato il miglior crono mai ottenuto in Italia e che abbassa il 2h22’52” ottenuto pochi minuti prima dall’etiope Alemu Megertu, 22 anni, a Roma, davanti a due sue conterranee.

Eh si perché, sempre sotto la pioggia, si è disputata ieri anche la 25a edizione  della Maratona di Roma. In campo maschile l’ha spuntata l’etiope Tebalo Zawude Heyi (2h8’37”) davanti a due suoi compatrioti, Testa Wokneth e Yihunilign Adane (2h9’53”).

Tiene però banco Milano, dove splendono le due stelle del Kenya.

E’ vero che gli organizzatori per rendere più fast la gara avevano eliminato anche i due cavalcavia (le uniche salite di una città piatta) che potevano rallentare il ritmo. Ma una competizione così, corsa sotto un cielo plumbeo e piovigginoso, effettivamente ha donato situazioni insolite: il primo dei non keniani , l’etiope Geza Senebeta Tadesse, si è dovuto accontentare del quinto posto; il secondo, Evans Chebet Chiplagat Barkowet, 31 anni, (che vanta un personale di 2 ore e 5’ E un primo posto a Istanbul e un terzo posto a Boston) è arrivato con 2’36” di ritardo e il terzo, Edwin Koech Kipnegetich, ormai 35enne, (vincitore e primatista nel 2017 ) con 3’e 38” di distacco..

L’altra felice sorpresa della giornata meneghina è che i due trionfatori sono gli stessi che arrivarono primi il 9 dicembre scorso a Honolulu. Un’accoppiata vincente in Italia e nel Pacifico. Incredibile.

Se torniamo alle donne, Vivian Kiplagat Jerono, in una specie di cavalcata solitaria, ha addirittura distanziato di 10’07” la seconda classificata, la connazionale Joan Kigen Jepchirchir e la terza, l’etiope Ayelu Hordofa Abeba è giunta quando la prima –scherziamo – aveva già fatto la doccia: 15 minuti e 25” dopo! Titus è uscito dal gruppo, composto da atleti tutti africani, al 30°km e si è involato solitario al traguardo , che ha tagliato quasi saltellando, e migliorando il tempo di  2h07’43” realizzato a Siviglia il 19 febbraio 2017. L’anno scorso, invece, a Città del Messico , il 27 agosto, era stato più lento, percorrendo la distanza olimpionica in 2h10’38”, ma intascando oltre un milione e 100 mila pesos, metà per il successo e metà per aver battuto il record della competizione (quasi 50 mila euro). Ieri a Milano si è dovuto “accontentare” di 12 mila euro, tra premio per il I posto e due bonus. (A Roma hanno pagato il doppio).

Ekiru si è ripetuto, sempre nel 2018, a Honolulu fermando i cronometri a 2 ore e 09 e guadagnando 25 mila dollari (uguale cifra per la connazionale  Vivian). Insomma questo giovanotto alto, smilzo, filiforme, non è proprio uno sconosciuto nella massacrante distanza dei 42 km se si considera che questa era la terza maratona in sette mesi. Altre sfide lo attendono: Boston il 15 aprile, Londra il 28.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com

Sudan il popolo in piazza chiede ai militari di cacciare il dittatore

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 7 aprile 2019

Oltre centomila persone si sono riversate sulle strade in tutti i diciotto distretti del Sudan per chiedere le dimissioni di Omar al Bashir, che guida il Paese con pugno di ferro dal 1989 dopo un sanguinoso colpo di Stato.

Già dalle prime ore di sabato mattina le forze dell’ordine hanno cercato di bloccare gli accessi che portano alla capitale per impedire alle persone di partecipare alle proteste. Moltissimi sudanesi sono riusciti ad entrare ugualmente e un folto gruppo di dimostranti ha raggiunto addirittura il quartier generale delle forze armate, dove hanno sventolato bandiere e cantato: “Un solo esercito, un solo popolo”.

Manifestazione davanti al quartier generale delle Forze armate sudanesi

La polizia anti-sommossa ha cercato di disperdere la gente con gas lacrimogeni. Alcuni dimostranti hanno risposto lanciando pietre e gli agenti hanno utilizzato una ventina di automezzi per respingerli. I militari hanno ordinato alla polizia di ritirarsi e le proteste si sono placate. Gli organizzatori hanno chiesto ai manifestanti di restare davanti al quartier generale e di tenere un sit in sulle strade. In un comunicato hanno fatto sapere di aver apprezzato il comportamento dell’esercito di fronte alla protesta.

Malgrado ciò una persona ha perso la vita a Omdurman, la più grande città del Sudan e dello Stato di Khartoum, situata sulla riva occidentale del Nilo, di fronte alla capitale. Un giovane medico di laboratorio, Al-Muiz Atta Allah Musa, è morto, mentre altri civili e diversi agenti delle forze dell’ordine sarebbero stati feriti.

Le proteste sono scoppiate lo scorso dicembre, dopo l’annuncio del governo di voler triplicare il prezzo del pane. Ben presto le dimostrazioni si sono diffuse in tutto il Sudan fino a raggiungere anche Khartoum; ora la gente chiede non solo una vita dignitosa, ma anche l’uscita di scena dell’anziano dittatore.

Sudanese Professional Association, che dirige in clandestinità tutte le manifestazioni, ha lanciato un appello chiedendo ai vertici militari di schierarsi dalla parte dei manifestanti. Già a gennaio l’organizzazione ha elaborato un documento, Freedom and Change (Libertà e Cambiamento), con il quale si propone la formazione di un governo di transizione, composto da tecnocrati, il cui mandato deve essere concordato da rappresentanti di tutta la società sudanese. Freedom and Change è stato firmato anche da alcuni gruppi dell’opposizione. Gli organizzatori del movimento hanno chiesto alle Forze armate: “Scegliete tra il popolo e il dittatore”.

Omar al Bashir, presidente del Sudan

Gli attivisti sudanesi, certamente incoraggiati dalle manifestazioni su ampia scala nelle piazze algerine, che hanno portato alle dimissioni di Abdelaziz Bouteflika, hanno voluto organizzare le proteste di ieri in memoria dell’anniversario del colpo di Stato del 1985 che aveva costretto l’ex presidente Jaafar Nimeiri a lasciare il potere.

Anche Hassan Ismail, ministro dell’Informazione e portavoce del governo di Khartoum, ha elogiato il modo con il quale le forze di sicurezza hanno gestito le proteste e ha precisato che il governo conferma l’impegno al dialogo per risolvere la crisi. E infine ha aggiunto: “Il sangue sudanese è la cosa più preziosa che dobbiamo preservare”.

Da dicembre a oggi sono morte decine di persone durante le manifestazioni, moltissimi i feriti e centinaia di dimostranti sono stati arrestati e il dittatore si rifiuta categoricamente di lasciare la poltrona. A febbraio Al Bashir, sul quale pende un mandato d’arresto internazionale spiccato dalla Corte penale internazionale, ha dichiarato lo stato di emergenza in tutto il territorio nazionale e istituito tribunali speciali.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Dal Nostro Archivio

Al Bashir dopo lo stato d’emergenza, ora in Sudan anche tribunali speciali

Macron: “Accerterò se ci sono responsabilità francesi nel genocidio in Ruanda”

Speciale per Africa Express
Franco Nofori
Torino, 7 aprile 2019

“Meglio tardi che mai”, recita il detto popolare, quando un’annosa questione viene finalmente chiarita. Questa sembra essere oggi l’intenzione del presidente francese Emmanuel Macron, a proposito delle pesanti ombre che gravano sul comportamento dell’Eliseo, durante il terrificante massacro del 1994 in Ruanda. Gli hutu massacrarono  oltre ottocentomila tutsi, in soli cento giorni. Una mattanza che, per numero di vittime e per il breve periodo in cui fu compiuta, non ha eguali nella storia. Senza contare le migliaia di persone che, pur restando in vita, subirono orrende mutilazioni e che ancora oggi offrono testimonianze viventi sulla ferocia di un mattanza che ha fatto inorridire il mondo.

Genocidio Ruanda

Certo che, un chiarimento – se tale sarà – cui si approda dopo venticinque anni dai fatti, lascia un sapore amaro in bocca, perché non pochi superstiti del massacro, non sono più in vita e non potranno quindi compiacersene. Da diversi anni il governo ruandese accusa la Francia di gravi complicità nel genocidio, per aver sostenuto, con soldi, strategie e training militari, i suoi esecutori, prima, durante e dopo il suo compimento. Accuse, queste, rilanciate anche da altri Paesi, come Stati Uniti e Regno Unito oltre che da varie NGO, tra cui, la più attiva, ha proprio sede a Parigi: la Julien Allaire of Survie secondo cui, il coinvolgimento francese nel deprecabile evento “risulta da chiare e inequivocabili evidenze”, sempre tenute segrete dall’Eliseo.

Un tutsi sopravvissuto al massacro, mostra le terribili ferite che gli sono state inflitte

In effetti, nel 2015, l’allora presidente, Francois Hollande, sottoposto a pressioni internazionali, dichiarò che il dossier “Ruanda” doveva rimanere secretato, in ossequio al disposto costituzionale, secondo cui, un atto archiviato da un presidente o da un ministro della repubblica, poteva diventare pubblico solo dopo venticinque anni dalla morte di chi l’aveva secretato. In questo caso, si tratterebbe quindi del presidente Francoise Mitterand, deceduto nel 1996, due anni dopo il genocidio in questione. E’ pertanto probabile che, pur se le indagini, promesse da Macron, saranno attuate oggi, le risultanze non potranno essere rivelate prima del 2021, posto che, a detta di molti giornalisti investigativi, la semplice apertura del dossier svelerebbe tutto il necessario, senza il bisogno di ulteriori investigazioni.

Un mezzo militare francese sembra quasi scortare miliziani hutu che si accingono a compiere massacri

Secondo il governo ruandese e altri osservatori internazionali, la Francia, stretta alleata del governo hutu, all’epoca presieduto da Juvenal Habyarimana, fornì fin dal 1990, un significativo supporto alla leadership in carica ignorando colpevolmente i massacri che stavano avvenendo sotto i suoi occhi. Sempre secondo tali accuse, la Francia fu anche colpevole di aver offerto rifugio e protezione agli esecutori dei massacri, utilizzando allo scopo le proprie truppe inquadrate nel contingente delle Nazioni Unite che erano invece in Ruanda allo scopo di impedirli.

Accuse molto gravi, finora ripetutamente negate da Parigi, ma che hanno fatto infuriare il Ruanda, fino a decidere, nel 2006, sotto la presidenza di Paul Kagame, di rompere i rapporti diplomatici con l’Eliseo, rapporti poi ripresi nel 2009, quando il Paese africano entrò nel Commonwealth.

Emmanuel Macron riceve il presidente del Ruanda Paul Kagame all’Eliseo

Un accenno di distensione, nei rapporti franco-ruandesi, si è verificato nel 2010, quando Nicolas Sarkozy, in visita di cortesia in Ruanda, ammise alcuni errori del proprio Paese, commessi durante i massacri del 1994. Tuttavia, malgrado questa vaga ammissione, nessun presidente francese, assisté mai alle annuali commemorazioni del genocidio, tenute nella capitale ruandese, Kigali. Anche all’ultima ricorrenza, che si celebra oggi 7 aprile in ricordo dell’anniversario dell’inizio del genocidio, Emmanuel Macron, benché invitato da Paul Kagame, si è detto impossibilitato a partecipare, causa “impegni precedentemente presi”. Scelta non proprio ideale, per favorire una distensione dei rapporti tra i due Paesi orami da troppi anni avvelenati da accuse e sospetti.

Gruppo umanitario francese dimostra contro il coinvolgimento del governo nel genocidio ruandese

Fin dall’unilaterale attacco alla Libia, promosso dal presidente Sarkozy nel 2011, che segnò la fine di Muammar Gheddafi, ma gettò anche il Paese nordafricano nel caos, la Francia continua a mettere in atto una pesante politica d’ingerenza in molti Paesi africani, per favorire – a detta degli osservatori internazionali – i propri interessi commerciali. Stando a quanto recentemente riferito da Béchir Saleh, braccio destro del colonnello libico – oggi rifugiato in Sudafrica – Sarkozy, volle punire Gheddafi perché questi non aveva onorato l’impegno di acquistare armi francesi per un valore di quattro miliardi di dollari. Questo è quanto ha dichiarato lo stesso Béchir Saleh, in un’intervista resa a France 24 e al giornale Jeune Afrique, aggiungendo che fu lui stesso a condurre le trattative con Sarkozy per conto del leader libico.

La portaerei francese Charles de Gaulle, utilizzata come base per i bombardamenti aerei in Libia nel 2011

Non meno criticata, è l’imposizione del Franco CFA che riguarda quattordici Paesi africani e che, secondo la Francia, ha lo scopo di proteggere tali Paesi dalle fluttuazioni dei cambi, ma che, secondo altri osservatori, serve unicamente a Parigi, per rimpinguare i propri fondi e coprire con questi il debito pubblico.

Un altro sconcertante episodio, verificatosi recentemente nell’Alta Savoia, dove un ex agente dei servizi segreti francesi è stato ucciso a sangue freddo con cinque colpi di pistola, lascia intravvedere inquietanti coinvolgimenti dell’Eliseo nel tentativo di assassinio di un esule Congolese, avversario dell’attuale presidente del Congo-Brazzaville, Denis Sassou-Nguesso sostenuto da Parigi. Insomma, pare proprio che alla potente economia transalpina, non manchino cadaveri nell’armadio.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

Dal nostro archivio:

Un rapporto americano denuncia nuove prove contro i francesi sul genocidio in Ruanda

Congo-Brazzaville: il pugno duro del regime colpisce dissidenti e oppositori

Ruanda, il dilemma di Kagame a 25 anni dal genocidio: crescita o democrazia?

Libia, l’ONU non frena Haftar: i suoi soldati marciano su Tripoli

0

Speciale per Il Fatto Quotidiano e Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi
6 aprile 2019

La frenetica attività diplomatica di ieri in Libia per evitare la guerra totale tre le fazioni non ha funzionato. Il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, che si trovava a Tripoli, ieri pomeriggio è volato a Rajma, una cinquantina di chilometri a est di Bengasi, dove si trova il quartier di Khalifa Haftar. Ha tentato di convincere il generale che giovedì aveva ordinato alle sue truppe di marciare sulla capitale, di fermarsi e rinunciare all’assalto.  Non c’è riuscito. In serata è partito dalla Libia lasciata “con il cuore gonfio di dolore”, ha confessato. Guterres sperava di convincere Haftar a sedersi alla conferenza di riconciliazione nazionale assieme a tutti coloro che sono stati invitati alla conferenza di riconciliazione nazionale, inizialmente prevista per la prossima settimana nell’oasi di Ghadames.

I soldati dell’Esercito Nazionale Libico di Haftar restano posizionati a un centinaio di chilometri dalla capitale che è praticamente circondata.

Le milizie fedeli al governo di Fayez Al-Serraj (riconosciuto delle Nazioni Unite, dall’Europa e dall’Occidente in genere) hanno serrato le fila e costituito una coalizione, chiamata “Ouadi Dum 2” per fermare il generale. Ouadi Dum è il nome della base militare che Gheddafi aveva costruito in Ciad, quando ha tentato l’invasione dell’ex colonia francese alla fine degli anni ‘80. La comandava l’allora colonnello Khalifa Haftar. La base fu conquistata (esattamente trentadue fa, il 7 aprile 2017) dai ciadiani e Haftar fu catturato. Fu un ecatombe: centinaia di soldati in fuga morti (i cui cadaveri furono abbandonati nel deserto); mezzi militari per un valore di oltre un miliardo e mezzo di dollari distrutti.

Il convoglio militare del generale Khalifa Haftar in viaggio verso Tripoli

Serraj, che giovedì aveva proclamato lo stato d’emergenza, non ha usato la forza aerea contro i soldati di Haftar, come aveva minacciato di fare. “Tutti gli attori presenti sul palcoscenico libico – spiega un diplomatico raggiunto al telefono a Tripoli – sanno perfettamente che in caso di battaglia la capitale potrebbe essere distrutta e la guerra potrebbe continuare all’infinito. Quindi nessuno vuole lo scontro risolutivo. Haftar con la sua marcia su Tripoli ha tentato una prova di forza per evitare che i Fratelli Musulmani possano avere un ruolo nel futuro della Libia”.

Naturalmente sullo scenario libico è comparsa anche la Turchia, che sponsorizza appunto le frange islamiche del frastagliato mondo dell’ex colonia italiana. L’ex gran mufti di Tripoli ora in esilio a Istanbul, Sheikh Sadiq Al-Gharyani, sospettato di legami con i gruppi terroristi fedeli ad Al Qaeda, è intervenuto in un video dichiarandosi favorevole alla conferenza di riconciliazione dell’ONU. Pochi giorni fa sosteneva che quel vertice avrebbe asservito la Libia ai voleri degli “infedeli dell’Occidente”.

La guerra dal campo di battaglia ieri si è consumata sul piano della propaganda e dei social network. I seguaci di Haftar hanno postato un video di oltre 5 minuti dove si vede un lunghissimo convoglio militare formato da “tecniche” (camionette leggere su cui è montata una mitragliatrice pesante o un cannoncino, esattamente sul modello di quelle usate dai ciadiani per sconfiggere Haftar a Ouadi Dum) che sembrano nuove di zecca, in cammino verso Tripoli. Il filmato sostiene che le forze fedeli al generale hanno conquistato e si sono attestate al posto di blocco a 27 chilometri dalla capitale. La risposta è arrivata pochi minuti dopo. I sostenitori del governo hanno messo in rete un video in cui si vede Serraj che saluta i soldati  a guardia di quel check point, pronti a difenderlo contro un eventuale attacco.

Massimo A, Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twiter @malberizzi

 

L’articolo pubblicato dal Corriere della Sera il 12 aprile 1987 in occasione della battaglia di Ouadi Dum, in Ciad

Rapita in Uganda turista americana: Mike Pompeo:” Non si paga il riscatto”

Speciale per Africa Express
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 5 aprile 2019

Sono trascorsi due giorni dal rapimento della trentacinquenne californiana, Kimberley Sue Endecott e del suo autista ugandese Jean Paul, mentre ammirava i paesaggi mozzafiato nel parco nazionale Queen Elizabeth, in Uganda. Martedì sera la turista e il suo accompagnatore sono stati fermati da quattro uomini armati nella riserva naturale e portati in un luogo sconosciuto.

I criminali o terroristi – il dubbio è d’obbligo – hanno usato il cellulare delle donna per chiedere un riscatto di mezzo milione di dollari. Ora bisogna attendere che i rapinatori si facciano ancora vivi. Lo smartphone infatti risulta spento. Un’anziana coppia statunitense, che viaggiava con loro, ai quali fortunatamente non è stata riservata la stessa sorte, hanno potuto lanciare  l’allarme.

Parco Queen Elizabeth, Uganda

Ofwono Opondo, portavoce del governo ugandese, ha spiegato  che probabilmente la coppia non è stata sequestrata perché avanti con l’età. Comunque i due pensionati sono stati depredati di tutto ciò che avevano.

La signora Endecott e l’anziana coppia sono arrivati a Kampala il 29 marzo, e, in base alle dichiarazioni di Opando, il giorno seguente si sarebbero recati con un aereo nel sud-ovest del Paese per visitare il parco.  Finora non è dato sapere quale relazione ci sia tra la giovane sequestrata e i due scampati al sequestro.

La polizia è convinta che si tratti di un rapimento a scopo di estorsione, visto che i banditi hanno utilizzato immediatamente il cellulare della Endecott per richiedere il riscatto.

Le forze di sicurezza, appena giunte sul luogo, hanno  sbarrato tutti valichi di frontiera tra l’Uganda e la Repubblica Democratica del Congo e hanno subito iniziato le ricerche. Si suppone che il gruppo di malviventi si trovi ancora all’interno del parco.

Da tempo in diversi siti  turistici viene consigliato ai visitatori di farsi accompagnare  di una guida armata. Bashir Hang, portavoce di Uganda Wildlife Authority, gestita dallo Stato, ha precisato che il gruppetto di americani non ha voluto utilizzare questo servizio, messo a disposizione da UWA. E, sempre secondo il portavoce, non ha nemmeno informato l’amministrazione del parco dei loro spostamenti. “Entravano e uscivano dalla riserva senza dare alcuna comunicazione”, ha precisato Hang. Una notizia, trapelata solo in questa occasione, racconta che recentemente più o meno nello stesso luogo sarebbe stato rapito un gruppo di turisti locali. Portati in Congo-K, sono stati liberati in fretta dopo il pagamento di un riscatto.

Mentre si intensificano le ricerche da parte delle forze dell’ordine, ranger e truppe speciali ugandesi, il sequestro non è stato commentato dalla autorità ugandesi, né da quelle statunitensi. Solo Mike Pompeo, segretario di Stato di Washington, ha fatto sapere che non sarà pagato alcun riscatto. “Anche il versamento di una piccola somma potrebbe innescare un effetto domino: nuovi sequestri e/omicidi di decine, forse centinaia di persone, inclusi americani e altri stranieri”.

Mull Katende classe 1957, ambasciatore di Kampala accreditato a Washington è rimasto assai sorpreso da questo episodio, e ha voluto sottolineare che nel suo Paese mai nessun straniero è stato rapito. Memoria corta o forse si è semplicemente dimenticato del sequestro e del massacro di turisti britannici, statunitensi e neozelandesi avvenuto nel 1999 nel parco Bwindi, santuario dei gorilla in Uganda. Responsabili della carneficina dell’epoca erano stati ribelli hutu, i residui delle milizie estremiste interahamwe e dell’esercito ruandese, provenienti dalle loro basi in Congo-K.

Poco meno di un anno fa, due turisti britannici sono stati rapiti e un ranger è stato brutalmente assassinato nella vicina riserva Virunga, la più antica di tutta l’Africa, noto in precedenza con il nome di parco nazionale Albert, che si trova nella regione del nord Kivu, nel Congo-K. Il direttore stesso del Virunga, Emmanul de Mérode, è stato assalito cinque anni fa da un commando armato e ferito gravemente. A causa della crescente insicurezza nell’area, il parco è rimasto chiuso per parecchi mesi dopo il sequestro dei due turisti e ha riaperto i battenti solamente lo scorso febbraio.

Finora non è assolutamente chiaro chi siano i rapitori. Semplici criminali oppure gruppi armati con base nel vicino Congo-K? Il 3 aprile i ribelli ugandesi di Allied Democratic Forces hanno sequestrato vicino a Beni, nel Nord-Kivu, una trentina di civili . ADF è un’organizzazione islamista terrorista ugandese, attiva anche nel Congo-K dal 1995. In quella regione di confine con l’Uganda operano diversi gruppi armati. Difficile capire se qualcuno di questi ha partecipato al sequestro dell’americana e del suo autista.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Dal Nostro Archivio

Uganda: turisti fatti a pezzi con i machete nel santuario dei gorilla

Congo-K: rapiti due turisti britannici nel parco Virunga mentre ebola colpisce ancora

Congo-K, attentato a Emmanuel De Merode In fin di vita il principe belga difensore dei gorilla

 

Ruanda, il dilemma di Kagame a 25 anni dal genocidio: crescita o democrazia?

0

Speciale per Il Fatto Quotidiano e per Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi
Aprile 2019

L’arrivo all’aeroporto di Kigali lascia sorpresi. I pavimenti sono puliti, luccicanti, non c’è carta per terra e nessun segno di immondizie. Il divieto di fumare è totale. Ma la sorpresa più grande è riservata al controllo di polizia e di dogana poco prima dell’uscita. Gli agenti non cercano droga, sigarette o liquori di contrabbando ma sacchetti di plastica, vietatissimi nell’ex colonia tedesca.

Già, nonostante la Germania non abbia più niente a che fare con il Ruanda esattamente da un secolo, nel piccolo Paese al centro del continente, tutto ancora parla tedesco. A cominciare dalla pulizia dell’aeroporto, dalle strade asfaltate senza un buco, dalla birra, assieme a quella della Namibia (altra ex colonia tedesca) la migliore del continente, alla velocità entusiastica di internet o all’ossessione maniacale (ma certamente condivisibile) del bando completo per la plastica monouso. I poliziotti sono gentili ma inflessibili (e non corrompibili): i sacchetti o la pellicola con cui si imballano spesso le valigie, devono essere lasciati in aeroporto.

Paul Kagame after an interview con Massimo Alberizzi
Il presidente del Ruanda, Paul Kagame, poco dopo un’intervista con il direttore di Africa ExPress, Massimo Alberizzi, qualche anno fa

I ruandesi sono precisi e meticolosi e, come i tedeschi lo sono stati con lo scempio della shoah, i loro cugini africani cinquant’anni dopo hanno messo a punto la tecnica sperimentata in Europa, cercando anche loro la “soluzione finale”. In cento giorni dal 7 aprile 1994 il regime che allora governava il Paese, dominato da una dirigenza cattolica di etnia hutu, ha sterminato più o meno un milione di persone. Il Ruanda, tutto il Ruanda, è impazzito in preda a un odio razziale scatenato: famiglie che si spezzavano irrimediabilmente, mariti hutu che ammazzavano le mogli perché di origine tutsi, persone che abitavano nello stesso villaggio, pur avendo convissuto pacificamente per secoli con “gli altri”, incendiavano la capanna del vicino perché della tribù diversa.

In preda a una follia collettiva, tutti si trasformavano in potenziali assassini, compreso quell’italiano Giorgio Ruggiu, naturalizzato belga, speaker di Radio Mille Colline, l’emittente del regime, che dai microfoni incitava gli hutu “a prendere il machete e schiacciare i tutsi come scarafaggi” perché “le tombe sono in attesa di essere riempite”. In quei giorni le strade di Kigali erano diventate rosse intrise di sangue.

Dopo 25 anni in Ruanda le ferite sono ancora aperte. Non c’è famiglia che non abbia avuto un morto in casa. Forse l’odio è scomparso ma il desiderio di rivincita no. Il regime, dominato dai tutsi, di Paul Kagame, l’uomo che 25 anni fa ha fermato il genocidio e impedito la totale distruzione della nazione, ha centrato alcuni obbiettivi: far crescere economicamente il Paese, dotarlo di un’amministrazione efficiente e poco corrotta e di servizi – sociali ma non solo – sicuramente sopra gli standard africani. Ma per bloccare sul nascere tentativi revanscisti, non ha potuto trasformarlo in una democrazia compiuta, che prevedesse libertà di esercizio dei diritti politici, elezioni libere e una stampa priva di condizionamenti.

Secondo recenti analisi economiche il prodotto interno lordo del Ruanda era di 9,14 miliardi di dollari nel 2017. Se l’andamento di crescita sarà rispettato dovrebbe superare nel 2020 i 10,20 miliardi. Il reddito pro capite, che nel 1995 era di 125 dollari, ora è passato a oltre 800. Un bel traguardo per un Paese incastrato tra le montagne, senza uno sbocco al mare e che ha il sistema produttivo ancorato soprattutto alla coltivazione del the.

Pochi mesi fa Grace, una ragazza tutsi scampata al genocidio perché con la sua famiglia era già fuggita in Uganda pochi mesi prima dell’inizio della mattanza, intervistata a Juba, in Sud Sudan dove lavora come front desk manager in un albergo, confessava: “A Kigali tutti hanno paura di parlare liberamente. Nascondono le loro emozioni non vogliono che l’interlocutore capisca cosa pensano esattamente. Ci portiamo appresso lo stigma del genocidio. Temiamo che da un momento all’altro possa accadere di nuovo. Ecco, è come se ci fosse una mancanza di fiducia negli altri. Siamo tutti un po’ nemici tra noi”.

In queste condizioni non c’è un grande spazio per la competizione politica. Anche se i partiti sono ammessi, le accuse di divisionismo etnico, di favorire gli antagonismi tribali, di accendere antichi rancori pesano come una spada di Damocle: “In queste condizioni come si può pensare che qualcuno vada in piazza e durante un comizio attacchi duramente il governo o anche un’amministrazione comunale? Rischierebbe di finire immediatamente in prigione”.

FILE PHOTO: Rwanda Patriotic Front (R.P.F.) rebels inspect the wreckage of the plane in which Rwandan President Juvenal Habyarimana was killed, May 26, 1994. The plane crashed April 6, 1994. REUTERS/Corinne Dufka/File Photo

Ma le contraddizioni del Ruanda sono comuni a quei Paesi africani che con grande fatica cercano di coniugare democrazia e sviluppo. Spesso da queste parti sono due termini antitetici. Ci aveva provato in Etiopia il primo ministro e uomo forte Melles Zenawi, amico e protettore di Paul Kagame. Fece crescere il suo Paese e tentò la strada della democrazia. L’opposizione gli scatenò contro antichi rancori tribali e così, poiché stava per perdere le elezioni tirò fuori l’asso nella manica: i brogli.

Il dilemma di Paul Kagame a 25 anni dalla mattanza è questo: se continua a governare con il pugno di ferro facendo concessioni minime sul piano della democrazia e dei diritti può piazzare il suo Paese in cima alla classifica africana. Se invece si converte alla democrazia alla giustizia e alla libertà rischia di fare rimpiombare il Ruanda nel caos. Non vorrei esser nei suoi panni.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

Biciclette ambulanza in Uganda: ricoveri più veloci per donne, vecchi e bambini

Africa ExPress
Kampala, 4 aprile 2019

Le bici ambulanze sono davvero un’invenzione fantastica e grazie al loro impiego nelle zone rurali remote hanno salvato moltissime vite in Uganda.

Nel 2006 ONG FABIO (acronimo per First African Bicycle Information Organization) ha sviluppato la sua prima bici-ambulanza per le regioni del nord, devastate dalla guerra. Il loro obiettivo era quello di creare un mezzo ecologico, di facile manutenzione per dare dare un servizio poco costoso ai pazienti delle zone disagiate.

Molti villaggi sono difficilmente accessibili con le automobili, dunque bici o scooter elettrici con uno speciale rimorchio è l’unico modo per trasportare donne incinte con complicazioni, anziani e feriti nel più vicino ospedale.

Bici-ambulanza accompagna una donna incinta in ospedale

Durante i primi mesi di gravidanza Sandra, che vive in una zona rurale, doveva percorrere oltre quattro chilometri a piedi per raggiungere il centro medico per ricevere le cure prenatali a Kibibi. Ora anche questo distretto è dotato di due bici-ambulanze e la giovane futura mamma è più serena. non deve più temere un malore durante il lungo percorso. L’Uganda ha un tasso di mortalità materna e neonatale piuttosto alto. Quotidianamente muoiono almeno quindici donne di parto o di problemi correlati alla gravidanza.

Grazie alle bici-ambulanze, le donne in dolce attesa e gli altri abitanti delle zone rurali affetti da patologie importanti o seriamente feriti possono avere accesso alle cure mediche in un tempo ragionevole. Lo staff conduce i pazienti all’ospedale e, se necessario, li riporta nuovamente a casa una volta terminata la terapia.

In tutta l’Uganda le ambulanze scarseggiano, in settantasette dei centoventisette distretti del Paese è quasi totalmente assente questo tipo servizio. Solamente il sette per cento degli ammalati riesce a raggiungere gli ospedali con questo speciale mezzo di trasporto.

Officina dove vengono costruite le bici-ambulanze

Qualche anno fa FABIO ha introdotto anche gli scooter elettrici con il carrellino, tale mezzo viene utilizzato sopratutto nelle zone collinari.

Le biciclette, gli scooter elettrici e anche i carrelli vengono prodotti in Uganda con materiale locale e i pezzi di ricambio sono facilmente reperibili ovunque.

Un paziente viene adagiato sul carrello della bici-ambulanza

E secondo Jeremiah Brian Nkuutu, funzionario di FABIO, queste ambulanze rappresentano “Una soluzione africana per i problemi dell’Africa”.

Africa ExPress
@africexp

Colera in Mozambico, il primo morto e migliaia di contagi dopo ciclone Idai

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 4 aprile 2019

Il primo decesso per colera è stato registrato nella città di Beira, distrutta dal ciclone Idai lo scorso 14 marzo. Ma da domenica scorsa è anche quintuplicato il numero dei contagi (erano 271).

L'area colpita dal ciclone Idai e le due città mozambicane con i casi di colera (Map: Courtesy Google Maps)
L’area colpita dal ciclone Idai e la zona con i casi di colera (Map: Courtesy Google Maps)

Il 2 aprile l’Organizzazione Mondiale per la Sanità (OMS) e Unicef hanno fatto arrivare 900mila dosi di vaccino orale per fermare l’epidemia. I vaccini sono stati finanziati da GAVI Alliance, ex Alleanza Mondiale per Vaccini e Immunizzazione, partnership pubblico-privata che aiuta l’accesso all’immunizzazione nei paesi poveri. Il 3 aprile le vaccinazioni sono iniziate.

Il Ministero della Salute del Mozambico ha confermato 1052 casi di colera. Di questi, 959 a Beira e 87 a Nhamatanda, un centinaio di km a nord ovest della città portuale ma il contagio si sta diffondendo rapidamente. Anche se dati riportati da GAVI Alliance, aggiornati al 3 aprile, parlano di 1500 casi.

Stephane Dujarric, portavoce delle Nazioni Unite ha confermato un alto rischio di diffusione di malattie infettive. Anche patologie causate da insetti come le zanzare: nelle aree colpite dal ciclone sono stati confermati 276 casi di malaria. Dujarric ha detto che a Beira e dintorni ci sono undici centri di emergenza, di cui nove operativi, per il trattamento delle vittime del colera.

Per il momento il numero totale delle vittime del ciclone nell’ex colonia portoghese è salito a 518. Se si aggiungono i 257 morti in Zimbabwe e i 57 in Malawi il bilancio sale a 832 decessi. Ma mancano ancora centinaia di dispersi che vengono alla luce quando si ritirano le acque che hanno causato le alluvioni.

Aiuto alla popolazione di Buzi della Federazione internazionale della Croce Rossa e Mezzaluna Rossa (Courtesy IFRC)
Aiuto alla popolazione di Buzi della Federazione Internazionale della Croce Rossa e Mezzaluna Rossa (Courtesy IFRC)

Nella zona di Buzi a sud di Beira le strade sono completamente interrotte e l’area continua ad essere isolata. Può essere raggiunta solo via acqua o via aerea. La Federazione Internazionale della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa (IFRC) è riuscita a portare i primi aiuti e a dare il primo soccorso alle 20mila persone dell’area.

Le Nazioni Unite hanno confermato che nell’area centrale del Mozambico circa 1,8 milioni di persone hanno urgente bisogno di aiuto. Occorre acqua, cibo, medicinali, vestiti, coperte e tende. Sono già 90mila le persone che vivono nelle tendopoli.

Nel Paese africano operano varie ong: Medici per l’Africa CUAMM, Mani Tese, Cesvi, Comunità di Sant’Egidio e altre. Dal 26 marzo scorso sono arrivati anche gli aiuti italiani del Dipartimento della Protezione Civile.

Vaccinazioni e contro il colera in Mozambico (Foto: Courtesy WHO)
Vaccinazioni e contro il colera in Mozambico (Foto: Courtesy WHO)

Sono già al lavoro una quarantina di medici e altri operatori sanitari italiani che hanno portato Posto Medico Avanzato di secondo livello. Inaugurato il 30 marzo, il PMA in tre giorni di operatività ha dato assistenza a circa 160 pazienti. Nella sala operatoria sono stati eseguiti undici interventi chirurgici, due dei quali su pazienti in età pediatrica.

È operativo anche il trasporto di cibo del World Food Programme (WFP), il Programma alimentare mondiale ONU che lavora nelle emergenze. Ventiquattro ore su ventiquattro, dall’aeroporto King Shaka di Durban, in Sud Africa, partono voli con riso, piselli secchi, olio vegetale e altro. Un’assistenza alimentare d’emergenza che è in grado di fornire cibo per un mese a 160mila persone.

 

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter_bird_logo@sand_pin

Obiettivo secessione: la rivolta anglofona del Camerum diventa guerra civile

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 2 aprile 2019

Nelle zone anglofone del Camerun ormai è guerra aperta tra le forze governative e i separatisti.  In poco più di due anni centinaia di persone sono morte e oltre duecentomila persone sono fuggite in altre regioni del Paese. Molti di loro si trovano ora nei campi per sfollati o da familiari, mentre almeno trentamila si sono rifugiati nella vicina Nigeria.

I continui scontri hanno provocato la fuga in massa dei lavoratori quindi il conflitto ha toccato anche ampie sfere del mondo della produzione, dell’economia. Vaste zone agricole sono lasciate in un totale stato di abbandono, come le immense estensioni di bananeti ormai distrutti. Il centro di smistamento e di imballaggio dei frutti, per lo più destinati ai mercati esteri, è stato incendiato. Gli operai sono tutti scappati, alcuni di loro sono stati torturati dalle forze dell’ordine.

Anche le piantagioni per la produzione di olio di palma, la Pamol, di proprietà dello Stato, sono ormai deserte, nessuno si occupa più delle coltivazioni di cacao e caffè nei villaggi del Sud-ovest. E la Telcar Cocoa, società leader nella produzione di cacao, ha fatto sapere che dall’inizio del conflitto la commercializzazione del prodotto è calata dell’ottanta per cento.

Popolazione in fuga nelle zone anglofone

Il problema economico è secondario di fronte alla perdita di vite umane. Secondo un rapporto di Human Rights Watch, negli ultimi sei mesi (ottobre 2018-marzo 2019) hanno perso la vita almeno centosettanta civili e, sempre secondo la ONG, in quel lasso di tempo si sono verificati duecentoventi aggressioni.

HRW accusa l’esercito di uso indiscriminato della forza nelle province anglofone: hanno ucciso un gran numero di civili e incendiato centinaia di case in questi ultimi sei mesi. Certamente le morti non sono state causate solamente dalle forze governative, i separatisti hanno la loro parte di colpa, tenendo conto che tra ottobre 2018 e marzo 2019 hanno perso la vita anche trentun militari. In base al rapporto di HRW, almeno due uomini sono stati giustiziati dai ribelli che, inoltre, hanno rapito almeno trecento alunni, rilasciati non appena è stato pagato il riscatto.

La stessa sorte è toccata poche settimane fa anche all’allenatore di calcio del Yong Sports Academy, club che milita in prima categoria e che ha vinto il campionato del Camerun nel 2013. Emmanuel Ndoumbé Bosso  è stato liberato il giorno dopo, mentre l’ex ministro Emmanuel Ngafeeson, sequestrato quasi contemporaneamente nella sua abitazione a Bamenda, ha potuto riabbracciare i suoi familiari solamente pochi giorni fa. E’ stato nelle mani dei suoi aguzzini una decina di giorni. Sia Bosso che Ngafeeson non hanno voluto rilasciare commenti.

Non solo HRW accusa i militari. All’inizio di febbraio anche Washington, aveva fatto sapere che  gli USA avrebbero ridotto gli aiuti militari in Camerun per gravi violazioni dei diritti umani commessi dalle forze dell’ordine del Paese.

Militari camerunensi nelle regioni anglofone

Le autorità di Yaoundé negano l’uso indiscriminato della forza da parte dei suoi uomini, malgrado l’ampia documentazione allegata al rapporto di HRW. Il governo ha precisato: “I nostri soldati ricevono una formazione sui diritti umani prima di essere inviati sul campo, inoltre sono stati aperti una trentina di fascicoli per crimini commessi, come tortura, distruzione di proprietà privata, inosservanza di ordini e quant’altro; dovranno essere esaminati dai tribunali militari di Bamenda e Buea”.

Anche Amnesty international aveva già segnalato i militari per agghiaccianti delitti, comprese esecuzioni extragiudiziarie, commessi nel 2016 – ma rivelati solo l’estate scorsa – mentre cercavano di recuperare i corpi dei loro commilitoni uccisi dai terroristi Boko Haram.

La crisi nelle zone anglofone è iniziata nel novembre del 2016, quando il presidente Paul Biya – che è stato rieletto lo scorso ottobre – aveva proclamato di voler spostare gli insegnanti francofoni nelle scuole anglofone. Ma, secondo un accordo sull’educazione scolastica del 1998, i due sotto-sistemi, quello anglofono e quello francofono, sarebbero dovuti restare indipendenti e autonomi.

Ora gli insorti vogliono creare uno Stato indipendente nelle due regioni anglofone del Nord-ovest e Sud-ovest. La maggior parte del Paese è francofona. Solo in due delle dieci regioni si parla inglese. All’inizio del ‘900 il Paese era una colonia tedesca. Dopo la prima guerra mondiale nel 1919, è stata divisa tra i francesi e gli inglesi, secondo il mandato della Lega delle Nazioni. La parte francese era molto più ampia e aveva come capitale Yaoundé, mentre quella inglese era stata annessa alla Nigeria, si estendeva fino al Lago Ciad e aveva per capitale Lagos. Gli inglesi erano poco presenti in questa regione, perché la loro attenzione era concentrata sui territori dell’attuale Nigeria.

Con l’indipendenza, ottenuta nel 1961, le due porzioni, inglese e francese sono state riunite per formare un unico Stato, l’attuale Camerun, ma finora le parti hanno sempre mantenuto un alto grado di autonomia. Molti cittadini anglofoni si sentono emarginati e poco rappresentati e per questo motivo da anni gli oppositori chiedono la secessione, ma il governo centrale ha sempre sminuito il problema e non ha mai aperto un dialogo concreto con i cittadini anglofoni.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Dal Nostro Archivio

Violazioni dei diritti umani in Camerun: il Pentagono taglia gli aiuti militari

Video con esecuzioni extragiudiziali in Camerun: Amnesty International accusa