Published On: Sun, Feb 18th, 2018

Intrighi, spie, tiranni, corruzione, repressione e un presunto golpe in Guinea Equatoriale

andrea-spinelli-barrile82Speciale per Africa ExPress
Andrea Spinelli Barrile
Roma, 18 febbraio 2018

Che cosa è successo con il colpo di Stato in Guinea Equatoriale? È una domanda che, ci rendiamo conto, da questa parte del Mediterraneo non si sono posti in molti ma che invece in Africa occidentale ha fatto discutere, e nemmeno poco.

Partiamo dai fatti: nella notte tra il 27 ed il 28 dicembre 2017 hanno iniziato a circolare alcune notizie su un tentativo di colpo di Stato nella piccola e ricchissima Guinea Equatoriale il cui presidente, il 75enne Teodoro Obiang Nguema Mbasogo, è il leader africano più longevo, al potere ininterrottamente dal 1979. La mattina del 28 dicembre 2017 il sito internet Cameroon-info pubblica la notizia secondo cui 31 mercenari ciadiani, sudanesi e centrafricani erano stati arrestati la sera prima in una regione meridionale del Camerun, nei pressi del confine con la Guinea, mentre trasportavano un vero e proprio arsenale diretti al confine di Kye-Ossi per sostenere un golpe contro Obiang. Internamente alla Guinea Equatoriale invece un commando di mercenari guineani, ciadiani e camerunesi si sarebbe rifugiato per giorni a Ebebiyin, località guineana al confine con Gabon e Camerun che si trova a 100 km da Mongomo, città natale del presidente Obiang. Nelle ore immediatamente successive è il caos: comunicati stampa febbrili, prese di distanza, notizie velenose che circolano e spariscono rapidamente (come quella di “un uomo d’affari dell’Africa centrale identificato e finanziatore dei mercenari golpisti” o come quella di “un generale ciadiano vicino” a uno dei leader dell’opposizione equato-guineana di Ciudadanos por la Inovacion, CI, che sarebbe stato a capo dell’operazione).

Il governo di Malabo ordina immediatamente la chiusura di tutti i confini terrestri con Camerun e Gabon e invia rinforzi a Kye-Ossi e Ebebiyin.

A mettere ordine, per modo di dire, ci pensa direttamente il presidente Obiang: “Stanno organizzando una guerra contro di me perché dicono che ho passato troppo tempo al potere” sostiene alla televisione nazionale sabato 30 dicembre, denunciando il “tentativo di invasione” e ricordando a tutti il suo sacrificio: “Non sono al potere perché voglio starci. Quando volete potete dirmi “Presidente hai già lavorato abbastanza” e io me ne andrò” ma siccome le ultime elezioni di novembre hanno dato al partito di Obiang il 99% dei voti e dei seggi al Parlamento, l’unico seggio all’opposizione se l’è conquistato proprio il partito CI, e nelle ultime presidenziali è stato rieletto col 90% non c’è alcuna ragione perché se ne vada. Quel pomeriggio l’Agence France-Presse batte la notizia che Enrique Nsue Anguesom, ambasciatore della Guinea Equatoriale in Ciad, è stato arrestato proprio a Ebebiyin e si trova dietro le sbarre nel compound militare di Bata Central.

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La mattina di mercoledì 3 gennaio Nicolas Obama Nchama, ministro della Sicurezza Nazionale, dichiara che i golpisti sono entrati nel Paese il 24 dicembre e puntano al palazzo presidenziale di Koete Mongomo, dove Obiang si trova in vacanza con la famiglia. Tutto il potere concentrato in un’unica stanza. Ma il ministro Nchama, confermando le nazionalità degli arrestati, racconta anche altro, e cioè che le autorità guineane hanno avviato una vasta operazione di smantellamento dell’organizzazione golpista in collaborazione con le autorità del Camerun. Le quali, tuttavia, in realtà non ne sanno nulla. Nel pomeriggio del 3 gennaio infatti i camerunesi, apprendendo quanto denunciato dai vicini equato-guineani, specificano che nessuna azione di intelligence o repressiva è in corso in Camerun e che nessun contatto c’era stato con le autorità di Malabo. La versione della storia di Obiang comincia a incrinarsi.

Il 4 gennaio la tv di Stato guineana diffonde  la notizia di alcuni scontri tra soldati mercenari ed esercito guineano nella foresta al confine Guinea Equatoriale-Gabon-Cameroon, non specificando la data ma facendo intendere fossero precedenti agli arresti. E così, mentre nell’ultimo anno esponenti dell’opposizione sono spariti “a dozzine”, come denunciato dal leader di Ciudadanos, il 5 gennaio l’ambasciatore ciadiano a Malabo, Paul Nahari Nguaryanan, racconta dell’arresto di 55 commercianti ciadiani, detenuti nelle tre principali città della Guinea Equatoriale.

Non è una novità che il regime di Malabo arresti e detenga cittadini stranieri, oppositori, intellettuali, artisti e poveri cristi da taglieggiare ma in questo caso sembra che il governo del Ciad sostenga la tesi dei guineani. Inoltre proprio in quei giorni il governo guineano ha sospeso, ed è tuttora sospeso, l’accordo di libera circolazione in Africa centrale. Secondo Jeune Afrique a fine dicembre è stato arrestato a Douala, in Camerun, Mahamat Kodo Bani, descritto dai ciadiani come mente dell’operazione golpista in Guinea: ex-generale ed ex-membro della sicurezza presidenziale del ciadiano Idriss Deby, secondo RFI Bani ha venduto a molti i suoi servigi di esperto militare, dal Darfur all’Africa Centrale con i Seleka ed è accusato dal Ciad di essere sostenuto da uno sponsor in Europa. Il ministro degli esteri del Ciad, ricevuto in visita a Malabo i primi di gennaio, dichiara in una conferenza stampa che il tentativo di colpo di Stato in Guinea è “una seria minaccia di destabilizzazione che interessa l’intera sottoregione dell’Africa centrale” dando ufficialmente sostegno e garantendo pieno appoggio a Obiang nella ricerca dei responsabili.

General Debate of the 66th General Assembly Session

Teodoro Obiang Nguema Mbasogo mentre parla alle Nazioni Unite

Queste le notizie ufficiali. Quelle non ufficiali, ovverosia la filiera delle notizie, è altrettanto interessante: dal 28 dicembre infatti in Guinea Equatoriale tutti i social network sono stati oscurati e le reti internet funzionano a singhiozzo: niente Whatsapp, niente Facebook, niente Telegram, solo e unicamente la tv di Stato, la radio di Stato e i comunicati stampa del governo. Solo fonti ufficiali. In generale è buona cosa diffidare sempre delle fonti ufficiali, anche se poi vengono riprese per necessità di ossigeno da tutta la stampa francofona mainstream. La narrazione tossica, a volte, può avere risvolti inaspettati.

Uno di questi è l’inaspettato sostegno delle Nazioni Unite alla piccola dittatura africna: “L’ONU continuerà a sostenere la Guinea Equatoriale e i suoi sforzi di stabilizzazione” sottolinea Francois Lounceny Fall, inviato delle Nazioni Unite a Malabo, l’8 gennaio 2018 in un discorso trasmesso in televisione. Lounceny era in Guinea da meno di 24 ore per raccogliere maggiori informazioni sul presunto tentativo di golpe ma evidentemente non si preoccupa di interpellare le fonti non-ufficiali e i diretti interessati, gli arrestati. In quel caso avrebbe probabilmente parlato anche con i 200 e più militanti dell’opposizione detenuti e torturati nelle carceri del Paese.

Tre giorni dopo, con Fall tornato a New York ma incassato il sostegno ONU, il ministro degli Esteri dell’ex colonia spagnola dichiara due cose. In spagnolo che la strategia del golpe “sarebbe” stata organizzata in Francia e in francese che “è stata” organizzata in Francia: “Nulla a che fare con il governo francese” per carità, ma ora bisogna “cooperare” nonostante i rapporti siano ai minimi storici: il processo francese per riciclaggio al vicepresidente, ed erede al trono, Teodorin Nguema Obiang è stato sfavorevole per la Guinea e sono volate parole grosse, oltre ai ricorsi. Ma qui, ricostruendo la catena di dichiarazioni, “l’ONU continuerà a sostenere la Guinea Equatoriale” per via della “minaccia di destabilizzazione dell’intera sottoregione dell’Africa centrale”. Tombola per Obiang, che nel frattempo incassa anche il sostegno di Faustin-Archange Touadera, il traballante presidente della Repubblica Centrafricana.

Obiang fa leva sui vicini principalmente grazie a due strumenti di convincimento: il crollo del prezzo del petrolio, che ha indebolito enormemente gli Stati dell’Africa centrale a vocazione petrolifera, e la sicurezza dell’area.

Equatorial Guinea UN Prize

Una fatiscente strada di Malabo, captale della Guinea Equatoriale

Nei giorni successivi il governo guineano si è spinto oltre puntando direttamente il dito sui presunti responsabili francesi del tentato golpe: il primo nome è quello di Salomon Abeso Ndong, che chi scrive conosce bene. Tra i leader dell’opposizione guineana all’estero, è stato arrestato e condannato a morte nel suo Paese nel 2002 e infine liberato grazie all’intervento americano dopo due anni di prigionia e torture, che mi sono state raccontate e mostrate e sono quanto di più raccapricciante abbia mai sentito. Ndong è anche uscito vittorioso dal processo parigino contro il figlio del presidente Obiang, in quanto parte civile con la Coalicion CORED e Trasparency International nel processo per riciclaggio e corruzione.

L’impressione è che Obiang approfitti del caos per mettersi in una posizione più comoda: il governo guineano è infatti stato rimpastato, allontanando chi non si era allineato alla teoria golpista (come il ministro degli esteri Agapito Mba Mokuy, che parlava di “atto di terrorismo”), i confini sono stati sigillati e “l’operazione di bonifica” è attiva anche all’estero: a N’Djamena in Ciad, dove l’intelligence collabora con i ciadiani, a Douala e Yaoundè in Camerun, dove sono detenuti decine di presunti golpisti, e a Bangui, dove il presidente Touaderà si mostra in imbarazzo perché i golpisti, sostiene Malabo, si sarebbero addestrati nello Dzanga-Sangha National Park, al confine tra Repubblica Centrafricana, Congo e Camerun, cosa che ha gelato i rapporti tra Touadera e l’omologo camerunese Paul Biya, che nei primi giorni di gennaio si è addirittura rifiutato di riceverlo.

La questione golpe però ora investe tutta l’Africa centrale, arriva alle Nazioni Unite e sconfina in Europa, in Francia e Spagna, dove il regime indica ci siano le menti al vertice del golpe. E il pallino ce l’ha in mano un solo uomo, ancora lui: Teodoro Obiang Nguema Mbasogo. Che, nonostante il presunto tentativo di defenestrazione alla veneranda età di 75 anni, non se la passa poi tanto male.

Andrea Spinelli Barrile
aspinellibarrile@gmail.com
Skype: djthorandre
twitter @spinellibarrile

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- Corrispondente dall'Africa, dove ho visitato quasi tutti i Paesi

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