In Sudan dimostranti insistono: dimissioni immediate del consiglio militare

Speciale per Africa Express
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 20 aprile 2019

Anche ieri migliaia e migliaia di manifestanti si sono radunati davanti al quartier generale delle forze armate sudanesi a Khartoum, capitale del Sudan, e, spalla a spalla si sono prostrati verso La Mecca per la preghiera del venerdì, come è avvenuto in altre occasioni.

Ahmed Al-Rabia, uno dei leader di Sudanese Professional Association (SPA), gruppo in prima linea dall’inizio delle contestazioni, ha fatto sapere che domenica alle 19.00 ore locali avrebbe annunciato i nomi delle persone incaricate degli affari del Paese. L’attuale Consiglio militare deve farsi da parte, deve essere sostituito da uno consiglio provvisorio civile di transizione, del quale dovranno partecipare anche esponenti militari. Sarà inoltre nominata un’assemblea legislativa, composta da centoventi persone, tra loro anche quarantotto donne.

Manifestanti in Sudan 19 aprile 2019
Foto esclusiva per Africa ExPress di Mohamed

Una settimana dopo la destituzione di Omar al Bashir, che ha tenuto le redini del Sudan per un trentennio, i dimostranti chiedono con insistenza al regime militare di trasferire quanto prima il potere a un governo civile. La popolazione, sempre più determinata, non demorde. Molte persone sono accampate davanti al quartier generale delle Forze armate dal 6 aprile.

Al Bashir è stato condotto in una prigione a nord di Khartoum mercoledì scorso. E, secondo quanto riferito da un portavoce del consiglio militare, lo stesso giorno sono stati arrestati anche due dei suoi fratelli. Il vecchio leader ormai caduto in disgrazia, è ricercato dalla Corte Penale Internazionale per crimini commessi nel Darfur; i militari attualmente al potere hanno rifiutato la sua estradizione.

Anche se Awad Ibn Auf, ministro della Difesa durante il governo di al Bashir, ha rassegnato le dimissioni ventiquattro ore dopo il golpe dell’11 aprile ed è stato sostituito da un altro militare meno conosciuto, Abdel Fattah Al-Burhane, sembra evidente che i membri del consiglio militare appartengono tutti alla vecchia classe dirigente.

Una settimana fa si è dimesso anche Salih Gosh, il temuto capo dell’intelligence sudanese (NISS). E prorpio il National Intelligence and Security Service, è stato ritenuto responsabile delle violente repressioni delle proteste in atto da metà dicembre, durante le quali sono morte oltre sessanta persone, centinaia sono state ferite e migliaia di manifestanti sono stati arrestati.

Qualche giorno fa, Salah Adam, un avvocato del Darfur, ha sostenuto  di aver subito torture atroci per cinque giorni nelle celle del NISS nella prigione di Nyala (Sud Darfur). Adam è stato arrestato a febbraio e ha specificato di essere stato in cella con otto studenti, incatenati e anche loro sono stati soggetti a torture e abusi. L’associazione degli avvocati del Darfur ha inoltre denunciato l’uccisione di due minatori.  Sono stati torturati a morte da uomini del NISS nella prigione di El Abbasiya Tagali. I due sono stati arrestati perchè accusati di collaborare con Radio Dabanga, emittente e giornale online.

La reazione della comunità internazionale è unanime. Tutti chiedono di rispettare la volontà del popolo sudanese. Il Dipartimento di Stato USA ha sottolineato che è arrivato il momento di formare un governo di transizione inclusivo, che rispetti i diritti umani e lo Stato di diritto e Federica Mogherini, Alto rappresentante dell’UE per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, ha chiesto che il potere torni quanto prima ad un organismo civile. Mentre lunedì scorso l’Unione Africana ha minacciato di sospendere il Sudan, se il Consiglio militare non dovesse dimettersi entro quindici giorni.

Cornelia I. Toelgyes
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@cotoelgyes