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La psichiatra: “Trump non è folle. Piuttosto è un gaglioffo”

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Il Mali sta precipitando nell’inferno: violenza generalizzata e non solo islamista

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 13 aprile 2019

I cambiamenti climatici, la forte e costante crescita demografica, la povertà estrema sono terreno fertile per le violenze nel Sahel. Dal Mali, al Burkina Faso fino al Niger, la fame e l’insicurezza camminano a braccetto. La scarsità di risorse possono essere fonte di violenti scontri.

Anche se lo scorso anno i raccolti sono stati discreti e i prezzi sui mercati locali si sono leggermente abbassati, permettendo così anche ai meno abbienti di procurarsi il minimo indispensabile, i partecipanti alla Rete per la prevenzioni delle crisi alimentari (RPCA), che si sono riuniti all’inizio del mese, hanno manifestato grande preoccupazione. Si tratta degli Stati dell’Africa dell’ovest, le istituzioni regionali, le associazioni di produttori e le organizzazioni dell’Onu incaricate di lottare contro la fame e la malnutrizione.

Mali, cambiamenti climatici

L’assassinio di oltre centosessanta persone di etnia fulani, tra loro anche donne e bambini, nella regione di Mopti, nel centro del Mali, ha scosso tutti. Il 23 marzo si è consumato un vero e proprio massacro che viene attribuito ai gruppi di autodifesa dogon. Scontri tra comunità sono sempre più frequenti. Sékou Sangaré, commissario dell’agricoltura della Comunità Economica dell’Africa occidentale (CEDEAO) ha sottolineato che bisogna dare risposte concrete a agricoltori e allevatori per evitare tali scontri.

Siccità in Mali

Insicurezza e fame si sovrappongono nel Mali, in tutto il Sahel, dove non piove più da gennaio. Acqua e foraggio scarseggiano. Oltre alla presenza di terroristi jihadisti, ora anche piccoli gruppi armati impediscono l’accesso ai pochi pascoli ancora disponibili e il lavoro nei campi. Le tacite regole di convivenza pacifica nel mondo agropastorale, che, in un certo qual modo in passato rappresentavano una risposta ai conflitti, sono state spazzate via.

E gli esperti che hanno partecipato al simposio sanno ben che dietro questa crisi si nascondono radici profonde, che si nutrono dei cambiamenti climatici, del forte impatto demografico e della conseguente diminuzione di risorse naturali a disposizione.

Anche secondo Gilles Chevalier, esperto dell’ONU sulla resilienza in Africa occidentale, la radicalizzazione non è altro che la conseguenza di fattori che interagiscono tra loro, la cui origine sono le privazioni subite dalla popolazione in zone dove lo Stato è poco presente o totalmente assente.

Per capire cosa sia realmente successo nella zona di Mopti lo scorso 23 marzo, l’ONU ha inviato un team di dieci esperti in diritti umani, un agente per la protezione dei minori; dell’équipe fanno parte anche due investigatori di MINUSMA (Missione dell’ONU in Mali). Ancor prima di terminare le indagini gli esperti hanno raccomandato alle autorità di Bamako di combattere l’impunità, ancora largamente diffusa.

Anche la Corte Penale Internazionale dell’Aja invierà una delegazione in Mali, perché, secondo Fatou Bensouda, procuratore capo del tribunale dell’ONU, questi crimini potrebbero essere di competenza di CPI.

La popolazione ha risposto contro la carneficina con una massiccia manifestazione a Bamako una settimana fa. La marcia di protesta contro il governo è stata fortemente voluta da influenti leader religiosi come Mahmoud Dicko e Bouyé Haïdara. I dimostranti urlavano slogan come “Quando è troppo é troppo” e “Barkhane e MINUSMA, andate via da casa nostra”. Il portavoce dell’imam Dicko non ha risparmiato nemmeno il governo e ha sottolineato: “Ibrahim Boubacar Keïta non è in grado di governare, non sa risolvere i problemi sociali e quelli inerenti alla sicurezza”.

Manifestazione a Bamako

Solo pochi giorni prima il Consiglio di sicurezza dell’ONU ha fatto sapere che si sarebbe espresso nei prossimi giorni sul futuro di MINUSMA, presente nel Paese dal 2013. Il Consiglio ha chiesto al segretario generale Antonio Guterres di presentare un’opzione per adattare il mandato, in scadenza nei prossimi mesi, in modo significativo, per poter sostenere in modo più efficacie l’applicazione del trattato di pace firmato nel 2015.

Il Gruppo di sostegno dell’islam e dei musulmani ha rivendicato domenica scorsa l’attentato durante il quale è stato ucciso un medico militare francese, Marc Laycuras. Il 2 aprile il medico è stato ucciso durante un’esplosione dopo che la sua autovettura blindata è passata sopra una mina nella regione di Gourma, al confine con il Burkina Faso. La formazione terrorista, molto attiva nell’Africa occidentale e nel Sahel ha trasmesso la rivendicazione dell’attacco tramite un messaggio indirizzato a Wassim Nasr, giornalista di France 24.

Barkhane, il contingente francese presente in tutto il Sahel con attualmente quattromilacinquecento militari, dispiegati in cinque Paesi  (Ciad, Mauritania, Niger, Mali e Burkina Faso), ha inviato all’inizio del mese settecento uomini nella regione di Gourma, nella parte centrale del Mali. Per una decina di giorni i soldati francesi, insieme ai colleghi maliani sono stati impegnati nell’operazione Tiésaba-Bourgou nelle foreste di Foulsaré (al confine con il Burkina Faso) e Serma. Queste due aree ospitano basi dei jihadisti e secondo lo Stato maggiore di Parigi almeno trenta membri di gruppi armati terroristi sarebbero stati messo fuori combattimento.

Caschi blu della Missione ONU MINUSMA

Con l’esplosione di nuove violenze e l’intensificarsi di operazioni militari nel centro e nel nord della ex colonia francese, dall’inizio dell’anno oltre ottantasettemila civili hanno dovuto lasciare le loro case. Gli operatori umanitari sono in difficoltà per far fronte alla crisi umanitaria nel Paese. Gli sfollati sono ben settantunmila in più rispetto allo scorso anno.

La recrudescenza delle violenze è legata sopratutto alla propagazione di gruppi armati di autodifesa, di gruppi radicali e un forte aumento della criminalità, in particolare nelle zone di frontiera dei Paesi del G5 Sahel (Mauritania, Ciad, Niger, Mali, Burkina Faso). Ma anche le operazioni militari inducono i civili a fuggire in quanto anch’esse rendono difficile l’accesso ai beni di prima necessità e ai servizi sanitari.

Sfollati in Mali

Il Consiglio norvegese per i rifugiati ha fatto sapere che dall’inizio dell’anno sono state uccise quattrocento persone, tutte civili. Un tributo troppo alto, che aumenta di anno in anno. Gli sforzi della comunità internazionale nel Sahel si sono sopratutto concentrati nello sviluppo di strategie volte alla sicurezza, senza tener particolarmente conto dei bisogni, delle necessità umanitarie, generate proprio con l’intensificarsi delle violenze e dei conflitti.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Dal Nostro Archivio

Cinque gruppi jihadisti attivi nel Sahel si sono riuniti sotto la guida di un capo tuareg

 

Il Mali sconvolto da attacchi dei terroristi e scontri tribali: morti e feriti dappertutto

Sudan: si dimette il leader dei militari golpisti, la piazza esulta ma futuro incerto

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Speciale per Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi
13 aprile 2019

Non è facile la strada verso la democraziain Sudan. Ieri sera  il generale Ahmed Awad Ibn Auf, che aveva preso le redini del potere subito dopo il colpo di Stato di giovedì scorso, ha lasciato l’incarico – durato poco più di 24 ore – di leader del consiglio militare transitorio. Il suo posto è stato preso da un altro generale, Abdel Fattah Abdelrahman Burhan, un nome che non è certo molto conosciuto tra i sudanesi. Lo stringer di Africa ExPress a Khartoum lo definisce “un militare professionista senza affiliazioni politiche”.  Sembra comunque che sia assai lontano dalle ideologie islamiste. Si è dimesso anche il vice di Ahmed Awad, il generale Kamal Abdal Maroof.

Manifestanti in Sudan

Ufficialmente le dimissioni dei due ufficiali sono state presentate “per preservare l’unità delle Forse armate”, ma da notizie trapelate a Khartoum si comprende che sono dovute a profonde divergenze, all’interno dell’esercito, sul comportamento da tenere di fronte alle proteste di massa che, iniziate il 18 dicembre, hanno portato ieri mattina alla defenestrazione del settantacinquenne dittatore al potere da 30 anni, Omar Al Bashir.

La notizia delle dimissioni dei leader del colpo di Stato sono state accolte con giubilo dai dimostranti, il cui numero è stato valutato attorno al mezzo milione,  ancora schierati di fronte all’ingresso del quartier generale delle Forze armate. Ieri dopo l’annuncio della rimozione di Bashir la protesta non si era calmata e, nonostante la gioia, i canti e i balli, lo slogan che era circolato in piazze era: “Non vogliamo passare da un ladro a un altro”. Forse perché sia il leader del Consiglio di transizione che il suo vice provenivano dalla stretta cerchia di ufficiali amici e sodali del presidente appena allontanato.

L’ultima dichiarazione Ahmed Awad Ibn Auf, qualche ora prima di dimettersi, era comunque stata chiara rispetto alla sorte di Omar Al Bashir: “L’ex presidente è stato arrestato ma non abbiamo nessuna intenzione di estradarlo, come chiede la Corte Penale Internazionale”. Contro Bashir è stato spiccato nel 2009 un mandato di cattura per crimini contro l’umanità, crimini di guerra, stupro e genocidio.

Ora si aspetta di capire quale sarà l’atteggiamento dei nuovi leader,mentre la protesta sta continuando sfidando il coprifuoco indetto dalla giunta miitare e che va dalle 10 di sera alle 4 del mattino.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
@malberizzi

Crimini contro l’umanità in Darfur, mandato di arresto per Al Bashir

Cambio di regime, Khartoum nel caos i dimostranti non lasciano la piazza

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Speciale per Africa ExPress e il Fatto Quotidiano
Massimo Alberizzi
Milano, 12 aprile 2019

Il Sudan è nel caos. Ieri mattina i militari hanno destituito il presidente Omar Al Bashir, arrestato e trasportato in un “posto sicuro” che non è stato rivelato, e il ministro della Difesa, Ahmed Awad Ibn Auf, ha annunciato in televisione la formazione di un consiglio militare transitorio.

La lunga giornata di Khartoum comincia all’alba. Il quartier generale dell’esercito, che al suo interno ospita anche la residenza del presidente della repubblica, dove da 5 giorni i manifestanti protestano e chiedono le dimissioni di Omar Al Bashir, viene circondato dai mezzi blindati. I soldati annunciano la caduta del regime e rimandano ulteriori spiegazioni a più tardi. I dimostranti rispondono con scene di giubilo. Poi però passa il tempo e tutto resta nell’incertezza.

Ahmed Awad Ibn Auf

Solo alle 14 Ahmed Awad va in televisione e, interrompendo la lunga catena di monotone marcette militari, annuncia una lunga dichiarazione: dopo trent’anni di dittatura, cambio di regime, periodo di transizione di due anni, al termine dei quali verrà promulgata una nuova Costituzione e saranno indette elezioni generali, scarcerazione immediata di tutti i prigionieri politici, chiusura dello spazio aereo per almeno 24 ore, stato di emergenza per tre mesi. La dichiarazione si conclude con un ringraziamento ai dimostranti e alle loro pacifiche manifestazioni per cacciare il despota.

Le proteste non si placano in Sudan

Ma il generale Ahmed Awad Ibn Auf è una vecchia conoscenza della piazza. Oltre che essere stato nominato da Bashir ministro della Difesa nel 2015, nel febbraio scorso gli era stata affidata la carica di primo vicepresidente. In precedenza era stato capo di Stato maggiore e – cosa assai più grave agli occhi della gente – capo dell’intelligence. Nel 2007 gli Stati Uniti l’avevano accusato di essere l’anello di congiunzione tra il governo e le milizie paramilitari janjaweed, i cosiddetti diavoli a cavallo che, durante la guerra in Darfur, terrorizzavano i civili bruciando i villaggi. Era così stato inserito tra i sudanesi colpiti dalle sanzioni.

A sentire che il capo del putsch è un uomo così legato al regime, l’umore dei dimostranti cambia e le associazioni professionali organizzatrici della protesta, decidono di non mollare: “Restiamo in strada e continuiamo il sit-in. Siamo scesi in piazza in oltre due milioni, abbiamo protestato per quattro mesi e ora stiamo scivolando da un regime militare a un altro. Dobbiamo continuare a reagire, finché non saranno accettate le nostre proposte: governo civile di transizione e nuove elezioni”.

Omama Al Turabi è la figlia di Hassan Al Turabi storico oppositore di Omar Al Bashir, finito in carcere diverse volte e morto tre anni fa. Raggiunta al telefono a Khartoum non ha dubbi: “Occorre aspettare almeno le prossime 24/48 ore. Saranno cruciali per dare un giudizio su questo strano colpo di Stato e capire se le intenzioni dei promotori sono genuine. La risposta però a prima vista non mi sembra adeguata”. Il Sudan è un Paese musulmano. Ciononostante la presenza femminile durante le dimostrazioni è stata notevole. “Siamo scese in piazza a decine e non solo quelle che hanno arringato la folla –  spiega Omama -. Lo Stato di emergenza, promulgato da Bashir, ha avuto un effetto boomerang: scuole e università sono state chiuse e così studenti e studentesse sono scesi in piazza gonfiando il numero dei manifestanti”.

Anche l’Unione Africana ha reagito al colpo di Stato sostenendo che non è una risposta giusta alle richieste dei dimostranti mentre all’ONU è stata chiesta la convocazione urgente del Consiglio di Sicurezza.

C’è poi un altro scoglio sulla strada della democrazia: il mandato di cattura spiccato dalla Corte Penale Internazionale dell’Aja contro Al Bashir, accusato di crimini di guerra, crimini contro l’umanità e stupro. Tra i dimostranti nei giorni scorsi c’è chi aveva proposto di estradare il vecchio leader. Un desiderio che ora appare difficile da esaudire.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

I turbanti del Benin alla conquista del Salone del Mobile a Milano

Speciale per Africa ExPress
Gianni Perotti
Milano, 11 aprile 2019

Evelyne Tobge-Olory, la giovane ambasciatrice del Benin, un paese troppo dimenticato nella stessa cronaca africana, è sbarcata al Salone del Mobile che si tiene a Milano in questi giorni (8-14 Aprile), con un’idea che collega il design con l’economia etica: “Noi siamo la Via del Cotone. Abbiamo esportato la coltura del cotone in Brasile attraverso le navi negriere e importato le tecniche di lavorazione che permettono oggi al Benin un tasso di crescita economica del 6,5 per cento, il triplo del tasso medio dei paesi dell’Africa Occidentale”.

Benin: Lavorazione del cotone

L’esportazione cotoniera per merito della politica adottata dal presidente Patrice Talon è aumentata dal 2013 da 300.000 a 600.000 tonnellate e rappresenta l’ottanta per cento dell’esportazione. L’idea di comunicare questo successo si è concretizzata in un oggetto di abbigliamento che racconta nella materia e nel design tutta la storia e la cultura del Paese: il turbante, tipico copricapo identitario delle schiave nelle piantagioni di qui e di là dell’Oceano, si è riscattato diventando un oggetto di moda. “Cosa c’è meglio della moda e del design per fare oggi comunicazione e mercato insieme – continua l’intraprendente ambasciatrice –. Il turbante confezionato dalle donne del Benin non è un oggetto etnico, ma un bene culturale, sviluppa un codice di comunicazione”.

La fashion designer Laura Strambi che ne cura la distribuzione precisa: ”L’ iniziativa non ha carattere di charity, ma è un’operazione di economia sostenibile. La coltivazione del cotone, la lavorazione, le tinture e l’intera filiera del valore aggiunto avvengono tutte all’interno di un processo ecologico al 100 per cento inoltre i ricami aggiunti in Italia sono fatti a mano mentre le pietre Swarovski aggiunte nei capi più preziosi sono di origine naturale”.

Andrea Spinelli Barrile, giornalista, fondatore di Slow News e Premio Italia per i diritti umani aggiunge:”I diritti umani e la condizione della donna crescono con il crescere del tasso economico. Il Benin ne è una prova. Questo Paese grande come un terzo dell’Italia (112.000 chilometri quadrati) con 8,6 milioni di abitanti e una crescita di oltre il tre per cento di natalità, non da un’idea di aver speranza, ma di essere speranza in un’area particolarmente sensibile alle differenze di genere”.

Elena Bedei, documentarista e regista che ha lavorato a lungo nella regione con l’Associazione Profammes dice: ”Sono da sempre le donne che in Africa inventano il commercio e assicurano il benessere della famiglia”. In effetti tutto il Progetto Turbante, dalla produzione alla distribuzione è portato avanti da donne. Sia in Africa che in Italia.

Gianni Perotti
giovanniperotti360@gmail.com

Colpo di Stato in Sudan: i militari prendono il potere ma la popolazione non è felice

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All’alba una colonna di militari ha circondato a Khartoum il quartier generale delle Forze Armate,
che ospita anche la residenza del presidente/dittatore Omar Al Bashir, arrestato e trasportato
in un posto sicuro. In manette anche parecchi membri del governo. Esultanza tra i manifestanti.
Un gruppo di militari ha preso possesso della radio annunciando 
il cambio del regime.
Il ministro della Difesa  Ahmed Awad Ibn Auf  ha assunto la direzione  ad interim

Speciale per Africa ExPresse e Il Fatto Quotidiano
Massimo A. Alberizzi
11 aprile 2019

Le proteste che stanno infiammando le piazze del Sudan, continuano ora interrotte da 5 giorni. I dimostranti che chiedono le dimissioni del presidente/dittatore Omar Al Bashir, salito al potere con un colpo di Stato militare il 30 giugno 1989, sono ormai schierati a migliaia in un sit-in permanente davanti al quartier generale dell’esercito, all’interno del quale è ospitata la residenza del capo dello Stato. Forze militari hanno circondato anche l’aeroporto internazionale e si vocifera che Bashir abbia già lasciato il Paese. Almeno centocinquanta politici sono stati arrestati nelle ultime ore.

Secondo fonti dei dimostranti le forze di sicurezza in questi ultimi giorni hanno ucciso almeno 14 militanti (portando il numero di morti a 22 dall’inizio delle dimostrazioni). Ma a sparare sarebbe stato un gruppo di mercenari assoldati nella Repubblica Centrafricana, che sfuggono al controllo degli apparati militari sudanesi e prendono ordine direttamente dalla presidenza della Repubblica. Alcuni di questi sono stati individuati dei dimostranti e, una volta disarmati, sono stati picchiati a sangue e salvati da morte certa dai soldati.

Tra i 22 uccisi ci sono anche 5 soldati che avevano tentato di difendere i dimostranti dagli attacchi degli agenti dei servizi segreti. Già perché si sta verificando una profonda spaccatura all’interno del governo. Da una parte i fedelissimi di Al Bashir, che hanno intessuto i loro traffici all’ombra della dittatura che ha dato loro coperture e protezioni. Dall’altro l’esercito, che in più occasioni è intervenuta a dar man forte ai dimostranti difendendoli dalla polizia.

Un paio di giorni fa alcuni ufficiali sono scesi a parlare e trattare con gli agenti convincendoli a sgombrare la piazza dove è in atto il sit-in per impedire che per contenere la gente fossero usati idranti, gas lacrimogeni, proiettili di gomma, insomma per evitare una prova di forza.

La protesta è scoppiata spontaneamente il 18 dicembre, quando è stato annunciato che il prezzo del pane sarebbe stato triplicato. Dapprima sono scesi in piazza le classi più povere della popolazione, ma quella è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, già colmo di indignazione e rabbia. Il malcontento ha preso forza e coraggiosamente è emerso in tutta la sua dimensione. A prendere le redini sono state le associazioni professionali, che finora erano state controllate sempre e ferreamente dal regime.

Come un fiume in piena, la dimostrazioni, cominciate ad Atbara, snodo ferroviario del Sudan e roccaforte 50 anni fa dell’allora potente partito comunista sudanese, sono tracimate in tutto il Paese, El Gedaref, Kassala, Port Sudan investendo anche la capitale Khartoum.

Solo negli ultimi giorni è apparso chiaro che anche l’esercito, dai cui ranghi proviene lo stesso Bashir, non ne può più di una dittatura che oltre a negare le libertà politiche e civili, si è legata mani e piedi ai cinesi che ora hanno invaso le strade e i palazzi più importanti e lussuosi della capitale. In Sudan è in vigore la sharia, la legge coraniche, che tra le altre cose proibisce severamente l’uso di bevande alcoliche. Ma nei ristoranti cinesi, sorti come funghi, tranquillamente si può chiedere di pasteggiare con birra, che non viene servita di nascosto in bottiglie di Coca Cola ma nelle normali lattine. La polizia che tutela morale islamica non entrerà mai in quei locali.

I dimostranti in piazza chiedono ai militari di cancellare il loro sostegno a Bashir, ma non vogliono un colpo di Stato, bensì la formazione di un governo di transizione e di riconciliazione nazionale.

In Sudan oltre ai mercenari del Centrafrica che avrebbero sparato e ucciso i dimostranti, ci sono altri gruppi di sicurezza privata che potrebbero intervenire a difesa di Bashir. Primi tra tutti i “gorilla” del gruppo Wagner, ex miliari dei Paesi dell’ex Unione Sovietica dislocati un po’ dappertutto nel Paese. Pochi ma ben armati ed addestrati.

Ma quelli che se scendessero in campo potrebbero fare veramente paura e annientare in poche ore la pacifiche dimostrazioni di protesta sono i janjaweed, i feroci diavoli a cavallo utilizzati qualche anno va nella guerra in Darfur. Attaccavano i villaggi, ammazzavano senza pietà gli uomini, violentavano le donne e rapivano i bambini.

Manovrati da Bashir, sono stati utilizzati per attaccare le inermi popolazioni darfuriane cosa che è costata al dittature un mandato di cattura emesso nel marzo 2009 della Corte Penale Internazionale. L’allora procuratore Louis Moreno-Ocampo che lo incriminò per 10 capitoli diversi (cinque per crimini contro l’umanità, compreso l’incitamento allo stupro, tre per genocidio, due per crimini di guerra), era stato categorico, parlando di precise responsabilità nel deliberato massacro dei civili delle tribù fur, masalit e zagawa che abitano il Darfur. “Il suo alibi – aveva scritto Moreno-Ocampo nella sua durissima e circostanziata richiesta di arresto – è combattere la ribellione, il suo intento è il genocidio. Non mi prendo il lusso di supporre: ho prove indiscutibili”.

Sempre secondo le accuse di Moreno-Ocampo, “il presidente sudanese controlla tutto l’apparato dello Stato e usa questa sua influenza per coprire la verità e proteggere i suoi subordinati e la loro smania di genocidio”.

Si calcola che in Darfur siano state ammazzate 300 mila persone e che due milioni siano stati costretti a scappare dalle loro case. Bashir già pochi mesi prima del mandato di arresto si era  rifiutato di consegnare due sospetti di genocidio: il ministro per gli affari umanitari, Ahmad Harun, e uno dei capi delle feroci milizie filogovernative, i janjaweed, Ali Khashayb. Omar Al Bashir è l’unico presidente in carica ad essere stato incriminato.

Massimo A. Alberizzi
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Sagar, il frigo ecologico made in Ciad, a portata di tutti

Africa Express
N’Djamena, 11 aprile 2019

Un’invenzione a portata di tutti, anche nei villaggi dove la corrente elettrica resta ancora un sogno.Un giovane ingegnere ciadiano ha costruito un frigorifero a base di mattoni d’argilla e qualche altro materiale reperibile in loco. E’ grande, e a prima vista sembra quasi un forno, ma non lasciamoci ingannare dalla vista.

L’apparecchio funziona con acqua fredda ed è in grado di conservare gli alimenti al fresco. L’invenzione di Adolphe Djasrabaye è già stato testato a Ligna, un villaggio che dista appena una ventina di chilometri dalla capitale N’Djamena.

Sagar, il frigo ecologico che funziona senza corrente elettrica

Sagar (freschezza estrema in lingua zaghawa) è il nome del frigorifero senza elettricità, fabbricato con mattoni, sabbia e sacchi di kola. L’invenzione potrebbe davvero interessare una grande fetta della popolazione, in un Paese dove la temperatura esterna può raggiungere anche i 50° e dove solamente il sei percento degli abitanti ha accesso alla corrente elettrica.

I mattoni richiedono una doppia cottura e si posizionano ad una distanza di 7,5 centimetri gli uni dagli altri (…). “E’ un frigo che ognuno può avere a casa sua”, ha spiegato il suo inventore. Volendo lo si può realizzare in meno di tre ore in casa, seguendo le istruzioni.

L’interno del frigo

La temperatura interna è compresa tra 10° e 15° e Sagar è in grado di mantenere un’elevata umidità, che aumenta la durata della conservazione e la qualità degli alimenti. Ora non resta che diffondere questa nuova invenzione, il cui costo non supera i novanta euro.

Il frigo è fisso, non è possibile spostarlo. Djasrabaye sta cercando di perfezionare l’apparecchio per renderlo mobile e inoltre spera di trovare presto finanziatori per poterlo produrre su larga scala.

Africa Express
@africexp

Mozambico, giornalista imprigionato da novanta giorni senza capi d’accusa

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 10 aprile 2019

La sua unica colpa è stata quella di aver intervistato un gruppo di sfollati che fuggivano dopo un attacco jihadista. Si chiama Amade Abubacar ed è un giornalista mozambicano, in prigione da tre mesi, senza sapere di cosa è accusato.

Amnesty International, per voce di direttore per l’Africa australe, Deprose Muchena, con una nota protesta duramente per la repressione contro i giornalisti. “Le autorità del Mozambico stanno trattando Amade Abubacar come un criminale condannato. Stanno prolungando la sua detenzione preventiva senza portare alcuna accusa legale contro di lui in violazione del diritto nazionale e internazionale”.

Amade Abubacar, giornalista mozambicano imprigionato da novanta giorni senza accuse
Amade Abubacar, giornalista mozambicano imprigionato da novanta giorni senza accuse

Abubacar è reporter di Radio e Televisao Comunitaria Nacedje de Macomia, Cabo Delgado, nel Nord del Paese, e corrispondente del giornale indipendente Zitamar News. Durante gli oltre novanta giorni di detenzione – è stato arrestato lo scorso 5 gennaio – né la moglie né i figli sono riusciti a vedere il loro caro.

“Amade deve essere accusato di un reato riconoscibile o rilasciato immediatamente e autorizzato a fare il suo lavoro senza timore di rappresaglie” – scrive Amnesty -. “Le autorità del Mozambico devono sostenere la libertà dei media invece di criminalizzare i giornalisti”.

Il prossimo ottobre ci saranno le elezioni amministrative e il governo ha inasprito la censura contro la stampa indipendente. Lo ha fatto in modo subdolo con un decreto che ha aumentato in modo esorbitante le tabelle di licenza delle testate giornalistiche.

Il giro di vite contro la stampa indipendente e i giornalisti è ancora più duro a Cabo Delgado, nell’area dove attaccano cellule jihadiste chiamate “Al-Shabab”. La zona, dove operano le Forze di sicurezza mandate da Maputo, pare essere off-limits ai giornalisti. E il caso di Abubacar sembra un avvertimento a tutti i media.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter: @sand_pin

Libia: si combatte a Tripoli e l’ISIS attacca villaggio contollato da Haftar

Speciale per Il Fatto Quotidiano e per Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi
9 aprile 2019

Mentre le milizie fedeli al primo ministro Fayez Al Serraj sono schierate a difesa di Tripoli e fronteggiano i militari del sedicente Esercito Nazionale Libico del generale Khalifa Haftar, i terroristi dell’ISIS sono entrati in azione nella colonia italiana. Intorno a mezzanotte un commando armato a bordo di 14 veicoli ha fatto irruzione nella spiazza principale del villaggio di Al Jufra, 270 chilometri a sud est di Sirte, un tempo roccaforte degli islamisti e ora controllata dagli uomini di Haftar. Un soldato, un civile e il capo del consiglio comunale, prelevato dalla sua casa mentre stava dormendo, sono stati ammazzati in strada. Un quarto uomo è stato rapito. I terroristi sono scappati ma inseguiti da milizie locali e da unità di Haftar. Raggiunti hanno ingaggiato una battaglia campale. Secondo quanto riportato dai social network, 5 assalitori sono stati ammazzati.

Al Jufra è un centro abbastanza importante perché da lì passano i convogli che portano i rifornimenti per i soldati del generale, attestati nei sobborghi di Tripoli. Le sue truppe stanno subendo il logoramento dovuto proprio alla scarsità di approvvigionamenti. Ieri alcuni camioncini degli attaccanti, dotati di mitragliatrici pesanti posizionate sul pianale di carico, sono stati catturati dai miliziani di Serraj: erano state abbandonati con le porte aperte perché rimasti senza carburante.

Ieri a Tripoli sono stati registrati scontri di scarsa entità in diversi quartieri, altri attacchi aerei contro i due aeroporti semidistrutti e non più in uso, e contro il rione meridionale di Suk Giummi (che vuol dire mercato del venerdì). Il numero il numero di morti è così salito a un centinaio.

Fāyez Muṣṭafā al-Sarrāj, a sinistra e Khalīfa Belqāsim Ḥaftar, a destra

L’aviazione di Misurata, per proteggere le linee degli uomini di Serraj, ha bombardato le posizioni di Haftar a Sukna, sempre a sud di Sirte. L’azione probabilmente è la conseguenza della pressione esercitata dal primo ministro sul governatore della Banca Centrale Libica perché sblocchi alcuni fondi destinati a pagare salari e pensioni rivendicati dai miliziani di Misurata. Finalmente è arrivato l’ok, ma non ancora i soldi. Da qui un intervento “limitato”.

Ieri sono stati intensificati gli sforzi diplomatici per bloccare la guerra. La conferenza di Ghadames, prevista dal 14 al 16 aprile e per la quale il rappresentante speciale dell’ONU, Ghassan Salamé, aveva lavorato per oltre un anno, è stata definitivamente rimandata a data da destinarsi.

Secondo voci non confermate il diplomatico libanese starebbe per lasciare il suo incarico per differenze di vedute sulla gestione della crisi libica con il segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com

Sudan, pugno di ferro contro le proteste 7 morti e decine di feriti

Africa ExPress
Khartoum, 9 aprile 2019

Per la terza giornata consecutiva la folla si è radunata davanti al quartier generale dell’esercito. Il Sudanese Professional Association – capofila dei movimenti di contestazione – reclama da mesi le dimissioni del presidente Omar al Bashir e ieri ha chiesto di aprire negoziati diretti con le forze armate per avviare le trattative per la formazione di un governo di transizione.

Dal canto suo il ministro dell’Interno, Bushara Juma, ha detto che durante le proteste di sabato e domenica sono state uccise sette persone e la polizia ha effettuato duemilacinquecento arresti. Sei hanno perso la vita a Khartoum, mentre una settima vittima si è registrata nel Darfur occidentale.

Tra i morti anche un soldato, che ha perso la vita quando i militari hanno cercato di proteggere i manifestanti dagli agenti del NISS (acronimo per National Intelligence and Security Services), mentre tentavano di disperdere la folla davanti al quartier generale nella notte tra domenica e lunedì.

Lo scontro tra soldati e agenti dimostra come si siano forti divergenze tra esercito e forze di sicurezza sul comportamento da tenere nei confronti della protesta. Al Bashir ha fatto cadere alcune teste di alti ufficiali negli ultimi giorni, sostituendoli con suoi fedelissimi.

Il generale Awad Ahmed Benawf, a capo del dicastero della Difesa, ha precisato: “Le forze armate comprendono le richieste della popolazione, ma d’altro canto non possiamo permettere che il Paese precipiti nel caos”.

L’Unione Europea ha chiesto che venga avviato quanto prima un processo pacifico per l’attuazione di riforme democratiche e ha invitato gli organi di sicurezza a evitare l’uso indiscriminato della forza nei confronti di manifestanti pacifici e la liberazione di tutti prigionieri politici.

Omar al-Bashir, presidente del Sudan

Sulla testa del vecchio presidente, al potere dal 30 giugno 1989 dopo un colpo di Stato, pende un mandato d’arresto internazionale per crimini commessi durante la guerra in Darfur, spiccato dalla Corte penale internazionale dell’Aja.Ma lui non ha nessuna intenzione di lasciare il potere e così risponde con la solita oppressione alle richieste della popolazione. Il Sudan ha un’antica tradizione democratica e al momento dell’indipendenza, nel 1956, ospitava il più grande  partito comunista di tutta l’Africa.

Le proteste sono scoppiate lo scorso dicembre, dopo l’annuncio del governo di voler triplicare il prezzo del pane. Ben presto le dimostrazioni si sono diffuse in tutto il Sudan fino a raggiungere anche Khartoum; ora la gente chiede non solo una vita dignitosa, ma anche l’uscita di scena dell’anziano dittatore.

Alcuni analisti ritengono che i quadri militari stiano già elaborando un piano per far uscire di scena in modo “elegante” al Bashir.

Africa ExPress
@africexp

Dal Nostro Archivio

Al Bashir dopo lo stato d’emergenza, ora in Sudan anche tribunali speciali

 

 

Miracoli del Kenya a Milano nella maratona numero 19

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
Milano, 8 aprile 2019

E grande giornata per l’Etiopia a Roma. Milano o Roma e l’Africa che trionfa (sarà felice Salvini?).

Come ha scritto l’Ansa è stato un Derby Roma-Milano. “Se la Capitale ha vinto la maratona dell’affluenza con 7080  runners italiani e 2920 stranieri provenienti da 88 Paesi (a Milano erano 7763),  la capitale lombarda ha segnato due record”.

In migliaia alla Maratona di Milano 2019

In realtà si può parlare di “miracoli”, di eventi straordinari lungo i e  non solo per il  15° successo di un keniano, fra gli uomini; o perché i primi quattro classificati vengono tutti da Nairobi; o perché, fra le donne, ha dominato una keniana per la seconda volta consecutiva.

Il fatto è che una “Milan  Marathon” (ma la denominazione completa è “Generali Milano Marathon 19”) così non si era mai vista né sotto la Madonnina né in tutto lo Stivale. E se Milano esulta perché la sua Maratona è stata inserita dopo 18 anni nel nuovissimo circuito internazionale dal titolo chilometrico e mozzafiato come la gara AbbotWorld Marathon Majors Wanda Age Group World Ranking, ancor di più gioisce il mondo atletico del Paese dal tricolore nero-rosso-verde con i due leoni.

Il vincitore, Titus Ekiru, 27 anni, ha percorso, anzi corso i 42 km e 195 metri in 2h 04’46”, il quarto tempo, fino a ieri, nelle liste mondiali del 2019. La prestazione precedente sul suolo italico era di 2h 07’13

Titus Eriku, vincitore della maratona di Milano 2019

E le donne non sono state da meno con Vivian Jerono Kiplagat, 28 anni che in 2h 22’25” ha segnato il miglior crono mai ottenuto in Italia e che abbassa il 2h22’52” ottenuto pochi minuti prima dall’etiope Alemu Megertu, 22 anni, a Roma, davanti a due sue conterranee.

Eh si perché, sempre sotto la pioggia, si è disputata ieri anche la 25a edizione  della Maratona di Roma. In campo maschile l’ha spuntata l’etiope Tebalo Zawude Heyi (2h8’37”) davanti a due suoi compatrioti, Testa Wokneth e Yihunilign Adane (2h9’53”).

Tiene però banco Milano, dove splendono le due stelle del Kenya.

E’ vero che gli organizzatori per rendere più fast la gara avevano eliminato anche i due cavalcavia (le uniche salite di una città piatta) che potevano rallentare il ritmo. Ma una competizione così, corsa sotto un cielo plumbeo e piovigginoso, effettivamente ha donato situazioni insolite: il primo dei non keniani , l’etiope Geza Senebeta Tadesse, si è dovuto accontentare del quinto posto; il secondo, Evans Chebet Chiplagat Barkowet, 31 anni, (che vanta un personale di 2 ore e 5’ E un primo posto a Istanbul e un terzo posto a Boston) è arrivato con 2’36” di ritardo e il terzo, Edwin Koech Kipnegetich, ormai 35enne, (vincitore e primatista nel 2017 ) con 3’e 38” di distacco..

L’altra felice sorpresa della giornata meneghina è che i due trionfatori sono gli stessi che arrivarono primi il 9 dicembre scorso a Honolulu. Un’accoppiata vincente in Italia e nel Pacifico. Incredibile.

Se torniamo alle donne, Vivian Kiplagat Jerono, in una specie di cavalcata solitaria, ha addirittura distanziato di 10’07” la seconda classificata, la connazionale Joan Kigen Jepchirchir e la terza, l’etiope Ayelu Hordofa Abeba è giunta quando la prima –scherziamo – aveva già fatto la doccia: 15 minuti e 25” dopo! Titus è uscito dal gruppo, composto da atleti tutti africani, al 30°km e si è involato solitario al traguardo , che ha tagliato quasi saltellando, e migliorando il tempo di  2h07’43” realizzato a Siviglia il 19 febbraio 2017. L’anno scorso, invece, a Città del Messico , il 27 agosto, era stato più lento, percorrendo la distanza olimpionica in 2h10’38”, ma intascando oltre un milione e 100 mila pesos, metà per il successo e metà per aver battuto il record della competizione (quasi 50 mila euro). Ieri a Milano si è dovuto “accontentare” di 12 mila euro, tra premio per il I posto e due bonus. (A Roma hanno pagato il doppio).

Ekiru si è ripetuto, sempre nel 2018, a Honolulu fermando i cronometri a 2 ore e 09 e guadagnando 25 mila dollari (uguale cifra per la connazionale  Vivian). Insomma questo giovanotto alto, smilzo, filiforme, non è proprio uno sconosciuto nella massacrante distanza dei 42 km se si considera che questa era la terza maratona in sette mesi. Altre sfide lo attendono: Boston il 15 aprile, Londra il 28.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com