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Propaganda in azione in Guinea Equatoriale, Obiang: “Abolirò la pena di morte”

Speciale per Africa ExPress
Andrea Spinelli Barrile
Roma, 17 aprile 2019

Il Presidente della Repubblica della Guinea Equatoriale, Teodoro Obiang Nguema Mbasogo, ha annunciato di voler presentare al Parlamento di Malabo una proposta di legge per abolire la pena di morte nel paese africano.

La promessa di Obiang, attualmente il leader africano più anziano e longevo al potere dal 1979, è stata fatta in occasione di una visita di stato a Praia, capitale di Capo Verde, durante una conferenza stampa congiunta con il suo omologo Jorge Carlos Fonseca  tenutasi lunedì 15 aprile 2019. Dal 2014 la Guinea Equatoriale è membro della Comunità dei paesi di lingua portoghese (CPLP), una presenza vincolata a una “road map” serratissima in materia di diritti umani. Ora la Guinea Equatoriale, dove le lingue ufficiali sono lo spagnolo e il fang, il francese è parlato da quasi tutti ma il portoghese proprio no, per restare nella CPLP e non essere ulteriormente isolata a livello internazionale qualcosa dovrà fare per forza.

Teodoro Obiang Nguema Mbasogo, presidente della Guinea equatoriale con il suo omologo di Capo Verde, Jorge Carlos Fonseca

Dell’abolizione della pena di morte Obiang ha parlato ieri non solo con il presidente capoverdiano ma anche con il primo ministro, Ulisses Correia e Silva.

“Il mio governo presenterà presto una proposta […] e sono sicuro che questa verrà approvata. Non possiamo agire in fretta – ha dichiarato Obiang alla stampa-. Dobbiamo agire come parte di un processo politico che soddisfi tutte le parti in causa”. Nella stessa dichiarazione Obiang ha spiegato che sarà il governo a presentare una proposta in Parlamento, dove il suo partito PDGE (Partido Democratico de Guinea Ecuatorial) ha la totalità dei seggi: non si capisce bene, quindi, di quali “parti in causa” parli, visto che l’opposizione è relegata in carcere o al silenzio. Obiang ha specificato che non intende abolire la pena di morte per effetto di obbedienza a una volontà calata dall’alto. Attualmente sono ben 36 gli oppositori al regime in carcere, nonostante abbiano ricevuto la grazia presidenziale a ottobre. Tra di loro anche il noto Joaquin Elo Ayeto detto Paysa, attivista e anima del partito di opposizione CPDS (Conferenza per la Democrazia Sociale), arrestato ingiustamente il 25 febbraio 2019 a Malabo. Sette funzionari della sicurezza nazionale l’hanno ammanettato per avere criticato l’autorità e incriminato per tentato omicidio del capo dello Stato.Per Ayeto è stato disposto il rilascio su cauzione ma il giudice non ha quantificato il prezzo da pagare per il rilascio.

Formalmente in Guinea Equatoriale non avvengono esecuzioni dal 2014 ma la realtà sostanziale è un altra: se è vero che la pena di morte è stata abolita nel Paese africano, mai come in questo caso è possibile parlare di “morte per pena”: “Ancora una volta Obiang fa un annuncio vuoto volto solo a placare la pressione della CPLP e della comunità internazionale”, ha dichiarato ad Africa ExPress Tutu Alicante, fondatore e direttore di EGJustice, che si occupa di monitorare la condizione dei diritti umani in Guinea Equatoriale. “Da quando il Paese si è unito alla CPLP, Obiang ha sempre dichiarato che non avrebbe mai firmato una legge per abolire la pena di morte. I pubblici ministeri hanno continuato a chiedere l’imposizione della pena di morte e i giudici hanno sempre sentenziato in questa direzione. Inoltre il regime continua a torturare assiduamente i prigionieri fino alla morte”.

Proprio sugli oppositori in carcere e sulle promesse vuote del regime di Obiang, Alicante mette a nudo il re: «”l processo in corso nella città di Bata, che vede coinvolte dozzine di persone, per lo più innocenti spettatori accusati di partecipare a un complotto, ci dovrebbe dire tutto su ciò che serve sapere sulle strategie di marketing del regime. È probabile che sarà loro imposta la pena di morte. Obiang, nella sua grandezza, commuterà le condanne a morte e quelle persone trascorreranno anni in prigione senza aver commesso alcun crimine. Molti di loro sono stati torturati, due sono morti in carcere. Molti altri moriranno in prigione negli anni a venire come conseguenza delle torture. Ma Obiang continuerà a godere della legittimazione della CPLP e questi innocenti resteranno a morire in prigione”.

Andres Esono Ondo

Quello che il Presidente Obiang può fare sin da subito è mostrare, con un atto concreto, la volontà presidenziale di abolire la pena di morte: basterebbe firmare la moratoria internazionale, promossa tra gli altri a livello internazionale dal Partito Radicale. Ma in realtà le grinfie di Obiang vanno oltre gli oppositori in carcere in Guinea Equatoriale: da una settimana è detenuto a N’Djamena Andres Esono Ondo, segretario generale del partito CPDS, detenuto senza accuse formali ma, secondo fonti di Africa ExPress, per effetto dell’amicizia tra Guinea e Ciad.

Prima di Ondo era toccato all’attivista per i diritti umani Alfredo Okenve, arrestato all’aeroporto di Malabo poco prima di imbarcarsi per un volo diretto in Spagna. Okenve si trovava a Malabo per ricevere il premio franco-tedesco per i diritti umani e lo stato di diritto, che avrebbero dovuto consegnargli gli ambasciatori di Francia e Germania in Guinea Equatoriale nel corso di una cerimonia al Centro Culturale Francofono. La cerimonia fu cancellata in seguito a una lettera di protesta inviata dal governo guineano alle rappresentanze diplomatiche europee in cui i guineani affermavano di non riconoscere “la validità” del premio. Il giorno dopo Okenve è stato arrestato e attualmente si trova agli arresti domiciliari a Bata. Nessuno dalle ambasciate di Francia e Germania, dai governi di Parigi e Berlino né dall’Unione Europea ha commentato né protestato.

Andrea Spinelli Barrile
aspinellibarrile@gmail.com
@spinellibarrile

Libia, il pizzino del rais che è un monito all’Italia: “Roma invia armi a Serraj”

Speciale per Africa ExPress e Il Fatto Quotidiano
Massimo A. Alberizzi
16 aprile 2019

L’avanzata delle truppe del generale Khalifa Haftar verso Tripoli è lenta ma sembra inarrestabile. Il governo riconosciuto dall’Onu di Fayez Al Serraj ha chiesto l’aiuto internazionale ma ha anche spiegato che finché le truppe degli aggressori non si ritireranno sulle posizioni che occupavano prima di quest’ultima offensiva, non intende accettare nessun cessate il fuoco. L’ONU ammonisce in continuazione i due antagonisti che una soluzione militare è improponibile e se si continua a combattere si rischia di prolungare lo stato di belligeranza all’infinito. La tregua che l’inviato speciale del Palazzo di Vetro, Ghassan Salamé, propone in continuazione è già stata rifiutata da Haftar.

Secondo le Nazioni Unite, i morti dall’inizio degli ultimi combattimenti sono 146, i feriti 614 e sono fuggiti dalle loro case 13.600 persone. L’ondata di profughi che tenterà nelle prossime ore di attraversare il Mediterraneo potrebbe arrivare anche a mezzo milione di anime.

Il generale Khalifa Haftar

Ma la guerra civile non si combatte solamente sul campo di battaglia. I social network sono pieni di notizie che è difficile controllare. Ma non sono solo i blogger ha immettere notizie false e tendenziose nel circuito informativo, anche i governi sono reticenti nel spiegare e giustificare le proprie posizioni.

Il portavoce del generale Haftar, Ahmed Al-Mismari, durante una conferenza stampa, ha dichiarato che i jet dell’aeronautica militare impiegati dalla milizia di Misurata, fedele a Serraj, sono manovrati da mercenari stranieri. Qualcuno ha rilanciato la notizia accusando piloti italiani e americani. Le parole di Al Mismari possono essere interpretate come un monito rivolto a Roma e a tutti i governi che sostengono Serraj perché cambino alleanza e si schierino con il generale e il parlamento di Tobruk che lo sostiene. La guerra psicologica fa meno vittime di quella combattuta ma non è meno tragica.

Verificata, invece, la notizia dell’attentato organizzato ieri mattina dall’ISIS in un quartiere nordorientale di Bengasi contro il colonnello Adel Marfuna, capo del controspionaggio di Haftar. L’ufficiale è scampato per miracolo perché l’autobomba imbottita di esplosivo e di bombole di gas è esplosa pochi secondi prima del passaggio del suo blindato, che non avrebbe resistito all’esplosione.

In migliaia in fuga da Tripoli

L’anno scorso, dopo che le truppe del generale avevano condotto varie operazioni per spazzare via i miliziani dell’ISIS e di Al Qaeda da Bengasi, Marfuna era stato incaricato di inseguire le cellule in fuga per annientarle. C’era riuscito, ma il repulisti gli ha provocato sentimenti di vendetta. Da qui l’attentato di ieri che conferma la presenza di terroristi anche nei territori controllati da Haftar.
Nel pomeriggio è circolata sull’ANSA la segnalazione che un gruppo di tredici diplomatici francesi era stato fermato alla frontiera tra Tunisia e Libia con le loro automobili cariche di armi. La notizia è stata confermata dall’Agenzia Nova. Lo stringer del Fatto Quotidiano ha potuto accertare che si trattava del personale dell’ambasciata che stava rientrando a Parigi via Tunisia. L’arsenale a bordo era la loro dotazione personale. Sulla notizia si era buttato a pesce, parlando di mercenari, il giornale online Arabi21, con sede a Londra e finanziato dal Qatar, fedele alleato del governo di Serraj. I francesi appoggiano Haftar.

Il coinvolgimento di potenze straniere nel conflitto è testimoniato da altre informazioni che purtroppo non è stato possibile verificare persino da chi è a Tripoli. Una nave piena di armi starebbe viaggiando tra Turchia e Tripoli e ha fatto scalo (chissà perché) a La Valletta. Il suo carico sarebbe destinato alle milizie fedeli a Fayez Al Serraj. La notizia è comparsa sul The Malta Independent che cita il portavoce di Haftar, generale Ahmed Al-Mismari, secondo cui la merce delle stive è destinata “a gruppi terroristi nella capitale”. Tutto da dimostrare.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmal.com
@malberizzi

 

Armi francesi utilizzate in Yemen, Parigi nega ma un’inchiesta conferma

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Africa Express
Sana’a, 16 aprile 2019

Il sito investigativo Disclose è venuto in possesso di una nota confidenziale della Difesa di Parigi dal quale si evince il massiccio utilizzo di armi francesi dalla coalizione guidata dall’Arabia Saudita nella guerra in Yemen.

Armi francesi nel conflitto nello Yemen

Il fascicolo era stato inviato al presidente della Repubblica francese Emanuel Macron il 3 otttobre scorso in occasione di un consiglio ristretto della difesa che si è tenuto all’Eliseo, in presenza dei ministri della Difesa, Florence Parly, del Primo ministro, Edouard Philippe e dei ministri Florence Parly (Difesa) e Jean-Yves Le Drian (Affari esteri). Tutti i presenti hanno potuto consultare il documento di quindici pagine redatto dall’intelligence militare francese, dal quale emergono in dettaglio la vendita di armi francesi ai sauditi e agli Emirati.

E per la prima volta i Yemens Paper rivelano che il 25 settembre 2018 armamenti francesi sono stati utilizzati dalla coalizione saudita in Yemen, contraddicendo così la posizione del governo di Parigi, che ha sempre affermato che le armi prodotte in Francia vengono solamente utilizzate per la difesa dall’Arabaia saudita e gli Emirati arabi. In un intervista del gennaio scorso Parly ha sottolineato nuovamente di non essere assolutamente a conoscenza che armi  francesi vengono impiegate direttamente nel conflitto. E ha aggiunto: “ I nostri equipaggiamenti sono stati venduti per proteggere i territori sauditi da attacchi balistici yemeniti”. E Le Drian ha ribadito. “Rispettiamo i nostri impegni sul commercio di armi”.

Il documento dell’intelligence francese smentisce categoricamente le affermazioni del governo: quarantotto cannoni Ceasar – prodotti dalla Nexter, società di proprietà dello Stato – sono posizionati al confine saudita-yemenita e sono in grado di sparare quarantadue proiettili al minuto in un raggio di quarantadue chilometri. Secondo Disclose tra marzo 2016 e dicembre 2018 sarebbero stati uccisi trentacinque civili i cinquantadue bombardamenti localizzati nel campo d’azione dei cannoni. I dati si basano su informazioni forniti dall ONG Acled (Armed Conflict Location and Event Data Project), che censisce i civili uccisi da colpi di artiglieria.

Guerra in Yemen

I carri armati Leclerc, dotati di munizioni francesi, sono stati avvistati in Yemen e utilizzati in posizione difensiva in diversi luoghi, tra loro anche Aden, nel sud del Paese. Nel novembre 2018 i Leclerc hanno partecipato alla battaglia di Al-Ḥudayda dove avrebbero perso la vita cinquantacinque civili.

Sempre secondo Yemens Paper, i dispositivi di avvistamento, fabbricati dal gruppo Thales – società francese d’elettronica specializzata nell’aerospaziale, nella difesa, nella sicurezza e nel trasporto terrestre – forniscono le forze armate saudite e i mirage 2000-9 potrebbero essere utilizzate nel conflitto in Yemen. Mentre una fregata di fabbricazione francese partecipa al blocco navale, altrettanto una corvetta lanciamissili, che appoggia anche le operazioni terrestri che si svolgono su suolo yemenita.

In base a documenti in possesso a Disclose, la Francia avrebbe firmato nuovi contratti con il regno wahabita lo scorso dicembre che prevedono forniture di automezzi blindati e cannoni tra il 2019 e 2024.

Grazie al supporto logistico degli Stati Uniti, la coalizione ha messo a segno oltre diciottomila raid nelle aree controllate dagli houti, uccidendo e ferendo migliaia e migliaia di persone e lasciando dieci milioni di cittadini allo stremo. Secondo la ONG Save the Children, quattordici milioni di persone sarebbero sull’orlo della carestia, tra loro 1,5 milioni di bambini. E, sempre secondo le stime della stessa ONG, ottantacinquemila bimbi sarebbero già morti di fame dall’inizio del conflitto.

Anche l’Italia ha le sue responsabilità in questo conflitto con l’esportazione di bombe prodotte in Sardegna dalla RWM Italia, azienda del gruppo tedesco Rheinmetall, con sede a Ghedi (BS) e stabilimento a Domusnovas in Sardegna, verso il regno wahabita. La legge 185/1990 vieta di fatto l’esportazioni di armamenti verso Paesi in stato di conflitto armato e l’Arabia saudita lo è, visto il suo “impegno” nello Yemen.

Bombe-MK841 prodotte a Domusnovas, Sardegna, dalla RWM

In un recente articolo di Giorgio Beretta, ricercatore dell’Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere (OPAL) di Brescia, pubblicato su “Unimondo” ha precisato che anche nel 2018, secondo i dati del commercio estero dell’ISTAT, si evince che nel 2018 sono partiti “munizionamenti” dal porto di Cagliari alla volta di Riyad. Certamente si tratta di forniture comprese nelle licenze rilasciate dal governo Renzi, in quanto le consegne vengono fatte in più anni. E sempre secondo Beretta,ora bisogna attendere la relazione della Presidenza del Consiglio se sono state rilasciate nuove licenze per l’esportazione di questi ordigni dal governo Conte.

Africa ExPress
@africexp

Mozambico: Sara, la bambina nata su un albero a causa del ciclone Idai

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 16 aprile 2019

Sara ha due settimane ed è una bambina sana e forte. Ma ha rischiato di non vedere mai la luce. È un miracolo che sia viva perché quando sono arrivate le immense alluvioni causate dal ciclone Idai in Mozambico, Amelia era in avanzato stato di gravidanza. Si era rifugiata su un albero di mango e lì è nata la piccola.

“Ero a casa con mio figlio di due anni e l’acqua improvvisamente, ha cominciato a invadere la casa. Non ho avuto altra scelta che salire sull’albero di mango accanto – ha raccontato Amelia all’Unicef -. Sono cominciate le doglie e non c’era nessuno che potesse aiutarmi. Lì è nata mia figlia e sono rimasta su quell’albero per due giorni. Fino all’arrivo dei vicini che mi hanno aiutato a scendere e mi hanno portato in un luogo sicuro”.

Sara, la bambina nata su un albero di mango in Mozambico (Courtesy Unicef)
Sara, la bambina nata su un albero di mango in Mozambico (Courtesy Unicef)

È successo a Dombe, nella provincia di Manica, 200km in linea d’aria a ovest di Beira, distrutta dal ciclone Idai lo scorso 14 marzo. Dombe si trova a pochi chilometri dal letto del fiume Buzi, esondato a causa delle piogge torrenziali durante e dopo il passaggio del ciclone.

Nel solo distretto di Dombe, circa tremila persone sono rimaste giorni sugli alberi o sui tetti delle case di fango in attesa dei soccorsi. Potevano essere salvate solamente con gli elicotteri o con le barche.

Ora Amelia e Sara, che poppa voracemente il latte della mamma, si trovano nel centro di accoglienza di Nhamhemba, nella sede amministrativa di Dombe.

Nel frattempo continuano gli sforzi per salvare e portare assistenza alle persone ancora isolate nelle aree più colpite del Mozambico. Dombe, che si trova in mezzo a diversi corsi d’acqua e dove i raccolti sono andati completamente distrutti, è una di queste.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
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Nigeria, cinque anni fa rapite 276 studentesse: 112 non sono mai state ritrovate

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 15 aprile 2019

Durante la notte tra il 14 e il 15 aprile 2014 i terroristi islamici Boko Haram rapiscono a Cibok, città nel Borno state, nel nord-est della Nigeria, 276 studentesse. Le giovanissime si trovavano in un collegio per sostenere gli esami di fine anno.

Alcune ragazze riescono a scappare quasi subito. Altre sono liberate in seguito. Sta di fatto che di molte di loro non si sa più nulla. Forse alcune sono morte, costrette dai loro aguzzini a farsi saltare per aria, mietendo morte e distruzione nella propria terra contro la loro volontà, dopo aver subito un lungo lavaggio del cervello.

Dopo ben cinque anni mancano all’appello ancora centododici ragazze. Pochi si ricordano di questa immensa tragedia, ma cinque anni fa, il mondo intero si era indignato per un attimo e già poche ore dopo era partita una delle più grandi campagne mai lanciate sui social network con l’hashtag #BringBackOurGirls.

Un gruppo delle studentesse rapite a Chibok nel 2014

Le mamme delle ragazze mai tornate a casa rivivono ogni giorno la tragedia. Alcune di loro tengono sempre in mano una piccola foto della loro bimba, istantanea ormai sbiadita dal tempo, quasi volesse cancellare il loro ricordo. Ma nel cuore di queste madri non si è mai affievolita la speranza di poter riabbracciare le loro figlie.

In questi cinque anni i politici nigeriani hanno fatto tante promesse ai genitori e alla popolazione che quotidianamente deve confrontarsi con la paura degli attacchi dei jihadisti.

Muhammadu Buhari, presidente della Ngeria

Muhammadu Buhari, durante la sua prima campagna elettorale aveva fatto della lotta contro i Boko Haram il suo cavallo di battaglia. Appena eletto, nella primavera del 2015, aveva esclamato: “Entro la fine dell’anno avremo sconfitto i terroristi”. Non è andata così. Ora è stato appena rieletto per un secondo mandato e la Camera dei rappresentanti gli ha chiesto di dare risposte concrete a riguardo dell’insicurezza galoppante che ha travolto molte aree del Paese. Islamisti e non solo; anche scontri etnici e criminali comuni, la cui attività principale è basata sui rapimenti e sui proventi della corruzione, che ha investito tutti livelli della società nigeriana. Sono questi i maggiori flagelli del gigante dell’Africa.

Boko Haram

Secondo l’UNICEF, dall’inizio del conflitto sono state chiuse oltre millequattrocento scuole nel nord-est del Paese e più di duemiladuecento insegnanti sono stati uccisi. Almeno 2,8 milioni bambini non hanno accesso all’istruzione di base. Molti tra loro non vanno a scuola da anni o, addirittura, non ci sono mai andati. Sono dovuti fuggire dalle loro case e, così traumatizzati, ora si trovano in campi per sfollati o profughi nei Paesi limitrofi. Al 31 dicembre 2018 erano scappate da casa ma restate in Nigeria oltre due milioni di persone, mentre oltre duecento mila e trecento si sono rifugiati all’estero. Dal 2009, inizio dell’insurrezione dei terroristi, ventisettemila persone hanno perso la vita.

Numeri che certamente ora sono aumentati, visto che proprio pochi giorni fa l’esercito ha evacuato oltre duemila persone da Dumaturu, nello Yobe State, città già duramente provata da vari attentati. Il 1°dicembre 2014 una fazione dei terroristi, guidata da Abubakar Shekau aveva ucciso centocinquanta persone e nel giugno dello stesso anno altri ventuno abitanti avevano perso la vita per un’auto bomba.

Il trasferimento dei civili in un campo per sfollati vicino a Maiduguri, capoluogo dello Yobe State, secondo fonti della sicurezza nigeriana, si è reso necessario per effettuare operazioni militari nell’area.

Scontri etnici

Nel centro-nord della ex colonia britannica gli scontri etnici e gli incessanti attacchi dei pastori semi-nomadi fulani contro gli agricoltori seminano paura e morte. I residenti, contadini stanziali, sono per lo più cristiani, mentre i fulani sono musulmani.

Molti analisti e numerose organizzazioni umanitarie sono convinti che il conflitto tra pastori nomadi e contadini sia stato sempre sottovalutato dal governo centrale, eppure, come si evince da un rapporto di SB Morgan Intelligence Consulting, negli ultimi vent’anni durante gli scontri sono morte tra cinque a diecimila persone. Secondo la relazione della SB le milizie dei fulani sono da ritenersi più pericolose dei terroristi Boko Haram. E anche il database di Armed Conflict Location & Event Data Project (ACLED) conferma che l’undici percento delle morti di civili in Africa sono causati da conflitti con pastori.

Terroristi jihadisti Boko Haram

Criminalità

In molte parti della Nigeria i rapimenti di cittadini stranieri e benestanti locali sono assai frequenti. Generalmente vengono rilasciati dopo breve tempo dietro il pagamento di un lauto riscatto. Basti pensare a Sergio Favalli, sequestrato mentre percorreva la strada da Abuja verso Kaduna, dove nel recente passato molti altri occidentali sono caduti nelle mani dei criminali,  liberato pochi giorni fa.

L’ex colonia britannica è considerata un Paese ad alto rischio, dove i sequestri si stanno moltiplicando in modo preoccupante. La mancanza di lavoro, la povertà, la galoppante corruzione, che impedisce una concreta pianificazione per lo sviluppo e la crescita economica delle comunità, sono alla base della criminalità diffusa.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
#BringBackOurGirls

Più di cento studentesse rapite dai terroristi di Boko Haram in Nigeria

Il Sudan e il finanziamento italiano al regime morente

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Speciale per Il Fatto Quotidiano e per Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi
14 aprile 2019

Il 7 marzo scorso il Sudan era in pieno caos. Da poco meno di 4 mesi le piazze di Khartoum erano colme di dimostranti che chiedevano le dimissioni del presidente dittatore Omar Al Bashir, al potere da quasi trent’anni anni, grazie a un colpo di Stato. Eppure quel giorno il nostro ministero dell’ambiente rende operativo un accordo firmato nel novembre 2016 (alla fine del governo Renzi) con il governo sudanese e si impegna a versargli, attraverso la FAO, un milione e 611 mila 877 euro per due progetti agricoli.

Il finanziamento riguarda iniziative e aiuti per implementare la protezione e la cura del bestiame e all’adozione di misure che tendano a mitigare i cambiamenti climatici. Un progetto abbastanza complicato da attuare in un Paese corrotto fino al midollo dove i posti di potere quelli da cui si può sifonare con una certa facilità denaro, anche quello degli aiuti, fino a ieri erano in mano al clan del presidente Al Bashir, ricercato dalla Corte Penale Internazionale dell’Aja per una serie di nefandezze compiute durante la guerra in Darfur: genocidio, crimini di guerra e contro l’umanità, e stupro.

Manifestazioni di giubilo a Khartum alla notizia che Al Bashir è stato defenestrato

Non è un mistero che il regime del generale/presidente/dittatore a cavallo tra gli anni ’80 e ’90 abbia dato ospitalità a Osama Bin Laden, che ha abitato a Khartoum fino al 1996, e in quel periodo ha tessuto la sua tela terroristica sfociata con i bombardamenti delle ambasciate americane a Nairobi e Dar Es Salaam, il 7 agosto 1998. I morti furono oltre 200.

E allora perché tanta solerzia nel finanziare con oltre un milione e mezzo di euro un governo con questi precedenti?

Oltretutto il comunicato con cui si annuncia questo aiuto richiama all’attenzione “la decennale e fruttuosa cooperazione tra la FAO e il governo del Sudan”. Ma la partnership non è stata del tutto produttiva. Alla fine degli anni ’80 inizio anni ’90 quando infuriava la guerra con il sud del Paese, l’Italia era costretta a pagare la tassa di importazione sul cibo che inviava alle popolazioni colpite dalla carestia. In quegli anni il Fai, il Fondo Aiuti Italiani guidato da Francesco Forte, aveva regalato camion e macchine movimento terra che erano state riconvertite ad uso militare. Non era difficile incontrarli per le strade di Khartoum con la loro livrea bianca e la scritta “Fai dono del governo italiano”, carichi di soldati. Per non parlare di alcuni silos per cereali, rosicchiati dalla sabbia del deserto e dal sole a Nyala, capitale del sud Darfur.

Lo scorso 7 marzo parecchi analisti avevano pronosticato la caduta del regime. Al Bashir sette giorni prima aveva tentato di rafforzarsi con rimpasti di governo e serrando i ranghi. In quell’occasione aveva nominato capo del suo partito, il National Congress, Ahmad Harun, altro ricercato dalla Corte Penale per le atrocità in Darfur, e governatore del Nord Khordafan, dove l’accordo attuale prevede il finanziamento di pompe solari. Il sospetto è quel denaro non fosse destinato a fini umanitari ma piuttosto a finanziare i janjaweed i criminali paramilitari filogovernativi “diavoli a cavallo” che hanno terrorizzato e sterminato le popolazioni in Darfur. Un aspetto ignorato dal governo italiano.

Ora i janjaweed sono stati assoldati direttamente dal governo di Bashir e, con finanziamenti anche europei, impiegati nel controllo della frontiere settentrionali del Sudan dove danno la caccia ai migrati.

A Khartoum intanto i dimostranti continuano a occupare le strade attorno al quartier generale dell’esercito e hanno raggiunto altri due traguardi: le dimissioni dei primi due leader militari che si erano insediati dopo il colpo di Stato (troppo legati al vecchio regime) e la cancellazione del coprifuoco, che peraltro nei giorni scorsi era stato violato.

La situazione è caotica: una parte dei militari è decisa a cambiare tutto e preme perché sia nominato subito un governo civile, l’altra non vuole a nessun costo lasciare il potere.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

Kenya, una donna muore di aborto e svela lo scandalo delle 7900 cliniche illegali

Speciale per Africa ExPress
Franco Nofori
Torino, 14 aprile 2019

Il dato, per quanto sbalorditivo, è assolutamente ufficiale poiché desunto da un comunicato della Commissione per la Sanità Pubblica del distretto di Nairobi: delle 9043 cliniche ospedaliere, esistenti nel territorio della Contea, solo 1079 possiedono la licenza e i necessari requisiti previsti dalla legge per operare. Ciò significa che ben 7964 cliniche agiscono illegalmente, senza poter garantire un’adeguata assistenza medica ai propri pazienti e mettendo quindi a rischio la loro vita.

Un dipensario medico in Kenya

Si tratta di strutture sanitarie che operano da anni, sotto gli occhi di tutti e in totale spregio alle normative sanitarie previste dalla legge. Come possono essere sfuggite finora al controllo delle competenti autorità distrettuali? La domanda è ovviamente retorica giacché ogni attività illecita che si svolge indisturbata in Kenya, può farlo grazie all’endemica corruzione che è più forte delle leggi e dello Stato che le ha promulgate. Qui, però, non si tratta solo di fare indebita incetta di denaro; si tratta di mettere a serio rischio la salute dei cittadini.

Il Kenyatta Hospital di Nairobi, unica struttura sanitaria pubblica a disposizione dei cittadini

La pubblica assistenza sanitaria, nel Paese, è in uno stato di completo sfacelo. Riferendosi alla sola capitale, si rileva che una mega-metropoli, che conta quasi dieci milioni di abitanti, è servita da un’unica struttura pubblica: il Kenyatta General Hospital, coadiuvata da un certo numero di dispensari, in prevalenza condotti da personale paramedico, che fornisce meri servizi d’emergenza, somministrando aspirine, perché ogni altro farmaco o esami che si rivelassero necessari, restano a esclusivo carico dei pazienti. Era quindi fatale che, per sopperire a tali lacune, sorgessero ogni dove strutture sanitarie private, molte delle quali, prive dei necessari requisiti professionali per operare.

La giovane attivista per i diritti umani Caroline Mwatha, morta per un tentativo di aborto al quinto mese

Lo scandalo delle cliniche illegali è esploso in questi giorni a seguito della morte di Caroline Mwatha, un’attivista per i diritti umani, deceduta nel febbraio scorso, presso la clinica New Njiru Community Centre nel quartiere di Dandora, dove – a seguito di una gravidanza indesiderata – era stata ricoverata per un aborto volontario. La clinica in questione è una di quelle sotto accusa per aver condotto attività sanitarie illegali. Stando agli accertamenti svolti dalla polizia, la giovane attivista sarebbe deceduta a causa dell’emorragia conseguente all’intervento abortivo che, contro ogni responsabile criterio medico, era stato eseguito quando la donna era già al quinto mese di gravidanza.

Il fatiscente “New Njiru Community Centre”, una delle 7964 cliniche illegali di Nairobi dove è morta la giovane attivista Caroline Mwatha

Indiziati di aver eseguito l’intervento, contro il pagamento di circa cinquanta euro, sono la levatrice Betty Akinyi Nyanya e il sedicente medico, Michael Onchiri. Il denaro necessario all’aborto sarebbe stato inviato a Caroline dal suo boy-friend, Alexander Gitau Gikonyo di Isiolo, il quale, in accordo con la vittima, non gradiva potare a compimento la gravidanza in atto. Dopo il decesso, il corpo di Caroline è stato portato in tutta fretta e in forma anonima all’obitorio di Nairobi, con il nome fittizio di Carol Mbeki, ma le investigazioni svolte hanno portato poi alla reale ricostruzione dei fatti.

L’Aga Khan Hospital, una delle più accreditate strutture sanitarie private di Nairobi

L’avidità, come avvenuto in questo caso, è quasi sempre alla base di scelte illecite e pericolose. Sembra tuttavia assurdo che per la misera somma di cinquanta euro, si rischi di mettere a repentaglio una vita umana. Eppure, causa la dilagante povertà della maggior parte del popolo keniano, la scelta della struttura medica cui rivolgersi, è più spesso determinata dal prezzo, più che dalla qualità. Qualità che peraltro esiste anche tra gli ospedali privati, come l’Aga Khan Hospital e il Nairobi Hospital, ma a costi, bassi se paragonati a quelli europei, tuttavia accessibili a pochi in Kenya.

Di fronte a queste situazioni è oggettivamente difficile non domandarsi se il grande indebitamento del Kenya, per la realizzazione di avveniristiche infrastrutture, non poteva anche tener conto della salute dei propri cittadini e destinare, almeno una parte di questi investimenti, alla creazione di un adeguato sistema sanitario pubblico, che resta invece delegato alle lucrose iniziative private.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

 

Il Mali sta precipitando nell’inferno: violenza generalizzata e non solo islamista

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 13 aprile 2019

I cambiamenti climatici, la forte e costante crescita demografica, la povertà estrema sono terreno fertile per le violenze nel Sahel. Dal Mali, al Burkina Faso fino al Niger, la fame e l’insicurezza camminano a braccetto. La scarsità di risorse possono essere fonte di violenti scontri.

Anche se lo scorso anno i raccolti sono stati discreti e i prezzi sui mercati locali si sono leggermente abbassati, permettendo così anche ai meno abbienti di procurarsi il minimo indispensabile, i partecipanti alla Rete per la prevenzioni delle crisi alimentari (RPCA), che si sono riuniti all’inizio del mese, hanno manifestato grande preoccupazione. Si tratta degli Stati dell’Africa dell’ovest, le istituzioni regionali, le associazioni di produttori e le organizzazioni dell’Onu incaricate di lottare contro la fame e la malnutrizione.

Mali, cambiamenti climatici

L’assassinio di oltre centosessanta persone di etnia fulani, tra loro anche donne e bambini, nella regione di Mopti, nel centro del Mali, ha scosso tutti. Il 23 marzo si è consumato un vero e proprio massacro che viene attribuito ai gruppi di autodifesa dogon. Scontri tra comunità sono sempre più frequenti. Sékou Sangaré, commissario dell’agricoltura della Comunità Economica dell’Africa occidentale (CEDEAO) ha sottolineato che bisogna dare risposte concrete a agricoltori e allevatori per evitare tali scontri.

Siccità in Mali

Insicurezza e fame si sovrappongono nel Mali, in tutto il Sahel, dove non piove più da gennaio. Acqua e foraggio scarseggiano. Oltre alla presenza di terroristi jihadisti, ora anche piccoli gruppi armati impediscono l’accesso ai pochi pascoli ancora disponibili e il lavoro nei campi. Le tacite regole di convivenza pacifica nel mondo agropastorale, che, in un certo qual modo in passato rappresentavano una risposta ai conflitti, sono state spazzate via.

E gli esperti che hanno partecipato al simposio sanno ben che dietro questa crisi si nascondono radici profonde, che si nutrono dei cambiamenti climatici, del forte impatto demografico e della conseguente diminuzione di risorse naturali a disposizione.

Anche secondo Gilles Chevalier, esperto dell’ONU sulla resilienza in Africa occidentale, la radicalizzazione non è altro che la conseguenza di fattori che interagiscono tra loro, la cui origine sono le privazioni subite dalla popolazione in zone dove lo Stato è poco presente o totalmente assente.

Per capire cosa sia realmente successo nella zona di Mopti lo scorso 23 marzo, l’ONU ha inviato un team di dieci esperti in diritti umani, un agente per la protezione dei minori; dell’équipe fanno parte anche due investigatori di MINUSMA (Missione dell’ONU in Mali). Ancor prima di terminare le indagini gli esperti hanno raccomandato alle autorità di Bamako di combattere l’impunità, ancora largamente diffusa.

Anche la Corte Penale Internazionale dell’Aja invierà una delegazione in Mali, perché, secondo Fatou Bensouda, procuratore capo del tribunale dell’ONU, questi crimini potrebbero essere di competenza di CPI.

La popolazione ha risposto contro la carneficina con una massiccia manifestazione a Bamako una settimana fa. La marcia di protesta contro il governo è stata fortemente voluta da influenti leader religiosi come Mahmoud Dicko e Bouyé Haïdara. I dimostranti urlavano slogan come “Quando è troppo é troppo” e “Barkhane e MINUSMA, andate via da casa nostra”. Il portavoce dell’imam Dicko non ha risparmiato nemmeno il governo e ha sottolineato: “Ibrahim Boubacar Keïta non è in grado di governare, non sa risolvere i problemi sociali e quelli inerenti alla sicurezza”.

Manifestazione a Bamako

Solo pochi giorni prima il Consiglio di sicurezza dell’ONU ha fatto sapere che si sarebbe espresso nei prossimi giorni sul futuro di MINUSMA, presente nel Paese dal 2013. Il Consiglio ha chiesto al segretario generale Antonio Guterres di presentare un’opzione per adattare il mandato, in scadenza nei prossimi mesi, in modo significativo, per poter sostenere in modo più efficacie l’applicazione del trattato di pace firmato nel 2015.

Il Gruppo di sostegno dell’islam e dei musulmani ha rivendicato domenica scorsa l’attentato durante il quale è stato ucciso un medico militare francese, Marc Laycuras. Il 2 aprile il medico è stato ucciso durante un’esplosione dopo che la sua autovettura blindata è passata sopra una mina nella regione di Gourma, al confine con il Burkina Faso. La formazione terrorista, molto attiva nell’Africa occidentale e nel Sahel ha trasmesso la rivendicazione dell’attacco tramite un messaggio indirizzato a Wassim Nasr, giornalista di France 24.

Barkhane, il contingente francese presente in tutto il Sahel con attualmente quattromilacinquecento militari, dispiegati in cinque Paesi  (Ciad, Mauritania, Niger, Mali e Burkina Faso), ha inviato all’inizio del mese settecento uomini nella regione di Gourma, nella parte centrale del Mali. Per una decina di giorni i soldati francesi, insieme ai colleghi maliani sono stati impegnati nell’operazione Tiésaba-Bourgou nelle foreste di Foulsaré (al confine con il Burkina Faso) e Serma. Queste due aree ospitano basi dei jihadisti e secondo lo Stato maggiore di Parigi almeno trenta membri di gruppi armati terroristi sarebbero stati messo fuori combattimento.

Caschi blu della Missione ONU MINUSMA

Con l’esplosione di nuove violenze e l’intensificarsi di operazioni militari nel centro e nel nord della ex colonia francese, dall’inizio dell’anno oltre ottantasettemila civili hanno dovuto lasciare le loro case. Gli operatori umanitari sono in difficoltà per far fronte alla crisi umanitaria nel Paese. Gli sfollati sono ben settantunmila in più rispetto allo scorso anno.

La recrudescenza delle violenze è legata sopratutto alla propagazione di gruppi armati di autodifesa, di gruppi radicali e un forte aumento della criminalità, in particolare nelle zone di frontiera dei Paesi del G5 Sahel (Mauritania, Ciad, Niger, Mali, Burkina Faso). Ma anche le operazioni militari inducono i civili a fuggire in quanto anch’esse rendono difficile l’accesso ai beni di prima necessità e ai servizi sanitari.

Sfollati in Mali

Il Consiglio norvegese per i rifugiati ha fatto sapere che dall’inizio dell’anno sono state uccise quattrocento persone, tutte civili. Un tributo troppo alto, che aumenta di anno in anno. Gli sforzi della comunità internazionale nel Sahel si sono sopratutto concentrati nello sviluppo di strategie volte alla sicurezza, senza tener particolarmente conto dei bisogni, delle necessità umanitarie, generate proprio con l’intensificarsi delle violenze e dei conflitti.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Dal Nostro Archivio

Cinque gruppi jihadisti attivi nel Sahel si sono riuniti sotto la guida di un capo tuareg

 

Il Mali sconvolto da attacchi dei terroristi e scontri tribali: morti e feriti dappertutto

Sudan: si dimette il leader dei militari golpisti, la piazza esulta ma futuro incerto

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Speciale per Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi
13 aprile 2019

Non è facile la strada verso la democraziain Sudan. Ieri sera  il generale Ahmed Awad Ibn Auf, che aveva preso le redini del potere subito dopo il colpo di Stato di giovedì scorso, ha lasciato l’incarico – durato poco più di 24 ore – di leader del consiglio militare transitorio. Il suo posto è stato preso da un altro generale, Abdel Fattah Abdelrahman Burhan, un nome che non è certo molto conosciuto tra i sudanesi. Lo stringer di Africa ExPress a Khartoum lo definisce “un militare professionista senza affiliazioni politiche”.  Sembra comunque che sia assai lontano dalle ideologie islamiste. Si è dimesso anche il vice di Ahmed Awad, il generale Kamal Abdal Maroof.

Manifestanti in Sudan

Ufficialmente le dimissioni dei due ufficiali sono state presentate “per preservare l’unità delle Forse armate”, ma da notizie trapelate a Khartoum si comprende che sono dovute a profonde divergenze, all’interno dell’esercito, sul comportamento da tenere di fronte alle proteste di massa che, iniziate il 18 dicembre, hanno portato ieri mattina alla defenestrazione del settantacinquenne dittatore al potere da 30 anni, Omar Al Bashir.

La notizia delle dimissioni dei leader del colpo di Stato sono state accolte con giubilo dai dimostranti, il cui numero è stato valutato attorno al mezzo milione,  ancora schierati di fronte all’ingresso del quartier generale delle Forze armate. Ieri dopo l’annuncio della rimozione di Bashir la protesta non si era calmata e, nonostante la gioia, i canti e i balli, lo slogan che era circolato in piazze era: “Non vogliamo passare da un ladro a un altro”. Forse perché sia il leader del Consiglio di transizione che il suo vice provenivano dalla stretta cerchia di ufficiali amici e sodali del presidente appena allontanato.

L’ultima dichiarazione Ahmed Awad Ibn Auf, qualche ora prima di dimettersi, era comunque stata chiara rispetto alla sorte di Omar Al Bashir: “L’ex presidente è stato arrestato ma non abbiamo nessuna intenzione di estradarlo, come chiede la Corte Penale Internazionale”. Contro Bashir è stato spiccato nel 2009 un mandato di cattura per crimini contro l’umanità, crimini di guerra, stupro e genocidio.

Ora si aspetta di capire quale sarà l’atteggiamento dei nuovi leader,mentre la protesta sta continuando sfidando il coprifuoco indetto dalla giunta miitare e che va dalle 10 di sera alle 4 del mattino.

Massimo A. Alberizzi
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@malberizzi

Crimini contro l’umanità in Darfur, mandato di arresto per Al Bashir

Cambio di regime, Khartoum nel caos i dimostranti non lasciano la piazza

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Speciale per Africa ExPress e il Fatto Quotidiano
Massimo Alberizzi
Milano, 12 aprile 2019

Il Sudan è nel caos. Ieri mattina i militari hanno destituito il presidente Omar Al Bashir, arrestato e trasportato in un “posto sicuro” che non è stato rivelato, e il ministro della Difesa, Ahmed Awad Ibn Auf, ha annunciato in televisione la formazione di un consiglio militare transitorio.

La lunga giornata di Khartoum comincia all’alba. Il quartier generale dell’esercito, che al suo interno ospita anche la residenza del presidente della repubblica, dove da 5 giorni i manifestanti protestano e chiedono le dimissioni di Omar Al Bashir, viene circondato dai mezzi blindati. I soldati annunciano la caduta del regime e rimandano ulteriori spiegazioni a più tardi. I dimostranti rispondono con scene di giubilo. Poi però passa il tempo e tutto resta nell’incertezza.

Ahmed Awad Ibn Auf

Solo alle 14 Ahmed Awad va in televisione e, interrompendo la lunga catena di monotone marcette militari, annuncia una lunga dichiarazione: dopo trent’anni di dittatura, cambio di regime, periodo di transizione di due anni, al termine dei quali verrà promulgata una nuova Costituzione e saranno indette elezioni generali, scarcerazione immediata di tutti i prigionieri politici, chiusura dello spazio aereo per almeno 24 ore, stato di emergenza per tre mesi. La dichiarazione si conclude con un ringraziamento ai dimostranti e alle loro pacifiche manifestazioni per cacciare il despota.

Le proteste non si placano in Sudan

Ma il generale Ahmed Awad Ibn Auf è una vecchia conoscenza della piazza. Oltre che essere stato nominato da Bashir ministro della Difesa nel 2015, nel febbraio scorso gli era stata affidata la carica di primo vicepresidente. In precedenza era stato capo di Stato maggiore e – cosa assai più grave agli occhi della gente – capo dell’intelligence. Nel 2007 gli Stati Uniti l’avevano accusato di essere l’anello di congiunzione tra il governo e le milizie paramilitari janjaweed, i cosiddetti diavoli a cavallo che, durante la guerra in Darfur, terrorizzavano i civili bruciando i villaggi. Era così stato inserito tra i sudanesi colpiti dalle sanzioni.

A sentire che il capo del putsch è un uomo così legato al regime, l’umore dei dimostranti cambia e le associazioni professionali organizzatrici della protesta, decidono di non mollare: “Restiamo in strada e continuiamo il sit-in. Siamo scesi in piazza in oltre due milioni, abbiamo protestato per quattro mesi e ora stiamo scivolando da un regime militare a un altro. Dobbiamo continuare a reagire, finché non saranno accettate le nostre proposte: governo civile di transizione e nuove elezioni”.

Omama Al Turabi è la figlia di Hassan Al Turabi storico oppositore di Omar Al Bashir, finito in carcere diverse volte e morto tre anni fa. Raggiunta al telefono a Khartoum non ha dubbi: “Occorre aspettare almeno le prossime 24/48 ore. Saranno cruciali per dare un giudizio su questo strano colpo di Stato e capire se le intenzioni dei promotori sono genuine. La risposta però a prima vista non mi sembra adeguata”. Il Sudan è un Paese musulmano. Ciononostante la presenza femminile durante le dimostrazioni è stata notevole. “Siamo scese in piazza a decine e non solo quelle che hanno arringato la folla –  spiega Omama -. Lo Stato di emergenza, promulgato da Bashir, ha avuto un effetto boomerang: scuole e università sono state chiuse e così studenti e studentesse sono scesi in piazza gonfiando il numero dei manifestanti”.

Anche l’Unione Africana ha reagito al colpo di Stato sostenendo che non è una risposta giusta alle richieste dei dimostranti mentre all’ONU è stata chiesta la convocazione urgente del Consiglio di Sicurezza.

C’è poi un altro scoglio sulla strada della democrazia: il mandato di cattura spiccato dalla Corte Penale Internazionale dell’Aja contro Al Bashir, accusato di crimini di guerra, crimini contro l’umanità e stupro. Tra i dimostranti nei giorni scorsi c’è chi aveva proposto di estradare il vecchio leader. Un desiderio che ora appare difficile da esaudire.

Massimo A. Alberizzi
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