16.2 C
Nairobi
giovedì, Aprile 30, 2026

Gaza: 7-8 mila minorenni spariti nel nulla. Il dramma dei desaparecido palestinesi

  Speciale per Africa ExPress Alessandra Fava 28 Aprile 2026 Sette...

Extraterrestri africani alla maratona di Londra

Dal Nostro Corrispondente Sportivo Costantino Muscau 27 aprile 2026 Un’astronave...

Attacco jihadista in Mali: ucciso ministro della Difesa

Africa ExPress Bamako, 27 aprile 2026 Il ministro maliano...
Home Blog Page 344

Sudafrica, contratto italiano da 324 milioni di euro per impianti di energie rinnovabili

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 12 maggio 2018

La multinazionale italiana Building Energy è di scena in Sudafrica per le energie rinnovabili.   Il 4 aprile scorso ha firmato con il Governo sudafricano l’accordo per la costruzione di un parco eolico da 147 MW e di un piccola stazione idroelettrica da 4,7 MW. Il progetto di realizzazione delle due centrali prevede un investimento complessivo di 324 milioni di euro.

Pala eolica (foto di Building Energy)
Pala eolica (foto di Building Energy)


Il primo impianto sarà a Roggeveld,
360 km a nord della capitale legislativa, Cape Town, mentre il secondo verrà costruito nella provincia del Free State, a un centinaio di chilometri dalla capitale giudiziaria, Pretoria.

Il parco eolico di Roggeveld, potrà generare circa 613 GWh all’anno, porterà energia elettrica a 49.200 famiglie e sarà operativo nell’aprile 2021. La mini centrale idroelettrica sarà costruita a Kruisvallei e avrà una capacità annuale di circa 28 GWh di energia per portare elettricità una comunità di oltre 2.300 famiglie. I due impianti, secondo Building Energy, contribuiranno a ridurre le emissioni di CO2 di circa 527 mila tonnellate.

L’azienda italiana si era aggiudicata la commessa, come miglior offerente nell’aprile 2015, al REIPPP-Renewable Independent Power Producer Procurement (Approvvigionamento di energia elettrica indipendente rinnovabile).

Impianto fotovoltaico di Kathu, Sudafrica, costruito da Building Energy, operativo dal 2014 (foto di Building Energy)
Impianto fotovoltaico di Kathu, Sudafrica, costruito da Building Energy, divenuto operativo nel 2014 (foto di Building Energy)

Nell’ex colonia britannica si era aggiudicato un contratto per la realizzazione di un impianto fotovoltaico con una capacità di 81 Mwp. Operativo da agosto 2014, si trova a Kathu, nella provincia del Capo Settentrionale, ed è uno dei più grandi dell’Africa.

Fabrizio Zago, a.d. di Building Energy: “L’impianto di Roggeveld rappresenta il nostro primo parco eolico in Sudafrica. Siamo entusiasti di realizzare uno dei 2,3GW di progetti assegnati dal Governo sudafricano nell’ambito della politica di sviluppo delle energie rinnovabili nel Paese. Si tratta, infatti, del primo importante investimento sotto la presidenza di Cyril Ramaphosa”.

Building Energy opera come produttore indipendente di energia da fonti rinnovabili in quattro continenti. La società è attiva dallo sviluppo dei progetti alla vendita dell’energia e ha sviluppi in corso per oltre 2.600 MW in venti Paesi.

Dai suoi uffici di Cape Town gestisce e coordina oltre 40 progetti in Africa e in Medio Oriente. Sono progetti in operatività e in fase di sviluppo nei settori del solare, dell’eolico e del mini-idroelettrico che fanno dell’azienda italiana uno dei principali attori sulla scena internazionale nel campo delle energie rinnovabili. Nel continente africano, oltre al Sudafrica, ha progetti in Uganda, Mali, Malawi, Camerun, Tunisia, Botswana e Costa d’Avorio.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter: @sand_pin

Almeno 50 i morti della diga esplosa in Kenya ed emergono gravi responsabilità

francoDal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 11 maggio 2018

L’ultimo bollettino della Croce Rossa keniota sulla diga esplosa ieri mattina a Silao, parla oggi di cinquanta vittime, ma vi sono ancora vaste zone sommerse dal fango dove si continua alacremente a scavare e questo fa temere che il tragico bilancio non sia ancora definitivo. Al momento, alle vite perse, si aggiungono duemilaseicento sfollati e circa ottanta feriti ricoverati nei vari ospedali di contea, alcuni in condizioni gravi, ma almeno per ora definiti stabili.

Alcuni abitanti di Silao mettono in salvo le poche cose risparmiate dall'acqua
Alcuni abitanti di Silao mettono in salvo le poche cose risparmiate dall’acqua

Il disastro, fino a ieri attribuito a cause naturali, pur se di eccezionale portata, fa invece emergere oggi, l’inquietante possibilità di gravi negligenze, omissioni e corrotte complicità. La diga Patel di Solai, che prende il nome dal suo proprietario, Patel Mansukul, venne costruita nel 1980 ed è la più grande delle sette realizzate dall’imprenditore indiano nel vasto territorio in suo possesso. Erano state costruite allo scopo di servire un impianto di irrigazione per piantagioni di caffe, serre di fiori da esportazione, pascoli per il bestiame e altre colture agricole.

La portata della diga era di 200 milioni di metri cubi d’acqua, di questi, ben 180 sono tracimati creando a valle un flusso impetuoso che ha travolto ogni cosa: case, animali, persone. Le autorità governative dichiarano ora che la diga era illegale e questo singolare annuncio – se la portata della tragedia lo consentisse – sarebbe da definire del tutto ridicolo. Perché solo dopo trentotto anni, e solo a fronte di questo immane disastro, gli enti proposti al controllo di simili realizzazioni escono allo scoperto per dichiarare un’illegalità che poteva essere rilevata con molto anticipo?

La poca acqua rimasta nell'invaso della diga dopo l'esondazione
La poca acqua rimasta nell’invaso della diga dopo l’esondazione

Gli organi deputati a monitorare realizzazioni di questo tipo, sono due: la NEMA (National Environment Management Authority) e la WARMA (Water Resources Management Authority). Il direttore regionale di quest’ultima, Simon Wang’ombe, ha dichiarato alla stampa che il suo ente “ha tentato da oltre un anno di indurre l’azienda di Mansukul a regolarizzare la sua posizione in relazione alla diga in questione, ma l’interessato si è sempre mostrato riluttante a farlo”.

Riluttante? La WARMA non aveva sufficiente autorità per costringerlo a rispettare i disposti di legge? E perché, per sollecitare questa “regolarizzazione”, ha atteso trentasette anni? Si sa che la burocrazia keniana soffre di acuto bizantinismo, ma trentasette anni sono troppi anche per la più dissestata amministrazione borbonica. E’ infine, cosa significa (anche nel lessico più elementare) l’esortazione rivolta a Mansokul di “regolarizzare la sua posizione”? Cosa si poteva “regolarizzare” in una diga costruita trentasette anni fa, senza che nessuna autorità pubblica avesse esaminato e approvato il progetto costruttivo?

Un'immagine dello scempio causato dallo straripamento della diga
Un’immagine dello scempio causato dallo straripamento della diga

A rendere la pubblica ignavia ancora più colpevole, c’è il fatto che già nel 2015 una di queste sette dighe aveva ceduto, causando ingenti danni pur se, fortunatamente, senza causare vittime. In quell’occasione le proteste e le dimostrazioni messe in atto dai residenti locali, erano cadute nel vuoto. Se tutto questo non legittima maleodoranti sospetti di collusione tra le autorità e l’azienda di Mankusul, significa che siamo davvero nel surreale.

mappa

Ma occorre parlare anche della NEMA, l’ente che ha creato un regime di vero terrore, soprattutto nei confronti degli investimenti nel settore turistico, verso il quale i solerti funzionari di questo organo imperversano incessantemente, imponendo ogni sorta di obblighi bizzarri e in gran parte irragionevoli, arrivando al blocco di strutture ricettive, anche se già in avanzato stato di realizzazione, con disinvolta sicumera. Cosa ha fatto le NEMA – il cui compito precipuo è quello di salvaguardare l’ambiente – nei confronti della diga Patel? La risposta e semplice: non ha fatto assolutamente nulla.

Un'altra immagine del disastro
Un’altra immagine del disastro

La NEMA ispezionò la diga Patel, solo nel 2003, quando l’opera era già in funzione da ventitré anni. Quando, cioè, era del tutto impossibile, verificare se erano stati rispettati i criteri costruttivi previsti dalla legge. In quella data, pur se nell’impossibilità di accedere a questa verifica, gli ineffabili funzionari della NEMA, consacrarono la diga rilasciando ipso facto la licenza che la legittimava. La stupefacente spiegazione per questa incredibile procedura, la fornisce il portavoce dell’ente, Evans Nyabuto: “La NEMA procede all’ispezione solo quando sia invitata a farlo”.

La figura di Mansukul Patel, il sessantenne proprietario della diga incriminata, è avvolta da un alone di mistero. Dagli abitanti del luogo è definito un ricco misantropo, poco propenso alle relazioni interpersonali, benché si avvalga di oltre mille dipendenti che lavorano quotidianamente nella sua tenuta di circa ottocento ettari. L’accesso alla proprietà è severamente regolamentato ed è concesso solo su appuntamento. La maggior parte dei visitatori autorizzati sono di origine indiana, come lui. I ripetuti tentativi, svolti da un corrispondente del quotidiano Standard, per visitare il complesso, sono risultati infruttuosi e tutto ciò che è riuscito ad ottenere, dall’irremovibile guardiano, è stato un numero di telefono che per l’intera giornata di ieri è risultato spento.

Uno dei feriti ricoverato presso un ospedale di Nakuru
Uno dei feriti ricoverato presso un ospedale di Nakuru

Mansukul Patel, come si conviene a ogni facoltoso imprenditore che vuol farsi benvolere, non rinuncia però a gesti di filantropia. E’ infatti la sua famiglia che ha finanziato la costruzione di una nuova aula per le scuole secondarie di Solai, nonché l’intero equipaggiamento sanitario per il locale centro di assistenza medica. Ma, in modo abbastanza paradossale, Mansukul, si è sempre e tenacemente rifiutato di consentire un se pur controllato accesso a una delle sue dighe per i bisogni idrici degli abitanti locali.

Ora una sua diga, per la seconda volta da che l’attività esiste, ha causato distruzione e morte. Anche questa tragedia, come molti altri scandali precedenti, finirà nell’oblio generale? Oppure, una volta tanto, si individueranno i responsabili – che certamente ci sono – e saranno resi pubblici i provvedimenti presi nei loro confronti? Staremo a vedere, rilevando che un governo non è solo legittimato dal consenso popolare, ma lo è anche e soprattutto, da come agisce in esecuzione di quel consenso.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@Franco.Kronos1

Eni staff under investigation in Congo-B corruption probe rises to four out of five

Global Witness
Rome, 10 May 2018

Italian oil giant Eni today confirmed that Maria Paduano, a founding director of opaque company World Natural Resources, is a current Eni employee. This brings the count of current or past Eni staff under an Italian investigation in a Republic of Congo (Congo Brazzaville) corruption probe to four out of five.

The probe relates to oil agreements signed by Eni’s Congo subsidiary with the Congolese oil ministry, its relationship with local Congolese companies and, since an update in July 2017, its relationship with “certain third-party companies.” Italian media have reported that the probe focuses on executives of World Natural Resources and on the myriad connections between WNR and Eni past and current staff and associates.

image

Eni has always asserted that it has no relationship with World Natural Resources, and today added that, as far as it is aware, none of its employees holds a direct or indirect interest in the company.

“Eni has consistently downplayed its connections to World Natural Resources, a company embroiled in corruption investigations around oil deals in Republic of Congo. Yet every time Eni is challenged on this, more connections are revealed,” said Natasha White, campaigner at Global Witness. “Eni and its staff are already under investigation for oil deals in Algeria, Nigeria and Italy. It is about time the company came clean once and for all about its operations and is held to account.”

Congo_B_crop.2e16d0ba.fill-540x300

“This is the fourth shareholder meeting in which we question Eni on its business in Congo. So far, we have received elusive and incomplete answers. Today’s revelation of another link between an Eni employee and an opaque company allegedly involved in a new oil corruption probe shows that the truth seems to be quite different from what Eni has shared with its shareholders for the past four years,” said Giulia Franchi at Italian NGO Re:Common.

The investigation led by Milan prosecutors initially revolved around oil agreements signed between 2013 and 2015 by Eni’s Congo subsidiary with the country’s Ministry of Hydrocarbons, and Eni’s relationships with local companies. By July 2017, the investigation had broadened to alleged “international corruption” and concerned the relationship of Eni and its subsidiaries with “certain third-party companies” from 2012 to date.

According to Reuters, prosecutors are said to be investigating whether certain contracts hid bribes to Congo public officials. Italian newspaper Corriere della Sera has further reported that part of the broader alleged bribery scheme took the form of shares in oil exploitation rights, which it is said may have ultimately benefited the individuals under investigation.

The five individuals under investigation alongside Eni are: Eni Chief Development, Operations and Technology Officer, Robert Casula; Italian lawyer and founding director of WNR Ltd, Maria Paduano; Eni business partner and founding director of WNR Ltd, Alexander Haly; former Eni employee Chief Olufemi Akinmade, who represented Dan Etete in negotiations for the allegedly corrupt OPL 245 deal in Nigeria; and past Eni procuratore and founder of WNR Congo, Andrea Pulcini.

Global Witness was unable to reach any of the five individuals for comment by the time of publication.

On 6 April 2018 Italian and international media reported on a dramatic escalation in the case as Eni’s offices were raided and documents were seized by Milan prosecutors. Eni first received an information request from Italian Financial Police relating to the case in March 2017, according to the company’s annual reports.

On 14 May 2018 Eni and Shell, along with a number of their senior executives, will face charges of aggravated international corruption for their role in the US$1.1 billion deal for Nigerian oil block OPL 245. The companies and their executives have all denied the charges. Among the defendants are Robert Casula and sitting Eni CEO Claudio Descalzi.

Global Witness

Kenya: esplode una diga a Nakuru, bilancio provvisorio almeno 30 morti

francoDal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 10 maggio 2018

Ennesima e tragica sciagura causata dalle insistenti precipitazioni in Kenya. La diga “Patel” in località Subukia, nella contea di Nakuru, è letteralmente esplosa questa mattina, prima ancora che spuntasse l’alba sotto la violenta pressione di un’incontenibile massa d’acqua che si è di colpo riversata a valle dove ha creato un’apocalittica distruzione ai danni di circa cinquecento famiglie, lasciando all’addiaccio oltre 2 mila 500 persone.

Alcuni volontari trasportano i feriti presso i centri di assistenza medica
Alcuni volontari trasportano i feriti presso i centri di assistenza medica

Le prime notizie del disastro, parlavano di cinque morti, ma nei minuti successivi, la cifra è via via cresciuta fino ad attestarsi su una trentina, ma si teme che il triste bilancio non sia ancora definitivo. Finora i soccorritori, tra i quali è anche intervenuta la Croce Rossa, sono riusciti a recuperare trentanove persone, ma quelle che ancora mancano all’appello sono almeno una cinquantina.

La mega diga “Patel” si trova in località Solai, all’interno della grande tenuta agricola di Mansukul Patel che le ha dato il nome. Solo in Kenya – ma il maltempo riguarda anche molte altre parti dell’Africa, soprattutto nelle regioni orientali – si contano oggi un totale di quasi 300 mila sfollati che non hanno più né casa né occupazione.

La diga Patel durante l'esondazione
La diga Patel durante l’esondazione

A questo si aggiungono migliaia di feriti che hanno bisogno d’immediata assistenza medica. Una sfida davvero eccezionale per il governo Kenyatta che si trova ad affrontarla con mezzi scarsi e inadeguati, mentre i soccorsi esterni sono pesantemente ostacolati dall’impraticabilità delle strade dove sono costretti a operare nel fango, mentre i mezzi si impantano spesso e sempre sotto imponenti e inarrestabili rovesci di pioggia.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@Franco.Kronos1

Comore: repressa dalla polizia manifestazione di parlamentari dell’opposizione

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Corneia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 10 maggio 2018

Tafferugli ieri mattina a Moroni, la capitale delle Comore, quando le forze dell’ordine sono intervenute con la forza, per sedare un’assemblea di parlamentari dell’opposizione. I legislatori,  riuniti sui marciapiedi antistanti il palazzo del “Conseil de l’île”, non avevano ancora cominciato a parlare che agenti del corpo speciale hanno sequestrato microfoni e altoparlanti.

L’incontro era volto a sensibilizzare la popolazione sulla necessità di istituire una Corte Costituzionale, in vista del referendum di luglio sulla limitazione del numero dei mandati presidenziali.

Porto di Moroni, la più grande città dell'Unione delle Comore
Una veduta del lungomare di Moroni, la capitale dell’Unione delle Comore

Il primo intervento della polizia è stato filmato dai deputati con i cellulari, e i tablet e quando gli agenti hanno tentato di sequestrare gli smartphone, è scoppiato il finimondo. Le forze dell’ordine hanno messo mano ai gas lacrimogeni. I manifestanti, forse un centinaio o poco più e non solo parlamentari, hanno risposto con una sassaiola e i poliziotti, a loro volta hanno usato i manganelli. Un agente si è ferito, cadendo da un veicolo in corsa. A quel punto, per disperdere la folla, i gendarmi hanno cominciato a sparare in aria.

Più tardi, in base alle testimonianze di poliziotti in abiti civili presenti all’assemblea, sono stati effettuati alcuni fermi e due parlamentari sono stati arrestati. Rimane introvabile una pistola d’ordinanza che uno degli agenti ha perso durante i disordini.

L’Unione delle Comore è formata da tre isole – Grande Comore, Moheli e Anjouan – ex colonie francesi che hanno ottenuto l’indipendenza nel 1975, mentre la popolazione di Mayotte, che dista solo sessanta chilometri da Anjouan, in due referendum ha votato contro l’indipendenza. I giovani comoriani sono attratti come da una calamita da Mayotte, da quel fazzoletto di terra francese in mezzo all’Oceano Indiano, diventato il 101º dipartimento francese nel 2011. Facendo parte dell’Unione Europea, la valuta ufficiale dell’isola è l’euro.

Migranti delle Comore sui tipici kwassa kwassa
Migranti in fuga dalle Comore verso Mayotte

Da tempo i rapporti tra Parigi e lo Stato insulare sono tesi:  il governo delle Comore dal 21 marzo non riamette più i suoi cittadini scappati a Mayotte. Migranti che la Francia vorrebbe, invece, deportare subito. Da alcuni anni la legislazione d’Oltralpe sull’immigrazione permette il rimpatrio immediato, senza dover ricorrere alla sentenza di un giudice.

Inoltre, la gente che fugge verso Mayotte è in continuo aumento. Quasi giornalmente giovani comoriani cercano di attraversare il breve tratto di mare che li separa dalla Francia con i kwassa kwassa, tradizionali imbarcazioni da pesca, il cui nome probabilmente è stato mediato da quello di una danza congolese (kwassa, appunto) a sua volta proveniente dal francese quoi ça? (Che cos’è questo?). Come il ballo, le barche “oscillano” pericolosamente. Dal 1995 ad oggi hanno perso la vita nel tentativo di raggiungere Mayotte oltre cinquantamila comoriani. Un tragico bilancio di vite umane del quale si parla poco o nulla in Occidente.

Per tutta risposta il Quai d’Orsay  ha disposto il 4 maggio e fino a nuovo ordine, la sospensione dei visti d’ingresso per la Francia a tutti i comoriani. L’annuncio di tale drastica misura è stato fatto da Jean-Yves Le Drian, il capo della diplomazia francese, davanti all’Assemblea nazionale. Le Drian ha precisato laconicamente: “In considerazione del blocco delle riammissioni e il continuo flusso di migranti verso Mayotte, siamo stati costretti a congelare temporaneamente i visti per i comoriani”.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Kenya: collusione tra impiegati di banca, poliziotti e ladri per derubare i correntisti

francoDal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 9 maggio 2018

Lo rivela un reportage di Asher Omondi per TukoNews. Sarebbero parecchie decine le persone derubate subito dopo aver effettuato un consistente prelievo presso il proprio sportello bancario. Sembra che le azioni criminose degli ultimi mesi, abbiano totalizzato un bottino di oltre 100 mila euro, solo riferito ai casi di cui si è venuti a conoscenza. L’impiegato di banca, prima ancora di consegnare il denaro al cliente, avviserebbe i suoi complici all’esterno (poliziotti) dell’ammontare prelevato. Un palo che ha assistito, all’operazione uscirà quindi al seguito della vittima per indicarla a chi deve completare il lavoro.

Quest’ultima sgradevole scoperta, compromette sempre di più la fiducia nel sistema bancario del Paese, già afflitto da disastrose bancarotte, malversazioni e furbizie d’ogni genere volte a depauperare i depositi degli sfortunati clienti. La nuova strategia criminale, descritta nel reportage di Omondi, sembra anche aver scatenato un effetto emulativo perché si sta rapidamente ripetendo in varie parti del Paese come ottimo sistema per un rapido e facile arricchimento.

Atrio di un istituto bancario in Kneya
Atrio di un istituto bancario in Kenya

Gli ultimi casi riportati, sono avvenuti nelle citta di Machakos, Kitui e Makueni, dove si è verificato il più recente. John Bosco, un impiegato presso l’amministrazione delle scuole secondarie di Thavu, appena uscito dalla filiale di Wote della KCB (Kenya Commercial Bank), dove aveva prelevato tremilaseicento euro, è salito su un matatu (pulmino di trasporto pubblico) per dirigersi a Kathonzweni. Sceso dal mezzo, si stava avviando a piedi verso la sua destinazione, quando è stato affrontato da quattro uomini armati che si sono qualificati come agenti di polizia.

I malviventi l’hanno costretto a salire su un’auto, che era stata rubata qualche ora prima, si sono diretti verso una zona isolata della città, si sono impadroniti del denaro appena incassato e hanno gettato il poveretto dall’auto in corsa, causandogli lesioni al capo e agli arti. L’uomo è stato ricoverato al Refferal Hospital di Makueni.

Della stessa natura l’esperienza vissuta da Morris Mwirigi Nkanata, un uomo d’affari di Kitui, che uscito dalla locale agenzia della KBC, dove aveva prelevato l’equivalente di 5 mila euro, è stato arrestato da quattro poliziotti. Caricato  su un’auto, è stato incappucciato. I falsi agenti si sono appropriati del denaro e di tutto ciò che il poveretto aveva in tasca. Poi sono arrivati ad un bancomat e con il PIN che avevano appena estorto hanno prelevato altri mille euro. L’uomo, incappucciato e legato, è stato poi abbandonato nei dintorni della cittadina di Kanyonyo.

Agenti della polizia amministrativa, normalmente assegnati alla sorveglianza delle banche
Agenti della polizia amministrativa, normalmente assegnati alla sorveglianza delle banche

Le autorità di polizia si mostrano riluttanti a confermare il coinvolgimento dei loro colleghi nei crimini riferiti, ma secondo molti testimoni oculari sembra che questi avvengano proprio come li descrive Omondi. Gli agenti di polizia, non sempre attuerebbero le rapine in prima persona, ma si affiderebbero anche a delinquenti abituali, limitandosi a sorvegliare l’azione per intervenire, qualora necessario, per proteggerli. Ovviamente, il bottino sarà poi equamente spartito tra le parti.

Un rapinatore arrestato dalla polizia mentre stava per essere linciato dalla folla
Un rapinatore arrestato dalla polizia mentre stava per essere linciato dalla folla

Questo ennesimo riscontro negativo a carico delle forze dell’ordine, non suscita grande sorpresa tra i cittadini del Kenya, abituati a vedere nelle divise degli agenti, più una minaccia che un confortante simbolo protettivo. Del resto questa deprecabile situazione è già stata autorevolmente stigmatizzata dall’osservatorio internazionale WISPI (World Internal Security and Police Index), che ha classificato la polizia del Kenya come la terza peggiore del mondo.

Niente di nuovo quindi sotto il sole, ma oltre alla reputazione dei poliziotti, questi deprecabili eventi distruggono anche la già offuscata affidabilità del sistema bancario del Paese, visto che gli stessi funzionari agli sportelli, anziché garantire affidabilità e riservatezza ai propri clienti, li trattano come polli da spennare e tradiscono la loro fiducia gettandoli tra le fauci dei loro sciagurati complici in divisa.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@Franco.Kronos1 

Ebola si ripresenta per la nona volta nel Congo-K

Loghino africa express 2Africa ExPress
Kinshasa, 8 maggio 2018

Ritorna lo spettro dell’ebola nella già travagliata Repubblica Democratica del Congo. Le analisi del sangue hanno confermato che due persone sono affette dal virus killer a Bikoro, nel nord-ovest della ex colonia belga. Secondo Jean Jacques Muyembe, che lavora presso l’Istituto di ricerche biologiche del Paese, ci sono almeno altri dieci casi sospetti.

Focolaio di ebola nel Congo-K
Focolaio di ebola nel Congo-K

L’Organizzazione mondiale della sanità ha confermato poco fa sul suo account twitter questo nuovo focolaio di ebola nel Paese. Anche lo scorso anno, proprio in questo periodo, la temibile malattia era riapparsa nel Congo-K.

L’OMS invierà il suo personale specializzato per affiancare gli operatori sanitari di Bikoro, nella provincia Equateur.

In Congo-K ci sono state nove epidemie da quando è scoppiata la prima nel 1976. Durante quella del 1995 morirono alcune suore italiane a Kikwit. Gli ammalati che furono contagiati dal virus nel 2000 a Gulu, in Uganda, furono curati nell’ospedale italiano Lachor, un efficiente complesso diretto dal dottor Piero Corti, che l’aveva fondato pochi anni prima assieme alla moglie Lucille, medico anche lei.

Africa ExPress

Comincia il processo a Mokoko, ex candidato alle presidenziali del 2016 in Congo-B

Loghino africa express 2Africa ExPress
Brazzaville, 8 maggio 2018

E’ cominciato ieri a Brazzaville il processo che vede come imputato Jean-Marie Michel Mokoko, colpevole di aver contestato la rielezione di Denis Sassou Nguesso nel 2016. Mokoko allora fu uno dei candidati alla presidenza e durante la tornata elettorale raccolse il 13,89 per cento delle preferenze, piazzandosi solo al terzo posto, mentre Sassou Ngessou, vinse al primo turno con il sessanta per cento dei voti.

Mokoko, prima di candidarsi, è stato capo di Stato maggiore e consigliere di Sassou Nguesso. L’ex candidato è in galera dal 2016, perchè accusato di delitti contro la personalità dello Stato e di detenzione di armi da guerra. Imputazioni gravi alle quali dovrà rispondere davanti alla sezione criminale del tribunale di Brazzaville. Finora non è chiaro se queste incriminazioni siano legate unicamente ad una video cassetta girata nel 2007 e misteriosamente riapparsa in piena campagna elettorale nel 2016 o se l’accusa ha in mano elementi più recenti.

Norbert Tricaud, avvocato parigino, che fa parte del team di difesa dell’imputato, qualche giorno fa ha dichiarato: “Se Mokoko avesse voluto davvero fare un colpo di Stato lo avrebbe commesso da tempo”.

Jean-Marie Michel Mokoko
Jean-Marie Michel Mokoko

In un comunicato rilasciato ieri dal Collectif  Sassoufit, un collettivo di contestazione pacifista della società civile del Congo Brazzaville che, insieme ad altri movimenti simili, chiede le dimissioni immediate del presidente Sassou Nguessu, si legge tra l’altro: ” ‘Il lutto del diritto’, questa espressione dell’avvocato Boucounta Diallo rimane la più appropriata per descrivere ciò che sta accadendo in Congo”. E più avanti: “Chiediamo a Nicole Belloubet, ministro di Giustizia del governo francese e a tutte le altre giurisdizioni di sospendere tutte le forme di cooperazione giudiziaria con il regime di Brazzaville. E, vista la sottomissione del potere giudiziario a quello esecutivo, ogni atto (contratto, giudizio, arresti, ecc.) proveniente dal Congo non deve essere preso in considerazione”.

Il documento poi continua:” La comunità internazionale, allarmata dal declino della democrazia in Congo, dovrebbe  chiedere senza indugio la liberazione immediata e incondizionata di Jean-Marie Michel Mokoko e di tutti i prigionieri politici congolesi”.

Ieri in aula erano presenti solamente i difensori congolesi che hanno deciso di restare in silenzio. Anche l’ex candidato non ha risposto alle domande della Corte. I suoi avvocati avevano fatto più volte ricorso per la liberazione del loro cliente, ma l’istanza è sempre stata rigettata. Ora sembra che i difensori vogliano dare visibilità internazionale alla vicenda. La protesta contro la detenzione arbitraria del loro cliente è giù stata posta all’attenzione dell’ONUe hanno promesso che lo esporranno anche all’Unione Africana.

Peccato che ieri mattina in aula siano stati ammessi solamente i giornalisti della stampa del regime e Tele-Congo, la televisione di Stato. I media indipendenti e i giornalisti stranieri sono stati esclusi. E, secondo quanto riporta il Collectif  Sassoufit, diciasette attivisti del movimento di base sarebbero stati allontanati.

Africa ExPress         

Guerra alla corruzione in Angola: dopo la famiglia cacciato l’ex presidente dos Santos

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 7 maggio 2018

Edoardo dos Santos, l’ex leader dell’Angola, lascerà presto la presidenza del Movimento Popolare per la Liberazione dell’Angola. Lo ha fatto sapere una decina di giorni fa l’Agenzia di stampa portoghese LUSA, riportando che la segretaria dell’MPLA avrebbe annunciato che questo incarico sarà conferito a João Lourenço, presidente dell’ex colonia lusitana.

João Lourenço, presidente dell'Angola
João Lourenço, presidente dell’Angola
Edoardo dos Santos, ex presidente dell'Angola
Edoardo dos Santos, ex presidente dell’Angola

Il vecchio dittatore e la sua famiglia escono così di scena dopo aver governato il Paese per trentotto anni. Josè Edoardo dos Santos nasce nel 1942 in un quartiere povero di Luanda. Sa cosa significa la repressione: si iscrive ancora giovanissimo all’ MPLA e nel 1956 il governo coloniale lo costringe all’esilio. Dapprima in Francia, poi in Congo e per ultimo si trasferisce in Russia, dove termina gli studi come ingegnere. Torna nel suo Paese nel 1970 e, dopo l’indipendenza dal Portogallo, nel 1975 diventa ministro degli Esteri. Nel 1979, dopo la morte di Agostinho Neto, viene scelto come presidente, carica che ha ricoperto fino all’agosto dello scorso anno.

Lourenço, eletto la scorsa estate, in passato è stato un fedelissimo di dos Santos; prima delle elezioni il capo di Stato uscente aveva predisposto il futuro dei suoi familiari e di altre persone del suo entourage, che al momento della fine del suo mandato occupavano incarichi di rilevanza.

Isabel dos Santos
Isabel dos Santos

Nessuna di queste persone sarebbe dovuta decadere con il cambio della guardia al governo, perché una delle ultime leggi che dos Santos aveva fatto approvare a grande maggioranza dal Parlamento prevedeva che le scelte sul personale, effettuate da lui, non avrebbero dovuto subire variazioni con la nomina del nuovo capo di Stato. Ma le cose non sono andate proprio così. Pochi mesi dopo il suo insediamento, il nuovo leader ha silurato la figlia del suo ex mentore, Isabel dos Santos, presidente della Sonangol, la società petrolifera di Stato. Nel 2016, proprio il padre di Isabel, l’aveva promossa alla guida della società.

José Filomeno dos Santos
José Filomeno dos Santos

All’inizio di quest’anno Lourenço ha tolto l’incarico anche José Filomeno dos Santos, secondogenito di Edoardo. José Filomeno era stato nominato dal padre alla guida del fondo statale petrolifero. A marzo il rampollo è stato anche accusato di frode per aver autorizzato un versamento ritenuto sospetto e che si aggira sui cinquecento milioni di dollari, mentre era presidente del fondo statale. 

Ma le purghe non si sono fermate qui: il 23 aprile il governo angolano ha licenziato anche il capo di Stato maggiore dell’esercito, Geraldo Sachipengo Nunda. Pochi giorni dopo il procuratore generale di Luanda ha ufficializzato l’accusa nei confronti di Sachipengo Nunda e altri tre alti ufficiali per una maxifrode di quaranta miliaridi di euro. Lo stesso giorno è stato dato il ben servito anche ad altri ufficiali dell’esercito e a André de Oliveira Sango, capo dei servizi segreti da oltre dieci anni.

Finora sembra che il neo presidente abbia fatto della lotta contro la corruzione una delle sue priorità, con la speranza di sollevare l’economia del Paese, in gionocchio dopo la lunga dittatura del suo predecessore. Dal suo insediamento a settembre dello scorso anno, il nuovo presidente ha fatto cadere molte teste, tra loro non solamente quelli di spicco come i fratelli dos Santos e diversi generali, ma anche manager di aziende statali e alti funzionari del governo.

E infine, per riempire le magre casse dello Stato, João Lourenço, non ha esitato a lanciare una sanatoria della durata di sei mesi per far rientrare capitali di miliardi e miliardi di dollari nel Paese. Tale decisione era stata presa durante il Consiglio dei ministri il 7 febbraio scorso.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Niger: migrants arrests in Agadez, the protest of UNHCR

irin logoIRIN
Niamey, May,4th 2018

Niger calls them mercenaries and wants them expelled. The UN reckons they were potential victims of slavery or extortion searching for safety. Either way, some 1,700 Sudanese refugees have left Libya for neighboring Niger since December — moving south in search of more secure lives rather than north, a reversal of usual migration trends that was prompted by European Union efforts to stem migration. On 2 May, police in Agadez arrested around 150 Sudanese who were housed by the UN Refugee Agency (UNHCR). It’s unclear why.

La Gran moschea di Agadez è un'attrazione turistica (anche se i turisti non ci sono quasi più). E' alta 27 metri ed è costruita in fango e mattoni
La Gran moschea di Agadez è un’attrazione turistica (anche se i turisti non ci sono quasi più). E’ alta 27 metri ed è costruita in fango e mattoni

Journalist Eric Reidy was recently in Agadez reporting for IRIN and said a number of refugees told him they’re worried that Niger’s government will deport them to Libya or Sudan. Mohamed Bazoum, Niger’s interior minister, told Reidy that the Sudanese “came here because they expect to go to Europe.” None of the refugees Reidy spoke to in Agadez said that was their incentive.

UNHCR says Niger is the only accessible, safe country for them right now. “Is there any corridor out of southern Libya that can offer… safety? No other corridor than Niger,” said Alessandra Morelli, UNHCR’s top official in the country.

Their presence is stoking fears that intensified conflict in southern Libya could lead to a large scale displacement crisis in northern Niger. Also in question is whether the UNHCR evacuation and resettlement mechanism for refugees trapped in Libyan detention centres is playing a role in drawing the Sudanese to Niger. Watch for our upcoming coverage, in which Reidy will explore these and other issues.

 

IRIN