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Crisi diplomatica tra Camerun e USA per il giornalista in prigione a Yaouandè

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 25 maggio 2018

L’ambasciatore degli Stati Uniti in Camerun, Peter Henry Barlerin, è stato convocato martedì scorso dal ministero degli Esteri di Yaoundé, per aver pubblicato una dichiarazione, nella quale denuciava, tra l’altro, abusi e violenze nelle zone angolfone del Paese africano.

Nel suo lungo messaggio, Barlerin sottolinea: “Il governo camerunense ha commesso assasini mirati, ha arrestato persone senza che questi potessero godere di assistenza giuridica, impedendo inoltre qualsiasi contatto con i familiari o con la Croce Rossa, ha incendiato e saccheggiato interi villaggi”.  L’ambasciatore USA nel suo comunicato precisa che entrambe le fazioni in causa – regioni francofone e quelle anglofone –  hanno delle pesanti responsabilità.

Paul Biya, presidente del Camerun e Peter Henry Barlerin, ambasciatore USA a Yaoundé
Paul Biya, presidente del Camerun e Peter Henry Barlerin, ambasciatore USA a Yaoundé

Questa dichiarazione del rappresentante della diplomazia americana in Camerun è stata pubblicata subito dopo un incontro con Paul Biya, il presidente del Paese.

Il Camerun ha dieci regioni autonome, otto delle quali sono francofone. Solamente in due si parla l’inglese. All’inizio del ‘900 il Paese era una colonia tedesca. Dopo la prima guerra mondiale nel 1919, è stato diviso tra i francesi e gli inglesi, secondo il mandato della Lega delle Nazioni. La parte francese era molto più ampia e aveva come capitale Yaoundé, mentre quella inglese comprendeva la Nigeria e si estendeva fino al Lago Ciad, con capitale Lagos. Gli inglesi erano poco presenti in questa regione, perché la loro attenzione era concentrata sui territori dell’attuale Nigeria.

Con l’indipendenza, ottenuta nel 1961, le due sezioni, quella inglese e quella francese, sono state riunite per formare un unico Stato, l’attuale Camerun, ma finora le parti hanno sempre mantenuto un alto grado di autonomia.

Le proteste nelle regioni anglofone sono iniziate nel novembre 2016, quando gli insegnanti sono insorti contro l’introduzione della lingua francese nelle scuole. Da allora è stato un crescendo di scontri, violenze, oppressioni.

Lo scrittore/giornalista Patrice Nganang
Lo scrittore/giornalista Patrice Nganang

Ma perchè tanto accanimento da parte degli americani in questo conflitto interno di questo Stato dell’Africa centro-occidentale, del quale la comunità internazionale si occupa ben poco? Lo scorso dicembre è stato arrestato e scomparso per diversi giorni giornalista e scrittore Patrice Nganang,  professore ordinario di letteratura alla State University of New York di Stony Brook ed aveva, al momento del suo arresto doppia nazionalità, quella camerunese e quella americana, ma gli era stato ritirato il passaporto del suo Paese, il Camerun, al momento della sua espulsione dal Paese.

Nganang si è scagliato contro il suo governo per le violenze usate per sedare con la forza, le rivolte iniziate ormai oltre un anno e mezzo fa nella zona anglofona del Camerun, ed evidentemente, l’articolo, pubblicato pochi giorni prima del suo arresto sul sito del settimanel Jeune Afrique “Carnet de route en (zone) dite anglophone”, non è stato gradito dalle autorità di Yaoundé. L’avvocato dello scrittore/giornalista aveva fatto sapere di non aver avuto accesso agli atti accesso agli atti degli inquirenti e per ben due giorni nesuno aveva più avuto notizie del suo cliente.

Barlerin ha suscitato così l’ira di Biya e non solo per le critiche sulla gestione dei disordini nelle regioni anglofone. Durante l’ultimo colloquio tra il rappresentante della diplomazia USA in Camerun il giornalista aveva suggerito al presidente del Camerun, al potere dal 1982, prima di impegnarsi nell’organizzazione delle prossime elezioni, che si dovrebbero svolgere il prossimo ottobre, di pensare a come vorrebbe essere ricordato nei libri di storia.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

 

 

 

Scampate a Bobo Haram le donne sono stuprate dai militari nigeriani

sandro_pintus_francobollo
Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 25 maggio 2018

Sono migliaia le ragazze e le donne stuprate dai militari nigeriani dopo essere state “salvate” dalle brutalità di Boko Haram. Amnesty International ha reso pubblico un report che documenta ciò che è successo dal 2015 ad oggi nello stato di Borno, 900 km dalla capitale Abuja, nel nordest della Nigeria.

La mappa campi profughi di Borno oggetto del report di Amnesty (courtesy Amnesty International)
La mappa campi profughi di Borno oggetto del report di Amnesty (courtesy Amnesty International)

“Ci hanno tradite” è il titolo, eloquente e triste, del documento di 90 pagine su donne e ragazze dei campi profughi istituiti dalle forze armate nigeriane in sette città dello stato di Borno. Separate dai mariti dall’esercito nigeriano e aiutati dalla Civile Joint Task Force  (CJTF) – gruppo di miliziani che aiutano a cacciare Boko Haram dalla zona – le donne vengono ridotte alla fame per avere cibo in cambio di sesso. Un tradimento ancora più doloroso e amaro che arriva da coloro dovrebbero proteggerle.

“Un giorno un militare mi ha portato del cibo e il giorno dopo mi ha invitato ad andare a fare rifornimento d’acqua a casa sua. Quando sono arrivata ha chiuso la porta e mi ha violentata”, ha raccontato Ama, 20 anni.

Donne vittime di stupro nei campi profughi in Nigeria (courtesy Amnesty International)
Donne vittime di stupro nei campi profughi in Nigeria (courtesy Amnesty International)

Anche Halima è una vittima di stupro. Appena arrivata in uno dei campi profughi un soldato si è avvicinato offrendole pollo e patate dolci. Lei lo ha riconosciuto come uno degli uomini che aveva picchiato e imprigionato suo marito. Non voleva quel cibo ma aveva fame e lo aveva accettato per disperazione. Quando il soldato tornò a chiedere sesso in cambio di cibo, Halima era troppo spaventata e affamata per rifiutare.

“È terribilmente scioccante che persone che hanno già tanto sofferto nelle mani di Boko Haram siano condannate a subire ulteriori tremendi abusi da parte dell’esercito – ha dichiarato Osai Ojigho, responsabile di Amnesty International Nigeria – Invece di essere protette, donne e ragazze sono costrette a sottostare agli stupri per evitare la fame“.

Il documento di Amnesty è il risultato di un’indagine, realizzata attraverso 250 interviste sui “campi satellite” dell’area. Comprende colloquii con 48 donne e ragazze e l’analisi di video, fotografie e immagini satellitari.

Donne di campo profughi che aspettano per rilascio dei loro mariti-2018 © Private (courtesy Amnesty International)
Donne di un campo profughi che aspettano il rilascio dei loro mariti – 2018 © Private (courtesy Amnesty International)

Cinque donne hanno raccontato ad Amnesty di essere state stuprate tra la fine del 2015 e l’inizio del 2016 nel campo ospedale di Bama, dove la fame era all’ordine del giorno. Nello stesso campo altre dieci donne sono state costrette per fame a diventare “fidanzate”. Molte di loro avevano già perso figli e altri familiari a causa della mancanza d’acqua, cibo e cure mediche.

Ci sono poi le “vedove di Boko Haram”. Sono centinaia e molte di queste sono state vittime di rapimenti e matrimoni forzati da parte di Boko Haram. Nonostante ciò, anziché essere soccorse, sono state arrestate dall’esercito e dal 2015 sono trattenute coi loro bambini nella famigerata base militare di Giwa.

Le donne che si lamentano per il brutale trattamento ricevuto hanno accusato i militari di essere state picchiate, stuprate e aggredite verbalmente di essere “vedove di Boko Haram”.

L’organizzazione per i diritti umani denuncia che lo sfruttamento sessuale delle donne nei campi profughi continua ancora adesso e segue uno schema ormai consolidato. I militari entrano nei campi per fare sesso e i miliziani della CJTF scelgono “le più belle” da consegnare ai soldati. Donne ragazze, per paura, non riescono a ribellarsi.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter: @sand_pin

Giochi del Commonwealth in Autralia: gli atleti africani in fuga dalla vittoria

Costantino MuscauDal nostro Corrispondente sportivo
Costantino Muscau
Milano, 24 maggio 2018

Arcangeline Fouodji Sonkbou , 30 anni, pesista, Camerun: assente

Petit David Minkoumba,  28 anni, pesista, Camerun: assente

Olivier Heracles Matam Matam, 25 anni, pesista, Camerun: assente

Ricordate Manu Chao? “Mi chiamano lo scomparso /quando arriva già se n’è andato/ Arrivo volando, volando me ne vado/ Di fretta di fretta verso una rotta sconosciuta”.

Continuiamo con l’appello .

Simplice Fotsala, 28 anni, pugile: assente.

Arsene Fokou, 35 anni, pugile: assente:

Ulrich Rodrigue Yombo, 25 anni, pugile: assente;

Christelle Aurore Ndiang, 29 anni, pugile, assente;

Christian Ndzie Tsoye, 28 anni, pugile, assente.

Anch’essi tutti del Camerun. …

Ricordate Manu Chao: “Africano clandestino, fuorilegge, ..correre è il mio destino per fregare la legge”.

L’appello potrebbe proseguire: per due atleti ugandesi, per un coach paralimpico ruandese e per decine di altri dirigenti della Sierra Leone, della Nigeria, del Ghana….

Tutti scomparsi, introvabili, clandestini. O quasi. Perché più di uno di loro, ad esempio il pugile Simplice Fotsala, ha postato sorridente e irridente le sue foto sul ponte più famoso di Melbourne.

Una fuga di massa, anzi un rifiuto di massa. Mai visto nella pur lunga storia di defezioni avvenute in occasioni di grandi eventi sportivi mondiali.

Sono, infatti,  ben 255 gli atleti e i dirigenti, molti  di quali africani,  rimasti “clandestinamente” nella terra dei canguri dopo i XXI Giochi del Commonwealth , svoltisi nella Golden Coast, Stato del Queensland (Brisbane) dal 4 al 15 aprile. Tutte persone che in parte  hanno già chiesto asilo al governo degli aussies, oppure si sono volatilizzate nel Villaggio degli atleti.

Atleti del Camerun ai XXI Giochi del Commonwealth in Australia
Atleti del Camerun ai XXI Giochi del Commonwealth in Australia

Tutta gente che non ha nessuna intenzione di rientrare in…classe, di tornare – almeno per quanto riguarda atleti e dirigenti africani –  a Yaoundè, dal longevo, immarcescibile presidente Paul Byia, al potere  da 35 anni; o a Kampala, sotto quel Museveni che governa “solo” da 30 anni; o a Kigali, dove Paul Kagame, per non essere da meno degli altri due,  è stato designato quattro volte come presidente dal 2000 in poi (ovviamente rieletto).

“Disertori”, ha bollato i suoi introvabili pesisti e pugili il responsabile della comunicazione della nazionale del Camerun, Simon Molombe, che ha denunciato gli atleti alle autorità australiane.

“Ci costeranno milioni di dollari”, hanno urlato i simil-leghisti australiani di fronte alla prospettiva di concedere lo stato di rifugiato a centinaia di atleti e dirigenti, che, venuti in Australia per i Commonwelth Games alla scadenza (15 maggio scorso) del visto concesso per l’evento, sono diventati come i drammatici personaggi immortalati da Manu Chao: desaparecidos, clandestini.

In realtà 205 avrebbero ottenuto “visti ponte”, in attesa che il loro incartamento venga preso in esame. Altri 50, invece, hanno proprio fatto perdere le tracce, stando a quanto reso noto dal ministro dell’Interno , Peter Dutton, alla commissione Immigrazione del Senato. Il ministro ha minacciato di deportare chiunque non si presenti alle autorità e non abbia diritto all’ asilo.

“Si può dire che vi siano precedenti di lunga data, di atleti che chiedono asilo e ottengono protezione”, ha ricordato l’avvocato David Manne dell’organizzazione Refugee Legal. “Di fatto, alcuni degli atleti in giochi passati non solo hanno ottenuto protezione, ma hanno in seguito gareggiato per l’Australia”.

Simplice Ribouem, atleta ex camerunense., oggi australiano.
Simplice Ribouem, atleta ex camerunense., oggi australiano.

Uno di questi è Simplice Ribouem, 36 anni. Nel 2006, a Melbourne, ai XVIII Giochi del Commonwealth, dopo aver vinto la medaglia di bronzo per il suo Paese, il Camerun, “mi nascosi per tre giorni e tre notti, dormendo all’aperto e nutrendomi solo di acqua – ha raccontato ora commentando la ‘diserzione’  dei suoi connazionali -. Poi la mia vita cambiò. Divenni australiano e per il mio nuovo paese vinsi la medaglia d’oro ai XIX Giochi del Commonwealth del 2010 , a Nuova Delhi, e quella d’argento nel 2014, a Glasgow”.

Manu Chao
Manu Chao

Solo perché sono atleti, non vuol dire che non temano per la propria sicurezza”, ha commentato ancora l’avvocato David Manne. E non sempre per ragioni politiche. I camerunesi, ad esempio, fuggono da un Paese sull’orlo di una guerra civile e in preda a gravi tensioni da decenni.

Dopo la proclamazione di indipendenza, lo scorso ottobre, della Repubblica di Ambazonia (da Ambas Bay, la baia alla foce del fiume Mungo che in epoca coloniale segnava il confine naturale tra area inglese e francese), la repressione del governo centrale è stata durissima contro i separatisti anglofoni (circa 3 milioni contro gli altri 20). Un retaggio delle solite potenze coloniali. Tedesco fino alla fine della prima guerra mondiale, il Camerun fu diviso in due parti dalle potenze vincitrici: la zona sud-occidentale, più vicina alla Nigeria (il 20 per cento circa del territorio) fu affidata al Regno Unito, il restante 80 per cento, alla Francia. Tensioni mai sopite fra i due gruppi che spiegano come già alle Olimpiadi del 2012 di Londra sette atleti camerunesi scomparvero dal villaggio olimpico. (In occasione degli stessi giochi olimpici altri 21 atleti e allenatori dell’Africa svanirono nel nulla. E come non ricordare quello che successe nel 2011, quando da un hotel parigino si volatilizzò un’intera squadra calcistica senegalese?)

“Se poi si è omosessuali, questa è stata l’occasione per alcuni atleti di diventare liberi in una terra aperta”, ha chiosato un altro legale australiano, che si occupa di assistenza di clandestini o di chi chiede asilo. Il riferimento, neanche troppo velato, è sia all’Uganda sia al Camerun: nel primo per gli omosessuali recidivi è previsto l’ergastolo. Nel secondo , uno dei Paesi più omofobi del mondo – ha ricordato pochi giorni fa il sito gay.it – le persone associate alla omosessualità sono punibili sia con la reclusione sia con la pena di morte. Il mese scorso la polizia ha arrestato 5 uomini che lavorano per l’organizzazione per i diritti LGBT Avenir Jeune de L’Ouest e ad essi è stato ordinato di sottoporsi ad un esame anale, descritto come forma di tortura da parte delle Nazioni Unite”.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com

Congo-K: ebola non si ferma, iniziata la campagna di vaccinazione

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 24 maggio 2018

Ebola continua la sua corsa e l’ultimo bollettino dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, rilasciato due giorni fa, è preoccupante: dall’inizio dell’epidemia al 21 maggio sono decedute ventisette persone, gli esami del sangue hanno già confermato altri ventotto casi, oltre a questi, ci sono ventuno ammalati probabili, mentre di nove si sospetta che abbiano contratto il temibile virus.

L’epicentro di questa nuova ondata della febbre emorragica è Bikoro, nel nord-ovest della Repubblica Democratica del Congo, ma il virus ha già raggiunto alcune altre località, Iboko e Wangata. Sei giorni fa si è presentato anche il primo caso a Mbandaka, centro di circa 1 milione di abitanti, che dista centotrenta chilometri dall”epicentro dell’epidemia. Malauguratamente tre pazienti hanno abbandonato il reparto di isolamento dell’ospedale della città tra domenica e martedì. Nel frattempo due di loro sono già deceduti.

Campagna di vaccinazione contro l'ebola in Congo-K
Campagna di vaccinazione contro l’ebola in Congo-K

L’OMS e diverse organizzazioni internazionali hanno già inviato nella ex colonia belga i migliori specialisti, oltre a staff logistico, materiale e attrezzature mediche, per supportare gli operatori sanitari del luogo. In questi giorni sono arrivate anche diverse migliaia di dosi di vaccino rVsv-Zebov. La campagna di vaccinazione è iniziata già lunedì scorso davanti al municipio di Mbandaka, dove sono stati immunizzati una decina di pazienti. L’OMS ha elaborato una strategia “ad anello” per arginare il contagio. In questa prima fase delle vaccinazioni sono state selezionate già seicento persone a rischio (personale sanitario, persone che sono venute a contatto con il paziente e i “contatti dei contatti”). Il 26 maggio inizieranno anche le immunizzazioni a Bikoro, area molto difficile da raggiungere anche con mezzi fuoristrada 4 x 4.

Secondo Hugues Robert, coordinatore di Medici Senza Frontiere in Congo-K, non è facile fare una prognosi sull’espandersi della gravissima malattia e ha precisato: “Se l’epidemia colpisce un piccolo villaggio remoto, possiamo anche non venirne a conoscenza e facilmente potrebbero essere contagiate altre persone”.

Funerali di una persona deceduta di ebola
Funerali di una persona deceduta di ebola

Infatti molti vengono infettati durante i funerali, che si svolgono con riti particolari. Il caro defunto viene lavato, vestito e generalmente toccato per l’estremo saluto. Il virus sopravvive alla morte del contagiato, è in grado di contaminare chiunque venga a contatto con il corpo dell’estinto. Spesso al rito funebre partecipano parenti e amici che giungono da villaggi e città lontane, dunque se sono stati contagiati, il microrganismo mortale viaggia con loro, mettendo a rischio altri. Dunque è indispensabile che i morti di ebola vengano seppelliti  da personale specializzato per evitare che la febbre emorragica si propaghi.

Ebola è un microrganismo dalla famiglia dei filovirus. A sua volta il virus è suddiviso in quattro sottotipi che prendono in nome dalla zona dove sono stati identificati la prima volta: Zaire, Sudan, Costa d’Avorio e Reston. L’incubazione della malattia è di 2-20 giorni, poi esplode con febbre acuta, cefalea, mialgia, stato di progressiva spossatezza, associata ad esantema, shock e manifestazioni emorragiche cutanee e mucose.

Filovirus ebola
Filovirus ebola

La malattia si manifesta con forte febbre cui presto si aggiunge un’insopportabile emicrania. Più il virus si moltiplica, più attacca gli organi interni che vengono distrutti e praticamente liquefatti. Intervengono vomito inarrestabile, rosso e nero, diarrea rossa e delirio totale. Il viso e il corpo si coprono di macchie scarlatte purulente (anche Edgard Allan Poe, ma con la fantasia, nel suo racconto “La maschera della morte rossa”, aveva descritto una malattia simile). Alla fine tutti gli organi esplodono e l’ammalato muore tra indicibili sofferenze.

Ebola, la sola parola in Africa provoca panico. Molti hanno paura di rivolgersi agli ospedali con l’apparire dei primi sintomi. Nelle zone rurali si affidano molto spesso ai guaritori tradizionali, perchè convinti che si tratti di stregoneria ed è evidente che ciò favorisce la diffusione del virus.

Di ebola si può anche guarire, non sempre la malattia è letale, come abbiamo visto anche nella precedente ondata di questo virus. Infatti i primi due pazienti, tra loro un’infermiera, hanno potuto lasciare l’ospedale di Bikoro proprio in questi giorni e ricongiungersi con le loro famiglie. “E’ un segnale importante per la popolazione”- ha specificato il coordinatore di MSF.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Dopo anni di terrore l’Europa finanzia la giovane democrazia del Gambia

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 23 maggio 2018

Adama Barrow, il presiedente del Gambia, eletto democraticamente il 1° dicembre 2016, dopo la dittatura di Yahya Jammeh, durata ben ventidue anni, è giunto a Bruxelles ieri mattina per la conferenza internazionale dell’Unione Europea e del governo del suo Paese.

Durante l’incontro, presieduto congiuntamente dal responsabile europeo per gli esteri, Federica Mogherini, e dal leader  del Gambia, la comunità internazionale ha dato il via libera al finanziamento  di 1,45 miliardi di euro a sostegno del piano di sviluppo nazionale del Paese, diretto ad aiutare la sua transazione verso la democrazia. La Mogherini ha promesso un ulteriore finanziamento di centoquanranta milioni di euro, che si aggiungono ai duecentoventicinque già messi in campo all’inizio del 2017.

Adama Barrow, presidente del Gambia e Federica Mogherini, Alto rappresentante dell'Unione per gli Affari esteri e la politica di sicurezza e vicepresidente della Commissione
Adama Barrow, presidente del Gambia e Federica Mogherini, Alto rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri e la politica di sicurezza e vicepresidente della Commissione

Dopo aver vinto con il 43,3 per cento delle preferenze le presidenziali, lo United Democratic Party, il partito di Barrow, ha vinto anche le legislative poco più di un anno fa e dunque il nuovo governo dovrebbe avere tutte le carte in regola per poter lavorare nella giusta direzione. Ma bisogna tener conto della pesante eredità che Jammeh ha lasciato. La gestione dei fondi pubblici era finalizzata all’arricchimento di se stesso, della sua famiglia e prima di partire per l’esilio in Guinea Equatoriale il dittatore ha svuotato quasi completamente le casse della ex colonia britannica.

Recentemente il governo di Banjul ha messo in vendita alcuni aerei e autovetture di lusso acquistate da Jemmeh durante la sua lunga tirrania, per cercare di saldare parzialmente la montagna di debiti, eredità che il dittatore ha lasciato al nuovo esecutivo del Paese. Ancora oggi oltre la metà della popolazione vive in miseria ed è per questo motivo che molti giovani scappano per raggiungere i porti della Libia e imbarcarsi verso le nostre coste.

Anni di terrore e di fame lasciano il segno in un popolo. Non si dimenticano facilmente le sparizioni, gli arresti extragiudiziali, le torture e altri terribili reati commessi nei confronti di coloro che si permettevano di opporsi all’ex dittatore durante il suo spietato regime.

Jammeh è stato al potere per ventidue anni. Prima l’ha “conquistato” con un colpo di Stato nel 1994, poi è stato rieletto nel una prima volta nel 1996 grazie a “libere e democratiche elezioni”, chiaramente truccate.  Si è anche convertito all’islam, forse per ottenere più consensi, visto che la maggior parte della popolazione è musulmana. Il suo regime è stato accusato di sparizioni forzate, arresti extragiudiziari, morti sospette, accanimento contro i media, violazione dei diritti fondamentali dell’uomo e repressione verso i suoi difensori dei diritti dell’uomo, violazione dei diritti fondamentali dell’uomo, per non parlare del suo odio atavico verso gay e lesbiche.

Yahya Jammeh, ex presidente del Gambia
Yahya Jammeh, ex presidente del Gambia

Il Gambia è una lingua di terra, un’enclave all’interno del Senegal e conta solamente 1,849.000 abitanti e il Paese è spesso anche transito di migranti. Nel luglio del 2005 sono spariti nel nulla oltre cinquanta persone provenienti da diversi Stati africani, diretti verso l’Europa. Tra loro c’erano cittadini nigeriani, senegalesi, ivoriani e quarantaquattro ghanesi, tutti quanti ammazzati in Gambia in cicostanze pocho chiare.

Allora la questione aveva suscitato grande scandalo in Ghana, ma Jammeh era riuscito ad insabbiare il tutto. Ora, tredici anni dopo, un gruppo di organizzazioni per la difesa dei diritti umani ghaniane e le famiglie delle vittime hanno chiesto al governo di Accra di aprire un’inchiesta sulla base di nuovi elementi di prova – un rapporto venuto alla luce dopo tanti anni – e di avviare procedimenti giudiziari nei confronti dell’ex presidente di questo piccolo Paese, oggi in esilio in Guinea Equatoriale, per le sue implicazioni nel massacro di questi giovani.

 

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Respinti dall’ Europa i migranti puntano a ovest: barcone con 25 africani arriva in Brasile

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Africa ExPress
Brasilia, 21 maggio 2018

Venticinque migranti, provenienti dal Senegal, Nigeria, Guinea, Sierra Leone e Capo Verde, sono stati soccorsi insieme ai due scafisti brasiliani a largo delle acque di Maranhão, Stato situato nel nord del Brasile.

Secondo un comunicato della polizia federale brasiliana il viaggio via mare è durato trentacinque giorni e alcuni dei poveracci sono stati ricoverati in stato di grave disidratazione, mentre gli scafisti sono stati arrestati per traffico di esseri umani, . La marina militare del Paese ha fatto sapere che è stata aperta un’inchiesta per determinare le esatte dinamiche di questa traversata. Sembra che le vele del natante siano state distrutte durante una tempesta ed è stato riportato che gli ultimi cinque giorni sia venuto a mancare anche il carburante.

Migranti africani approdano in Brasile
Migranti africani approdano in Brasile

Non è la prima volta che disperati africani, che fuggono da oppressione, fame, cambiamenti climatici, guerre, cercano di raggiungere lidi non europei. D’altronde il Brasile è il Paese con il maggior numero di persone di origini africane, dunque culturalmente più vicino a chi proviene da aeree subsahariane.

E, secondo uno studio dell’università di Yale, molti rifiugiati cercano destinazioni alternative, vista la difficile situazione libica e gli accordi sottoscritti dall’Unione Europea e dall’Italia per arginare il flusso migratorio. (https://www.africa-express.info/2017/05/24/guardacoste-libico-spara-contro-migranti-il-risultato-degli-accordi-con-litalia/) e (https://www.africa-express.info/2017/03/28/pasticci-dellunione-europea-che-non-riesce-fermare-migranti-e-profughi/).

Africa ExPress

Burundi: referendum farsa per trasformare il presidente Pierre Nkurunziza in dittatore

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 21 maggio 2018

Giovedì scorso i 4,8 milioni burundesi aventi diritto al voto sono stati chiamati alle urne per un referendum volto modificare la Costituzione. In teoria la riforma del testo garantirebbe all’attuale presidente, Pierre Nkurunziza, al potere dal 2005, di restare sulla poltrona più ambita del Paese fino al 2034.

Nel 2015, Nkurunziza aveva già ottenuto un terzo mandato in violazione alla Costituzione e agli accordi di pace di Arusha, provocando una gravissima crisi politica, che aveva costretto 400.000 burundesi a rifugiarsi nei Paesi vicini . Il presidente Nkurunziza, un mistico pastore protestante, crede di essere unto dal Signore e predestinato a guidare il suo Paese.

Pierre Nkurunziza, presidente del Burundi, durante l'operazione di voto
Pierre Nkurunziza, presidente del Burundi, durante l’operazione di voto

Le modifiche previste alla Costituzione sono parecchie, non si parla solamente di concedere al capo del regime attuale di ricandidarsi per latri due mandati. In base agli accordi di Arusha, nella Costituzione in vigore è prevista la divisione dei poteri tra hutu e tutsi secondo le quote etniche che in parte saranno mantenute: nelle forze armate e nei corpi di pubblica sicurezza sono rappresentati in parti uguali (50 per cento hutu e 50 per cento tutsi); sessanta per cento hutu e quaranta per cento tutsi, per quanto concerne il governo e il parlamento. Queste quote saranno ora estese anche alla magistrature e alla società civile.

L’intelligence, invece, che dipende direttamente dal presidente, non dovrà più rispettare la ripartizione accordata. Inoltre, rappresentati dei partiti che hanno ottenuto oltre il 5 per cento dei voti alle elezioni legislative, dovrebbero far parte del governo. Oltre a ciò, le leggi dovrebbero essere approvate a maggioranza dei due terzi. Con la revisione costituzionale tutto ciò sarà abrogato: Nkurunziza e il suo partito potranno governare il Paese a loro piacimento, il primo ministro e il vice-presidente, un tutsi, non avranno potere alcuno. E infine, il presidente potrà essere perseguito penalmente solo in caso di altro tradimento.

E concludendo, d’ora in poi il potere legislativo sarà completamente in mano al dittatore: una legge adottata dal Parlamento sarà considerata decaduta, se non verrà promulgata entro trenta giorni da Nkurunziza.

Il leader della coalizione all’opposizione, Agathon Rwasa, ha già fatto sapere che respingerà i risultati di questo referendum e ha precisato: “Il processo elettorale non è stato libero e trasparente e tutt’altro che democratico”.

I dati definitivi saranno resi noti lunedì pomeriggio, secondo un comunicato Pierre-Claver Ndayicariye, presidente della Commissione Elettorale (CENI). In seguito i risultati dovranno essere sottoposti alla Corte Costituzionale per la convalida del referendum.

Agathon Rwasa, leader della coalizione all'opposizione in Burundi
Agathon Rwasa, leader della coalizione all’opposizione in Burundi

Finora si conoscono i risultati di diciasette province su diciotto e sembra che le modifiche alla Costituzione siano state accettate dalla popolazione. I dati oscillano tra il cinquanta e l’ottancinque per cento per il sì.

Secondo alcune organizzazioni di difensori dei diritti umani, questa campagna referendaria è stata contrassegnata da un clima di intimidazione: arresti arbitrari, omicidi e sparizioni non sono mancati. Le ONG hanno inoltre denunciato la totale assenza di un reale debattito democratico. Human Rights Watch ha fatto sapere venerdì che nelle settimane precedenti al referendum sono state uccise almeno quindici persone, otto sono state rapite, mentre altre sei sono state violentate.

Il progetto di revisione della Costituzione non è stato visto di buon occhio dalla comunità internazionale. L’UE, USA e UA hanno aspramente criticato questo referendum, critiche che non hanno influenzato in nessun modo il regime burundese, pur sapendo che l’UE è il principale donatore del Paese, uno dei più poveri al mondo. Forse il presidente ha dimenticato che nel 2016 Bruxelles aveva sospeso per diverso tempo gli aiuti diretti a Bujumbura, proprio a casua della feroce reppressione del regime.

Molti burundesi sono stati costretti ad iscriversi alle liste elettorali, e il 17 maggio, giorno del referendum, le forze di sicurezza e militanti di Imbonerakure – l’ala giovanile del partito al potere –  si sono presentati anche davanti a molte abitazioni per accompagnare le persone ai seggi.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

La crescita demografica in Africa allarma l’ONU: “La sopravvivenza è a rischio”

francoDal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 20 maggio 2018

Nel 1990 la popolazione mondiale ammontava a 5,3 miliardi. Oggi è salita a 8,5 e nel 2050 si attesterà su 9,7 per arrivare, nel 2100, a ben 11,2 miliardi di abitanti. Cifre da capogiro se si pensa che all’inizio del secolo scorso il numero mondiale degli abitanti non raggiungeva i due miliardi. E’ stimato che le risorse naturali del pianeta, benché non ancora totalmente sfruttate (soprattutto in campo agricolo) non saranno più in grado di fornire l’alimentazione essenziale a chi lo abita. Per quanto riguarda l’acqua – elemento vitale, sia per l’utilizzo domestico, sia per quello agricolo e animale – la sua drammatica mancanza si sta già avvertendo da diversi decenni.

Questo fenomeno di crescita demografica, nel suo evolversi, presenta anche seri aspetti antitetici: il diffondersi dell’urbanizzazione, per ospitare i nuovi abitanti della terra, sottrarrà fatalmente terreni allo sfruttamento agricolo; saranno abbattute foreste, incorrendo così in una sempre maggiore mancanza dell’ossigeno che respiriamo; la povertà, soprattutto in Africa, provocherà imponenti esodi verso le nazioni più ricche e progredite originando scontri tra culture e religioni radicalmente diverse, cui seguiranno sempre più marcate reazioni d’intolleranza e di sciovinismo.

Il grafico mostra la distribuzione dell'incremento demografico nel mondo
Il grafico mostra la distribuzione dell’incremento demografico nel mondo

Mentre le nascite nel mondo occidentale calano, l’Asia e l’Africa appaiono come i due continenti in cui la natalità cresce più vertiginosamente. Il trend attuale fa prevedere che nel 2050 il 60 per cento della popolazione mondiale sarà costituito da asiatici e il 20 per cento da africani. La capolista di questa classifica è l’India che in meno di due lustri si prevede supererà anche la Cina diventando la nazione più popolata del mondo. Tuttavia, anche se non raggiunge la leadership della natalità, è l’Africa ad apparire la più danneggiata dalla sovrappopolazione.

Negli ultimi cinquant’anni, la maggior parte dei paesi asiatici ha dato il via a un formidabile progetto d’industrializzazione. I suoi prodotti hanno rapidamente conquistato i mercati mondiali sostituendo, o fagocitando, quelli delle più importanti imprese occidentali i cui marchi sono andati via via scomparendo. Pur non rinunciando a biasimare alcuni comportamenti di questa nuova imprenditoria (eccessivo sfruttamento del personale, assenza o inadeguatezza di tutele sociali, scarsa attenzione ai diritti umani, qualità spesso scadente, conocorrenza sleale) sul piano pratico occorre dare atto che, rispetto alla disperata povertà che affliggeva l’Asia nel primo quarto del secolo scorso, oggi le condizioni di vita di gran parte dei suoi abitanti, ha fatto passi da gigante.

Il grafico mostra l'impennata della crescita demografica dal
Il grafico mostra l’impennata della crescita demografica a partire dalla fine del secolo scorso

Questo non è avvenuto in Africa, se non in misura del tutto marginale. Ataviche credenze tribali, ritualità che soffocano ogni stimolo al progresso, radicate ossessioni superstiziose, corruzione endemica e incontrastabile; impediscono a questo continente di decollare e di poter conquistare, dopo l’indipendenza e l’autodeterminazione politica, anche l’autonomia economica. Nigeria, Congo, Etiopia, Tanzania, Uganda e Kenya, sono le nazioni più affette da una natalità incontrollata. La Nigeria, che in Africa mostra il più rapido ritmo di crescita, salirà presto al terzo posto mondiale, superando gli Stati Uniti.

Inoltre, mentre i governi di Cina, India e Indonesia, stanno almeno tentato di limitare le nascite con l’adozione d’idonee misure. Nulla si fa in Africa dove la proliferazione è selvaggia nella quasi totale assenza di una qualsiasi regolamentazione. I maschi africani che riconoscono la propria paternità, sono una minoranza e continuano indisturbati a ingravidare donne diverse, dileguandosi immediatamente dopo averlo fatto. Questo crea un esercito di orfani che le madri, rimaste sole ad accudirli, non riusciranno a nutrire convenientemente, né a fornire loro un’adeguata educazione scolare.

Previsioni di crescita demografica fino al 2050 come si vede il trend dei paesi occidentali è insignificante
Sviluppo demografico previsto fino al 2050. Come si vede il la crescita dei paesi occidentali è pressochè insignificante

Nella concezione del “macho” africano, fare molti figli e un segno di virilità e più sono le donne ingravidate, più aumenta l’orgoglio per l’impresa compiuta. Qualche anno fa, un facoltoso ottantenne della tribù dei luo (etnia nord-occidentale del Kenya), si vantava davanti alle telecamere di una TV locale, di aver messo al mondo oltre cento figli e neppure ricordava quante erano state le donne che avevano collaborato alla bisogna. I suoi compaesani gli avevano appioppato il nomignolo di “Okuku” che in lingua locale significa “pericoloso”, ma lui se ne rideva affermando con orgoglio che il suo soprannome era per tutti “The Bull” (il toro) e che, benché ottuagenario, aveva appena ingravidato una ragazza non ancora ventenne, sua ultima “conquista”.

Il dato dell’incremento demografico africano è aggravato dall’alta mortalità infantile e dalla bassa aspettativa di vita che oscilla tra i cinquantaquattro e i cinquantotto anni. In queste condizioni, tra guerre, ignoranza, corruzione, povertà e malgoverno, è davvero difficile che l’Africa possa affrancarsi da questo stallo per sfruttare le immense risorse potenziali che possiede. L’alternativa resta quindi quella di fuggire verso altri lidi, come quelli europei che, in una certa misura, avrebbero anche bisogno di loro per sopperire alla crescita demografica europea, attestata ormai da anni sullo zero, ma occorre che quest’accoglienza sia regolamentata e monitorata, perché possa rivelarsi di comune beneficio sia agli africani, sia agli europei, evitando gli esplosivi contrasti che si stanno oggi riscontrando in ogni parte del vecchio continente.

Uno dei molti terreni abbandonati incolti in Africa
Uno dei molti terreni abbandonati incolti in Africa

Al problema della sovrappopolazione, si stanno dedicando decine di organizzazioni internazionali, tra queste anche L’UNPF (United Nation Population Fund), ma il problema è immenso e i risultati, almeno finora, sono meno che scarsi. Si parla di manipolazione genetica delle colture per accrescerne la produzione, ma anche facendolo, occorrerebbe prima incoraggiare l’agricoltura con progetti d’irrigazione, finanziamenti agevolati e attrezzature idonee. Purtroppo la maggior parte dei proventi africani (aiuti internazionali inclusi) finiscono nelle tasche delle sue leadership e la questione si mantiene irrisolta.

I grafici sopra riportati dimostrano la gravità della situazione e implicano anche una prossima e inevitabile conseguenza: la razza caucasica (la nostra) è destinata a scomparire fondendosi con quelle dei paesi emergenti. Ci vorranno secoli e non è detto che questo sarà un evento negativo, ma occorre che se ne abbia coscienza, lo si accetti, se ne prevedano le possibili frizioni e lo si pianifichi con attenzione, evitando che avvenga in modo traumatico, come sta già purtroppo accadendo oggi in tutta Europa.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1   

Raddoppiati i capitali in uscita illecita dall’Africa: ora sono cento miliardi di dollari

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 19 maggio 2018

“Il flusso di denaro illegale che esce dai Paesi africani è raddoppiato e sta crescendo. La sfida è come fermarlo perché è un problema africano”. L’allarme lo ha dato Abdalla Hamdok, vice segretario esecutivo della Commissione economica delle Nazioni Unite per l’Africa (CEA).

L’occasione è stata una discussione ad alto livello che si è tenuta lo scorso 13 maggio ad Addis Abeba in Etiopia, sede dela CEA, alla Conferenza dei ministri dal titolo “Priorities for Tracking Illicit Financial Flows in Africa” (Le priorità per tracciare i flussi finanziari illeciti in Africa).

Logo della conferenza sui flussi finaziari illeciti in Africa
Logo della conferenza sui flussi finaziari illeciti in Africa

Abdalla ha confermato che, per gli stati africani, il denaro trasferito illegalmente oltre confine insieme all’aggressiva elusione fiscale ammontano ora a una perdita di 100 miliardi di dollari americani all’anno. Un flusso di denaro raddoppiato rispetto al 2015 anno in cui era stato stimato attorno a 50 miliardi. “Questo è un problema africano – ha aggiunto Abdalla – e l’unico modo per risolverlo è lavorare insieme ai nostri partner”.

La responsabilità dell’uscita di questa immensa marea di denaro che abbandona il continente africano non è solo dei Paesi africani. La sferzata allarme arriva da Nara Monkam, direttore della ricerca dell’Africa Tax Administration Forum (ATAF) .

Abdalla Hamdok e Nara Monkam
Abdalla Hamdok e Nara Monkam

La signora Monkam ha puntato i riflettori sulla destinazione dei fondi e sul profilo di coloro che sono impegnati nel trasferimento dei soldi: “Alcune multinazionali utilizzano l’evasione fiscale, la fatturazione scorretta e il prezzo di trasferimento abusivo”. Per affrontare questi tipi di pratiche finanziarie, secondo il direttore è necessaria una cooperazione tra Paesi a livello continentale.

Nara ha aggiunto che i flussi finanziari illeciti dall’Africa coinvolgono attori di tutto il mondo e che le leggi e le politiche delle giurisdizioni non africane hanno un grave impatto sui flussi illeciti provenienti dall’Africa c’è quindi bisogno di maggiori finanziamenti per l’assistenza tecnica in materia fiscale e per migliorare le amministrazioni fiscali.

L’impegno dei governi è ritenuto cruciale anche da Annet Wanyana Oguttu, esperta di diritto tributario all’Università del Sudafrica. Ha ricordato che l’impegno dei governi africani è cruciale e ha chiesto che i politici comincino a combattere i flussi finanziari illeciti perché: “Tutto si impantana per la volontà politica”.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter: @sand_pin

Algeri rispedisce nel deserto senza assistenza i migranti che arrivano sulla sua costa

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu sant’Elena, 18 maggio 2018

Per accellerare le espulsioni dei migranti, le autorità algerine abbandonano i disgraziati in fuga direttamente nel deserto. Questo evidente inasprimento delle politiche migratorie del governo di Algeri è in atto da diverso tempo.

Una volta arrestati in diverse città algerine, i migranti vengono accompagnati a Tamanrasset, che dista oltre milleottocento chilometri a sud della capitale, dove vengono trattenuti per alcuni giorni in un campo prefabbricato prima di essere accompagnati con dei camion fino al confine, da lì devono proseguire a piedi.

Non sono poche le persone, sopratutto quelle più deboli, che muoiono durante questo tragitto a causa dell’insopportabile calura.

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L’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni ha fatto sapere che dallo scorso settembre ha soccorso oltre diecimila migranti in pieno deserto. Sul suo account twitter, Giuseppe Locorte, direttore OIM in Niger ha reso noto che sabato scorso sono stati espulsi trecentoquarantre persone – centosettantasei uomini, cinquantasei donne e centoquattoridici minori – che ora sono sotto la custodia dell’UNHCR in Niger.

All’inizio del mese la stessa sorte è toccata ad altri millecinquecento poveracci: seicento camerunensi, un folto gruppo di maliani e un altro di guineani e migranti in fuga da altri Paesi africani sono stati mandati nel deserto tra la frontiera algerina e quella nigerina. Secondo alcune fonti di Niamey, gli sfortunati espulsi sarebbero stati portati in seguito ad Agadez dagli operatori dell’UNHCR.

Molti deportati hanno raccontato di essere stati maltrattati durante la detenzione e hanno criticato aspramente la politica dei respingimenti forzati. Dall’inizio dell’anno l’OIM è intervenuta ben diciotto volte per soccorrere persone deportate nel deserto.

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Una cinquantina di giovani maliani, espulsi dall’Algeria nel recente passato, hanno manifestato tutta la loro rabbia per il trattamento ricevuto dalle autorità, protestando davanti all’ambasciata algerina  a Bamako, la capitale del Mali. Malgrado l’intervento immediato delle forze dell’ordine, alcuni ex migranti sono riusciti ad penetrare nell’edificio, causando parecchi danni. Altri si sono limitati ad urlare slogan ingiuriosi contro le autorità dell’ex possedimento francese. Alcuni manifestanti sono stati arrestati. In seguito a questo fatto il ministero degli Esteri di Algeri ha convocato l’amabsciatore maliano, chiedendo di far luce sull’accaduto.

Il “Fondo per l’Africa”, un finanziamento di duecento milioni di euro, erogato al ministero degli Esteri italiano e della Cooperazione, all’inizio di febbraio 2017, per interventi straordinari con l’obbiettivo di aprire un nuovo dialogo e interventi nei Paesi che originano il maggior flusso migratorio verso le nostre coste, senza escludere gli Stati africani di transito, come Libia e Niger. All’OIM sono stati devoluti 18 milioni di euro per rimpatri volontari assisti, per l’assistenza di rifugiati in difficoltà, mentre all’UNHCR altri dieci milioni per il miglioramento dei centri di detenzione in Libia, assistenza ai migranti e sostegno alle comunità locali. (https://www.africa-express.info/2017/11/13/il-fondo-per-lafrica-finanzia-la-guardia-costiera-libica-denuncia-dellasgi/).

L’Algeria è firmataria della convenzione di Ginevra del 1951 e della Convenzione del 1987 contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti, pertanto dovrebbe rispettare gli accordi siglati e permettere ad ogni rifugiato la possibilità di richiedere asilo e/o protezione e non ricorrere a espulsioni forzate.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes