In Etiopia la repressione colpisce gli oromo: almeno dieci morti e venti feriti

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 28 ottobre 2017

Ad Ambo, una città situata nella Zona di Mirab Shewa nella regione di Oromia, che dista centotrenta chilometri da Addis Abeba, la capitale dell’Etiopia, sono morte una decina di persone, altre venti sono state ferite durante degli scontri che si sono verificati giovedì scorso tra le forze dell’ordine e i manifestanti. In molti hanno bloccato la via principale della città, perché scontenti della mancanza di zucchero nella regione.

Nelle aree centro-occidentali del Paese, l’Oromia e l’Amhara, risiedono le due più grandi etnie, che rappresentano due terzi della popolazione etiopica.

Gadisa Desalenge, portavoce del governo regionale, ha ammesso ai reporter di Voice of America (VOA) che l’esercito e le forze speciali “AGAZI” sono stati dispiegati nella zona e sono responsabili dell repressione.

Proteste durante l'Irreecha, la festa del ringraziamento
Proteste durante l’Irreecha, la festa del ringraziamento

Una settimana fa, invece, si sono verificati incidenti tra gli oromo e gli amhara. Addisu Arega Kitessa, un altro portavoce del governo regionale ha fatto sapere che otto oromo e tre amhara hanno perso la vita durante questi scontri.

Altre otto persone sono state uccise in occasione di diverse manifestazioni di protesta il 12 ottobre in due città nella regione dell’Oromia: cinque quelle morte a Shashemene (la città che ospita un’imponente comunità rasta), altre trenta hanno riportato ferite, mentre tre sono decedute a Bookeeti e anche in questa città i feriti sono stati una trentina.

L’ondata di proteste è iniziata nel novembre 2015 nella città di Ginchi nell’Oromia perché il governo centrale aveva predisposto l’esproprio di molti terreni agricoli per destinarli all’espansione della capitale Addis Ababa. Numerosi agricoltori si sarebbero così trovati in difficoltà senza la loro terra e senza lavoro. C’era il pericolo che si potessero trasformare in sfollati. Tale progetto fortunatamente non è stato messo in atto, ma le proteste si sono protratte, perché molti manifestanti non sono stati rimessi in libertà.

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A maggio 2016 si sono svolte le elezioni parlamentari, vinte della coalizione al potere, il Ethiopian People’s Revolutionary Democratic Front (EPRDF), che si è aggiudicata una valanga di voti. Gli oppositori e i critici hanno manifestato il loro disappunto per questa schiacciante vittoria parlano di brogli. Il governo aveva dichiarato lo stato di emergenza nell’ottobre dello scorso anno, dapprima per solo sei mesi, poi esteso fino l’inizio di agosto.

Quest’anno la più grande festività degli oromo, l’irreecha, che segna la fine della stagione delle piogge è stata celebrata il 1° Ottobre, l’anno scorso in occasione di questa celebrazione furono uccise cinquantacinque persone secondo il governo, molte di più avevano denunciato gli esponenti dell’opposizione e l’Organizzazione Human Rights Watch aveva parlato addirittura di centinaia di morti. A Bishoftu, vicino al lago Horsada, il ricordo di questa tragedia è ancora viva e presente nella memoria della gente e quest’anno la partecipazione al festival è stata minore. In molti avevano paura, madri e bambini sono rimasti chiusi in casa. Molti dei presenti indossavano una maglietta nera, in segno di lutto, in pochi con la tradizionale veste con bande nere, rosse e bianche.

La folla al festival era rappresentata per lo più da giovani, arrabbiati e agitati.  Oromo e Amhara si sentono oppressi, messi in disparte, i posti chiave nel governo sono tutti in mano alla minoranza tigrina. Un giovane contabile di una ventina d’anni dà sfogo alla sua rabbia: “Questa è una dittatura, non c’è uguaglianza, giustizia, libertà”. Ma anche gli altri giovani concordano: “Non amiamo questo governo, non sappiamo nemmeno quanti siano i nostri ancora in prigione, arrestati durante lo stato d’emergenza”.

In occasione del festival si è svolta anche una marcia pacifica ad Ambo, dove migliaia di giovani, scesi nelle piazze cantavano “down, down Woyane”, ovviamente riferendosi al Fronte di Liberazione del Tigray, oggi la spina dorsale dalla forte coalizione al governo, il Fronte Democratico Rivoluzionario del Popolo Etiope (EPRDF). Altrettanto è successo nella città di Dodola, dove le forze della polizia, amministratori locali e comuni cittadini si sono uniti alla marcia pacifica dei giovani. In tale occasione sono stati lanciati dei messaggi con cui si chiede la liberazione di prigionieri politici, tra loro anche Merera Gudina leader dell’Oromo Federalist Congress (OFC), a tutt’oggi in galera.

Adbulah Gemeda
Adbulah Gemeda

Dopo i primi incidenti che si sono verificati in questo mese, Abadulah Gemeda, portavoce della Camera bassa del Parlamento etiopico, ha rassegnato le dimissioni, sottolineando che la sua decisione è stata presa per la mancanza di rispetto nei confronti degli oromo. Gemeda, lui stesso un membro dell’etnia oromo, è il funzionario di più alto grado a lasciare la propria posizione da quando la coalizione EPRDF è al governo, precisamente dal 1991. L’ormai ex portavoce è un ex capo di Stato maggiore dell’esercito, nonché cofondatore dell’Oromo People’s Democratic Organisation (OPDO) che rappresenta gli oromo nella coalizione EPRDF.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

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Corrispondente dall'Africa, dove ho visitato quasi tutti i Paesi