Doping in Kenya: la parabola di una stella olimpionica sospesa per otto anni

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
Milano, 6 febbraio 2019

“Da eroina olimpica a emblema del doping”, ha titolato un sito di Nairobi.  Da super-maratoneta a truffatrice matricolata, hanno stabilito lo Sports Disputes Tribunal (SDT) e l’Agenzia antidoping del Kenya (Adak).

Jemimah Jelagat Sumgong, percorsa in 12 anni tutta la parabola in cui si era levata in alto, molto in alto, è caduta pesantemente a terra. Da dove sarà quasi impossibile rialzarsi e riprendere a correre e a vincere.

Era esplosa alla maratona di Las Vegas nel 2006, aveva fatto il salto di qualità sette anni dopo vincendo anche a Rotterdam (14 aprile 2013) e arrivando seconda a Chicago ed era entrata definitivamente nell’elite mondiale nel 2016: il 24 aprile, trionfatrice nella maratona di Londra e il 14 agosto successivo, oro olimpico a Rio De Janeiro, prima keniana a dominare i 42km e 195 metri femminili alle Olimpiadi.

Ora invece, questa soldatessa dell’esercito del Kenya, mamma di una bambina di 7 anni, Shirleyjil Chemutai (più di alcuni bambini adottati), si trova ad affrontare la via dell’ignominia: squalificata fino al 2025 per doping. Potrà tornare a correre quando avrà 42 anni. 42: lo stesso numero della sua distanza preferita.

Jemimah, nata il 21 dicembre 1984 nella Contea Nandi, terra fertile di campionissimi come lei, dopo tanti successi e primati da pochi giorni ha uguagliato l’umiliante record che apparteneva a una sua connazionale: la sospensione più lunga, otto anni, per essere risultata positiva alla eritropoietina ricombinante (il più noto Epo).

Prima di lei questa durissima punizione era toccata, nel 2016, a Lilian Mariita, oggi trentunenne, originaria di Nyaramba, nella Contea Nyamira, area famosa per il te e le banane.

Dalla fine di gennaio Jemimah ha dovuto appendere le scarpe al chiodo, a meno che non voglia continuare ad allenarsi sempre sotto la direzione di suo marito Noah Talam Sumgong, a sua volta ex maratoneta, fratello di Sarah Chepchirchir (prima alla maratona di Tokio 2017) nel training camp di Kapsabet, località sui 2 mila metri, non distante da Eldoret, culla e centrale di addestramento delle eccellenze podistiche.

L’annuncio del suo “bando” dalle competizioni è stato dato, su Twitter, dall’Athetics Integrity Unit (AIU), l’organismo mondiale della Associazione mondiale antidroga delle federazioni di Atletica e dall’Adak.  Jemimah, per la verità, l’aveva scampata bella già una volta, nell’aprile 2012 dopo essersi piazzata seconda alla Maratona di Boston dietro la connazionale e coetanea Sharon Jemutai Cherop,

Sumgong  risultò positiva al Prednisolone (un antinfiammatorio), fu squalificate per 2 anni, ma riabilitata in settembre dalla Iaaf perchè la puntura con cui le era stato iniettato l’ormone steroideo venne considerata legale

Non è stato così, invece, nell’aprile 2017. A pochi giorni dalla partecipazione alla maratona di Londra vinta l’anno precedente, è stata sospesa con l’accusa di aver fatto ricorso all’Epo. La soldatessa Sumgong (come detto è affiliata all’Esercito di cui  è stata portabandiera) si è dichiarata innocente e pulita, come già aveva fatto dopo la prima squalifica poi cancellata. (Intervistata dal sito Letsrun.com per ben sette volte usò la parola “pulita”).

In questo caso ha aggiunto di essere in grado di dimostrarlo. Non c’è riuscita ed è stata squalificata per 4 anni.

Il caso però non era chiuso. Pochi mesi fa, l’atleta ha presentato all’Aiu (Integrity Unit della federazione di Atletica leggera) una serie di documenti che avrebbero dovuto scagionarla dalla infamante accusa e devastante squalifica.

In particolare la maratoneta ha scritto che il 27 febbraio 2017, cinque giorni prima del controllo antidoping (effettuato a sorpresa) si era presentata al Kenyatta National Hospital di Nairobi per una gravidanza extrauterina.

Nell’ospedale, tuttavia, a causa di uno sciopero non  fu registrata la sua presenza, fu sottoposta da un medico non meglio identificato a una iniezione e a una trasfusione con sangue contaminato da Epo. Il che spiegava la sua  positività.

Gli occhiuti ispettori dell’AIU hanno, però, controllato accuratamente la documentazione e verificato il tutto presso la struttura sanitaria.

E hanno fatto scoperte clamorose: i certificati erano stati sbiancati e falsificati; la Sumgong era stata  ricoverata al Keniatta Hospital, ma nel 2009, mentre nel 2017 – nei giorni della presunta trasfusione – si trovava a Kapsabet.

Il dottor Peter Michoma, responsabile del dipartimento della Salute riproduttiva del Keniatta ha poi precisato che la clinica non usa quel tipo di trattamento in caso di gravidanze extrauterine e ha specificato che le punture di Eritropoietina proprio non rientrano nelle procedure standard.

Non solo: Sumsong si è fatta visitare sì in ospedale per quello che lei afferma, ma in aprile, ovvero settimane dopo il test risultato positivo.

Di fronte a queste smentite, la maratoneta non ha avuto scampo L’organismo di conttrollo della Iaaf ha stabilito che il tentativo di spiegare e giustificare la presenza di Epo  nell’organismo costituiva un “comportamento fraudolento” e hanno rinviato la campionessa a giudizio del tribunale keniano, che ha raddoppiato la pena: da 4 a 8 anni di bando dall’attività agonistica. Fine pena nel 2025 e anche di una brillantissima carriera.

Non si dà pace il marito-allenatore della sportive, Talam: “Jemimah è vittima di un complotto per minare le corse sulla lunga distanza del Kenya. Se non stiamo attenti, come keniani commettiamo un suicidio. La verità è che Jemimah non si è dopata, ma che non c’è modo di difenderci se le prove sono sabotate Questa è una caccia alle streghe, dietro c’è la mano di qualcuno. Non faremo appello, costa troppo. Ora ci concentreremo sul lavoro e sui nostri bambini”.

Di tenore opposto il commento di Brett Clothier, direttore dell’Unità anti-doping della Iaaf: “Accogliamo con piacere la decisione dl Tribunale disciplinare. Speriamo che sia un messaggio chiaro a chi si dopa: l’Aiu ha forti capacità investigative  e non tollera manipolazioni o prove false nei casi di doping”.

Di sicuro è che l’impegno contro il doping in Kenya sta diventando un impegno serio se si è arrivati a bandire un’icona dello sport nazionale come Jemimah. D’altra parte seria è la piaga. Basta dare un’occhiata alle deliberazioni assunte dall’Agenzia anti-doping del Kenya (Adak): l’elenco , non aggiornato, dei sospesi dal 2015 contempla ventiquattro nomi di atleti e uno di un medico. Un’altra lista del sito “Athletics Kenya”ne contiene ben trentaquattro.

Fra essi nomi illustri (come avevamo scritto qui nell’ottobre scorso) e fra essi ne mancano due recentissimi:  Lucy Kabuu Wangui, 34 anni, vincitrice, tra l’altro, dell’ultima maratona di Milano e Kipyegon Bett, 21 anni, bronzo ai mondiale 2017 negli 800 metri piani. La prima si è beccata 2 anni di squalifica, il giovanissimo mezzofondista, invece, ne ha presi 4. Salterà le Olimpiadi di Tokio 2020 e le prossime due edizioni di campionati mondiali. Entrambi però hanno ancora diritto all’appello. A differenza di Jemimah, che deve lasciare ogni speranza.

Costantino Muscau
@muskost

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