Nuovo ponte tra Gambia e Senegal passo importante per la pace in Casamance

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’elena, 21 gennaio 2019

Questa mattina il presidente del Senegal, Maky Sall e il suo omologo Adama Barrow hanno inaugurato il ponte sul fiume Gambia che ora collega i due Paesi: dovrebbe finalmente far uscire dall’isolamento Casamance – regione del Senegal meridionale – e incentivare gli scampi commerciali. La data per questo avvenimento storico certamente non è stata scelta a caso. Fra un mese si terranno le elezioni presidenziali in Senegal e Maky Sall si è ricandidato per un secondo mandato.

Il nuovo ponte, costato 76,22 milioni di euro, è stato finanziato quasi interamente dalla Banca Africana per lo Sviluppo (BAD), con una partecipazione di Senegal e Gambia. Si tratta di un’elegante opera architettonica in cemento armato, lunga un chilometro, alta quanto un edificio a cinque piani, larga dodici metri e tra i suoi pilastri, i natanti possono proseguire senza problemi la navigazione sul fiume.

Il nuovo ponte che collega il Gambia con il Senegal

La costruzione è iniziata nel 2015 e il ponte sarà aperto al traffico per i veicoli leggeri (macchine e bus fino a trentacinque posti) da domani, mentre per i mezzi pesanti bisognerà attendere il mese di luglio. Il pedaggio equivale al costo del passaggio sul traghetto, ha specificato il governo di Banjul.

Il Gambia, piccolo Stato anglofono dell’Africa occidentale, è un’enclave del Senegal, ad eccezione di un piccolo tratto di costa, molto apprezzato dai turisti. Il Paese rappresenta praticamente un passaggio obbligatorio per gli abitanti di Casamance che si vogliono recare nel nord del Senegal, a meno che non siano disposti ad allungare il tragitto di qualche centinaio di chilometri.

La strada che attraversa la ex colonia britannica e collega i due Stati, è chiamata Transgambienne ed è lunga poco più di venticinque chilometri; finora era interrotta più o meno a metà dal fiume Gambia, ciò che creava non pochi fastidi ai viaggiatori, perchè costretti a salire su un traghetto che spesso era in forte ritardo e intralciava i trasporti di persone e merci.

Maky Sall, presidente del Senegal (a sinistra) e Adama Barrow, presidente del Gambia (a destra)

Casamance, che confina a nord con l’enclave del Gambia e a sud con  Guinea Bissau e Guinea e a est con il Mali, è  abitata da quasi ottocentomila persone, che, malgrado il terreno assai fertile, vista anche la presenza di molti corsi d’acqua, vivono in uno stato di povertà estrema; l’agricoltura, di sussistenza, rappresenta la maggiore attività insieme alla pesca e l’allevamento di bestiame. In tutto il territorio c’è una sola università, a Ziguinchor, inaugurata nel 2007, ma è carente di tutte le materie scientifiche.

Nel 2004, dopo anni di lotta, spesso repressa nel sangue dalle truppe governative, Augustin Diamacoune Senghor, detto l’Abbé Diamacoune, capo dell’MFDC (Mouvement des forces démocratiques de Casamance) e l’allora presidente del Paese, Abdoulaye Wade, hanno firmato un trattato di pace. Per due anni nella regione il clima è stato più disteso, ma dopo la morte dell’abate, nel 2006, il movimento si è spaccato in diverse fazioni. Per la mancanza di controllo del territorio da parte delle autorità, si suppone che per anni il sud del Senegal sia stato terra di passaggio del narcotraffico.

Dal 2012, con la mediazione della Comunità di Sant’Egidio, il governo senegalese sta tentando una pacificazione con il più radicale dei leader del movimento, Salif Sadio, che godeva dell’appoggio dall’ex presidente-dittatore gambiano Yahya Jammeh, ora in esilio in Guinea Equatoriale.

La popolazione è stanca, chiede la pace, le conseguenze della guerra civile sono state devastanti e intere aree sono ancora disseminate di mine antiuomo poste dall’MFDC, che hanno provocato centinaia di morti e mutilati.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

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