Dal Nostro Corrispondente Franco Nofori Mombasa, 18 maggio 2018
Sì, è fuor di dubbio: l’Italia le armi chimiche le usò eccome. Dopo la sanguinosa sconfitta di Adua, Mussolini non voleva rischiare un’altra debache militare e su richiesta del maresciallo Pietro Badoglio, che nel 1935 era capo di stato maggiore del regio esercito, autorizzò l’uso delle armi chimiche “per casi eccezionali e solo per supreme ragioni di difesa”. Naturalmente queste circostanze “eccezionali” e “supreme” furono stabilite da Badoglio che, una volta ottenuto il via libera, decise di utilizzare i gas senza farsi troppe remore.
Tuttavia, la recente revisione storica di Pierluigi Romeo di Colloredo – pubblicata in questi giorni sul n° 67 di “Storia in Rete” – tenta di riportare l’accaduto entro gli inderogabili binari fattuali, senza fare sconti a nessuno, ma anche senza avvalorare enfatizzazioni propagandistiche. Se è vero che il regime fascista, fino a quando fu in vita, non fece mai cenno all’utilizzo di armi chimiche in Etiopia, è altrettanto vero che nella Repubblica nata dopo il secondo conflitto mondiale, si crearono due fazioni opposte, l’una dedita a minimizzare scientemente (e colpevolmente) la portata dell’evento, l’altra soggiogata dal delirio di drammatizzarlo fino alla leggenda.
L’Imperatore d’Etiopia Haile Selassie
Se i negazionisti giunsero alla puerile affermazione che le forze italiane non avevano utilizzato la micidiale iprite, troppi sedicenti storici nostrani ed europei si affidarono totalmente alle strampalate versioni della propaganda etiopica che Romeo di Colloredo ritiene affidabile “quanto un bollettino di guerra napoleonico”. Un calderone, insomma, cui attinsero a piene mani anche molti storici britannici tra i quali Anthony Mockler e Denis Mack Smith che nelle loro rispettive opere “Haile Selassie’s War”e “Le guerre del duce” spararono a zero sul fascismo, demonizzandolo soprattutto in ragione dell’uso delle armi chimiche.
Il Re d’Italia Vittorio Emanuele III con il Generale Pietro Badoglio
“L’impiego delle armi chimiche fu certamente un grave errore – ammette Romeo – anche perché non portò alcun beneficio all’esito del conflitto”. E quindi servì solo a far denigrare una volta di più il regime fascista e l’Italia, ma il dovere di uno storico non è quello di dedicarsi a riprovazioni morali; è quello di fornire una cronaca puntuale, oggettiva e pragmatica di quanto accaduto, senza cedere a pulsioni emotive o umorali. Fatta questa premessa occorre ricordare che l’Italia non fu né l’unica né la prima potenza militare che ricorse alle armi chimiche per risolvere conflitti.
Prima di lei lo fecero le truppe del Kaiser nel primo conflitto mondiale del 1915-18. L’utilizzo fu aspramente criticato da tutti i paesi europei con Gran Bretagna in testa, ma solo due anni dopo fu la stessa Gran Bretagna a utilizzare i gas nella cittadina irachena di Ypres in Iraq, per sedare la rivolta delle tribù curde che reclamavano l’indipendenza. Quell’uso fu autorizzato da un uomo destinato a diventare uno dei più autorevoli simboli della storia britannica: Winston Churchill, che disse testualmente: “ Sono senz’altro favorevole all’uso di gas velenosi contro tribù non civilizzate”. Anche l’Italia impiegò armi chimiche contro gli austriaci nel 1918, sul monte Grappa, agli ordini del generale De Bono, ma nessuno allora protestò perché in quella guerra, l’Italia era alleata ai vincitori.
Nel 1926, Spagna e Francia, usarono a loro volta armi chimiche in Marocco con il lancio di bombe all’iprite per spegnere la ribellione delle truppe berbere. Stessa cosa fece Stalin un anno dopo a Tambov, nella Russia sud-occidentale contro la rivolta dei braccianti agricoli. Tra il 1937 e il 1945, i giapponesi, nel conflitto contro la Cina, sotto il comando del generale Shiro Ishii, non solo utilizzarono iprite e lewisite, ma anche armi batteriologiche che diffusero gravi epidemie come colera, tifo e dissenteria.
Vignetta satirica britannica su Benito Mussolini
Le critiche rivolte all’Italia per l’impiego delle armi chimiche in Etiopia, sia dai suoi censori interni, sia da quelli esterni (Gran Bretagna e Francia in testa) trovano una certa legittimazione nel fatto che solo nel 1996, sotto il governo di Lamberto Dini, l’Italia ammise, tardivamente, di aver fatto uso di gas nella campagna coloniale d’Abissina, cosa che fino a quel momento non aveva voluto ammettere. Che però sia stata la Gran Bretagna a salire per prima sul podio degli accusatori, è quantomeno ipocrita, visto che proprio l’esercito di Sua Maestà, fece uso dei gas nel 1931 e nel 1935 a Sulainam in Iraq e in Afghanistan contro la tribù ribelle dei Pathane.
La recente ricerca di Romeo di Colloredo, non tende quindi ad assolvere l’Italia per l’uso delle armi chimiche in Etiopia, ma dopo ottant’anni di verità celate e ipotesi strumentalizzate, ha finalmente lo scopo di contestualizzare questa deprecabile scelta, senza dover sempre soggiacere alla logica di una storia scritta con un solo occhio da parte dei vincitori.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 17 maggio 2018
Jean-Marie Michel Mokoko è stato condannato a vent’anni di carcere lo scorso 11 maggio dal tribunale di Brazzaville. Una pena pesante, volta a far sparire una volta per tutte l’anziano oppositore al regime dalla scena politica del Repubblica del Congo.
A sette altri co-imputati, un congolese – che vive da anni all’estero – e sei cittadini francesi, è stata inflitta la stessa pena in contumacia perchè accusati di complicità di delitti contro la personalità dello Stato; anche loro, come Mokoko si erano rifiutati di riconoscere la rielezione di Denis Sassou Nguesso.
Jean-Marie Michel Mokoko durante il processo a suo carico a Brazzaville
Mokoko, prima di candidarsi alle elezioni del 2016, ha ricoperto l’incarico di capo di Stato maggiore ed è stato anche consigliere dello stesso presidente, al potere da oltre un trentennio. L’ex candidato si era rifiutato di riconoscere il risultato elettorale, la schiacciante vittoria già al primo turno di Sassou Nguesso, motivo per il quale è stato dapprima sottoposto agli arresti domiciliari per un paio di mesi, per poi essere trasferito in carcere in stato di custodia cautelare due mesi più tardi.
In un comunicato congiunto, gli avvocati francesi di Mokoko, Jessica Finelle, Etienne Arnaud e Norbert Tricaud, hanno evidenziato le ripetute irregolarità commesse in violazione del diritto ad un equo processo: istruttoria superficiale, volta ad evidenziare solamente la colpevolezza dell’imputato; detenzione arbitraria; mancata convocazione degli avvocati per alcune udienze; ingerenza continua dell’esecutivo; processo celebrato in presenza di un solo imputato; restrizioni di accesso ai media durante le udienze e altro.
Il pool degli avvocati ricorrerà alla corte di cassazione ed in un secondo tempo sottoporrà il fascicolo alle istituzioni internazionali preposte.
Denis Sassou Nguesso, Presidente del Congo-B
Sono in molti a criticare questa severa condanna. Tra loro anche Herman J. Cohen, ex ambasciatore e ex assistente della Segreteria di Stato staunitense. In un suo twitt chiede a Sassou Nguessou di perdonare e di rimettere in libertà Mokoko, perchè la sentenza è basata unicamente su questioni politiche che contribuiscono a deteriorare i rapporti con la comunità internazionale e a scoraggiare gli investitori.
Il giorno prima della conclusione del processo Mokoko, i vescovi cattolici della ex colonia francese hanno manifestato la loro preoccupazione di fronte alla crisi socio-politica che il Paese sta attraversando da diversi anni. Secondo i prelati la causa profonda del malessere generale è dovuta alla riforma costituzionale del 2015. La modifica del testo ha garantito a Sassou Nguesso di correre per il terzo mandato nel 2016.
Nel loro manifesto i presuli hanno chiesto la liberazione immediata di tutti i detenuti politici e hanno sottolineato la necissità di un sistema giudiziario equo e indipendente. La loro grande preoccupazione è rivolta verso la crescente povertà della gente, il continuo aumento dei prezzi, in particolare quelli di prima necessità. Lamentano il malfunzionamento del sistema scolastico e sanitario, entrambi a pezzi e tutto questo accade in un Paese ricco di petrolio e di giacimenti minerari.
Gli undici vescovi firmatari della dichiarazione puntano infine il dito contro l’inarrestabile corruzione, un cancro che divora risorse e che rende il Paese sempre più vulnerabile.
Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus Firenze, 16 maggio 2018
I richiedenti asilo e gli immigrati che vivono nel “Paese arcobaleno”, ormai da un decennio, “vivono in un costante stato di paura”. Nel Paese di Nelson Mandela la situazione verso i migranti è andata peggiorando con un pesante aumento della xenofobia.
Gli stranieri di origine africana – soprattutto immigrati da Malawi, Zimbabwe, Mozambico, Somalia e Nigeria – a causa del lassismo sulle politiche migratorie, vengono accusati di favorire il narcotraffico e la prostituzione.
Polizia sudafricana (Courtesy Amnesty International)
E visti i tassi di disoccupazione a due cifre – che ormai superano il 30 per cento – dalla gente, gli immigrati vengono percepiti come coloro che rubano il lavoro ai sudafricani.
Non sono rare le manifestazioni di piazza con bastoni contro gli stranieri di origine africana nonostante, secondo l’ultimo censimento, gli immigrati siano appena il 4 per cento degli abitanti del Paese.
Amnesty International, in una nota, evidenzia verso gli stranieri che vivono e lavorano in Sudafrica discriminazioni quotidiane che creano una condizione di costante paura di attacchi fisici.
Secondo l’ong per i diritti umani, sotto la presidenza di Jacob Zuma, la xenofobia nei confronti di migranti di altri Paesi dell’Africa australe non è stata mai seriamente contrastata.
Sono passati dieci anni dall’orribile violenza xenofoba che l’11 maggio 2008 ha causato la morte di 60 persone ma i rifugiati e gli immigrati non stanno meglio.
Il neo presidente sudafricano Cyril Ramaphosa (a sin.) e l’ex capo dello Stato Jacob Zuma
Non è tenera Shenilla Mohamed, direttore generale di Amnesty International Sudafrica: “La violenza che si è diffusa in tutto il Paese nel 2008 avrebbe dovuto essere un campanello d’allarme per il governo, sottolineando le conseguenze catastrofiche della sua incapacità di sradicare l’odio contro i rifugiati e i migranti. Ma a 10 anni di distanza, profughi e migranti sentono ancora gli echi di quel periodo terrificante”.
Ma cosa ha dato mano libera agli xenofobi in questo lungo periodo? Secondo Shenilla la mancata consegna alla giustizia dei responsabili degli attacchi del 2008 e il fallimento del sistema di giustizia penale con molti casi irrisolti. I migranti e i rifugiati vendono aggrediti e a volte ammazzati sapendo che gli assalitori resteranno impuniti.
Senza dubbio l’ex presidente Jacob Zuma, uscito indenne da un tentativo di impeachment ma poi costretto a dimettersi, ha lasciato al neo presidente, Cyril Ramaphosa, un’eredità ingombrante.
Amnesty aveva detto: “…chi succederà a Zuma dovrà assicurare che il rispetto dei diritti umani sarà una priorità e che le vittime delle violazioni dei diritti umani di questi ultimi anni ottengano piena giustizia e riparazione”. Vediamo come se la caverà il nuovo presidente sudafricano.
Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes Quartu Sant’Elena, 15 maggio 2018
Le prossime elezioni presidenziali in Mali si svolgeranno a fine luglio 2018. Le candidature dovranno essere presentate entro il 29 giugno alla Corte Costituzionale, che dovrà pronunicarsi sulla convalida dei candidati. Il 7 luglio entrerà nel vivo la campagna elettorale. Il primo turno è stato fissato per il 29 luglio. Per essere eletto, serve la maggioranza assoluta dei voti. Se nessuno degli aspiranti dovesse raggiungerla, si passa al ballottaggio, che, se necessario, è stato previsto per il 7 agosto.
Ibrahim Boubacar Keïta, il presidente uscente, si ripresenterà alle elezioni di quest’anno e sarà appoggiato da una colazione politica che comprende ben settanta partiti. Mentre il leader dell’opposizione al parlamento, Soumaïla Cissé, sarà il candidato del suo partito, l’Union pour la République et la Démocratie e della piattaforma Ensemble, restaurons l’espoir. Il suo raggruppamento abbraccia una trentina di partiti e oltre duecento associazioni. Secondo i media in occasione della proclamazione ufficiale come rappresentante della sua coalizione erano presenti ben sessantamila persone. Tra gli ospiti alla manifestazione anche Ras Bath, famoso blogger e attivista maliano; il suo arresto, avvenuto nell’agosto 2016, aveva provocato una sommossa popolare.
Donna maliana durante l’operazione di voto del 2013
E il padre di Ras Bath, Mohamed Ali Bathily, parteciparà a questa tornata elettorale. E’ il candidato dei contadini; infatti gode del sostegno dei capi-villaggio e di diverse associazioni agricole. Da tempo correvano voci su un’eventuale candidatura di Bathily; le sue priorità saranno la lotta contro la corruzione e la proprietà terriera per gli abitanti delle zone rurali.
Anche Modibo Sidibé, un ex primo ministro, è in corsa per la poltrona più ambita della ex colonia francese. Sidibé, presidente di Forces alternatives pour le renouveau et l’émergence, ha il sostegno di alcuni partiti politici e di alcune associazioni. La gioventù maliana e il loro futuro saranno al centro della sua campagna elettorale.
Tra i vari concorrenti troviamo anche, Aliou Boubacar Diallo ricchissimo proprietario della Wassoul’Or, la miniera aurifera di Kodiéran, nel sud del Mali, sostenuto da Alliance démocratique pour la paix (ADP-Maliba). Nel 2013 era un grande sostenitore di Keïta, ma da tempo i loro rapporti si sono incrinati; nel 2016 ha lasciato il partito del presidente uscente per passare all’opposizione. L’uomo d’affari spera nell’appoggio di Bouyé Haïdara, un leader religioso musulmano molto influente e rispettato.
Finora i candidati in lizza per la presidenza sono una decina, oltre a quelli già citati troviamo Moussa Mara, che aveva già partecipato alla tornata elettorale del 2013; allora aveva raccolto solamente l’1,53 per cento delle preferenze. Anche il sindaco di Sikasso, città nel sud del Paese, Kalifa Sanogo, ha deciso di mettersi in gioco e così anche Moussa Sinko Coulibaly, ufficiale militare ed ex ministro, nonchè Hamadoun Touré e Modibo Koné, due alti funzionari internazionali.
Il presidente uscente mariano Ibrahim Boubacar Keita
Difficile organizzare elezioni in un clima come questo, sostengono alcuni osservatori. La sicurezza del Paese è ancora molto fragile, malgrado l’accordo di Algeri siglato nel 2015 e la cui attuazione non è mai stata completata (dei link in fondo a quest’articolo, ndr).
Nonostante la presenza dei caschi blu dell’ONU della missione MINUSMA e dei militari francesi di Barkhane, gli attacchi dei terroristi si susseguono nel Mali e in tutto il Sahel. Molti ostaggi occidentali sono ancora in mano ai ribelli. Poco più di un mese fa è stato rapito l’ultimo di una lunga serie di operatori umanitari. Nella situazione attuale non sarà certamente facile garantire un corretto svolgimento delle operazioni di scrutinio elettorale.
E proprio ieri il Consiglio Europeo ha estesol’European Union Training Mission fino al 18 maggio 2020, incrementando anche notevolmente il budget, che così da 33,4 milioni di euro dello scorso biennio, è passato a 59,7 di euro. L’EUTM ha compiti di addestramento, formazione e supporto logistico dell’esercito del Mali e con il nuovo mandato è stato anche esteso al nuovo contingente tutto africano, Force G5 Sahel. Queste truppe, forti di cinquemila soldati provenienti da Niger, Mali, Burkina Faso, Mauritania e Ciad, sono già state ampiamente cofinanziate dall’UE. La forza congiunta, non ancora operativa a pieno regime, è stata lanciata lo scorso anno dai leader del Sahel per contrastare il terrorismo, specie nelle zone di confine tra Mali, Niger e Burkina Faso, aree molto battute dai migranti diretti verso la Libia, da dove sperano di potersi imbarcare per raggiungere le nostre coste. Pur di arginare il flusso migratori, l’UE non bada a spese per militarizzare i confini.
Dal Nostro Corrispondente Franco Nofori Mombasa, 14 maggio 2018
Ancora una volta il National Youth Service (NYS) è accusato di un’imponente frode a danno dei contribuenti e sembra davvero impossibile che malversazioni di questa portata possano sfuggire ai controlli governativi fino a raggiungere – in un Paese in cui il salario mensile medio pro-capite non supera i 150 euro – gli 85 milioni scoperti soltanto in quest’ultima circostanza.
Giovani donne reclutate nel National Youth Service
Lo Youth National Service fu fondato nel 1964 come corpo ausiliario alle necessità militari e a quelle della protezione civile. Fino al 1980 il reclutamento era obbligatorio e tutti i giovani erano tenuti a prestare sevizio nel corpo prima di poter accedere agli studi universitari. Oggi, invece, l’adesione all’NYS avviene solo su base volontaria. I giovani possono scegliere, all’atto dell’ammissione, se essere addestrati come truppe di supporto a quelle del KDF (Kenya Defence Force) oppure alle varie specializzazioni previste in campo tecnico. Nel 2013 il presidente Uhuru Kenyatta, per alleviare la crescente disoccupazione, decise di aumentare il numero dei partecipanti estendendo anche i loro campi d’intervento.
Nel quartier generale di Gilgil, nel Rift Valley, i giovani del NYS vengono addestrati alle attività paramilitari o civili a seconda delle specializzazioni da loro scelte e alle quali sono risultati idonei. Dal 2016 la direzione generale del servizio è stata affidata a Richard Ethan Ndubai, dopo le dimissioni coatte del suo predecessore Nelson Githinji per una precedente serie di ammanchi e di frodi che ammontavano a decine di milioni di euro. Tali scandali costringevano anche la ministra del Devolution and Planning Ministry, Anne Waiguru, a lasciare l’incarico.
Il quartier generale dell’NYS a Giglgil nel Rift Valley
I malvezzi del passato, non sembrano però aver creato un deterrente al loro ripetersi, visto che oggi, il nuovo direttore Ndubai, si trova coinvolto in uno mega-scandalo di portata ancora superiore ai precedent. Questi ultimi 85 milioni di euro, scomparsi dalle casse dell’NYS, sarebbero stati pagati, stando ai riscontri contabili, a fronte delle fatture di varie aziende di fatto inesistenti, ma non è tutto: alcune di questa società fantasma, sarebbero le stesse che risultavano già coinvolte nelle precedenti frodi attuate nel 2015
Il direttore generale dell’NYS, Richard Ethan Ndubai, presta giuramento
Lo scandalo è ora nelle mani del procuratore generale Noordin Haji e del capo del Criminal Investigation Department (CID) George Kinoti. Sembra che il malaffare coinvolga alti unzionari dell’NYS e preminenti personalità governative, oltre ai loro complici esterni che risultavano i beneficiari delle somme illecitamente sottratte. Al momento, come ha dichiarato, Haji, le investigazioni sono in corso e non sono stati fatti i nomi dei presunti responsabili, che tuttavia vengono già indicati nel numero di ventitré.
Il presidente Uhuru Kenyatta passa in rivista le forze del National Youth Service
Malgrado le frequenti dichiarazioni del governo di volerla combattere, la corruzione in Kenya, appare sempre più tenacemente radicata nella mentalità e nei costumi della Nazione. Alcune iniziative adottate nel recente passato, di istituire organi di controllo per combatterla – come i nuclei anti-corruzione – non hanno fatto altro che favorire una proliferazione delle occasioni in cui la bustarella diventa l’unica via per ottenere ciò che si desidera, sia esso lecito o no.
Inadeguate e del tutto inefficaci, sono anche le misure prese nei confronti dei corrotti che – una volta individuati – vengono spesso semplicemente trasferiti o sospesi dal servizio per poi esservi silenziosamente reintegrati quando le loro colpe, incalzate da altri simili eventi, non fanno più notizia. Neppure sembra aver peso la furiosa reazione di molti cittadini che sui social network danno sfogo al loro risentimento, con la mortificante sensazione della propria assoluta impotenza a cambiare il corso delle cose.
Johnson ha ringraziato le autorità di Kinshasa e l’istituto congolese per la conservazione per la natura per il loro attivo sostegno; ha anche espresso le sue sentite condoglianze alla famiglia del ranger, ucciso dai ribelli durante il sequestro dei due turisti.
Una delle entrate del parco nazionale Virunga, in Congo-K
Bocche cucite a Kinshasa: finora non sono stati resi noti dettagli su chi abbia sequestrato i britannici e come siano stati liberati gli ostaggi. Insieme ai due europei è stato prelevato anche il loro autista congolese. Non è dato di sapere se sia stato liberato anche lui o se si trovi ancora in mano ai ribelli.
Dal Nostro Corrispondente Sportivo Costantino Muscau
Milano, 13 maggio 2018
Se non è stato lutto nazionale, poco ci è mancato. Di sicuro è stata, ed è, una vergogna per l’intero Kenya, ma soprattutto per gli abitanti delle culle dei campioni quali sono Eldoret e Iten, (a 350 chilometri da Nairobi) che si sentono anche ingannati e offesi. Un infamante sospetto (per ora) che sfiora, come vedremo, anche l’Italia.
Stavolta nella rete dell’antidoping è finito un pesce molto grosso dell’atletica africana e mondiale.
Si tratta, per giunta, di uno che di professione fa il poliziotto e che una volta, prima di tagliare vittorioso il traguardo, rivolse un plateale saluto al presidente della repubblica Uhuru Kenyatta. E’ lo stesso atleta che così parlò: “Sono felice per aver ottenuto quello che mi spettava. Non è giusto competere con uno che si è dopato. Almeno, però, c’è un po’ di giustizia in questo mondo. Certo, la vittoria in pista ha ben altro sapore di quella assegnata a tavolino. Sono deluso e amareggiato perché al Kenya è stata negata la possibilità di eseguire l’inno nazionale”.
Asbel Kiprop
Correva l’anno 2009 quando Asbel Kiprop si vide attribuire , a soli 19 anni, la medaglia d’oro dei 1500 metri che era stata sfilata dal collo del marocchino (naturalizzato bahreinita) Rashid Ramzi, vincitore della distanza ai giochi olimpici di Pechino del 2008.
Rashid era risultato positivo al farmaco “Cera” (più noto come Epo) al test antidoping. E ora lo stesso Asbel Kiprop sarebbe risultato positivo, o, più correttamente, non negativo, al test dell’Epo durante un controllo effettuato nell’autunno scorso lontano dalle gare. L’Epo, o eitropoietina, come è noto, è un farmaco che migliora le prestazioni sportive grazie alla capacità di aumentare il numero dei globuli rossi e quindi il trasporto di ossigeno.
Asbel Kiprop, 29 anni il prossimo 30 giugno, 3 volte campione del mondo di seguito dal 2011 al 2015, una volta campione olimpico (sempre sui 1500 metri), da uno dei simboli dello sport keniota è diventato un mito impolverato, si spera provvisoriamente e ingiustamente.
Sembrava predestinato a essere un numero 1 nella corsa, Asbel Kiprop, quasi prima delle nascita! Già 2 anni prima di vedere la luce, infatti, suo padre, David Kebenei, si classificò quarto ai 1500 metri dei Giochi Panafricani del 1987.
Secondo di 3 figli, Asbel, con un perfetto fisico da runner (ora è alto 1,88 m e pesa 62 chili), si rivelò subito come uno nato per correre. Cominciò a vincere le gare locali già quando frequentava la scuola elementare di Kaptinga, suo villaggio natale a 20 km da Eldoret, dove risiede, nel distretto Uasin Gishu della celeberrima provincia Rift Valley. Il papà però gli impose uno stop in attesa che il suo fisico minuto di sviluppasse e si consolidasse. Kiprop riprese a correre nel 2003, a 14 anni, alla scuola media di Kaptinga , ultimo traguardo della sua carriere scolastica.
Come scrivono Jamese Wokabi e Mutwiri Mutuotanella nella sterminata biografia preparatagli per il sito della Iaaf “Kiprop per volere del padre abbandonò gli studi per concentrarsi sull’atletica. Entrò a far parte del gruppo guidato dal coach Jimmy Beauttah, che aveva allevato illustri campioni come Moses Kiptanui e Daniel Komen Asbel appena 3 anni dopo la sua vita ebbe la svolta decisiva: partecipò alle selezioni per i giochi olimpici junior di Pechino, ma soprattutto fu adocchiato da Martin Keino, figlio del leggendario Kipchoge Keino e lo reclutò nell’ambitissimo Kip Keino High Performance Training Centre di Eldoret”.
Da quel punto in poi è stato un crescendo. Non vogliamo tediare il lettore elencando le gare, i tempi, le vittorie o le quasi vittorie del giovane corridore. E’ roba per specialisti e susciterebbero solo sbadigli.
Basti dire che 20 anni dopo suo padre, Asbel rappresentò il Kenya a Mombasa al campionato del mondo junior di cross Mombasa (specialità che non amava né ama) e vinse pur con le vesciche ai piedi.
Poi sono arrivate le maglie iridate, il successo olimpico, la fama, il rispetto. A dire il vero, 4 anni fa il giovane atleta ebbe un momento di sgradevole notorietà poco sportiva . La sua giovanissima ex fidanzata, Sammary Cherotich, che sarebbe stata messa incinta a soli 16 anni, dette di lui un’immagine sgradevole: “E’ un violento, mi ha picchiata, minacciata con una pistola e rapito il nostro bambino”.
A riferirlo fu un giornale locale. La notizia fece scalpore, anche se i fatti sarebbero accaduti nel 2010-2012. Asbel replicò: “Solo falsità e pettegolezzi”. Tutto finì, pare, in una bolla di sapone. Ma ora.. “Ma ora siamo in lutto nelle campagne e nei centri urbani – ha dichiarato alla Reuters Moses Kipkore Kiptanui, 3 volte consecutive campione mondiale dei 3 mila metri siepi, ora negoziante, facendosi interprete del sentire collettivo -. Questo evento ci ha profondamente colpiti. Eravamo abituati a sentire dei maratoneti che si dopano, ma quando questa accusa tocca uno che corre i 1500 ci lascia scioccati. Tanto più che Asbel Kiprop era visto come un modello dai giovani”.
Giovani atleti durante un allenamento nella Rift Valley in Kenya
Conferma, Jonah Kiplagat, 32 anni, maratoneta ritiratosi dall’agonismo in seguito a un infortunio, compaesano di Kiprop ai margini della pittoresca Kerio Valley: “Soffriamo con lui. Qui Asbet è il nostro eroe. Tutte le volte che lo vediamo in auto che attraversa il nostro paese ci sentiamo orgogliosi per la fama che ci ha portato. Ora però siamo sconvolti”. Intendiamoci: Asbel di fronte alla possibilità di essere squalificato per 4 anni si è difeso con le unghie e con i denti. Ha rilasciato una dichiarazione in 20 punti di ben 1386 parole in cui lancia anche accuse pesantissime
Tentiamo di riassumere la sua arringa: 1) sono stato controllato il 27 novembre 2007 lontano dalle gare e mi sarei potuto rifiutare;
2) gli ufficiali antidoping mi hanno avvertito il giorno prima che sarebbero venuti a effettuare il test, il che è contro le regole;
3) gli stessi ufficiali mi hanno chiesto del denaro, forse in cambio del preallarme lanciatomi;
4) forse questo denaro non è bastato e hanno manipolato le provette che avevo lasciato sul tavolo incustodite;
5) la I.A.A.F. (l’associazione internazionale delle federazioni di Atletica) mi ha offerto di diventare suo ambasciatore se in cambio mi dichiaro colpevole.
Al quotidiano londinese Guardian ha poi dichiarato: “Sono stato in prima linea nella lotta al doping in Kenya. Un impegno in cui credo fermamente. Non vorrei certo distruggere tutto ciò che ho costruito da quando, nel 2007, partecipai alla prima gara internazionale. Spero di poter dimostrare in tutti i modi possibili che sono un atleta pulito”. Sarebbe l’ennesimo durissimo colpo alla credibilità dell’atletica in Kenya se Asbel non riuscisse a dimostrare la sua estraneità all’accusa confermata il 4 maggio scorso dall’ Athletics Integrity Unit (AIU), l’organismo indipendente che si occupa dei casi di doping per conto della Iaaf.
Il grande Paese africano è, infatti, diventato la pietra dello scandalo per il suo modo di affrontare la droga sportiva dopo che negli ultimi 5 anni quasi 50 atleti sono stati beccati con le mani nella marmellata. Nel novembre, 2015, l’ex presidente dell’Agenzia mondiale anti doping (Wada) aveva affermato che l’uso di stimolanti proibiti in Kenya fosse una realtà comprovata, tanto da convincere il Regno Unito a cambiare strategia e a non far allenare più i suoi atleti nel Paese africano durante la sessione pre-olimpica. Tuttavia ciò non è bastato a eliminare il bubbone.
Pochi mesi dopo, gennaio 2016, lo sport kenyota è stato scosso dal coinvolgimento di 18 atleti ed è stata messa a rischio la partecipazione alle Olimpiadi di Rio 2016. Lo scandalo ha assunto tinte sempre più fosche con il coinvolgimento anche di Federico Rosa, manager della Rosa&Associati. “Questa è una società di management sportivo, che – come annuncia il sito web – nell’ambito della corsa, seleziona e gestisce oltre 200 atleti di livello mondiale, grazie all’instancabile impegno del proprio staff, guidato dall’esperienza e dalla passione del Dott. Gabriele Rosa e del figlio Federico”. Il tribunale di Nairobi accusò Federico Rosa di essere coinvolto in casi di doping, tra cui quello di Rita Jeptoo, la maratoneta tre volte vincitrice a Boston e fermata nel 2014 dopo esser risultata positiva all’Epo.
Il manager italiano si dichiarò innocente, ma venne arrestato, in Kenya, gli fu ritirato provvisoriamente il passaporto e poi fu prosciolto. In suo aiuto corse proprio Asbel Kiprop: “Lavoro con Federico dal 2008, è innocente, non ho mai visto ombra di doping – dichiarò – se ci fosse stato doping a disposizione me lo avrebbero dato visto che più volte ho lottato per il record del mondo senza raggiungerlo”. Ora di fronte al coinvolgimento proprio di uno dei suoi campioni più amati, Federico Rosa commenta sconsolato: “Se la prenderanno con me, come al solito. Siamo un bersaglio facile io e la mia agenzia. Ma lavoro da 22 anni con gli atleti kenyioti, ne ho avuti 2000 dal ’96. È vero, 5 sono stati trovati positivi e io non sapevo dei loro traffici. Ma è una percentuale più che minima”.
Il sito della Rosa&Associati, lo scriviamo come puro dato di fatto, non ha mai fatto né fa cenno del problema doping in Kenya.
Con Kiprop sarà un dramma, sia che venga provata la sua positività sia che venga dichiarato pulito. E’ comunque sconsolante non condividere le conclusioni cui è giunto il collega di “Repubblica”, Enrico Sisti: “Quello che un tempo era un paradiso ora è un paradiso perduto, quello che era un mondo credibile, il Kenya dell’atletica, la leggendaria cultura podistica di altissimo livello della Rift Valley con tutti i suoi “uomini degli altipiani”, sta scadendo a un mondo perduto”.
Dal Nostro Corrispondente Franco Nofori Mombasa, 13 maggio 2018
A sostenere che in Kenya le studentesse universitarie sono criminali, prostitute e portatrici di AIDS non è una malevola voce di popolo, ma l’autorevole CUE (Commission for University Education) che mercoledì scorso ha presentato un esplosivo rapporto alla ministra per l’Istruzione, Amina Mohamed, affinché il governo adotti le necessarie misure atte a contrastare il deprecabile fenomeno.
Secondo gli estensori del rapporto – che si sono pronunciati dopo lunghe e approfondite investigazioni all’interno dei campus – le giovani studentesse universitarie avrebbero creato una vera e propria organizzazione criminale che pianifica ed esegue vari reati, sia nella sfera della competizione politica, sia in quella sociale con la messa a punto di furti, frodi e prostituzione, cui una gran parte delle ragazze si dedicherebbe disinvoltamente mercificando se stesse e organizzando il meretricio con i concetti imprenditoriali, volti a ottimizzare il profitto, appresi nel corso dei loro studi.
Ragazze in un night club Nairobi
Notizia, questa, davvero sconvolgente che fa impallidire la leggenda delle giovani e avvenenti ragazze – immancabilmente autodefinite “studentesse” – che pattugliano bar e discoteche del Paese per rimpinguare il proprio gruzzoletto a caccia di anziani facoltosi, ma ancora soggetti a nostalgici pruriti giovanili. Naturalmente non si tratta di studentesse, ma di semplici ragazze di vita che, impossibilitate a fornire indicazioni sulla loro professione, millantano la frequenza ai corsi universitari. Ora, però, stando al rapporto del CUE, la finzione è scomparsa. Si tratta proprio delle giovani laureande che ricorrono all’antico mestiere. L’unica differenza tra loro e le usurpatrici del titolo e che le prime sembrano saperlo fare in modo molto più efficiente e organizzato.
L’Università di Naiorbi
Lo scopo di queste “diligenti” studentesse, che all’occorrenza sanno trasformarsi in novelle maliarde, non sembra solo quello di far cassa, ma anche di concupire i commissari d’esame per accedere più facilmente – e senza troppo riguardo ai meriti effettivi – ai gradi d’istruzione superiori se non addirittura alla laurea. Il rapporto rivela anche che l’accertamento della realtà, esposta nel documento, è stato oltremodo difficoltoso per la granitica omertà mostrata dall’intero corpo studentesco e – in alcuni casi – anche dagli stessi docenti e commissari d’esame.
Studenti durante una lezione universitaria
Inoltre, secondo il giornalista investigativo Gah Kuu, del quotidiano “The Nation”, le giovani che lasciano le zone rurali d’origine per frequentare le università cittadine, si trovano di colpo catapultate in una realtà molto più permissiva e tentatrice, di quella severa e patriarcale che avevano vissuto fino a quel momento e spesso, trascinate dall’euforia giovanile, si abbandonano alla trasgressione, soprattutto caratterizzata da una nuova e finalmente libera promiscuità sessuale cui si dedicano con crescente disinvoltura motivata dal proprio piacere o dall’opportunità di procurarsi del denaro, poiché quello fornito dalle famiglie è del tutto insufficiente a fornire loro lo status, l’abbigliamento e le divagazioni tipiche di una laureanda di classe.
aree di diffusione dell’HIV in Kenya
Questa situazione ha permesso anche al virus HIV di diffondersi rapidamente creando una preoccupante possibilità di contagio nei confronti dei partner occasionali e come loro altrettanto disinvolti nel dedicarsi al sesso non protetto. Accade anche che alcune studentesse, una volta accertata la loro positività all’infezione, si vendichino impietosamente, trasferendola a tutti i partner futuri. Anni fa, una studentessa dell’Universita di Naiorbi, aveva addirittura appeso nella bacheca dell’ateneo un foglio in cui denunciava il suo stato ed elencava i nomi di tutti gli uomini con cui aveva avuto rapporti intimi, augurandosi di aver loro trasmesso l’infezione.
L’intero rapporto fornito dal CUE al governo, che presumibilmente sarà molto più dettagliato e corposo delle scarse notizie fino ad ora fornite dai membri della commissione, sembra – stando almeno a queste parziali informazioni – esclusivamente riferito alle studentesse e non menziona i loro colleghi maschi. Un fatto, questo, abbastanza curioso, la cui singolarità sarà probabilmente spiegata quando (e se) l’intero rapporto sarà reso pubblico.
Giovani universitari appena laureati
Insomma, chi riponeva nelle generazioni future – meglio istruite e con più pragmatiche visioni strategiche circa la gestione della cosa pubblica – la speranza di fare uscire il Paese da secoli di arretratezza, incapacità, illegalità e indebiti privilegi, non può che restare amaramente deluso da quanto ha svelato il rapporto del CUE. Se le università di oggi si sono rivelate il cuore dell’apparato nazionale in cui si pianifica e si compie il crimine, quante altre generazioni occorreranno perché il Kenya riesca finalmente a dotarsi di una classe dirigente proba e capace votata a combattere la corruzione, il nepotismo e l’illecito?
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Speciale per Africa ExPress Andrea Spinelli Barrile Roma, 12 maggio 2018
La Guinea Equatoriale è (ancora di più) un uomo solo al comando. Lo scorso 8 maggio la Corte Suprema del Paese africano ha confermato lo scioglimento del partito politico di opposizione Ciudadanos por la Inovacion (CI), la principale formazione politica che si oppone alla “democrazia” del dittatore Teodoro Obiang Nguema Mbasogo. CI alle ultime elezioni, lo scorso novembre, aveva conquistato un seggio nel parlamento di Malabo.
Un seggio su 100 complessivi, il 99% dei quali andati al Partido Democratico de Guinea Equatorial, fondato e diretto da Obiang e dal clan di Mongomo, la sua allargatissima e avidissima famiglia. Il Presidente della Corte Suprema guineana, Juan Carlos Ondo Angue, ha respinto l’appello che era stato presentato dai vertici di CI contro la decisione di sciogliemento, imposta il 26 febbraio pare per diretto ordine presidenziale in seguito al tentativo di golpe mai sortito tra dicembre e gennaio scorsi. Angue ha inoltre annunciato la decisione di condannare a 30 anni di carcere 21 esponenti di Ciudadanos, tra cui l’unico parlamentare eletto alle elezioni legislative.
L’11 maggio CI ha annunciato un ulteriore ricorso contro la decisione della Corte Suprema. Jesus Mitongo, parlamentare eletto con CI e dichiarato decaduto dalla Corte, anch’esso condannato a 30 anni di carcere, in un videomessaggio postato su Facebook ha dichiarato che “Teodoro Obiang vuole eliminarmi per sbarazzarsi della principale opposizione contro di lui ma né io né il partito abbiamo commesso alcun reato”. In realtà il crudele paradosso della politica guineana consegna alla storia una sostanziale grazia per Ciudadanos e i suoi 21 esponenti: nel febbraio scorso infatti, quando Obiang in televisione aveva annunciato una stretta repressiva per difendere la sicurezza nazionale in seguito al tentato golpe, lo stesso presidente aveva chiesto l’imputazione e la condanna a morte per 146 persone, oltre che lo scioglimento del partito CI, accusate di aver provocato disordini in quel di Aconibe durante le celebrazioni della vittoria elettorale del PDGE, il 12 novembre scorso.
Teodoro Obiang Nguema Mbasogo, dittatore della Guinea Equatoriale
Sono proprio le violenze a margine del voto il fatto principale attorno al quale ruotano tutte le condanne e la decisione: il regime non è mai riuscito a provare il (presunto) coinvolgimento dell’opposizione nel tentativo di golpe andato male e si è concentrato sui disordini, le manifestazioni e le violenze prima e dopo il voto di novembre. In seguito alle retate contro i presunti golpisti il regime è riuscito ad incarcerare decine di oppositori, tra cui Santiago Ebee Ela, 41 anni morto in galera mentre molti altri, chi riusciva a far uscire informazioni fuori dai commissariati e dalle carceri, lamentano torture notturne a base di frustate, anche 150 per detenuto.
“Nessuno, nemmeno nella Corte Suprema, è in grado di contraddire una richiesta del presidente” ha dichiarato Carmelo Ngomo Abeso, primo vice-segretario di CI, all’Agence France Presse.
In questo clima bollente di repressione resta sospesa la vicenda di Ramon Nsé, il fumettista satirico ed artista guineano arrestato senza ragione e scarcerato il 7 marzo scorso dopo mesi di detenzione illegittima. Ramon, che risiede in El Salvador con moglie e figlia, non può lasciare il Paese perché è ancora in attesa che le autorità rilascino una nuova copia del suo passaporto, per ottenere la quale si era recato a Malabo, dove era stato infine arrestato.
Accusato di vilipendio per il suo lavoro satirico e scarcerato per le insistenti pressioni di ONG e della stampa, che hanno sollevato un caso internazionale, Ramon era stato arrestato il 16 dicembre e oggi si trova bloccato a Malabo, rapito dalla lenta burocrazia: Human Rights Watch, in un comunicato del 1 maggio in solidarietà del fumettista, ha chiesto l’immediato rilascio del nuovo documento, “smettendo di procastinare, in un ritardo arbitrario e irragionevole” e Tutu Alicante, oppositore guineano che vive negli Stati Uniti e che ha fondato la ong EGJustice, ha precisato che “Ramon non sarebbe mai dovuto essere arrestato”.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes Quartu Sant’Elena, 12 Maggio 2018
Due turisti britannici sono stati rapiti e un ranger barbaramente ammazzato nella Repubblica Democratica del Congo. Il fatto è avvenutonel parco del Virunga, il più antico di tutta l’Africa, noto in precedenza con il nome di parco nazionale Albert, che si trova nella regione del nord Kivu.
Lo ha comunicato il direttore del parco, Emmanul de Mérode. Lui stesso aveva subito un attentato nell’aprile di quattro anni fa. De Mérode era stato assalito da un commando armato che lo aveva colpito all’addome con quattro pallottole. Solo per miracolo ne era uscito vivo. Questa incantevole riserva naturale, oltre ad essere la patria dei gorilla di montagna e di altre specie protette, è anche nascondiglio e rifugio di movimenti ribelli.
Finora non è stata resa nota l’identità dei due sfrotunati turisti, ma il Forreign Office di Londra ha confermato il rapimento.
Gorilla della montagna nel Parco nazionale Virunga, RDC
Recentemente la ONG britannica Global Witness e alcuni media locali hanno rivelato che Jospeh Kabila ha autorizzato la prospezione di giacimenti petroliferi all’interno della riserva. Luoghi incantevoli, terra di bonobò, le scimmie di Salonga, dei pavoni rossi dello Zaire, degli elefanti della foresta e dei coccodrilli africani, specie che vanno protette, insieme a tutto il loro habitat.
A Bikoro, nel nord-ovest della ex colonia belga, si sta consumando un’altra terrificante tragedia: è tornato a colpire il micidiale virus ebola e la situazione attuale è piuttosto preoccupante. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità il rischio di propagazione della malattia è elevato. Finora sono stati rilevati ben trentadue casi – due confermati, diciotto probabili e dodici sospetti – e diciotto contagiati sono morti tra il 4 aprile e il 9 maggio 2018.
Peter Salama, direttore aggiunto dell’OMS e capo del programma per la gestione delle emergenze, durante una conferenza stampa a Ginevra ha precisato: “Ci stiamo preparando al peggio”. La situazione è difficile e gli interventi assai costosi, perchè la regione di Bikoro, sulle rive del lago Tumba, è difficile da raggiungere. Dista quindici ore di moto dalla città più vicina. Le infrastrutture sanitarie sono scarse, la corrente elettrica è un optional. Si sta ancora studiando come far arrivare i medicinali e l’equipaggiamento necessari alle cure, perchè le strade non sono percorribili per i grandi mezzi. Sarà necessario mettere in campo ponti aerei con elicotteri e piccoli aeroplani, sempre che si possa trovare un luogo adatto per gli atterraggi.
Alcune decine di specialisti – epidemoologi e personale logistico – sono già sul posto, mentre altri quaranta saranno inviati a breve.
Salama ha fatto notare che il virus è apparso in tre luoghi diversi, che distano un sessantina di chilometri l’uno dall’altro. Preoccupa inoltre che due operatori sanitari siano già deceduti a causa del morbo, un terzo giace in fin di vita. E proprio per l’elevato grado di mortalità – dal venti al novanta per cento – l’OMS ha allertato i Paesi confinanti; in particolare il Congo Brazzaville e la Repubblica Centrafricana dovranno restare in stato di massima allerta.
Il direttore aggiunto dell’OMS ha anche discusso con le autorità di Kinshasa la possibilità di utilizzare i vaccini sperimentali prodotti dalla casa farmaceutica Merck. Alcune decine di migliaia di dosi sono disponibili nella sede dell’OMS a Ginevra. Ma il problema si pone in loco, devono essere conservati in frigorifero a temperature molto basse, ma essendo tutta l’area colpita dal virus praticamente priva di corrente elettrica, l’impiego dei vaccini non sarà facile; è necessario risolvere dapprima la questione della catena di raffreddamento.
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