Il centenario della Grande Guerra: l’Europa dimentica il sacrificio degli africani

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 11 novembre 2018

Oggi Parigi ha ospitato poco meno di settanta Capi di Stato, provenienti da tutti i continenti, per ricordare il centenario dell’armistizio che mise fine alla Prima Guerra mondiale. Il trattato venne firmato tra Francia e Germania in un vagone ristorante poco dopo le cinque del mattino nella foresta di Compiegne.

Durante il conflitto molti africani furono costretti ad arruolarsi, per combattere una guerra non loro. Soldati coloniali in mezzo all’orrore. Centinaia di migliaia di africani dovettero partecipare alla guerra dei loro colonizzatori: basti pensare ai fucilieri senegalesi, provenienti non solamente dall’attuale Senegal, ma da tutta l’Africa occidentale francese. Il corpo, composto da centocinquantamila africani di quell’area e da quarantamila malgasci, vennero reclutati nei ranghi francesi.

Il corpo dei fucilieri era stato creato nel 1857 da Louis Faidherbe, governatore del Senegal, per supportare i francesi nelle loro conquiste in Africa. Ma con l’inizio della Grande Guerra tutto cambiò. I tiratori “neri” non più volontari, vennero reclutati ovunque, anche con la forza. Una caccia all’uomo che ricorda la tratta degli schiavi.

Fucilieri senegalesi, accanto ai francesi durante la prima guerre mondiale

Ma il contingente coloniale più importante di Parigi era composto da magrebini (tunisini, marocchini e algerini), dette le truppe degli spahis.

La Francia schierò quasi mezzo milione di uomini nelle suo colonie: centottantamila nell’Africa subsahariana, duecentosettantamila nel Magreb, quarantamila in Madagascar. I britannici, invece,  “solamente” duecentomila.

Molti di loro vennero inviati a combattere in Europa. Soldati poco addestrati, mal equipaggiati, confrontati anche con l’orrore delle trincee di Verdun, in mezzo al fango, ai ratti, al gelo: il quarantacinque per cento di loro venne ferito e il ventidue per cento morì per la gloria della Francia.

Emmanuel Macron, presidente francese

Gli interessi per il continente africano a quel tempo erano sia politici che economici, e, a volte anche strategici. I tedeschi avevano installato i loro potenti telegrafi senza fili a Lomé (Togo), Windhoek (Namibia), Dar es-Salaam e Duala (Camerun). Nel film La Regina d’Africa, con Hamphry Bogart  e Catherine Hepburn, viene ricordato (anche se romanzato), un episodio bellico che avvenne nel Lago Tanganika. La Regina d’Africa era una potente corazzata che i tedeschi avevano costruito nelle sue acque.

Ma all’epoca la vera ricchezza era l’uomo “nero”. Tutti gli Stati belligeranti reclutavano soldati, ausiliari, portatori “indigeni” in proporzioni tali che nel continente il conflitto era fatto da africani contro gli africani stessi.

Secondo le stime di alcuni storici durante il conflitto morirono tra 1,5 e due milioni di africani, anche a causa delle cattive condizioni sanitarie, per fame, saccheggi. Popolazioni civili vennero decimate per la devastante carestia a Rumanura, in Ruanda. Nell’Africa dell’est la spagnola, una terribile epidemia scoppiata alla fine delle ostilità, causò tra le cinquantamila e le ottantamila vittime. Jürgen Zimmerer, docente di storia all’università di Amburgo ha sottolineato: “Alcune aree si sono totalmente trasformate durante la guerra, laddove è stato possibile, ci sono voluti decenni per riprendersi”.

Durante il periodo bellico la Francia aveva trasportato in Europa centomila algerini e quarantamila marocchini come mano d’opera a buon mercato per i suoi arsenali, le fonderie, le fabbriche di munizioni, l’industria metallurgiche e chimica oppure semplicemente per coltivare i campi. Alla fine delle guerra la maggior parte di loro vennero rispediti a casa, perché rappresentavano un surplus economico inutile e una “minaccia sociale”.

La storia è un’ottima maestra, ma, come sempre, ha pochi alunni. Oggi respingiamo con forza i pronipoti, i discendenti di questi uomini e donne dell’Africa, che oltre cento anni fa combatterono per noi, per la nostra pace, certamente non per la loro.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail
@cotoelgyes

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