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Foto virale in Congo-K, gorilla in posa per selfie con lo smartphone come gli umani

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 23 aprile 2019

Succede nel Virunga National Park, a nord-est della Repubblica Democratica del Congo (RDC), al confine con l’Uganda. Ndakazi e Ndeze, due femmine di gorilla, si sono messe in posa, in piedi, per un selfie imitando gli umani che le hanno allevate.

https://www.facebook.com/virunga/photos/a.116579990781/10157037196915782/

Il post con la foto del ranger © Mathieu Shamavu

La foto, scattata con lo smartphone dal ranger Mathieu Shamavu con un post pubblicato su Facebook, ovviamente, è diventato virale. “Queste sono circostanze eccezionali in cui è stata scattata la foto – si legge nel post -. “Non è mai permesso avvicinarsi a un gorilla in natura. Vogliamo sottolineare che questi primati si trovano in un’area protetta per gorilla orfani nella quale vivono sin dall’infanzia”.

Il post è stata l’occasione per pubblicizzare il Virunga National Park, condividere anche gli altri post per la Giornata della Terra e chiedere il supporto con una donazione. L’obiettivo è raggiungere la cifra di 50mila dollari da destinare alla conservazione del patrimonio naturale.

Localizzazione del Virunga National Park in RDC al confine con l'Uganda (Courtesy Google Maps)
Localizzazione del Virunga National Park, in RDC, al confine con l’Uganda (Courtesy Google Maps)

Il vice direttore di Virunga, Innocent Mburanumwe, ha detto alla BBC che le madri dei gorilla della foto sono state entrambe ammazzate dai bracconieri nel luglio 2007.

Le due giovani femmine di primate, quando sono state salvate, avevano solo quattro mesi. Sono sempre vissute nell’orfanotrofio di Senkwekwe, nel Virunga Park, a contatto con gli esseri umani.

Questa continua vicinanza con i ranger le porta anche a imitare gli atteggiamenti umani. Come la maggior parte dei primati, possono stare in piedi per brevi periodi di tempo ma nella fotografia l’atteggiamento è molto umano.

I ranger che lavorano nei parchi per proteggere la fauna selvatica dai bracconieri, rischiano spesso la vita. Nel mese di aprile dello scorso anno, nel Virunga National Park, cinque guardie forestali sono state uccise in un’imboscata. Dal 1996 i ranger assassinati nel Parco dai gruppi armati sono stati più di 130.

Il Virunga National Park, è famoso per la sua popolazione di gorilla di montagna. Dal 1979 fa parte del Patrimonio mondiale dell’umanità dell’Unesco. Dal 1994 è nella lista del Patrimonio mondiale in pericolo a causa dei pesanti danni del conflitto dei Grandi Laghi. Quello conosciuto dalla popolazione africana come la Terza Guerra Mondiale del Congo.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
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Congo-K nel caos: ebola non si ferma e milizie armate devastano l’est del Paese

Speciale per Africa Express
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 22 aprile 2019

Butembo, nel Nord-Kivu, una delle travagliate province della Repubblica Democratica del Congo, colpita dalla decima epidemia di ebola dal 1°agosto 2018, è stata nuovamente teatro di un attacco da parte di un gruppo armato.

Secondo il sindaco della città si tratterebbe di miliziani maï maï. Senza grandi difficoltà sarebbero riusciti a penetrare nell’ospedale universitario della città, che ospita anche un centro per la cura degli ammalati di febbre emorragica. Il commando ha fatto irruzione in una sala dove si stava svolgendo una riunione dell’equipe per il coordinamento del virus killer e hanno sparato sui presenti, uccidendo sul colpo Richard Valery Mouzoko Kiboung, un medico epidemiologo camerunense, e ferendo in modo non grave altre due persone.

Attacco a ospedale di Butembo, Congo-K

L’Organizzazione mondiale della Sanità ha condannato l’ennesima aggressione al personale che lavora per salvare vite umane. Michel Yao, coordinatore dell’OMS per combattere ebola nel Nord-Kivu e Ituri, ha sottolineato che la battaglia comunque continuerà perché “abbandonare la lotta significa condannare a morte certa intere popolazioni. Ci auguriamo davvero che la gente stia al nostro fianco e condanni ogni forma di violenza”.

Dopo tre mesi dalle elezioni, il nuovo presidente della Repubblica Democratica del Congo, Félix Tshisekedi ha iniziato la sua prima visita all’interno del Paese.

Martedì scorso è arrivato a Beni, nel Nord-Kivu, una delle province maggiormente colpite dall’ebola e dove centinaia di civili sono stati barbaramente massacrati dall’ottobre del 2014 ad oggi dai gruppi armati. Le autorità attribuiscono la maggior parte di queste carneficine ai miliziani dell’Alliance of Democratic Forces, un’organizzazione islamista terrorista ugandese, presente anche nel Congo-K dal 1995.

Eliseo Tacchella, è un missionario comboniano, che ha vissuto per oltre trent’anni nella ex colonia belga. Ora è rientrato in Italia, ma non vede l’ora di tornare laggiù.

Eliseo Tacchella, padre comboniano

Ebola sta avanzando ad un ritmo sostenuto. Le cifre ufficiali non sono confortanti.

Sì, attualmente si parla di 883 persone uccise dal virus, mentre 1336 sono rimaste contagiate; tra loro anche 89  operatori sanitari.

Perché è così difficile combattere questa decima epidemia?

Spesso la popolazione residente nelle zone rurali non ha avuto accesso all’istruzione scolastica e molti sono convinti che ebola sia un’invenzione dello Stato. La gente si chiede come mai, proprio ora, il governo si occupa di loro, inviando dottori, equipe mediche per vaccinare a tappeto e arginare così il contagio. Da sempre li villaggi sono stati abbandonati a se stessi. Il governo ha brillato per la sua assenza lasciando intere comunità senza protezione dagli attacchi dei gruppi armati, in particolare nelle aree di Beni-Butembo.

Tanti residenti sono diffidenti e il loro ostruzionismo ostacola non solo la cura, ma anche la prevenzione. Alcune famiglie impediscono il ricovero dei loro congiunti e rifiutano di farsi vaccinare. Molti familiari dei morti aggrediscono gli operatori sanitari e cercano di bloccare la sepoltura corretta dei cadaveri. Il virus si trasmette tramite i fluidi corporei di chi è stato colpito dalla malattia. Per evitare la trasmissione del virus è assolutamente necessario che chi viene contagiato venga ricoverato in un reparto di isolamento. Se la popolazione non è disposta a collaborare, sarà difficile fermare in tempi brevi l’epidemia.

L’assenza dello Stato contribuisce ad aumentare supposizioni di cospirazione e complotti, visto che, secondo un sondaggio, un quarto della popolazione è convinta che ebola non esista, mentre quasi il 45,9 per cento crede che l’epidemia sia stata fabbricata ad hoc per destabilizzare la regione o per scopi economici.

E il ruolo della Chiesa cattolica?

In molti casi anche la Chiesa è stata accusata di non aver fatto abbastanza per la popolazione. Molti sono delusi  perché si aspettavano più protezione da noi, in particolare per quanto riguarda gli attacchi da parte di miliziani armati; alcuni sono addirittura convinti che siamo complici delle autorità di Kinshasa.

Quali sono i maggiori gruppi armati attivi nella zona?

I maï maï sono guerrieri tradizionali, combattenti che si sottopongono a iniziazioni magiche e partecipano a riti esoterici; sono stati molto attivi negli anni ’90. Sono comparsi per le prime volte nelle guerriglie subito dopo l’indipendenza, nel 1960.  Da tempo sono ricomparsi e sono responsabili di molti scontri avvenuti in tutto il Kivu. I maï maï dovrebbero proteggere la popolazione, ma di fatto quasi mai è così: razziano, rapinano, violentano…

Un altro gruppo armato responsabile di decine di stragi in quest’area è l’Allied Democratic Forces (ADF), che però spesso non opera da solo. I militari delle forze armate congolesi (FARDC), per esempio, sono stati accusati di aver appoggiato i miliziani di ADF, tra loro anche il generale Muhindo Akili Mundos. Secondo la Missione dell’ONU in Congo (MONUSCO), Mundos, comandante delle operazioni militari contro ADF nel 2014/2015, non sarebbe intervenuto durante gli attacchi contro i civili. Anzi, mentre era a capo delle truppe congolesi nell’area di Beni avrebbe appoggiato un sotto-gruppo dei terroristi ugandesi, conosciuto come ADF-Mwalika.

La visita Tshisekedi nel Nord-Kivu è stata positiva?

Certamente, prima di tutto il presidente ha chiesto ai gruppi armati di deporre le armi. Ha precisato: “Il vento è cambiato”. Ha inoltre sottolineato. ” Sono già pronti programmi per disarmo, smobilitazione e reintegrazione nella società”. Si è anche rivolto alla popolazione, promettendo loro di rafforzare il ruolo dello Stato e il ritorno dello Stato di diritto. La pace qui è stata una parola sconosciuta per troppo tempo.

Cornelia I. Toelgyes
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In Zimbabwe è lite per le parrucche dei giudici ereditate dall’impero britannico

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 18 aprile 2019

Parrucca sì o parrucca no? È questo il quesito che in Zimbabwe sta portando alla lite un intero Paese. Il governo dell’ex colonia britannica è accusato di spese inutili per l’acquisto delle ricciolute, bianche parrucche made in UK utilizzate dai giudici.

Qualche settimana fa ne sono state comprate sessantaquattro al prezzo di 1.850 sterline l’una (2.135euro) per un totale di oltre 118mila sterline (137mila euro).

Le parrucche indossate dai magistrati in Zimbabwe
Le parrucche indossate dai magistrati in Zimbabwe

La notizia, pubblicata dal quotidiano “Zimbabwe Independent”, ha destato l’indignazione e le proteste dei cittadini, della società civile e dei giornalisti creando due correnti di pensiero.

Ci sono i “tradizionalisti” e i “riformatori”. I primi vogliono difendere la tradizione ereditata dai colonialisti britannici. I secondi pretendono il distacco totale dal colonialismo, ulteriore occasione per liberarsi definitivamente da una consuetudine imperialista. E ricordano che il Paese africano è indipendente dal 1980.

Nel mezzo della disputa troviamo la Stanley Ley Legal Outfitters di Londra, storica azienda esclusiva, nata nel 1903, che ha venduto le parrucche al governo di Harare.

Nel sito aziendale si legge che tutte le parrucche del negozio sono di puro crine di cavallo al 100 per cento. Sono fatte a mano in Inghilterra da artigiani che utilizzano metodi tradizionali immutati nel corso dei secoli. Insomma, alta qualità e oltre un secolo di esperienza che giustificano l’alto prezzo.

Nella disputa, con un tweet, entra anche Arnold Tsunga, direttore per l’Africa dell’International Commission of Jurists (ICJ), Commissione Internazionale dei Giuristi. “La tradizione della parrucca (coloniale) dei giudici continua in Zimbabwe con tutti i suoi costi e le sue polemiche, senza alcun beneficio significativo per l’accesso alla giustizia”.

E c’è chi rincara la dose in risposta a Tsunga con un altro tweet. “In Zimbabwe, oltre alla parrucca, dovrebbe essere abolita anche la veste indossata dai giudici e il titolo di Loro Signoria quando si rivolgono ai magistrati” – scrive un cittadino -.

Ma forse nell’ex colonia britannica non si sono accorti che nel Regno Unito, dal 2008, dopo trecento anni, il parruccone è stato abolito. Viene indossato solo dai giudici dei processi penali che hanno rifiutato la riforma. In Zimbabwe invece resta un oggetto “old England” che continua a contraddistinguere il ruolo di chi lo indossa.

Quando si dice: “essere più realisti del re”.

Sandro Pintus
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“Ancora un giorno”, un film sulla rivoluzione in Angola vissuta da Kapuscinsky

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 19 aprile 2019

Carlota, ventenne angolana, guerrigliera del Movimento Popolare per la Liberazione dell’Angola (MPLA), in tuta mimetica e kalashnikov gli aveva detto: “Fai in modo che non ci dimentichino”. Era l’autunno del 1975, morì poco dopo mentre, con altri combattenti che lottavano per l’indipendenza dell’Angola, portava soccorso ai compagni di lotta nel sud del Paese.

Le parole di Carlota sono rimaste nel cuore di Ryszard Kapuscinski, corrispondente dell’Agenzia di Stampa Polacca (PAP). Sul periodo passato in Angola e sui personaggi incontrati, il grande giornalista ha scritto un libro pubblicato nel 1976: “Ancora un giorno”. Era quello che amava di più tra le decine che ha scritto durante la sua vita da reporter.

Raul de la Fuente e Damian Nenow ne hanno fatto un bel lungometraggio (85′) che ha ripreso il titolo del libro. Sarà distribuito, da iWonder Pictures e Unipol Biografilm, nel circuito cinematografico italiano il prossimo 24 aprile.

Trailer del film

È un film originale creato in formato ibrido. La storia, realmente vissuta da Kapuscinski, è come una graphic novel in 3D inframezzata da brevi filmati originali dell’epoca. Le interviste ai protagonisti ancora vivi arricchiscono il lavoro portando contenuti indispensabili alla narrazione.

La guerra del Vietnam è finita e il Portogallo, dopo cinquecento anni, sta lasciando le colonie. I portoghesi fuggono dall’Angola portandosi via tutto quello che possono mentre Stati Uniti e Unione Sovietica cercano di prendersi il ricco Paese africano. Oro, diamanti, petrolio sono il bottino di chi vince.

Il tutto accade in una situazione di perenne “confusão”, letteralmente “confusione”. “È la parola chiave, la sintesi esaustiva che comprende tutto. Significa caos, disordine, anarchia. Confusão è una situazione creata dalle persone, ma sulla quale esse hanno perso ogni forma di controllo e ne sono diventate a loro volta vittime” – dirà Kapuscinski.

La locandina del lungometraggio "Ancora un giorno"
La locandina del lungometraggio “Ancora un giorno”

L’MPLA, ha l’appoggio dell’URSS. Ha il controllo di Luanda, la capitale, ma il gioco pesante è a sud del Paese. Il giornalista, chiamato Ricardo, vuole andare proprio lì per incontrare il Comandante Farrusco, per alcuni traditore e per altri eroe.

Oltre al giovane Kapuscinski, Carlota e Farrusco, i protagonisti sono il giornalista angolano al fronte Luis Alberto e il reporter Artur Queiroz. Inizia il viaggio sotto continui attacchi dell’Unione Nazionale per l’Indipendenza Totale dell’Angola (UNITA), guerriglia di Jonas Savimbi, finanziata dal Sudafrica dell’apartheid.

Ricardo riuscirà ad incontrare Farrusco. È un paracadutista portoghese delle Forze speciali che ha deciso di combattere per il popolo angolano passando all’MPLA. “Mi sono trovato davanti ragazzini di dodici anni con il mitra in mano. Non volevo combattere contro dei bambini” – dirà al giornalista -. “Qui siamo in prima linea circondati dall’UNITA a cento chilometri dal confine con la Namibia (controllata dal Sudafrica, ndr), il cui esercito che sta invadendo l’Angola con i dollari della CIA. Siamo in cinquanta. Tutti destinati a morire”. Farrusco, gravemente ferito, si salverà e lo racconta nell’intervista.

Quando l’esercito sudafricano attacca, Farrusco dice a Ricardo di tornare a Luanda per raccontare al mondo l’invasione sudafricana dell’Angola. Il giornalista ha lo scoop e davanti al telex, a Luanda, deve prendere una decisione: deontologia professionale o scelta morale? Ma vuole anche rispettare la promessa fatta a Carlota.

Un fotogramma del film "Ancora un giorno"
Un fotogramma del film “Ancora un giorno”

E prende la decisione. Che non vi diciamo per non rovinarvi il finale. L’Angola diventerà indipendente e Agostinho Neto sarà il suo primo presidente. “Ma oggi, dove sono finiti gli ideali della rivoluzione?” – chiede Luis Alberto.

Sandro Pintus
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In Sudan dimostranti insistono: dimissioni immediate del consiglio militare

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Speciale per Africa Express
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 20 aprile 2019

Anche ieri migliaia e migliaia di manifestanti si sono radunati davanti al quartier generale delle forze armate sudanesi a Khartoum, capitale del Sudan, e, spalla a spalla si sono prostrati verso La Mecca per la preghiera del venerdì, come è avvenuto in altre occasioni.

Ahmed Al-Rabia, uno dei leader di Sudanese Professional Association (SPA), gruppo in prima linea dall’inizio delle contestazioni, ha fatto sapere che domenica alle 19.00 ore locali avrebbe annunciato i nomi delle persone incaricate degli affari del Paese. L’attuale Consiglio militare deve farsi da parte, deve essere sostituito da uno consiglio provvisorio civile di transizione, del quale dovranno partecipare anche esponenti militari. Sarà inoltre nominata un’assemblea legislativa, composta da centoventi persone, tra loro anche quarantotto donne.

Manifestanti in Sudan 19 aprile 2019
Foto esclusiva per Africa ExPress di Mohamed

Una settimana dopo la destituzione di Omar al Bashir, che ha tenuto le redini del Sudan per un trentennio, i dimostranti chiedono con insistenza al regime militare di trasferire quanto prima il potere a un governo civile. La popolazione, sempre più determinata, non demorde. Molte persone sono accampate davanti al quartier generale delle Forze armate dal 6 aprile.

Al Bashir è stato condotto in una prigione a nord di Khartoum mercoledì scorso. E, secondo quanto riferito da un portavoce del consiglio militare, lo stesso giorno sono stati arrestati anche due dei suoi fratelli. Il vecchio leader ormai caduto in disgrazia, è ricercato dalla Corte Penale Internazionale per crimini commessi nel Darfur; i militari attualmente al potere hanno rifiutato la sua estradizione.

Anche se Awad Ibn Auf, ministro della Difesa durante il governo di al Bashir, ha rassegnato le dimissioni ventiquattro ore dopo il golpe dell’11 aprile ed è stato sostituito da un altro militare meno conosciuto, Abdel Fattah Al-Burhane, sembra evidente che i membri del consiglio militare appartengono tutti alla vecchia classe dirigente.

Una settimana fa si è dimesso anche Salih Gosh, il temuto capo dell’intelligence sudanese (NISS). E prorpio il National Intelligence and Security Service, è stato ritenuto responsabile delle violente repressioni delle proteste in atto da metà dicembre, durante le quali sono morte oltre sessanta persone, centinaia sono state ferite e migliaia di manifestanti sono stati arrestati.

Qualche giorno fa, Salah Adam, un avvocato del Darfur, ha sostenuto  di aver subito torture atroci per cinque giorni nelle celle del NISS nella prigione di Nyala (Sud Darfur). Adam è stato arrestato a febbraio e ha specificato di essere stato in cella con otto studenti, incatenati e anche loro sono stati soggetti a torture e abusi. L’associazione degli avvocati del Darfur ha inoltre denunciato l’uccisione di due minatori.  Sono stati torturati a morte da uomini del NISS nella prigione di El Abbasiya Tagali. I due sono stati arrestati perchè accusati di collaborare con Radio Dabanga, emittente e giornale online.

La reazione della comunità internazionale è unanime. Tutti chiedono di rispettare la volontà del popolo sudanese. Il Dipartimento di Stato USA ha sottolineato che è arrivato il momento di formare un governo di transizione inclusivo, che rispetti i diritti umani e lo Stato di diritto e Federica Mogherini, Alto rappresentante dell’UE per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, ha chiesto che il potere torni quanto prima ad un organismo civile. Mentre lunedì scorso l’Unione Africana ha minacciato di sospendere il Sudan, se il Consiglio militare non dovesse dimettersi entro quindici giorni.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Il presidente del Ruanda: “Raccoglieremo il codice del DNA a tutti i cittadini”

Speciale per Africa Express
Franco Nofori
Torino, 20 aprile 2019

Paul Kagame, l’attuale presidente del Ruanda, non è certamente nuovo a iniziative quantomeno sorprendenti. Nel gennaio scorso aveva ordinato il sequestro di quaranta terreni agricoli perché non risultavano convenientemente sfruttati nel rispetto dei termini per cui erano stati concessi. Ad aprile dello scorso anno, aveva messo al bando oltre seimila luoghi di culto, tra cui alcuni islamici, che speculavano sull’ingenuità popolare. Oggi approda a un’iniziativa tanto discussa quanto singolare: rilevare il codice DNA a dodici milioni di cittadini ruandesi.

Il presidente Paul Kagame e nello sfondo, la capitale del Ruanda, Kigali, considerata la più pulita città africana

Il dichiarato scopo della decisione di Kagame è rendere più agevole la repressione del crimine, rilevandone gli esecutori; accertando i responsabili degli stupri e la paternità di bambini abbandonati. L’intento è indubbiamente lodevole, ma si scontra con il fermo dissenso delle associazioni per i diritti umani le quali ritengono che i dati raccolti possano consentire al governo di farne un uso inappropriato, violando i basilari principi di uguaglianza e riservatezza di tutti i cittadini. Si tratta di una preoccupazione non proprio infondata giacché la Cina è sospettata di usare il DNA per individuare e opprimere la minoranza islamica degli Uighur che vivono prevalentemente nella provincia di Xinjiang. La rilevazione del codice sarebbe stata attuata grazie alla pretesa di offrire un check-up gratuito a oltre 35 milioni di cittadini.

Il centro ruandese in cui vengono gestiti i codici del DNA

Nel 2015, anche il Kuwait aveva approvato una legge che consentiva la creazione di una banca dati in cui far confluire tutti i codici DNA dei propri cittadini, ma prima ancora che questa norma fosse implementata, fu annullata dalla Corte Costituzionale perché in aperta violazione dei diritti umani e della libertà personale. Tuttavia, anche laddove questa rilevazione non sia autorizzata, la sua attuazione resta pur sempre facile, come dimostra l’escamotage cinese, che ha consentito a Pechino di rinchiudere in “Campi di rieducazione” oltre un milione d’islamici cinesi individuati grazie al DNA.

Il nuovissimo aeroporto internazionale di Kigali (Ruanda)

Paul Kagame, non ha nel proprio Paese un’efficace opposizione e gode di un largo consenso popolare del tutto meritato per essere riuscito a risollevare le sorti della nazione dal genocidio del 1994 quando l’etnia hutu al potere massacrò quasi un milione di tutsi in meno di cento giorni. E’ quindi probabile che la sua scelta, almeno internamente, non sarà contrastata. Kagame è anche riuscito a riscattarsi da un passato personale non del tutto edificante, trasformando il proprio Paese – a confronto di larga parte di quelli africani – in un vero gioiello di pulizia e di ordine dove la corruzione è pressoché inesistente. Certo è che neppure lui potrà restare a lungo insensibile alle pressioni internazionali contro la decisione che intende adottare.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

Dal nostro archivio:

Ruanda: Kagame mette al bando seimila confessioni religiose e il loro business

Un rapporto americano denuncia nuove prove contro i francesi sul genocidio in Ruanda

 

 

 

Kenya: teschio di un gigantesco felino del Mesozoico trovato in un cassetto del museo

Speciale Per Africa Express
Franco Nofori
Torino, 20 aprile 2019

I curatori del Kenya National Museum di Nairobi, l’avevano frettolosamente definito Simbakubwa kutokaafrika, che in lingua swahili sta per “grande leone africano” e non considerando la scoperta di particolare rilievo, ne avevano gettato i resti scheletrici, in un anonimo cassetto, in cui erano rimasti per vari decenni, fino a che, oggi, il paleontologo statunitense Jack Tseng, docente presso l’università di Buffalo, ha rettificato questa attribuzione, attestando che non si tratta di un leone, ma del feroce e gigantesco predatore hyaenodont vissuto sulla terra ben 22 milioni di anni fa.

Disegno che riproduce l’hyaenodont in posizione d’attacco

La scoperta, pubblicata la scorsa settimana dal Journal of Vertebrate Paleontology, è stata resa possibile dall’accurato esame dei resti scheletrici, composti da un teschio e dalle fauci mascellari che, per certe analogie con la struttura dentale delle iene, gli hanno fatto appunto attribuire il nome di hyaenodont, benché con le iene non vi siano altre analogie oltre questa.

Il Museo Nazionale del Kenya a Nairobi

Si tratta quindi di reperti tutt’altro che insignificanti, ma che si pongono tra quelli più importanti presenti nel museo keniano. Vissuto nell’era Mesozoica, l’hyaenodont, era il più possente predatore del tempo. Le sue dimensioni erano quelle di un odierno orso polare, con un’altezza al garrese di oltre cento centimetri; denti lunghissimi, con fauci capaci di stritolare anche le ossa più solide e un peso che poteva raggiungere i tre quintali.

Le dimensioni dell’hyaenodont comparate a quelle dell’uomo odierno

I reperti ossei, che dopo la scoperta, otterranno certamente una più prestigiosa collocazione all’interno del museo, potrebbero anche consentire agli studiosi di stabilire le cause che hanno portato all’estinzione dell’hyaenodont. “Grazie alla sua potente dentatura, di gran lunga superiore a quella dell’odierno leone, – ha detto il ricercatore Matthew Borths – l’hyaenodont era il predatore carnivoro dominante dell’epoca”. Ciò che sorprende è che, per dare un nome appropriato a questo animale preistorico, ci siano voluti quasi cinquant’anni. I suoi resti erano infatti stati rinvenuti alla fine degli anni settanta nel Western Kenya ed erroneamente attribuiti a un comune leone, semplicemente “un po’ più grande della norma”.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

Mozambico, Zimbabwe e Malawi: oltre mille i morti per il ciclone Idai

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 19 aprile 2019

Nell’area colpita dal ciclone Idai ci sono stati oltre mille morti: 602 in Mozambico, 344 in Zimbabwe e almeno 59 in Malawi. Mille e cinque decessi fino ad ora. Una cifra, purtroppo, destinata ad aumentare.

Secondo  l’Unicef, il ciclone in Mozambico ha colpito 1,9 milioni di persone di cui un milione sono bambini e sono andate distrutte duecentomila case. Centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini per giorni, a volte settimane, hanno vissuto senza accesso all’acqua potabile e ai servizi igienico-sanitari.

Vaccinazione orale contro il colera in Mozambico (Courtesy OMS)
Vaccinazione orale contro il colera in Mozambico (Courtesy OMS)

L’epidemia di colera continua nonostante il rapidissimo intervento del ministero della Salute mozambicano, OMS e Unicef, Medici Senza Fontiere, Croce Rossa, Mezzaluna Rossa e altre ong.

In una settimana, nella aree a maggiore rischio, sono state vaccinate oltre 814mila persone, il 98,7 per cento della popolazione target. Ma l’immunizzazione contro la malattia è attiva dopo sette giorni. Il vaccino orale somministrato fornisce circa l’85 per cento di protezione contro il colera per sei mesi.

Secondo un rapporto Unicef pubblicato da ReliefWeb, aggiornato al 16 aprile, i decessi per colera in Mozambico sono stati otto nell’arco di tre settimane. I casi sono saliti a 5656 registrati in quattro distretti colpiti dal ciclone: Beira, Dondo, Nhamatanda e Buzi.

Aumentano anche i casi di malaria che, nell’immenso pantano causato dalle inondazioni, proliferano abbondantemente: 7500 casi. Per arginare la malattia veicolata dalla zanzara anofele, l’agenzia ONU per l’infanzia ha iniziato la distribuzione di 500mila zanzariere. A un mese dal ciclone, Unicef ricorda che almeno un milione di bambini hanno bisogno di assistenza umanitaria urgente: nella salute, nutrizione, protezione, educazione, acqua e servizi igienici.

Sala operatoria del Posto Medico Avanzato italiano a Beira (Courtesy Dipartimento Protezione Civile)
Sala operatoria del Posto Medico Avanzato italiano a Beira (Courtesy Dipartimento Protezione Civile- DNPC)

Anche il Posto Medico Avanzato italiano, montato dal Dipartimento Nazionale di Protezione Civile a Beira con una quarantina di sanitari, lavora a pieno ritmo. Secondo dati divulgati dal DNPC, nei primi dodici giorni di attività, ha curato quasi 700 pazienti e realizzato 40 interventi chirurgici.

Sandro Pintus
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Il premier libico Sarraj insiste: “Satelliti italiani ci aiutano contro Haftar”

Speciale per Il Fatto Quotidiano /Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi
17 aprile 2019

La notte scorsa è stata un incubo per gli abitanti di Tripoli. Una gragnola di missili Grad, di fabbricazione sovietica, si è abbattuta sui quartieri civili, il particolare su quello di Abu Slim nel centro della capitale, e i due arcinemici, il governo del primo ministro Fayez al Serraj e l’esercito Nazionale Libico del generale Khalifa Haftar, si sono accusati vicendevolmente della carneficina: poco meno di 200 morti. Naturalmente le due parti negano qualunque responsabilità, ma il premier è andato oltre: ha annunciato di avere prove schiaccianti sulle responsabilità del suo avversario che deferirà alla Corte Penale Internazionale per crimini contro l’umanità. Haftar invece accusa le milizie “islamiste per convenienza” (cioè quando fa a loro comodo) del gruppo Aghnewat, di Misurata, pagate dal governo, che in passato si sono macchiate di parecchi crimini, compreso i sequestri di persona. Guerra di nervi e di comunicati che, se mai ce ne fosse bisogno, gettano ancor più confusione nel teatro libico.

L’ultimo atto l’ha compiuto il portavoce di Serraj, colonnello Mohammed Qnounou. Durante una conferenza stampa l’ufficiale ha annunciato che l’aeronautica governativa ha colpito le retrovie di Haftar e i convogli incaricati di provvedere al trasporto dei suoi rifornimenti. Ma si è lasciato sfuggire una battuta: “Abbiamo monitorato tutto con i satelliti”. Qualcuno, sapendo che la Libia non possiede satelliti, gli ha chiesto chi avesse mai messo a disposizione quegli strumenti di guerra: “Segreto di Stato – ha risposto. Aggiungendo  però – Sappiate che abbiamo ottimi rapporti con il governo e con i militari italiani”. Altro messaggio subliminale a Roma?

Ghassan Salamé, l’inviato speciale dell’ONU in Libia, ha condannato la strage di civili senza però attribuire colpe e cause. Così la sua dichiarazione è comparsa su diversi siti, forzata da titoli fuorvianti che invece hanno letto nelle parole di Salamé attribuzioni di responsabilità all’uno o all’altro dei contendenti.

Anche sui bombardamenti con i missili dell’altra notte ci sono stati, come accennato qui su, scambi di accuse. La televisione filo governativa Panorama ha mandato in onda e messo sulla sua pagina web alcuni filmati di distruzione e morte, sostenendo che erano stati girati nel rione di Abu Slim. Lo stringer de Il Fatto Quotidiano, cui è stato chiesto un parere, ha controllato e scoperto che si tratta di alcune sequenze girate nel 2015 in Yemen. Quello che invece è stato possibile appurare e che l’attacco ai civili è stato un errore di tiro perché il quartiere si trova nel bel mezzo delle linee di combattimento: i missili dovevano colpire gli avversari, invece hanno sbagliato obiettivo .

Il fallimento della diplomazia è sotto gli occhi di tutti. Salamé si sgola chiedendo una tregua che nessuno vuole accettare (è stata respinta anche quella di due ore chiesta congiuntamente con la Croce Rossa, per soccorrere i civili intrappolati tra le macerie dei palazzi bombardati) mentre proseguono frenetici i colloqui tra i Paesi interessati.

Non è un mistero che i fondamentalisti si siano schierati dalla parte di Serraj e che Haftar abbia scatenato l’attuale offensiva, cominciata il 4 aprile, annunciandola proprio come volontà precisa di cacciare i terroristi dalla capitale. Ma se si dà un’occhiata agli schieramenti in campo, si rimane sorpresi e perplessi dal groviglio di interessi e dall’intreccio di alleanze. Dietro Serraj, oltre ai gruppi integralisti, troviamo Gran Bretagna (la banca centrale libica è gestita da società londinesi), il Qatar (accusato in Siria di fiancheggiare il terrorismo), gli Stati Uniti (che hanno lanciato quelle accuse rivelando finanziamenti e conti correnti), la Turchia (il governo Erdogan è molto “aperto” verso gli islamici), l’Italia e ONU.

Dietro Haftar oltre all’Egitto (Paese arabo numero 1 contro il terrorismo), Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti (che hanno finanziato il governo di Bengasi mettendo a disposizione i loro titoli di Stato e arcinemici del Qatar), Russia (il terrorismo islamico è forte in quel Paese e almeno 4 mila ceceni combattono con ISIS in Siria) e infine Francia (che ha grossi problemi con le formazioni jihadiste in Ciad e in Mali).

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
@malberizzi

La rivoluzione in Sudan: l’ex dittatore Omar al Bashir trasferito in galera

Africa ExPress
Khartoum, 17 aprile 2019

Poche ore fa il vecchio dittatore Omar al Bashir è stato trasferito nel carcere di massima sicurezza di Kobor nella capitale Khartoum. Secondo quanto riporta il Sudan Tribune, l’ex presidente, che dopo il golpe militare era agli arresti domiciliari, si trova attualmente in cella di isolamento, dove è controllato a vista dagli agenti.

La Corte Penale Internazionale aveva chiesto l’immediata estradizione di al Bashir, ma il governo militare aveva escluso tale possibilità.

Solo ieri il ministro degli esteri ugandese, Henry Okello Oryem, aveva fatto sapere che se l’ex presidente sudanese avesse chiesto asilo politico al governo di Kampala, sarebbe stato il benvenuto. Infatti, dopo anni di contrasti tra i due Paesi (Uganda e Sudan) a causa di gruppi ribelli, Yoweri Museveni e Omar al-Bashir sono diventati buoni amici. Tuttavia sin dall’inizio sono sorti dubbi su una possibile accoglienza del vecchio dittatore, in quanto l’Uganda, firmataria dello statuto di Roma, avrebbe dovuto consegnare alla CPI l’ex leader sudanese, una volta giunto in territorio ugandese.

Intanto il consiglio militare, presieduto da Abdel Fattah al-Burhan, non dovrebbe restare al potere più di due anni, ma la piazza non demorde e insiste, la popolazione non accetta un regime militare e chiede che il Paese venga governato da civili.

Africa ExPress
@africexp

Crimini contro l’umanità in Darfur, mandato di arresto per Al Bashir