Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
Milano, 3 gennaio 2019

Il calcio italiano si è fermato, ma non per pietà, o per rispetto, o per vergogna. Lo stop del campionato di serie A fino al 19 gennaio non è legato alla morte violenta dell’ultrà varesino Daniele Belardinelli durante gli scontri fra tifosi prima della partita Inter-Napoli del 26 dicembre; e neppure agli insulti razzistici lanciati contro il calciatore Kalidou Koulibaly, 27 anni, difensore del Napoli e della nazionale del Senegal. No, si tratta della normale sosta invernale dopo il tour de force durante le festività natalizie e a ridosso del Capodanno.

Servirà questa pausa a far riflettere sull’abisso in cui è precipitato il nostro mondo pallonaro, sulla violenza razzistica di cui è intriso?

Inutile farsi illusioni in un Paese in cui soffiano venti sovranisti e di intolleranza sdoganata. Che importanza ha, ad esempio, ricordare che dei 564 giocatori militanti in serie A ben 324, ovvero il 57,5%, sono stranieri? E che di essi 51 provengono da 13 Paesi africani?

Kalidou Koulibaly

Nove sono giunti da Ghana e Senegal,7 dalla Costa d’Avorio, 5 dalla Nigeria, 4 dalla Algeria, 3 dal Gambia e Marocco, 2 dal Camerun, Mali e Guinea, 1 dal Sud Africa, Burkina Faso e Angola. A essi, poi, bisognerebbe aggiungere quelli come Ronaldo Vieira Nan, 20 anni, della Sampdoria, nato a Bissau, in Guinea, con cittadinanza portoghese, naturalizzato inglese.

O come i francesi Seko Fofana, 33 anni, Steven Mike Nkemboanza Nzonzi, 30 anni, della Roma, Soualiho Meitè, 24 anni, del Torino, Alban Lafont, 20 anni, portiere della Fiorentina, Kevin Malcuit, 27 anni, Mehdi Pascal Marcel Leris, 20 anni, attaccante del Chievo, tutti nati in Africa o da genitori africani. O misti.

Leris, cittadino transalpino per nascita, ha il padre spagnolo e la madre algerina e quindi potrebbe essere chiamato da tre selezioni nazionali! Fofana nato in Francia dal 2017 ha deciso di giocare per la nazionale ivoriana.

Malcuit è di origini marocchine, Lafont ha visto la luce nella capitale del Burkina Faso, Ouagadougou. E via dicendo.. Ma che importanza ha? I giocolieri del pallone, come i raccoglitori di pomodori e arance nel Sud, vanno bene fino a un certo punto. Purtroppo per loro, tutti hanno quella pelle nera su cui si accaniscono i subumani sugli spalti.

Nonostante sia trascorso più di mezzo secolo da quando si vide uno dei primi neri del campionato italiano, poco o nulla è cambiato.

Era uno che veniva non dall’Africa, ma da Conselheiro, nell’entroterra povero dello stato brasiliano di Minas Gerais. Correva l’anno 1962 quando Josè Germano de Sales sbarcò (come ha scritto qualche anno fa Elvis Lucchese, nel sito “Sportallarovescia”) “nella Milano e Italia razziste degli anni Sessanta. Milano fredda e ostile con uno dei primi giocatori di colore in Italia. Sui giornali e nei bar si aprì un assurdo dibattito: è giusto far giocare i “negri” nel nostro campionato? L’allenatore Rocco lo chiamava “Bongo bongo”.

Josè Germano de Sales e Giovanna Augusta

Prima di lui, per la verità, c’era stato a Napoli, dal 1947 al 1949, Roberto Luis La Paz, uruguayano, mulatto, di fisico possente, di carattere ribelle, amante del gioco e delle donne, ma assurto già all’epoca a simbolo del calcio antirazzista. Ex camionista, dopo l’esperienza napoletana , sparì, ricomparve a Marsiglia, dove divenne scaricatore di porto. Poi la sua vita si è persa nelle brume del porto delle nebbie.

Anche la vita di Germano è stata “prima felice, poi dolentissima e funesta” (per riassumerla con il titolo di un’opera di Pietro Citati): si innamorò, ricambiato, di una donna di classe troppo alta e di pelle troppo bianca per lui. E per lui furono guai a non finire.

La donna, infatti, era la figlia Giovanna del pioniere del volo e dell’industriale dell’aeronautica, il conte Domenico Augusta, che al giovane calciatore fece una guerra senza quartiere. La storia riempì i rotocalchi dell’epoca fino al 1997 quando il giocatore, che ebbe alterne fortune nel calcio, morì di tumore in Brasile, dove era ritornato a curare la sua fazenda.

In questi giorni la BBC, in modo quanto mai opportuno, ha ricordato quali furono i primi calciatori africani a mettere i piedi sui campi da gioco europei. Gli antesignani di quella “onda nera” troppo spesso vituperata  ma che ha fatto brillare e fa brillare il football francese, inglese, olandese e nostrano.

Secondo l’emittente britannica , in assoluto a esordire in Inghilterra fu l’egiziano Hussein Hegazi che l’11 novembre 1911 giocò con il Fulham di Londra, oggi in cattive acque di classifica e allenato dall’italiano Claudio Ranieri.

Lo stesso Fulham che nei giorni scorsi – ironia della storia – ha  annunciato che “intende prendere misure severe contro l’intolleranza” dopo che un suo attaccante, Aboubakar Kamara, 23 anni, francese della Mauritania, è stato “vittima di attacchi razzistici” allo stadio e su social media dopo per aver sbagliato un  rigore, a fine dicembre, contro l’Huddersfield.

Il “pioniere” Hegazi era giunto a Londra per studiare ingegneria, ma le sue sensazionali capacità sportive lo portarono a sfondare nel calcio e ad aprire la strada dell’Europa ai giocatori del Continente nero. Oggi – ricorda la BBC – Hegazi è considerato giustamente il padre del calcio egiziano, tanto che al Cairo gli è stata dedicata una via, la Hussein Hegazi street, uno dei luoghi dove nel 2011 e nel 2015 divampò la protesta della Primavera araba. Eppure nella stessa Inghilterra venne dimenticato. Si è dovuto attendere il 2015 quando il “Southwark News” riscoprì e rilanciò la storia e le radici di questo grandissimo campione del club britannico Dulwich Hamlet

Un altro Paese ad accogliere tanti pedatori africani è stata ovviamente la Francia, che prima della seconda Guerra Mondiale ne contava ben 40, provenienti da Algeria, Marocco, Tunisia.

Larbi Ben MBarek

Il più celebre, diremmo celeberrimo, anche se in Italia non è noto, è stato il marocchino Larbi Ben MBarek, ribattezzato subito (prima di Pelè) “la perla nera” dai tifosi del Marsiglia. Era talmente bravo da far dire allo stesso Pelè: “Se io sono il re del calcio, Ben Mbarek ne è il dio!”. Eppure la via di questo dio del pallone fu segnata dal razzismo e dalla cattiva sorte. Pur avendo difeso i colori della nazionale francese dal 1938 al 1954 (a parte l’interruzione dovuta alla guerra) non gli fu mai concessa la cittadinanza. E dopo una carriera di successi Ben Mbarek se ne tornò in patria.

Qui allenò la nazionale, poi cadde in miseria e morì povero e negletto il 16 settembre 1992. Il suo corpo fu trovato tre giorni dopo il decesso. Sei anni più tardi, fu insignito, alla memoria, dell’Ordine del Merito Fifa, la massima onorificenza della Federazione calcistica internazionale.

Nel dopoguerra arrivarono in Francia, sempre più numerosi, anche i giocatori subsahariani. E negli anni ’60, dopo il ribelle La Paz, giunsero da noi i primi neri: Benitez al Milan, Jair all’Inter e Germano al Milan. Pochi e bravi, ma – soprattutto nel caso di Germano – ostraciati a causa della pelle nera. Un’intolleranza intollerabile che dopo oltre mezzo secolo non sembra conoscere tramonto.

Dopo i tragici e vergognosi eventi della partita Inter Napoli, il difensore del Napoli, Faouzi Ghoulam, ha scritto a sostegno del compagno Koulibaly: “Non importa il colore della pelle – non importa la religione – non importa la squadra cui tieni – il calcio, come tutti gli sport è un gioco. E tutti i giochi sono, passione, divertimento, libertà. E nella libertà siamo tutti uguali. Siamo tutti Koulibaly”.

Costantino Muscau
muskat@gmail.com

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Corrispondente dall'Africa, dove ho visitato quasi tutti i Paesi