Spumeggiante ed entusiasmante giro ciclistico del Ruanda a tutta birra!

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Coastantino Muscau
Milano, 4 marzo 2019

La prima tappa, nella capitale Kigali, l’ha vinta un italiano, Alessandro Fedeli, 22 anni; la seconda, a Huye, già Butare (città della cultura per l’università e un raro museo) l’ha conquistata un eritreo, Merhawi Kudus, 25 anni. La terza, a Rubavu (presso il lago Kivu), ancora lui, l’eritreo Kudus; la quarta, a Karongi (la più frequentata località turistica ruandese).è stata preda di un colombiano, Edwin Alcibiades Avila Vanegas, 29 anni; la quinta, a Musanze (terra dei gorilla e dei vulcani), se l’è presa un altro eritreo, l’appena diciottenne Biniam Girmay Hailu; la sesta, a Nyamata (sede del nuovo aeroporto internazionale ma soprattutto del Memoriale sul Genocidio),  è stata dominata da un venticinquenne  polacco dal nome e cognome impronunciabili , Przemyslaw Kasperkiewicz (per gli amici  Kasper); la settima, a  Kigali, dall’enesimo eritreo, pure lui giovanissimo, Yakob Abreham Debesay, 19 anni.

E ieri pomeriggio, l’ultima frazione, nel circuito di Kigali, se l’è guadagnata un secondo colombiano, Rodrigo Contreras Pinzon, 24 anni, dell’Astana, la stessa squadra del dominatore finale, quel  Merhawi Kudus,  che aveva messo le mani e i piedi sul giro gà alla seconda e alla terza tappa. Subito dopo il trionfo Kudus su twitter ha postato la foto sorridente con la maglia del primato e gli altri tre compagni di squadra, ringraziando il team e lo staff for amazing week.

L’11° Tour du Rwanda è stato un successo dal punto di vista agonistico e organizzativo, ma un colossale fiasco per i ciclisti di casa, nonostante fossero in strada tutti quelli che, nell’ultimo quinquennio, hanno fatto la parte del leone, i quattro, cioè, che hanno dominato le ultime 5 edizioni: Valens Ndayisenga (2014 e 2016), Jean Bosco Nsengimana (2015), Joseph Areruya, la star del momento (2017) e Samuel Mugisha (2018). Neppure una vittoria parziale in otto giorni! Gli indiscussi dominatori sono stati gli eritrei confermando di essere la forza ciclistica emergente dell’Africa.

I campioncini locali si sono dovuti accontentare di un misero nono posto in classifica generale con Joseph Areruya. E pensare che The New Times, il (se-dicente) maggior quotidiano di Kigali aveva strombazzato: “Il ciclismo ruandese è entrato in una nuova era; il Tour du Rwanda è il più importante evento ciclistico del continente africano”.

Comprensibile appariva l’orgoglio nazionalistico nell’esaltare questa speciale edizione del giro ciclistico ruandese, partito dalla capitale il 24 febbraio e conclusosi ieri, domenica 3 marzo, sempre a Kigali.  “Abbiamo preparato un evento memorabile per i corridori e per gli spettatori”, aveva dichiarato alla vigilia Emmanuel Murenzi, segretario del Rwanda Cycling Federation (Ferwacy).

Intendiamoci: non si trattava solamente di fare di una mosca un elefante per amor di patria. Qualche fondata ragione di esultare ed esaltarsi c’era eccome…. Al punto di voler organizzare nel 2025 i Campionati mondiali su strada. Un evento mai ospitato dal continente nero.

All’origine di tanto orgoglio e sicurezza, sottostava innanzitutto il fatto che con questa 11° edizione  il Tour du Rwanda festeggiava la promozione, il salto di livello. L’Unione ciclistica internazionale (UCI)  aveva , infatti, sancito il passaggio verso l’alto della competizione: da seconda categoria (la penultima nella classificazione internazionale) a prima categoria (2.1) paragonabile – per esempio – alle già prestigiose “La settimana internazionale di Coppi e Bartali”, al “Giro di Portogallo”, a “La Mediterranénne”.

Non è un passaggio di poco conto dopo 10 anni trascorsi nella più modesta serie inferiore, se si pensa che, in tutta l’Africa, c’è solo un’altra gara a tappe di questa classe: la Tropicale Amissa Bongo del Gabon.

Non solo: questo Tour du Rwanda è stato più lungo della Tropicale, 8 tappe contro sette, 1090 km contro 870.

Alessandro Fedeli, vincitore della prima tappa

Dal salto di livello al salto di qualità: l’elenco delle formazioni che si sono date battaglie sulle strade del Paese dalle Mille colline sono state ben 17, con 77 pedalatori (17 si sono ritirati) e ha annoverato con ostentata fierezza l’Astana, prima e unica rappresentante del World Tour (il circuito mondiale di massimo livello). E guarda caso è stato proprio un rappresentante dell’Astana, Merhawi Kudus a signoreggiare dalla seconda all’ultima tappa in classifica generale.

Erano presenti, oltre a cinque squadre locali, alcune equipes francesi, una statunitense, angolana, sudafricana, algerina, eritrea, camerunese, kenyota, e anche la Israel Cycling Academy di Tel Aviv. Una ricca varietà internazionale come si evince dai vincitori di tappa.

Il percorso, poi, oltre ad essere affascinante, fra bananeti, coltivazioni di thé, foreste fitte, risaie, scorci mozzafiato del lago Kivu con strade quasi impeccabili, si è rivelato molto impegnativo. La terza frazione, ad esempio, martedì 26 febbraio, è stata massacrante per lunghezza (213 km) e difficoltà con cinque gran premi della montagna, di cui tre a più di 2400 metri di quota ed un totale di 4300 metri di dislivello!

E che dire del pubblico? “Presente anche nei tratti in apparenza quasi disabitati – ha scritto il sito Cicloweb.it, che con passione e competenze degne di plauso ha seguito la corsa – c’era chi per non perdersi il passaggio della corsa e della carovana, si è portato dietro le capre e le ha legate ad un albero lasciandole pascolare l’erba a bordo strada”.

I tifosi ruandesi poi, pur delusi dai loro beniamini, si sono assiepati più numerosi che mai ieri durante il breve (61,7 km) ma spietato circuito conclusivo cittadino, favoriti anche dal fatto che l’ultima tappa coincideva con la domenica del mese in cui tutto veniva bloccato: auto, mototaxi e autobus.

D’altra parte il ciclismo in Ruanda è anche un instrumentum regni. Il potere, nelle mani da quasi 19 anni dell’inscalfibile Paul Kagame usa le due ruote e gli altri sport di massa (basket, karatè, calcio e perfino gli scacchi) come strumento del regime nel cosiddetto processo di riconciliazione nazionale dopo il terrificante genocidio. Il ciclismo è diventato uno sport nazionale – scriveva l’estate scorsa The New Times – sia perché la popolazione si identifica con la bicicletta sia perché la federazione ciclistica nazionale è per ora immune da quella corruzione che mina la credibilità di altre attività sportive.

Paul Kagame after an interview con Massimo Alberizzi
Il presidente del Ruanda, Paul Kagame, poco dopo un’intervista con il direttore di Africa ExPress, Massimo Alberizzi

Il governo però non vuole né può fare tutto da solo e per questo ha sollecitato sponsorizzazioni private. Una tra le più importanti viene da una famosa birra europea, che ha recentemente inaugurato l’ampliamento di un grande stabilimento presso Kigali alla presenza del primo ministro Edouard Ngirente. Una nuova linea di imbottigliamento che porterà la produzione da 450 mila a un milione di ettolitri l’anno!

Il fatto curioso è stato che al termine di ogni tappa lo sponsor ha avuto il diritto di far indossare al vincitore la sua maglia con il suo marchio prima della divisa ufficiale. Ovviamente il brindisi è stato effettuato non con lo spumante, come al Giro d’Italia, ma stappando un magnum della bionda  e schiumante bevanda.

L’arrivo degli sponsor (fra i quali non poteva mancare quello della casa produttrice di the, che sulla corsa ha investito 60 milioni di franchi ruandesi, pari a circa 60 mila euro) e il salto di categoria della gara hanno portato a un innalzamento del monte premi, come ha spiegato Aimable Bayinga, presidente della Rwanda Cycling Federation (FERWACY), ai microfoni della radio KT.

Lo stesso Bayinga l’altro giorno poi ha fatto l’annuncio clamoroso: ha dichiarato di aver presentato ufficialmente la candidatura del Rwanda per organizzare nel 2025 i Campionati del Mondo su strada.

Ma torniamo ai soldi:

Il monte premi è stato di 51 mila dollari, alla maglia gialla del vincitore sono andati 4 mila dollari, mentre fino allo scorso anno erano 1200. I vincitori di tappa hanno intascato 1400 dollari (lo scorso anno 600) e a tutti i vincitori dei diversi premi (montagna, combattività, giovani,…) sono stati assegnati 400 dollari a testa.

Certo, rispetto ai compensi attribuiti a chi sfrecciava nel contemporaneo giro degli Emirati arabi queste sono cifre modeste. Ma pur sempre rispettabili in un Paese in cui il reddito medio pro capite è poco sopra i duemila dollari.

E ora arrivederci in Etiopia, dal 15 al 19 marzo per i campionati continentali. Favoritissimi, neanche a dirlo, gli eritrei.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com