Cambio di regime, Khartoum nel caos i dimostranti non lasciano la piazza

Speciale per Africa ExPress e il Fatto Quotidiano
Massimo Alberizzi
Milano, 12 aprile 2019

Il Sudan è nel caos. Ieri mattina i militari hanno destituito il presidente Omar Al Bashir, arrestato e trasportato in un “posto sicuro” che non è stato rivelato, e il ministro della Difesa, Ahmed Awad Ibn Auf, ha annunciato in televisione la formazione di un consiglio militare transitorio.

La lunga giornata di Khartoum comincia all’alba. Il quartier generale dell’esercito, che al suo interno ospita anche la residenza del presidente della repubblica, dove da 5 giorni i manifestanti protestano e chiedono le dimissioni di Omar Al Bashir, viene circondato dai mezzi blindati. I soldati annunciano la caduta del regime e rimandano ulteriori spiegazioni a più tardi. I dimostranti rispondono con scene di giubilo. Poi però passa il tempo e tutto resta nell’incertezza.

Ahmed Awad Ibn Auf

Solo alle 14 Ahmed Awad va in televisione e, interrompendo la lunga catena di monotone marcette militari, annuncia una lunga dichiarazione: dopo trent’anni di dittatura, cambio di regime, periodo di transizione di due anni, al termine dei quali verrà promulgata una nuova Costituzione e saranno indette elezioni generali, scarcerazione immediata di tutti i prigionieri politici, chiusura dello spazio aereo per almeno 24 ore, stato di emergenza per tre mesi. La dichiarazione si conclude con un ringraziamento ai dimostranti e alle loro pacifiche manifestazioni per cacciare il despota.

Le proteste non si placano in Sudan

Ma il generale Ahmed Awad Ibn Auf è una vecchia conoscenza della piazza. Oltre che essere stato nominato da Bashir ministro della Difesa nel 2015, nel febbraio scorso gli era stata affidata la carica di primo vicepresidente. In precedenza era stato capo di Stato maggiore e – cosa assai più grave agli occhi della gente – capo dell’intelligence. Nel 2007 gli Stati Uniti l’avevano accusato di essere l’anello di congiunzione tra il governo e le milizie paramilitari janjaweed, i cosiddetti diavoli a cavallo che, durante la guerra in Darfur, terrorizzavano i civili bruciando i villaggi. Era così stato inserito tra i sudanesi colpiti dalle sanzioni.

A sentire che il capo del putsch è un uomo così legato al regime, l’umore dei dimostranti cambia e le associazioni professionali organizzatrici della protesta, decidono di non mollare: “Restiamo in strada e continuiamo il sit-in. Siamo scesi in piazza in oltre due milioni, abbiamo protestato per quattro mesi e ora stiamo scivolando da un regime militare a un altro. Dobbiamo continuare a reagire, finché non saranno accettate le nostre proposte: governo civile di transizione e nuove elezioni”.

Omama Al Turabi è la figlia di Hassan Al Turabi storico oppositore di Omar Al Bashir, finito in carcere diverse volte e morto tre anni fa. Raggiunta al telefono a Khartoum non ha dubbi: “Occorre aspettare almeno le prossime 24/48 ore. Saranno cruciali per dare un giudizio su questo strano colpo di Stato e capire se le intenzioni dei promotori sono genuine. La risposta però a prima vista non mi sembra adeguata”. Il Sudan è un Paese musulmano. Ciononostante la presenza femminile durante le dimostrazioni è stata notevole. “Siamo scese in piazza a decine e non solo quelle che hanno arringato la folla –  spiega Omama -. Lo Stato di emergenza, promulgato da Bashir, ha avuto un effetto boomerang: scuole e università sono state chiuse e così studenti e studentesse sono scesi in piazza gonfiando il numero dei manifestanti”.

Anche l’Unione Africana ha reagito al colpo di Stato sostenendo che non è una risposta giusta alle richieste dei dimostranti mentre all’ONU è stata chiesta la convocazione urgente del Consiglio di Sicurezza.

C’è poi un altro scoglio sulla strada della democrazia: il mandato di cattura spiccato dalla Corte Penale Internazionale dell’Aja contro Al Bashir, accusato di crimini di guerra, crimini contro l’umanità e stupro. Tra i dimostranti nei giorni scorsi c’è chi aveva proposto di estradare il vecchio leader. Un desiderio che ora appare difficile da esaudire.

Massimo A. Alberizzi
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