La diaspora eritrea insorge e querela l’UE: “No ai 20 milioni regalati al dittatore”

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena 1°aprile 2019

L’organizzazione Foundation Human Rights for Eritreans (i membri sono per lo più profughi eritrei appartenenti alla diaspora) con base in Olanda, sta procedendo per vie legali contro l’Unione Europea, che nel mese di febbraio ha concesso un finanziamento di venti milioni di euro all’Eritrea.

Foundation Human Rights for Eritreans terrà una conferenza stampa, durante la quale esporrà l’attuale situazione del Paese nel Corno d’Africa dalle 16.00 alle 17.00 al Press Club a Bruxelles.

Tale somma sarà finanziata dal Fondo Fiduciario dell’UE per l’Africa – istituito nel 2015 durante il vertice a La Valletta – e dall’UNOPS (Ufficio delle Nazioni Unite per i servizi ed i progetti)  e dovrebbe sovvenzionare il rifacimento della strada principale Nefasit-Dekemhare-Senafe-Zalembessa, per facilitare il trasporto di merci tra Etiopia e i porti eritrei. Tale finanziamento è stato proposto da Neven Mimica, commissario europeo per la cooperazione internazionale e lo sviluppo, durante la sua visita nella ex colonia italiana all’inizio di marzo. Mimica ha avuto anche colloqui con Isaias Afewerki, leader del regime eritreo. Durante l’incontro il commissario dell’UE ha sottolineato: “Tale progetto servirà a connettere il confine dell’Etiopia con i porti dell’Eritrea, inoltre creerà nuovi posti di lavoro”.

Isaias Afewerki, presidente dell’Eritrea

Nella nostra ex colonia non esiste un sistema giudiziario indipendente, tanto meno un parlamento eletto democraticamente oppure un’assemblea legislativa, figuriamoci partiti all’opposizione o giornali liberi; è dunque ovvio che non c’è spazio per i diritti fondamentali dei cittadini, che continuano a scappare da questa prigione a cielo aperto. Dunque non sarà il lavoro a fermare i giovani nella più atroce delle dittature africane, la miglior gioventù continuerà a scappare, non ci sarà verso di fermare l’esodo e il traffico di esseri umani finchè non sarà ristabilita la democrazia. Uno Stato, che lo scorso anno ha raccolto consensi nel mondo intero per aver firmato accordi di pace con l’Etiopia, fino a poco fa il suo peggiore nemico,  ma è semplicemente un Paese che dimostra giornalmente di non essere ancora pronto per riconciliarsi il proprio popolo.

Non è passato molto tempo dall’ultima volta che gli esperti dell’ONU per i diritti umani hanno rimproverato il governo del piccolo Paese africano. Hanno chiesto dettagli sulla detenzione arbitraria di diciotto giornalisti arrestati nel 2001 e di undici esponenti di spicco del People’s Front for Democracy and Justice. Nessuno sa che fine abbiano fatto.

Qualcuno è morto nel frattempo in queste putride galere, come l’ex ministro degli Esteri Hailè Woldensaie detto “Duro”, scomparso lo scorso anno, dopo l’ex ministro degli Interni, Mohamoud Sherifo, l’ex generale e ex capo di Stato maggiore, Ogboe Abraha, o l’eroe della guerra di indipendenza, Seyoum Ogbamichael, solo per citare alcuni del gruppo dei dissidenti, chiamato G15. Oltre a non essere mai stati giudicati con regolare processo, non hanno mai potuto avere contatti con l’esterno; hanno vissuto nel più completo isolamento per tutti questi anni. Solo alcune notizie arrivano all’esterno tramite i carcerieri che li hanno incontrati durante la lunga prigionia.

Christof Heyns, uno degli esperti dell’ONU, ha fatto sapere che le uccisioni extragiudiziali, torture, sparizioni e altre serie e gravi violazioni dei diritti umani continuano a essere all’ordine del giorno. Finora le autorità del regime non hanno dato risposte agli esperti.

Soldati eritrei in parata

Basti pensare all’arresto dell’ex ministro dell’Economia Berhane Abrehe, avvenuto il 18 settembre dello scorso anno. La sua colpa? Aveva pubblicato un libro in due volumi, nel quale critica aspramente il governo eritreo e naturalmente ha anche indirizzato accuse mirate al ruolo del presidente Isaias Afewerki. Nella sua opera ha sollecitato un ordinamento democratico e ha chiesto in modo esplicito al dittatore di convocare l’Assemblea nazionale, sfidando infine Isaias di presentarsi ad un dibattito pubblico.

Heyns e i suoi colleghi hanno espresso anche preoccupazione per il servizio militare obbligatorio a tempo indeterminato, la principale causa perchè la gente fugge, cercando di raggiungere l’Europa. Infatti chi non è impegnato nelle caserme, deve svolgere lavori forzati per uno stipendio misero nelle miniere o presso imprese di costruzioni, ditte gestite da privati.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

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