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Ciad: dopo 28 anni il presidente Idriss vuole restare al potere e il suo governo si dimette

francoDal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 5 maggio 2018

Lo scorso giovedì, con una decisione peraltro attesa, il primo ministro del Ciad, Albert Pahimi Padacke, in un messaggio televisivo al Paese, ha annunciato le sue dimissioni e quelle del suo governo, per protestare contro la recente modifica costituzionale che assegna al presidente Idriss Deby altri sei anni di potere, rinnovabili per altri sei. La nuova norma, fortemente avversata dall’opposizione che ha presentato ricorso, è stata confermata dalla Corte Costituzionale ed è quindi operativa a partire da venerdì scorso.

Il presidente del Ciad Idriss Baya
Il presidente del Ciad Idriss Deby

Idriss Deby è salito al potere nel 1990 quando, con un colpo di stato, cacciò Hissène Habré, suo predecessore e anche suo mentore. Nel 2001 assicurò che avrebbe lasciato la presidenza allo scadere del secondo mandato che si sarebbe concluso nel 2006. Promise anche che mai avrebbe cambiato la Costituzione per estendere la propria carica oltre quel termine, ma a dispetto di tali promesse, si fece riconfermare alla presidenza nel 2006, nel 2011 e di nuovo nel 2016 giustificando il suo voltafaccia con l’asserzione che “la vita della Nazione era in grave pericolo” ed era quindi suo dovere farsi carico di proteggerla. Ora, quest’ultima modifica al disposto costituzionale varato venerdì, non si limita a estendere la sua carica per altri potenziali 12 anni, ma inserisce una clausola che gli fornisce in pratica il dominio assoluto sulla Nazione giacché elimina anche le figure del vice presidente e del primo ministro, consacrando cosi Idriss a un potere totalmente autocratico.

Il palazzo presidenziale di N'Djamena, la capitale de Ciad
Il palazzo presidenziale di N’Djamena, la capitale de Ciad

A capo di un paese corrotto e – nonostante le enormi riserve petrolifere – anche poverissimo, Idriss Deby, nel confronto con i suoi colleghi continentali, non teme certo di sfigurare, visto che il delirio di potere è largamente condiviso in tutta l’Africa, come dimostrano le posisioni di re Mswati III dello Swaziland, in carica da trentadue anni, periodo uguale a quello di\ Yoweri Museveni in Uganda; Paul Biya in Camerun per quasi trentasei anni; Denis Sassou Nguesso in Congo Brazzaville per trentaquattro anni. In Togo, Etienne Gnassingbé Eydéma, dopo essere stato al potere per trentacinque anni, fece ridurre il limite di età posto dalla Costituzione per accedere alla presidenza, da quarantacinque a trentacinque anni, in modo che il suo rampollo, il trentaseienne Faure Gnassingbé, potesse succedergli dando così luogo a una vera e propria dinastia monarchica; Robert Mugabe, deposto recentemente, impose il suo gerontocratico dominio sullo Zimbabwe per trentotto anni, prima come capo del governo e poi come presidente. L’elenco potrebbe proseguire e non basterebbe lo spazio di questo articolo per contenerlo tutto, soprattutto se si volessero aggiungere i capi di stato cui la morte ha impedito di mantenere il potere. Per tutti basterà ricordare Muammar Gadaffi che espresse la sua dittatura assoluta sulla Libia per ben quarantacinque anni.

mapchad

Ex colonia francese, indipendente dal 1960, il Ciad è un Paese senza accesso al mare. Stretto tra Libia, Niger, Camerun, Nigeria, Sudan e Repubblica Centrafricana. Conta dodici milioni di abitanti, in gran parte di religione islamica e di lingua araba. Il suo territorio prevalentemente arido, offre solo il quattro per cento di superficie coltivabile e i dati che lo riguardano esprimono un’oggettiva difficolta del vivere: ha un’alta crescita demografica del quarantadue per mille e un elevato tasso di mortalità infantile che si attesta al centodue per mille. Il sessantacinque per cento della popolazione è ancora analfabeta e la speranza media di vita alla nascita, non supera i cinquantatre anni.

Famiglia rurale ciadiana
Famiglia rurale ciadiana

Fino a qualche hanno fa, nonostante la ridotta disponibilità di terreni coltivabili, la voce prevalente nell’economia ciadiana era l’agricoltura, non certo sufficiente però a garantire accettabili condizioni di vita che erano quindi sostenute dagli aiuti internazionali, ma dal 2003 le esportazioni petrolifere hanno portato significativi introiti alle casse dello Stato e sono tuttora in rapido incremento. Questa crescita, potrebbe rappresentare, in divenire, un miglioramento delle condizioni di vita dei cittadini, portando loro i più essenziali supporti in termini di occupazione, sanità, educazione scolare e infrastrutture.

Zona desertica del Ciad
Zona desertica del Ciad

Certo che gli esempi di Angola e Nigeria, in cui guerre e povertà permangano benché i due Paesi siano da tempo consacrati come grandi produttori di greggio, non incoraggiano troppe speranze in proposito. Né può incoraggiarle la tracotante decisone di Idriss Deby, mirata non al benessere del suo popolo ma a uccidere la democrazia e a protrarre la propria egemonia sul Paese riducendolo così a un possedimento feudale.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@Franco.Kronos1

Libia, ecco come si vive (e si muore) nei centri di detenzione libici

Loghino africa express 2Africa ExPress
Tripoli, 4 maggio 2018

Provengono tutti dal Corno d’Africa, da due nostre ex colonie. Sono trecentonovanta eritrei e centoquarantuno somali che dallo scorso ottobre sono stipati nel centro di detenzione a Gharyan, a poco meno di cento chilometri da Tripoli. Sono allo stremo dopo tanti mesi di prigionia in questo luogo squallido, dove cibo e acqua vengono distribuiti con il contagocce. Le condizioni igieniche del centro sono più che precarie.

Gharyan 1 OK

Eppure queste persone si trovano in un luogo controllato dal governo libico, dunque “dovrebbe” dare certe garanzie, ma la stessa delegazione libica ha ammesso durante il vertice di Niamey, la capitale del Niger, che alcuni addetti alla sicurezza e responsabili di campi di detenzione per migranti sono compresi nell’elenco di persone verso le quali sono stati spiccati mandati d’arresto all’inizio di marzo, perchè implicati nel traffico di esseri umani.

Un detenuto chiede che la sua ciotola venga riempita di cibo
Un detenuto chiede che la sua ciotola venga riempita di cibo

I disperati di Gharyan, che hanno perso la fiducia in se stessi, distrutti nel fisico e nell’anima, oltre un mese fa hanno scritto una lettera all’UNHCR a Ginevra, chiedendo di essere evacuati quanto prima con i corridoi umanitari, come è successo ad altri profughi, detenuti insieme a loro. Fino ad oggi non hanno ricevuto risposta. Intanto continuano a marcire in questa lurida galera libica, abbandonata anche dagli operatori delle organizzazioni umanitarie che da tempo non l’hanno più visitata.

Il cortile fotografato di nascosto da un detenuto
Il cortile fotografato di nascosto da un detenuto

Lo stringer di Africa ExPress è in costante contatto con i congiunti di questi poveracci, ma anche direttamente con alcuni detenuti, che lo aggiornano regolarmente di quello che succede nel centro di detenzione di Gharyan. Di nascosto sono riusciti ad inviare qualche scatto rubato con difficoltà che pubblichiamo in esclusiva.

Alla fine di marzo un giovane detenuto, ormai disperato si è suicidato. Altri cinque sono morti di stenti e da settimane non si hanno più notizie di tre loro compagni. Si crede siano morti e fatti sparire.

Ecco il cibo che viene distribuito a Ghuryan
Ecco il cibo che viene distribuito a Ghuryan

La situazione dei migranti nel Paese arabo è drammatica, eppure l’Italia, con l’aiuto della Guardia costiera libica continua effettuare respingimenti, pur di arginare il flusso migratorio verso le nostre coste. A questo proposito, secondo quanto riportato dai giornali locali, Valter Girardelli, capo di Stato maggiore della Marina militare italiana, si è recato a Tripoli una decina di giorni fa, dove ha incontrato il suo omologo Salim Erhouma. Durante i colloqui si è discusso del sostegno italiano alla Libia, del monitoraggio delle imbarcazioni, con particolare attenzione all’immigrazione illegale.

Una latrina del campo di Ghuryan
Una latrina del campo di Ghuryan

La Guardia costiera libica ha effettuato molti interventi in questi primi mesi dell’anno, bloccando centinaia di persone in fuga e riportandole indietro nei centri di detenzione della Tripolitania. Molti di questi disgraziati stanno morendo di stenti, nel cinico silenzio della comunità internazionale.

Africa ExPress

Morto in Mozambico Afonso Dhlakama, capo della RENAMO la guerriglia antigovernativa

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 4 maggio 2018

Afonso Dhlakama è morto
, ufficialmente di infarto, a 65 anni. Capo indiscusso della RENAMO (Resistenza Nazionale Mozambicana), secondo partito del Paese, era stato il capo della guerriglia antigovernativa finanziata del regime sudafricano dell’apartheid e dai servizi segreti della Rhodesia (odierno Zimbabwe).

Afonso Dhlakama mentre parla con i giornalisti
Afonso Dhlakama mentre parla con i giornalisti

Il decesso è avvenuto nel parco di Gorongosa, nella provincia di Sofala nel centro nord del Paese, dove si era trasferito lasciando il parlamento mozambicano. Afonso Dhlakama aveva guidato il suo movimento per quasi 40 anni, 17 dei quali di guerra civile che ha causato centinaia di migliaia di morti e fra 3 e 4 milioni di sfollati nei Paesi confinanti.

Nel 1992, RENAMO e FRELIMO (Fronte di Liberazione del Mozambico, partito unico al potere dall’indipendenza nel 1975) firmano la pace a Roma grazie alla mediazione dell’inviato speciale della Farnesina, Mario Raffaelli, e della Comunità di sant’Egidio. Afonso Dhlakama viene eletto in parlamento e RENAMO diventa il maggior partito di opposizione.

Joaquim Chissano e Afonso Dhlakama, firmatari dell'accordo di pace a Roma nel 1992
Joaquim Chissano, all’epoca presidente del Mozambico, e Afonso Dhlakama, firmatari dell’accordo di pace a Roma nel 1992

Afonso e il suo partito, dal 1999, avevano contestato tutti gli esiti elettorali accusando il FRELIMO di brogli e nel 2013 avevano deciso di riprendere la lotta armata contro il partito di governo. La centale operativa, con centinaia di miliziani, è Casa Banana nel parco di Gorongosa, antico quartier generale durante la guerra civile. Sono quindi tornati i conflitti armati causando centinaia di morti e migliaia di sfollati in Malawi.

Accuse ad Afonso Dhlakama (ma anche al FRELIMO) vengono fatte da Human Right Watch (HRW) nel rapporto “The Next One to Die. State Security Force and Renamo Abuses in Mozambique” (Il prossimo a morire. Abusi delle forze di sicurezza e della RENAMO in Mozambico) pubblicato lo scorso gennaio.

Secondo il documento “il gruppo armato RENAMO, comandato da Afonso Dhlakama, era implicato nei rapimenti e uccisioni di personaggi politici che lavoravano con il governo o per il partito al governo. Combattenti armati RENAMO hanno saccheggiato almeno cinque strutture mediche, minacciando o negando l’accesso alle cure sanitarie per migliaia di persone in aree remote del Paese”.

La RENAMO è accusata da HRW anche “di aver compiuto imboscate e attacchi da cecchini contro il trasporto pubblico, principalmente sulla strada N1 – importante arteria che collega nord e sud del Paese – nelle province di Manica e Sofala. Secondo il governo, 43 persone sono morte e 143 sono rimaste ferite in tali attacchi da novembre 2015 a dicembre 2016.”

Mappa del Mozambico, Manuel Bissopo della Renamo, ferito in un attentato a Beira
Mappa del Mozambico, Manuel Bissopo della RENAMO, ferito in un attentato a Beira

Il leader della RENAMO ha ammesso di aver dato ordine di attaccare gli autobus pubblici che, sosteneva, trasportassero segretamente militari. E ha fornito all’ong per i diritti umani una lista con 306 nomi di membri del suo partito presumibilmente attaccati o uccisi dalle forze governative tra marzo 2015 e dicembre 2016. Uno di questi è stato Manuel Bissopo, numero due della RENAMO, ferito di un attentato a colpi di kalashnikov.

Poi, con l’occupazione della base di Gorongosa da parte dell’esercito è iniziata la fase negoziale per la pace attraverso vari incontri tra Afonso Dhlakama e il presidente mozambicano Filipe Nyusi.

Con la morte del capo della RENAMO non si sa ancora chi possa prendere la sua eredità come interlocutore dell’opposizione. Un momento questo che rende ancora più delicata la situazione del Mozambico.

Sandro Pintus
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Tunisia: pellegrinaggio alla sinagoga El Ghriba a Gerba, la più antica dell’Africa

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 4 maggio 2018

La sinagoga El Ghriba di Gerba, in Tunisia, è la più antica del continete africano ed è uno dei luoghi più sacri del mondo ebraico; in occasione del trentatreismo giorno della pasqua giudaica (pesach) è meta di migliaia di pellegrini ebrei dal mondo intero.

Da sabato scorso i fedeli si sono riversati sull’isola, che in linea d’aria dista poco più di centosettanta chilometri da Tunisi. Enorme lo spiegamento delle forze dell’ordine e i dispositivi di sicurezza messi in campo per proteggere Gerba, i suoi pellegrini e gli ospiti d’onore. E’ ancora vivo nella memoria di tutti il ricordo dell’attentato, rivendicato da al Qaeda, dell’11 aprile 2002 durante il quale persero la vita una ventina di persone, la maggior parte tedeschi .

La sinagoga el-Ghriba, Gerba,Tunisia
La sinagoga el-Ghriba, Gerba,Tunisia

Mercoledì, 2 maggio, il capo del governo tunisino, Youssef Chahed, con la sua presenza sull’isola, ha voluto lanciare un messaggio di benvenuto ai molti pellegrini, sottolineando che la Tunisia è una terra di pace, dove tutti possono convivere pacificamente e in armonia.

Tra i pellegrini ci sono anche quattrocento israeliani, il governo di Tel Aviv non ha imposto restrizioni di viaggio verso la ex colonia francese. Anche il rabbino Moshe Sebbag della sinagoga “de la Victoire” di Parigi, ha voluto partecipare a questa festività, accompagnato da Hassen Chalghoumi, l’imam di Drancy – una periferia di Parigi – conosciuto per le sue posizioni contro l’integralismo islamico e i suoi rapporti di amicizia con gli ebrei.

I turisti pellegrini sono arrivati da ogni luogo per raggiungere i loro correligionari durante questa importante festività che terminerà il 6 maggio. La leggenda narra che gli ebrei di Gerba siano giunti sull’isola nel 586 a.C. provenienti da Gerusalemme, in fuga dopo la distruzione del primo tempio da parte del babilonese Nabucodonosor. Questi profughi, per lo più della classe sacerdotale, avrebbero portato con sè a Gerba un frammento di pietra dell’antico tempio. Ma non esiste nessun documento storico che lo possa confermare.

Le prime testimonianze della presenza degli ebrei a Gerba, documentate da Tertulliano (scrittore romano e apologeta cristiano), risalgono al secondo secolo.

La sinagoga el-Ghriba è stata per anni il centro di una tra le più fiorenti e attive comunità ebraiche del mondo arabo. Fino al 1967 risiedevano oltre centomila ebrei in Tunisia, oggi sono meno di millecinquecento. Molti hanno lasciato il Paese a causa del contesto economico e politico, e, ovviamente, anche per il conflitto arabo-israeliano, che ha creato qualche problema nei i rapporti tra gli ebrei e i musulmani a Gerba. La maggior parte degli ebrei dell’isola tunisina si è trasferita in Israele, altri in Francia.

Cornelia I. Toelgyes
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Il Marocco accusa l’Iran: “Finanzia e arma gli indipendentisti del Polisario”

franco nofori francobolloDal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 3 maggio 2018

Mentre si svolge l’acceso dibattito sulla fondatezza delle prove fornite dal premier israeliano Benjamin Netanyahu, sul mancato stop al progetto di nuclearizzazione da parte dell’Iran, in barba agli accordi raggiunti con l’ex presidente americano Barack Obama, la patria degli ayatollah sembra voler continuare a estendere la propria influenza nei vicini Paesi islamici. Dopo Libano, Iraq, Siria e Yemen, ora è la volta del non troppo prossimo Marocco, dove, stando alla denuncia del suo ministro degli Esteri, Nasser Bourita, il governo di Teheran starebbe armando e finanziando il movimento indipendentista del fronte Polisario che reclama l’autodeterminazione del Sahara occidentale.

Quando subito dopo la morte e la caduta del dittatore Francisco Franco, nel 1975,  la Spagna comincia la decolonizzazione dei suoi possedimenti, il Marocco rivendica diritti  sul territorio del Sahara Occidentale, prevalentemente abitato dalla popolazione sahrawi, berbera ma influenzata dagli arabi, che, attraverso il Fronte Polisario (acronimo spagnolo per Frente Popular de Liberación de Saguía el Hamra y o de Oro), territori che formavano il Sahara Spagnolo, reclamava l’indipendenza del territorio, anche con le armi. Il Fronte passa dalla guerriglia contro gli spagnoli, a quella contro i marocchini. Nel 1991 grazie all’intervento dell’ONU e della sua missione di pace, le parti giungono a un accordo di cessate il fuoco, che prevedeva un referendum che non si è mai tenuto. Così le tensioni tra Rabat e il movimento separatista, non sono mai effettivamente cessate.

Dimostrazione del Fronte Pelisario nel Sahara occidentale
Dimostrazione indipendentista del Fronte Polisario nel Sahara occidentale

Le rivalita tra Marocco e Iran, sono sempre state accese. Avevano raggiunto il loro clue nel 2009 quando Rabat, per protestare contro l’interferenza iraniana nel Bahrain, con popolazione sciita ma governato da un’élite sunnita, aveva interrotto le relazioni diplomatiche con Teheran. I rapporti erano poi stati ripresi nel 2014, ma sempre nel reciproco sospetto, soprattutto per l’atteggiamento marocchino in chiaro supporto al governo dell’Arabia Saudita a guida sunnita e storico rivale dell’etnia sciita e della teocrazia degli ayatollah, che, dopo aver deposto lo scià di Persia, Reza Phalavi, governa saldamente l’Iran.

Il sovrano del Marocco Mohamed IV
Il sovrano del Marocco Mohamed IV

Le accuse lanciate da Rabat contro l’Iran sono gravi. Secondo le stesse Teheran avrebbe fornito, al Fronte Polisario, un nutrito numero di missili terra-aria, SAM9, SAM11 e STRELA. “Ma il fatto più intollerabile – sostiene il ministro Bourita – è che l’Iran si è servito della sua ambasciata ad Algeri, per inviare armi e istruttori nei campi degli Hezbollah in Libano, dove vengono addestrati i terroristi del Polisario”. Come prima ritorsione nei confronti di Teheran, il governo marocchino ha già espulso un alto funzionario dell’ambasciata iraniana a Rabat.

Curioso è però il fatto che il Fronte Polisario, definito da Rabat “organizzazione terroristica”, ha però ottenuto il riconoscimento della sua  “Repubblica Araba Sahrawi Democratica” , che rivendica la sovranità sul territorio dell’ex Sahara Spagnolo, da parte di ben 76 Stati, soprattutto africani e sudamericani. L’ONU, pur non riconoscendo questa entità statuale, ha però riconosciuto il diritto all’autodeterminazione dei sahrawi. Tutto questo ha creato una situazione confusa e contradditoria anche a livello internazionale.

l'hotel Ritz-Carlton nella capitale Rabat
l’hotel Ritz-Carlton nella capitale Rabat

Occupato inizialmente dai fenici, fin dall’ottavo secolo avanti Cristo, il Marocco è stato terra di conquista per molte altre civiltà guerriere: cartaginesi, romani, vandali, bizantini e infine arabi che, attraverso sei lunghe dinastie, vi hanno introdotto la religione islamica, finché, nel 18° secolo è iniziata l’occupazione francese e spagnola che si è protratta fino al 1956. Tuttavia, malgrado l’avvicendarsi di tutte queste diverse culture, il Marocco ha sempre mantenuto intatta la propria connotazione berbera, nei costumi e nella lingua che è diversa sia dall’arabo sia dal farsì parlato in Iran.

Ragazzi marocchini insieme alla principessa Lalla Meryem ad una manifestazione sui diritti dei bambini
Ragazzi marocchini insieme alla principessa Lalla Meryem ad una manifestazione sui diritti dei bambini

Sotto la monarchia costituzionale di Mohamed IV, sul trono dal 1999, il Marocco, pur osservando in gran prevalenza la religione islamica, ha mantenuto una politica sociale laica, priva delle severe restrizioni riscontrabili in altri Paesi musulmani, insieme a un orientamento filo-occidentale, improntato a una certa libertà di opinione e di costumi, cosa che gli viene spesso contestata dalle fasce più radicalizzate della popolazione. Lo sbandamento verso le intemperanze fondamentaliste è severamente controllato e anche, quando occorre, brutalmente represso. Del resto nello scenario dell’Africa mediterranea, travolta da guerre civili e colpi di Stato, è comprensibile che il Marocco non voglia mettere a rischio la stabilità raggiunta.

Uno dei progetti agricoli in Marocco
Uno dei progetti agricoli in Marocco

Per un Paese di 33 milioni di abitanti, che rispetto al resto del mondo islamico, ha faticosamente raggiunto invidiabili risultati sociali ed economici, è comprensibile che il tentativo destabilizzante originato dall’interferenza iraniana, crei viva preoccupazione. L’industria, il turismo e l’agricoltura hanno un più che apprezzabile trend di crescita costante. L’analfabetismo si è ridotto al 27 per cento ed è sempre in diminuzione. L’istruzione è obbligatoria fino ai 13 anni. Il sistema di assistenza sanitaria, pur se non ai livelli occidentali, è largamente accettabile e infine le donne, che in molta parte del mondo islamico sono ancora private dei fondamentali diritti, in Marocco sono invece protette e tutelate dalla legge.

Franco Nofori
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Mozambico, centomila circoncisioni per prevenire malattie veneree e AIDS

sandro_pintus_francobollo
Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 3 maggio 2018

Il Mozambico sta effettuando la circoncisione volontaria di 100 mila uomini come prevenzione contro le malattie trasmesse sessualmente. Una campagna che mira non solo ridurre le malattie veneree causate da rapporti non protetti con partner infetti ma anche per prevenire l’HIV/AIDS che nell’ex colonia portoghese e in molti Paesi dell’Africa subsahariana hanno percentuali di contagiati con numeri a due cifre.

Mappa dell'AIDS nell'Africa Subsahariana
Mappa dell’AIDS nell’Africa Subsahariana

La campagna 2018 comincia dalla Zambezia – nel centro-nord del Paese – con i primi interventi nei distretti di Alto-Molocue, Ile e Gurué, 250 km a nord della capitale provinciale Quelimane. È la seconda tranche del programma iniziato nel 2017 attraverso il quale sono stati eseguiti 84 mila interventi. I fondi per il progetto sono di un milione di dollari USA previsti dal President’s Emergency Plan for Aids Relief, il Piano del presidente degli Stati Uniti per l’aiuto alle vittime dell’AIDS (PEPFAR).

Area selezionata per le circoncisioni in Zambezia
Area selezionata per le circoncisioni in Zambezia

Abdul Razak, medico, oggi governatore dello Zambezia, già docente alla Facoltà di Medicina dell’Università di Maputo, intervistato dalla BBC, ha voluto specificare che con la circoncisione non si cura l’AIDS ma è un intervento utile alla sua prevenzione.

La circoncisone maschile in Mozambico è conosciuta e viene praticata dalla popolazione di religione islamica, soprattutto sunnita, che rappresenta il 20 per cento degli abitanti. Sono gli eredi della colonizzazione araba e vivono in tutta area costiera mozambicana in modo particolare nelle province del centro-nord del Paese.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) afferma che, in un rapporto eterosessuale, la circoncisione maschile riduce il rischio di infezione da HIV negli uomini di circa il 60 per cento. Secondo Radio Moçambique, emittente di stato dell’ex colonia portoghese, sono 2,1 milioni i mozambicani che convivono con l’HIV/AIDS.

Nastro rosso utilizzato come simbolo dell'AIDS
Nastro rosso utilizzato come simbolo della lotta AIDS

Sia OMS che UNAIDS, l’agenzia ONU per la lotta all’AIDS, sottolineano che “la circoncisione maschile dovrebbe essere considerata un intervento efficace per la prevenzione dell’HIV in paesi e regioni con epidemie eterosessuali, alta HIV e bassa prevalenza di circoncisione maschile”.

I dati del 2015 divulgati da Idalina Libombo, vice segretario esecutivo del Consiglio nazionale per la lotta contro l’HIV/AIDS del Mozambico, indicano che il 13,2% nella popolazione tra i 15 e i 49 anni è contagiata e tra queste persone esaminate il 15,4 per cento sono donne. Ma la parte che desta maggiori preoccupazioni è che il numero più alto di persone infette sono gli adolescenti e i giovani.

Sandro Pintus
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Crediti immagini:
-Mappa HIV Africa
By derivative work: Louis Waweru Talk HIV_Epidem.png: User:Grcampbell (HIV_Epidem.png) [Public domain], via Wikimedia Commons

Alluvioni bibliche nell’Africa orientale causano 600 mila sfollati e centinaia di vittime

franco nofori francobolloDal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 2 maggio 2018

L’inizio della stagione monsonica in Africa, è atteso come il solito periodo di frequenti precipitazioni che caratterizzano le regioni tropicali: brevi e violenti temporali, subito rimpiazzati dai roventi raggi del sole. Dopo i lunghi e duri mesi di siccità, la pioggia – mvua in swahili – è vista dalle popolazioni rurali come una benedizione divina. All’inizio di aprile hanno seminato il mais (elemento essenziale, alla loro alimentazione) in fiduciosa attesa che la pioggia ne nutra il seme e che il sole lo faccia crescere rigoglioso affinché in luglio lo si possa raccogliere per portarlo alla macina.

Una stazione di rifornimento a Garissa invasa dall'acqua
Una stazione di rifornimento a Garissa invasa dall’acqua

Quest’anno però le cose sembrano voler andare in modo ben diverso. Da un cielo che per giorni e giorni si mantiene ostinatamente plumbeo, un diluvio di bibliche proporzioni si è abbattuto con perseverante ferocia su Somalia, Kenya e Tanzania causando sfollati, morti e distruzione. Una volta ancora la natura sembra volersi accanire sulle popolazioni meno abbienti, già afflitte da malattie e miseria, che non possono trovare protezione nelle loro modeste dimore costruite con rami intrecciati e fango essiccato. Al momento in cui scriviamo, nei Paesi dell’Africa Orientale, interessati dal fenomeno, si contano quasi 600 mila sfollati e già 200 morti, senza contare le proprietà private e le numerose attività della micro-imprenditoria locale, inagibili quando non spazzate completamente via da un inarrestabile flusso di acqua limacciosa, pervicace e cieca nel suo progetto distruttivo.

Le persistenti piogge, le esondazioni dei fiumi e i consistenti smottamenti del terreno, non si limitano ai tre Paesi menzionati, ma – anche se in tono minore – riguardano l’intero continente africano e secondo i meteorologi sono i diretti frutti dello sconvolgimento climatico che ha interessato il pianeta in conseguenza dell’inquinamento atmosferico. Effetti che, anno dopo anno, stando incrementando i loro disastrosi effetti sull’assetto planetario e sulla stessa vita di chi lo abita.

Fotografie e filmati, mostrano strade urbane invase da acque tumultuose che sommergono e trascinano con sé ogni cosa: auto, abitazioni, animali e persone. In Kenya, le principali arterie di comunicazione sono state travolte, lasciando al loro posto, enormi e impraticabili voragini fangose. La città di Malindi, cuore del turismo costiero, si è trasformata in una piccola Venezia e le notizie fornite dai meteorologi non ispirano molte speranze di un rapido ritorno alla normalità, visto che, secondo le loro previsioni, le precipitazioni continueranno con la stessa intensità per almeno altri quaranta giorni.

Malindi: alcuni allevatori tentano di portare in salvo il bestiame
Malindi: alcuni allevatori tentano di portare in salvo il bestiame

Soprattutto in Somalia, il ricollocamento degli sfollati presenta problemi enormi, anche sotto il profilo sanitario. Il difficile accesso ad assistenza medica, gabinetti e acqua non inquinata, fanno temere l’insorgere di gravi malattie infettive, colera e malaria soprattutto. I flussi alluvionali, s’insinuano nelle fogne e nelle latrine, portando in superfice i loro contenuti infetti che si mescolano alle masserizie domestiche e al cibo. La mancanza di acqua potabile costringe inoltre molti, soprattutto bambini, a dissetarsi con le fetide acque che hanno invaso i loro villaggi. Una vera tragedia per questo sventurato Paese che, a causa di siccità, povertà, conflitti, ha già conosciuto un esodo di oltre un milione e 500 mila perone, mentre quelle bisognose di assistenza alimentare superano i 5 milioni e 400 mila.

Tanzania: auto in un parcheggio in Dar es Salaam completamente sommerse
Tanzania: auto in un parcheggio in Dar es Salaam completamente sommerse dall’acqua

In Tanzania, l’ex capitale Dar es Salaam, causa l’insufficiente drenaggio che da quasi un decennio non riceve adeguata manutenzione, si trova sovente invasa dall’acqua anche a fronte di precipitazioni minori di quelle ora in atto ed è facile intuire come l’attuale evento, di portata davvero eccezionale, renda la situazione del tutto insostenibile. Nei tre Paesi colpiti dalla furia di questa natura impazzita, i mezzi di soccorso sono pochi e per giunta gestiti in modo confuso e disorganizzato. Non c’è un competente centro di coordinamento e gli interventi si rivelano per lo più tardivi e inefficaci, favorendo così l’aumento del numero delle vittime.

A Malindi la comunità italiana, molto numerosa, ha organizzato una sottoscrizione per dare una prima assistenza alle popolazioni limitrofe. Un’iniziativa che servirà a portare qualche sollievo alle sventurate famiglie colpite da questa tragedia. Intanto l’ONU, attraverso le sue varie agenzie, le numerose NGO, la Caritas e altre organizzazioni umanitarie, si stanno mobilitando per prestare soccorso in tutte le situazioni in cui questo possa occorrere. Certo è che questa ennesima e imprevista sventura piombata sul continente africano, che ormai già da un intero secolo è prostrato da altri immani problemi, proprio non ci voleva.

Franco Nofori
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I capi di Stato africani vogliono salvare il fiume Congo, poi vendono le concessioni

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 1° maggio 2018

A Brazzaville, la capitale della Repubblica del Congo, si è tenuto il vertice per concretizzare il progetto  “Fondi blu” per il bacino del Congo, al quale hanno partecipato domenica scorsa i capi di Stato / governo di ben sedici nazioni africane: Angola, Camerun, Repubblica centrafricana, Repubblica democratica del Congo, Gabon, Guinea Equatoriale, Kenya, Ruanda, Sao Tomé e Principe, Ciad, Zambia, Niger, Giunea, Senegal, oltre naturalmente al padrone di casa, Denis Sassou Nguesso, il presidente della commissione dell’Unione Africana, Moussa Faki e l’ospite d’onore, Mohammed IV, re del Marocco. L’iniziativa era stata lanciata in occasione della ventiduesima conferenza sul cambiamento climatico a Marrakech (Marocco) dal presidente congolese con il sostegno della Fondazione Brazzaville per la pace e la preservazione dell’ambiente.

Scopo del progetto è la conservazione del bacino del Congo, che abbraccia ben duecentoventi milioni di ettari di foreste. Questa immensa area comprende i più grandi bacini carboniferi al mondo, secondi solo a quelli dell’Amazzonia. La protezione di queste zone boschive, quindi rappresenta un aspetto fondamentale per la riduzione degli effetti causati dal riscaldamento climatico.

Il bacino del Congo è abitato da novantatré milioni di persone ed è ricoperto per il quarantacinque per cento da dense foreste. L’iniziativa “Fondi blu” ha progetti ambiziosi, non solo per la salvaguardia del territorio, ma anche per supportare l’economia locale e miglioarare la qualità della vita degli abitanti: adeguamento delle vie fluviali navigabili, costruzione di impianti idroelettrici a basso impatto ambientale, lotta contro la pesca illegale, sviluppo dell’ecoturismo e potenziamento dell’irrigazione agricola. Pertanto si dovrebbe passare dallo sfruttamento intensivo delle foreste a uno sviluppo durevole delle regioni che toccano il Congo e i suoi affluenti.

Poco più di un anno fa dodici Paesi africani si erano riuniti a Oyo (Congo) per siglare l’accordo sulla creazione dei “Fondi blu” . Oltre al Congo Brazzaville, i Paesi firmatari del Fondo erano: Angola, Burundi, Camerun, Ciad, Gabon, Guinea Equatoriale, Ruanda, Congo-Kinshasa, Tanzania, Zambia e Marocco.

Una parte del Bacino del Congo
Una parte del Bacino del Congo

Durante il vertice del 29 aprile scorso i Paesi firmatari del primo concordato hanno siglato un protocollo d’intesa sulla Commissione ambientale del Bacino del Congo e i donatori sono stati invitati ad iniziare a finanziare il progetto: previsto in cento milioni di euro l’anno con impegni a lungo termine. I capi di Stato e di governo hanno chiesto anche all’UA di partecipare al progetto; un appello in tal senso è stato anche lanciato alla comunità internazionale, all’ONU e alle fondazioni filantropiche che operano nel settore e naturalmente anche a tutti gli investitori privati.

Capi di Stato africani, partecipanti al vertice di Brazzaville 29.4.2018 sul Bacino del Congo
Capi di Stato africani, partecipanti al vertice di Brazzaville 29.4.2018 sul Bacino del Congo

Governanti africani sensibili, teoricamente attenti ai problemi dell’ambiente e della gente, peccato solo che Jospeh Kabila, presidente della Repubblica democratica del Congo, abbia autorizzato la prospezione di giacimenti petroliferi all’interno del parco nazionale Salonga, che fa parte del bacino del Congo  https://www.africa-express.info/2018/02/19/congo-k-guerra-etnica-nel-nord-est-e-si-cerca-petrolio-un-parco-protetto-dallunesco/.

Anche altrove le cose non vanno molto meglio. Nel maggio 2017, dopo il lancio dei “Fondi blu”, il governo di Brazzaville ha rilasciato nuove concessioni aurifere nel Sangha e Kouilou.

Le rispettive autorizzazioni sono state consegnate dopo la firma del trattato dal governo di Brazzaville a due società, la Yatai e la First Republic. Entrambi i dipartimenti della ex colonia francese –  Sangha e Kouilou – dispongono di svariati giacimenti, ma l’estrazione finora è quasi sempre avvenuta in modo artigianale e a tutt’oggi i risultati sono stati piuttosto magri. Il governo ritiene che grazie ad uno sfruttamento più mirato e scientifico i giacimenti possano portare risultati migliori. Ma le miniere inquinano, difficilmente rispettano l’ambiente e per la loro realizzazione bisogna abbattere preziosi alberi. Peccato, è proprio questo che la Commissione ambientale del bacino del Congo si è prefissata di evitare.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

 

 

Kenya: papà sorpreso durante un rapporto incestuoso con la figlia sedicenne consenziente

franco nofori francobolloDal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 1° maggio 2018

Il fatto, riportato dalla TukoNews, è avvenuto nel pomeriggio di giovedì scorso a Mwangaza nella contea di Tana River. Una donna decide di far visita alla cognata che non vede da tempo. Quando arriva presso la sua abitazione trova la porta d’ingresso socchiusa e quindi entra, ma la casa appare deserta. Sorpresa, la donna, perlustra le altre stanze pensando che la cognata sia da qualche parte nell’abitazione, ma quando accede alla camera da letto, la scena che le si presenta è così sconvolgente da farle perdere i sensi: sul letto sfatto l’attempato cognato, funzionario presso un pubblico ufficio della contea, sta avendo un rapporto sessuale con la propria figlia sedicenne.

I due, sopresi nell’atto incestuoso, si rivestono rapidamente e sono i primi a prestare soccorso alla donna svenuta, la quale, appena ripresa conoscenza, profondamente turbata dalla scena cui ha appena assistito, prende a urlare tutto il suo sconcerto facendo accorrere numerosi vicini. Al padre e alla figlia, colti in flagranza, non resta che confessare, davanti all’audience improvvista, la loro relazione carnale, affermando che la stessa dura da lungo tempo e che la madre della ragazza – in quel momento in visita presso gli anziani genitori – ne è a conoscenza e non si oppone.

Una bambina abusata dal padre in Kenya
Una bambina abusata dal padre in Kenya

Incredula e sgomenta, la donna chiama al cellulare la cognata per metterla al corrente dell’accaduto, ma la reazione di questa è tale da lasciarla nuovamente sbigottita: “Perché ficchi il naso in faccende che non ti riguardano? – è l’irosa risposta della cognata – Lo fai perché vuoi distruggere il mio matrimonio?”. Che in una certa parte della cultura africana, i tradimenti maschili siano pazientemente tollerati dalle consorti, è un fatto ormai acclarato e non certo limitato a queste latitudini, ma che una donna preferisca cedere la propria figlia agli insani ardori del marito, pur di non perderlo, è davvero ripugnante.

Nei commenti del vicinato, emerge però una spiegazione, circa il riprovevole comportamento della moglie tradita che, se non vale a giustificarlo, ne fa quantomeno comprendere l’origine: pare che il pubblico funzionario, oltre che incestuoso, fosse anche violento e percuotesse abitualmente la compagna per piegarla alla propria volontà. L’uomo tuttavia dichiara ai presenti di non ritenersi colpevole in quanto la figlia è sempre stata consenziente ai loro rapporti contro natura e – nello sbalordimento collettivo – la ragazza conferma disinvoltamente l’affermazione paterna, aggiungendo che, a volte, era stata lei stessa a sollecitare i loro incontri.

La notizia diffusa dalla TukoNews, non fornisce l’identità delle parti coinvolte nel deprecabile episodio, né se nei confronti dello stesso vi siano stati provvedimenti di polizia. Tutto ciò che – oltre al fatto in se – pare sia stato accertato, è che la sedicenne era fidanzata con un coetaneo, il quale, appena venuto a conoscenza dell’accaduto, ha espresso il proprio disgusto e ha immediatamente troncato la relazione dichiarando che, per quanto lo riguardava, la sua ex, visto che così le piaceva, poteva tranquillamente continuare il rapporto incestuoso con il padre.

I rapporti incestuosi nella Giudea prima di Cristo
I rapporti incestuosi nella Giudea prima di Cristo

In forte contrasto con il suo ostentato perbenismo, i rapporti incestuosi, in Africa, sono purtroppo una metastasi sotterranea molto diffusa che solo raramente vengono alla luce. Secondo la teoria di molti antropologhi, largamente condivisa dagli osservatori della realtà africana, l’incesto è più spesso il frutto della sovranità patriarcale che tende a esprimere nei confronti delle proprie progenie – soprattutto femminili – un senso che è più di possesso prima di essere affettivo, mentre l’acquiescenza verso questi intollerabili abusi, deriva quasi sempre, dal soddisfacimento dei bisogni essenziali. E’ l’uomo che consente di avere il cibo in tavola, lui che provvede alle rette scolastiche, all’assistenza medica e a fornire il tetto sotto cui vivere.

Recentemente, il Dipartimento per gli Affari Femminili del Governo del Botswana, ha rilevato una preoccupante escalation dei casi d’incesto che si accompagnano quasi sempre a un diffuso sentimento di accettazione sociale. Questo avviene malgrado che il reato d’incesto sia penalmente perseguibile e sia anche condannato dalla maggior parte delle leggi tribali. Le pene inflitte – posto che questi eventi vengano denunciati – sono però minime, quasi sempre inferiori ai cinque anni di carcere o di libertà condizionata, mentre il membro della famiglia che ha avuto il coraggio di denunciare il fatto, si esporrà alla severa riprovazione dell’intera comunità cui appartiene. Inoltre, la legge non considera incestuosi, i rapporti con zii, patrigni, o membri familiari acquisiti e tipici delle famiglie allargate africane.

Cleopatra che nel 69 a.C. diviene regina d'Egitto unendosi al fratello Tolomeo di soli 12 anni
Cleopatra, che nel 69 a.C. divenne regina d’Egitto unendosi al fratello Tolomeo di soli 12 anni

Analogo riscontro è quello effettuato in Sudafrica dal WLSA (Women in Law of Southern Africa), le cui risultanze indicano una moltiplicazioni dei casi d’incesto nei confronti dei quali la polizia ha grandi difficoltà a intervenire, perché sia le vittime che i loro familiari più stretti sono spesso indotti al silenzio dal responsabile, che ottiene la loro omertà contro pagamento di una misera somma. Secondo accertamenti eseguiti dalla polizia, basterebbe infatti l’equivalente di settanta euro per garantirsi l’impunità.

Quello che però stupisce, nell’episodio di Mwangaza, è che la contea del Tana River, è abitata dalla vasta etnia mijikenda, fortemente superstiziosa e strettamente legata alle proprie antiche credenze tribali. Secondo queste credenze, l’incesto è considerato un atto riprovevole e disgustoso, proibito dalle leggi naturali e divine. Infrangere questo divieto – sempre secondo norme tribali non scritte – significa attirare su se stessi una terribile maledizione divina. Evidentemente il pubblico funzionario di Mwangaza era sufficientemente emancipato per non curarsi di primitive credenze tribali, ma non abbastanza probo da poter controllare i propri animaleschi istinti verso lo stesso frutto del suo sangue. Quel frutto cui gli era demandato di aver cura, educare e proteggere.

Franco Nofori
franco.krons1@gmail.com
@Franco.Kronos1

 

 

 

Il generale Haftar uomo forte della Cirenaica dato per morto torna in Libia sano e salvo

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 30 aprile 2018

Khalīfa Belqāsim Ḥaftar, l’uomo forte della Cirenaica, come spesso viene chiamato, è ritornato a Benghasi giovedì scorso, con un volo proveniente dal Cairo. Durante il suo ricovero, in un ospedale giordano prima, in un altro militare francese nei pressi di Parigi poi, è stato detto di tutto: una volta giaceva in coma dopo un ictus cerebrale, qualcuno lo aveva dato addirittura per morto, altri ancora avevano dubbi sulle sue facoltà mentali in seguito alla presunta ischemia.

Tutte dicerie, a quanto sembra, visto che il settantacinquenne generale è sceso dall’aereo a passo veloce in un elegante abito scuro, accolto dai suoi generali e simpatizzanti. Haftar non era più apparso in pubblico da ben tre settimane, ma al suo arrivo lui stesso ha dichiarato di essere in buona salute e di essere nuovamente pronto a dare la caccia agli islamisti.

Khalīfa Belqāsim Haftar al suo ritorno in Libia
Khalīfa Belqāsim Haftar al suo ritorno in Libia

Il ritorno di Haftar mette così fine alle preoccupazioni che erano sorte durante la sua assenza, persino tra i suoi fedelissimi. Il fallito attentato del 18 aprile, che mirava ad uccidere il capo di Stato Maggiore dell’Esercito Nazionale Libico (ANL), aveva rafforzato il timore e il pericolo di un vuoto di potere nel caso che entrambi – Haftar e Al-Nazur – fossero venuti a mancare.  Anche negli ambienti diplomatici occidentali si era temuto che in Cirenaica si sarebbero potuti verificare degli scontri durante l’assenza del generale.

Haftar, un personaggio potente originario dalla Libia orientale, sostenuto da Egitto e Emirati Arabi Uniti, ha anche ambizioni a livello nazionale. Ghassan Salamé, inviato speciale dell’ONU da poco meno di un anno, cerca di risolvere le divergenze tra il generale e Faïez Sarraj, presidente del Consiglio Presidenziale e primo ministro del governo di Accordo Nazionale della Libia, sostenuto dalla comunità internazionale. Haftar non ha mai riconosciuto come legittimo il governo di Serraj. Salamé sta tentando di  ricucire le fratture che si sono create tra la Libia occidentale e quella orientale e per cominciare spinge per la riunificazione delle relative istituzioni militari. Il piano dell’inviato speciale dell’ONU prevede anche elezioni presidenziali e legislative per la formazione di un unico potere.

E proprio domani si terrà il quarto vertice al Cairo del “Libya Quartett”, al quale parteciperanno oltre alla Lega Araba, Unione Africana, ONU e Unione Europeo  (presente il commissario agli Esteri , Federica Mogherini)  per esaminare i progressi della mediazione di Salamé e per suggerire eventuali nuove proposte.

Se la Tripolitania è controllata da Serraj e la Cirenaica da Haftar, c’è una parte dell’ex colonia italiana che sfugge, almeno in parte, ad entrambe le fazioni: si tratta del Fezzan, nel sud ovest della Libia, scarsamente popolato, terra delle tribù awlad suleiman, toubou e tuareg, con le quali il ministro degli Interni, Marco Minniti, ha cercato di stringere degli accordi un anno fa. I toubou abitano anche nel nord del Ciad e nel nord-est del Niger. Ma non dimentichiamo che nel 1987 Haftar, oggi sostenuto anche dalla Francia, era stato fatto prigionieri dai militari ciadiani, che avevano distrutto, anche grazie alle forze di Parigi, la base di Uadi Dum (Ciad), costruita dai libici.

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Le tribù che abitano la Libia meridionale vivono in secolare disaccordo, che si è accentuato maggiormente dopo la caduta di Gheddafi. A Sabha, città strategica  del sud, sin dall’inizio della crisi libica sono avvenuti scontri tra le diverse componenti della popolazione. Si è venuta a creare, così,  una situazione di grande incertezza. La città, e soprattutto la parte meridionale del Fezzan, sono anche il principale punto di snodo dei migranti provenienti dal Sahel e dall’Africa occidentale. Ed è proprio lì che spesso tribù libiche o vari gruppi di criminali bloccano i profughi, li maltrattano, li torturano e li sottopongono a violenze di ogni genere finchè non viene pagato un riscatto. Il confine meridionale della Libia è lungo cinquemila chilometri e dunque è difficile da controllare.

Questa “terra di nessuno” è molto ambita anche da vari gruppi jihadisti attivi nel vicino Sahel. Tra loro anche il “Gruppo di sostegno dell’Islam e dei musulmani” creato poco più di un anno fa dall’unificazione di diverse formazioni armate. A marzo era stato comunicato in un video che del nuovo gruppo facevano parte Iyad Ag-Ghali, vecchia figura indipendentista touareg, diventato capo jihadista e fondatore di Ansar Dine, in italiano: ausiliari della religione (islamica), operativo per lo più nel nord del Mali; Yahya Abu Al-Hammam, emiro della regione del Sahara controllata da al-Qaida au Maghreb islamique (AQMI);  Amadou Koufa, predicatore radicale maliano, di etnia fulani e capo del “Fronte per la liberazione di Macina”, legato ad Ansar Dine e attivo nel centro del Paese, Al-Hassan Al-Ansari, braccio destro dell’algerino Mokhtar Belmokhtar, del gruppo Al-Mourabitoun, e infine Abdalrahman Al-Sanhaji, detto il giudice di AQMI. La nuova coalizione è guidata da Iyad Ag-Ghali, alleato con al-Qaeda e con i talebani afgani. Non si esclude che nel frattempo si siano aggiunti altri gruppi armati di matrice terrorista.

I capi dell’organizzazione terrorista si sono incontrati recentemente per rinforzare la cooperazione. Hanno preso l’impegno di scambiarsi informazioni, specie nell’individuazione degli agenti di intelligence occidentali, di permettere la circolazione dei jihadisti nelle zone sotto il loro controllo, di organizzare rapimenti di operatori umanitari per riscuotere un profumato riscatto. Si è parlato anche di collaborazione per mettere in sicurezza alcuni zone del litorale libico sotto il loro controllo. Si vocifera che a questa riunione abbia partecipato anche Mokhtar Belmokhtar, eppure a fine novembre 2016 fonti dei servizi statunitensi avevano fatto sapere (per l’ennesima volta) che Belmokhtar potrebbe essere stato ucciso in un raid aereo francese in Libia.

Nella notte tra il 10 e l’11 marzo era stata avvistata e controllata un’imbarcazione in una zona interdetta alla navigazione a largo di Derna, poi rimorchiata fino al porto di Ras Hilal. La barca, proveniente dall’Egitto stava navigando verso Brega, per raggiungere in seguito la Costa d’Avorio. La navigazione lungo le coste della Cerenaica è vietata senza il rilascio di speciali autorizzazioni. La misura serve per contrastare il traffico che rifornisce di armi i jihadisti.

E anche gli ultimi avvenimenti accaduti sembrano proprio opera dei jihadisti  come l’uccisione di quarantatré civili tuareg, avvenuta in due attacchi distinti giovedì e venerdì nel nord-est del Mali, e il rapimento dell’operatore umanitario tedesco, avvenuto in Niger, al confine con il Mali a metà aprile.

Cornelia I. Toelgyes
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